Le difficoltà di carriera per le donne nella magistratura Disparità di genere

In Italia le donne nella magistratura sono più degli uomini ma non negli incarichi di rilievo. Nell’organo di autogoverno, il Consiglio superiore della magistratura, la rappresentanza femminile è gravemente limitata.

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Le donne entrano in magistratura per la prima volta nel 1963, in seguito all’abrogazione della legge 1176 del 1919, che le escludeva da tutti gli uffici pubblici che implicavano poteri giurisdizionali, l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che riguardavano la difesa militare dello stato.

Art. 1. La donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti dalla legge.

Un traguardo raggiunto con grave ritardo, ma che ha permesso nel corso degli anni a un numero sempre maggiore di donne di accedere alla carriera di magistrato, fino a superare in quantità gli uomini.

Tuttavia, come succede in vari settori, anche nella magistratura le donne sono meno presenti nelle posizioni decisive. Dagli incarichi direttivi fino ai membri del Consiglio superiore della magistratura, il numero di uomini è ampiamente superiore.

A prescindere dalla formazione e dalla carriera, arrivare a occupare ruoli di potere decisionale e di leadership è ancora appannaggio degli uomini. Vai a "Che cosa si intende per disparità di genere"

Le donne in magistratura

Oggi le donne superano gli uomini per numero di magistrati. Nel 2020 sono 5.308 su un totale di 9.787 (54%), mentre gli uomini 4.479 (46%). Un dato rilevante e in controtendenza rispetto ad altri ambiti lavorativi, economici e politici dove le donne sono largamente sotto rappresentate.

Nel caso della magistratura però, la disparità di genere non emerge tanto dalla presenza complessiva delle donne, quanto dalla loro esclusione dalle posizioni di rilievo.

Una prima distinzione utile da analizzare è quella tra incarichi direttivi, semidirettivi e ordinari. I primi corrispondono ai dirigenti di uffici giudiziari, dal presidente di tribunale ordinario fino al primo presidente della Corte di cassazione. Mentre i secondi hanno una funzione di direzione e organizzazione intermedia rispetto ai dirigenti. Comprendono ad esempio gli avvocati generali presso la Corte di appello e i procuratori nazionali antiterrorismo. Entrambe le tipologie si distinguono dagli incarichi ordinari per un maggior potere decisionale.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ufficio Statistico del Consiglio Superiore della Magistratura
(ultimo aggiornamento: sabato 29 Febbraio 2020)

Dai dati è evidente che, se le donne sono sovrarappresentate tra i magistrati ordinari (56,7%), la loro presenza diminuisce man mano che si considerano incarichi di maggiore rilevanza, dai semidirettivi ai direttivi.

42,8 punti di divario tra uomini e donne magistrati con incarichi direttivi.

Uno squilibrio riscontrabile anche osservando la differenza tra uffici di competenza locale e nazionale. Tra i primi, in tutte le ripartizioni geografiche da nord a sud, ci sono più donne che uomini tra i magistrati. Al contrario tra i secondi, che comprendono uffici come la Corte di cassazione e la Procura nazionale antimafia, sono gli uomini a prevalere.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ufficio Statistico del Consiglio Superiore della Magistratura
(ultimo aggiornamento: sabato 29 Febbraio 2020)

Il divario di genere nel Csm

Stabilire tutti i ruoli e gli incarichi dei magistrati è compito del Consiglio superiore della magistratura (Csm), l'organo di autogoverno della magistratura italiana.

Il Csm garantisce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura da ogni altro potere. Vai a "Che cos’è il Csm, consiglio superiore della magistratura"

Il collegio è composto da 27 membri, dei quali 24 sono eletti, come stabilito dalla legge n. 44 del 2002 e 3 sono di diritto. Tra i primi, 16 vengono detti membri "togati", magistrati che vengono votati da tutti i magistrati ordinari. Gli altri 8 sono i membri "laici", eletti dal parlamento tra professori universitari in materie giuridiche e avvocati che esercitano la professione da almeno quindici anni. I membri di diritto sono invece il Presidente della Repubblica, che presiede il Csm, il Primo Presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore Generale della stessa Corte.

Nessuna donna è mai stata membro di diritto del Csm.

Come abbiamo visto prima, le donne sono ampiamente presenti nel mondo della magistratura ma carenti nelle posizioni di rilievo, come gli incarichi direttivi o gli uffici con giurisdizione nazionale. Un paradosso che evidenzia le forti difficoltà per le donne ad accedere a posizioni di potere decisionale e che trova conferma nella composizione dell'organo esecutivo della magistratura.

A partire dal comitato di presidenza, l'organo composto dai membri di diritto e dal vicepresidente, che si occupa dell'organizzazione e del funzionamento del collegio. Il vicepresidente, in particolare, ha un ruolo di grande rilevanza all'interno del Csm, in quanto svolge tutti i compiti connessi alla presidenza, che sono attribuiti al Presidente della repubblica solo a livello formale. Nessuna donna ha mai ricoperto questo incarico, né è stata membro di diritto e quindi del comitato di presidenza.

Tra i membri eletti, invece, le donne sono presenti anche se in misura molto limitata.

1 su 4 le donne tra i membri eletti nell'attuale composizione del Csm.

Un divario ampio, che tuttavia paradossalmente rappresenta un risultato positivo, se confrontato con le consiliature precedenti.

Il totale dei membri può risultare diverso da 24 perché sono compresi nel calcolo anche gli incarichi che si sono conclusi prima della fine della consiliatura o, nel caso delle consiliature antecedenti al 2002, perchè non era ancora stato stabilito il numero fisso di 24 membri eletti. Abbiamo analizzato le consiliature a partire dal 1963, anno in cui le donne sono entrate nella magistratura.

FONTE: Dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 3 Giugno 2020)

Le donne entrano a far parte del collegio per la prima volta nel 1981. Da lì tuttavia non segue l'avvio di un trend positivo di crescita e la rappresentanza femminile resta molto ristretta nel corso degli anni.

28 il numero complessivo di donne elette nel Csm, dal 1963 a oggi.

La disparità di genere tra i membri eletti del Csm riguarda sia i "togati" che i "laici", in misura solo lievemente diversa. Se si considerano tutte le consiliature dal 1963 a oggi, le donne elette dal parlamento come membri del Consiglio superiore della magistratura sono state complessivamente solo 10, mentre quelle elette dai magistrati 18.

I 16 membri “togati” del Csm sono eletti dai magistrati ordinari, appartenenti a tutte le componenti della magistratura. Gli 8 membri “laici” sono eletti dal parlamento tra professori universitari in materie giuridiche e avvocati che esercitano la professione da almeno quindici anni. Mancano i dati relativi alle consiliature precedenti al 1990 e in quella 1990-94 non c’erano donne tra i membri.

FONTE: Dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 3 Giugno 2020)

Considerando le quote di donne tra i togati e tra i laici in ogni consiliatura, quello che emerge è un alternarsi piuttosto equilibrato tra la maggior presenza femminile nell'una o nell'altra componente. Da sottolineare che si tratta in ogni caso di percentuali molto basse rispetto alla presenza maschile, sia tra i togati che tra i laici.

Per quanto riguarda la consiliatura in corso, è interessante notare che tutte e 6 le donne presenti sono state elette dai magistrati e che la quota di donne tra i togati è la più alta dal 1994 a oggi (28,6%).

Nessuna delle donne attualmente membri del Csm è stata eletta dal parlamento.

Osservando il percorso di carriera precedente all'entrata nel Csm, sono 3 le donne che hanno avuto incarichi politici.

Tra queste Maria Elisabetta Alberti Casellati, l'attuale presidente del senato, incarico che ricopre dal 2018 dopo essere uscita dal Csm prima della fine della consiliatura 2014-2018. L'avvocato era inoltre già stata senatrice di Forza Italia durante diverse legislature prima di entrare nel collegio.

Anche la giurista Paola Balducci è stata parlamentare, deputata per i Verdi dal 2006 al 2008, prima di essere eletta come membro laico nella consiliatura 2014-2018. Più indietro nel tempo, l'avvocato Graziella Tossi Brutti, senatrice del partito comunista/Pds per due legislature prima di entrare nel Csm.

Ci sono stati anche due casi di donne tra i membri laici che hanno ricoperto incarichi politici dopo essere state nel Consiglio superiore della magistratura.

È il caso di Ombretta Fumagalli Carulli, professore e prima donna eletta dal parlamento come membro laico, insieme a Cecilia Assanti, nella consiliatura 1981-1986. È stata in seguito deputata e senatrice della Dc/Ccd e sottosegretaria del ministero dell'interno e di quello della salute. Il magistrato Fernanda Contri, invece, è stata ministro per gli affari sociali dal 1993 al 1994 nel governo Ciampi, dopo essere stata membro della consiliatura 1986-90.

Complessivamente possiamo dire che il parlamento negli anni si è dimostrato ancora più restio della magistratura a eleggere donne nel Csm. Una tendenza che, fatta eccezione per i casi appena descritti, non sembra fare particolari distinzioni tra donne che hanno o non hanno avuto incarichi o legami politici.

L'importanza di un riequilibrio di genere

Quello che emerge dall'analisi della presenza di donne nella magistratura è un paradosso. Da un lato ci sono più donne che uomini magistrati, ma dall'altro le posizioni di potere, dai presidenti di tribunale fino al Csm, sono appannaggio maschile.

Su questo punto è importante sottolineare che se per diventare magistrato è necessario superare un concorso pubblico, per sviluppare la propria carriera entrano in gioco dinamiche che vanno anche al di là del merito. La rete di relazioni ha infatti un ruolo fondamentale nell'ascesa professionale di un magistrato ed è determinante nelle scelte del Csm su nomine e incarichi.

Questa componente di discrezionalità potrebbe contribuire a ostacolare la presenza di donne nelle posizioni di potere decisionale. Una criticità che è stata spesso sottolineata dall'Associazione donne magistrato italiane (Admi). Da ultimo, con una lettera del 30 maggio 2020 al presidente della repubblica, in cui si sottolinea l'urgenza e l'importanza di attuare un riequilibrio di genere nel Consiglio superiore della magistratura. In questi tempi in cui si discute di una possibile riforma del sistema elettorale del Csm, l'associazione invita a introdurre misure che garantiscano una rappresentanza di genere adeguata all'attualità.

Proposte in questa direzione erano già state concretizzate, con il sostegno dell'Admi, nel disegno di legge n. 4512 del 2017, che tuttavia non è stato ancora approvato. L'atto propone principalmente l'introduzione, nel sistema di elezione dei componenti togati del Csm, del meccanismo della doppia preferenza di genere. Lo scopo è quello di promuovere pari opportunità tra donne e uomini, al fine di conseguire una composizione equilibrata, intesa come almeno il 40% di rappresentanza femminile.

 

Foto credit: Facebook - Associazione Nazionale Magistrati

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