Zingaretti e il doppio incarico partito-regione Caricometro

Governatore di una delle principali regioni del paese, e segretario del Partito democratico. È possibile, e soprattutto opportuno, svolgere questi due incarichi allo stesso momento?

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A inizio marzo Nicola Zingaretti è stato eletto segretario nazionale del Partito democratico, superando nella corsa a 3 Maurizio Martina e Roberto Giachetti. Uno snodo importante per il centrosinistra, che dopo un lungo periodo di transizione ha quindi ufficializzato la sua nuova guida politica.

L’evento però ha sollevato un problema di cumulo di incarichi, a nostro avviso non da sottovalutare. A marzo del 2018 infatti lo stesso Zingaretti è stato eletto per il suo secondo mandato a presidente della giunta regionale del Lazio.

Anche Zingaretti dovrà tenere insieme l’incarico istituzionale di governatore con quello politico di segretario, difficile e forse inopportuno.

I due incarichi sono compatibili per legge, sorgono dubbi però sull’opportunità di svolgere contemporaneamente due ruoli così importanti: da un lato quello istituzionale di governatore regionale, e dall’altro quello politico di segretario di partito. Nel 2013, per esempio, Roberto Maroni si dimise da segretario federale della Lega nord una volta eletto governatore della regione Lombardia.

Il problema dei doppi incarichi consentiti

In Italia il tema dei doppi incarichi ha molte sfaccettature.

Da un lato ci sono gli incarichi che per legge è vietato svolgere allo stesso momento, come per esempio quelli di europarlamentare e parlamentare nazionale, dall’altro invece ci sono una serie di ruoli che è consentito portare avanti contemporaneamente, che però creano situazioni inopportune.

Oltre al tema dei doppi incarichi vietati dalla legge, c’è quello dei doppi incarichi consentiti, ma che sarebbe meglio evitare.

Leggi il nostro speciale sui doppi incarichi inopportuni


"Caricometro, dove non arrivano le leggi"

In passato abbiamo sollevato più volte la questione, dai presidenti degli ordini professionali che siedono in parlamento, ai deputati e senatori che sono anche consiglieri comunali nelle grandi città italiane. Situazioni che per quanto permesse dalla legge, sarebbe meglio evitare, soprattutto per non creare situazioni di conflitto di interesse e gestione malsana del potere.

Questa fase politica poi ci sta dando l’occasione di puntare il faro su un altro tema: stiamo parlando di casi, ormai sempre più ricorrenti, in cui dei politici con incarichi istituzionali mantengono il loro ruolo di leader nazionali di specifici partiti politici. Una sovrapposizione di ruoli che può creare confusione, e che può portare a comportamenti sbagliati. Questo soprattutto perché un rappresentante delle istituzioni dovrebbe essere super partes, e l’avere un incarico apicale in un determinato partito potrebbe non aiutare ad esserlo.

A prova di tutto questo a metà marzo avevamo commentato i numerosi casi in cui Luigi Di Maio utilizzava il sito del ministro del lavoro per pubblicizzare eventi elettorali a sostegno di candidati del Movimento 5 stelle. Un utilizzo quindi di canali istituzionali per fini partitici.

Per tutti questi motivi, l’elezione di Zingaretti a segretario merita particolare attenzione: un governatore di regione, tra le più importanti del paese, che ora guida il principale partito di centrosinistra presente in Italia, il Partito democratico.

Zingaretti in regione

Una delle prime questioni, molto pratica quando si creano questi tipi di doppi incarichi, riguarda il tempo.

È verosimile pensare che una persona possa svolgere pienamente entrambe queste funzioni in maniera bilanciata e soddisfacente? La domanda è legittima, e nel caso specifico è normale ipotizzare che l’impegno di Zingaretti in regione verrà un po’ penalizzato dal suo nuovo incarico nel Partito democratico. Sospetto confermato anche da un’intervista in cui il suo vice storico Massimiliano Smeriglio, ora dimessosi per correre alle europee, confidava di vederlo sempre meno:

Telese: Adesso che fa il segretario quanto vi riuscite a vedere?
Smeriglio: Non lo vedo più, ma lo sento di continuo.
Telese: Non avrebbe dovuto dimettersi da presidente?
Smeriglio: No, abbiamo fatto un patto con gli elettori. E poi scusi: Di Maio fa il capo politico e gestisce due ministeri! Salvini fa il leader e l’imperatore della Contea sovranista!
Telese: Quindi?
Smeriglio: La politica è cambiata, contano le squadre.
Telese: Cioè lei.
Smeriglio: Tutta la squadra. Ma se mi ha messo in mano queste partite evidentemente si fida.

Un’ammissione senza troppi giri di parole che la capacità di Zingaretti di seguire i lavori in regione sarebbe venuta meno in questa fase. Un dato di fatto controbilanciato, a detta di Smeriglio, dalla scelta di dare più spazio alla squadra che governa la regione, quindi il vicepresidente in primis e più in generale tutta la giunta.

L’argomento è stato trattato dallo stesso Zingaretti nella conferenza stampa per il mini-rimpasto in regione, con il passaggio di consegne da Smeriglio e Leodori alla vice presidenza.

Molti mi chiedono se il doppio incarico è un problema. Oggi con più certezza rispondo che il doppio incarico è molto faticoso per me, per la mia famiglia e per i miei amici, che non vedo più, ma non lo vedo come un errore bensì un’immensa risorsa

Il rapporto con le amministrazioni locali

Un altro problema riguarda poi il rapporto con le amministrazioni locali, specialmente quando guidate da altri schieramenti politici.

In una recente intervista a Il fatto quotidiano Virginia Raggi, sindaca di Roma, ha esposto in maniera molto evidente la questione. Alla domanda sul problema dei rifiuti nella sua città, la sindaca del Movimento 5 stelle ha così risposto:

Pensavo che ci sarebbe stata la collaborazione della regione Lazio, e che non avrei assistito a giochi politici sulla pelle dei romani

Vera o no questa ricostruzione dei fatti da parte di Virginia Raggi, è però innegabile che questo accumulo di incarichi presti il fianco a contestazioni del genere. Dare la colpa di incomprensioni istituzionali (tra regione Lazio e comune di Roma) a “giochi politici” (tra Partito democratico e Movimento 5 stelle), è sicuramente un elemento controproducente per tutte le parti coinvolte.

È chiaro però che il punto rimane, quando Zingaretti si troverà in un’ipotetica situazione di contrasto con l’amministrazione comunale di Roma, lo farà in quanto presidente di regione o in quanto segretario nazionale del Partito democratico? Le scelte che prenderà, saranno per il bene dell’istituzione che rappresenta o del partito che guida?

Il caso Maroni nel 2013

Non troppi anni fa, in un’altra delle principali regioni del paese, si era creata una situazione non troppo diversa. L’allora segretario federale dalla Lega, Roberto Maroni, nel 2013 scelse di candidarsi per il ruolo di governatore in Lombardia. Proprio alla luce di questa decisione, presentò le sue dimissioni dal ruolo di partito, per cui era stato eletto solo un anno prima, per dedicarsi pienamente all’incarico regionale. Una scelta che poi, come noto, avrebbe portato all’elezione di Matteo Salvini alla guida del partito.

Maroni nel 2013, a differenza di Zingaretti, lasciò la guida della Lega una volta eletto governatore in Lombardia

Il caso Maroni dimostra quindi che una via alternativa è possibile. Le prime dimissioni presentate da Maroni, nel marzo del 2013, furono persino respinte dal consiglio federale, ma volendo lui insistere sul punto, le ripresentò alla fine dello stesso anno e furono poi accettate. Non è un caso quindi che recentemente lo stesso Maroni ha anche suggerito all’attuale segretario Salvini di lasciare il suo ruolo di partito, considerandolo “incompatibile” con quello di ministro e vice presidente del consiglio.

La mancanza di buone pratiche nella politica italiana

Oltre all’aspetto pratico del problema, non da sottovalutare per i motivi appena visti, il tema principale è forse un altro.

La pratica sempre più diffusa, di cui il neo segretario Pd è l’ennesimo esempio, di vestire più cappelli allo stesso momento non è da ignorare. Quando un politico guida un’istituzione, che sia una regione o un ministero, lo fa a nome di tutti i cittadini che sono rappresentati da quell’istituzione. Il ricoprire contemporaneamente anche un ruolo di leader politico nazionale solleva quindi alcune questioni di forma.

È verosimile pensare di svolgere due incarichi del genere allo stesso momento?

La prima riguarda il rischio di fare comunicazione politica tramite canali, o contesti, istituzionali. Rischio che sminuisce fortemente l’istituzione di turno, e che rappresenta soprattutto una mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini che quell’istituzione dovrebbe rappresentare, a prescindere dall’appartenenza politica.

In secondo luogo bisogna affrontare il tema del possibile gap di rappresentanza democratica. L’iter che porta all’individuazione di un presidente di regione passa attraverso lo snodo centrale del voto. Nicola Zingaretti è stato eletto dai cittadini del Lazio per essere il loro rappresentante territoriale. Nelle dichiarazioni di Smeriglio si evince invece un passaggio di consegne, un delegare la guida formale della regione ad un vice, che però, a differenza di Zingaretti, non è stato eletto per quel ruolo.

C’è la necessità di stabilire delle buone pratiche di comportamento nella politica italiana.

Quello che sta emergendo nell’attuale contesto politico italiano è quindi una mancanza di buone pratiche, che vadano oltre quelle che sono le indicazioni di legge. Buone pratiche che nell’attuale fase politica sono necessarie anche per migliorare quel rapporto tra cittadini e istituzioni, che proprio la mancanza di buone pratiche nella classe politica ha fortemente compromesso negli anni.

Foto credit: Facebook Nicola Zingaretti

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