Per implementare l’accordo della Cop28 serve volontà politica Cambiamento climatico

Il testo della Cop28 è stato accolto da alcuni come storico e da altri come vago e poco significativo. Ha punti di forza e di debolezza ma se servirà a qualcosa dipenderà dalla volontà dei singoli paesi di lottare contro i cambiamenti climatici.

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Tra il 30 novembre e il 12 dicembre, i rappresentanti di 198 paesi si sono riuniti a Dubai per il ventottesimo appuntamento della Cop, la riunione annuale delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici.

L’accordo finale è un testo controverso, da alcuni accolto come storico e da altri disdegnato perché vago e presumibilmente piegato agli interessi della lobby petrolifera. Per la prima volta in quasi un trentennio di incontri si parla esplicitamente di eliminazione dei combustibili fossili, ma allo stesso tempo si ricorre all’espressione transitioning away rispetto al più risoluto phase out per indicare il cambiamento di paradigma ecologico.

Viene evidenziata l’importanza del settore finanziario per il clima e si riconosce esplicitamente l’attuale fallimento globale davanti alla crisi climatica. Allo stesso tempo però molti obiettivi per i prossimi anni rimangono vaghi e il linguaggio stesso dell’accordo è debole. Quest’ultimo aspetto contribuisce a un problema più profondo, che riguarda l’implementazione delle decisioni prese.

Quella di Dubai è infatti una semplice dichiarazione di intenti e se il contenuto sarà poi effettivamente realizzato è più che altro una questione di volontà politica a livello nazionale. In questo contesto, sarà di fondamentale importanza l’impegno dello stato ma anche della società civile, non soltanto per garantire l’applicazione degli impegni presi in sede internazionale, ma anche per monitorare e valutare l’impatto delle politiche per il clima.

Il contenuto dell’accordo

I rappresentanti riuniti a Dubai hanno ribadito il loro impegno per la mitigazione e l’adattamento da raggiungere nel segno dell’equità, del multilateralismo e della cooperazione internazionale. La crisi climatica in corso è chiaramente inserita nel framework dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile.

Nella prima parte dell’accordo, viene riconosciuto il sostanziale fallimento delle politiche ambientali attuali, rispetto ai traguardi fissati a Parigi nel 2015. Tuttavia tali obiettivi vengono ribaditi, poiché le conseguenze di un aumento delle temperature superiore ai 2 gradi centigradi sarebbero troppo imprevedibili e disastrose.

Resta quindi in vigore l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature sotto il grado e mezzo. Si tratta di un livello particolarmente ambizioso ma lo è per necessità. La Cop stessa riconosce, sulla base del sesto report del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), che la temperatura media mondiale è aumentata di oltre un grado. Inequivocabilmente, si tratta di un incremento di matrice antropica, con effetti che si avvertono già in molte regioni del globo, spesso proprio le più vulnerabili e meno responsabili del surriscaldamento globale.

+1,1 gradi l’aumento della temperatura registrato nel periodo 2011-2020 rispetto ai livelli del 1850-1900, secondo l’Ipcc.

L’obiettivo per il 2020 di ridurre le emissioni del 25-40% rispetto ai livelli del 1990 non è stato raggiunto. Per il 2030 si dovrà quindi arrivare a un calo pari al 43% e per il 2035 del 60%, rispetto ai livelli del 2019, per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.

Viene dato spazio a combustibili transizionali e tecnologie di abbattimento della Co2.

I due punti maggiormente critici riguardano la modalità con cui si parla del cambiamento di paradigma necessario per abbandonare i combustibili fossili. Da una parte, il passaggio è indicato con la debole espressione transitioning away, che suggerisce una riduzione senza parlare esplicitamente di eliminazione. Dall’altra, nel testo ricorre l’enfasi su carburanti fossili, anche se a minor impatto ambientale rispetto al carbone. Sono i cosiddetti transitional fuels, tra cui il gas naturale, considerati poco efficaci per raggiungere la neutralità climatica perché comunque causa di emissioni. Ma si menziona anche la questione dell’abbattimento della Co2, dando uno spazio secondo alcuni immeritato alle tecnologie di stoccaggio anziché insistere sull’eliminazione totale dei carburanti fossili.

Gli impegni per i prossimi anni

Oltre a evidenziare il ruolo dei carburanti transizionali e delle tecnologie di abbattimento, su molti aspetti gli obiettivi fissati dalla Cop28 risultano relativamente vaghi. Specificamente si parla di:

  • triplicare la capacità energetica rinnovabile globalmente e raddoppiare il tasso di efficientamento energetico annuale (non si specifica, però, qual è l’anno di riferimento);
  • accelerare la graduale eliminazione dell’energia dal carbone unabated (senza possibilità di abbattimento della Co2);
  • aumentare l’utilizzo di combustibili a basse o senza emissioni di carbonio;
  • allontanarsi dai combustibili fossili nei sistemi energetici;
  • accelerare le tecnologie a basse o senza emissioni;
  • ridurre le emissioni di inquinanti diversi dalla Co2, in particolare il metano;
  • ridurre le emissioni dei trasporti, investendo nelle infrastrutture e nei veicoli a basse o senza emissioni;
  • eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili inefficienti, che non servono a ridurre disuguaglianze e povertà.

Sono in generale intenti ambiziosi ma la mancanza di dettagli relativi alle tempistiche e definizioni di quantità li rende in parte vaghi.

L’accordo pone inoltre l’accento sulla finanza, sulla sua importanza come strumento per raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica. Riconosce anche che esistono barriere che ostacolano lo spostamento di capitali verso l’azione climatica.

[…] there are barriers to redirecting capital to climate action.

Si evidenzia che gli strumenti per rimanere sotto i 1,5 gradi sarebbero già disponibili. È soprattutto importante investire per colmare il gap, oggi in progressivo allargamento, tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Questi ultimi necessiteranno di una cifra compresa tra i 215 e i 387 miliardi di dollari l’anno, da oggi al 2030. Mentre saranno necessari oltre 4mila miliardi per l’energia pulita, che saliranno a 5mila miliardi tra il 2030 e il 2050.

Sono quattro i principali fondi previsti a livello internazionale per gestire la crisi climatica: si tratta del Green climate fund (Gfc), dell’Adaptation fund, del Least developed countries fund e dello Special climate change fund. Il primo è il più consistente e a oggi ha finanziato 243 progetti.

I dati si riferiscono agli importi versati dai 10 principali donatori registrati dalla banca mondiale.

FONTE: elaborazione openpolis su dati banca mondiale
(pubblicati: martedì 19 Dicembre 2023)

Il contributo maggiore (4,6 miliardi di dollari) viene dalla Germania. Seguono Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

La difficile implementazione dell’accordo

Come afferma lo stesso testo dell’accordo (paragrafo 48), ci sono difficoltà di implementazione e il monitoraggio e la valutazione dei risultati sono fondamentali.

Notes that there are gaps in implementation of, support for and collective assessment of the adequacy and effectiveness of adaptation, and that monitoring and evaluation of outcomes if critical for tracking the progress and improving the quality and awareness of adaptation action.

Come si intende procedere? La sezione quarta dell’accordo delinea il cronoprogramma, identificando le scadenze con cui i paesi partecipanti alla conferenza delle parti dovranno fornirsi di un piano nazionale. Tra i 9 e i 12 mesi prima della settima sessione della conferenza delle parti (novembre 2025) gli stati dovranno inviare il proprio contributo. Ogni contributo successivo, che avrà una cadenza quinquennale (come già previsto dall’accordo di Parigi), dovrà costituire una forma di avanzamento.

I paesi partecipanti dovranno produrre valutazioni aggiornate dei rischi ambientali, degli impatti dei cambiamenti climatici e dell’esposizione a rischi e vulnerabilità, sulla base delle quali redigere il proprio piano nazionale di adattamento, gli strumenti di policy e le strategie. Inoltre, dovranno stabilire un sistema per monitorare e valutare i progressi e costruire la capacità istituzionale necessaria a implementare pienamente il sistema.

Il linguaggio utilizzato però rimane piuttosto debole: si invitano i partecipanti a compiere gli step necessari, li si incoraggia, richiama, o al massimo si chiede loro di agire. In questo contesto, la reale applicazione dell’accordo dipenderà dalla volontà politica di implementarlo.

Foto: UNclimatechangelicenza

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