La fatica del parlamento ad approvare leggi che espandono i diritti Hate speech

Ius scholae, Ddl Zan e fine vita sono temi su cui si è molto discusso nel corso di questa legislatura. Nessuna delle proposte di legge presentate però è ancora stata definitivamente approvata e la probabilità che questo avvenga diventa ogni giorno più bassa.

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Come è noto il parlamento è competente a discutere e approvare leggi su tutte le materie su cui la costituzione attribuisce allo stato una competenza esclusiva o concorrente.

Tuttavia in alcune materie, più che in altre, le aule di camera e senato sembrano avere maggiori difficoltà a portare a conclusione i provvedimenti. Si tratta ad esempio di leggi che espandono o comunque modificano la configurazione dei diritti individuali. Come la legge sulla cittadinanza, quella per estendere le tutele nei confronti di chi è vittima di discriminazioni per ragioni di genere o orientamento sessuale e quella sul fine vita.

Si tratta di questioni fondamentali per milioni di persone che vivono nel nostro paese, ma che al contempo non sembrano altrettanto considerate dal legislatore. Eppure non si tratta di temi che riducono le libertà, ma piuttosto le espandono contrastando i discorsi d’odio verso le minoranze, promuovendo l’integrazione e lasciando più liberi i cittadini di decidere come gestire la parte finale della propria vita.

Su ciascuno di questi temi, in modi e tempi diversi, si è tornati recentemente a discutere in parlamento, anche se ormai manca meno di un anno alla conclusione della legislatura. Per questo il rischio è che argomenti così importanti siano trattati più in chiave elettorale che non con il reale obiettivo di approvare delle leggi.

Dallo Ius soli allo Ius scholae

Quello sull’accesso alla cittadinanza è un tema ancora divisivo a livello politico. Allo stesso tempo però un recente sondaggio condotto da Quorum in collaborazione con Action Aid, mostra come la maggioranza degli intervistati si dimostri favorevole a una legge che faciliti l’accesso alla cittadinanza rispetto alle regole attuali.

55,1% la quota d’intervistati che si sono dichiarati favorevoli a rendere più facile ottenere la cittadinanza italiana.

Tuttavia, anche se il tema è in discussione da anni, il parlamento sembra non riuscire a formulare una posizione. Anche nella scorsa legislatura infatti una proposta di legge per l’introduzione di una forma di Ius soli era stata approvata alla camera, senza però arrivare mai a diventare legge.

Dopo la sua nomina a segretario del Partito democratico (Pd), lo stesso Letta aveva annunciato che questa sarebbe stata una battaglia chiave nella sua strategia politica.

Io penso che sarebbe una cosa molto importante se questo tempo del governo Draghi […] fosse il periodo in cui finalmente nasce la normativa di civiltà del nostro paese sullo Ius soli, che io qui voglio rilanciare e riproporre.

Il momento tuttavia non si configurava come particolarmente favorevole. Infatti fino a pochi mesi prima il Partito democratico si trovava in maggioranza assieme al Movimento 5 stelle e ad altri partiti di centro sinistra. La recente nascita del governo Draghi però ha creato un contesto politico-parlamentare decisamente più complesso.

Affrontare questo tema in parlamento mentre al contempo si governa in una coalizione estremamente ampia e con posizioni molto diverse era in effetti un proposito piuttosto azzardato.

Da quel momento infatti, la discussione in parlamento non ha fatto molti passi avanti. Almeno fino allo scorso 9 marzo quando il testo unificato (che accorpava diverse proposte di legge) è stato adottato come testo base per la discussione.

Leggi il dossier della camera su

Il nuovo testo aveva una portata decisamente meno ambiziosa rispetto alle versioni precedenti. In questo caso infatti è stata esclusa qualsiasi forma, pur temperata, di Ius soli, limitandosi ad introdurre il principio dello Ius scholae.

Si tratta in sostanza di riconoscere la cittadinanza italiana ai ragazzi nati da genitori stranieri che abbiano frequentato per almeno 5 anni uno o più cicli scolastici. Il punto cardine della norma dunque è che sia la scuola il luogo dell’integrazione. Ovvero il contesto in cui viene a formarsi l’identità delle nuove generalzioni di italiani.

La presente proposta punta a introdurre in maniera puntuale una nuova fattispecie orientata al principio dello ius scholae, con una scelta di fiducia non solo negli stranieri che vogliono integrare i loro figli, ma nel lavoro della comunità didattica, nella dedizione dei dirigenti scolastici e degli insegnanti che in classe costruiscono la nostra Repubblica e insegnano i valori della nostra Costituzione.

Questa proposta è stata discussa con una certa continuità nei mesi di aprile e maggio. Tuttavia, nonostante si tratti di un testo depurato in partenza dalle parti meno digeribili dalle formazioni del centro destra, non sono mancate forti opposizioni al provvedimento, soprattutto da parte degli esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia. Il testo passerà alla discussione in aula proprio in questi giorni. Ma anche se il disegno di legge dovesse passare all’esame della camera in tempi molto rapidi poi al senato si dovrebbe tenere lo stesso iter, ma con numeri più sfavorevoli per i gruppi a favore del provvedimento. Ad oggi dunque appare abbastanza improbabile che una norma di questo tipo possa vedere la luce nel corso di questa legislatura.

Dov’è finito il Ddl Zan

Giugno è il mese del pride e in varie città italiane si sono tenute le consuete parate con cui viene celebrata l’accettazione sociale e l’auto-accettazione delle persone appartenenti alla comunità Lgbtqi+.

Proprio su questo tema, nel corso dell’attuale legislatura, alcuni gruppi parlamentari si erano impegnati ad approvare una legge che tutelasse dalla violenza e dalla discriminazione per motivi di sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità.

Il provvedimento, comunemente noto come  Ddl Zan, è in effetti passato all’esame della camera, senza però arrivare mai all’approvazione definita.

154 i voti favorevoli con cui il senato ha deciso di non passare all’esame degli articoli del Ddl Zan.

È interessante notare tuttavia come sul Ddl Zan il parlamento non abbia mai esplicitamente espresso parere contrario. In effetti la votazione a scrutinio segreto con cui è stato affossato il provvedimento al senato non riguardava il merito del testo, ma piuttosto l’opportunità di discutere degli articoli.

Ai sensi dell’articolo 96 del regolamento un senatore può richiedere un voto per decidere se passare o meno alla discussione degli articoli di una proposta di legge. In caso di voto favorevole l’iter del provvedimento non può riprendere prima di 6 mesi. La votazione è avvenuta con scrutinio segreto.

FONTE: elaborazione e dati openpolis.
(ultimo aggiornamento: giovedì 28 Ottobre 2021)

Tale opzione, prevista dall'articolo 96 del regolamento del senato, implica che in caso di voto favorevole il provvedimento venga accantonato ma anche che non possa essere riproposto per i successivi 6 mesi (articolo 76).

Trascorso questo tempo dunque il Partito democratico ha deciso di insistere riproponendo il provvedimento e iniziando stavolta l'iter legislativo proprio dal senato, ovvero l'aula che lo aveva inizialmente bloccato.

Il testo di questa proposta di legge ad oggi non è ancora disponibile. Tuttavia stando a quanto riportato da fonti stampa dovrebbe essere identico a quello approvato a suo tempo dalla camera.

L'idea dunque è quella di riprendere la mediazione in senato da dove era stata interrotta. In caso di successo la speranza è quella di una rapida approvazione da parte dell'ala parlamentare che già una volta ha dato il via libera al provvedimento.

Nonostante questo però tocca constatare anche in questo caso come l'iter del provvedimento sia solo alle sue prime fasi. È piuttosto difficile quindi immaginare che si possa arrivare ad approvare la legge prima della fine della legislatura.

Il parlamento, la corte costituzionale e il fine vita

Un altro tema fondamentale di cui si è molto discusso in questa legislatura, senza trovare una soluzione, è quello del fine vita.

Ad investire il parlamento del compito di legiferare su questa materia è stata in questo caso la stessa corte costituzionale. Infatti nella prima ordinanza emessa sul caso Cappato, la corte ha deciso di rimandare di un anno il proprio giudizio. In questo modo si intendeva dare al parlamento il tempo di affrontare un tema così importante e delicato.

Trascorso questo termine però le camere non erano giunte ad alcuna conclusione. Né avevano fatto i passaggi necessari a lasciar immaginare che una decisione potesse emergere in tempi ragionevoli.

In prossimità della nuova udienza, la parte costituita ha depositato una ulteriore memoria, rilevando come l’invito rivolto al Parlamento da questa Corte non sia stato accolto. Nessun seguito hanno, infatti, avuto le proposte di legge presentate, che prospettavano, peraltro, soluzioni sensibilmente diverse tra loro.

Per questo la consulta, a settembre 2019, ha emesso una nuova sentenza dichiarando l'illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, a determinate condizioni, agevola l’esecuzione del proposito di suicidio di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia dolorosa e irreversibile.

Ma oltre alla non punibilità, la sentenza estende a casi come quello trattato, la procedura prevista dalla legge 219/2017, introducendo quindi nell'ordinamento il suicidio medicalmente assistito, se pur con una serie di limitazioni.

Visto che le decisioni della corte sono immediatamente esecutive (articolo 136 della costituzione) si potrebbe pensare che non sia più necessario l'intervento del parlamento. Tuttavia è la stessa consulta a continuare a esortare il parlamento a esprimersi sulla materia. E questo per diverse ragioni. Intanto perché il tema è di un'importanza tale da richiedere che sia l'organo che esprime la volontà popolare a prendere una decisione.

Inoltre, come è risultato evidente negli scorsi giorni, l'effettiva esecutività della sentenza sta incontrando nella pratica molte limitazioni. Il 16 giugno infatti Federico Carboni è stato la prima persona in Italia ad accede al suicidio medicalmente assistito. Nonostante la sentenza della corte però sono stati necessari due anni per arrivare a questa conclusione e in aggiunta i costi necessari sono stati fatti ricadere proprio sul paziente.

Di fronte all'inerzia del parlamento nell'affrontare questa materia, lo scorso anno l'associazione Luca Cosioni aveva anche raccolto le firme per un referendum sull'eutanasia legale o, più precisamente, sull'abrogazione dell'articolo 579 del codice penale relativo all'omicidio del consensiente. In caso di vittoria del referendum la nuova normativa avrebbe avuto una portata molto più ampia, rispetto a quella emersa dalla decisione della corte. Forse anche per questo in quella fase l'attività parlamentare sulla proposta di legge in esame alla camera ha  ripreso vigore, approdando in aula a dicembre 2021.

Dossier del senato.

Si tenga presente che, di fronte all'ipotesi posta dal referendum, persino autorevoli ambienti cattolici avevano aperto alla possibilità di discutere del provvedimento in esame alla camera, basandosi sul principio delle "leggi imperfette".

In questo caso tuttavia, la corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il quesito referendario sull'eutanasia legale. Al di là delle critiche che questa decisione ha suscitato, una delle conseguenze è stata quella di riconferire al parlamento la responsabilità di assumere una decisione. Fortunatamente l'inammissibilità del quesito non ha implicato un'interruzione dei lavori parlamentari. A marzo 2022 infatti il testo è stato approvato alla camera ed è passato all'esame del senato. Tuttavia, a distanza di 3 mesi, le commissioni competenti non hanno ancora iniziato l'esame del provvedimento.

Sono indicati, distinti per gruppo di appartenenza, prima i deputati che hanno espresso voto favorevole e poi quelli che si sono dichiarati contrari. Non sono indicati gli astenuti, quelli in missione e gli assenti. I dati di dettaglio possono essere consultati su openparlamento.

FONTE: elaborazione openpolis su dati openparlamento
(ultimo aggiornamento: venerdì 17 Giugno 2022)

Le proposte di legge sui diritti tra Pnrr, ciclo di bilancio e fine della legislatura

Rispetto alle proposte di legge sullo Ius scholae e sulla discriminazione delle persone Lgbtqi+, quella sul fine vita si trova dunque molto più vicina all'approvazione definitiva. Nonostante questo però non esiste alcuna garanzia che il parlamento arrivi effettivamente ad approvare la legge.

La fine della legislatura è vicina e il parlamento sarà molto impegnato nei prossimi mesi.

L'estate infatti è un momento in cui il processo legislativo rallenta. In autunno poi saranno molti i temi di cui il parlamento dovrà necessariamente occuparsi. Tra questi certamente rientrano le riforme relative al Pnrr che richiedono un intervento parlamentare. Inoltre entro il 30 ottobre il governo deve presentare al parlamento il disegno di legge di bilancio. Nei mesi successivi quindi le camere saranno probabilmente impegnate a discutere proprio di questo provvedimento.

I tempi a disposizione del parlamento per discutere di queste proposte di legge prima dello scadere della legislatura, a marzo 2023, sono dunque estremamente stretti. Anche per questo le aspettative sono piuttosto basse. D'altronde stiamo parlando delle stesse aule che non sono riuscite ad affrontare questi temi nel corso dei 4 anni precedenti.

Certo è vero che nel caso che un provvedimento passi all'esame di uno dei rami del parlamento i regolamenti delle due camere prevedeno meccanismi velocizzati per la discussione dello stesso testo nella legislatura successiva. Il meccanismo tuttavia deve essere attivato entro 6 mesi e non c'è alcuna garanzia che questo avvenga.

Sorge il dubbio che si tratti più di un posizionamento elettorale che non di un reale tentativo di approvare le leggi.

Viene da chiedersi dunque quanto queste iniziative parlamentari abbiano effettivamente l'obiettivo di approvare i provvedimenti e quanto invece non rappresentino solo degli strumenti per marcare politicamente la propria posizione in vista della campagna elettorale.

 


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Foto: camera dei deputati - Credit

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