XIX legislatura Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/quando/xix-legislatura/ Tue, 17 Jun 2025 13:20:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 La scarsa influenza del parlamento tra decreti legge e voti di fiducia https://www.openpolis.it/la-scarsa-influenza-del-parlamento-tra-decreti-legge-e-voti-di-fiducia/ Wed, 18 Jun 2025 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=301514 Nelle ultime settimane il dibattito pubblico si è caratterizzato anche per le polemiche riguardanti il cosiddetto decreto sicurezza. Un provvedimento su cui il governo ha posto la questione di fiducia in entrambe le camere. Una prassi sempre più frequente.

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Nelle ultime settimane il dibattito pubblico si è concentrato, fra le altre cose, sulle questioni legate al referendum sul lavoro e la cittadinanza. Un altro tema molto dibattuto tuttavia è quello legato all’approvazione del cosiddetto decreto sicurezza. Un provvedimento contenente alcune misure controverse (che peraltro aveva iniziato il suo percorso come disegno di legge ordinario per poi essere trasformato in decreto) su cui il governo ha posto la questione di fiducia in entrambi i rami del parlamento, sterilizzando così la discussione in aula.

La pratica di adottare decreti legge (Dl) non solo per affrontare situazioni emergenziali ma anche per trattare tematiche potenzialmente divisive e di porre poi la fiducia non è certo nuova. Tuttavia, con l’attuale esecutivo tale prassi sta raggiungendo numeri ragguardevoli.

38 decreti legge del governo Meloni approvati con doppio voto di fiducia.

Tale dinamica ridimensiona in maniera significativa il ruolo del parlamento. Fondamentalmente infatti i provvedimenti più rilevanti sono adottati in larga parte su iniziativa dell’esecutivo per mezzo dei decreti. Quest’ultimo poi chiama a raccolta la maggioranza che lo sostiene affinché voti compatta in aula.

Altro elemento spesso sottovalutato riguarda il fatto che i decreti legge devono essere convertiti dalle camere entro 60 giorni. Quando si accumula un numero eccessivo di Dl da convertire diventa fisiologico il ricorso alla fiducia per evitare che questi decadano. Questo però non solo limita la capacità di intervento del parlamento nel processo legislativo ma anche del tempo e dello spazio necessari al dibattito pubblico. In questo modo diventa difficile per la società comprendere, valutare e discutere davvero le scelte politiche che la riguardano.

Il ricorso ai decreti legge

Dal suo insediamento a palazzo Chigi il governo guidato da Giorgia Meloni ha emanato in totale 98 decreti legge. In termini assoluti si tratta del valore più alto considerando gli esecutivi che si sono succeduti nelle ultime 4 legislature.

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Naturalmente bisogna tenere presente che i vari governi hanno avuto durate diverse. Nello specifico l’attuale esecutivo è il terzo più longevo, al momento, dopo i governi Berlusconi IV e Renzi. È quindi molto più interessante andare a valutare la media di Dl pubblicati al mese da ogni governo.

Da questo punto di vista possiamo osservare che i governi Draghi e Conte II riportano il valore più alto con una media di 3,07 decreti legge al mese. L’esecutivo Meloni (3,05 Dl al mese) si colloca subito dopo con un valore sostanzialmente identico a quello dei due governi che hanno dovuto fronteggiare le fasi più acute della pandemia. Nonostante siano passati più di 3 anni dalla fine dello stato di emergenza Covid quindi la frequenza nel ricorso ai decreti è sempre la stessa.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 11 Giugno 2025)

Leggi ordinarie e decreti

Un ricorso sempre più frequente ai decreti legge emerge abbastanza chiaramente facendo un confronto di lungo periodo. Da questo punto di vista sono molto interessanti le statistiche sull’attività legislativa messe a disposizione dal senato. Queste infatti forniscono dati aggregati per legislatura e ci consentono di tornare indietro fino al 1996.

In particolare, dall’ottobre 2022 a oggi, possiamo osservare che le leggi entrate in vigore in totale risultano essere 211. Tra queste, 85 sono di natura ordinaria, 78 sono conversioni decreti legge, 40 ratifiche di trattati internazionali, 7 legate al bilancio dello stato e 1 costituzionale. La quota di conversioni è stata quindi pari al 37% circa. Si tratta del valore più alto nel periodo compreso tra il 1996 e il 2025. Il secondo dato più elevato è quello della XVIII legislatura con il 33,3% (105 conversioni a fronte di 315 leggi totali) mentre il terzo è quello della XIV legislatura con il 29,2% (200 conversioni a fronte di 686 leggi totali).

L’emergenza Covid si è chiusa da oltre 3 anni ma la frequenza nel ricorso ai decreti legge è rimasta la stessa.

Chiaramente, considerando che il confronto è sull’intera legislatura non si tratta tanto di attribuire responsabilità politiche quanto di rimarcare una tendenza. È abbastanza evidente infatti che negli ultimi anni c’è stata una forte accelerazione. E, come già detto, se i valori della XVIII legislatura sono stati evidentemente influenzati dal Covid, dall’altro la pandemia ha avuto un impatto tutto sommato contenuto per quanto riguarda la legislatura attualmente in corso.

Nel grafico le ratifiche di trattati internazionali, anche se di fatto leggi ordinarie, sono conteggiate a parte in quanto norme molto particolari. Vengono infatti spesso approvate in blocco, con maggioranze trasversali e senza grandi dibattiti. Si noti che sono stati approvati definitivamente nell’attuale legislatura anche due decreti legge che in realtà erano stati emanati dal governo Draghi. 

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Openparlamento e senato.
(consultati: mercoledì 11 Giugno 2025)

D’altra parte si potrebbe anche osservare che la quota di leggi ordinarie approvate nel corso dell’attuale legislatura è superiore rispetto a quelle di conversione. Nel periodo considerato non è sempre stato così. Nella XIV, XV e XVIII legislatura infatti la percentuale di conversioni è stata superiore a quella delle leggi ordinarie. Tuttavia è opportuno rimarcare come i temi più rilevanti o anche politicamente controversi siano ormai regolarmente affrontati tramite decreto. Mentre sono lasciati alle misure di natura ordinaria ambiti di intervento meno sensibili dal punto di vista politico.

Per fare qualche esempio, dall’inizio dell’anno sono stati già convertiti 15 decreti. Con questi atti il governo è intervenuto su diversi aspetti particolarmente rilevanti. Tra questi possiamo citare almeno due Dl che si sono occupati di Pnrr, oltre che di altre materie. Si tratta dei decreti 1/2025 e 45/2025. Troviamo poi un intervento volto a contrastare il caro bollette, uno riguardante il caso dei centri per migranti costruiti in Albania, uno riguardante la revisione delle norme circa l’ottenimento della cittadinanza italiana, fino ad arrivare al tanto contestato decreto sicurezza.

Le leggi di altra natura approvate nello stesso periodo sono state quasi il doppio (29) ma raramente si sono occupate di temi politicamente consistenti. Da questo punto di vista possiamo citare ad esempio la legge quadro in materia di ricostruzioni post-calamità, la modifica delle norme in tema di intercettazioni, la cosiddetta legge Morandi che prevede benefici in favore delle vittime di crolli di infrastrutture (testo che peraltro il presidente della repubblica ha invitato a rivedere) e le disposizioni per la partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese.

I temi più sensibili sono affrontati dal governo per decreto.

Più spesso le leggi ordinarie approvate hanno riguardato temi non particolarmente incisivi. Oltre a 5 ratifiche di trattati internazionali, altri temi oggetto di intervento normativo sono stati, tra gli altri, l’istituzione del Parco ambientale per lo sviluppo sostenibile della laguna di Orbetello, la promozione della pratica sportiva nelle scuole e istituzione dei nuovi giochi della gioventù, l’abrogazione di norme pre-repubblicane, l’introduzione di norme in materia di competizioni sportive su strada e l’adozione di disposizioni per la promozione delle manifestazioni in abiti storici.

Di diverso tenore invece le due leggi delega approvate nel periodo considerato che però di fatto restituiscono al governo il potere di normare attraverso decreto legislativo.

Con la legge delega il parlamento attribuisce al governo la facoltà di disciplinare una materia definendo le linee guida generali. L’esecutivo poi delinea le norme di dettaglio con uno o più decreti legislativi.
Vai a “Cosa sono legge delega e decreto legislativo”

I temi trattati in questo caso sono il superamento del numero chiuso per quanto riguarda i corsi di laurea in discipline sanitarie e la riforma organica dei mercati dei capitali.

Le questioni di fiducia

Legato al tema dell’uso eccessivo dei decreti legge vi è poi quello riguardante il ricorso altrettanto frequente ai voti di fiducia. Tale prassi, anche in questo caso non certo una novità, viene spesso utilizzata per velocizzare l’iter di conversione dei decreti ed evitare che questi decadano. Questo però ridimensiona di molto il ruolo del parlamento

Anche su questo fronte, considerando esclusivamente le questioni di fiducia poste ai fini dell’approvazione dei disegni di legge nelle ultime 4 legislature, possiamo osservare come il governo Meloni, in termini assoluti, si trovi al primo posto con 91 voti dall’ottobre 2022 al giugno 2025. Al secondo posto troviamo il governo Renzi con 68, seguito dall’esecutivo Draghi con 55.

Ovviamente bisogna tenere in considerazione che i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno tutti avuto diversa durata. Di conseguenza, per fare un confronto omogeneo, è più indicativo affidarsi al numero medio di questioni di fiducia poste al mese. Da questo punto di vista al primo posto troviamo l’esecutivo guidato da Mario Monti (2,89). Governo che si trovò ad affrontare un altro passaggio molto difficile per la storia del nostro paese: quello innescato dalla crisi economica del 2008. Il governo Meloni si attesta al secondo posto, con un dato medio di 2,85 voti di fiducia al mese. Seguono i governi Draghi (2,68) e Conte II (2,22).

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 11 Giugno 2025)

Come detto, il caso più eclatante del ridimensionamento delle camere è quello in cui al disegno di legge di conversione dei decreti legge viene apposta la questione di fiducia in entrambi i rami del parlamento. Da questo punto di vista possiamo osservare che con l’attuale esecutivo ciò è avvenuto in 38 casi. Si tratta del dato più alto in assoluto. Seguono gli esecutivi Renzi (22) e Draghi (20). 

Foto: Governo (Licenza)

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I cambi di gruppo in parlamento a metà legislatura https://www.openpolis.it/i-cambi-di-gruppo-in-parlamento-a-meta-legislatura/ Wed, 23 Apr 2025 07:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=300416 Rispetto alle precedenti legislature il fenomeno si presenta in dimensioni molto ridotte ma non è scomparso. Si nota un flusso di parlamentari dall’opposizione verso la maggioranza.

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Siamo entrati ormai nella seconda metà della legislatura, un buon momento per fare il punto sull’attività svolta finora da parlamento e governo. Un elemento importante da monitorare riguarda il fenomeno dei cambi di gruppo.

Verificare quale sia l’effettiva consistenza delle forze politiche all’interno delle camere è molto interessante soprattutto in questa fase dove, come da prassi, è possibile che il parlamento decida di procedere a una riconfigurazione delle commissioni.

59  i cambi di gruppo avvenuti dall’inizio della legislatura ad oggi.

Rispetto agli ultimi anni il fenomeno si è significativamente ridotto ma non è scomparso del tutto e, anzi, entrando nella fase finale della legislatura con l’approssimarsi delle elezioni potrebbe riprendere di intensità. Un elemento che emerge dall’analisi dei dati è che a beneficiarne è stata la maggioranza, Forza Italia su tutti.

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I cambi di gruppo attuali e il confronto con le precedenti legislature

Dall’ottobre 2022 ad oggi, i cambi di gruppo sono stati in totale 59 e hanno coinvolto 50 parlamentari di cui 39 deputati e 11 senatori. Rispetto alle ultime 3 legislature si tratta di numeri significativamente inferiori. Nel precedente quinquennio infatti i riposizionamenti erano stati 464, mentre nella XVII legislatura si è toccato il record di 569.

Il grafico riporta il numero di cambi di gruppo e di parlamentari coinvolti nelle ultime 4 legislature. Sono conteggiati anche gli spostamenti dal misto a gruppi di nuova costituzione in deroga al numero minimo di aderenti previsto dai regolamenti di camera e senato avvenuti all’inizio della legislatura. Viceversa, non sono conteggiati come cambi di gruppo i passaggi tra componenti interne al gruppo misto.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Aprile 2025)


I motivi di questa riduzione sono molto probabilmente molteplici. Il primo e più evidente è che il numero dei parlamentari è diminuito rispetto al recente passato. Il fatto che i deputati e i senatori eletti siano passati da 945 a 600 infatti ha evidentemente inciso sul fenomeno dei cambi di gruppo. Un secondo elemento è sicuramente il fatto che dalle urne è uscita una maggioranza chiara che riesce a dare stabilità all’azione dell’esecutivo. Non c’è quindi bisogno, almeno nella fase attuale, di cercare convergenze diverse rispetto alle coalizioni che si sono presentate al voto. Abbiamo visto in passato infatti come in situazioni di instabilità della maggioranza il fenomeno tenda ad aumentare.

L’introduzione di disincentivi al senato ha probabilmente scoraggiato i cambi di gruppo.

Un altro motivo che può aver contribuito alla limitazione del fenomeno è probabilmente l’adozione del nuovo regolamento del senato che ha introdotto una serie di disincentivi. Tali deterrenti prevedono la perdita di eventuali incarichi all’interno del consiglio di presidenza, della giunta per il regolamento, di quella per le elezioni o di quella per le immunità. Sono possibili anche delle conseguenze negative di natura economica. Queste però vanno a impattare più sui gruppi che non sui singoli senatori. Non è quindi un caso probabilmente che nel corso dell’attuale legislatura le variazioni di appartenenza si siano registrate in maggior parte a Montecitorio, dove queste contromisure non sono ancora state adottate.


La possibilità di cambiare gruppo è garantita dalla costituzione ma nelle ultime legislature il fenomeno è degenerato.


Vai a
“Che cosa sono i gruppi parlamentari”

Anche la camera in effetti ha avviato un percorso di riforma del proprio regolamento che però sta avvenendo attraverso diversi passaggi successivi. Con riferimento al tema dei cambi di gruppo, in base a quanto emerso nel corso dell’ultima seduta della giunta per il regolamento, eventuali interventi potrebbero entrare in vigore a partire dalla prossima legislatura.

Gli ultimi avvenimenti

Dall’inizio dell’anno al 31 marzo ci sono stati 4 riposizionamenti. Al senato, politicamente rilevante il passaggio di Annamaria Furlan (ex segretaria generale della Cisl) dal Partito democratico a Italia viva. Sempre a Palazzo Madama, Aurora Floridia ha lasciato il misto per aderire al gruppo delle Autonomie. Da notare in questo caso che Floridia, appartenente alla componente interna al misto di Avs, ha deciso prima di lasciare la componente rimanendo però iscritta al gruppo e successivamente ha aderito alla nuova formazione. Si tratta di una prassi abbastanza frequente, fatta per evitare che il passaggio da una forza politica a un’altra possa essere troppo traumatico.

Diversi parlamentari sono passati dal gruppo misto prima di ricollocarsi in maniera definitiva.

Un caso simile era avvenuto anche a novembre dello scorso anno. La senatrice Giusy Versace, confluita nella componente di Azione dopo la scissione da Italia viva, ha scelto in un primo momento di lasciare la formazione di Carlo Calenda rimanendo però nel misto. Solo successivamente ha aderito a Noi moderati. Un altro caso simile è quello di Andrea De Bertoldi alla camera. L’onorevole è approdato alla Lega da Fratelli d’Italia, passando però dal gruppo misto. Sempre alla camera, l’onorevole Davide Bellomo ha invece aderito a Forza Italia provenendo direttamente dalla Lega.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Aprile 2025)


In totale sono 9 i parlamentari che nel corso dell’attuale legislatura hanno effettuato più di un cambio di gruppo. Ai casi già citati si aggiungono Aboubakar Soumahoro, Eleonora Evi, Isabella De Monte, Lorenzo Cesa, Luigi Marattin, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, peraltro recentemente nominata segretaria di Noi moderati.

I nuovi equilibri

Al netto dei cambi di gruppo registrati all’inizio della legislatura, che possiamo definire in un certo senso come “tecnici” e che hanno riguardato in particolare la creazione in deroga del gruppo di Alleanza Verdi-Sinistra alla camera e Noi moderati, sia a Montecitorio che a Palazzo Madama, è interessante valutare com’è cambiato il peso delle diverse formazioni fra entrate e uscite. In generale la coalizione di governo è uscita rafforzata dai cambi di gruppo.

9 i parlamentari che sono passati dall’opposizione alla maggioranza.

Soltanto 2 hanno fatto il percorso inverso (nello specifico dalla maggioranza al misto). Sempre 2 sono i parlamentari che hanno cambiato appartenenza ma rimanendo all’interno del perimetro della maggioranza.

Prendendo in considerazione i partiti maggiori, che hanno una rappresentanza autonoma in entrambe le camere, possiamo osservare che Fratelli d’Italia, Partito democratico e Lega hanno perso un componente mentre il Movimento 5 stelle ne ha persi 4. I maggiori beneficiari del fenomeno nell’attuale legislatura sono stati i gruppi di Forza Italia che, tra camera e senato, hanno guadagnato 7 rappresentanti.

La rottura dell’alleanza tra Azione e Italia viva ha comportato una riorganizzazione dei gruppi parlamentari. A palazzo Madama, la soluzione trovata è stata che il gruppo precedentemente denominato Azione–Italia Viva–Renew Europe ha assunto la denominazione Italia Viva–Il Centro–Renew Europe. I senatori di Azione invece sono stati “costretti” a trasferirsi nel misto, non avendo i numeri per istituire un nuovo gruppo. Qui, è stata autorizzata la nascita di una componente autonoma. Alla camera invece la giunta per il regolamento ha autorizzato la creazione in deroga di due realtà indipendenti. Formalmente il “vecchio” gruppo lo ha ereditato Azione e ha assunto la denominazione Azione–Popolari europeisti riformatori–Renew Europe. Gli esponenti renziani si sono invece spostati in una nuova formazione che ha adottato lo stesso nome di quella del senato. In base alla denominazione del gruppo si può quindi capire la fase temporale a cui sono associati i cambi.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Aprile 2025)


Negli ultimi mesi poi è avvenuto un altro fatto che ha ulteriormente rafforzato la compagine azzurra. Andrea Gentile, che in prima battuta era risultato non eletto, ha presentato ricorso chiedendo il riconteggio delle schede. La verifica ha dato ragione all’esponente calabrese che quindi è stato proclamato deputato. A farne le spese è stata l’esponente del Movimento 5 stelle Elisa Scutellà che è decaduta. Anche se non si tratta di un cambio di gruppo, con questo passaggio Forza Italia ha guadagnato un ulteriore seggio.

Foto: Mara Carfagna

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L’abuso dei decreti legge e il restringimento degli spazi democratici https://www.openpolis.it/labuso-dei-decreti-legge-e-il-restringimento-degli-spazi-democratici/ Thu, 30 Jan 2025 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=298770 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento Lo stato di emergenza è finito ma continuano a proliferare i decreti […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento Lo stato di emergenza è finito ma continuano a proliferare i decreti legge.

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i decreti legge pubblicati dal governo Meloni nell’arco di un mese (dal 23 dicembre al 24 gennaio). La parte finale dell’anno è caratterizzata dalla grande attenzione rivolta alla legge di bilancio. Mentre le camere erano impegnate nell’approvazione di questo provvedimento tuttavia l’esecutivo ha proseguito nella pubblicazione massiccia di decreti legge. Siamo arrivati a 84 dall’insediamento del governo Meloni. Si tratta del dato più alto, in valori assoluti, tra i governi delle ultime 4 legislature. L’abuso dei decreti legge comporta diverse criticità, non ultimo un restringimento degli spazi di intervento del parlamento. Vai all’articolo.

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i decreti legge pubblicati in media dal governo Meloni ogni mese. È noto che gli esecutivi nelle ultime legislature hanno avuto durata diversa. Di conseguenza per valutare meglio il ricorso più o meno massiccio ai decreti legge è utile valutare la media di produzione mensile. Da questo punto di vista possiamo osservare che i governi Conte II e Draghi sopravanzano leggermente l’attuale esecutivo con una media di 3,07 decreti legge al mese nel loro periodo a palazzo Chigi. Di fatto quindi l’attuale esecutivo emana decreti legge allo stesso ritmo di quelli che hanno dovuto fronteggiare le fasi più concitate della pandemia. Nonostante l’abuso dei Dl sia una prassi che accomuna sostanzialmente tutti gli esecutivi, è doveroso sottolineare che la necessità di gestire l’emergenza pandemica ha comportato un innalzamento della tolleranza da questo punto di vista. Con la fine dello stato di emergenza però non si è tornati agli standard precedenti. È importante tuttavia non assuefarsi a un simile modus operandi. Questo perché c’è il rischio di uno scivolamento da uno stato di emergenza (temporaneo) verso uno stato di eccezione (strutturale), come definito in ambito accademico (Schmitt e Agamben, tra gli altri). Monitorare e denunciare queste dinamiche è quindi di fondamentale importanza per evitare il rischio di una deriva dei sistemi democratici. Sistemi da cui si attendono risposte in un contesto internazionale molto complesso come quello attuale. Vai al grafico.

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i decreti del governo Meloni già convertiti in legge dal parlamento. Per capire quanto la proliferazione dei decreti incida sul processo legislativo si può fare un confronto tra il numero di leggi ordinarie e quello di conversioni di decreti legge approvate durante il mandato dei diversi esecutivi. Se si escludono le ratifiche di trattati internazionali, dall’insediamento dell’attuale governo le leggi di conversione approvate sono state 71 a fronte delle 65 ordinarie entrate in vigore. Nelle ultime 4 legislature solo durante il mandato di due esecutivi si è registrato un disavanzo maggiore a favore delle leggi di conversione. Si tratta dei governi Conte II (9 leggi ordinarie e 34 conversioni) e Letta (7 ordinarie, 22 conversioni). L’esecutivo Draghi invece riporta lo stesso squilibrio dell’attuale (41 leggi ordinarie e 47 conversioni). Ci sono invece 4 governi dove è maggiore anche in maniera significativa il numero di leggi ordinarie entrate in vigore. Si tratta degli esecutivi Berlusconi IV, Monti, Renzi e Gentiloni. Vai al grafico.

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i decreti legge decaduti ma “salvati” attraverso la pratica dei decreti minotauro. Un’altra criticità legata all’uso eccessivo dei decreti legge è che può accadere che il parlamento non riesca a convertirli entro i 60 giorni stabiliti. Ciò è accaduto anche recentemente. Non sono stati convertiti in tempo infatti sia il cosiddetto decreto paesi sicuri sia il Dl che disponeva la riapertura dei termini di adesione al concordato preventivo biennale. Due tra le misure più significative volute recentemente dal governo. In entrambi i casi tuttavia le disposizioni contenute in questi decreti sono state salvate facendo ricorso alla pratica dei cosiddetti decreti minotauro. Tutti i decreti legge non convertiti in tempo dall’attuale parlamento sono stati recuperati con questo escamotage. Sia il presidente della repubblica che la corte costituzionale in passato hanno criticato questa pratica che tuttavia è ancora ampiamente in uso. Vai all’articolo. 

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i decreti legge pubblicati in gazzetta ufficiale a una distanza pari o superiore a 8 giorni dalla deliberazione in consiglio dei ministri. Mediamente durante l’attuale esecutivo sono intercorsi 4,7 giorni tra l’approvazione di un decreto legge in consiglio dei ministri e la pubblicazione in gazzetta ufficiale. Anche considerando come “fisiologico” un intervallo di alcuni giorni tra la deliberazione e la pubblicazione, possiamo osservare che ci sono state diverse situazioni che necessiterebbero di maggiore attenzione. Tra questi poi ve ne sono 3 in particolare per cui l’intervallo intercorso è stato superiore alle 2 settimane. Il dato più alto in assoluto è quello del recente decreto milleproroghe per il 2025 (18 giorni). Seguono il decreto 44/2023 per il rafforzamento della capacità amministrativa (16 giorni) e quello per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina (15). Vai al grafico.

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Lo stato di emergenza è finito ma continuano a proliferare i decreti legge https://www.openpolis.it/lo-stato-di-emergenza-e-finito-ma-continuano-a-proliferare-i-decreti-legge/ Wed, 29 Jan 2025 09:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=298641 Il governo sta continuando a produrre decreti allo stesso ritmo degli esecutivi che hanno dovuto gestire l'emergenza pandemica. Un nuovo standard a cui è fondamentale non assuefarsi.

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La parte finale dell’anno si contraddistingue sempre per l’attenzione massima che governo e parlamento rivolgono all’approvazione della legge di bilancio. Norma che, come stabilito dall’articolo 81 della costituzione, deve entrare in vigore entro il 31 dicembre. Mentre le camere erano impegnate nella discussione di questo provvedimento fondamentale però, l’esecutivo ha continuato a produrre un numero consistente di decreti legge (Dl).

Dato che questi provvedimenti devono essere convertiti in legge entro 60 giorni dalla loro entrata in vigore, quando il parlamento si trova a doverne discutere molti contemporaneamente si creano delle criticità non indifferenti. A partire dal fatto che se le camere sono impegnate nella conversione dei Dl non hanno tempo di occuparsi di altro e sono quindi costrette a “inseguire” l’agenda imposta dal governo. Altre conseguenze negative dell’uso eccessivo dei decreti legge sono il massiccio ricorso alla questione di fiducia e la creazione dei cosiddetti decreti minotauro.

84 i decreti legge emanati dal governo Meloni dal suo insediamento.

Nonostante l’abuso dei Dl sia una prassi che accomuna sostanzialmente tutti gli esecutivi, è doveroso sottolineare che la necessità di gestire l’emergenza pandemica ha comportato un innalzamento della tolleranza da questo punto di vista. Con la fine dello stato di emergenza però non si è tornati agli standard precedenti. L’uso fatto dall’attuale governo dei decreti legge infatti è sostanzialmente allineato a quello dei governi Conte II e Draghi.

È importante tuttavia non assuefarsi a un simile modus operandi. Questo perché c’è il rischio di uno scivolamento da uno stato di emergenza (temporaneo) verso uno stato di eccezione (strutturale), come definito in ambito accademico (Schmitt e Agamben, tra gli altri). Monitorare e denunciare queste dinamiche è quindi di fondamentale importanza per evitare il rischio di una deriva dei sistemi democratici. Sistemi da cui si attendono risposte in un contesto internazionale molto complesso come quello attuale.

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L’incidenza dei decreti nella produzione legislativa

Nell’arco di un mese – dal 23 dicembre al 24 gennaio – il governo Meloni ha emanato ben 6 nuovi decreti legge. Si tratta dei Dl:

Il ricorso massiccio allo strumento del decreto legge ha caratterizzato l’azione di tutti gli esecutivi delle ultime legislature. Tale dinamica si è confermata anche con il governo attualmente in carica. Dopo poco più di due anni dal suo insediamento infatti il governo Meloni ha raggiunto il numero più alto in valori assoluti di decreti legge pubblicati nelle ultime 4 legislature (84).

Entrambi i governi che hanno dovuto fronteggiare la pandemia sono già stati superati. Si deve tenere presente però che sono rimasti in carica per meno tempo. Per fare un’analisi più puntuale del ricorso ai decreti legge fatto da governi che hanno avuto durata diversa possiamo analizzare i dati relativi alla media mensile di decreti pubblicati. Da questo punto di vista possiamo osservare che i governi Conte II e Draghi sopravanzano leggermente l’attuale esecutivo con una media di 3,07 decreti legge al mese nel loro periodo a palazzo Chigi. Sostanzialmente però si può dire che il governo Meloni è in linea con l’operato dei suoi predecessori con una media di 3 Dl pubblicati al mese. Di fatto quindi l’attuale esecutivo emana decreti legge allo stesso ritmo di quelli che hanno dovuto fronteggiare le fasi più concitate della pandemia.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 29 Gennaio 2025)



Per capire quanto la proliferazione dei decreti incida sul processo legislativo si può fare un confronto tra il numero di leggi ordinarie e quello di conversioni di decreti legge approvate durante il mandato dei diversi esecutivi. Se si escludono le ratifiche di trattati internazionali, dall’insediamento dell’attuale governo le leggi di conversione approvate sono state 71 a fronte delle 65 ordinarie entrate in vigore. Nelle ultime 4 legislature solo durante il mandato di due esecutivi si è registrato un disavanzo maggiore a favore delle leggi di conversione. Si tratta dei governi Conte II (9 leggi ordinarie e 34 conversioni) e Letta (7 ordinarie, 22 conversioni). L’esecutivo Draghi invece riporta lo stesso squilibrio dell’attuale (41 leggi ordinarie e 47 conversioni).

Dal conteggio delle leggi ordinarie sono state escluse le ratifiche di trattati internazionali. Questo perché si tratta generalmente di proposte poco divisive dal punto di vista politico, approvate spesso in blocco con maggioranze larghe e senza grandi discussioni.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 29 Gennaio 2025)



Ci sono invece 4 governi dove è maggiore anche in maniera significativa il numero di leggi ordinarie entrate in vigore. Si tratta degli esecutivi Berlusconi IV, Monti, Renzi e Gentiloni.

I decreti legge decaduti

Un’altra criticità legata all’uso eccessivo dei decreti legge è che può accadere che il parlamento non riesca a convertirli entro i 60 giorni stabiliti. Ciò è accaduto anche recentemente. Non sono stati convertiti in tempo infatti sia il cosiddetto decreto paesi sicuri sia il Dl che disponeva la riapertura dei termini di adesione al concordato preventivo biennale. Due tra le misure più significative volute recentemente dal governo.

In entrambi i casi tuttavia le disposizioni contenute in questi decreti sono state salvate facendo ricorso alla pratica dei cosiddetti decreti minotauro

Si tratta di una tecnica in forza della quale la legge di conversione di un decreto-legge ingloba (e spesso abroga, salvandone altresì gli effetti) un altro decreto-legge, destinato a non essere più convertito in legge […]. Dinanzi a «catene» di decreti-legge riguardanti la medesima materia, si sceglie dunque di concentrare gli sforzi solamente su talune leggi di conversione, accorpando più decreti in un unico testo: ecco allora che tramite un apposito emendamento presentato in sede di conversione di un decreto-legge si recepisce il contenuto di un altro decreto-legge.

Il decreto paesi sicuri è stato abrogato ma salvato allo stesso tempo con la legge 187/2024 di conversione del Dl 145/2024 anch’esso riguardante il tema della gestione del flussi migratori oltre che del caporalato. Quanto al decreto sul concordato preventivo l’abrogazione è stata disposta dalla legge 189/2024 riguardante il decreto economico-fiscale. Tale dinamica è ormai diventata una prassi. Infatti tutti i decreti legge non convertiti in tempo dall’attuale parlamento sono stati recuperati con questo escamotage.

9 i Dl decaduti ma “salvati” attraverso la pratica dei decreti minotauro.

Anche questa pratica comporta diversi aspetti critici. In primo luogo, il fatto che dovendo convertire in legge più decreti contemporaneamente, la scadenza dei 60 giorni parte per tutti dal Dl meno recente. Di conseguenza per il parlamento si riduce ulteriormente lo spazio, già limitato, per entrare nel merito delle questioni.

La pratica dei decreti minotauro restringe ulteriormente gli spazi che sarebbero riservati al parlamento.

Altro aspetto critico, ribadito anche dalla corte costituzionale con la sentenza 245/2022, riguarda il fatto che una legge di conversione non dovrebbe essere emendata con disposizioni estranee rispetto al decreto di cui si occupa. In effetti, nei due casi citati, il parlamento sembrerebbe aver recepito tale direttiva scegliendo di far diventare minotauro le leggi di conversione di due decreti dai contenuti affini a quelli abrogati. Tuttavia le perplessità sul ricorso a tale pratica restano.

L’interregno tra la deliberazione di un decreto e la sua entrata in vigore

Un ultimo elemento interessante da analizzare riguarda il periodo di tempo che intercorre tra l’approvazione di un decreto legge in consiglio dei ministri (organo deputato a questo fine) e la sua pubblicazione in gazzetta ufficiale e conseguente entrata in vigore.

Non è chiaro cosa succede tra la deliberazione di un Dl e la sua pubblicazione.

Non sempre la pubblicazione è immediata infatti. Anzi, spesso il governo si è preso del tempo ulteriore per rivedere il testo deliberato. Testo che quindi può mutare anche in maniera significativa. Questo costituisce un grave problema di trasparenza. Non è chiaro infatti il processo che porta alla modifica delle norme durante questa fase né chi ha potere di intervento.

Mediamente durante l’attuale esecutivo sono intercorsi 4,7 giorni tra l’approvazione di un decreto legge in consiglio dei ministri e la pubblicazione in gazzetta ufficiale. Anche considerando come “fisiologico” un intervallo di alcuni giorni tra la deliberazione e la pubblicazione, possiamo osservare che ci sono state diverse situazioni che necessiterebbero di maggiore attenzione. Sono ben 18 infatti i decreti pubblicati in gazzetta a una distanza pari o superiore a 8 giorni dalla deliberazione.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 29 Gennaio 2025)



Tra questi poi ve ne sono 3 in particolare per cui l’intervallo intercorso è stato superiore alle 2 settimane. Il dato più alto in assoluto è quello del recente decreto milleproroghe per il 2025 (18 giorni). Seguono il decreto 44/2023 per il rafforzamento della capacità amministrativa (16 giorni) e quello per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina (15).

Foto: GovernoLicenza

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La proliferazione dei decreti omnibus https://www.openpolis.it/la-proliferazione-dei-decreti-omnibus/ Thu, 12 Dec 2024 08:02:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=297867 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi Il 2×1000 ai partiti e il problema mai risolto dei decreti omnibus. Ascolta […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi Il 2×1000 ai partiti e il problema mai risolto dei decreti omnibus.

28 mln €

i fondi del 2×1000 destinati ai partiti politici per il 2024. Attraverso un emendamento presentato in sede di conversione del decreto fiscale il governo ha provato a riscrivere le norme che riguardano la gestione dei fondi del 2×1000. Con la nuova impostazione, la soglia massima di fondi a favore delle forze politiche sarebbe passata da 25 a oltre 40 milioni di euro all’anno. Questo tentativo è stato bloccato dal capo dello stato che ha mosso diversi rilievi all’emendamento tra cui anche quello di essere estraneo al fine originario del provvedimento. Un emendamento dagli effetti più limitati è stato comunque approvato, ma interviene solo sul 2024 innalzando la soglia di 3 milioni di euro. Vai all’articolo.

34

i decreti classificabili come omnibus convertiti in legge dall’inizio della legislatura. In alcuni casi i decreti legge escono già come omnibus direttamente da palazzo Chigi ma è molto più frequente che possano assumere questa caratteristica una volta terminato l’iter di conversione in parlamento. Questo perché la presentazione di emendamenti alle leggi di conversione rappresenta una delle poche opportunità per deputati e senatori di intervenire in maniera incisiva nel processo legislativo. In tal modo infatti i parlamentari possono tentare di inserire misure che altrimenti difficilmente vedrebbero la luce. Vai all’articolo.

40%

le conversioni di decreti sul totale delle leggi approvate. Dall’inizio della XIX legislatura a oggi sono state approvate complessivamente 170 leggi, di cui 68 sono conversioni di decreti. Questo dato pone il governo Meloni al secondo posto per incidenza dei decreti legge nella produzione normativa. Solo con il governo Letta si registra un dato più alto (58,3%). Al terzo posto invece si trova l’esecutivo Conte II con il 34,3%. Vai al grafico.

2.052

gli emendamenti approvati legati alla conversione dei decreti legge. Quelli che hanno contribuito alla formazione di atti omnibus sono 1.269 cioè il 61,8% del totale di quelli approvati. Tra le leggi di conversione a cui sono state apportate le maggiori modifiche in termini assoluti troviamo quelle relative al decreto milleproroghe per il 2022 (162), al decreto Pnrr ter (145) e Pa, sport e giubileo (88). Questi atti sono tutti classificabili come omnibus a seguito del passaggio parlamentare. Tra gli altri omnibus che riportano un numero significativo di emendamenti approvati troviamo il Dl milleproroghe 2024 (79), quello per il rafforzamento della capacità amministrativa (78) e il Pnrr quater (73). Vai al grafico.

22

i decreti legge omnibus approvati con almeno un voto di fiducia. Nessuna delle leggi di conversione è stata modificata in seconda lettura. Di fatto quindi gli emendamenti sono sempre stati discussi e approvati dalla prima camera che ha esaminato il provvedimento, con la seconda che si è limitata a ratificare il lavoro fatto. Questa prassi, nota anche con il nome di monocameralismo di fatto, è particolarmente frequente quando parliamo della conversione di decreti legge. Quando il parlamento si trova a doverne esaminare troppi tutti insieme infatti non ha il tempo per entrare nel merito delle questioni. Per lo stesso motivo spesso il governo è stato “costretto” a fare ricorso alla fiducia per non far decadere i provvedimenti in discussione. Tra i Dl già convertiti infatti ce ne sono ben 41 (il 64%) per cui la fiducia è stata posta in almeno un ramo del parlamento. Vai all’articolo.

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Il 2×1000 ai partiti e il problema mai risolto dei decreti omnibus https://www.openpolis.it/il-2x1000-ai-partiti-e-il-problema-mai-risolto-dei-decreti-omnibus/ Wed, 11 Dec 2024 17:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=297799 Il tentativo delle forze politiche di aumentare la soglia a loro riservata attraverso la presentazione di un emendamento a un decreto legge ha costretto il Colle a intervenire. Si ripropone così ancora una volta il tema mai superato dei decreti omnibus.

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Negli ultimi giorni, il tentativo delle forze politiche di aumentare la soglia dei fondi del 2×1000 a esse destinati ha riportato d’attualità il tema dei cosiddetti decreti omnibus. Vale a dire quegli atti che trattano materie anche molto diverse tra loro, in contraddizione rispetto al dettato costituzionale.

L’intenzione infatti era quella di rivedere profondamente la norma che regola questi aspetti attraverso un emendamento presentato in sede di conversione del cosiddetto decreto fiscale. Questo escamotage però ha incontrato le riserve del presidente della repubblica. Tra i vari rilievi, Mattarella ha valutato la proposta di emendamento come totalmente estranea rispetto al tema affrontato dal decreto. Non si tratta della prima volta in cui il Quirinale interviene per censurare questo tipo di attività. Tuttavia tale prassi continua a essere in uso.

34 i decreti classificabili come omnibus convertiti in legge dall’inizio della legislatura.

In alcuni casi i decreti legge escono già come omnibus direttamente da palazzo Chigi ma è molto più frequente che possano assumere questa caratteristica una volta terminato l’iter di conversione in parlamento. Questo perché la presentazione di emendamenti alle leggi di conversione rappresenta una delle poche opportunità per deputati e senatori di intervenire in maniera incisiva nel processo legislativo. In tal modo infatti i parlamentari possono tentare di inserire misure che ritengono importanti e che altrimenti difficilmente vedrebbero la luce.

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Cosa è successo con il 2×1000

Come noto, i decreti legge emanati dal governo devono essere convertiti dal parlamento entro 60 giorni dalla loro pubblicazione. Se ciò non avviene questi decadono e le misure introdotte perdono di efficacia. L’iter di una legge di conversione è identico a quello di tutte le altre. Di conseguenza i parlamentari hanno anche la possibilità di proporre degli emendamenti al testo presentato. Questo può portare all’introduzione di misure che non hanno niente a che vedere con il fine originario del provvedimento.

Spesso i parlamentari presentano emendamenti che non c’entrano niente con il fine originario del provvedimento.

Nel caso in esame, la proposta presentata inizialmente dai rappresentanti del Partito democratico e dell’Alleanza Verdi-Sinistra nella commissione bilancio del senato, prevedeva l’innalzamento della cifra massima di risorse che i partiti possono ricevere dalle donazioni effettuate dai contribuenti attraverso il 2×1000. Questa sarebbe dovuta passasse da 25 a 28 milioni di euro per l’anno 2024. Un’iniziativa di questo tipo era prevedibile visto che, come abbiamo spiegato in questo articolo, già lo scorso anno le risorse del 2×1000 destinate ai partiti erano andate molto vicino a superare la soglia.

Successivamente però, come emerge anche dalle ricostruzioni giornalistiche, è intervenuto il governo che ha riformulato la proposta. Senza entrare in tecnicismi, l’emendamento governativo avrebbe rivisto in maniera strutturale i meccanismi di attribuzione del 2×1000. Con la nuova impostazione, il finanziamento avrebbe superato i 42 milioni di euro.


Con la dichiarazione dei redditi, i contribuenti possono decidere di destinare una quota della loro Irpef a un partito anziché allo stato. Questa forma di finanziamento non va confusa con il 5×1000 e con l’8×1000.


Vai a
“Che cos’è il 2×1000 ai partiti”

Questo emendamento tuttavia ha portato a svariati rilievi critici da parte del Colle. Il capo dello stato infatti ha censurato la scelta di trattare un argomento così articolato attraverso un semplice emendamento alla legge di conversione di un decreto. Decreto che peraltro, sempre nella visione del Quirinale, affrontava una materia diversa e non strettamente collegata al tema del finanziamento dei partiti politici. Di conseguenza il contenuto del Dl sarebbe divenuto disomogeneo oltre che non urgente, come richiesto invece dalla costituzione.

In seguito alla censura del capo dello stato la maggioranza ha quindi scelto di fare un passo indietro. È importante qui sottolineare che l’intervento del Quirinale non aveva una valenza politica in merito al finanziamento dei partiti. Le censura è avvenuta per le modalità con cui il governo ha scelto di intervenire. A conferma di ciò possiamo notare come un innalzamento della soglia per il 2024 sia comunque stato approvato senza obiezioni da parte del capo dello stato. Questo perché l’intervento è limitato al 2024 e prevede l’innalzamento della soglia di 3 milioni di euro.

Gli interventi del parlamento sui decreti legge

Questo episodio non rappresenta un caso isolato. Anzi, è prassi piuttosto comune che il parlamento apporti modifiche ai decreti legge attraverso l’approvazione di emendamenti in fase di conversione. Questo non sempre porta alla creazione di decreti omnibus, nel corso dell’attuale legislatura tuttavia ciò è accaduto spesso. Vediamo quindi quali sono stati i decreti oggetto di modifica e in che misura sono stati rivisti.

Un utile strumento da questo punto di vista è il report curato dall’osservatorio legislativo parlamentare il cui ultimo aggiornamento risale al 13 novembre scorso. Dall’inizio della XIX legislatura i decreti legge emanati sono stati 81 di cui 64 già convertiti alla data di pubblicazione del report.

Sono pochissimi quelli che il parlamento ha approvato senza apportare modifiche. Si tratta di 5 decreti legge che, o per l’importanza del tema o per la materia particolarmente specifica, mal si prestavano all’aggiunta di ulteriori elementi. Due di questi decreti riguardano il sostegno militare all’Ucraina, nello specifico i Dl 185/2022 e 200/2023. Abbiamo poi due decreti che intervengono in ambito elettorale, il primo con specifico riferimento alle elezioni da svolgere nel corso del 2023, il secondo in tema di referendum. Infine abbiamo il decreto 212/2023 che prevedeva la proroga del cosiddetto Superbonus.

Nel complesso, gli emendamenti approvati o in aula o in commissione sono stati 2.053. Come già detto, i Dl classificabili come omnibus sono in totale 34 di cui 28 oggetto di modifiche da parte del parlamento (il 43,8% tra quelli che hanno già concluso l’iter di conversione). Gli emendamenti apportati a questa specifica categoria sono 1.269 cioè il 61,8% del totale di quelli approvati. Tra le leggi di conversione in cui sono state introdotte più modifiche in termini assoluti troviamo quelle relative al decreto milleproroghe per il 2022 (162), al decreto Pnrr ter (145) e Pa, sport e giubileo (88). Questi atti sono tutti classificabili come omnibus a seguito del passaggio parlamentare. Tra gli altri omnibus che riportano un numero significativo di emendamenti approvati troviamo il Dl milleproroghe 2024 (79), quello per il rafforzamento della capacità amministrativa (78) e il Pnrr quater (73).

Il grafico rappresenta gli emendamenti approvati alle leggi di conversione di decreti che hanno già concluso l’iter parlamentare. È presente anche il cosiddetto decreto aiuti quater anche se questo è stato presentato dal governo Draghi. La classificazione di un decreto legge come omnibus è a cura della redazione di openpolis sulla base delle analisi dei comitati per la legislazione di camera e senato. Alla data di osservazione ci sono 5 decreti che devono ancora essere convertiti.

FONTE: elaborazione openpolis su dati osservatorio legislativo parlamentare
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Novembre 2024)



Da notare che nessuna delle leggi di conversione è stata modificata in seconda lettura. Di fatto quindi gli emendamenti sono sempre stati discussi e approvati dalla prima camera che ha esaminato il provvedimento, con la seconda che si è limitata a ratificare il lavoro fatto. Tale dinamica risulta particolarmente accentuata quando parliamo di decreti legge. Quando il parlamento si trova a doverne esaminare troppi tutti insieme, spesso non ha il tempo per entrare nel merito delle questioni e in questo modo si da atto al fenomeno del cosiddetto monocameralismo di fatto. Per lo stesso motivo spesso il governo è stato “costretto” a fare ricorso alla fiducia per non far decadere i provvedimenti in discussione. Tra i Dl già convertiti infatti ce ne sono ben 41 (il 64%) per cui la fiducia è stata posta in almeno un ramo del parlamento.

22 i decreti legge omnibus approvati con almeno un voto di fiducia.

I più recenti decreti omnibus

Considerando i Dl che hanno già concluso il loro percorso in parlamento, gli omnibus approvati definitivamente nel corso del 2024 sono 13. Tra quelli più recenti ce ne sono alcuni particolarmente significativi.

Il primo è il Dl 89/2024 che introduce, tra le altre, misure in ambito di infrastrutture, processo penale e sport. Su questo il comitato per la legislazione di palazzo Madama ha mosso alcuni rilievi. Si nota infatti che i contenuti del decreto, anche a seguito del passaggio parlamentare, sarebbero ascrivibili a ben 6 distinte finalità che investono le competenze di 3 diversi ministeri. Il comitato sottolinea come nel provvedimento non si ravvisino “motivazioni in ordine all’omogeneità delle diverse disposizioni”.

Anche la corte costituzionale e i comitati parlamentari per la legislazione hanno censurato la prassi dei decreti omnibus.

È bene ricordare che sul punto è intervenuta più volte anche la corte costituzionale. Questa in passato ha ritenuto ammissibili alcuni decreti legge a contenuto plurimo purché fossero riconducibili a una ratio unitaria. Una recente sentenza a questo proposito parla di “traiettoria finalistica comune” dei provvedimenti. Secondo il comitato del senato non sarebbe il caso del decreto in esame. Ma situazioni simili si possono riscontrare anche in altri decreti di recente conversione. Ad esempio il decreto 71/2024 che affronta in un unico testo ambiti molto diversi tra loro come lo sport, l’accesso agli istituti scolastici degli alunni con disabilità ed altre misure in tema di università e ricerca. 

Da questo punto di vista un provvedimento particolarmente critico è il Dl 113/2024. Il contenuto plurimo peraltro in questo caso era già presente prima dell’intervento delle camere.

I decreti-legge che, fin dall’emanazione, sono caratterizzati da un contenuto multisettoriale e risultano funzionali al perseguimento di distinte e del tutto autonome finalità condizionano negativamente l’iter di conversione in legge, a causa della presentazione di un numero molto elevato di proposte emendative eterogenee, della difficoltà di circoscrivere il perimetro di ammissibilità delle stesse e del prolungamento dei tempi dell’istruttoria ai fini dell’espressione del parere da parte del relatore e del Governo

Sul punto è intervenuto anche il comitato della camera sottolineando come questo decreto di fatto abbracci due aree di intervento particolarmente ampie: quella della proroga di scadenze il cui decorso sarebbe dannoso per interessi ritenuti rilevanti e quello di introdurre misure per esigenze fiscali e finanziarie. A questo poi si aggiungono anche iniziative di carattere economico a favore degli enti locali. Il comitato ha ribadito che sarebbe necessario “avviare una riflessione sull’opportunità della confluenza nel medesimo provvedimento di urgenza, di disposizioni attinenti alla proroga di termini legislativi e di disposizioni rispondenti ad ulteriori finalità”.

Gli effetti dell’iper produzione di decreti legge

Nonostante l’ampia maggioranza di cui gode, si deve osservare che l’attuale governo ha comunque fatto un ampissimo uso dei decreti legge. L’iper produzione di atti normativi di questo tipo, accompagnata dal massiccio ricorso alla questione di fiducia, di fatto limita molto il margine di intervento dei parlamentari. Non sorprende quindi che questi cerchino di introdurre nuove misure attraverso la presentazione di emendamenti alle leggi di conversione.

Il ricorso eccessivo ai decreti legge contribuisce alla formazione degli atti omnibus.

I decreti emanati dal governo Meloni dal suo insediamento a palazzo Chigi sono 79 in totale. Alla data del 9 dicembre, 7 di questi erano già decaduti mentre 5 devono ancora concludere il loro percorso in parlamento. A livello numerico soltanto il governo Berlusconi IV ne ha pubblicati di più (80) anche se in un intervallo di tempo molto più ampio: 42 mesi a fronte dei 25 dell’esecutivo attualmente in carica. Se si considera il dato medio mensile di Dl pubblicati possiamo osservare che il governo Meloni conferma il secondo posto con 3 decreti al mese. Solo gli esecutivi Conte II e Draghi riportano un dato superiore (3,07). Non si tratta però di una differenza poi così marcata considerando che i due governi citati hanno dovuto affrontare le fasi più concitate della pandemia.

3 i decreti pubblicati in media dal governo Meloni ogni mese.

Alla luce di questi dati è interessante vedere come l’iper produzione dei decreti leggi vada a incidere sull’attività del parlamento. Dall’inizio della XIX legislatura a oggi sono state approvate complessivamente 170 leggi. Di queste, il 40% è rappresentato da conversioni di decreti.

Le leggi sono attribuite sulla base del governo in carica al momento dell’approvazione e non di quando hanno iniziato l’iter.

Le ratifiche di trattati internazionali sono conteggiate a parte rispetto alle leggi ordinarie per la loro natura molto particolare. Solitamente infatti ne vengono approvate diverse durante la stessa seduta e con maggioranze molto ampie.

Nel periodo considerato non risultano approvate leggi di iniziativa del Cnel.

FONTE: elaborazione openpolis su dati openpolis e senato
(ultimo aggiornamento: lunedì 9 Dicembre 2024)



Anche se in leggera diminuzione rispetto al nostro ultimo aggiornamento, questo dato pone il governo Meloni al secondo posto per incidenza dei decreti legge nella produzione normativa. Solo con il governo Letta si registra un dato più alto (58,3%). Al terzo posto invece si trova l’esecutivo Conte II con il 34,3%.

Foto: GovernoLicenza

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I precari equilibri della maggioranza nelle commissioni parlamentari https://www.openpolis.it/i-precari-equilibri-della-maggioranza-nelle-commissioni-parlamentari/ Thu, 05 Dec 2024 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=297729 La recente diatriba sul tentativo della Lega di ridurre il canone Rai ha messo in evidenza ancora una volta quanto siano importanti gli equilibri nelle commissioni. In questi contesti i numeri della maggioranza sono meno solidi di quello che potrebbe sembrare.

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Nelle ultime settimane il dibattito politico è stato caratterizzato dalle forti tensioni che hanno visto protagoniste Lega e Forza Italia a proposito del canone Rai. Gli esponenti del Carroccio presenti nella commissione bilancio del senato infatti hanno provato a presentare un emendamento alla legge di conversione del decreto fiscale che prevedeva la riduzione della quota annuale che i cittadini devono versare in favore della televisione di stato. La proposta però è stata bocciata per la ferma opposizione di Forza Italia che ha votato contro il provvedimento.

Questo episodio conferma ancora una volta l’importanza del lavoro che viene svolto all’interno delle commissioni, vero cuore del processo legislativo in parlamento. Capire quindi quali sono gli equilibri all’interno di questi organi è fondamentale per avere il polso dello stato di salute della maggioranza.


Le commissioni sono il centro dell’attività legislativa del parlamento. È qui infatti infatti che si svolge la maggior parte del lavoro sui testi e in cui si cercano convergenze politiche.


Vai a
“Cosa sono le commissioni parlamentari e perché sono importanti”

I dati ci dicono che i margini della coalizione di governo nelle commissioni sono meno ampi di quello che si potrebbe pensare. Infatti quasi sempre per approvare un provvedimento è necessario l’apporto di tutte e tre le principali forze che compongono la maggioranza. Anche Lega e Forza Italia – oltre a Fratelli d’Italia – godono quindi di una sorta di “potere di veto” che possono esercitare per questioni che reputano particolarmente importanti. Questa dinamica alla lunga può portare all’aumento della tensione tra i tre alleati.

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I numeri nelle commissioni

Come già detto, in parlamento Fratelli d’Italia è la formazione di maggioranza relativa e rappresenta quindi l’architrave della coalizione di centrodestra anche all’interno delle commissioni. Tuttavia i voti di Fdi da soli non bastano a far approvare i vari provvedimenti in discussione. È quindi indispensabile anche l’apporto di almeno una parte degli alleati. Ciò dando per scontato che tutti i componenti siano presenti nel momento della votazione o siano sostituti, come spesso accade, da altri appartenenti allo stesso gruppo.

Di conseguenza se, ipoteticamente, una fra Lega e Forza Italia si impuntasse su alcuni aspetti si rischierebbe di andare incontro a situazioni complesse da gestire per la maggioranza.

Detto che Fdi è il gruppo più presente in tutte le commissioni, possiamo osservare che alla camera la Lega è quasi sempre la seconda formazione più numerosa e Forza Italia la terza. Fanno eccezione solo le commissioni difesa, finanze e politiche Ue dove i due gruppi hanno lo stesso numero di rappresentanti (4).

In quasi tutte le commissioni Lega e Forza Italia hanno il potere di bloccare i provvedimenti sgraditi.

Delle 14 commissioni permanenti presenti a Montecitorio ce ne sono 9 in cui sia il Carroccio che gli azzurri godono di questa sorta di potere di veto. In 3 casi invece è solo la Lega ad essere l’ago della bilancia. Si tratta delle commissioni affari costituzionali, trasporti e sociale. All’interno delle commissioni difesa e politiche Ue invece una defezione di una tra Lega o Forza Italia non ostacolerebbe l’approvazione dei provvedimenti in discussione.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 2 Dicembre 2024)


Al senato la situazione è più cristallizzata ma, se possibile, ancora più complessa. In tutte le commissioni infatti Fdi si conferma il gruppo più numeroso, la Lega è rappresentata da 3 esponenti e Forza Italia da 2. Fa eccezione la sola commissione finanze dove entrambe le formazioni contano 2 rappresentanti.

A palazzo Madama non ci sono commissioni in cui un’eventuale defezione di Lega o Forza Italia risulterebbe ininfluente ai fini dell’approvazione di un provvedimento. Anzi, all’interno della commissione finanze anche Noi moderati gode di questo potere di veto. Nelle commissioni bilancio e cultura e istruzione invece è indispensabile sia l’apporto della Lega che quello di Fi. In tutti gli altri casi invece è solo il Carroccio l’ago della bilancia.

La “forza” all’interno delle commissioni

Al di là del mero aspetto numerico, per comprendere quali siano gli equilibri all’interno delle commissioni è molto interessante valutare anche come si distribuiscono gli incarichi tra le principali forze della maggioranza. Ricoprire posizioni chiave infatti può essere funzionale per portare avanti determinate istanze rispetto ad altre.

Da questo punto di vista un ruolo particolarmente rilevante è quello del presidente di commissione. Chi ricopre questo incarico infatti – oltre ad avere un peso preponderante nella definizione dei lavori – gestisce le votazioni e viene spesso indicato dai componenti della stessa commissione per fare da relatore ai disegni di legge ritenuti più importanti o complessi.

Per valutare il “peso” dei gruppi all’interno delle commissioni possiamo fare riferimento al nostro indice di forza. Si tratta di un indicatore originale di Openpolis che attribuisce a tutti i parlamentari un valore numerico attraverso un sistema di ponderazione di istituzioni, organi e ruoli.

Non in tutte le commissioni Fdi rappresenta la formazione con indice di forza più alto.

Da questo punto di vista possiamo osservare che i rapporti di forza tra le 3 principali formazioni della maggioranza risultano molto più equilibrati di quello che si potrebbe pensare. Fdi si conferma ovviamente la componente più “forte” anche se non sempre. Nelle commissioni attività produttive, agricoltura, politiche Ue della camera, esteri e difesa e cultura e istruzione del senato infatti la Lega gode di un indice di forza maggiore o uguale rispetto a Fdi. Nella commissione ambiente e lavori pubblici del senato invece è Forza Italia il gruppo più forte, mentre nella bilancio della camera eguaglia il punteggio di Fdi.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 2 Dicembre 2024)



Focalizzandosi più specificamente sullo confronto tra Lega e Fi si può notare una leggera supremazia del Carroccio ma non così marcata. Le commissioni infatti in cui la Lega supera Fi sono 12 mentre in 9 casi sono gli azzurri a pesare di più. Nella commissione finanze di Montecitorio invece i due gruppi sono in equilibrio.

Come detto, questi valori sono influenzati principalmente anche se non in via eslusiva da chi ricopre il ruolo di presidente. Da questo punto di vista possiamo osservare che la Lega esprime 6 presidenti di commissione e 7 vicepresidenti. Fi invece può contare su 5 presidenti di commissione e 6 vicepresidenti. C’è un solo caso in cui sia la Lega che Fi possono vantare un vicepresidente ciascuno mentre la presidenza appartiene a Fdi. Si tratta della commissione finanze della camera.

Questi numeri ci fanno capire come la maggioranza abbia la possibilità di trovare soluzioni in commissione. In questo modo si evita di arrivare allo scontro in aula che è sempre più traumatico. Tuttavia è indubbio che servano delle trattative per giungere ad accordi non sempre semplici. Quando questo non avviene ci si trova di fronte a uno stallo che, nei casi più difficili, può portare anche a una rottura come nella vicenda del canone Rai.

Foto: Umberto Battaglia – Camera

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La nomina di Fitto a commissario Ue e la pesante eredità di un Pnrr fallimentare https://www.openpolis.it/la-nomina-di-fitto-a-commissario-ue-e-la-pesante-eredita-di-un-pnrr-fallimentare/ Mon, 11 Nov 2024 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=296947 L'audizione del candidato italiano alla commissione europea di fronte al parlamento di Strasburgo è l'occasione per fare il punto di cosa non ha funzionato negli ultimi due anni. Nella gestione del Pnrr ma non solo.

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Domani il ministro per gli affari europei Raffaele Fitto si presenterà in audizione di fronte al parlamento europeo. Si tratta di un passaggio obbligato per l’esponente del governo Meloni, in predicato di diventare vice presidente esecutivo della commissione europea oltre che commissario con delega alle politiche di coesione, al Next generation Eu e alle riforme.

La scelta di Fitto come rappresentante italiano in seno alla nuova commissione Ue è apparsa sin da subito divisiva e tra le candidature più a rischio. È quindi opportuna una riflessione sull’operato del ministro e, più in generale del governo italiano, negli ultimi due anni.

L’ex presidente della Puglia è stato il vero e proprio regista del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e in particolare della sua revisione. Un compito certamente non facile viste le pessime premesse. Non solo in termini di ritardi accumulati ma anche di scelte strategiche prese dai governi precedenti.

Anche dopo la revisione, il Pnrr sembra essere stato impostato con l’obiettivo di spendere i fondi velocemente ma senza una chiara visione di paese.

D’altronde la nuova versione del Pnrr italiano non sembra aver risolto i problemi. Anzi, da un lato ci si è limitati a procrastinare molte delle scadenze previste e dall’altro a cercare meccanismi più efficaci per spendere rapidamente i fondi assegnati, senza però una chiara visione di quelle che erano le necessità del paese. Un chiaro esempio da questo punto di vista è la scelta di privilegiare strumenti di erogazione dei fondi automatici come i crediti d’imposta e gli incentivi alle imprese. Mezzi che certamente aiutano a gonfiare i dati sulla spesa da un lato ma che dall’altro penalizzano altri aspetti. Non è un caso ad esempio se ormai da tempo non si sente più parlare delle famose priorità trasversali del piano (riduzione delle disuguaglianze di genere, territoriali e generazionali).

Anche questa nuova impostazione tuttavia non pare essere scevra di criticità. Del resto lo stesso ministro non ha escluso la possibilità di ulteriori revisioni.

I am committed to maintaining rigorous monitoring and evaluation mechanisms that ensure transparency, accountability, and efficiency in the use of EU funds.

Anche dal punto di vista della trasparenza e dell’accountability si rilevano delle lacune significative. Come abbiamo evidenziato più volte infatti oggi non sono ancora disponibili i dati di dettaglio sullo stato di avanzamento degli oltre 262mila progetti finanziati dal Pnrr. Tutti questi elementi rendono molto difficile valutare quello che sarà il reale impatto del piano sul paese.

Il fatto che Fitto sia poco incline a dare conto del proprio operato è confermato anche dal modesto tasso di risposta agli atti di sindacato ispettivo presentati dal parlamento italiano: uno dei più bassi tra i ministri dell’attuale governo. A questo si aggiunge poi anche una scarsa tempestività nella pubblicazione dei decreti attuativi di competenza delle strutture che fanno riferimento al ministro.

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Le difficoltà del Pnrr

Fin dall’insediamento del governo Meloni, il ministro Fitto è stato il punto di riferimento per quanto riguarda il Pnrr italiano. Si può dire che sia stato il regista delle 3 diverse revisioni del piano avvenute tra il 2023 e il 2024.

La revisione del Pnrr ha penalizzato le opere pubbliche e favorito gli incentivi alle imprese.

Da questo punto di vista, il governo ha sempre negato che ci fossero delle difficoltà sul completamento del piano entro la scadenza finale del 2026. Allo stesso tempo però la revisione ha comportato una significativa redistribuzione delle risorse. Con molte misure definanziate in toto e altre parzialmente. La nuova versione del piano ha visto una significativa riduzione degli investimenti dedicati alle opere pubbliche (che restano comunque la voce principale) a favore degli incentivi e degli sgravi fiscali per le imprese.

L’accentuazione dell’incidenza dei contributi alle imprese, in particolare di quelli consistenti nei crediti d’imposta, potrebbe imprimere maggiore velocità alla realizzazione della spesa, imponendo però l’esigenza di garantire un attento monitoraggio nella ripartizione territoriale dei fondi, al fine di preservarne un’adeguata fruizione anche alle aree meridionali.

Vittime principali di questa redistribuzione di investimenti sono stati gli enti territoriali che hanno visto una contrazione dei fondi messi a loro disposizione. Basti pensare ai tagli riguardanti gli interventi per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica dei comuni. Si tratta di una misura del valore originario di ben 6 miliardi, totalmente eliminata dal piano.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Corte dei conti e Regis.
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Marzo 2024)



La motivazione di questi tagli, come si legge nella quarta relazione del governo sullo stato di attuazione del Pnrr, è stata che molti dei progetti presentati o non rispettavano i vincoli imposti dal piano o rischiavano di non concludersi entro la scadenza del 2026.

Tra le difficoltà del Pnrr italiano c’è stata anche l’incapacità di organizzare un sistema di rendicontazione efficace.

Come spiegheremo meglio nel prossimo paragrafo, i dati attualmente disponibili non consentono di fare valutazioni approfondite su questo aspetto. D’altronde lo stesso ministro ha più volte sottolineato come i dati sullo stato di avanzamento dei vari progetti fossero sottostimati a causa di ritardi nella rendicontazione da parte dei soggetti attuatori. Altra affermazione che è impossibile da verificare.

Fatta questa premessa, difficoltà e i ritardi emergono chiaramente anche dai dati sulla spesa sostenuta di cui abbiamo parlato in un recente approfondimento. Al 30 giugno 2024 infatti i fondi Pnrr già erogati ammontavano a 51,4 miliardi di euro, pari a circa il 26% delle risorse assegnate al nostro paese. Ne consegue che nei prossimi 2 anni dovremo spendere una cifra che supera i 140 miliardi. Un obiettivo che appare al momento difficile da raggiungere.

FONTE: elaborazione openpolis su dati governo.
(ultimo aggiornamento: domenica 30 Giugno 2024)



172 le misure e sottomisure del Pnrr con una percentuale di fondi assegnati ancora da spendere compresa tra il 75% e il 100%.

Da questo punto di vista è doveroso sottolineare che ancora nel luglio scorso il governo aveva rilasciato delle dichiarazioni fuorvianti sullo stato di avanzamento del piano evidenziando come l’Italia fosse in linea con le tempistiche previste.

As we approach the final 2026 deadline, the Commission will be assessing continuously whether Member States deliver on their commitments and the final milestones and targets are likely to be fulfilled by then. Should that not be the case, according to the current legislative framework I will engage with the relevant Member States on how to amend their plans and ensure that funds are focused on equally ambitious alternative investments that can be completed within the lifetime of the Facility. If, despite these efforts, some of the last milestones or targets are still considered as not satisfactorily fulfilled, the corresponding disbursement will not be made.

Inoltre, bisogna evidenziare che il rispetto delle scadenze è stato possibile solo grazie al rinvio di svariati milestone e target. Significativo in particolare il passaggio legato al conseguimento della quinta rata (dicembre 2023). In questo caso infatti i milestone e i target da conseguire erano 69 nella prima versione e 54 nell’ultima.

FONTE: elaborazione openpolis su dati governo e camera dei deputati
(consultati: mercoledì 6 Novembre 2024)


Viceversa, aumentano in maniera significativa gli adempimenti da raggiungere a partire dalla sesta rata in poi con un picco particolarmente pesante nell’ultima fase del piano. Le scadenze da completare entro giugno del 2026 infatti passano da 120 a 173. In altre parole, sembra che le tempistiche del piano a oggi siano rispettate soprattutto perché molte scadenze sono state spostate più avanti nel tempo.

Si è puntato a spendere i fondi Pnrr rapidamente, senza fare attenzione a come venivano spesi.

Al di là del rispetto o meno delle tempistiche quello che appare evidente è che l’impostazione data al Pnrr dall’attuale governo, e dal ministro Fitto in particolare, è quella di raggiungere a tutti i costi l’obiettivo di spendere i fondi assegnati all’Italia entro la scadenza del 2026. Senza badare troppo alla qualità e all’effettiva utilità per cittadinanza e imprese di quello che si va a finanziare. Una conferma di questa impostazione arriva da una recente innovazione normativa contenuta nella legge di conversione del Dl omnibus.

In sintesi, le amministrazioni titolari potranno erogare i fondi fino al 90% del costo dell’intervento finanziato entro 30 giorni dall’invio della richiesta da parte del soggetto attuatore. Gli stessi ministeri avranno poi la possibilità di effettuare i controlli sulla documentazione inviata in un secondo momento: “al più tardi, in sede di erogazione del saldo finale dell’intervento”. Sembra abbastanza evidente la volontà, attraverso questa innovazione, di aumentare in maniera significativa e in breve tempo i dati sulla spesa sostenuta.

Pnrr e mancanza di trasparenza

Parallelamente alle evidenti criticità nella “messa a terra” del piano, ci sono poi quelle riguardanti la trasparenza. Per mesi infatti abbiamo denunciato la mancanza di informazioni circa il Pnrr italiano, tanto che siamo stati costretti a sospendere la nostra attività di monitoraggio. A partire dalla scorsa estate la situazione è migliorata e questo ci ha permesso di tornare online con una versione aggiornata della nostra piattaforma OpenPNRR.

Tuttavia ancora oggi mancano all’appello alcune informazioni importanti. Come ad esempio i dati circa la spesa sostenuta per ogni singolo progetto finanziato dal piano. Attualmente, infatti, il governo ha condiviso solo informazioni aggregate a livello di misura. Questo rende impossibile valutare a che punto sono i singoli interventi sui diversi territori del paese, quali stanno rispettando i tempi e quali invece sono in ritardo. Per questo motivo abbiamo inviato al governo una nuova richiesta di accesso agli atti (Foia) affinché queste informazioni siano finalmente rese pubbliche.

5 le richieste Foia inviate al governo sul Pnrr dalla Fondazione Openpolis.

Purtroppo la risposta del governo alla nostra richiesta di maggiore trasparenza è stata ancora una volta insoddisfacente.

Con riferimento alla richiesta di accesso civico in oggetto […] si comunica che i dati relativi all’avanzamento finanziario degli interventi del Pnrr saranno resi disponibili sul portale “ItaliaDomani”, nella sezione Catalogo Open data […] in esito al completamento del processo di verifica ai sensi dell’art. 2, comma 2, del decreto-legge 2 marzo 2024, n. 19, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 aprile 2024, n. 56.

Si tratta di una risposta interlocutoria che, a meno di due anni dalla conclusione del piano, riteniamo inaccettabile. Anche perché i termini stabiliti dalla norma citata risultano essere già ampiamente scaduti.

Non pubblicare i dati sulla spesa dei progetti è una scelta politica tesa a minimizzare le situazioni di criticità.

L’impressione è che le istituzioni preposte al rilascio di queste informazioni – dietro una chiara indicazione politica – stiano cercando di guadagnare tempo. L’obiettivo parrebbe essere quello di non mettere in cattiva luce il ministro Fitto in un momento in cui la sua nomina a commissario europeo è ancora incerta.

I decreti attuativi mancanti

Finora ci siamo soffermati in particolare sulla gestione – deficitaria – del Pnrr. Ma ci sono anche altri aspetti dell’attività del ministro Fitto che evidenziano come la sua condotta politica in questi due anni sia stata tutt’altro che eccellente.

Un primo elemento interessante da valutare è quello riguardante i cosiddetti decreti attuativi. Cioè quegli atti di secondo livello, come decreti ministeriali e regolamenti, che servono a mettere in pratica le indicazioni contenute nelle leggi. Senza questi atti in molti casi le norme rischiano di rimanere solo sulla carta.

Nell’ambito dell’esecutivo al ministro Raffaele Fitto fanno riferimento diverse strutture con varie competenze: oltre al Pnrr anche affari europei, sud e politiche di coesione. Questo insieme di dipartimenti risulta essere particolarmente in difficoltà nella pubblicazione dei decreti attuativi di propria competenza. Ne mancano all’appello infatti oltre il 40%. Si tratta del dato più alto fra le varie componenti del governo Meloni. Al secondo posto troviamo il ministero dell’ambiente (39,5%), al terzo quello per la disabilità (35,7%).

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: mercoledì 6 Novembre 2024)



Le attuazioni richieste ai dipartimenti che fanno capo all’ex presidente della regione Puglia sono in realtà un numero limitato. Parliamo di 14 atti in totale, di cui 6 ancora mancanti. Al ministero dell’ambiente, ad esempio, ne sono richiesti 162. Il fatto che siano richiesti pochi decreti attuativi ma che comunque non si riesca a pubblicarli in tempi ragionevoli è forse un’aggravante.

Occorre precisare che spesso i decreti attuativi possono richiedere la compartecipazione di più ministeri. Da questo punto di vista le attuazioni firmate a più mani che hanno visto anche il coinvolgimento del ministro Fitto sono già state adottate.

Le (poche) risposte di Fitto al parlamento

Un altro elemento da evidenziare circa l’operato di Fitto riguarda la frequenza con cui ha risposto alle istanze presentategli dai parlamentari italiani. Deputati e senatori infatti possono sottoporre agli esponenti del governo i cosiddetti atti di sindacato ispettivo come interrogazioni e interpellanze. Anche se queste iniziative non hanno un valore normativo, ne hanno uno di natura politica: consentono ai parlamentari di portare all’attenzione del governo, ma anche dell’opinione pubblica, fatti ritenuti importanti, potendo chiedere conto all’esecutivo delle sue azioni in merito.

Negli ultimi anni i governi non sono mai stati particolarmente puntuali nel fornire le informazioni richieste. Soprattutto quando parliamo di atti che non prevedono una risposta immediata. Da questo punto di vista possiamo osservare che le strutture che fanno riferimento a Fitto non rappresentano un’eccezione. Dal suo insediamento infatti il ministro ha risposto solamente al 23,2% degli atti di sindacato ispettivo sottoposti. Parliamo di 29 tra interrogazioni e interpellanze svolte sulle 125 presentate. Solo 3 ministeri presentano un dato inferiore: quello della cultura (21,2%), quello del turismo (18,8%) e quello dell’interno (15,5%).

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera
(ultimo aggiornamento: domenica 1 Settembre 2024)



C’è da dire che, a seguito della pandemia, hanno assunto particolare rilevanza anche le comunicazioni e le informative che l’esecutivo rende al parlamento di propria iniziativa.

Tuttavia, i dati che abbiamo passato in rassegna non rappresentano comunque un bel biglietto da visita in vista della nomina a Bruxelles.

Foto: GovernoLicenza

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La situazione dei cambi di casacca dopo 24 mesi di legislatura https://www.openpolis.it/la-situazione-dei-cambi-di-casacca-dopo-24-mesi-di-legislatura/ Thu, 17 Oct 2024 04:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=296004 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi I primi due anni della XIX legislatura – I cambi di gruppo […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi I primi due anni della XIX legislatura – I cambi di gruppo

52

i cambi di gruppo avvenuti nei primi 24 mesi di legislatura, 43 alla camera e 9 al senato. Una differenza non casuale visto che proprio al senato, in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari, il regolamento è stato modificato inserendo, tra le altre cose, anche dei disincentivi per frenare il fenomeno dei cambi di casacca. Vai all’articolo

22

i cambi di gruppo classificabili come assestamenti di inizio mandato. In questa come nelle passate legislature alcuni gruppi si sono formati in deroga al regolamento. Per la loro costituzione quindi è c’è voluto più tempo e nel mentre diversi parlamentari sono transitati dal gruppo misto. Dopo questo passaggio, nel corso del primo anno, molti dei cambi di gruppo sono stati legati alla scissione tra Azione e Italia viva. Con l’approssimarsi delle elezioni europee però sono ricominciati ad aumentare. Vai al grafico

7

i cambi di casacca avvenuti dopo le elezioni europee. Nella quasi totalità dei casi si tratta di esponenti usciti da formazioni che hanno ottenuto risultati al di sotto delle aspettative alle elezioni europee. Due sono usciti dal Movimento 5 stelle per approdare a Forza Italia. Altri due sono usciti da Italia viva scegliendo uno Forza Italia e uno il gruppo misto. Lo stesso è successo in Azione, con l’aggiunta di Maria Stella Gelmini, anche se in quel caso non si tratta formalmente di un cambio di gruppo, visto che al senato Azione non ha un gruppo autonomo ed è invece iscritta al misto. Vai all’articolo

1

parlamentare, fino ad oggi, ha lasciato Fratelli d’Italia. Si tratta dell’on. Andrea De Bertoldi, che ha lasciato il partito della presidente del consiglio approdando al gruppo misto, ma continuando a votare con la maggioranza. Vai all’articolo

6

i parlamentari che sono passati a Forza Italia nel corso della legislatura: 4 alla camera e 2 al senato. Se si escludono gli assestamenti di inizio legislatura, le scissioni che hanno portato alla nascita di nuove formazioni e il gruppo misto, Forza Italia risulta la formazione che ha attratto più parlamentari, senza perderne nel contempo nessuno. Vai al grafico.

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La produzione normativa nella XIX legislatura https://www.openpolis.it/la-produzione-normativa-nella-xix-legislatura/ Thu, 03 Oct 2024 07:06:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=295671 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “I primi due anni della XIX legislatura – I dati dell’attività legislativa“. […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “I primi due anni della XIX legislatura – I dati dell’attività legislativa“.

151

le leggi entrate in vigore dal 13 ottobre 2022 a oggi. Un dato che, considerando il fatto che sono passati solo 2 anni dall’insediamento delle attuali camere, appare in linea con la produzione normativa fatta registrare nelle precedenti legislature. Tra il 2008 e il 2013 infatti ne sono state approvate 391, tra il 2013 e il 2018 se ne contano 379, mentre nella precedente legislatura sono state 317. Vai all’articolo.

24,5%

le leggi di iniziativa parlamentare approvate nella XIX legislatura. Un dato certamente alto ma tutto sommato contenuto in confronto con gli esecutivi precedenti. Le leggi di iniziativa governativa infatti sono state l’89% con l’esecutivo Letta, l’85% con il Conte II e l’80% con Draghi (da ricordare che questi ultimi due esecutivi hanno dovuto affrontare le fasi più concitate legate alla pandemia). Solo 3 esecutivi riportano una percentuale più bassa del governo Meloni. Si tratta degli esecutivi Conte I (68,6%), Monti (67,5%) e Gentiloni (58,3%). Vai al grafico.

41,7%

la percentuale di conversioni di decreti legge rispetto al totale di norme approvate nella XIX legislatura. Le conversioni di Dl nella XIX legislatura hanno rappresentato il 41,7% delle leggi approvate (63 su 151). Solo il governo Letta ha fatto registrare un dato più alto (58,3%). Al terzo posto troviamo il governo Conte II con il 34,3%. Vai al grafico.

3,04

i decreti legge pubblicati in media al mese dal governo Meloni. Dal suo insediamento a palazzo Chigi il governo guidato da Giorgia Meloni ha emanato in totale 72 decreti legge (Dl). Solo il governo Berlusconi IV ne ha prodotti di più in termini assoluti (80) ma in molto più tempo (42 mesi). Entrambi i governi che hanno dovuto fronteggiare la pandemia sono già stati superati anche se si deve tenere presente che sono rimasti in carica per un periodo più breve. Il governo Draghi ha infatti prodotto 63 Dl in 20 mesi, mentre il secondo esecutivo Conte 54 decreti in 17 mesi. Per un’analisi più puntuale del ricorso ai decreti legge fatto da governi che hanno avuto durata diversa possiamo utilizzare i dati relativi alla media mensile di Dl pubblicati. Da questo punto di vista possiamo osservare che i governi Conte II e Draghi sopravanzano leggermente l’attuale esecutivo con una media di 3,07 decreti legge al mese nel loro periodo a palazzo Chigi. Sostanzialmente però si può dire che il governo Meloni è in linea con l’operato dei suoi predecessori con una media di 3,04 Dl pubblicati al mese. Di fatto quindi l’attuale esecutivo emana decreti legge allo stesso ritmo di quelli che hanno dovuto fronteggiare le fasi più concitate della pandemia. Vai al grafico.

8

i decreti minotauro entrati in vigore nella XIX legislatura. Il ricorso eccessivo alla decretazione d’urgenza può comportare il fatto che il parlamento non sia in grado di convertire i vari Dl entro i 60 giorni previsti. Nell’attuale legislatura ciò è già successo in 8 occasioni. In questi casi il parlamento adotta in prata poco consona. Quella dell’approvazione dei cosiddetti decreti minotauro. Con questo espediente il parlamento decide di abrogare un decreto che rischierebbe di non essere convertito in tempo. Allo stesso tempo ne fa salvi gli effetti inserendo uno specifico articolo nella legge di conversione di un altro Dl. Si tratta di un dato tutto sommato ancora contenuto, specie se raffrontato con i 21 Dl decaduti durante il governo Draghi. Tuttavia questa dinamica deve essere tenuta sotto controllo. Vai all’articolo.

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