La chiusura delle frontiere interne mostra le debolezze dell’area Schengen Migranti

Undici paesi europei, compresa l’Italia, hanno reintrodotto i controlli sulle rispettive frontiere interne. Viene così minata la libera circolazione nell’area Schengen, normata da un regolamento mutato più volte negli anni.

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Dal 21 ottobre scorso il governo ha reintrodotto i controlli alla frontiera con la Slovenia, citando, come fattori di pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza interna del paese, il conflitto israelo-palestinese e l’incremento dei flussi migratori. Nella lettera del ministro dell’interno Matteo Piantedosi si legge che l’Italia è esposta a un concreto rischio di “infiltrazioni terroristiche”.

L’intensificarsi dei focolai di crisi ai confini dell’Europa, in particolare dopo l’attacco condotto nei confronti di Israele, ha infatti aumentato il livello di minaccia di azioni violente anche all’interno dell’Unione. Un quadro ulteriormente aggravato dalla costante pressione migratoria cui l’Italia è soggetta, via mare e via terra (140 mila arrivi sulle coste italiane, +85% rispetto al 2022).

Il nostro non è l’unico paese in Europa ad aver temporaneamente reintrodotto i controlli su confini lungo i quali normalmente vige la totale libertà di movimento. Questa possibilità è prevista dallo stesso codice frontiere Schengen. Tuttavia si tratta di una misura pensata come emergenziale, che in Italia è stata utilizzata in passato per pochissimi giorni, in coincidenza del G8 del 2009 e del G20 del 2020.

La commissione europea non può opporsi alla reintroduzione della sorveglianza, che è prerogativa dei singoli stati membri, e cosa costituisca una minaccia non viene definito in modo sostanziale. In molti casi dietro agli attuali ripristini c’è semplicemente la percezione di un’eccessiva “pressione migratoria”. Già le frontiere esterne dell’Unione europea sono teatro di numerosi respingimenti ai danni delle persone migranti: 141mila sono state respinte nel 2022. Con i nuovi provvedimenti aumenteranno ulteriormente.

Tornano i controlli all’interno dell’area Schengen

Tra gli stati che fanno parte dell’area Schengen (27 paesi di cui 23 membri dell’Unione europea, più Norvegia, Svizzera, Lichtenstein e Islanda, parte dell’associazione europea di libero scambio) vige la libertà di movimento.

Tuttavia tali paesi possono occasionalmente reintrodurre un regime di sorveglianza lungo i propri confini interni, purché sussista una grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza interna. La modifica delle normali condizioni può quindi avvenire soltanto in situazioni eccezionali, come extrema ratio. Anche se di fatto la decisione dipende in ultima istanza dalla volontà del singolo stato membro.

L’Italia non è l’unico paese ad aver ripristinato i controlli quest’anno. Come evidenzia la commissione europea, sono 10 gli stati che hanno preso una decisione analoga.

I dati si riferiscono ai tempi di reintroduzione dei controlli lungo le frontiere dei paesi dell’area Schengen (si considerano solo i paesi che risultano aver ripristinato i controlli al 26 ottobre 2023). I periodi possono essere di 10 giorni (prova), 20 giorni o 6 mesi: sono stati sommati per ogni stato. I diversi periodi, quando si sovrappongono, possono corrispondere ai vari confini dove sono stati ripristinati i controlli. Per esempio nel caso dell’Austria ci sono stati 4 periodi differenti, due da 6 mesi, uno da 20 giorni e uno da 10 giorni, che in parte si sovrappongono ma fanno riferimento a diversi confini: Repubblica Ceca, Slovenia e Ungheria, Slovacchia.

FONTE: elaborazione openpolis su dati commissione europea
(consultati: mercoledì 25 Ottobre 2023)

Sono 6 i paesi dell’area Schengen (tutti situati in Europa settentrionale) che hanno reintrodotto i controlli per un periodo pari a un anno: Norvegia, Svezia, Danimarca, Germania, Francia e Austria. In 3 stati dell’Europa centrale (Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia) il periodo è pari a 20 giorni e in Italia e Slovenia è di 10. Anche se potrà essere esteso.

Le ragioni presentate dai singoli paesi sono la situazione in medio oriente e in Ucraina, gli episodi di terrorismo registrati recentemente in altri stati europei e il rischio di spionaggio e di infiltrazione terroristica. Ma anche le tensioni nei Balcani occidentali e in generale l’aumento dei flussi di migranti irregolari. Altre ragioni fornite sono i movimenti secondari all’interno dell’Unione, il traffico di armi e la pressione sul sistema di asilo.

La situazione sulle frontiere esterne

Data la libertà di movimento all’interno dell’area Schengen, normalmente i flussi migratori sono gestiti dai paesi europei lungo i confini esterni. Su questi opera l’agenzia europea di guardia costiera e di frontiera, Frontex, da sola o in collaborazione con le autorità nazionali responsabili per il controllo dei confini. Le frontiere interne sono normalmente caratterizzate dall’assenza di vigilanza.

Presso i valichi le persone sono sottoposte a controlli per verificare se possono attraversare il confine. Le condizioni sono stabilite dal codice frontiere Schengen (regolamento 2016/399). Ovvero:

  • essere in possesso di documenti di viaggio o visti validi;
  • dimostrare di disporre di mezzi di sussistenza sufficienti;
  • non essere stati segnalati nel sistema di informazione Schengen (Sis);
  • non costituire una minaccia per l’ordine pubblico, la sicurezza interna, la salute pubblica o le relazioni internazionali di uno degli stati membri;
  • fornire dati biometrici, laddove richiesti.

L’ufficio statistico dell’Unione europea fornisce i dati su quante persone ogni anno vengono respinte alle frontiere esterne.

141.060 le persone respinte alla frontiera nei paesi membri dell’Ue, nel 2022.

I dati si riferiscono al numero di persone a cui è stato negato l’ingresso nel paese attraverso una frontiera esterna. Si considerano tutte le vie (mare, terra e aria) e tutte le ragioni di respingimento. Non sono disponibili i dati della Lettonia.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(consultati: giovedì 26 Ottobre 2023)

La Polonia è il primo paese Ue per dinieghi, con 23.330 persone cui è stato vietato l’ingresso nel paese nel 2022 (il 16,5% del totale). Seguono l’Ungheria con quasi 16mila e la Croazia con circa 12mila.

La principale nazionalità delle persone respinte in Ue è quella ucraina. Spesso, come evidenzia Eurostat, perché hanno già soggiornato 3 mesi su 6 nel territorio dell’Unione.

La debolezza del sistema Schegen

Le cifre sui respingimenti potrebbero aumentare con l’attuale intensificazione dei controlli anche all’interno dello spazio Schengen.

La commissione europea non può opporsi al ripristino dei controlli interni, purché esso avvenga entro certi limiti temporali. Questi variano a seconda del tipo di minaccia e possono raggiungere un massimo di due anni in presenza di circostanze eccezionali.

Per quanto si evidenzi che il ripristino dei controlli deve essere considerato una misura estrema, attuabile solo in assenza di alternative, di fatto la procedura è molto semplice. Da una parte, come accennato, la commissione stessa non può imporre il proprio veto sulla decisione di uno stato membro di reintrodurre i controlli. Dall’altra, cosa costituisca una “grave minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza interna” resta indefinito.

Precedentemente il regolamento affermava che i flussi migratori non costituivano una minaccia.

Originariamente (nel 2016), il regolamento Ue affermava che “la migrazione e l’attraversamento delle frontiere esterne di un gran numero di cittadini di paesi terzi non dovrebbero in sé essere considerate una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna.” Riconosceva per contro la validità della minaccia terroristica. Nell’ultimo aggiornamento del regolamento, risalente al 2019, la definizione di minaccia invece è diventata estremamente vaga. Resta come unica condizione quella di considerare da una parte l’impatto della minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza interna e dall’altra l’impatto della chiusura delle frontiere interne sul libero movimento dei cittadini.

Oltre all’Italia sono 5 gli stati Schengen che hanno citato la minaccia terroristica come giustificazione, mentre sono in 7 (Italia compresa) ad aver riferimento alla pressione migratoria. L’unico stato che non ha fatto menzione di queste due variabili è la Norvegia, maggiormente preoccupata dalla minaccia dell’intelligence russa.

Foto: Frontex

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