Che cos’è il Csm, consiglio superiore della magistratura

È l’organo di governo della magistratura in Italia. La sua funzione è quella di regolare assunzioni, promozioni, trasferimenti e gli aspetti disciplinari relativi ai magistrati.

Definizione

Il consiglio superiore della magistratura (Csm) è l’organo di governo della magistratura in Italia. Il ruolo di questo organo è decisivo nel funzionamento della giustizia. Il Csm gestisce infatti tutto ciò che riguarda i percorsi di carriera di giudici e pm: i concorsi per l’immissione in ruolo, le procedure di assegnazione e trasferimento, gli avanzamenti di carriera, la cessazione del servizio e gli aspetti disciplinari relativi ai magistrati.

La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere

Pur essendo un organo riconosciuto dalla costituzione al fine di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, il Csm è stato disciplinato nel dettaglio soltanto dalla legge 195 del 1958 (10 anni dopo l’entrata in vigore della carta repubblicana), poi modificata più volte nel tempo.

La legge attualmente in vigore, la numero 44 del 2002, prevede che il consiglio sia composto da 27 membri. Come stabilito dalla costituzione, il Csm è presieduto dal presidente della repubblica che ne è membro di diritto, così come il primo presidente e il procuratore generale della corte di cassazione.

Nella gestione quotidiana dell’organo, per prassi, il ruolo del presidente è però sostanzialmente formale e volto a garantire l’indipendenza dell’organo da eventuali ingerenze esterne. Perciò, ai fini dell’attività ordinaria, riveste una grande importanza il vicepresidente che viene eletto tra i membri laici del consiglio (ovvero quelli scelti dal parlamento e non dai magistrati). L’attuale vicepresidente è David Ermini, ex parlamentare del Partito democratico.

Il Csm ha funzioni essenzialmente amministrative. Non è un’organizzazione di categoria o un ordine professionale.

Oltre ai tre membri di diritto, è la costituzione a stabilire che gli altri siano eletti per 2/3 da tutti i magistrati italiani (i membri togati) e per 1/3 dal parlamento in seduta comune tra docenti universitari in discipline giuridiche e avvocati con almeno 15 anni di esercizio (i cosiddetti membri laici). I membri elettivi del Csm restano in carica 4 anni e non sono immediatamente rieleggibili, non possono essere iscritti a ordini professionali fintanto che rimangono in carica né far parte del parlamento o di un consiglio regionale.

I lavori all’interno del Csm vengono affidati a delle commissioni, di cui fanno parte sia consiglieri laici che togati, e suddivise per argomento. Tali commissioni sono 10, a cui si aggiunge la sezione disciplinare per i magistrati ordinari e quella per la verifica dei titoli. Ciascuna commissione può presentare una o più proposte al plenum dell’assemblea a cui spetta l’approvazione definitiva.

8 i membri laici del Csm scelti dal parlamento in seduta comune.

Fin dagli anni sessanta, all’interno della magistratura sono attive le cosiddette “correnti“, associazioni rappresentative di diverso orientamento politico che, pur non essendo espressamente previste dalla costituzione, sono sempre state riconosciute. Tanto che alcune leggi (ad esempio la 695/1975) ne favorivano un ruolo attivo nella scelta dei magistrati da eleggere al Csm.

Dati

Anche se la proporzione tra membri togati e laici è stabilita dalla costituzione (2/3 e 1/3), il numero di membri è stabilito con legge, e può cambiare nel tempo. Attualmente, in base alla legge 44 del 2002, l’assemblea è costituita da 27 membri. Di questi, 3 ne fanno parte di diritto (il presidente della repubblica, il primo presidente e il procuratore generale presso la corte di cassazione), 16 sono eletti dai magistrati tra i propri colleghi e 8 dal parlamento in seduta comune tra docenti universitari e avvocati con almeno 15 anni di esercizio.

FONTE: elaborazione openpolis in base alla legge 44/2002
(ultimo aggiornamento: mercoledì 3 Giugno 2020)

Dal 1958 ad oggi, tre distinte leggi hanno disciplinato la composizione del consiglio superiore della magistratura. Dal 1958 al 1974 i membri del Csm erano 24, di cui 3 di diritto, 14 eletti dai magistrati e 7 eletti dal parlamento in seduta comune. Dal 1975 al 2002, il numero di consiglieri è stato aumentato a 33: oltre ai 3 di diritto, 20 togati e 10 laici. Dopo l’ultima riforma del 2002, il numero dei membri è sceso a 27.

FONTE: elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 3 Giugno 2020)

Nel corso del tempo, nonostante sia variato il numero dei membri, è rimasto costante il rapporto stabilito dal dettato costituzionale. Sono eletti dai magistrati 2/3 dei componenti, mentre 1/3 sono eletti dal parlamento.

La costituzione prevede all'articolo 104 che, all'interno dell'assemblea del Csm, il vicepresidente venga eletto tra i membri laici. Questo ha un ruolo chiave data la funzione prevalentemente formale del Quirinale nella gestione ordinaria dell'organo. Dal 1959 ci sono stati 19 vicepresidenti.

Tutti i vicepresidenti del Csm

AnnoNome
1959-1963Michele De Pietro
1963-1967Ercole Rocchetti
1967-1968Adolfo Salminci
1968-1972Alfredo Amatucci
1972-1976Giacinto Bosco
1976-1980Vittorio Bachelet
1980-1981Ugo Zilletti
1981-1981Giovanni Conso
1981-1986Giancarlo De Carolis
1986-1990Cesare Mirabelli
1990-1994Giovanni Galloni
1994-1996Piero Alberto Capotosti
1996-1998Carlo Federico Grosso
1998-2002Giovanni Verde
2002-2006Virginio Rognoni
2006-2010Nicola Mancino
2010-2014Michele Vietti
2014-2018Giovanni Legnini
2018-in caricaDavid Ermini

Analisi

Pur essendone il massimo organo amministrativo, il Csm non è ritenuto dalla dottrina il vertice della magistratura in senso stretto. Questo perché non è composto esclusivamente da giudici. Inoltre, secondo la costituzione, ogni giudice è soggetto soltanto alla legge ed esercita autonomamente il potere giudiziario (articoli 101 e 107).

Il Csm era già previsto nell'Italia "pre-repubblicana" ma dipendeva dal governo ed aveva compiti essenzialmente consultivi.

Proprio perché ogni giudice deve rispondere del proprio operato esclusivamente in termini di legge e non di fronte al governo, lo stesso costituente ha voluto attribuire un maggiore potere ed autonomia all'organo di governo della magistratura rispetto al passato. Allo stesso tempo però, si è voluto evitare che il Csm divenisse un organo autoreferenziale estraneo alle logiche del controllo democratico. Per questo motivo, la costituzione del 1948 prevede che una parte dei consiglieri non siano magistrati e che siano eletti dal parlamento, al fine di "bilanciare" il potere giudiziario.

11 su 19 i vicepresidenti del Csm che avevano incarichi politici a livello nazionale prima dell'elezione.

Il problema è che il rapporto tra politica e magistratura, negli anni, ha portato a delle degenerazioni. L'aspetto più controverso riguarda il ruolo delle correnti, valorizzato nella riforma del 1975 (che prevedeva l'introduzione delle liste) per garantire una rappresentanza anche alle voci minoritarie all'interno della magistratura, e da molti osservatori indicato come progressivamente degenerato unicamente in un sistema per fare carriera all'interno della magistratura.

L’aumento dei componenti e la contestuale riforma elettorale consentì la partecipazione alle elezioni e la rappresentanza in Consiglio di componenti provenienti dalle correnti interne alla magistratura, ivi incluse quelle di minore entità, con valorizzazione del pluralismo associativo e, nello stesso tempo, una più allargata presenza di esponenti politici anche dell’opposizione parlamentare

Se da una parte il principio era volto a garantire rappresentanza ai diversi - e legittimi - punti di vista sulla giustizia all'interno della magistratura, rappresenta una degenerazione se le correnti diventano la modalità esclusiva per cui un magistrato può progredire nella suo percorso professionale. Questo tema è alla base delle proposte di riforma che ciclicamente tornano al centro del dibattito pubblico: dalla sua soluzione passa la credibilità dell'organo (e dell'intero sistema giudiziario) verso i cittadini.

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