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Non si parla abbastanza di quanto è cresciuta la povertà minorile

Nel senso comune, è diffusa la consapevolezza di quanto sia aumentato il numero di poveri in Italia nel corso dell’ultimo decennio. Una consapevolezza che trova riscontro nelle statistiche rilasciate annualmente da Istat. Il numero di poveri assoluti, persone che non possono permettersi le spese minime per uno standard di vita decente, è più che raddoppiato nell’arco di un decennio. Nel 2005 il numero di persone in povertà assoluta era poco inferiore ai 2 milioni. Nei dodici anni successivi è cresciuto fino a raggiungere la quota di 5 milioni di persone.

È molto meno diffusa invece la cognizione di quanto l'aumento della povertà abbia colpito soprattutto i bambini e gli adolescenti. Sono proprio i minori di 18 anni la fascia d'età dove l'incidenza della povertà assoluta è maggiore.

1,2 milioni i bambini e gli adolescenti in povertà assoluta oggi in Italia.

Nel 2005 era assolutamente povero il 3,9% dei minori di 18 anni. Un decennio dopo la percentuale di bambini e adolescenti in povertà è triplicata, e attualmente supera il 12%. Questa crescita esponenziale ha allargato il divario tra le generazioni. Nell'Italia di oggi più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in povertà assoluta.

Non era così prima della crisi. Alle soglie degli anni '10, il livello di povertà - oltre a essere più basso - non variava così tanto tra le diverse fasce d'età. La povertà assoluta colpiva circa il 4% della popolazione, quasi a prescindere dalla data di nascita. In questo contesto, i più in difficoltà erano gli over 65.

Sono i minori ad aver pagato di più la crisi.

Oggi sono i bambini e gli adolescenti i più poveri, seguiti dai giovani adulti, la fascia d'età compresa tra i 18 e i 34 anni. L'Italia ha quindi un enorme problema con la povertà minorile e giovanile da affrontare. E non riguarda solo la condizione economica attuale. Riguarda soprattutto la possibilità di migliorarla nel futuro. La possibilità, anche per chi nasce in una famiglia povera, di avere a disposizione gli strumenti per sottrarsi da adulto alla marginalità sociale.

Come fare se l'ascensore sociale è bloccato?

In Italia, a un bambino che nasce in una famiglia a basso reddito potrebbero servire 5 generazioni per raggiungere il reddito medio. È la stima di Ocse, basata sulla variazione tra i redditi dei genitori e quelli dei figli.

Pur trattandosi di una stima puramente indicativa, segnala un altro aspetto grave della povertà minorile: la sua tendenza all'ereditarietà. Sebbene non si tratti una caratteristica esclusiva del nostro paese, la letteratura in materia ha evidenziato, anche nel confronto internazionale, la "scarsa mobilità della società italiana" (Cannari e D'Alessio, 2018).

Misure di “unfair inequality” collocano l’Italia tra i paesi in cui la distribuzione del reddito si discosta maggiormente da quella che risponde a criteri di uguaglianza di opportunità e di libertà dalla povertà (Hufe et al., 2018).

Il risvolto del problema è soprattutto educativo. Le famiglie più povere sono generalmente quelle con minore scolarizzazione. L'incidenza della povertà assoluta è infatti doppia nei nuclei familiari dove la persona di riferimento non ha il diploma.

Rispetto a tale tendenza, la specificità italiana è che i figli tendono a mantenere lo stesso livello di istruzione dei genitori più spesso della media Ocse.

2/3 dei bambini con i genitori senza diploma restano con lo stesso livello d’istruzione, rispetto a una media Ocse del 42%

Professione e titolo di studio dei genitori, come sottolineato anche in un recente paper (Cannari e D'Alessio, 2018), sono fattori che incidono notevolmente nella selezione da parte degli studenti del proprio percorso scolastico. Sono correlati all'abbandono precoce degli studi e contribuiscono a segmentare la popolazione studentesca in base alla classe sociale d'origine.

Un aspetto che contribuisce significativamente alla persistenza delle condizioni sociali ed economiche dei figli rispetto a quelle dei padri è l’istruzione (...). Nonostante il ruolo rilevante svolto dall’istruzione pubblica in Italia, la persistenza intergenerazionale nei livelli di istruzione continua ad essere elevata

Mantenere parte di una generazione in povertà educativa significa minare i presupposti di qualsiasi sviluppo economico futuro.

La dinamica innescata da questi fenomeni è pericolosa, perché tende a riprodurre le disuguaglianze e a inibire la mobilità intergenerazionale. Come in un circolo vizioso, chi nasce in una famiglia in difficoltà economica avrà a disposizione meno strumenti per riscattarsi in futuro da una condizione di marginalità sociale. Sarà più propenso ad abbandonare la scuola prima del tempo, e da adulto avrà più difficoltà a trovare un lavoro stabile. Non si tratta solo un problema di gratificazione personale, ma anche sociale ed economico: si troverà con maggiore probabilità in disoccupazione, dipenderà più della media dai programmi di assistenza. E a sua volta, potrà offrire meno opportunità ai suoi figli, perpetuando questo circolo vizioso.

Anche per queste ragioni la crescita della povertà minorile pone una grande ipoteca sul futuro dell'intero paese.

Investire nell'educazione per contrastare la povertà

L'efficacia del contrasto alla povertà non si può misurare solo in termini monetari. Come ha ricordato la Banca Mondiale nel rapporto "Poverty and shared prosperity 2018", la povertà presenta aspetti che coinvolgono tante dimensioni, e di cui è difficile dare conto solo con le metriche reddituali.

È prioritario garantire a tutti l'accesso a un'educazione di qualità, dall'asilo fino ai gradi più alti di istruzione.

Una discriminante fondamentale è l'accesso ai servizi essenziali e la loro qualità. Ciò è ancora più vero per i bambini e gli adolescenti. A parità di reddito della famiglia, fa una differenza enorme poter disporre di una buona rete di servizi pubblici sul territorio. Contrastare la povertà nella fascia più giovane della popolazione significa offrire concretamente a tutti i bambini e gli adolescenti, a prescindere dal reddito dei genitori, uguali opportunità educative.

Perciò è ineludibile un forte investimento sull'educazione, intesa in senso lato, dalla scuola ai servizi rivolti ai minori. Vanno in questa direzione anche le raccomandazioni del rapporto Ocse 2018 sulla mobilità sociale, che per l'Italia indica come priorità garantire l'accesso all'educazione di qualità, dall'asilo all'istruzione terziaria, ai bambini e ai giovani svantaggiati.

Purtroppo il nostro paese tende a investire meno della media europea in istruzione. In rapporto al prodotto interno lordo, l'Italia spende il 3,9% del pil in istruzione, contro una media Ue del 4,7%. Un dato inferiore rispetto ai maggiori paesi Ue come Francia (5,4%), Regno Unito (4,7%), Germania (4,2%).

E con la crisi economica sembra aver disinvestito su questo settore. Tra 2009 e 2012 la spesa pubblica italiana in educazione è passata da oltre 70 miliardi annui a circa 65, cifra su cui si è assestata negli anni successivi. Nello stesso periodo, in Francia è cresciuta da 107 miliardi annui a circa 120; la Germania ha aumentato la spesa in educazione da 100 miliardi a oltre 132. Questi dati non sono un indice della qualità del sistema educativo, ma segnalano comunque scelte diverse da parte dei decisori.

Anche dal punto di vista della composizione della spesa sociale, l'Italia tende a destinare una quota inferiore rispetto agli altri paesi europei al capitolo dedicato a minori e famiglie.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 12 Dicembre 2018)

Questi dati, nella loro sommarietà, mostrano come la spesa pubblica italiana - a confronto con quella degli altri maggiori stati membri Ue - appaia meno diretta verso l'istruzione, le necessità dei minori e delle loro famiglie. Una scelta che potrebbe rivelarsi controproducente prima di quanto pensiamo.

Le disuguaglianze "a strati": economiche, educative, territoriali

In Italia, il contrasto alla povertà educativa e minorile si confronta con alcune ulteriori specificità, dovute alle caratteristiche di un paese fortemente differenziato al suo interno. Dal punto di vista territoriale, culturale, sociale, economico. Fratture che spesso si intrecciano, portando alla sovrapposizione dei fattori di disuguaglianza.

Fratture che in molti casi possono essere ricondotte alla divisione tra nord e sud, oppure a quella tra centro e periferia. Queste semplificazioni colgono alcuni aspetti della questione, ma ne comprimono inevitabilmente altri. Ad esempio la distinzione tra i tanti capoluoghi della provincia italiana e i loro immediati hinterland. Oppure ancora la distanza, non solo fisica, tra le città e la moltitudine di piccoli comuni, spesso collocati nei luoghi più remoti del paese.

"Centro" è dove sono concentrati i servizi essenziali presenti su un territorio.

Gli stessi concetti di centro e periferia si possono prestare a una pluralità di interpretazioni. La nostra scelta metodologica è stata quella di definire il centro come avulso dalla classica connotazione spaziale, ma innanzitutto come baricentro di servizi. In piena coerenza con la strategia adottata per le aree interne, classificazione cui infatti ricorreremo nel corso del lavoro, è a partire dalla distanza temporale dal centro che si definisce la periferia, o meglio, le periferie. È infatti ancora con questo criterio si può suddividere la periferia in più classificazioni: dalle "corone" di insediamenti suburbani intorno alle città ai comuni delle aree interne.

Il nostro contributo: l'osservatorio sulla povertà educativa

In questo contesto, il contributo di Con i bambini e openpolis vuole essere la mappatura dei servizi disponibili per i minori, dalla prima infanzia all'adolescenza. Partendo dai dati messi a disposizione dalle fonti pubbliche: l'istituto di statistica, i ministeri, i comuni. Il limite che abbiamo rilevato è che stenta a decollare un dibattito strutturato sulle opportunità offerte ai minori a livello locale, dalle scuole alle biblioteche, dagli asili nido agli impianti dove praticare sport.

Negli ultimi anni sono stati messi in campo molti sforzi per ampliare la quantità, la qualità e la profondità locale delle informazioni sulla condizione minorile, sulla scia di quanto raccomandato anche nel 2012 da Unicef:

È il monitoraggio che rende possibile una politica responsabile, basata su fatti concreti, un'advocacy consapevole e l'uso economicamente efficiente di risorse pubbliche limitate. Pertanto, la disponibilità di dati aggiornati è già di per sé un indicatore di quanto l'impegno di proteggere i bambini venga preso sul serio.

Nonostante questo impegno, i dataset disponibili - quando non mancano di profondità locale - sono rilasciati in formati e cadenze di aggiornamento diverse da una pluralità di fonti. Per questo abbiamo deciso di individuarli, raccoglierli, renderli omogenei e sistematizzarli in un'unica banca dati che utilizza il comune base di analisi.

Accanto alla scelta di dare profondità locale alle analisi, abbiamo deciso di censire e monitorare le diverse dimensioni che riguardano maggiormente la vita dei ragazzi e delle loro famiglie: la scuola, i servizi sociali, lo sport, la cultura. Le abbiamo raccolte insieme ad altre informazioni "di contesto", come le caratteristiche geografiche, territoriali, economiche e demografiche del comune. Questo per tutti gli 8.000 comuni italiani, mentre per le grandi città abbiamo cominciato con il caso di Roma a raccogliere anche dataset con profondità sub-comunale.

I dati raccolti a livello comunale

DatiFonteAnni
Caratteristiche geografiche del comuneIstat2013-18
Classificazione per aree interneIstat2013-18
Popolazione residente per etàDemo.Istat2011-2018
Fasce di redditoMef2017
Asili nido e servizi prima infanziaDatawarehouse Istat2013-15
BibliotecheIccu-Abi2018
Scuole e edifici scolasticiMiur2015 e 2017
Studenti per grado di istruzioneMiur2016 e 2017
Palestre scolasticheMiur2015 e 2017

 

A partire da queste informazioni, rilasciate da fonti pubbliche ufficiali, l'obiettivo della collaborazione tra Con i bambini e openpolis è costruire un osservatorio sulla povertà educativa e la presenza di servizi per contrastarla. Vale a dire approfondimenti originali che pubblichiamo ogni martedì sul canale povertà educativa del magazine e report periodici.

Da un lato, per sensibilizzare l'opinione pubblica su questioni che riteniamo prioritarie, e alimentare un dibattito il più possibile informato. Dall'altro, per stimolare le istituzioni (per il rilascio di nuovi dati e il "miglioramento" di quelli esistenti) e il decisore politico, nazionale e locale.

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