L’impronta ecologica degli alimenti e le etichette europee Europa

L’industria alimentare è tra i principali produttori di Co2 e l’Unione europea si sta impegnando a ridurne gli effetti negativi. Etichettare i prodotti alimentari a seconda della loro sostenibilità è parte della strategia, ma gli strumenti sono ancora limitati.

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Il settore alimentare è uno dei principali responsabili delle emissioni di gas serra e, in vista della neutralità climatica, l’Unione europea si sta impegnando a limitarne l’impatto negativo. Una delle strategie è quella di introdurre etichette sui cibi per indicarne la sostenibilità e permettere così ai consumatori di compiere scelte maggiormente informate. Le potenzialità sono molte, ma gli strumenti sono ancora limitati.

Etichettare i cibi per rendere i consumatori consapevoli

Secondo la commissione europea, il settore alimentare contribuisce per almeno un terzo alle emissioni globali di gas serra. A seconda del paese, in Ue questa quota si attesta tra il 25% e il 42%. In vista degli impegni presi per lo European green deal, che prevede la neutralità climatica entro il 2050, è quindi necessario limitare la capacità inquinante di questo settore.

50% la riduzione delle emissioni prevista dallo European green deal entro il 2030.

In questo senso è stata proposta l’introduzione delle etichette “a semaforo” simili a quelle relative all’efficienza energetica degli elettrodomestici. Questo sistema sta acquisendo grande popolarità in molti paesi europei. Le etichette indicherebbero le quantità di Co2 associate al prodotto che si intende acquistare.

Le etichette singole come quella dei prodotti bio considerano solo alcuni aspetti della sostenibilità.

Al momento, su molti prodotti già si trovano etichette che indicano se l’alimento in questione è stato prodotto secondo certi standard. Parliamo ad esempio dell’etichetta attribuita ai prodotti biologici o del mercato equo-solidale, ma ce ne sono molte altre. Queste etichette, chiamate anche “etichette singole”, aiutano i consumatori a compiere una scelta consapevole quando fanno acquisti e sono inoltre un indicatore importante dell’impegno delle aziende verso standard elevati di produzione.

Si tratta però di strumenti limitati, perché forniscono informazioni su un singolo aspetto del processo produttivo. Alcune poi sono ideate dalle stesse aziende produttrici, che in diversi casi non sono trasparenti rispetto ai criteri seguiti e si limitano a utilizzare termini generici come “green” o “ecologico”.

Un’etichetta prodotta sulla base di standard definiti chiaramente e che tenga in considerazione vari fattori ambientali non solo sarebbe capace di fornire informazioni più complete ai consumatori, ma potrebbe essere anche uno strumento efficace per ridurre le emissioni legate al settore alimentare.

Una recente ricerca dell’università di Oxford dimostra infatti che le etichette possono effettivamente influenzare le decisioni dei consumatori e persuaderli a scegliere i cibi meno inquinanti.

Nutri-score e i suoi limiti

Attraverso la strategia Farm to fork, parte dello European green deal, l’Ue intende armonizzare l’etichettatura dei cibi entro la fine del 2022. Sono 3 le principali proposte intorno alle quali si sta articolando il dibattito. In primo luogo, l’introduzione del “Nutri-score“, che classificherebbe gli alimenti secondo le loro qualità nutrizionali. Poi, un’etichetta riguardo il benessere degli animali durante il processo produttivo e un possibile ampliamento della gamma di prodotti per cui deve essere indicato il paese di origine. Non è ancora certo che la valutazione ambientale venga inclusa nel Nutri-score.

Tuttavia, secondo uno studio del 2020, più della metà della popolazione Ue vorrebbe avere un’idea più chiara dell’impatto ambientale dei cibi da loro consumati.

A giugno del 2020, un’iniziativa di cittadini europei ha proposto l’introduzione di un Eco-score, prendendo spunto dai progetti nazionali lanciati da alcuni paesi membri tra cui la Francia e la Germania. Un altro programma pilota, cui hanno partecipato una serie di grandi imprese, è quello dell'”Enviroscore“, che ha preso il via nell’autunno 2020.

Il rischio maggiore è l’ecologismo di facciata.

Il rischio che queste iniziative non abbiano effetti sostanziali, ma solo di facciata, è sempre alto. Il principale elemento critico sono i criteri utilizzati per la formulazione delle etichette. Spesso, questi trascurano aspetti importanti come l’uso di pesticidi, la biodiversità, il benessere animale e ambientale. Questioni che sono state incluse, per esempio, nel sistema di etichettatura francese “Planet-score”.

Per contrastare efficacemente il fenomeno però, la soluzione migliore sarebbe quella di avere un’unica modalità di etichettatura a livello europeo, che faccia uso di criteri comprensivi. Anche se il Nutri-score, volendo congiungere la parte nutrizionale e quella ambientale, potrebbe paradossalmente risultare troppo ampia.

Gli alimenti di origine animale sono i principali responsabili delle emissioni in Ue

Che aspetto avrebbero gli scompartimenti dei supermercati se i cibi in essi contenuti fossero etichettati a seconda del loro grado di sostenibilità?

I prodotti di origine animale – in particolar modo la carne di manzo, di agnello e i formaggi – sono quelli che più contribuiscono alle emissioni di gas serra.

Sono misurate le emissioni di gas serra lungo la catena di approvvigionamento in chilogrammi di anidride carbonica equivalente (kgCO₂eq) per chilogrammo di cibo. I dati sono riferiti alle emissioni mediane globali di gas serra dei prodotti alimentari sulla base di una meta-analisi (2018) della produzione alimentare che copre 38.700 aziende agricole commercialmente redditizie in 119 paesi. La frutta a guscio e alcuni altri prodotti hanno cifre negative perché all’epoca in cui è stato condotto lo studio gli alberi (che immagazzinano Co2) stavano sostituendo i terreni coltivati.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Obc Transeuropa
(ultimo aggiornamento: lunedì 20 Dicembre 2021)

In generale tutti i prodotti provenienti da allevamento e coltivazione, e quindi dall’utilizzo di suolo, sono quelli più inquinanti. I trasporti, spesso erroneamente indicati come principali responsabili dell'impatto antropico sull'ambiente, causano in realtà una quota piuttosto ridotta delle emissioni totali.

Ad esempio, l'impronta ecologica di una banana importata in Europa dall'Ecuador è decisamente inferiore rispetto a quella di un formaggio prodotto in una fattoria locale. Nonostante il valore di consumare cibi prodotti a chilometro zero sia innegabile, per fare la differenza da un punto di vista ecologico sarebbe importante anche prestare attenzione al tipo di prodotto che si acquista.

In sintesi, una quota molto elevata delle emissioni di gas serra causate dalle abitudini alimentari dei cittadini europei provengono da prodotti di origine animale come carne, uova e formaggio.

80% delle emissioni di gas serra causate dal consumo di cibo, in Ue, provengono dagli alimenti di origine animale.

In Italia, Lituania, Repubblica Ceca e Grecia, la quota arriva fino all'85%, mentre il dato più basso si registra in Bulgaria, dove ammonta al 75%.

I dati riguardano i gruppi alimentari e il loro contributo (come quota del totale) al rilascio di Co2 nel settore. Le categorie “Carne, uova” e “Latticini” includono anche l’anidride carbonica derivante dalla produzione di mangimi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Obc Transeuropa
(ultimo aggiornamento: lunedì 20 Dicembre 2021)

Da anni ormai gli esperti e le istituzioni dibattono su come persuadere i cittadini ad adottare una dieta più sana e meno inquinante. Le etichette a semaforo sicuramente non sono l'unica soluzione possibile, ma potrebbero efficacemente informare i consumatori e spingerli a compiere scelte più consapevoli e sostenibili.

European data journalism network, i dati nel resto dell'Europa

Openpolis fa parte dell'European data journalism network, una rete di realtà che si occupano di data journalism in tutta Europa. La versione originale di questo articolo è di Obc Transeuropa, un giornale europeo, ed è partner di Edjnet. I dati relativi alle emissioni a livello globale sono consultabili qui e qui. Mentre quelli sulle quote nei vari paesi dell'Ue si possono trovare qui.

 

Foto credit: Viki Mohamad - licenza

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