La risposta di Facebook e la sfida per il nuovo parlamento Propaganda social

Dopo il caso Cambridge Analytica Facebook ha introdotto una serie novità. Tra queste, più informazioni sull’origine e finanziamento della propaganda politica. In Italia ancora zero regole.

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Sono state settimane molto calde per Facebook.

Lo scandalo privacy che ha coinvolto il social di Palo Alto ha fortemente messo sotto l’occhio del ciclone il fondatore Mark Zuckerberg, che proprio la scorsa settimana è andato in audizione al Congresso Usa. Eventi che hanno portato una nuova regolamentazione per gli utenti Facebook, novità che hanno anche riguardato le sponsorizzazioni social di partiti e politici.

Durante la campagna elettorale delle recenti elezioni del 4 marzo abbiamo dedicato molto spazio alla propaganda social. Un percorso che ci ha permesso di sottolineare il tanto lavoro ancora da fare per rendere questo ambito realmente trasparente. I punti critici individuati erano tanti, ma le nostre richieste erano dirette principalmente alle grandi aziende web coinvolte (Facebook e Google su tutte) e al nostro parlamento.

Le novità di Facebook per la propaganda politica

Quanto annunciato da Mark Zuckerberg in questi giorni va esattamente nella direzione auspicata, ma rientra in un programma di apertura già previsto e annunciato a ottobre del 2017. Dal prossimo mese, e inizialmente solo negli Stati Uniti, le novità saranno le seguenti:

  • Solo inserzionisti autenticati potranno postare pubblicità elettorale su Facebook e Instagram. Non solo, questo obbligo verrà allargato anche alle cosiddette “issue ads” cioè post che riguardano tematiche politiche spesso discusse online. In aggiunta, su ognuno di questi contenuti ci sarà l’etichetta “pubblicità politica”, con l’annessa informazione di chi ha pagato per la sponsorizzazione;
  • Verrà creato un archivio navigabile dei post politici sponsorizzati, con tutte le informazioni di targetizzazione selezionate dall’inserzionista: quanto è stato speso e che variabili demografiche sono state individuate;
  • Anche le pagine fan con tanti follower dovranno essere autenticate, con l’obiettivo di limitare il più possibile la diffusione di account falsi.

Tutti ottimi spunti, che in un certo senso confermano la bontà di alcuni elementi già introdotti grazie alla nostra campagna Pac (Political Ad Collector), strumento monitoraggio civico lanciato in Italia con la collaborazione di ProPublica. Non a caso nell’archivio che abbiamo reso pubblico con i post politici sponsorizzati (raccolti grazie al contributo degli utenti), sono esposte tutte le informazioni di targeting selezionate da politici e partiti: città, età, attività e interessi.

Auspicando che le novità introdotte da Facebook arrivino presto in Italia, è evidente che gli attori coinvolti da questo processo siano due. Oltre ai colossi del web infatti, è necessario anche un intervento del nostro parlamento.

Cosa deve fare ora il nostro parlamento

Come abbiamo più volte avuto modo di ricordare, la normativa nel nostro paese è ancora molto indietro. Sia la legge 515 del 1993, che riguarda lo svolgimento delle campagne elettorali, che la 212 del 1956, che regola la propaganda elettorale lasciano molte zone d’ombra su quale debba essere il comportamento di politici e partiti su internet. Proprio per questo motivo, l’Agcom prima delle elezioni del 4 marzo aveva pubblicato le sue linee guida, ma è chiaro che molto ancora deve essere fatto.

Al nuovo parlamento chiediamo una legge che regolamenti l’utilizzo dei social da parte dei politici in campagna elettorale.

La XVIII legislatura può essere l’occasione per colmare finalmente il gap normativo in materia. Una necessità resa sempre più evidente dal crescente ruolo dei social e di internet nelle dinamiche politico-elettorali del nostro paese. Il nostro è un invito a tutte le forze politiche in campo a presentare una proposta di legge per estendere le già esistenti regole in vigore per i tradizionali mezzi di stampa e comunicazione, anche a internet. Dall’espandere il silenzio elettorale alle dichiarazione rese sui social, a includere anche il budget allocato alle sponsorizzazioni social nel rendiconto delle spese elettorali che deputati e senatori devono consegnare agli uffici di camera e senato.

Piccole modifiche, che però sottolineano un chiaro problema: se c’è una mancanza di trasparenza da parte di alcuni attori nei servizi pubblicitari che offrono ai politici, è anche perché il legislatore in questi anni non è mai intervenuto per regolamentare il campo.

 

Foto credit: Lorie ShaullLicenza

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