Quanto e come può essere modificato il Pnrr

I governi nazionali possono, entro certi limiti, modificare i propri piani di ripresa e resilienza. Una prospettiva che in Italia, con le elezioni del 25 settembre e il conseguente cambio di governo, è piuttosto concreta e non priva di criticità.

Definizione

L’Unione europea prevede la possibilità per gli stati membri di apportare delle modifiche ai rispettivi piani nazionali di ripresa e resilienza. Un processo che può essere avviato in qualsiasi fase di attuazione dell’agenda e che può portare anche alla stesura di un piano interamente nuovo.

A stabilirlo è l’articolo 21 del regolamento Ue 2021/241, specificando che le modifiche devono essere giustificate da circostanze oggettive, per le quali non è più possibile realizzare i traguardi e gli obiettivi inizialmente previsti. È la commissione europea poi a dover valutare tali giustificazioni e, in generale, i piani rivisti entro due mesi di tempo dalla richiesta. Nell’esaminare un Pnrr modificato (o nuovo) l’organo esecutivo dell’Ue considera numerosi elementi e criteri. Gli stessi che sono stati considerati nella fase di approvazione di tutti i piani nazionali e che vengono descritti in dettaglio negli articoli 18 e 19 del regolamento. Tra i principali vincoli sono inclusi i seguenti:

  • almeno il 37% della dotazione totale del piano deve essere destinato a obiettivi di transizione ecologica e nessuna misura deve danneggiare l’ambiente, in linea con il principio “non arrecare un danno significativo“.
  • allo stesso modo, almeno il 20% degli investimenti deve essere diretto alla transizione digitale;
  • il Pnrr deve essere in linea con le raccomandazioni specifiche dell’Ue per ciascun paese, compresi gli aspetti di bilancio e quelli trattati nell’ambito del semestre europeo.

Conclusa la valutazione, la commissione esprime un voto a maggioranza semplice, laddove non sia stato possibile raggiungere un consenso unanime, che rimane l’opzione preferibile. In caso di parere positivo da parte della commissione, spetta poi al consiglio europeo l’approvazione in via definitiva entro quattro settimane. Per decisioni di questo tipo, cioè di esecuzione, il consiglio, composto dai 27 capi di stato o di governo dei paesi membri, vota a maggioranza qualificata.

Se la commissione ritiene invece che le spiegazioni presentate da uno stato membro non giustifichino una modifica del Pnrr, la richiesta viene respinta. Il paese in questione avrà poi un mese di tempo per presentare osservazioni a riguardo.

Analisi

Modificare il Pnrr è quindi possibile, ma non senza criticità. Da un lato come abbiamo visto, vengono posti dei limiti da parte dell’Ue al raggio d’azione di tali revisioni. Dall’altro, processi di cambiamento radicale delle agende in corso comporterebbero inevitabilmente dei rallentamenti e dei ritardi nell’attuazione del Pnrr. Con il conseguente rischio di perdere parte dei fondi.

Il rilascio delle diverse tranche di finanziamento agli stati, infatti, è vincolato al rispetto del cronoprogramma delle scadenze fino al 2026. Ogni sei mesi la commissione controlla che i paesi abbiano conseguito nei tempi tutti gli interventi previsti. Solo se l’esito della verifica è positivo, vengono inviati i fondi. Va da sé che un processo di revisione profonda comporterebbe inevitabilmente uno stop all’attuazione del Pnrr e quindi una sospensione, almeno temporanea, dei fondi. Più sono sostanziali le modifiche proposte, più tempo sarà infatti necessario alla commissione per validare la nuova agenda e al paese per riprenderne l’attuazione e quindi per ricevere nuovi finanziamenti.

La situazione in Italia

Il prossimo 25 settembre il nostro paese andrà al voto e diversi partiti hanno dichiarato la loro intenzione di rivedere, in modo più o meno radicale, l’attuale Pnrr. In particolare Fratelli d’Italia, il partito alla guida della coalizione di destra e primo nei sondaggi, dichiara di voler avviare un processo di modifica, nei limiti indicati dall’articolo 21, “per destinare maggiori risorse all’approvvigionamento e alla sicurezza energetici”. Un proposito condiviso in larga parte dagli alleati di coalizione, Lega e Forza Italia. Dall’altro lato, il Partito democratico sostiene di voler solo potenziare alcune misure del piano e garantire il rispetto della quota mezzogiorno. Ma i partiti con cui è in coalizione, Sinistra Italiana e Verdi, hanno posizioni più critiche sull’agenda attualmente in corso.

Anche se non è possibile prevedere con certezza quello che accadrà, l’intenzione di rivedere il piano è trasversale a quasi tutte le forze politiche. Dunque a oggi possiamo affermare che la prospettiva di una revisione dell’attuale Pnrr da parte del prossimo governo italiano è piuttosto concreta. Così come sono concrete le criticità che un simile processo comporterebbe, specialmente in questa fase.

Innanzitutto, per richiedere a Bruxelles la terza tranche di finanziamento entro la fine dell’anno, come previsto, l’Italia nel prossimo trimestre (da inizio ottobre a fine dicembre 2022) dovrebbe conseguire complessivamente 51 scadenze europee, di cui solo 6 già completate. Il presidente dimissionario Draghi ha chiesto ai suoi ministri di velocizzare i tempi di attuazione per cercare di completare, tra settembre e ottobre, la metà delle scadenze previste entro l’anno. Tuttavia, è bene sottolineare che l’attuale governo è in carica solo per il disbrigo degli affari correnti e che già non è riuscito a far approvare – a un parlamento in piena campagna elettorale – alcuni decreti rilevanti come i Dl 80/2022 e 85/2022. Di conseguenza risulta difficile credere che l’obiettivo dichiarato verrà raggiunto. Considerando inoltre gli altri impegni previsti entro dicembre – in primis la legge di bilancio – e in generale i tempi necessari alla formazione di un esecutivo e alla ripresa dei lavori di ministeri e dipartimenti, sarebbe difficile già così immaginare che il nuovo governo riesca a rispettare il cronoprogramma. A maggior ragione risulta altamente improbabile, con una sospensione dell’attuazione del Pnrr e l’avvio di un processo di revisione.

Considerando che l’Italia è il paese Ue a cui è destinato l’importo più alto dal dispositivo di ripresa e resilienza (circa 191 miliardi di euro in totale), rallentamenti e sospensioni dei fondi comporterebbero il rischio di perdere un’ingente quantità di risorse. La posta in gioco quindi è alta e i tempi sono stretti. E qualsiasi sarà la coalizione alla guida del governo, nessuna proposta di revisione del Pnrr potrà prescindere da questa consapevolezza.

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