Come i Cpr incidono sull’irregolarità Migranti

La detenzione amministrativa è uno strumento sempre più frequente nella gestione dell’immigrazione irregolare. L’inefficace politica dei rimpatri ha inoltre portato ad un prolungamento della detenzione, incidendo negativamente sulla regolarizzazione.

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Nel mese di ottobre nel centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Torino 26 migranti hanno tentato il suicidio. I Cpr sono strutture dove i migranti presenti irregolarmente sul territorio italiano sono trattenuti in attesa di essere rimpatriati, in una condizione di detenzione che può durare anche a lungo.

La Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild) ha recentemente pubblicato il report Buchi neri su queste strutture che l’organizzazione definisce “opache”, caratterizzate da poca trasparenza rispetto alla gestione e dove, a causa dell’inefficienza del sistema, si crea inevitabilmente più irregolarità.

La detenzione amministrativa nella gestione dell’immigrazione

Secondo il report Cild, sia a livello europeo che italiano la detenzione amministrativa è diventata uno strumento sempre più frequente nella gestione dei flussi migratori.

Per giustificare questa misura si è spesso fatto riferimento al numero crescente di immigrati irregolari e conseguentemente alla necessità di garantire la sicurezza.

Secondo le stime Ismu, nel 2020 in Italia erano presenti circa 517mila migranti irregolari, ovvero il 9% dei cittadini stranieri totali.

Secondo le analisi Cild, nonostante la presenza irregolare in Italia sia effettivamente consistente e sia diminuita solo parzialmente tra il 2010 e il 2020, non sono state adottate politiche per gestire il problema nel lungo termine e garantire una maggiore efficienza della regolarizzazione. La risposta è stata infatti sempre di tipo emergenziale.

L’aumento delle presenze regolari non è però determinato da una politica legislativa che affronta da un punto di vista sistemico il fenomeno migratorio, bensì da un approccio emergenziale che tende periodicamente a regolarizzare le persone già presenti.

I dati Ismu sono stime e si riferiscono al 1 gennaio dell’anno indicato e quindi all’anno precedente rispetto a quello riportato.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ismu
(ultimo aggiornamento: mercoledì 28 Luglio 2021)

A livello europeo esistono due direttive che regolano il rimpatrio dei migranti irregolari. La prima è la direttiva 2008/15/Ce che conferisce agli stati membri il potere di detenere persone presenti irregolarmente sul loro territorio, concedendo ampia discrezionalità alla sovranità nazionale rispetto alle procedure. La seconda è la direttiva 2013/33/Ue che da una parte riconosce ai richiedenti asilo la libertà di circolare sul territorio nazionale ma dall'altra accorda ai paesi membri la facoltà di detenerli per accertarne l'identità.

Negli anni la durata massima della detenzione è passata da 30 a 120 giorni.

In Italia i Cpr esistono informalmente (introdotti da un decreto che non è mai stato convertito in legge) dal 1995 e la pratica è stata poi normalizzata negli anni successivi. La durata massima di detenzione era fissata inizialmente a 30 giorni, ma negli anni successivi è andata progressivamente aumentando. Con l'entrata in vigore nel 2002 della legge Bossi-Fini, il periodo è stato esteso a 60 giorni. Con il decreto legge 89/2011 poi è arrivato fino a 18 mesi.

Dopo una riduzione a 3 mesi stabilita dalla legge europea 2013 bis, il periodo è stato poi nuovamente esteso fino a 180 giorni, con l'entrata in vigore del decreto sicurezza nel 2018. Mentre il decreto 130/2020 voluto dall'attuale ministra dell'interno Luciana Lamorgese ha riportato il periodo di detenzione a 90 giorni, con la possibilità di estenderlo fino ad un massimo di 120.

L'inefficace politica dei rimpatri

In Italia, di tutte le persone cui è stato imposto un ordine di rimpatrio, non ne sono mai state effettivamente rimpatriate più del 24% dal 2014 ad oggi.

13,2% dei migranti sottoposti ad ordine di rimpatrio sono stati effettivamente rimpatriati, nel 2020.

Secondo le analisi Cild, questa quota sale al 50% per quanto riguarda i migranti detenuti nei Cpr. Si tratta di un dato che ha registrato oscillazioni minime negli ultimi anni, con un picco pari al 59% nel 2017 ed un minimo pari al 43% nel 2018. Questo significa, sempre secondo Cild, che la metà delle persone detenute all'interno dei Cpr sono trattenute spesso per molti mesi, prima di essere rilasciate e trovarsi comunque in una condizione di irregolarità.

Eppure stando alla normativa vigente uno straniero può essere trattenuto in condizioni detentive solo se non può essere immediatamente rimpatriato o se deve essere identificato, ma comunque soltanto per il tempo strettamente necessario.

I dati si riferiscono ai cittadini extra-comunitari presenti irregolarmente in Italia e sottoposti ad una decisione amministrativa o giudiziaria che impone loro di lasciare l’Ue (escludendo quindi i migranti trasferiti da un paese membro all’altro secondo il regolamento di Dublino) e quelli che vengono effettivamente rimpatriati.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 27 Ottobre 2021)

Si tratta quindi di un sistema che, rimpatriando quote ridotte di detenuti, tende inoltre, come afferma Cild, a prolungare la detenzione. Una strategia che non ha nessun vantaggio per i migranti stessi, che si trovano bloccati in una condizione di irregolarità, ma nemmeno per la società, considerato che detenzione e irregolarità creano conflitti sociali e criminalità. Oltre al fatto che le strutture di permanenza per il rimpatrio hanno degli alti costi di gestione.

I Cpr attivi in Italia

In Italia sono attualmente attivi 10 centri, gestiti da soggetti privati, per un totale di 1.100 posti disponibili.

44 milioni di euro, il costo di gestione dei 10 Cpr nel periodo 2018-2021, secondo le stime Cild.

Questo significa che ogni giorno vengono spesi mediamente 40.150 euro per la detenzione di circa 400 persone. Una cifra che inoltre esclude i costi del personale di polizia e quelli legati alla manutenzione delle strutture.

Con capienza si intende la capienza regolamentare, ovvero il numero di posti che formalmente i centri mettono a disposizione.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Cild
(ultimo aggiornamento: martedì 26 Ottobre 2021)

Come capienza, il principale Cpr presente in Italia è quello di Roma (situato a Ponte Galeria, a sud-ovest della città), con 210 posti disponibili, seguito da quello di Torino (all'interno della città), con una disponibilità di 180 posti, e da quelli di Trapani, Palazzo San Gervasio e Gradisca d'Isonzo, con 150 posti a disposizione.

 

Foto credit: Julius Drost - licenza

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