A che punto sono i cantieri del Pnrr sul rischio idrogeologico #OpenPNRR
Il piano ha destinato oltre 4 miliardi di euro per investimenti su rischio idrogeologico e risorse idriche. Il governo ne ha rendicontato tutti gli obiettivi, ma circa il 40% dei progetti a giugno era ancora in corso.
lunedì 19 Ottobre 2026 | Potere politico

- Il Pnrr destina oltre 4 miliardi a misure di mitigazione del rischio idrogeologico.
- Il 95% dei comuni italiani è a rischio frana o alluvione.
- Fino a 3,7 milioni di persone vivono in zone a pericolosità idrogeologica elevata.
- Il governo dichiara raggiunti tutti i target ma secondo la Corte dei conti serve un'accelerazione.
- A giugno risultava completato il 60,8% dei progetti Pnrr.
Il dissesto idrogeologico interessa, in misura più o meno elevata, la quasi totalità del territorio nazionale. Dopo un’estate torrida, con l’arrivo dell’autunno tornano d’attualità frane e allagamenti, fenomeni resi più frequenti e intensi dai cambiamenti climatici.
Su questo fronte anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) prevedeva una serie di interventi. In questo articolo facciamo il punto sugli investimenti fatti e sul loro stato di avanzamento sulla base delle più recenti informazioni disponibili. Ci focalizzeremo in particolare sui i dati di OpenPNRR aggiornati al 13 giugno scorso e su una relazione della Corte dei conti dedicata proprio a questo tema.
4,3 mld € gli investimenti del Pnrr per il contrasto al dissesto idrogeologico e la gestione della risorsa idrica.
Un primo elemento che vale la pena evidenziare subito è che il governo, nell’ottava relazione al parlamento sullo stato di attuazione del Pnrr pubblicata recentemente, ha dichiarato il raggiungimento di tutti gli obiettivi finali, in alcuni casi in anticipo rispetto alla scadenza. I dati a disposizione restituiscono però un quadro diverso. Dei 2.260 progetti finanziati infatti, quasi 900 a giugno risultavano ancora in corso.
Obiettivi raggiunti e cantieri aperti non sono necessariamente in contraddizione. Gli obiettivi concordati con Bruxelles non richiedono infatti il completamento di tutti i progetti finanziati ma di un numero minimo di interventi o di una quota di essi. Soglie che, in più di un caso, sono state riviste al ribasso nel corso delle revisioni del piano.
Resta il fatto che diverse opere attese dai territori non erano ancora ultimate a ridosso della scadenza. Anche la Corte dei conti ha sottolineato la necessità di accelerare la realizzazione degli interventi, evidenziando un divario tra lo stato procedurale dichiarato e l’effettivo avanzamento della spesa.
Quasi tutto il paese è esposto al dissesto
Prima di concentrarci sugli investimenti del Pnrr è utile fare un quadro della situazione per quanto riguarda il rischio idrogeologico nel nostro paese. Il principale riferimento per misurare il fenomeno è il quarto rapporto Ispra, pubblicato nel 2024. Il documento aggiorna le mappe dei piani di assetto idrogeologico (Pai) e analizza il rischio idraulico, quello da frana e quello valanghivo. Ne emerge un quadro che coinvolge l’intero paese, con un pericolo amplificato dai cambiamenti climatici e dall’intensificarsi delle precipitazioni. La Corte dei conti ha rielaborato su scala comunale i dati Ispra, distinguendo tra la diffusione dei due fenomeni e la loro intensità.
In oltre la metà dei comuni italiani (56,8%) sono presenti sia il rischio idraulico che quello da frana. Il 19,9% dei territori registra il solo rischio idraulico, il 16,2% il solo rischio frana. Appena il 7% non presenta nessuna delle due criticità. La geografia dei due fenomeni è in larga parte complementare. Il rischio idraulico prevale in pianura e nei fondovalle, come la pianura padana e i principali bacini fluviali. Quello da frana caratterizza invece le zone montane e appenniniche, incluse le aree interne del mezzogiorno e della Sicilia.
Il 95% dei comuni italiani è a rischio frana o alluvione
La quota di comuni a rischio di frana e idraulico per regione (2024)
FONTE: elaborazione Openpolis su dati Corte dei conti e Ispra-IdroGEO
(pubblicati: martedì 30 Giugno 2026)
Nel centro la doppia esposizione riguarda quasi tre comuni su quattro (72,8%), con punte in Toscana (94,5%), Umbria (83,7%) e Marche (78,2%). Valori simili si registrano al sud (72,7%), mentre nelle isole la quota scende al 62,2%. Più variegato il quadro nel settentrione. Nel nord-ovest il 27% dei comuni presenta il solo rischio idraulico, percentuale che in Lombardia arriva al 39,2%. Nel nord-est il Trentino-Alto Adige, data la sua natura alpina, conta il 96,1% di comuni esposti alle sole frane. In Veneto (54,2%) e Friuli-Venezia Giulia (50,2%) prevale invece il solo rischio idraulico, legato alla presenza di pianure alluvionali e corsi d’acqua.
Non tutti i residenti però sono esposti agli stessi rischi. Per le frane la pericolosità è classificata da moderata (P1) a molto elevata (P4), mentre per le alluvioni si distinguono tre livelli: bassa (P1), media (P2) ed elevata (P3). Nelle aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata vivono 1,28 milioni di abitanti. Per quanto riguarda invece le aree ad alta pericolosità idraulica, gli abitanti esposti sono circa 2,43 milioni, il 4,1% della popolazione. Considerando insieme frane e alluvioni, sono fino a 3,7 milioni le persone che vivono in zone a pericolosità idrogeologica elevata o molto elevata. Le regioni con più residenti in aree a pericolosità idraulica elevata sono Emilia-Romagna e Veneto, seguite da Toscana e Calabria. Sul fronte delle frane spiccano invece Campania, Toscana e Liguria.
Quasi 4 milioni di persone vivono in zone a rischio idrogeologico elevato
La quota di popolazione esposta ad alto rischio idraulico o di frana per regione (2024)
Il dato sulla popolazione esposta a pericolosità idraulica elevata (P3) è frutto di un’elaborazione Openpolis sui dati regionali riportati dalla Corte dei conti. La cifra di 3,7 milioni è la somma degli abitanti in aree a pericolosità elevata o molto elevata da frana (1,28 milioni) e di quelli in aree a pericolosità idraulica elevata (2,43 milioni). Poiché alcuni territori sono esposti a entrambi i fenomeni, le stesse persone possono essere conteggiate due volte. Il dato va quindi inteso come un tetto massimo e non come il numero esatto di persone a rischio. Il valore relativo al rischio idraulico potrebbe inoltre essere sottostimato: per alcune regioni, come il Trentino-Alto Adige, la quota di popolazione in classe P3 risulta pari a zero, verosimilmente per l’indisponibilità del dato.
FONTE: elaborazione Openpolis su dati Corte dei conti e Ispra-IdroGEO
(pubblicati: martedì 30 Giugno 2026)
Gli investimenti del Pnrr contro il dissesto idrogeologico
Le misure del Pnrr che secondo la corte dei conti hanno un impatto significativo in termini di mitigazione del rischio idrogeologico sono tre:
- Gestione del rischio di alluvione e riduzione del rischio idrogeologico dedicata in parte alla ricostruzione post alluvione in Emilia-Romagna, Toscana e Marche e in parte alla protezione civile per altre opere;
- Infrastrutture idriche primarie per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico per opere di captazione, accumulo e trasporto dell’acqua;
- Resilienza dell’agrosistema irriguo per una migliore gestione delle risorse idriche pensata per rendere più efficienti i sistemi di irrigazione, ridurre le perdite e misurare gli usi dell’acqua.
A questi investimenti si aggiunge anche una riforma volta alla semplificazione e accelerazione delle procedure per l’attuazione degli interventi, completata già nel 2022. Da notare che esiste anche un’altra misura introdotta con le ultime revisioni del piano che investe 1 miliardo in sovvenzioni per infrastrutture idriche. La misura è però uno strumento finanziario e per il momento non risultano progetti associati ad essa, così come la spesa che è ancora pari a 0. Questo non deve sorprendere perché, come abbiamo già raccontato, per gli strumenti finanziari non c’è il limite del 2026 per la conclusione delle opere.
Come già detto, per tutte e tre il governo ha dichiarato conseguiti gli obiettivi finali. Nell’ultima revisione del piano, approvata il 27 agosto scorso, le misure sono state interessate solo da semplificazioni amministrative.
Rischio alluvioni, centinaia di progetti fuori dal piano
La misura che in maniera più specifica si occupa del rischio idrogeologico, finanzia con 1,5 miliardi interventi di messa in sicurezza dei territori colpiti da eventi calamitosi e di riduzione del rischio residuo. Si articola in due sub-misure. La prima riguarda le aree di Emilia-Romagna, Toscana e Marche alluvionate nel maggio 2023 e riguarda il ripristino dei corsi d’acqua, la protezione da alluvioni e frane, la riparazione di edifici pubblici e strade. La seconda sostiene invece il ripristino di strutture e infrastrutture pubbliche danneggiate e opere per aumentare la resilienza delle comunità nelle zone in cui è stato dichiarato lo stato di emergenza. Come vedremo, tutti gli investimenti oggetto di analisi hanno affrontato un qualche tipo di criticità.
Molti interventi di ricostruzione post-alluvione sono usciti dal piano.
Nel caso in esame, la sub-misura dedicata alla ricostruzione nel centro Italia in particolare ha subito un profondo ridimensionamento. Nel 2024 infatti erano stati individuati oltre mille progetti per circa 1,2 miliardi di euro. Le nuove alluvioni dell’autunno dello stesso anno unite alla complessità delle progettazioni hanno però reso impossibile completarli entro il 2026. Il target è stato così ridotto a 190 interventi e la dotazione a 290 milioni. La maggior parte delle opere è stata ricondotta a fondi nazionali senza vincoli temporali europei, come il Programma straordinario per la riduzione del rischio idraulico e idrogeologico (1 miliardo). Anche la protezione civile ha escluso gli interventi in ritardo, con revoche per circa 20,7 milioni.
Secondo il governo entrambi i target per questo investimento sono stati raggiunti in anticipo. L’esecutivo dichiara infatti 225 interventi completati a fronte dei 190 richiesti e il 90% delle opere di ripristino della protezione civile. Come vedremo meglio tra poco però molti progetti a giugno risultavano ancora non conclusi e anche la Corte dei conti, per questa come per altre misure, ha invocato un’accelerazione.
Considerando che tutti i progetti si trovano in fase di “collaudo” e che le scadenze sono, oramai, prossime, la percentuale di pagamento non sempre appare adeguata allo stato procedurale; per alcuni progetti potrebbe esserci la necessità di effettuare una forte accelerazione nella fase conclusiva, onde rispettare i termini stabiliti.
Anche per gli interventi sulle infrastrutture idriche si registrano ritardi
La misura dedicata alla infrastrutture idriche ha l’obiettivo di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento idrico nelle principali aree urbane e nei grandi distretti irrigui, rendendo le reti più resistenti a siccità ed eventi estremi. Gli interventi comprendono la messa in sicurezza di dighe e infrastrutture esistenti, l’aumento della capacità di accumulo e trasporto e, dove necessario, la riduzione delle perdite. Particolare attenzione è rivolta ai sistemi idrici complessi, cioè quelli a servizio di grandi centri abitati o di ampi bacini territoriali.
I progetti per le infrastrutture idriche oggetto di controlli della corte dei conti risultavano in ritardo.
Anche per le infrastrutture idriche primarie gli obiettivi sono stati rivisti. La dotazione è scesa dai 2 miliardi ripartiti nel 2021 a 1,62 miliardi, mentre il target è passato da 50 a 45 sistemi idrici, di cui almeno 32 complessi. Il governo dichiara di averlo superato, con 80 interventi ultimati in 49 sistemi.
Secondo la Corte però anche questa misura presentava delle criticità. A giugno infatti i progetti osservati erano tutti ancora in corso e i pagamenti si fermavano sotto il 27% del costo. In Molise non risultava alcun pagamento, mentre per un progetto in Sardegna la fine dei lavori era prevista a ottobre 2027, oltre l’orizzonte del piano.
Agrosistema irriguo, obiettivi superati ma cantieri ancora aperti
La misura dedicata ai sistemi di irrigazione (anche questa molto importante per mitigare il dissesto e gli eventi climatici estremi) ha visto significative difficoltà fin dal suo avvio. L’investimento, da 880 milioni, punta a rendere l’agricoltura più resiliente ai cambiamenti climatici attraverso un uso più efficiente dell’acqua. Finanzia la conversione dei sistemi irrigui tradizionali in modelli a minor consumo, l’adeguamento delle reti di distribuzione per ridurre le perdite e l’installazione di misuratori e sistemi di controllo a distanza.
In Calabria i progetti per i sistemi irrigui risultavano indietro a giugno.
Anche in questo caso, il governo ha rivendicato risultati ampiamente superiori alle attese. Risulterebbero efficientati 507mila ettari, il 20% in più del target, e installati molti più misuratori del previsto. La Corte in questo caso si è focalizzata su 5 interventi localizzati in Calabria con 53,5 milioni evidenziando come a giugno risultassero tutti in fase di collaudo ma nessuno concluso. Quattro hanno come termine il 31 dicembre 2026 e complessivamente risultava pagato solo il 43,2% delle risorse. Per un progetto fermo al 24,7%, la Corte riteneva necessari ulteriori approfondimenti sull’effettivo stato di avanzamento.
Dove si trovano i progetti e a che punto sono
Dopo questa breve carrellata sugli investimenti del Pnrr per la gestione del rischio idrogeologico vediamo più nel dettaglio come si collocano i vari progetti sul territorio e a che punto sono. Lo facciamo utilizzando i dati della nostra piattaforma OpenPNRR che permette di osservare un perimetro più ampio di quello analizzato dalla Corte dei conti. Come già detto, complessivamente il Pnrr destina circa 4,3 miliardi di euro a questo ambito. Le risorse si suddividono tra le misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico (circa 1,5 miliardi), gli investimenti nelle infrastrutture idriche primarie (circa 1,9 miliardi) e quelli nella resilienza dell’agrosistema irriguo (circa 800 milioni).
A livello regionale è l’Emilia-Romagna a ospitare la quota più consistente di risorse, con quasi 700 milioni di euro. Seguono Campania (397,4 milioni), Sicilia (344,1 milioni) e Piemonte (301,5 milioni).
Dal Pnrr oltre 4 miliardi per risorse idriche e dissesto idrogeologico
Gli investimenti del Pnrr per la gestione delle risorse idriche, ricostruzione e contrasto del dissesto idrogeologico
Ci sono 48 progetti per cui non è possibile la territorializzazione all’interno di una singola regione. Queste opere sono state aggregate alla voce “Progetti nazionali e interregionali”. L’importo totale è di circa 124 milioni di euro, pari a meno del 3% degli investimenti complessivi.
FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: sabato 13 Giugno 2026)
A giugno 2026, dei 2.260 progetti finanziati dal Pnrr in questo ambito ne risultavano completati 1.374, pari al 60,8% del totale. Gli interventi ancora in corso erano invece 886. Tra le regioni emergono differenze significative. Le quote più alte di progetti conclusi si registrano in Molise (91,5%), Trentino-Alto Adige (89%), Lombardia (83,3%) e Friuli-Venezia Giulia (76,2%). All’estremo opposto la Valle d’Aosta, dove nessuno dei 3 progetti finanziati risultava terminato, e la Puglia con 18 interventi su 22 ancora in corso. Oltre il 60% dei progetti era ancora aperto in Veneto (72,3%), Liguria (69,2%), Toscana (61,7%) e Sardegna (60%).
Il 60% dei progetti Pnrr per il dissesto idrogeologico è concluso
La stato di avanzamento dei progetti finanziati dal Pnrr per la gestione del rischio idrogeologico per regione
FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: sabato 13 Giugno 2026)
Questi dati vanno però letti alla luce del numero di interventi presenti su ciascun territorio. Le regioni con più progetti sono Emilia-Romagna (479), Lombardia (342) e Calabria (233). Se la Lombardia risulta molto avanti e la Calabria registra il 73,4% di opere concluse, l’Emilia-Romagna resta sotto la soglia del 50%. Un ritardo da leggere anche alla luce delle due alluvioni che hanno colpito la regione e della conseguente riprogrammazione degli interventi.
Un altro elemento da considerare è quello dei pagamenti. Si tratta di un dato che non rileva ai fini del conseguimento di traguardi e obiettivi europei, ma che aiuta a capire a che punto sono le opere.
65,1% i fondi Pnrr per il dissesto idrogeologico già pagati a giugno 2026.
Le regioni più avanti sono Valle d’Aosta (96,2%), Trentino-Alto Adige (92,4%), Friuli-Venezia Giulia (89,8%) e Veneto (87,6%). Più indietro invece due delle principali regioni del mezzogiorno: Sicilia e Campania, che insieme al Molise presentano una quota di pagamenti Pnrr inferiore al 50%.
È utile infine considerare l’ammontare di risorse che ciascun territorio è chiamato a gestire. L’Emilia-Romagna, con 692,3 milioni di euro assegnati, ha effettuato pagamenti pari al 59,4%. Un valore inferiore alla media nazionale, ma superiore a quello delle altre due regioni con più fondi, Campania e Sicilia.
Benché i dati disponibili siano antecedenti alle rilevazioni del governo, com’è evidente a giugno molte opere dovevano ancora essere concluse. Raggiungere i target concordati con Bruxelles è certamente fondamentale per non perdere le risorse assegnate al nostro paese. Ma lo è anche portare a termine tutte le opere finanziate. Opere che speso sono attese da anni se non decenni.
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Foto: la frana di Niscemi (Caltanissetta) del gennaio 2026 (licenza)




