Che cosa sono le tasse e le imposte ambientali

Sono degli strumenti finanziari che permettono di includere i costi dell’impatto ambientale delle attività inquinanti nei prezzi finali dei prodotti.

Definizione

Un’imposta ambientale è uno strumento di politica fiscale calcolato su una grandezza fisica (misurata direttamente o attraverso caratteristiche a essa strettamente correlate) che ha un comprovato impatto negativo sull’ambiente. Questa definizione è comune a livello europeo e si può trovare nella guida statistica alle tasse ambientali del 2001. Per rientrare in questa definizione, le imposte devono seguire due criteri:

  • la base imponibile, ovvero il valore al quale viene applicata l’aliquota per il calcolo dell’imposta, deve riguardare un aspetto ambientale;
  • devono avere un effettivo impatto sui costi di produzione e sui prezzi d’acquisto dei prodotti inquinanti.

La tassazione ambientale quindi ha lo scopo di aumentare il prezzo finale delle attività che generano inquinamento includendo una quantificazione dei costi sociali, chiamati esternalità negative. Si va ad attuare il principio “chi inquina paga”, adottato all’inizio degli anni settanta nelle regolamentazioni ambientali, per il quale chi produce inquinamento deve sostenerne le spese.

Le imposte ambientali hanno numerosi obiettivi

Oltre a incorporare il danno ambientale nel prezzo del bene o del servizio, questi strumenti costituiscono anche un incentivo per spostare le preferenze di consumo di produttori e consumatori verso dei prodotti meno inquinanti. Consentono inoltre l’aumento del gettito fiscale di uno stato.

Ci sono quattro ambiti principali nei quali, a livello europeo, vengono applicate queste imposte:

  • energia, che comprende i prodotti energetici per la carburazione e per gli usi stazionari (ovvero per la combustione) e nella quale rientrano anche le emissioni di Co2;
  • trasporti, da cui sono esclusi i carburanti (che rientrano nella categoria energia) e che invece comprendono la registrazione e l’uso dei veicoli a motore oltre a spostamenti su mezzi di trasporto pubblico;
  • inquinamento, in cui non si considerano le emissioni di Co2 ma si includono altre emissioni di prodotti inquinanti nell’aria o nell’acqua, la gestione dei rifiuti solidi e del rumore;
  • risorse, che comprendono i permessi legati all’estrazione di un bene naturale.

Secondo le linee guida comunitarie, ci sono dei casi limite da escludere dalla classificazione della tassazione ambientale:

  • le imposte sul valore aggiunto (Iva), in quanto non riguardano esclusivamente prodotti inquinanti;
  • le tasse sulla proprietà dei terreni, dal momento che sono molto numerose e gli effetti sono molto vari e spesso non c’è un’informazione a livello di singola tassa, che renderebbe più facile la comparazione tra territori;
  • le tasse sui giacimenti, visto che l’internalizzazione dei costi ambientali avviene nel momento della combustione;
  • le tasse sull’alcol, il tabacco, le imposte sul lavoro e i redditi, per lo stesso principio per cui non è considerata l’Iva.

Il quadro legislativo europeo attuale delle imposte ambientali è definito dal regolamento Ue 691/2011 aggiornato poi con il regolamento delegato Ue 2022/125.

Dati

La tassazione ambientale viene rilevata da uno specifico sistema di contabilità che si occupa di tenere traccia sia dei movimenti di denaro che di quelli delle emissioni e delle risorse. Questi conti (definiti “satellite”) sono stati introdotti nella contabilità nazionale per permettere agli stati di prendere delle decisioni più orientate alla sostenibilità ambientale. I dati vengono raccolti su base annuale dai singoli stati membri e trasmessi a Eurostat.

Il dato comprende tutte le tipologie di imposte ambientali nell’aggregato. Le statistiche vengono raccolte a livello nazionale e comunicate a Eurostat su base annuale.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 27 Aprile 2022)

Tra il 2010 e il 2019 gli introiti totali nell'Unione europea per le imposte ambientali sono aumentate costantemente da quasi 260 miliardi fino a sfiorare i 330. Nel 2020, il valore è sceso appena sotto i 300 miliardi. In Italia, tendenzialmente, le entrate per tasse ambientali in Italia sono state in crescita fino al 2016 quando hanno quasi raggiunto i 60 miliardi per poi stabilizzarsi nei tre anni successivi. Nel 2020 si è registrato un calo degli introiti, con entrate registrate di poco più di 50 miliardi.

13,9% calo degli introiti della tassazione ambientale tra il 2019 e il 2020.

Un dato più interessante da considerare per quel che riguarda tasse e imposte è però l'incidenza degli introiti sul gettito fiscale e sul Pil dello stato considerato.

All’interno del gettito fiscale totale sono considerati, oltre le tasse e le imposte, anche i contributi sociali.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 27 Aprile 2022)

Considerando l'incidenza delle imposte ambientali sia sul gettito che sul Pil, si può trovare un andamento piuttosto stabile. Tra il 2010 e il 2020, queste entrate oscillano tra il 6% e l'8% sul totale degli introiti fiscali e attorno al 3% del prodotto interno lordo italiano.

Gli introiti maggiori per lo stato italiano derivano dalle imposte sull'energia. Nel 2020, l'80,27% delle imposte ambientali è legato al settore energetico, il 18,56% a quello dei trasporti e l'1,17% alla riduzione dell'inquinamento e allo sfruttamento delle risorse. Questo dato si è mantenuto piuttosto stabile negli ultimi dieci anni. A livello di settori invece quello che sopporta maggiormente le spese ambientali è quello domestico. Nel 2019 il 53,91% delle imposte ha gravato sulle famiglie, il 24,21% sui servizi mentre il 17,75% sull'industria.

Analisi

La tassazione ambientale è soltanto uno degli strumenti che possono essere impiegati per veicolare i consumi verso scelte più sostenibili. La valutazione della loro efficacia va considerata alla luce dell'intera strategia fiscale e alle regolamentazioni create per il contrasto ai cambiamenti climatici e la riduzione dell'utilizzo delle risorse. In Italia, questi strumenti finanziari possono essere utili anche per raggiungere anche altri obiettivi, come spiegato nel rapporto "Chi inquina paga?" dell'ufficio valutazione impatto del Senato. In particolare, possono aiutare a ridurre le tasse sul lavoro e l'evasione fiscale, oltre a fornire una base di finanziamento per innovazioni tecnologiche coerenti con gli obiettivi climatici.

È importante che a pagare i costi sia chi effettivamente inquina

Nello stesso dossier si studia anche se l'internalizzazione dei costi ambientali viene sopportata da chi effettivamente inquina e se gli introiti vengono reinvestiti in attività meno impattanti. Dalla panoramica fatta sui dati del 2013 si vede che l'industria ha i costi esterni maggiori, pari a 13,9 miliardi di euro, ma confrontando questi costi con il gettito delle imposte si evidenzia che le imprese pagano il 26% in meno rispetto alle loro esternalità negative. Al contrario, il segmento dei servizi paga il 57% in più, anche se il divario maggiore viene rilevato nell'ambito domestico.

+70% quanto pagano in più le famiglie rispetto ai loro costi esterni.

Ci sono quindi ampi margini di miglioramento nell'inclusione dell'inquinamento nei prezzi finali di beni e servizi. Questo può essere raggiunto solo attraverso un costante monitoraggio.

Il Senato inoltre propone una riforma dell'attuale sistema fiscale per aumentare le imposte su specifici inquinanti e ridurre le accise sui prodotti energetici, per poter identificare più facilmente chi effettivamente ha un impatto. Questo dovrebbe avvenire in sinergia con una progressiva riduzione delle misure di ausilio ai settori impattanti riportati nel Catalogo dei sussidi ambientalmente favorevoli e dei sussidi ambientalmente dannosi. Si consiglia inoltre la riduzione del tetto del sistema comunitario di commercio delle emissioni, un sistema in cui vengono commerciati i permessi di inquinamento fissando un numero massimo nell'aggregato che viene spartito tra le aziende attraverso delle aste. Riducendo contemporaneamente i redditi da lavoro, questa riforma dovrebbe avvenire senza incidere sulla pressione fiscale sopportata da famiglie e imprese.

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