Fratelli d'Italia Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/fratelli-ditalia/ Fri, 18 Apr 2025 08:46:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 I cambi di gruppo in parlamento a metà legislatura https://www.openpolis.it/i-cambi-di-gruppo-in-parlamento-a-meta-legislatura/ Wed, 23 Apr 2025 07:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=300416 Rispetto alle precedenti legislature il fenomeno si presenta in dimensioni molto ridotte ma non è scomparso. Si nota un flusso di parlamentari dall’opposizione verso la maggioranza.

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Siamo entrati ormai nella seconda metà della legislatura, un buon momento per fare il punto sull’attività svolta finora da parlamento e governo. Un elemento importante da monitorare riguarda il fenomeno dei cambi di gruppo.

Verificare quale sia l’effettiva consistenza delle forze politiche all’interno delle camere è molto interessante soprattutto in questa fase dove, come da prassi, è possibile che il parlamento decida di procedere a una riconfigurazione delle commissioni.

59  i cambi di gruppo avvenuti dall’inizio della legislatura ad oggi.

Rispetto agli ultimi anni il fenomeno si è significativamente ridotto ma non è scomparso del tutto e, anzi, entrando nella fase finale della legislatura con l’approssimarsi delle elezioni potrebbe riprendere di intensità. Un elemento che emerge dall’analisi dei dati è che a beneficiarne è stata la maggioranza, Forza Italia su tutti.

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I cambi di gruppo attuali e il confronto con le precedenti legislature

Dall’ottobre 2022 ad oggi, i cambi di gruppo sono stati in totale 59 e hanno coinvolto 50 parlamentari di cui 39 deputati e 11 senatori. Rispetto alle ultime 3 legislature si tratta di numeri significativamente inferiori. Nel precedente quinquennio infatti i riposizionamenti erano stati 464, mentre nella XVII legislatura si è toccato il record di 569.

Il grafico riporta il numero di cambi di gruppo e di parlamentari coinvolti nelle ultime 4 legislature. Sono conteggiati anche gli spostamenti dal misto a gruppi di nuova costituzione in deroga al numero minimo di aderenti previsto dai regolamenti di camera e senato avvenuti all’inizio della legislatura. Viceversa, non sono conteggiati come cambi di gruppo i passaggi tra componenti interne al gruppo misto.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Aprile 2025)

I motivi di questa riduzione sono molto probabilmente molteplici. Il primo e più evidente è che il numero dei parlamentari è diminuito rispetto al recente passato. Il fatto che i deputati e i senatori eletti siano passati da 945 a 600 infatti ha evidentemente inciso sul fenomeno dei cambi di gruppo. Un secondo elemento è sicuramente il fatto che dalle urne è uscita una maggioranza chiara che riesce a dare stabilità all’azione dell’esecutivo. Non c’è quindi bisogno, almeno nella fase attuale, di cercare convergenze diverse rispetto alle coalizioni che si sono presentate al voto. Abbiamo visto in passato infatti come in situazioni di instabilità della maggioranza il fenomeno tenda ad aumentare.

L’introduzione di disincentivi al senato ha probabilmente scoraggiato i cambi di gruppo.

Un altro motivo che può aver contribuito alla limitazione del fenomeno è probabilmente l’adozione del nuovo regolamento del senato che ha introdotto una serie di disincentivi. Tali deterrenti prevedono la perdita di eventuali incarichi all’interno del consiglio di presidenza, della giunta per il regolamento, di quella per le elezioni o di quella per le immunità. Sono possibili anche delle conseguenze negative di natura economica. Queste però vanno a impattare più sui gruppi che non sui singoli senatori. Non è quindi un caso probabilmente che nel corso dell’attuale legislatura le variazioni di appartenenza si siano registrate in maggior parte a Montecitorio, dove queste contromisure non sono ancora state adottate.

La possibilità di cambiare gruppo è garantita dalla costituzione ma nelle ultime legislature il fenomeno è degenerato.
Vai a “Che cosa sono i gruppi parlamentari”

Anche la camera in effetti ha avviato un percorso di riforma del proprio regolamento che però sta avvenendo attraverso diversi passaggi successivi. Con riferimento al tema dei cambi di gruppo, in base a quanto emerso nel corso dell’ultima seduta della giunta per il regolamento, eventuali interventi potrebbero entrare in vigore a partire dalla prossima legislatura.

Gli ultimi avvenimenti

Dall’inizio dell’anno al 31 marzo ci sono stati 4 riposizionamenti. Al senato, politicamente rilevante il passaggio di Annamaria Furlan (ex segretaria generale della Cisl) dal Partito democratico a Italia viva. Sempre a Palazzo Madama, Aurora Floridia ha lasciato il misto per aderire al gruppo delle Autonomie. Da notare in questo caso che Floridia, appartenente alla componente interna al misto di Avs, ha deciso prima di lasciare la componente rimanendo però iscritta al gruppo e successivamente ha aderito alla nuova formazione. Si tratta di una prassi abbastanza frequente, fatta per evitare che il passaggio da una forza politica a un’altra possa essere troppo traumatico.

Diversi parlamentari sono passati dal gruppo misto prima di ricollocarsi in maniera definitiva.

Un caso simile era avvenuto anche a novembre dello scorso anno. La senatrice Giusy Versace, confluita nella componente di Azione dopo la scissione da Italia viva, ha scelto in un primo momento di lasciare la formazione di Carlo Calenda rimanendo però nel misto. Solo successivamente ha aderito a Noi moderati. Un altro caso simile è quello di Andrea De Bertoldi alla camera. L’onorevole è approdato alla Lega da Fratelli d’Italia, passando però dal gruppo misto. Sempre alla camera, l’onorevole Davide Bellomo ha invece aderito a Forza Italia provenendo direttamente dalla Lega.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Aprile 2025)

In totale sono 9 i parlamentari che nel corso dell’attuale legislatura hanno effettuato più di un cambio di gruppo. Ai casi già citati si aggiungono Aboubakar Soumahoro, Eleonora Evi, Isabella De Monte, Lorenzo Cesa, Luigi Marattin, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, peraltro recentemente nominata segretaria di Noi moderati.

I nuovi equilibri

Al netto dei cambi di gruppo registrati all’inizio della legislatura, che possiamo definire in un certo senso come “tecnici” e che hanno riguardato in particolare la creazione in deroga del gruppo di Alleanza Verdi-Sinistra alla camera e Noi moderati, sia a Montecitorio che a Palazzo Madama, è interessante valutare com’è cambiato il peso delle diverse formazioni fra entrate e uscite. In generale la coalizione di governo è uscita rafforzata dai cambi di gruppo.

9 i parlamentari che sono passati dall’opposizione alla maggioranza.

Soltanto 2 hanno fatto il percorso inverso (nello specifico dalla maggioranza al misto). Sempre 2 sono i parlamentari che hanno cambiato appartenenza ma rimanendo all’interno del perimetro della maggioranza.

Prendendo in considerazione i partiti maggiori, che hanno una rappresentanza autonoma in entrambe le camere, possiamo osservare che Fratelli d’Italia, Partito democratico e Lega hanno perso un componente mentre il Movimento 5 stelle ne ha persi 4. I maggiori beneficiari del fenomeno nell’attuale legislatura sono stati i gruppi di Forza Italia che, tra camera e senato, hanno guadagnato 7 rappresentanti.

La rottura dell’alleanza tra Azione e Italia viva ha comportato una riorganizzazione dei gruppi parlamentari. A palazzo Madama, la soluzione trovata è stata che il gruppo precedentemente denominato Azione–Italia Viva–Renew Europe ha assunto la denominazione Italia Viva–Il Centro–Renew Europe. I senatori di Azione invece sono stati “costretti” a trasferirsi nel misto, non avendo i numeri per istituire un nuovo gruppo. Qui, è stata autorizzata la nascita di una componente autonoma. Alla camera invece la giunta per il regolamento ha autorizzato la creazione in deroga di due realtà indipendenti. Formalmente il “vecchio” gruppo lo ha ereditato Azione e ha assunto la denominazione Azione–Popolari europeisti riformatori–Renew Europe. Gli esponenti renziani si sono invece spostati in una nuova formazione che ha adottato lo stesso nome di quella del senato. In base alla denominazione del gruppo si può quindi capire la fase temporale a cui sono associati i cambi.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Aprile 2025)

Negli ultimi mesi poi è avvenuto un altro fatto che ha ulteriormente rafforzato la compagine azzurra. Andrea Gentile, che in prima battuta era risultato non eletto, ha presentato ricorso chiedendo il riconteggio delle schede. La verifica ha dato ragione all’esponente calabrese che quindi è stato proclamato deputato. A farne le spese è stata l’esponente del Movimento 5 stelle Elisa Scutellà che è decaduta. Anche se non si tratta di un cambio di gruppo, con questo passaggio Forza Italia ha guadagnato un ulteriore seggio.

Foto: Mara Carfagna

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I precari equilibri della maggioranza nelle commissioni parlamentari https://www.openpolis.it/i-precari-equilibri-della-maggioranza-nelle-commissioni-parlamentari/ Thu, 05 Dec 2024 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=297729 La recente diatriba sul tentativo della Lega di ridurre il canone Rai ha messo in evidenza ancora una volta quanto siano importanti gli equilibri nelle commissioni. In questi contesti i numeri della maggioranza sono meno solidi di quello che potrebbe sembrare.

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Nelle ultime settimane il dibattito politico è stato caratterizzato dalle forti tensioni che hanno visto protagoniste Lega e Forza Italia a proposito del canone Rai. Gli esponenti del Carroccio presenti nella commissione bilancio del senato infatti hanno provato a presentare un emendamento alla legge di conversione del decreto fiscale che prevedeva la riduzione della quota annuale che i cittadini devono versare in favore della televisione di stato. La proposta però è stata bocciata per la ferma opposizione di Forza Italia che ha votato contro il provvedimento.

Questo episodio conferma ancora una volta l’importanza del lavoro che viene svolto all’interno delle commissioni, vero cuore del processo legislativo in parlamento. Capire quindi quali sono gli equilibri all’interno di questi organi è fondamentale per avere il polso dello stato di salute della maggioranza.


Le commissioni sono il centro dell’attività legislativa del parlamento. È qui infatti infatti che si svolge la maggior parte del lavoro sui testi e in cui si cercano convergenze politiche.


Vai a
“Cosa sono le commissioni parlamentari e perché sono importanti”

I dati ci dicono che i margini della coalizione di governo nelle commissioni sono meno ampi di quello che si potrebbe pensare. Infatti quasi sempre per approvare un provvedimento è necessario l’apporto di tutte e tre le principali forze che compongono la maggioranza. Anche Lega e Forza Italia – oltre a Fratelli d’Italia – godono quindi di una sorta di “potere di veto” che possono esercitare per questioni che reputano particolarmente importanti. Questa dinamica alla lunga può portare all’aumento della tensione tra i tre alleati.

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I numeri nelle commissioni

Come già detto, in parlamento Fratelli d’Italia è la formazione di maggioranza relativa e rappresenta quindi l’architrave della coalizione di centrodestra anche all’interno delle commissioni. Tuttavia i voti di Fdi da soli non bastano a far approvare i vari provvedimenti in discussione. È quindi indispensabile anche l’apporto di almeno una parte degli alleati. Ciò dando per scontato che tutti i componenti siano presenti nel momento della votazione o siano sostituti, come spesso accade, da altri appartenenti allo stesso gruppo.

Di conseguenza se, ipoteticamente, una fra Lega e Forza Italia si impuntasse su alcuni aspetti si rischierebbe di andare incontro a situazioni complesse da gestire per la maggioranza.

Detto che Fdi è il gruppo più presente in tutte le commissioni, possiamo osservare che alla camera la Lega è quasi sempre la seconda formazione più numerosa e Forza Italia la terza. Fanno eccezione solo le commissioni difesa, finanze e politiche Ue dove i due gruppi hanno lo stesso numero di rappresentanti (4).

In quasi tutte le commissioni Lega e Forza Italia hanno il potere di bloccare i provvedimenti sgraditi.

Delle 14 commissioni permanenti presenti a Montecitorio ce ne sono 9 in cui sia il Carroccio che gli azzurri godono di questa sorta di potere di veto. In 3 casi invece è solo la Lega ad essere l’ago della bilancia. Si tratta delle commissioni affari costituzionali, trasporti e sociale. All’interno delle commissioni difesa e politiche Ue invece una defezione di una tra Lega o Forza Italia non ostacolerebbe l’approvazione dei provvedimenti in discussione.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 2 Dicembre 2024)


Al senato la situazione è più cristallizzata ma, se possibile, ancora più complessa. In tutte le commissioni infatti Fdi si conferma il gruppo più numeroso, la Lega è rappresentata da 3 esponenti e Forza Italia da 2. Fa eccezione la sola commissione finanze dove entrambe le formazioni contano 2 rappresentanti.

A palazzo Madama non ci sono commissioni in cui un’eventuale defezione di Lega o Forza Italia risulterebbe ininfluente ai fini dell’approvazione di un provvedimento. Anzi, all’interno della commissione finanze anche Noi moderati gode di questo potere di veto. Nelle commissioni bilancio e cultura e istruzione invece è indispensabile sia l’apporto della Lega che quello di Fi. In tutti gli altri casi invece è solo il Carroccio l’ago della bilancia.

La “forza” all’interno delle commissioni

Al di là del mero aspetto numerico, per comprendere quali siano gli equilibri all’interno delle commissioni è molto interessante valutare anche come si distribuiscono gli incarichi tra le principali forze della maggioranza. Ricoprire posizioni chiave infatti può essere funzionale per portare avanti determinate istanze rispetto ad altre.

Da questo punto di vista un ruolo particolarmente rilevante è quello del presidente di commissione. Chi ricopre questo incarico infatti – oltre ad avere un peso preponderante nella definizione dei lavori – gestisce le votazioni e viene spesso indicato dai componenti della stessa commissione per fare da relatore ai disegni di legge ritenuti più importanti o complessi.

Per valutare il “peso” dei gruppi all’interno delle commissioni possiamo fare riferimento al nostro indice di forza. Si tratta di un indicatore originale di Openpolis che attribuisce a tutti i parlamentari un valore numerico attraverso un sistema di ponderazione di istituzioni, organi e ruoli.

Non in tutte le commissioni Fdi rappresenta la formazione con indice di forza più alto.

Da questo punto di vista possiamo osservare che i rapporti di forza tra le 3 principali formazioni della maggioranza risultano molto più equilibrati di quello che si potrebbe pensare. Fdi si conferma ovviamente la componente più “forte” anche se non sempre. Nelle commissioni attività produttive, agricoltura, politiche Ue della camera, esteri e difesa e cultura e istruzione del senato infatti la Lega gode di un indice di forza maggiore o uguale rispetto a Fdi. Nella commissione ambiente e lavori pubblici del senato invece è Forza Italia il gruppo più forte, mentre nella bilancio della camera eguaglia il punteggio di Fdi.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 2 Dicembre 2024)



Focalizzandosi più specificamente sullo confronto tra Lega e Fi si può notare una leggera supremazia del Carroccio ma non così marcata. Le commissioni infatti in cui la Lega supera Fi sono 12 mentre in 9 casi sono gli azzurri a pesare di più. Nella commissione finanze di Montecitorio invece i due gruppi sono in equilibrio.

Come detto, questi valori sono influenzati principalmente anche se non in via eslusiva da chi ricopre il ruolo di presidente. Da questo punto di vista possiamo osservare che la Lega esprime 6 presidenti di commissione e 7 vicepresidenti. Fi invece può contare su 5 presidenti di commissione e 6 vicepresidenti. C’è un solo caso in cui sia la Lega che Fi possono vantare un vicepresidente ciascuno mentre la presidenza appartiene a Fdi. Si tratta della commissione finanze della camera.

Questi numeri ci fanno capire come la maggioranza abbia la possibilità di trovare soluzioni in commissione. In questo modo si evita di arrivare allo scontro in aula che è sempre più traumatico. Tuttavia è indubbio che servano delle trattative per giungere ad accordi non sempre semplici. Quando questo non avviene ci si trova di fronte a uno stallo che, nei casi più difficili, può portare anche a una rottura come nella vicenda del canone Rai.

Foto: Umberto Battaglia – Camera

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Le elezioni europee e il rimescolamento politico https://www.openpolis.it/le-elezioni-europee-e-il-rimescolamento-politico/ Thu, 06 Jun 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=291458 La scelta dei rappresentanti al parlamento di Strasburgo rappresenta il passaggio attraverso cui i cittadini conferiscono legittimità democratica alle istituzioni europee. Per questo è importante che gli elettori conoscano i candidati e il loro percorso politico.

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Nelle nostre analisi ci siamo occupati spesso di cambi di gruppo. Nell’ultimo approfondimento sul tema è emerso come i più recenti siano in qualche misura legati alle elezioni europee. Quello che viene da chiedersi dunque è se cambiamenti di questo tipo riguardino anche alcuni candidati al parlamento europeo e in che misura.

I candidati con esperienza in politica

Non si tratta di una valutazione semplice e, nel farla, bisogna prendere atto di alcuni limiti delle informazioni a disposizione. Per questo ci siamo basati da un lato sulle liste con cui sono candidati al parlamento europeo e dall’altro sulle forze politiche con cui sono stati eletti in passato, concentrandoci sull’ultimo incarico in cui sono stati eletti (o, in alcuni casi, anche solo candidati).

L’analisi dunque restringe il campo ai candidati che hanno già ricoperto cariche elettive nella loro carriera escludendo, per mancanza di informazioni, coloro che pur iscritti a delle forze politiche non sono mai stati eletti prima.

52,55% dei candidati alle elezioni europee in passato ha ricoperto incarichi politici.

Ciascuna lista presente alle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo può esprimere un diverso numero di candidati a seconda del numero di circoscrizioni in cui si presenta. Questo numero inoltre può cambiare nel caso in cui si presentino delle pluricandidature, ovvero se lo stesso candidato si presenta in più circoscrizioni. Per approfondire leggi Come funziona la legge elettorale per il parlamento europeo.

FONTE: Openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 30 Maggio 2024)



La maggior parte dei candidati comunque ha già ricoperto qualche tipo di incarico politico. Nello specifico, con l’eccezione del Südtiroler Volkspartei, le tre forze principali dell’attuale maggioranza di governo sono anche quelle che hanno candidato più persone con esperienza politica.

Il campione però si riduce ancora se consideriamo che spesso alle elezioni amministrative, in particolare nei piccoli comuni, le persone si candidano tramite liste civiche e spesso queste non sono automaticamente ricollegabili a un partito nazionale.

Inoltre anche quando è possibile confrontare la candidatura attuale con le liste in cui gli esponenti sono stati eletti in passato, bisogna tenere presente che tra le due candidature può essere trascorso molto tempo. In questo caso il passaggio da una forza politica a un altra potrebbe essere avvenuto ben prima della candidatura a Bruxelles.

Le forze politiche più attrattive

Circoscritto il perimetro possiamo dunque verificare quali tra le liste che si sono presentate alle elezioni hanno più esponenti che in passato (o meglio all’ultima occasione) si sono candidati o sono stati eletti con liste diverse.

La maggior parte dei nuovi ingressi in Forza Italia arriva dalla Lega.

Nelle prime posizioni troviamo 3 liste di ispirazione liberale. Forza Italia (FI) infatti ha candidato 13 esponenti che in passato sono stati eletti in altre formazioni. In particolare sembra esercitare una notevole attrattiva nei confronti di ex leghisti (7 candidati). Non mancano però anche 2 ex esponenti del Movimento 5 stelle (M5s), ovvero l’eurodeputata Isabella Adinolfi e il senatore Raffaele De Rosa che da poco si è unito al gruppo di FI a palazzo Madama. A questi bisogna aggiungere un europarlamentare già eletto nelle fila del Pd, due ex parlamentari di Scelta civica e Letizia Moratti che, pur essendo stata storicamente vicina a Forza Italia, alle ultime elezioni in Lombardia si è candidata con il terzo polo.

Azione invece ha presentato 11 esponenti già eletti nelle liste del Pd (5), del Partito radicale (1), di Forza Italia (2), e di altre liste di centro (Moderati 1, Italia dei valori 1, Coraggio Italia 1). La maggior parte dei nuovi arrivati provengono dunque dalle fila del Pd e in alcuni casi si tratta anche di figure di primo piano. Come ad esempio Alessio D’Amato, già assessore alla salute e vice presidente del Lazio, che ha lasciato il Pd lo scorso anno per aderire alla formazione di Carlo Calenda.

Questo fenomeno è stato ancora più netto nel caso della lista Stati Uniti d’Europa, che ha candidato ben 10 esponenti eletti in precedenza con il Pd. Tra questi conviene distinguere Rita Bernardini che, pur essendo stata eletta l’ultima volta proprio nelle liste del Pd (nel 2008 alla camera), è una nota esponente radicale.

Nella prima scheda sono indicate le liste che si sono presentate alle elezioni europee e il numero di loro candidati che in passato sono stati eletti in un incarico politico con altre formazioni, oppure sono stati candidati da queste alle ultime elezioni parlamentari. A questi casi si aggiunge quello di Letizia Moratti, candidata alla carica di presidente della regione Lombardia. Nelle schede successive sono indicate le forze politiche a cui appartenevano in precedenza questi candidati. Tra queste la dicitura M5s include coloro che nella scorsa legislatura sono stati eletti con il movimento, anche se in conclusione di quell’esperienza hanno aderito a Impegno civico assieme a Luigi Di Maio.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 30 Maggio 2024)



Nelle liste di Fratelli d’Italia invece sono 9 le novità. Quattro candidati infatti vengono dalla Lega, 2 da Noi moderati, uno rispettivamente da Forza Italia, Centro democratico e movimento 5 stelle. Alleanza verdi e sinistra invece ha coinvolto principalmente ex esponenti Pd (5) ma anche un eurodeputata del Movimento 5 stelle.

Libertà, la lista organizzata da Cateno De Luca, ha candidato 7 esponenti che in passato sono stati eletti con la Lega (3), M5s (2), Forza Italia (1) e Unione popolare (1). Dal centro destra arrivano invece diversi candidati di Alternativa popolare, la lista del sindaco di Terni Stefano Bandecchi. In particolare 3 esponenti erano in passato della Lega, uno di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Italexit, oltre a un ex parlamentare del Popolo delle libertà (Pdl). Opposto il caso di Pace terra dignità di Michele Santoro. Qui infatti troviamo 3 ex del Movimento 5 stelle, uno di Leu e uno del (nuovo) Partito comunista italiano.

Sono 5 invece i nuovi ingressi nella Lega, 2 provenienti da Forza Italia, 2 da Fratelli d’Italia e uno dal vecchio Pdl. Solo 2 infine quelli candidati dal Pd, un’ex eurodeputata del M5s e Eleonora Evi che, come abbiamo visto in un precedente approfondimento, ha lasciato i Verdi per approdare al Pd, pur provenendo originariamente anche lei dal movimento.

Da dove arrivano i fuoriusciti

Se da un lato è interessante verificare quali partiti hanno accolto esponenti che in passato si erano candidati con formazioni politiche diverse, altrettanto utile è vedere il rovescio della medaglia, ovvero quali sono le forze da cui si sono distaccati i candidati alle europee.

Da questo punto di vista la maggior parte dei cambiamenti ha riguardato esponenti che hanno lasciato il Partito democratico (22) per candidarsi con liste diverse. Per la maggior parte questo fenomeno ha riguardato esponenti che hanno aderito a formazioni di orientamento liberale e centrista, come la lista per gli Stati uniti d’Europa (10) e Azione (5), se non addirittura Forza Italia (1). Quest’ultimo è il caso di Caterina Chinnici, ex magistrato, eletta 2 volte al parlamento europeo nelle liste del Pd. Non mancano però anche candidati che, lasciato il Pd, hanno aderito ad altre formazioni di sinistra come Alleanza verdi e sinistra (5), ma anche Democrazia sovrana popolare (1).

Nella prima scheda sono indicate le forze politiche che vedono più loro ex componenti candidati alle elezioni europee in altre liste elettorali. Per ex componenti si intendono esponenti che, l’ultima volta che sono stati eletti in un incarico politico, lo hanno fatto nelle loro liste, indipendentemente dall’iscrizione formale al partito o alla forza politica in questione. Oltre agli incarichi effettivamente ricoperti sono anche considerate le candidature alle ultime elezioni parlamentari e, nel caso di Letizia Moratti, alle elezioni regionali in Lombardia. Inoltre sono considerati ex esponenti del Movimento 5 stelle anche coloro che, eletti in quella lista, alla fine della scorsa legislatura hanno aderito a Impegno civico assieme a Luigi Di Maio. Nelle schede successive sono indicate le forze politiche con cui si presentano alle elezioni attuali.

FONTE: openpolis


Al secondo posto la Lega, con 17 esponenti che sono passati dalle sue liste a quelle di Forza Italia (7), Fratelli d’Italia (4), Alternativa popolare (3) e Libertà (3). Tutti cambiamenti avvenuti nel campo del centro destra dunque, come d’altronde è anche nel caso di Fratelli d’Italia e, almeno in parte, di Forza Italia.

Dal partito guidato da Antonio Tajani infatti sono usciti 8 esponenti che si sono candidati con la Lega (2), Fratelli d’Italia (1), Alternativa popolare (1), Libertà (1) ma anche Azione (2). Dei 3 fuoriusciti da Fratelli d’Italia invece 2 si sono candidati con la Lega e uno con Alternativa popolare.

Infine il Movimento 5 stelle, da cui sono fuoriusciti 10 degli attuali candidati al parlamento europeo. Tra questi si considerano anche parlamentari eletti l’ultima volta con il movimento ma che, alla fine della scorsa legislatura, hanno aderito a Impegno civico, la formazione di Luigi Di Maio, senza essere eletti nel nuovo parlamento.

Gli ex pentastellati si sono distribuiti equamente tra liste di sinistra e di destra. In 3 hanno aderito a Pace terra dignità, uno si è candidato con Avs e un’altro con il Pd. Al contempo però altri 2 si sono candidati con Forza Italia, uno con Fratelli d’Italia e altri due con Libertà.

Foto: parlamento europeo

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I voti ribelli in parlamento https://www.openpolis.it/i-voti-ribelli-in-parlamento/ Fri, 12 Apr 2024 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=289196 In Italia i parlamentari sono liberi di votare in piena coscienza, senza alcun vincolo di mandato. In generale tuttavia ci si aspetta che seguano le indicazioni del proprio gruppo politico. Quando non lo fanno parliamo di voto ribelle.

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Nelle scorse settimane ci siamo occupati di diversi indicatori che si trovano sulla nuova versione di Openparlamento. Tra questi l’indice di compattezza, con cui misuriamo quanto le forze politiche votano in modo coeso nelle aule parlamentari. L’indice prende in considerazione sia la non partecipazione al voto dei parlamentari (per varie ragioni) sia i cosiddetti voti ribelli, ovvero le posizioni espresse in contrasto rispetto al proprio gruppo.

Quanto i parlamentari partecipano alle votazioni è certamente un elemento rilevante, sia di per sé sia quando si cerca di monitorare la compattezza delle forze politiche. Tuttavia sono i voti ribelli a esprimere l’effettivo dissenso di un parlamentare rispetto alla propria formazione politica.

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Quanti voti ribelli e dove

In questa prima fase della legislatura il fenomeno dei voti ribelli non si è manifestato in modo molto evidente. Tuttavia iniziare a monitore il fenomeno serve a conoscere la situazione attuale anche per confrontarla con fasi politiche che potrebbero essere diverse. Attualmente, in media, ogni parlamentare ha espresso 26,4 volte un voto in dissenso con il proprio gruppo.

26,4 la media dei voti ribelli espressi da ciascun parlamentare dall’inizio della legislatura.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare (visti i numeri più ridotti della maggioranza al senato) è a palazzo Madama che sono stati espressi più voti in dissenso. Qui infatti, in media, ogni senatore si è espresso 33,8 volte diversamente rispetto alla linea del gruppo, mentre alla camera il dato si ferma a 22,3.

In ogni caso si tratta di dati piuttosto bassi considerando che le votazioni, tra camera e senato, superano le 11.300. Si può dire dunque che in media si contano 1,4 voti ribelli per votazione.

Nelle aule di camera e senato sono molte le ragioni per cui si può arrivare a una votazione e non tutte hanno la stessa importanza. Il tipo di atto su cui più spesso deputati e senatori votano in dissenso con il proprio gruppo sono gli ordini del giorno. Si tratta di atti che impegnano il governo ad assumere un certo comportamento, senza però avere un effetto realmente vincolante. In questo caso la media è di 1,7 ribelli ad ogni votazione.

I voti ribelli sono espressi più spesso su ordini del giorno o emendamenti, mentre è più raro che avvengano sul voto finale a un provvedimento.

Al secondo posto invece gli emendamenti, con 1,4 ribelli per votazione. Questo tipo di voto è importante perché si riferisce di solito ad atti aventi forza di legge. Tuttavia gli emendamenti possono anche riguardare aspetti specifici dei provvedimenti. È comprensibile quindi che alcuni parlamentari abbiano una posizione diversa dal proprio gruppo, salvo poi uniformarsi quando si tratta di votare l’atto intero. Non a caso quando si passa al voto finale su un provvedimento, il numero medio di ribelli si riduce a 0,5 per votazione.

Voti ribelli e gruppi

Il gruppo in cui risultano più voti ribelli è Per le autonomie al senato, una formazione che però ha natura piuttosto composita. Al gruppo infatti sono iscritti due esponenti del Südtiroler Volkspartei, due senatori a vita e due esponenti eletti nelle liste del Partito democratico. Peraltro questi ultimi sembra abbiano aderito alla formazione proprio al fine di raggiungere il numero legale necessario alla sua formazione.

Piuttosto elevato poi risulta il dato medio sia dei componenti di Italia Viva (Iv – sia alla camera che al senato) che di Azione (presente solo alla camera). D’altronde il valore non è riferito al gruppo ma ai suoi componenti e al loro comportamento riferito al momento del voto. Visto che fino allo scorso 20 novembre Azione e Italia viva appartenevano al medesimo gruppo che si è poi diviso a causa delle divergenze politiche, non stupisce un alto numero di voti ribelli tra i loro esponenti.

Quando un parlamentare vota diversamente dal proprio gruppo politico esprime un voto ribelle. Per ciascun gruppo è stata fatta la media tra il totale dei voti ribelli dei suoi componenti e la numerosità del gruppo stesso. Non è stato incluso il gruppo misto perché non prevede, per natura, che i suoi componenti agiscano in modo uniforme. Discorso analogo per il gruppo Per le atuonomie vista la sua natura composita. L’elevato valore attribuito ad Azione e Italia Viva è, almeno in parte, dovuto al fatto che gli esponenti di queste formazioni fino allo scorso 20 novembre facevano parte di un unico gruppo che poi si è sciolto proprio a causa di divergenze politiche.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: mercoledì 10 Aprile 2024)



Quanto al Partito democratico (Pd) è interessante notare come si registrino molti più dissensi al senato che alla camera. A palazzo Madama infatti la media è di 59,2 voti ribelli per senatore, mentre a Montecitorio di 19,6 per deputato.

L’esatto opposto invece sembra accadere ai parlamentari di Forza Italia (FI) che al senato, in media, registrano 7,9 voti ribelli ciascuno e alla camera 44,5. Un fenomeno che si rileva anche per gli esponenti della Lega. Anche se in questo caso la forbice è meno ampia (5,8 al senato e 26,3 alla camera).

Molto bassa in entrambi i rami invece la media dei voti ribelli degli esponenti di Fratelli d’Italia (6,4 alla camera e 7,3 al senato).

Gli atti più divisivi

I voti su cui, da inizio legislatura, si sono registrate più ribellioni riguardano 2 ordini del giorno (Odg) relativi alla legge di conversione del decreto rave, carceri, giustizia e obblighi di vaccinazione. Entrambi gli Odg (9/705/119 e 9/705/113) sono stati presentati da esponenti del Movimento 5 stelle ricevendo parere favorevole da parte del governo. Nonostante questo nel primo caso 37 esponenti di maggioranza hanno votato contro (16 della Lega, 11 di FI, 9 di FdI e 1 di Noi moderati) e nel secondo 35 (17 di FdI, 12 di FI, 4 della Lega e 2 di Noi moderati).

Al terzo posto il voto su un articolo del disegno di legge in materia di interventi di sicurezza stradale. La votazione, avvenuta alcuni giorni fa, ha visto voti ribelli (34) sia della maggioranza (17), che dell’opposizione (17).

Tuttavia se limitiamo l’analisi ai voti più importanti il numero delle ribellioni si riduce notevolmente. Così ad esempio guardando ai voti finali con cui vengono approvate le leggi il massimo che si raggiunge è di 9 ribelli nel voto alla camera sul Ddl Maternità surrogata reato universale. Il dissenso in questo caso ha riguardato componenti del gruppo di Azione che, all’epoca, includeva anche gli esponenti di Italia viva.

Sette voti ribelli invece si sono registrati sulla votazione finale con cui la camera ha approvato il Ddl contro la carne sintetica. Anche in questo caso a dividersi sono stati gruppi di opposizione. Infatti mentre la maggior parte dei componenti di Azione si è astenuto sul provvedimento, in 3 hanno votato a favore e uno contro. Diverso il caso del Pd che ha visto 3 esponenti votare contro, assumendo quindi una posizione di maggiore contrarietà al provvedimento rispetto al resto del gruppo, che si è astenuto.

Rimanendo su atti particolarmente importanti è interessante anche il caso di una risoluzione di maggioranza sul sostegno all’Ucraina, su cui il Pd si è astenuto ma 6 senatori hanno votato a favore.

Infine per quanto riguarda i voti di fiducia, non risultano casi in cui esponenti di maggioranza abbiano votato contro. D’altronde una situazione del genere avrebbe significato il loro passaggio all’opposizione.

In 2 casi invece un esponente del M5s (conversione decreto rafforzamento pubblica amministrazione) e uno del Pd (conversione decreto milleproroghe 2024) hanno votato con la maggioranza in dei voti di fiducia. Altri 10 voti ribelli su questioni di fiducia riguardano invece il gruppo Per le autonomie che, come anticipato, non ha un’espressione di voto compatta. Quasi sempre comunque si è trattato di una situazione in cui alcuni hanno votato contro e altri si sono astenuti, senza comunque schierarsi con la maggioranza.

I parlamentari più ribelli

Viste le precisazioni fatte sul gruppo Per le autonomie, non stupisce che tra i 7 parlamentari con più voti ribelli 5 appartengono a questo gruppo (Meinhard Durnwalder con 970 voti ribelli, Elena Cattaneo 754, Juliane Unterberger 306, Luigi Spagnolli 259 e Pietro Patton 213). Altri parlamentari in cima alla classifica appartengono ad Azione o Italia viva (Daniela Ruffino 236 voti ribelli, Dafne Musolino 173, Roberto Giachetti 165 e Naike Gruppioni 165).

Ma sono altri i casi più interessanti. Tra questi Silvana Comaroli, deputata della Lega eletta in Lombardia che si è espressa 433 volte in dissenso con la linea del gruppo (quasi sempre su ordini del giorno). Certo Comaroli non ricopre ruoli chiave in parlamento, tuttavia è una deputata di lungo corso, eletta per la prima volta alla camera nel 2013.

L’onorevole Francesco Cannizzaro, di Forza Italia, ha invece espresso 198 voti in dissenso (tra Odg – 94 – , emendamenti – 66 – e altri voti non finali), nonostante alla camera ricopra il ruolo di vicepresidente del gruppo parlamentare.

Infine da segnalare è il caso del senatore del Pd Dario Franceschini, che si è espresso diversamente dal gruppo in 193 occasioni (quasi sempre su emendamenti). Un caso particolare se si considera che Franceschini è un dirigente storico del Pd che peraltro, nell’ultimo congresso, si è schierato a favore della segretaria attuale.

Certo, in questi tre casi il dissenso non riguarda mai voti particolarmente importanti, come i voti finali o, a maggior ragione, quelli di fiducia. Anche per questo il numero complessivo di voti ribelli ha valore fino a un certo punto. Per capire effettivamente il livello di dissenso tra un parlamentare e il suo gruppo occorre invece valutare nel merito le votazioni, distinguendo per tipo di voto e considerando gli atti a cui fanno riferimento.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Aprile 2024)



Generalmente basso poi è il numero di voti ribelli espressi da esponenti della maggioranza con ruoli chiave al governo o in parlamento. Tra i presidenti di commissione tuttavia spiccano alcuni nomi. Tra questi Marco Osnato, presidente della commissione finanze alla camera, che nel corso della legislatura ha espresso 49 voti ribelli. Ma anche Luca De Carlo presidente della commissione industria al senato, con 24 voti ribelli e Walter Rizzetto, presidente della commissione lavoro alla camera con 22 voti ribelli.

Ancora meno i voti in dissenso di esponenti di governo. Tra i 45 parlamentari che ricoprono anche incarichi nell’esecutivo 13 hanno sempre votato in modo coerente con il gruppo. Altri 16 si sono espressi in dissenso solo una o 2 volte. I casi con più voti ribelli invece riguardano Tullio Ferrante (sottosegretario al ministero delle infrastrutture) con 9, Luca Ciriani (ministro per i rapporti con il parlamento) con 8, Alessandro Morelli (sottosegretario alla presidenza del consiglio) e Anna Maria Bernini (ministra dell’Università) entrambi con 7.

Ad ogni modo, per quanto il voto in dissenso di un esponente di governo o di un presidente di commissione sia un fatto politico rilevante, i numeri appaiono modesti considerando la quantità di voti che quotidianamente vengono espressi nelle aule di camera e senato.

I dati presentati nell’articolo sono stati estratti il 9 aprile, pertanto potrebbero presentare alcune differenze con quelli indicati su Openparlamento.

Foto: camera dei deputati

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La compattezza delle forze politiche in parlamento https://www.openpolis.it/la-compattezza-delle-forze-politiche-in-parlamento/ Thu, 04 Apr 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=288715 In Italia i parlamentari votano senza alcun vincolo di mandato. Il grado con cui le varie forze politiche riescono ad agire in maniera coordinata è però un elemento importante per capire la dinamiche parlamentari.

L'articolo La compattezza delle forze politiche in parlamento proviene da Openpolis.

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La nuova versione di Openparlamento, che abbiamo presentato negli scorsi giorni, include molti indicatori originali. Tra questi l’indice di forza, di cui ci siamo occupati in un recente approfondimento per verificare il ruolo delle donne al governo e in parlamento al di là del semplice dato numerico.

Un’altro indicatore originale invece riguarda l’indice di compattezza, con il quale cerchiamo di misurare quanto ciascuna forza politica agisce in modo coeso riuscendo quindi a portare avanti la propria strategia parlamentare.

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In Italia deputati e senatori sono liberi di esercitare il loro ruolo senza dover rendere conto a partiti o programmi elettorali. L’articolo 67 della costituzione infatti sancisce l’assenza del vincolo di mandato. Si tratta di un principio importante in una democrazia, che fornisce ai parlamentari la libertà necessaria per poter svolgere le proprie funzioni senza pressioni esterne.

Al contempo però la capacità di una forza politica o di una coalizione di agire efficacemente dipende anche da quanto riesce a mobilitare i propri esponenti in modo coerente, potendo contare sul loro appoggio per raggiungere un obiettivo politico.

Per questo è interessante monitorare l’indice di compattezza dei gruppi parlamentari ma anche, più in generale, della maggioranza e dell’opposizione.

Che cos’è l’indice di compattezza

Per calcolare l’indice si tengono in considerazione due parametri: la partecipazione al voto e la posizione espressa. Per ogni voto quindi verifichiamo quanti parlamentari del gruppo hanno partecipato e quanti sono stati gli eventuali voti ribelli, ovvero i voti espressi in dissenso rispetto alla maggioranza del gruppo di appartenenza. Maggiore è la compattezza del gruppo, più alto sarà l’indice. Questa stessa metodologia può essere applicata anche al singolo parlamentare ma, in quel caso, parliamo di indice di affidabilità.

È importante sottolineare che non si tratta di una valutazione qualitativa né sul parlamentare, né sulla sua lealtà alla forza politica a cui appartiene, ma piuttosto di un indicatore che segnala quanto egli contribuisca attraverso il suo voto alle scelte del suo gruppo.

Infatti mentre un voto ribelle esprime chiaramente un dissenso rispetto alla posizione della propria forza politica, l’assenza alle votazioni può avere ragioni diverse. Un parlamentare infatti può non partecipare al voto perché malato, oppure perché si trova “in missione”, come avviene molto spesso a deputati e senatori che ricoprono anche incarichi di governo. Questo tipo di assenze quindi non esprimono un dissenso politico, ma allo stesso tempo non contribuiscono all’azione politica del gruppo parlamentare.

La compattezza di maggioranza e opposizione

Il fatto che i parlamentari che ricoprono anche incarichi di governo partecipino poco ai lavori parlamentari contribuisce a ridurre l’indice di compattezza della maggioranza. Ci si potrebbe quindi aspettare che l’indice sia più alto per l’opposizione.

Al contrario però i dati mostrano, sia alla camera che al senato, una compattezza maggiore della coalizione di governo rispetto all’opposizione.

74,2% l’indice di compattezza della maggioranza al senato. L’opposizione si ferma al 65,6%.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: venerdì 22 Marzo 2024)



Questo dato può essere spiegato in diversi modi. Da una parte si potrebbe ritenere che per la maggioranza la compattezza del voto parlamentare sia in qualche modo più importante. Infatti se dovesse essere battuta dall’opposizione su un voto a causa di un numero eccessivo di assenze o, a maggior ragione, a causa dei voti ribelli potrebbe essere messa in questione la sua capacità di esercitare l’azione di governo.

Questo ragionamento tuttavia dovrebbe valere anche al contrario, l’opposizione infatti avrebbe tutto da guadagnare in un caso del genere. Questa dinamica dunque può più facilmente essere ricondotta a una certa divisione tra le forze politiche di opposizione che, come è noto, in alcuni casi si trovano su posizioni diverse tra loro.

La compattezza dei gruppi

Diversa invece è la situazione se osservata a livello dei singoli gruppi. In questo caso infatti non conta come hanno votato le altre forze di maggioranza o opposizione, ma solo il comportamento interno a ciascuna forza politica.

In questi termini in effetti i gruppi più compatti al loro interno risultano essere di opposizione. Alla camera infatti al primo posto troviamo Alleanza verdi-sinistra (Avs) con il 79,7%, seguita dal Partito democratico (Pd – 74,5%) e da Fratelli d’Italia (FdI – 72,7%).

Al senato invece troviamo in cima alla classifica il Movimento 5 stelle (M5s) con l’82,9% e poi FdI (78%) e Pd (74,4%).

La presenza ai primi posti di Fratelli d’Italia è certamente da segnalare, visto l’alto numero di parlamentari con responsabilità di governo che partecipano poco ai voti in aula. Rispetto agli altri partner di governo però bisogna anche considerare che FdI conta molti più deputati e senatori. Dunque quelli che non hanno incarichi nell’esecutivo possono in parte compensare l’assenza dei loro colleghi.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: mercoledì 3 Aprile 2024)



In fondo alla classifica invece si trova, sia alla camera che al senato, il gruppo misto. Un dato che non stupisce visto che la natura stessa di questo gruppo non presuppone un’unità d’intenti tra i suoi componenti.

Al netto di questo dunque alla camera il valore più basso è quello registrato da Noi moderati (Nm – 54,6%), mentre un po’ meglio fanno Forza Italia (FI – 59,3%) e Italia viva (Iv – 59,4%).

Al senato invece le posizioni più basse sono ricoperte da Per le autonomie (50,6%), FI (58,2%) e Iv (72,1%).

In termini generali si può osservare come in quasi tutti i gruppi l’indice di compattezza risulti più alto al senato che alla camera. Un elemento facilmente spiegabile se si considera che a palazzo Madama la maggioranza ha numeri più limitati che a Montecitorio. Per questo la compattezza dei gruppi diventa politicamente più significativa.

L’affidabilità dei parlamentari rispetto ai propri gruppi

Come anticipato la stessa metodologia dell’indice di compattezza può essere applicata anche ai singoli parlamentari, in modo da verificare quanto ciascuno di loro sia “affidabile” per il proprio gruppo, cioè in che misura contribuisce ai voti espressi dalla sua formazione politica.

Anche in questo caso l’indice di affidabilità non deve essere inteso come una valutazione qualitativa. Deputati e senatori infatti sono liberi di esprimere il proprio voto in piena coscienza. Nonostante questo però il fatto che un parlamentare si esprima spesso in dissenso con il gruppo o partecipi poco alle votazioni (magari per impegni di governo) è un elemento politico che deve essere tenuto in considerazione.

Vista l’importanza della presenza al voto per calcolare questo dato non stupisce che i parlamentari con un indice di affidabilità più alto siano di solito quelli con presenze maggiori e viceversa.

Al primo posto in assoluto, considerando complessivamente camera e senato, troviamo Andrea Casu, deputato del Partito democratico con un indice di affidabilità del 99,7% che risulta presente nel 99,7% delle votazioni e ha espresso un voto diverso dal gruppo solo in 3 occasioni. Al secondo posto invece l’on. Alessandro Battilocchio di Forza Italia con il 99,6% (presente nel 99,9% delle votazioni e con 11 voti ribelli) mentre al terzo l’on. Vincenzo Amich di Fratelli d’Italia, con il 99,6% (presente nel 99,6% delle votazioni e con un solo voto ribelle).

Foto: camera dei deputati

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Nel parlamento a numeri ridotti ci sono ancora tanti assenteisti https://www.openpolis.it/nel-parlamento-a-numeri-ridotti-ci-sono-ancora-tanti-assenteisti/ Thu, 28 Mar 2024 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=288540 Nonostante la media della partecipazione ai lavori delle camere sia piuttosto alta, ci sono ancora alcuni casi di assenteismo. Questo anche al netto degli incarichi di governo.

L'articolo Nel parlamento a numeri ridotti ci sono ancora tanti assenteisti proviene da Openpolis.

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Il tema della partecipazione dei parlamentari ai lavori delle rispettive camere riscuote sempre grande attenzione da parte di media e opinione pubblica. D’altronde deputati e senatori, oltre a un dovere di natura morale, hanno anche obblighi specifici definiti dalle norme.

Nell’attuale legislatura il livello medio di partecipazione è abbastanza alto. Una dinamica che è almeno in parte influenzata anche dal taglio del numero dei parlamentari. Questo infatti probabilmente spinge molti a essere più presenti, non solo per assicurare il numero legale ma anche per garantire la tenuta della maggioranza. Nonostante questo però, anche nell’attuale parlamento, ci sono dei casi di assenteismo per cui è difficile trovare una giustificazione.

111 i deputati e i senatori che hanno partecipato a meno della metà delle votazioni elettroniche.

Ciò anche al netto dei presidenti d’aula (che solitamente non partecipano alle votazioni) e dei parlamentari che hanno incarichi di governo. Spesso questi ultimi sono considerati come “in missione” e risultano quindi come presenti anche se di fatto non lo sono. Tale istituto tuttavia ha ancora molte zone d’ombra e non riguarda solo i componenti dell’esecutivo. In molti casi risulta impossibile capire la ratio con cui ai deputati e ai senatori viene concesso questo status.

Questo dovrebbe spingere a delle riflessioni, non solo sull’opportunità di una maggiore trasparenza nell’utilizzo di questo strumento ma anche sul tema degli incarichi multipli. Fattore che, impedendo a molti parlamentari di partecipare ai lavori, indebolisce ulteriormente un’istituzione in crisi.

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Come si contano presenze, assenze e missioni dei parlamentari

La qualità del lavoro di un parlamentare non si può valutare esclusivamente attraverso i dati sul livello di partecipazione alle sedute dell’aula. Questo però è sicuramente un dato da tenere in considerazione.

Oltre alle fisiologiche assenze dovute a motivi di salute, ci sono anche altri casi in cui un parlamentare può non partecipare alle votazioni. Può infatti essere impegnato in altri incarichi istituzionali, oppure è possibile che si tratti di casi di assenteismo. Per questo motivo è importante monitorare costantemente il livello di partecipazione di deputati e senatori ai lavori delle rispettive camere.

I dati possono essere ricavati dagli esiti delle votazioni elettroniche che vengono messi a disposizione da camera e senato. A seguito di ogni singolo scrutinio i parlamentari possono risultare presenti, assenti o in missione. La somma di tutti gli esiti delle votazioni restituisce il livello di partecipazione dei singoli esponenti.

10.920 le votazioni elettroniche effettuate alla camera e al senato dall’inizio della XIX legislatura.

Si definisce come “in missione” quel parlamentare che non partecipa al voto perché occupato in altri compiti istituzionali. Può trattarsi di un incarico ricevuto dalla camera o dal senato (solitamente se componente dell’ufficio di presidenza, presidente di una commissione parlamentare o capogruppo) oppure di attività connesse ad altri incarichi politico-istituzionali e di governo.


Manca trasparenza circa i criteri secondo i quali un parlamentare può essere considerato in missione.


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“Come si contano assenze, presenze e missioni parlamentari”

Poiché si tratta di una sorta di assenza giustificata, i parlamentari in missione non subiscono alcuna decurtazione della diaria.

I dati sulle presenze per gruppo

Come anticipato, il livello di partecipazione ai lavori delle camere è mediamente alto. A Montecitorio il dato relativo alla partecipazione si attesta complessivamente sul 69,4%. Le assenze sono in media il 16,7% mentre la mancata partecipazione dovuta alle missioni è del 13,9%. Oltre la metà dei deputati (220) può vantare un livello di partecipazione compreso tra il 75% e il 100% mentre sono 80 (il 20%) coloro che hanno votato in meno della metà delle occasioni.

71,8% il livello di partecipazione media complessiva alle votazioni elettroniche di deputati e senatori. 

A palazzo Madama la media della partecipazione è del 78,4%, le assenze costituiscono il 6,4% e le missioni il 15,3%. In questo caso circa 3 quarti degli esponenti presenti può vantare un livello di partecipazione compreso tra il 75% e il 100% mentre solo 31 fanno registrare un valore inferiore al 50%.

Analizzando i dati sulla partecipazione in base ai gruppi presenti in parlamento possiamo osservare che al senato il livello di presenza più alto è del Movimento 5 stelle (86,8%). Seguono Partito democratico (81,2%) e Fratelli d’Italia (81,1%) mentre il valore inferiore è quello del gruppo misto (55,4%). Alla camera invece al primo posto per livello di partecipazione troviamo l’Alleanza Verdi-Sinistra (che al senato fa parte del misto) con un valore del 79,9%. Anche in questo ramo del parlamento troviamo il Pd al secondo posto (75,1%) e Fdi al terzo (73,2%). Il dato più basso invece è quello di Noi moderati (54,4%).

FONTE: elaborazione e dati openpolis.
(ultimo aggiornamento: giovedì 21 Marzo 2024)



Ovviamente soprattutto nel caso dei gruppi di maggioranza occorre tenere presente che spesso la mancata partecipazione alle votazioni è dovuta a impegni concomitanti legati agli altri incarichi che gli esponenti di queste formazioni ricoprono. Per questo è sempre importante valutare i dati sulle presenze congiuntamente a quelli sulle missioni.

A volte è impossibile capire perché un parlamentare è in missione.

La percentuale di missioni è infatti significativa nel caso di Lega, Forza Italia e Noi moderati (che però non ha rappresentanti nell’esecutivo) mentre probabilmente Fdi compensa questa dinamica con l’alto numero di esponenti che può vantare in parlamento. Questo consente al partito di Giorgia Meloni di avere comunque una percentuale di presenze molto alta.

C’è da tenere presente però che l’istituto delle missioni non è mai stato normato in maniera adeguata e presenta ancora molte zone oscure. Ad esempio non viene mai specificata la motivazione che ha portato la presidenza dell’aula ad autorizzare la missione. Se per gli esponenti dell’esecutivo questa può essere abbastanza ovvia, in altri casi non è così. Come ad esempio per il gruppo di Azione alla camera o Per le autonomie al senato. Gruppi con una percentuale di assenze per missioni piuttosto elevata ma che non fanno parte della maggioranza e non hanno quindi esponenti al loro interno con incarichi nell’esecutivo.

Chi sono i parlamentari più assenteisti

Come detto, nell’attuale legislatura il livello medio di partecipazione alle votazioni elettroniche è piuttosto alto anche se non mancano i casi in cui l’assenza in aula è difficilmente giustificabile. Sia alla camera che al senato sono molti i nomi noti anche al grande pubblico che fanno registrare una percentuale di partecipazione alle votazioni elettroniche particolarmente bassa.

Tra questi, a Montecitorio troviamo l’ex leader della Lega Umberto Bossi (i cui problemi di salute sono noti) che non ha praticamente mai partecipato ai lavori. Lo stesso vale per il collega di partito Antonio Angelucci. Troviamo poi tra gli altri anche l’ex ministro e attuale presidente della commissione esteri Giulio Tremonti (4,3% di presenze), Marta Fascina (5,2%), l’ex ministro del Pd e attuale presidente del Copasir Lorenzo Guerini (10,7%) e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi (22,3%).

A palazzo Madama la media di partecipazione è sensibilmente più alta rispetto alla camera. Tanto che tra i senatori con la percentuale di presenze più bassa figura anche la capogruppo del Pd Simona Malpezzi che però è stata presente a oltre la metà delle votazioni (61,9%). Tra coloro che fanno registrare una percentuale di partecipazione alle votazioni elettroniche più bassa troviamo poi Franco Mirabelli (4,8%), Guido Castelli (15,3%) e Claudio Borghi (34,3%). Anche in questo caso incontriamo alcuni nomi noti tra i meno presenti. Si tratta di Carlo Calenda (53,8%) e Matteo Renzi (55,5%).

Dal conteggio sono stati esclusi i parlamentari che hanno anche incarichi di governo, i presidenti dell’aula e i senatori a vita. Questi, per motivi diversi, solitamente non partecipano alle votazioni.

FONTE: elaborazione e dati openpolis.
(ultimo aggiornamento: giovedì 21 Marzo 2024)



È importante ribadire ancora una volta che in alcuni casi la bassa percentuale di presenze è dovuta a un altissimo tasso di missioni. Ma se in certe situazioni il motivo è facilmente riconducibile ad altri incarichi in altre ciò è meno comprensibile. Peraltro, se è vero che generalmente gli esponenti del governo partecipano poco alle sedute dell’aula, c’è anche da dire che questo non vale per tutti nella stessa misura.

Ad esempio, il sottosegretario all’informazione e all’editoria Alberto Barchini registra un tasso di partecipazione alle sedute del senato del 48,7%. Il sottosegretario alle infrastrutture e i trasporti Tullio Ferrante si attesta al 46,1% mentre quello alla giustizia Andrea Ostellari al 46%.

Foto: comunicazione camera.

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La rilevanza delle donne nel governo e in parlamento https://www.openpolis.it/la-rilevanza-delle-donne-nel-governo-e-in-parlamento/ Thu, 21 Mar 2024 07:20:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=288356 Nonostante la prima donna a capo del governo, il ruolo femminile nelle istituzioni è ancora molto limitato. Sia in termini di rappresentanza che di incarichi ricoperti.

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La scorsa settimana abbiamo lanciato la nuova versione di Openparlamento dedicata alla XIX legislatura. Tra le molte novità che abbiamo introdotto c’è anche l’indice di forza che aiuta a valutare il ruolo e la rilevanza dei vari esponenti politici sulla base degli incarichi che questi ricoprono.

Un modo interessante per utilizzare questo indicatore è declinarlo in termini di rappresentanza di genere. Sappiamo infatti che le donne presenti all’interno delle istituzioni sono un numero significativamente più basso rispetto agli uomini. Sommando però la “forza” femminile in base agli incarichi attribuiti possiamo osservare un valore ancora inferiore.

27,9% la forza delle donne sulla base degli incarichi ricoperti nelle istituzioni. 

Questo nonostante l’attuale esecutivo possa vantare la prima presidente del consiglio donna e ben 5 ministre. Un elemento che deve far riflettere sul tema della parità di genere all’interno delle istituzioni.

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Quante donne ci sono all’interno delle istituzioni

Ovviamente se c’è una scarsa presenza femminile nelle istituzioni è fisiologico che la maggior parte degli incarichi di rilievo sia ricoperta da uomini. Tale dinamica chiaramente influisce sulla forza delle donne e quindi anche sulla loro capacità di incidere sull’agenda politica e nel processo decisionale. Perciò, per la nostra analisi, dobbiamo partire dai dati sulla presenza femminile nel governo e in parlamento.

Complessivamente gli esponenti sono 623 (considerando anche i membri dell’esecutivo che non sono stati eletti alla camera o al senato). Di questi solo 209 sono donne, cioè il 33,6%. Nell’esecutivo le donne rappresentano il 30,2%, a Montecitorio il 32,3%. Valore più alto a palazzo Madama, dove le donne rappresentano il 36,1% degli eletti.

Scomponendo i dati tra le varie formazioni politiche presenti nelle istituzioni in esame possiamo trovare risultati molto diversi. Se si considera il rapporto percentuale possiamo osservare infatti che Italia viva può vantare una perfetta parità tra uomini e donne. Da notare però che gli appartenenti a questo schieramento sono solo 16. Il Movimento 5 stelle e Azione si attestano sul 46,2%, segue l’alleanza Verdi-Sinistra con il 36,4%. Se si escludono i membri del governo che non sono associabili direttamente a nessun partito o gruppo parlamentare, possiamo osservare che il valore più basso lo registra Forza Italia con il 28,4% di donne rispetto al totale dei propri componenti.

Il grafico mostra la percentuale di donne presenti in ogni formazione politica che possa vantare rappresentanti nelle camere o al governo. Gli esponenti che hanno il doppio ruolo di parlamentare e membro dell’esecutivo sono conteggiati una sola volta. Con “Indipendente” si intendono i componenti del governo che non sono associabili a nessun partito.

FONTE: elaborazione e dati openpolis.
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Marzo 2024)


Oltre che in termini strettamente numerici, la rappresentanza femminile può essere valutata anche in base agli incarichi ricoperti. Proprio per analizzare il peso delle donne nel processo decisionale si può ricorrere al nostro indice di forza.

Cos’è l’indice di forza

L’indice di forza è un indicatore originale ideato da Openpolis. Ai politici viene attribuito un punteggio in base agli incarichi ricoperti in parlamento e al governo attraverso un sistema originale di ponderazione di istituzioni, organi e ruoli. Il calcolo dell’indicatore tiene conto di aspetti posizionali (ogni incarico ha un suo peso) e di dinamiche distributive (come le diverse articolazioni contribuiscono all’assetto istituzionale). Ad esempio, se fosse istituito un nuovo ministero senza portafoglio, questo avrà un indicatore di forza più basso rispetto a un ministero con portafoglio.

L’indice di forza serve a valutare il peso di ogni esponente e della formazione politica di appartenenza.

Al tempo stesso, il punteggio attribuito sarà sottratto all’istituzione che precedentemente ne aveva le competenze e in quota parte a tutti i ministeri, perché in consiglio dei ministri vi è un ruolo in più. Aggregando i valori dei singoli esponenti, è possibile valutare la distribuzione della forza tra i gruppi parlamentari, i partiti al governo, per fascia d’età e per genere. Nel caso specifico, ci siamo concentrati su quest’ultimo aspetto.

Dato che la stessa persona può ricoprire più incarichi, oltre alla forza generale è possibile valutare anche indici specifici ponderati esclusivamente sui componenti dell’esecutivo e delle singole camere. Per questo articolo, facciamo riferimento all’indice generale.

Come ogni indicatore l’indice di forza non pretende di misurare tutto. Al momento infatti consideriamo gli incarichi istituzionali al governo e in parlamento, ma non quelli nei partiti. Per fare un esempio quindi, a Elly Schlein è attribuito un valore in base agli incarichi che ricopre alla camera e non per il ruolo di segretaria del suo partito.

Donne e incarichi nelle istituzioni

Sulla base dell’indice che abbiamo appena descritto, possiamo osservare che il peso delle donne è pari al 27,94% mentre gli uomini si attestano sul 71,89%. Una sproporzione molto consistente, superiore anche a quella della rappresentanza numerica. Una dato che potrebbe essere ancora più basso se non fosse per la prima storica presenza di una presidente del consiglio donna, oltre che di 5 ministre.

Detto che in quasi tutte le formazioni politiche è maggiore il peso degli uomini rispetto a quello delle donne, possiamo osservare situazioni molto diverse tra i vari schieramenti. Considerando la somma totale della forza espressa dalle esponenti femminili, ai primi posti troviamo logicamente i partito di governo, a partire da Fratelli d’Italia (10,92%). Seguono Forza Italia (4,05%) e Lega (3,31%). Tra le formazioni che non possono vantare esponenti con incarichi di governo, al primo posto troviamo il Partito democratico con il 3,06%.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Marzo 2024)



Un altro elemento interessante da valutare è quanto le donne contribuiscono alla forza espressa da ciascun schieramento politico. Da questo punto di vista, in termini percentuali, al primo posto troviamo Italia viva (50,67%) dato che la forza complessiva di questa formazione è pari all’1,5% e l’apporto delle donne vale lo 0,76%. Su questi dati pesa logicamente il fatto che Iv sia l’unica formazione che, con l’attuale assetto, può vantare un’equa rappresentanza tra uomini e donne. Seguono Movimento 5 stelle (43,82%) e Alleanza Verdi-Sinistra (41,18%).

Per trovare la prima formazione della maggioranza dobbiamo scendere in questo caso al settimo posto dove ritroviamo Fratelli d’Italia con un contributo femminile alla forza totale del partito del 30,32%. Un dato che fa riflettere considerando che Fdi esprime la presidente del consiglio, ruolo che vale il maggior punteggio in termini di forza. Da notare infine il valore particolarmente basso della Lega, dove il contributo femminile alla forza totale è appena del 16,5%. Occorre tenere presente che i partiti di maggioranza hanno più incarichi da distribuire tra i propri esponenti, sia in termini numerici che di rilevanza. Di conseguenza, la sproporzione nel rapporto di forza tra uomini e donne risulta più marcata.

Andando a vedere le singole esponenti, logicamente, la più influente di tutte è Giorgia Meloni con un indice di forza generale del 4,47%. Un dato che la colloca al primo posto della classifica complessiva, considerando anche gli uomini. Tra le donne con indice di forza più alto troviamo poi la ministra del lavoro Marina Elvira Calderone (indipendente) che occupa il tredicesimo posto totale con un indice dell’1,35%. Segue la ministra del turismo Daniela Santanché (Fdi) con un indice dell’1,33%.

3 le donne tra i primi 15 esponenti di governo e parlamento per indice di forza.

Per trovare la prima esponente donna che non ricopre incarichi di governo dobbiamo scendere alla 37esima posizione. Qui incontriamo la vicepresidente del senato Licia Ronzulli (Forza Italia). Altre donne con un indice di forza significativo sono le vicepresidenti del senato rappresentanti dell’opposizione. Si tratta di Anna Rossomando del Partito democratico e Maria Domenica Castellone del Movimento 5 stelle.

Foto: GovernoLicenza

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I numeri del 2×1000 ai partiti nel 2023 https://www.openpolis.it/i-numeri-del-2x1000-ai-partiti-nel-2023/ Thu, 08 Feb 2024 06:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=284876 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi Quante risorse del 2×1000 sono andate ai partiti nel 2023 Ascolta il […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi Quante risorse del 2×1000 sono andate ai partiti nel 2023

24 milioni €

le risorse complessivamente raccolte con il 2X1000 nel 2023 in base alla dichiarazione dei redditi 2022. Dopo l’abolizione dei rimborsi elettorali, il 2×1000 è l’unica forma di finanziamento pubblico rimasta ufficialmente a disposizione dei partiti. Altre risorse pubbliche infatti arrivano alle forze politiche attraverso i gruppi parlamentari. In quel caso però, i finanziamenti dovrebbero essere, almeno formalmente, riservati alle attività istituzionali del gruppo e non alle iniziative politiche generali dei partiti. Vai all’articolo.

8,1 milioni €

le risorse ottenute dal Partito democratico (Pd) che è stato scelto da più di 530mila contribuenti classificandosi al primo posto tra i partiti italiani. Il dato di per sé non rappresenta una sorpresa. Infatti da quando è entrato in vigore il 2×1000 il Pd si è sempre classificato al primo posto, seppur con notevoli oscillazioni tra anno e anno. Vai al grafico.

+53,5%

l’aumento percentuale delle risorse raccolte da Fratelli d’Italia (FdI) tra 2022 e 2023. Il partito della presidente del consiglio con 4,8 milioni di euro si posiziona al secondo posto. Nel corso degli anni l’andamento delle risorse di FdI ha seguito un andamento inverso rispetto alla Lega di Matteo Salvini. Al crescere di FdI infatti è corrisposto un calo della Lega. Quest’anno però il partito di maggioranza relativa ha ampiamente superato l’importo massimo  raggiunto dalla Lega nel 2019. Vai al grafico.

il Movimento 5 stelle che, nel primo anno in cui ha iniziato a raccogliere il 2×1000, ha ottenuto 1,8 milioni di euro da 174mila contribuenti. Per ricevere questo tipo di finanziamenti infatti le formazioni politiche devono, tra le altre cose, essere iscritte al registro nazionale dei partiti politici. Inizialmente il M5s aveva mantenuto una posizione contraria anche a questa forma di finanziamento pubblico. Cambiata la linea politica è stato poi necessario del tempo per adeguare tutti gli aspetti burocratici e solo da aprile 2022 il M5s risulta formalmente iscritto al registro. Vai all’articolo.

26,4 €

il rapporto tra il totale delle risorse ottenute da Azione e il numero di contribuenti che l’anno scelta. Si tratta del dato più alto tra i partiti politici. Seguono Italia viva (19,7 €), il Sudtiroler Volkspartei (19,6 €), Forza Italia (17,8 €) e il Pd (15,28 €). Più basso invece il dato di Fratelli d’Italia (13,8 €), Lega Salvini premier (12,1 €) e in particolare il Movimento 5 stelle con appena 10,6 € per contribuente in media. Vai all’articolo.

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Quante risorse del 2×1000 sono andate ai partiti nel 2023 https://www.openpolis.it/quante-risorse-del-2x1000-sono-andate-ai-partiti-nel-2023/ Thu, 25 Jan 2024 06:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=282812 Anche quest'anno il Partito democratico si conferma la forza politica che raccoglie più fondi attraverso il 2x1000 ai partiti. Le risorse ricevute da Fratelli d’Italia però continuano a crescere, mentre l’andamento della Lega risulta di segno opposto.

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Dopo l’abolizione dei rimborsi elettorali, il 2×1000 è l’unica forma di finanziamento pubblico rimasta ufficialmente a disposizione dei partiti. Altre risorse pubbliche infatti arrivano alle forze politiche attraverso i gruppi parlamentari. In quel caso però, i finanziamenti dovrebbero essere, almeno formalmente, riservati alle attività istituzionali del gruppo e non alle iniziative politiche generali dei partiti.

Al contrario, stando alla nuova disciplina (Dl 149/2013), queste attività dovrebbero essere svolte ricorrendo da una parte al finanziamento privato e dall’altra proprio al 2×1000. Un modo per raccogliere fondi che tuttavia non è automatico, dipendendo dalla scelta di ogni contribuente.

Infatti, per destinare a un partito il 2×1000, i cittadini devono esplicitamente dichiarare la propria scelta. Forse anche per questo nei primi anni dopo l’istituzione dello strumento non sono stati in molti a scegliere di contribuire al finanziamento della politica. Poi, nel corso del tempo, i contribuenti che hanno fatto questa scelta sono aumentati e di conseguenza anche l’ammontare complessivo delle risorse raccolte.

24 milioni € le risorse complessivamente raccolte con il 2X1000 nel 2023 in base alla dichiarazione dei redditi 2022.

In effetti tra il 2015 e il 2023 il numero di contribuenti che ha deciso di finanziare la politica è cresciuto del 58%, mentre l’ammontare complessivo è aumentato è quasi raddoppiato. Se la crescita dovesse proseguire di questo passo, il prossimo anno gli importi teorici derivanti dal 2×1000 potrebbero superare il tetto di 25,1 milioni previsto dalla legge. Bisognerà quindi verificare se, nel corso del 2024, il parlamento deciderà o meno di alzare questo limite massimo.

I partiti più scelti dai contribuenti

Nel 2023 la forza politica più scelta dai contribuenti è stata il Partito democratico (Pd), ottenendo più di 530mila scelte da cui sono derivati 8,1 milioni di euro (33,74% del totale).

Al secondo posto Fratelli d’Italia (FdI) con 348mila contributi per un totale di 4,8 milioni di euro. Un risultato importante e, come vedremo, in crescita rispetto allo scorso anno, per quanto ancora distante dal Pd.

Segue poi il Movimento 5 stelle (M5s) che quest’anno per la prima volta ha partecipato alla raccolta del 2×1000. Per ricevere questo tipo di finanziamenti infatti le formazioni politiche devono, tra le altre cose, essere iscritte al registro nazionale dei partiti politici. Inizialmente il M5s aveva mantenuto una posizione contraria anche a questa forma di finanziamento pubblico. Cambiata la linea politica è stato poi necessario del tempo per adeguare tutti gli aspetti burocratici e solo da aprile 2022 il M5s risulta formalmente iscritto al registro nazionale dei partiti politici. In ogni caso, per essere il primo anno, il M5s ha raccolto un numero considerevole di contributi (174mila) e di risorse (1,8 milioni).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’economia
(consultati: lunedì 22 Gennaio 2024)



Al quarto posto invece la Lega di Matteo Salvini con 130mila scelte e 1,5 milioni di euro ricavati. Bisogna sottolineare però che questo dato rappresenta la somma tra le scelte e gli importi che sono andati a due partiti formalmente diversi. Da una parte la Lega Salvini premier, a cui sono andati 1,1 milioni, e dall’altra la Lega nord per l’Indipendenza della Padania che ha ricevuto 440mila euro.

Quanto agli altri partiti è interessante osservare come Forza Italia, che ad oggi rappresenta comunque uno degli assi portanti della maggioranza, si sia classificata appena al nono posto con 34mila scelte e 618mila euro. Un dato inferiore a formazioni politiche con rappresentanze parlamentari decisamente più contenute come +Europa, Sinistra italiana, i Verdi o Azione.

Risorse per contribuente

Analizzando più nel dettaglio i dati può essere utile confrontare le risorse complessive ottenute da ciascuna forza politica con il numero di contribuenti che l’hanno scelta. Da questo punto di vista è Azione ad avere il rapporto più elevato, con 26,4 € in media per contribuente. Seguono Italia viva (19,7 €), il Sudtiroler Volkspartei (19,6 €), Forza Italia (17,8 €) e il Pd (15,28 €).

Più basso invece il dato di Fratelli d’Italia (13,8 €), Lega Salvini premier (12,1 €) e in particolare il Movimento 5 stelle con appena 10,6 € per contribuente in media.

Il 2×1000 negli anni

Analizzando lo storico del 2×1000 relativo alle maggiori forze politiche presenti in parlamento emergono alcuni elementi interessanti. Da quando è in vigore questo tipo di finanziamento pubblico è sempre stato il Pd a ottenere più risorse, anche se con continue oscillazioni.

Per quanto il distacco rimanga ancora considerevole, la distanza tra questa forza politica e la seconda in classifica si è ridotta notevolmente nell’ultimo anno. In effetti i fondi ottenuti da Fratelli d’Italia sono aumentati del 53,5% tra 2022 e 2023 e addirittura del 567% rispetto al 2018.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’economia



Un andamento inverso è stato seguito invece dalla Lega Salvini premier. In quel caso però, anche nell’anno più favorevole (2019) non sono mai stati superati i 3,1 milioni di euro. Al trend negativo che caratterizza il 2×1000 di questa forza politica peraltro non è corrisposto un aumento delle risorse per la Lega nord, la formazione storica fondata da Umberto Bossi.

Sempre modesti invece gli importi ottenuti tramite il 2×1000 da Forza Italia, che non è mai riuscita a sfruttare a pieno questo strumento.

Foto: kgerakis da Getty Images Signature

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Come il nuovo parlamento si è pronunciato sul conflitto ucraino https://www.openpolis.it/come-il-nuovo-parlamento-si-e-pronunciato-sul-conflitto-ucraino/ Wed, 08 Feb 2023 14:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=231649 È passato quasi un anno dall'esplosione della guerra in Ucraina. Da allora il parlamento si è già espresso molte volte sul conflitto, anche nella legislatura appena iniziata. Vediamo come si sono espressi sul punto i nostri rappresentanti eletti nel settembre scorso.

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Il 24 febbraio 2022 iniziava l’operazione militare russa in Ucraina. Un conflitto che ha avuto gravi conseguenze anche per i paesi europei. Questi finora si sono schierati in maniera compatta a favore del popolo ucraino, inviando materiali sia bellici che di supporto alla cittadinanza. Ma anche imponendo sanzioni alla Russia.

La questione dell’invio di armi in particolare è risultata particolarmente controversa e fonte di un acceso dibattito anche nel nostro paese. Da questo punto di vista è particolarmente importante valutare le posizioni assunte dai nostri rappresentanti in parlamento. Un tema di cui il parlamento ha discusso sia nella legislatura precedente che in quella appena iniziata.

Sono 2 in particolare i provvedimenti su cui il parlamento si è espresso con un voto. Si tratta dei decreti legge 169 (proroga della partecipazione dell’Italia alle attività della Nato) e 185 (proroga dell’invio di materiale, anche bellico, all’Ucraina) del 2022. Com’era prevedibile entrambi questi provvedimenti hanno ricevuto il voto favorevole delle formazioni di centrodestra che fanno parte dell’attuale maggioranza.

L’opposizione invece ha assunto posizioni diverse. Gli unici gruppi espressamente contrari sono stati infatti il Movimento 5 stelle e l’Alleanza verdi-sinistra (Avs). Più morbida invece la posizione assunta da Partito democratico e Azione-Italia viva che si sono astenuti nel primo caso e hanno votato a favore nel secondo.

La proroga dell’autorizzazione all’invio di armi

Il primo provvedimento che prendiamo in esame è il più recente dei due e forse anche il più rilevante politicamente. Si tratta del decreto legge 185/2022 che dispone la proroga fino al 31 dicembre 2023 dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari a favore dell’Ucraina.

L’11 gennaio scorso al senato il provvedimento è stato approvato in via definitiva con 125 voti favorevoli, 28 contrari e 2 astenuti. La camera si era già pronunciata alcuni giorni prima (215 favorevoli , 46 contrari e nessun astenuto) ma in quel caso l’aspetto più rilevante riguardava il numero di deputati che non hanno partecipato al voto: 138 di cui 72 assenti e 66 in missione. I parlamentari in missione non risultano fisicamente in aula perché impegnati in altre attività istituzionali. Sono però considerati come presenti ai fini del raggiungimento del numero legale ma di fatto non partecipano al voto. 

Solo M5s e Avs contrari alla proroga dell’invio di armi.

Ad esprimersi in senso contrario su questo provvedimento sono stati solamente il Movimento 5 stelle e l’Alleanza verdi-sinistra (che al senato fa parte del gruppo misto). Tutti favorevoli gli altri gruppi. Occorre ricordare che questo decreto legge rappresenta una proroga di quanto già disposto dal Dl 14/2022 che era stato presentato dal governo Draghi. Non deve sorprendere quindi il fatto che anche gruppi di centro e centrosinistra come Partito democratico e Azione-Italia viva abbiano votato a favore del provvedimento. Dato che all’epoca del primo decreto facevano parte della maggioranza.

Nel grafico, per agevolare la lettura, sono rappresentati solamente i voti favorevoli, contrari e gli astenuti. Non sono rappresentati invece gli assenti (12 al senato e 72 alla camera), i parlamentari in missione (125, 66) e i presenti non votati (1 al senato). Solitamente chi presiede l’aula non partecipa alla votazione.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 24 Gennaio 2023)



Sulle votazioni relative a questo decreto è interessante osservare quanto accaduto nelle fila del Partito democratico. Tra i Dem infatti si sono registrati alcuni voti in contrasto con il resto dei gruppi, sia al senato che alla camera. Quelli che definiamo “voti ribelli“.

5 i voti ribelli nel Partito democratico sul Dl 185/2022 (di cui 2 per errore).

Al senato i voti contrari sono arrivati da Andrea Giorgis e Valeria Valente. I 2 si sono affrettati a specificare che il loro voto in contrasto con il resto del gruppo sarebbe dovuto ad un semplice errore materiale. Tuttavia ai fini del conteggio il voto contrario rimane, anche se i due esponenti hanno richiesto che rimanesse a verbale la loro volontà di votare sì al provvedimento.

Al di là di questo però ci sono altri 3 voti ribelli all’interno del Pd. A conferma di come la questione ucraina sia delicata, specie in un partito che ha tra le proprie fila diverse anime e che vede al proprio vertice un segretario dimissionario, Enrico Letta. Al senato si sono astenuti l’ex segretaria generale della Cgil Susanna Camusso e Rando Vicenza. Alla camera invece il voto contrario è stato quello di Paolo Ciani.

Emendamenti e ordini del giorno

Per quanto riguarda il decreto legge in esame è molto interessante evidenziare elementi ulteriori. In particolare come il parlamento si è espresso su alcuni emendamenti e ordini del giorno.

Al senato in particolare sono stati presentati due emendamenti, uno da parte degli esponenti di Avs e l’altro, sostanzialmente identico, dal M5s che richiedevano un atto di indirizzo per ogni singolo invio di armi e materiali in Ucraina. Questa specifica è molto importante poiché il testo del Dl ha una formulazione più generica.

È prorogata, fino al 31 dicembre 2023, previo atto di indirizzo delle Camere, l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina.

Data questa formulazione, l’interpretazione potrebbe essere che non sia necessario un atto di indirizzo parlamentare per ogni invio ma potrebbe esserne sufficiente uno per tutti. Emendamenti simili sono stati ripresentati anche alla camera dalle stesse forze politiche ma in entrambi i casi sono stati bocciati. 

Il senato inoltre si è espresso su un ordine del giorno (Odg) presentato sempre dal Movimento 5 stelle. L’atto chiedeva al governo di rendere noto il dettaglio di ogni cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore dell’Ucraina. C’è da dire che in questo la proposta di Odg aveva un chiaro fine politico dato che avrebbe richiesto la rivelazione da parte dell’esecutivo di documenti classificati.

Sull’ordine del giorno G1.2 esprimo parere contrario. Le ragioni del parere contrario sono che con l’accoglimento di questo ordine del giorno verrebbe meno il carattere di tempestività rispetto all’opportunità di inviare materiale militare all’Ucraina e, in secondo luogo, non potendo per ragioni di sicurezza nazionale, essendo classificato l’elenco dei materiali inviato, riferire circa lo stesso, verrebbe meno anche il concetto di dover riferire all’Assemblea.

L’ordine del giorno è stato infatti respinto con solo 23 voti favorevoli. Il tentativo è quindi servito probabilmente a marcare il nuovo posizionamento dei pentastellati rispetto al conflitto in corso.

La partecipazione dell’Italia alle attività della Nato

Un altro decreto legge del governo su cui il nuovo parlamento si è espresso è il 169/2022. L’articolo 1 di questo provvedimento aveva disposto la proroga fino al 31 dicembre 2022 della partecipazione di personale militare italiano alle iniziative della Nato nell’ambito della forza ad elevata prontezza operativa, denominata Very high readiness joint task force (Vjtf).

Come si ricorda nella scheda di lettura predisposta dal servizio del bilancio del senato, successivamente all’aggressione militare della Russia nei confronti dell’Ucraina, il Governo ha adottato il decreto legge 28/2022 che ha previsto, tre le diverse misure, anche la partecipazione di 1.350 unità di personale militare, 77 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei e 2 unità navali nell’ambito della Vjtf.

In fase di conversione del provvedimento poi la camera ha aggiunto altri 2 articoli sempre relativi ad attività militari. In particolare l’articolo 1-bis va a modificare l’articolo 538-bis comma 1 del codice dell’ordinamento militare. La modifica apportata consente al ministero della difesa di avviare le procedure per l’affidamento di diversi servizi (tra cui l’acquisto e la manutenzione di equipaggiamenti, mezzi, sistemi d’arma, sistemi per il comando e controllo, sistemi per le  comunicazioni) finanziati dai provvedimenti di autorizzazione e proroga delle missioni internazionali delle forze armate anche nell’anno precedente all’effettivo impegno di spesa fino alla fase della stipulazione del contratto.

L’articolo 1-ter invece ha introdotto nel codice dell’ordinamento militare l’articolo 544-bis. Questa nuova disposizione autorizza il ministero della difesa ad acquistare materiali non d’armamento e alla realizzazione di lavori ed opere ai fini della successiva cessione a titolo gratuito.


I decreti legge devono essere convertiti dal parlamento entro 60 giorni. Durante l’iter le camere possono anche modificare il provvedimento e aggiungere nuove disposizioni.


Vai a
“Che cosa sono i decreti legge”

È importante evidenziare che questo decreto è un cosiddetto “atto omnibus”: contiene cioè disposizioni che vanno ad intervenire in settori non omogenei tra loro. In particolare l’articolo 2 ha esteso di 6 mesi l’applicabilità delle misure a sostegno del servizio sanitario della Calabria attualmente commissariato. L’articolo 3 invece contiene disposizioni che riguardano l’agenzia italiana del farmaco (Aifa).

Questo è un elemento molto importante da tenere presente poiché il parlamento si è espresso sulla legge di conversione che contiene un unico articolo. Di conseguenza, con un solo voto, camera e senato hanno dato il via libera sia alla partecipazione italiana alle iniziative della Nato che alle altre misure riguardanti la sanità.

Al senato la votazione finale sul disegno di legge (Ddl) di conversione si è svolta il 30 novembre scorso. Il provvedimento è stato approvato con 86 voti favorevoli. Da notare che in questo caso i contrari sono stati solamente 28 ma c’è stato un numero significativo di astenuti (46) e di senatori che risultavano in missione (30). Alla camera invece il voto finale si è tenuto il 14 dicembre. I favorevoli sono stati 160 mentre i contrari 54. Anche in questo caso ci sono stati molti astenuti (76) e deputati in missione (49).

Nel grafico, per agevolare la lettura, sono rappresentati solamente i voti favorevoli, contrari e gli astenuti. Non sono rappresentati invece gli assenti (11 al senato e 60 alla camera), i parlamentari in missione (86, 49) e i presenti non votati (4 al senato). Solitamente chi presiede l’aula non partecipa alla votazione.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 14 Dicembre 2022)



Anche in questo caso è particolarmente interessante vedere le diverse scelte fatte dai gruppi dell’opposizione. In particolare il Movimento 5 stelle e l’Alleanza verdi e sinistra hanno votato contro mentre Partito democratico e Iv e Azione (insieme a Per le autonomie al senato) si sono astenuti.

Da ricordare, anche in questo caso, che M5s, Pd e Iv facevano parte della maggioranza che sosteneva il governo Draghi. Finché hanno fatto parte del governo di unità nazionale, queste formazioni hanno votato a favore delle misure varate dall’esecutivo.

A differenza del M5s, Pd e Iv (adesso associata in parlamento al partito di Carlo Calenda Azione) non hanno modificato le posizioni filo atlantiste e favorevoli al sostegno all’Ucraina. Tuttavia, in questo caso, non hanno voluto votare a favore del provvedimento ed hanno quindi scelto di astenersi. Però anche nel caso in cui questi gruppi avessero votato contro, la norma sarebbe passata ugualmente con uno scarto di 12 voti al senato e 30 alla camera. 

Foto: Camera dei deputati

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