Cosa dicono le ammissioni alla maturità sul sistema educativo #conibambini

Sono usciti i dati sulla quota di studenti ammessi agli esami di maturità. Vediamo perché queste informazioni vanno lette insieme ad altre, come il tasso di abbandono e il livello di scolarizzazione.

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La scorsa settimana si sono tenute la prima e la seconda prova dell’esame di maturità. È il primo anno in cui le prove scritte sono state unicamente due, e non tre come in passato. Ora saranno gli esami orali a definire l’esito e il voto finale di oltre mezzo milione di ragazze e ragazzi.

Nel frattempo, il ministero dell’istruzione ha rilasciato alcuni dati sul numero di studenti ammessi agli esami.

520.263 i candidati iscritti agli esami di maturità per l’anno scolastico 2018/19.

Il tasso di ammissione, come media nazionale, è stato del 96,3%. Significa che più di 96 ragazzi su 100 hanno potuto accedere alle prove. In Molise e Basilicata si registrano le percentuali più alte, con una quota attorno al 98%. Tassi pari o superiori al 97% anche in Umbria, Campania, Veneto e Calabria.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: lunedì 17 Giugno 2019)

Le non ammissioni sono state più frequenti in Sardegna: sull'isola meno di 92 ragazzi su 100 potrà sostenere l'esame. Una cifra che la distacca nettamente dalle altre regioni (in Liguria, penultima, il tasso di ammissione è al 94,8%).

Questi dati da soli dicono poco del sistema educativo.

In generale, se si escludono le due isole, nelle altre regioni del mezzogiorno i tassi di ammissione risultano superiori alla media nazionale (oppure in linea, come nel caso della Puglia). Nel leggere questi dati, va tenuto conto che sono molte le variabili in gioco, dai livelli di apprendimento ai criteri di valutazione, e non è possibile ricostruire un quadro completo con le sole informazioni attualmente disponibili.

Un aspetto interessante da considerare è che non tutti i ragazzi arrivano a sostenere gli esami di maturità. Se hanno lasciato la scuola prima del tempo, il tema dell'ammissione o meno non si pone perché sono già usciti (probabilmente da anni) da qualsiasi percorso di istruzione.

La difficoltà di misurare quanto incide l'abbandono scolastico

Mettere in relazione le due dinamiche, abbandono precoce e ammissione alla maturità, sarebbe molto interessante. Purtroppo, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, l'indicatore disponibile per monitorare gli abbandoni scolastici non ci consente di fare collegamenti di questo tipo.

L'indicatore sugli abbandoni facilita i confronti, ma non aiuta a cogliere alcuni aspetti essenziali.

Questo perché vengono considerati come abbandoni le persone tra 18 e 24 anni senza diploma: una vista retrospettiva sul fenomeno, che non aiuta a spiegare i trend in corso. Preso atto di questo limite, è interessante notare come la regione che spicca per quota di non ammessi (quasi il 10% in Sardegna) sia anche quella con il tasso di abbandono più elevato.

Un dato che però non introduce necessariamente una correlazione: Calabria e Campania, rispettivamente terza e quarta regione per abbandoni, hanno una quota di ammessi alla maturità superiore alla media nazionale.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat Sdg 2019
(ultimo aggiornamento: mercoledì 17 Aprile 2019)

È ragionevole che tra i due fenomeni esistano delle relazioni di varia natura, e che agiscano in direzioni diverse. Da un lato, tanto il tasso di ammissione, quanto gli abbandoni precoci, possono avere una causa in comune nel mancato apprendimento. Carenze formative che disincentivano la prosecuzione del percorso di studi e rendono più probabili bocciature o non ammissioni. D'altra parte, va considerata anche un'altra tendenza: nei territori con tanti abbandoni, gli studenti che sarebbero stati più a rischio di non ammissione potrebbero aver già lasciato la scuola.

In entrambi i casi, si tratta di questioni cruciali da indagare. Anche e soprattutto per capire se e quanto il livello di scolarizzazione sia collegato con altre caratteristiche sociali, culturali e demografiche della popolazione e del territorio in cui risiede.

Un quadro così ampio da farci capire che i dati sulle ammissioni alla maturità, presi da soli, dicono molto poco sul livello di istruzione di un territorio e sulle criticità esistenti.

Per questo tipo di analisi servono dati a livello locale aggiornati, che non sono sempre disponibili. Ad esempio il dato sulle uscite precoci dal sistema di istruzione per comune è aggiornato al censimento.

Quanto varia il livello di scolarizzazione

Allo stato attuale, la variabile più attendibile e dotata di maggiore profondità per valutare il livello di scolarizzazione di un territorio è il tasso di adulti con almeno il diploma, aggiornato annualmente da Istat.

A livello nazionale, nella fascia d'età compresa tra 25 e 64 anni, nel 2018 i diplomati sono circa il 62%. Un dato che varia molto tra le aree del paese: nel centro sale al 67,7%, nel nord al 65,5% mentre nel mezzogiorno è pari al 53,3%.

Questa tendenza emerge con ancora più nettezza dai dati regione per regione. Sfiorano il 70% il Lazio (69,9%) e il Trentino Alto Adige (69,7%), seguiti da Friuli Venezia Giulia, Umbria ed Emilia Romagna. Agli ultimi posti tutte le maggiori regioni del mezzogiorno.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Bes 2019
(ultimo aggiornamento: mercoledì 29 Maggio 2019)

Del resto, anche all'interno di una stessa regione possono esistere profondi squilibri. Lo vediamo prendendo la Puglia, la regione all'ultimo posto della classifica della percentuale di diplomati, oltreché quella del sud continentale con meno ammissioni alla maturità.

Disaggregando il dato per province, nessuna si colloca al di sopra della media nazionale. Ma spicca la differenza tra il dato della città metropolitana di Bari (56,4%) e quello delle province di Barletta Andria Trani e Brindisi (attorno al 43%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Bes 2019
(ultimo aggiornamento: mercoledì 29 Maggio 2019)

Un caso in cui è disponibile anche il dato comunale aggiornato.

Attraverso il lavoro svolto da Istat con le statistiche sperimentali è possibile ricostruire questo dato anche a livello comunale. E non solo con i dati del censimento, ormai lontani nel tempo. Il censimento 2011 è stato infatti aggiornato con i titoli di studio conseguiti successivamente a tale data, e registrati dal ministero dell'istruzione. Limite dell'indicatore è che non comprende i titoli conseguiti all’estero dopo il 2011, i diplomi afam e le qualifiche dei percorsi di istruzione e formazione gestiti dalle regioni. Ma è indubbio il vantaggio di disporre di un aggiornamento al 2015, anziché al 2011.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su statistiche sperimentali Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Gennaio 2018)

Partendo dai capoluoghi, è Lecce quello con più adulti diplomati: erano il 72,05% dei residenti tra 25 e 64 anni nel 2015. Dato che colloca il principale centro del Salento al primo posto nella regione, seguito da un comune del foggiano (Bovino, 64,89%) e da altri 4 comuni della provincia di Lecce: Maglie (67,84%), Sternatia (64,66), Cavallino (64,53%), Calimera (62,77%).

Rispetto a una media nazionale di diplomati che nel 2015 era del 59,9%, i comuni pugliesi sopra questa quota sono stati 16. Tutti e 16 appartenenti a tre sole province: Lecce (7 comuni), Foggia (6), Bari (3).

Tra i capoluoghi pugliesi sopra la media italiana, oltre a Lecce, anche Foggia (60,38%). Il comune di Bari  (59,84%) si colloca in linea con il dato nazionale di quell'anno. A seguire Brindisi (57,11%), Taranto (55,44%) e i tre centri della provincia Bat: Trani (48,5%), Barletta (45,78%) e Andria (36,72%).

2 a 1 la quota di diplomati a Lecce è due volte quella di Andria.

A conferma di quanto istruzione e condizione economica siano legate, i 3 capoluoghi della provincia di Bat sono anche quelli con la quota più alta di famiglie in potenziale disagio economico. Sono il 6,1% delle famiglie a Trani, il 5,8% a Barletta e il 5,6% a Andria. Quasi 2 volte al di sopra di Lecce (3,4% di famiglie in disagio e comune con più diplomati e laureati). In questo caso si tratta di dati rilevati al censimento 2011, ma comunque indicativi.

Un tema più ampio di quanto sembri

I dati passati in rassegna vanno letti insieme: le regioni del sud presentano un livello di istruzione più basso, e attualmente sono anche quelle dove l'abbandono incide di più. È anche alla luce di queste due tendenze che si devono monitorare gli altri dati sul sistema educativo, compresi quelli sulle ammissioni, che da soli dicono poco o niente.

Il tema va posto in termini più generali. Se le potenzialità di ragazze e ragazzi non vengono valorizzate adeguatamente, e alcuni di essi addirittura escono per sempre dal sistema di istruzione, il risultato è anche un impoverimento del capitale umano di un territorio. Con un impatto ancora maggiore nelle aree già fragili dal punto di vista economico e sociale.

Il rischio è che i divari già esistenti continuino ad allargarsi. Per programmare interventi che contrastino queste tendenze, serve una seria mappatura per capire dove incidono di più. In questo senso va letto positivamente il lavoro di Istat per tenere aggiornati dati comunali sul livello di istruzione. Un metodo da portare avanti, aggiornando anche altri indicatori, a partire da quelli sull'abbandono scolastico.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sui diplomati sono le statistiche sperimentali Istat, riferite all'anno 2015.

Foto credit: Unsplash Element5 Digital - Licenza

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