Perché l’esperienza della commissione periferie non va abbandonata Città metropolitane

Ha messo in luce alcune dimensioni del fenomeno, anche con il rilascio di nuovi dati elaborati da Istat.

|

Lo scorso 14 dicembre la commissione parlamentare sullo stato delle periferie ha concluso il suo lavoro. L’obiettivo era indagare la condizione di vita nei quartieri periferici delle 14 città metropolitane italiane, verificando con sopralluoghi, audizioni e dati la diffusione del disagio economico e abitativo, la presenza di servizi, il livello di sicurezza e l’integrazione degli stranieri. Questa attività di indagine è sintetizzata in un rapporto che potrà servire come base per impostare le politiche pubbliche su un tema sempre più decisivo per la tenuta della nostra società.

Nuovi dati e informazioni sulle periferie italiane

La Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie è stata istituita dalla camera nel luglio 2016, ma ha iniziato i suoi lavori nel novembre dello stesso anno. Ne hanno fatto parte 20 deputati, nominati dal presidente della camera in proporzione ai gruppi parlamentari.

Il parlamento può creare commissioni d’inchiesta per svolgere indagini e ricerche su materie e argomenti di interesse pubblico, con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria. Vai a "Cosa sono e cosa fanno le commissioni d’inchiesta"

Durante i 13 mesi di attività, i suoi membri si sono dati un programma di lavoro articolato in 12 sopralluoghi sul campo e 32 riunioni per ascoltare i soggetti coinvolti. Tra questi i comitati dei residenti e le istituzioni presenti sul territorio, come sindaci, assessori, prefetti e questori. Ma anche esperti e analisti competenti sui temi del disagio sociale e della marginalità.

82 i soggetti istituzionali, gli esperti e le associazioni ascoltati nel corso delle riunioni in commissione

L’indagine ha portato nelle aule parlamentari le testimonianze degli abitanti delle periferie urbane e delle loro associazioni, con 131 incontri sul territorio e 44 in commissione, raccogliendone le istanze e mettendole a confronto con le politiche adottate dai diversi livelli istituzionali.

Ma è stata anche l’occasione per rilasciare alcuni dati aggiornati sul fenomeno, in particolare quelli elaborati da Istat con i dataset a disposizione dell’istituto. Informazioni in parte inedite, e che offrono un punto di vista quantitativo sulle caratteristiche strutturali delle grandi città italiane.

Alloggi senza servizi

Un limite alle analisi sulle città metropolitane italiane è che i loro confini amministrativi ricalcano quelli delle vecchie province, e quindi non sempre rispecchiano davvero l’hinterland dei centri maggiori. Ad esempio nel caso di Napoli, il cui territorio comprende solo una parte dell’area metropolitana partenopea. O al contrario di Torino, che include anche tanti comuni che non gravitano affatto sul capoluogo piemontese.

Il problema che dovrà essere affrontato nei prossimi anni è la carenza di servizi e infrastrutture nelle aree periferiche.

Fatta questa premessa di metodo, gli atti della commissione confermano che all’origine di molti dei problemi delle periferie c’è spesso una questione abitativa e urbanistica. Negli ultimi due-tre decenni l’espansione edilizia dell’hinterland ha compensato lo spopolamento dei centri, diventati sempre più appetibili per le attività terziarie (turismo, negozi, servizi, uffici). Questo processo ha portato sia alla costruzione di nuovi quartieri-dormitorio in zone lontane dalla città, sia alla trasformazione di piccoli comuni vicini in abitati densi. Spesso con servizi sottodimensionati ai bisogni effettivi di aree con un’alta densità abitativa.

Anche escludendo i comuni dell’hinterland, su 9 milioni e mezzo di abitanti nelle città maggiori, oltre il 75% vive in aree totalmente periferiche o intermedie. Si tratta di circa 7 milioni di persone che non sono solo “fisicamente distanti” dal centro. Il dato, stimato da Istat appositamente per la commissione sulla base di proiezioni sul censimento 2011, calcola l’indice di centralità di una zona in base alla differenza tra i flussi in entrata e quelli in uscita. I quartieri attrattivi sono quelli con i valori più alti (tante persone vi si recano per lavoro, accedere ai servizi ecc.), mentre gli abitati periferici sono quasi esclusivamente residenziali.

Questo approccio permette di identificare possibili situazioni di marginalità sociali indipendentemente dalla localizzazione geografica. In molte delle città maggiori, la maggioranza della popolazione vive in aree periferiche. Questo è vero per quasi l’80% degli abitanti di Reggio Calabria, e per più di 2 residenti su 3 a Firenze, Genova, Messina, Roma, Bologna e Torino.

Per continuare a monitorare il tema è necessario che l'aggiornamento dei dati sia costante.

Uno dei principali meriti della commissione è aver fatto emergere questo tipo di informazioni, offrendoci una dimensione quantitativa del fenomeno. Con l'occasione, Istat ha prodotto una serie di elaborazioni su specifica richiesta della commissione, a partire da dati che in molti casi avevano come ultimo aggiornamento il censimento 2011. Questo ci porta a due riflessioni. Primo, questo lavoro deve andare avanti anche nei prossimi anni, e fornire una base scientifica attendibile per gli interventi sulle periferie. Il secondo auspicio è che il rilascio di informazioni aggiornate sul tema diventi costante: è il presupposto essenziale per un corretto monitoraggio.

PROSSIMO POST
Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella privacy policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, acconsenti all’uso dei cookie.