L’imprenditoria migrante in Italia Migranti

Le imprese a titolarità straniera sono una realtà ormai strutturale nel nostro paese che ha registrato una crescita costante nonostante la pandemia. Si tratta di aziende presenti soprattutto al nord, con caratteristiche peculiari che arricchiscono il panorama imprenditoriale italiano.

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Il numero di aziende condotte da stranieri può essere un parametro utile per misurare l’integrazione lavorativa degli immigrati in Italia e la loro partecipazione nel sistema produttivo.

Secondo un recente report elaborato da Unioncamere e dal ministero del lavoro, le imprese non italiane sono una realtà strutturalmente significativa nel nostro paese. Sono caratterizzate da una certa vivacità, spesso anche superiore a quella delle aziende autoctone. Hanno mostrato flessibilità anche durante la pandemia, subendone gli effetti al pari di quelle italiane ma registrando successivamente un nuovo slancio.

Osservatorio sull’inclusione socio-economica e finanziaria delle imprese gestite da migranti

In Italia 1 azienda su 10 è guidata da stranieri

A metà del 2021 le aziende a conduzione straniera in Italia risultavano essere un elemento fortemente consolidato nel tessuto imprenditoriale italiano. Parliamo di più di 600mila imprese disseminate nel territorio.

10,5% delle imprese in Italia sono guidate da stranieri, al 30 giugno 2021.

Dagli anni ’90 ad oggi questa componente ha registrato una crescita costante – a fronte di una parallela decrescita nell’imprenditoria autoctona (-12,2% tra 2010 e 2018).

Le caratteristiche dei migranti potrebbero influire sull’alto tasso di imprenditorialità.

Secondo il rapporto “La mappa dell’imprenditoria immigrata in Italia” realizzato dal Censis e dall’università di Roma Tre nel 2018, la particolare vitalità dell’imprenditoria migrante è legata al fenomeno per cui a migrare sarebbero soprattutto i soggetti più aperti e dinamici, mediamente più propensi al rischio e dotati di una maggiore capacità di adattamento.

Anche negli ultimi anni queste realtà hanno continuato a crescere, seppure con un rallentamento. In quanto all’impatto della pandemia, non si sono differenziate da quelle autoctone.

Per imprese di stranieri si intende l’insieme delle imprese in cui la partecipazione di persone non nate in Italia risulta complessivamente superiore al 50% mediando le composizioni di quote di partecipazione e cariche attribuite. L’iscrizione è l’atto di nascita di un’azienda, con cui essa si iscrive al registro ufficiale delle imprese. La cessazione corrisponde invece alla fine della sua attività. I dati sono aggiornati al 31 dicembre 2020.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Unioncamere
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Gennaio 2022)

Nel 2020 sono nate 39.698 aziende con titolari di nazionalità non Ue, mentre 25.435 hanno cessato la loro attività, con un saldo pari a 14.263 (-618 rispetto al saldo del 2019). Rispetto all'anno precedente, quando sono state 51.293, le iscrizioni totali sono diminuite del 22,6%. Come anche le cessazioni (-30,1%), che nel 2019 erano state 36.412. Il tasso di crescita annuo è stato quindi pari al 4,6% nel 2020, con un leggero aumento rispetto al 2019 (quando è stato pari al 4,5%).

In generale, dal 2015 al 2019 la crescita delle imprese straniere è diventata via via più contenuta (passando dall'11,8% nel 2015 al 4,5% nel 2019), e solo nel 2020 ha registrato una lieve ripresa, nonostante la pandemia abbia causato un temporaneo calo della natalità (ovvero del numero di nuove iscrizioni).

Al nord e al centro incide maggiormente la presenza straniera nel settore imprenditoriale

Si tratta di una realtà diffusa in maniera disomogenea in Italia. È in particolare al nord che si trova il numero più elevato di aziende con titolari non italiani - ma questa è anche l'area della penisola con il maggior numero di stranieri residenti. In numeri assoluti, è la Lombardia la regione dove è registrato il numero più elevato di imprese straniere.

124.603 le imprese a conduzione straniera in Lombardia, nel primo semestre del 2021.

Seguono il Lazio e la Toscana, con rispettivamente 81.938 e 58.937 aziende con titolari non Ue.

Per quanto riguarda i centri urbani, evidentemente sono le città più popolose della penisola a ospitarne il maggior numero. Al primo posto tra queste Roma, seguita da Milano, Torino, Caserta e Prato. A Roma, in particolare, sono registrate più di 45mila imprese non italiane, di cui quasi la metà nel settore del commercio al dettaglio.

Per imprese di stranieri si intende l’insieme delle imprese in cui la partecipazione di persone non nate in Italia risulta complessivamente superiore al 50% mediando le composizioni di quote di partecipazione e cariche attribuite. I dati sono aggiornati al 30 giugno 2021.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Unioncamere
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Gennaio 2022)

La prima regione italiana per incidenza delle aziende straniere è la Toscana (14,4%), seguita dalla Liguria (14,3%) e dalla Lombardia (13%). Mentre il dato più basso si registra in Basilicata (3,9%), seguita da Puglia (5,4%), Sicilia e Valle d'Aosta (entrambe con 6,1%).

In generale, sono le regioni del centro e del nord a ospitare il numero più elevato di ditte straniere, sia in numeri assoluti che come quota rispetto al totale. Si tratta anche dell'area con più imprese in generale, italiane e non. Fanno eccezione in questo senso le due regioni settentrionali della Valle d’Aosta e delle due province autonome di Trento e Bolzano, considerate da Unioncamere come Trentino Alto Adige.

Per imprese di stranieri si intende l’insieme delle imprese in cui la partecipazione di persone non nate in Italia risulta complessivamente superiore al 50% mediando le composizioni di quote di partecipazione e cariche attribuite. I dati sono aggiornati al 30 giugno 2021.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Unioncamere
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Gennaio 2022)

A livello locale, la prima provincia per imprenditorialità non Ue è Prato (30,6%), in maniera particolare per il settore manifatturiero (nel quale il 54,8% delle aziende è a conduzione extra-europea), del commercio all’ingrosso e al dettaglio (27,8%) e dei servizi di alloggio e ristorazione (23,3%). La maggiore componente, in questa provincia, è di nazionalità cinese. Si tratta di un territorio, infatti, dov’è storicamente presente una folta comunità di persone provenienti dal paese asiatico.

A Prato l'imprenditoria straniera incide più della presenza in generale.

Si tratta di un'incidenza forte non solo rispetto al totale delle aziende ma anche considerando la presenza straniera di questa provincia. Secondo il rapporto di Unioncamere infatti a Prato il peso delle imprese a titolarità migrante sul totale supera di 15,8 punti percentuali il peso che ha la popolazione straniera sulla popolazione residente complessiva. Questo vuol dire che la presenza di per sé significativa di imprese straniere non può essere ridotta all'incidenza degli stranieri sulla popolazione totale, perché la percentuale di aziende non italiane è maggiore rispetto alla percentuale di residenti che non hanno la cittadinanza italiana. A Napoli si osserva un fenomeno simile, con un eccesso pari a 11,6 punti percentuali.

Le caratteristiche dell'imprenditoria migrante

Secondo i dati raccolti sia da Unioncamere che da Censis, l'imprenditoria straniera ha delle caratteristiche peculiari che la differenziano da quella italiana e possono arricchirla.

Da una parte, le aziende straniere hanno un impatto significativo sul territorio in cui sorgono perché spesso occupano gli spazi lasciati dagli imprenditori autoctoni. Hanno inoltre dei punti di forza, legati al bagaglio culturale di chi le gestisce, che ne favorisce la competitività e l'internazionalizzazione rispetto alle imprese italiane. Si tratta poi spesso di imprese dotate di grande flessibilità, anche per il frequente ricorso a risorse umane a livello familiare, a manodopera immigrata spesso sottopagata e talvolta a pratiche informali o al lavoro irregolare.

Dall'altra parte, la scarsa conoscenza dell'impianto normativo italiano e spesso anche la scarsa padronanza linguistica e mancanza di socializzazione con il tessuto sociale autoctono creano inevitabilmente delle debolezze. Come anche la scarsa capitalizzazione e il basso accesso al credito.

 

Foto: Rio Lecatompessy - licenza

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