Come si dimette un parlamentare

A meno che non risulti incompatibile con un’altra carica un parlamentare non può semplicemente dimettersi, la sua richiesta deve invece essere votata dall’aula di appartenenza che può negarla.

Definizione

La nostra costituzione prevede che ogni parlamentare eserciti le sue funzioni senza vincolo di mandato. Deputati e senatori svolgono quindi il loro incarico senza obblighi nei confronti di partiti, programmi elettorali o dei cittadini stessi. Una libertà di azione che permette a deputati e senatori di dimettersi dal proprio incarico, terminando anticipatamente il loro mandato, e facendo subentrare il primo dei non eletti.

Sono due le ragioni per cui un parlamentare può rimettere il proprio mandato:

  1. perché è stato eletto o nominato per una carica che è formalmente incompatibile con il mandato parlamentare (ad esempio, un deputato che viene nominato assessore regionale oppure viene eletto parlamentare europeo). In questo caso le dimissioni sono un atto dovuto e quando vengono presentate, il presidente della camera o del senato le comunica all’aula e i colleghi ne prendono atto senza voto. Contemporaneamente viene proclamato in sostituzione il primo dei non eletti della stessa lista. L’iter per che porta alle dimissioni può comunque essere lungo. La verifica dei titoli di ammissione dei parlamentari e la valutazione delle cause sopraggiunte di ineleggibilità o di incompatibilità spetta infatti alla giunta per le elezioni di camera e senato attraverso un iter che, soprattutto in momenti di stallo istituzionale, può essere particolarmente lungo.
  2. per motivi personali e altre ragioni analoghe. In questo caso l’iter è molto più complesso, la richiesta di dimissioni deve essere calendarizzata e poi approvata a maggioranza dalla camera di appartenenza (con voto a scrutinio segreto). Perciò per dimettersi non è sufficiente la volontà del singolo: camera e senato possono anche respingere le dimissioni e il parlamentare rimanere in carica.

Questo secondo caso è quello su cui possono emergere aspetti controversi. Il voto ha lo scopo di tutelare il parlamentare (e quindi le istituzioni) da eventuali pressioni ricevute, che possono essere dal partito o anche esterne. Il parlamentare in questione deve spiegare le proprie motivazioni all’aula, la quale poi voterà sulle dimissioni. Il voto su una persona, da regolamento, sia della camera che del senato, deve essere fatto a scrutinio segreto ed è prassi che la prima votazione abbia esito negativo, come gesto di cortesia nei confronti del deputato o senatore.

Dati

Nel corso della XVII legislatura si sono dimessi 53 parlamentari, 40 per incompatibilità (75,47%) e 13 per motivi personali (24,53%). Si tratta di un dato un po’ più basso rispetto a quello della legislatura precedente quando sono stati 63 i parlamentari che si sono dimessi (di cui l’88,88% per incompatibilità e l’11,11% per motivi personali).

Nella maggior parte dei casi le persone che si sono dimesse per motivi personali hanno giustificato la loro rinuncia al seggio con un nuovo incarico anche se legalmente non incompatibile con quello di parlamentare.

Ad esempio Enrico Letta (Pd) e Raffaele Calabrò (Pdl, poi Ncd) si sono dimessi per impegni accademici, mentre Massimo Bray (Pd) ha dato le dimissioni per dedicarsi a tempo pieno al suo lavoro presso la Treccani. Ignazio Marino e Dario Nardella, entrambi Pd, si sono invece dimessi per candidarsi a sindaci di Roma e Firenze. Anche in questi casi, essendosi dimessi prima delle elezioni, non c’era nessuna incompatibilità formale e quindi le dimissioni sono dovute passare dal voto delle rispettive camere.

Oltre ai 13 parlamentari che si sono dimessi però ce ne sono altri 8 che si sono visti respingere le dimissioni dalle rispettive camere, in alcuni casi più di una volta. Emblematico è il caso di Giuseppe Vacciano, senatore eletto con il M5s e poi passato al gruppo misto, che ha visto bocciata la sua richiesta per 5 volte.

FONTE: openparlamento
(ultimo aggiornamento: martedì 13 Febbraio 2018)

Analisi

L’impianto dei diritti e dei doveri che tutela da un lato i parlamentari e dall’altro camera e senato, rendono il processo di dimissioni dal parlamento particolarmente lungo e contorto. Se da una parte si tratta di un meccanismo necessario a salvaguardare le istituzioni parlamentari. Dall'altra si presenta il rischio che dinamiche prettamente politiche corrompano questo impianto, arrivando alla situazione paradossale del senatore Vaccinano. Nella XVII legislatura, a parte il caso di Tocci (Pd), tutti parlamentari a cui sono state negate le dimissioni erano eletti nelle liste del M5s.

Dai dati della XVII legislatura emerge poi che le dimissioni date per ricoprire un incarico diverso da quello di parlamentare vengono generalmente accettate mentre quelle per dissenso dal gruppo vengono respinte. Questa pratica sembra voler ribadire il principio dell'assenza del vincolo di mandato, per cui il fatto che un parlamentare sia in dissenso con il proprio gruppo non rappresenterebbe una ragione valida per giustificare le dimissioni dalla carica.

Tuttavia indipendentemente da quale che sia il principio i risultati delle votazioni nelle aule di camera e senato dipendono inevitabilmente dagli equilibri parlamentari. Da qui emerge quindi il rischio che siano gli equilibri politici e non dei principi costituzionali a definire chi ha il diritto di dimettersi e chi non ce l’ha.

Il tema è tornato di attualità con le ultime elezioni nazionali quando sono emersi, prima ancora dell'elezione, dei dissidi tra alcuni candidati del M5s e la dirigenza. Il capo politico del movimento Luigi Di Maio affermò in quell'occasione che avrebbe chiesto a questi candidati di dimetterisi paventando persino una denuncia per danno d'immagine. Tuttavia un partito può espellere una persona e rimuoverla gruppo parlamentare ma non ha alcuna voce in capitolo sulla sua permanenza in parlamento una volta che questo è stato eletto. I parlamentari del movimento 5 stelle in contrasto con il gruppo si sono infatti iscritti al misto senza presentare le dimissioni.

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