Come si elegge il presidente della camera

Al primo scrutinio viene eletto il deputato che riceve il voto di almeno due terzi dei membri della camera (420 deputati). Se nessuno raggiunge questa cifra, al secondo e terzo scrutinio il quorum si abbassa a due terzi dei votanti. Se ancora nessuno è eletto, dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta dei voti, e il voto va avanti a oltranza.

Definizione

L’elezione del presidente della camera è uno dei primi punti all’ordine del giorno della prima seduta di ogni legislatura. Può diventare presidente della camera solo un membro dell’assemblea. Il suo compito principale è regolare i lavori dell’aula, una funzione di garanzia che richiede grande autorevolezza sia nella maggioranza che nell’opposizione. Inoltre è la terza carica dello stato (dopo il presidente della repubblica e il presidente del senato). Perciò il regolamento in vigore prevede che per eleggere il presidente della camera serva una maggioranza rafforzata nelle prime tre votazioni. Viene eletto con voto segreto con questo iter:

  • al primo scrutinio viene eletto il deputato che riceve il voto di almeno due terzi dei membri della camera (420 deputati, la stessa maggioranza che serve per riformare la costituzione senza passare dal referendum popolare);
  • se nessuno viene eletto alla prima votazione, al secondo e terzo scrutinio il quorum si abbassa a due terzi dei votanti (le schede bianche contano come voti validi);
  • se anche in questo caso nessuno viene eletto, dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta dei voti, e il voto va avanti a oltranza.

Dati

Fino al 1971 non erano previsti quorum così elevati. Al primo scrutinio serviva la maggioranza assoluta dei membri, al secondo quella dei presenti, al terzo si andava al ballottaggio tra i due più votati. Con questo regolamento si sono tenute 7 elezioni, tutte concluse al primo scrutinio. Ciò non impediva che in alcuni casi si realizzassero convergenze trasversali ai gruppi parlamentari. Ad esempio Brunetto Bucciarelli Ducci (Dc) nel 1963 diventò presidente con 546 voti su 587 (93%), incassando il sostegno di quasi tutto l’arco parlamentare. Voto favorevole che anche il maggior partito di opposizione (Pci) giustificò proprio in virtù dell’autorevolezza:

il candidato dava tutte le necessarie garanzie di competenza, di prestigio e di imparzialità

Con questo regolamento senza maggioranze rafforzate, tra il 1948 e il 1971, sono stati eletti 4 presidenti. In 3 casi erano esponenti del partito di maggioranza relativa (Dc), in un caso del Psi (Alessandro Pertini). Erano eletti con maggioranze attorno al 60% dei votanti, salvo Giovanni Gronchi nel 1953 (54%) e il caso già visto di Ducci (93%).

Con la riforma del regolamento, dal 1972 al 1992 (fine della prima repubblica) i presidenti sono stati eletti con maggioranze ampie, pari al 70% o superiori. Il primo eletto con questo sistema è stato Pertini nel 1972, rinnovato per un secondo mandato con l’84% dei voti. Dopo di lui per un lungo periodo la presidenza della camera è stata assegnata al maggior partito di opposizione. Con questa prassi vennero eletti nel 1976 Pietro Ingrao (Pci) con l’80% dei voti, e poi Nilde Iotti (sempre Pci) nel 1979 (69%), nel 1983 (79%) e nel 1987 (73%).

L’ultima presidenza Iotti (1987-1992) è stata anche l’ultima volta in cui un presidente della camera è stato eletto al primo scrutinio. Dopo di lei, nel 1992 Oscar Luigi Scalfaro (deputato Dc, quindi si interrompe la prassi) venne eletto al 4° scrutinio con un risicato 51% dei voti. Diventato presidente della repubblica, fu sostituito alla presidenza della camera da Giorgio Napolitano (deputato Pds e quindi in quel momento all’opposizione), eletto sempre nel 1992 al quinto scrutinio con il 63%.

Con l’avvento della seconda repubblica, nel 1994, è stata eliminata la prassi della presidenza della camera al maggior partito di opposizione. La carica è diventata prerogativa della coalizione di governo, eletta con i voti della sola maggioranza al quarto scrutinio (fa eccezione Violante nel 1996, eletto al terzo scrutinio). Questa logica è stata consolidata con le presidenze di Casini (2001-2006), Bertinotti (2006-2008) e Fini (2008-2013). In tutti e tre i casi si trattava dei leader di uno dei partiti minori della maggioranza di governo, diverso da quello che avrebbe indicato il presidente del consiglio, in una logica di bilanciamento interno alla coalizione vincente.

Questo schema ha retto fino a quando la coalizione arrivata prima poteva vantare anche una maggioranza chiara in parlamento. Nel 2013 la coalizione di centrosinistra guidata da Pierluigi Bersani (Pd) aveva la maggioranza alla camera ma non al senato. Così alla presidenza della camera è andata un’esponente del secondo partito della coalizione (Laura Boldrini, Sel), in perfetta coerenza con la logica maggioritaria della seconda repubblica. Ma poi, non essendo la coalizione di centrosinistra autosufficiente, si è formato un governo di larghe intese, comprendente Pd, Pdl e centristi con Sel all’opposizione.

Analisi

La prima cosa che emerge è l’estrema stabilità di questa carica rispetto alla fragilità degli esecutivi. A fronte dei 61 governi con 28 diversi presidenti del consiglio succedutisi in 17 legislature repubblicane, i presidenti della camera nello stesso periodo sono stati solo 14. Il fatto di durare almeno per l’intera legislatura aumenta l’indipendenza della terza carica dello stato dalle maggioranze contingenti, che possono anche cambiare durante i 5 anni. Questo ruolo super partes è necessario per garantire il corretto svolgimento dei lavori parlamentari, nel rispetto della dialettica maggioranza-opposizione. L’inserimento di quorum rafforzati nel 1971 serviva proprio ad accrescere l’autorevolezza e a dare alla presidenza una base di consenso il più possibile ampia, anche quando ricoperta da un esponente di maggioranza. Dal 1992 è stata abbandonata la prassi dell’elezione al primo scrutinio con una maggioranza costituzionale. La coincidenza di questa carica con quella di capo di un partito della coalizione di governo ha reso il presidente un attore politico a tutto tondo, creando delle frizioni interne alla maggioranza, se non delle vere e proprie crisi istituzionali.

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