Il parlamento lavorerà la prima di agosto “ove necessario” Pausa estiva

Il calendario è fissato fino al 3 agosto. Dal 6 al 10 entrambi i rami rimarranno aperti “ove necessario”. In discussione solo provvedimenti del governo.

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A fine giugno avevamo lanciato il nostro appello per tenere aperto il parlamento ad agosto. Con una legislatura partita a rilento, a causa della prolungata mancanza di un governo, immaginare entrambi i rami del parlamento chiusi per buona parte di agosto sarebbe stato un problema.

In queste settimane gli uffici di presidenza di camera e senato hanno ufficializzato il calendario dei lavori da qui alla pausa estiva.

Fino a quando è convocata l’aula

Il calendario prefissato sia alla camera che al senato prevede un ordine dei lavori stabilito fino a venerdì 3 agosto.

Sul tavolo del parlamento ci sono principalmente le tante conversione in legge dei decreti presentati dal governo Conte: il decreto per il tribunale di Bari, quello per la fatturazione elettronica dei benzinai, per la cessione di unità navali alla Libia, il decreto dignità e quello per il riordino dei ministeri.

In aggiunta dal 30 luglio poi è prevista al senato la discussione di 3 disegni di legge e 2 documenti per l’istituzione di commissioni d’inchiesta: antimafia, eco reati, sulla comunità “il Forteto”, sul terremoto dell’Aquila e sul femminicidio. Alla camera invece, che punta ad approvare il decreto dignità prima della pausa estiva, dal 30 luglio in poi verranno affrontati, ove trasmessi in tempo, i vari decreti legge pendenti al senato e che necessiteranno dell’approvazione di Montecitorio.

Se il parlamento chiudesse realmente il 10 agosto, sarebbe più o meno in linea con quanto avvenuto nella scorsa legislatura.

Entrambi i rami poi hanno tenuta aperta la finestra che va dal 6 al 10 agosto per affrontare eventuali ulteriori questioni ove necessario. Una chiusura che sarebbe quindi potenzialmente in linea con i dati della scorsa legislatura, visto che il parlamento si era riunito fino al 9 agosto nel 2013, fino al 7 agosto nel 2014, fino al 5 agosto nel 2015 e nel 2016. L’anno scorso invece i lavori si sono interrotti il 2 agosto, con una pausa estiva record di 39 giorni.

Cosa rimane da capire

A questo punto le variabili ancora da capire sono 3.

La prima riguarda la reale chiusura dell’aula, elemento che monitoreremo per vedere se la data del 10 agosto da ipotetica diventa reale. La seconda variabile, e forse quella più importante, pone l’attenzione invece sulla riapertura a settembre del parlamento. Se la chiusura sembra essere più o meno in linea con quanto avvenuto negli anni passati, ci auguriamo che qualcosa cambi per la riapertura. Nella scorsa legislatura l’aula del parlamento ha sempre aperto in pianta stabile intorno al 10 settembre, con incontri spot durante la prima settimana del mese. Suggeriamo quindi una riapertura dell’aula lunedì 3 settembre, per dare un forte segnale in controtendenza con quanto avvenuto fino ad ora.

La chiusura è in linea con gli anni passati, ora rimane da vedere quando riaprirà l’aula.

La terza variabile invece riguarda le commissioni permanenti, vero cuore propulsivo dell’attività legislativa del parlamento. Se da un lato l’aula è il metodo più efficace per misurare l’impatto della pausa estiva sul parlamento nel suo complesso, dall’altro è anche vero che le commissioni tendono a chiudere dopo e riaprire prima rispetto. Proprio per questo motivo anche qui sarà da capire quale sarà l’impatto della pausa estiva.

Dov’è finita la centralità del parlamento

Conteggi e segnali a parte, il punto sembra essere un altro. Giorno più o giorno meno cambia poco se l’unica cosa che continua a fare il parlamento italiano è convertire in legge i provvedimenti del governo. Un problema che avevamo già denunciato durante la scorsa legislatura, e che sembra continuare anche nell’attuale. L’abuso dei decreti legge, utilizzati fin troppo spesso per implementare l’agenda di governo, sta monopolizzando l’attività di camera e senato. Alcuni dei provvedimenti in discussione, in particolare il decreto dignità, sembrano non rientrare nella definizione standard di decreto legge, in quanto non omogenei e non urgenti.

I decreti del governo continuano a monopolizzare l’agenda dei lavori del parlamento.

Il discorso quindi è più di sistema, se da un lato c’è bisogno di un segnale di cambiamento da parte di camera e senato, dall’altro c’è la necessità che il governi torni a dare il suo spazio al parlamento, riportandolo al centro della produzione legislativa, e non occupando tutto il suo tempo con la conversione di decreti.

 

Foto credit – Twitter ufficiale Senato della repubblica

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