Povertà educativa Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/glossari/che-cose-la-poverta-educativa/ Thu, 30 Oct 2025 17:27:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Che cosa sono le aree interne https://www.openpolis.it/parole/che-cosa-sono-le-aree-interne/ Wed, 10 Apr 2019 07:20:09 +0000 http://www.openpolis.it/?post_type=opmag_glossary&p=33878 Le aree interne sono i territori del paese più distanti dai servizi essenziali (quali istruzione, salute, mobilità). Parliamo di circa 4.000 comuni, con 13 milioni di abitanti, a forte rischio spopolamento (in particolare per i giovani), e dove la qualità dell'offerta educativa risulta spesso compromessa.

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Definizione

Le aree interne sono i comuni italiani più periferici, in termini di accesso ai servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità). Per definire quali ricadono nelle aree interne, per prima cosa vengono definiti i comuni “polo”, cioè realtà che offrono contemporaneamente (da soli o insieme ai confinanti):

  1. un’offerta scolastica secondaria superiore articolata (cioè almeno un liceo – scientifico o classico – e almeno uno tra istituto tecnico e professionale);
  2. almeno un ospedale sede di d.e.a. I livello;
  3. una stazione ferroviaria almeno di tipo silver.

Nella precedente classificazione delle aree interne, adottata nel 2014, i comuni che distano meno di 20 minuti dal polo più vicino si definiscono “cintura”; quelli che distano oltre 20 minuti rientrano nelle aree interne. Le aree interne si suddividono a loro volta in 3 categorie, sempre in base alla distanza dal polo: comuni intermedi, comuni periferici, comuni ultraperiferici.

La prima classificazione delle aree interne

Classificazione del comuneMacro-categoriaDistanza dal polo più vicino (in minuti)
PoloPolo-
Polo intercomunalePolo-
CinturaAree peri-urbane0 < min ≤ 20
IntermedioAree interne20 < min ≤ 40
PerifericoAree interne40 < min ≤ 75
UltraperifericoAree interne75 < min

Nel febbraio 2022 il Cipess ha aggiornato questo impianto metodologico, affinando ulteriormente lo strumentario che serve per monitorare la perifericità dei diversi territori che compongono il paese.

È rimasta invariata l’impostazione di base, ma sono cambiate le fasce. Una volta stabiliti i poli (cioè i comuni baricentrici per la presenza di servizi) sono state definite delle nuove soglie, sempre in base alla distanza in termini di tempo da questi centri. Un comune ad esempio è considerato di cintura se si trova entro 27,7 minuti dal polo più vicino (erano 20 nella precedente classificazione). Tra 27,7 minuti e 40,9 è intermedio. Tra 40,9 e 66,9 è periferico. Oltre i 66,9 minuti è ultraperiferico.

La nuova classificazione delle aree interne

Classificazione del comuneMacro-categoriaDistanza minima dal polo più vicino (in minuti)Distanza minima con la nuova classificazione (dal 2022)
PoloPolo--
Polo intercomunalePolo--
CinturaAree peri-urbane0 < min ≤ 200 < min ≤ 27,7
IntermedioAree interne20 < min ≤ 4027,7 < min ≤ 40,9
PerifericoAree interne40 < min ≤ 7540,9 < min ≤ 66,9
UltraperifericoAree interne75 < min66,9 < min

Con la nuova classificazione la metodologia è stata affinata.

Da notare come, rispetto alla classificazione precedente, la nuova ricorra a una metodologia più precisa nel definire i poli. In primo luogo, il criterio per individuarli è solo quello dei servizi presenti. Non vengono operate forzature per attribuire lo status di polo ai capoluoghi di provincia, come era stato fatto per pochissimi casi nella classificazione 2014. Perciò nella nuova mappa compaiono 4 capoluoghi provinciali (Isernia, Matera, Enna e Nuoro) il cui livello di servizi offerti è insufficiente per classificarli come poli e che, pertanto, sono stati categorizzati diversamente in base alla distanza dal polo più vicino.

Inoltre, nel caso di Roma il calcolo della distanza dei comuni limitrofi è stato reso più fine. Trattandosi di gran lunga del primo comune italiano per estensione territoriale, la distanza non viene più calcolata rispetto a un singolo centroide – ovvero la sezione di censimento che contiene il municipio del comune – come avviene per gli altri comuni. Per i comuni vicini a Roma, la distanza viene calcolata dalle sedi dei suoi 15 municipi, in quanto aree considerate in grado di offrire simultaneamente un’adeguata offerta scolastica, di servizi ferroviari e sanitari.

Dati

Con la nuova metodologia adottata, si restringe il numero dei comuni polo e la popolazione che li abita (22 milioni, contro gli oltre 24 milioni della precedente ripartizione). Crescono i comuni di cintura, hinterland delle città principali, che passano da 3.509 a 3.828 enti. Diminuiscono gli intermedi (da 2.288 a 1.928 comuni), mentre aumenta l’estensione dei territori classificati come periferici e ultraperiferici.

Quasi 4.000 comuni (ovvero circa la metà del totale) ricadono nelle aree interne. Questi territori coprono il 58,8% della superficie nazionale, e sono abitati da circa 13,4 milioni di persone (22,7% della popolazione residente nel 2021): dati non dissimili rispetto alla precedente ripartizione. La maggior parte degli abitanti delle aree interne (8 milioni di persone) vive nei comuni intermedi, distanti dai 27,7 ai 40,9 minuti dal polo più vicino. Oltre 4,6 milioni abitano in comuni periferici, mentre altre 720mila persone vivono in aree ultraperiferiche (cioè comuni, perlopiù montani o isolani, distanti almeno 67 minuti dal centro più vicino).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Agenzia per la coesione territoriale
(ultimo aggiornamento: martedì 15 Febbraio 2022)

Analisi

La classificazione per aree interne è stata introdotta a partire dal 2012, con l'obiettivo di centrare le politiche pubbliche su un tema spesso dimenticato. Dal dopoguerra, l'Italia "interna" ha subito una progressiva marginalizzazione: la popolazione residente è diminuita, così come il livello di occupazione e l'offerta di servizi. Processi che si sono accompagnati ad altri di pari o superiore gravità, come il dissesto idrogeologico.

Dal punto di vista dell'istruzione questi territori incontrano spesso forti problematiche, che acuiscono la tendenza allo spopolamento. L'offerta educativa (e la sua stessa qualità) è compromessa dalle difficoltà di spostamento e dalla tendenza alla forte mobilità degli insegnanti. Oltre l'80% dei comuni nelle aree interne non ha nessuna scuola superiore statale (a fronte della quasi totalità dei poli che ne ospitano uno o più). Il 39% non ospita neanche una scuola media. Non stupisce quindi che questi territori si caratterizzino per una maggiore dispersione scolastica e per livelli di apprendimento significativamente più bassi. Perciò il ruolo del sistema scolastico e in generale dell'offerta di servizi rivolti ai minori è decisivo. La scuola è chiamata a diverse funzioni, come riportato nella strategia nazionale per le aree interne. Tra queste, quella di offrire alle ragazze e ai ragazzi le competenze per decidere in autonomia se andarsene o restare. Ma anche garantire gli strumenti che consentano di restare dove sono nati. Inoltre nelle aree interne il ruolo delle scuole, biblioteche e servizi come presidi territoriali, oltreché educativi, è ancora più importante.

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Che cos’è l’abbandono scolastico https://www.openpolis.it/parole/che-cose-labbandono-scolastico/ Tue, 23 Oct 2018 11:07:37 +0000 http://www.openpolis.it/?post_type=opmag_glossary&p=28244 L'abbandono scolastico precoce riguarda i giovani che lasciano gli studi con la sola licenza media. Un fenomeno grave, sia per le sue cause più frequenti (disagio economico e sociale) sia per gli effetti a breve e lungo termine (difficoltà di trovare lavoro e aggravamento delle disuguaglianze).

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Definizione

Il fenomeno dell’abbandono scolastico colpisce i giovani che lasciano gli studi precocemente. Rientrano in questa definizione tutti coloro che abbandonano con al massimo la licenza media, senza conseguire ulteriori titoli di studio o qualifiche professionali. Dal punto di vista del sistema educativo e dell’intera società, si tratta di un vero e proprio fallimento formativo.

I ragazzi e le ragazze che abbandonano gli studi infatti provengono spesso da contesti sociali più difficili e da famiglie in difficoltà economica. Per un giovane, lasciare gli studi prima del tempo significa avere più difficoltà nel trovare un’occupazione stabile: oggi ancora più che in passato. Ciò comporta anche maggiori probabilità di ricadere nell’esclusione sociale, rendendo di fatto ereditario lo svantaggio di partenza.

Dati

Nell’ambito dell’agenda 2020, l’Unione europea aveva fissato come obiettivo che – entro quell’anno – i giovani europei tra 18 e 24 anni senza diploma superiore (o qualifica professionale) fossero meno del 10% del totale. A livello continentale, il target è stato raggiunto, dal momento che nel 2020 la quota si è attestata al 9,9%.

L’obiettivo continentale, in vista del 2030, è stato ulteriormente abbassato di un punto (9%) con una risoluzione del consiglio dell’Unione europea del febbraio 2021. I paesi Ue si stanno avvicinando a questa nuova soglia, essendo del 9,4% la media Ue nel 2024, in base all’aggiornamento dell’11 settembre 2025.

In questo quadro, al raggiungimento dell’obiettivo nell’ultimo decennio hanno contribuito in modo particolare alcuni paesi dell’Europa mediterranea, ovvero quelli che partivano dai livelli più elevati di abbandono scolastico. Nello specifico il Portogallo (dal 17,3% del 2014 al 6,6% del 2024, -10,7 punti) e la Spagna (da 21,9% a 13%, -8,9 punti). Ai paesi iberici seguono Malta (-7,4), Grecia (-6) e Italia (-5,2).

Dieci anni fa l’Italia si attestava infatti attorno al 15%; dopo un percorso di progressiva discesa lungo il decennio, nel 2024 la quota di giovani che in Italia hanno lasciato la scuola prima del tempo è scesa al 9,8%. Ovvero di sotto del 10% indicato negli obiettivi dell’agenda europea per il 2020 e in avvicinamento al nuovo obiettivo del 9% per il 2030.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Eurostat
(pubblicati: giovedì 11 Settembre 2025)

Negli ultimi anni sono stati fatti degli sforzi per ridurre gli abbandoni in Italia. Sebbene la costruzione dell’indicatore risenta di revisioni nelle metodologie di stima, e i dati non siano perfettamente confrontabili, la tendenza discendente è chiaramente visibile anche sul lungo periodo. Alla metà degli anni 2000, alla vigilia della grande recessione, quasi un giovane su 5 in Italia si trovava in condizione di abbandono precoce. Oggi, anche sulla scorta degli obiettivi europei in materia, la quota è notevolmente diminuita.

Ciononostante, il quadro resta comunque critico, per una serie di ragioni. In primis, perché alla diminuzione degli abbandoni espliciti, non sempre corrisponde una riduzione dei cosiddetti “abbandoni impliciti”: i giovani che finiscono la scuola con competenze inadeguate. Un problema aggravato dall’emergenza pandemica.

In secondo luogo, per i divari territoriali ancora presenti nel paese. Nonostante negli anni le distanze tra le regioni siano molto diminuite, l’Italia sugli abbandoni resta ancora un paese a più velocità. In Sicilia la quota di giovani che hanno lasciato gli studi prima del tempo, pur diminuita rispetto agli anni scorsi, supera il 15%. Mentre l’incidenza è già inferiore al 9% in Toscana, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Emilia-Romagna, Lombardia Lazio, provincia autonoma di Trento e Umbria.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Eurostat
(pubblicati: lunedì 14 Aprile 2025)

I più recenti dati comunali sul fenomeno – purtroppo risalenti al censimento 2011 e con un indicatore parzialmente diverso da quello europeo – confermano i profondi divari esistenti tra i territori italiani.

Analisi

Il fenomeno dell’abbandono scolastico si inserisce in quello più ampio della dispersione scolastica. Questa comprende tante situazioni diverse, spesso difficili da misurare. Dalle interruzioni nel percorso di studi all’evasione dell’obbligo di frequenza, dai ritardi al vero e proprio abbandono prima della fine del ciclo formativo. Ma può essere considerata dispersione scolastica anche l’ottenimento di un titolo di studi che non corrisponde alle reali competenze acquisite. Una situazione esplosa durante la pandemia e che può essere indagata attraverso le rilevazioni dei test Invalsi.

In un quadro così articolato, l’indicatore adottato dall’Ue è uno stimolo utile e soprattutto permette una comparabilità tra stati, regioni, territori. Ma va tenuto presente che da solo non basta per valutare tutti gli aspetti connessi alla questione.

Ecco alcuni limiti dell’indicatore che non vanno trascurati:

  1. misurare gli abbandoni attraverso la quota di giovani che ha al massimo la terza media ci offre un punto di vista retrospettivo sugli abbandoni scolastici, ex post, ma per avere contezza del fenomeno nella sua evoluzione dovremmo monitorare il percorso scolastico del singolo studente, anno per anno;
  2. l’indicatore valuta come abbandono il mancato conseguimento di un titolo (il diploma superiore), ma questo criterio da solo è spesso insufficiente. A parità di titolo conseguito, si registrano livelli di competenza molto diversi tra gli studenti. Il raggiungimento del diploma, da solo, non necessariamente certifica che il rischio di fallimento formativo sia stato davvero evitato (si parla in questi casi di abbandono implicito);
  3. per questo indicatore, che pure offre una discreta comparabilità tra stati e regioni, i dati comunali non esistono, se non risalenti al censimento. Nel contesto attuale, in cui il nostro paese sta cercando di raggiungere l’obiettivo europeo, possiamo fotografare la situazione comunale al 2011, ma non analizzare le più recenti evoluzioni sul territorio. Un limite enorme per comprendere davvero il fenomeno in un paese di profonde differenze territoriali, come l’Italia.

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Che cos’è la povertà assoluta https://www.openpolis.it/parole/che-cose-la-poverta-assoluta/ Tue, 16 Oct 2018 08:49:39 +0000 http://www.openpolis.it/?post_type=opmag_glossary&p=28060 Una famiglia si trova in povertà assoluta quando non può permettersi le spese essenziali per condurre uno standard di vita minimamente accettabile.

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Definizione

Sono considerate in povertà assoluta le famiglie e le persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile. La soglia di spesa sotto la quale si è assolutamente poveri è definita da Istat attraverso il paniere di povertà assoluta. Questo comprende l’insieme di beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali. Ad esempio le spese per la casa, quelle per la salute e il vestiario. Ovviamente l’entità di queste spese varia in base a dove abita la famiglia, alla sua numerosità e ad altri fattori come l’età dei componenti. Per conoscere la soglia di povertà assoluta nei diversi contesti si può utilizzare l’apposito calcolatore Istat.

Dati

Negli ultimi venti anni la quota di persone in povertà assoluta è aumentata in modo generalizzato. Nel 2005 si trovava in queste condizioni il 3,3% dei residenti in Italia; dodici anni dopo, nel 2017, erano circa l’8%. Nel 2021 erano saliti al di sopra del 9%.

In termini assoluti, siamo passati da 1,9 milioni di individui poveri a circa 5 milioni tra 2017 e 2018. La pandemia ha portato a un nuovo aumento delle persone in povertà assoluta, che sono state circa 5,6 milioni nel biennio 2020-2021.

Negli anni successivi, le procedure di stima della povertà assoluta sono state oggetto di una profonda revisione metodologica, anche nella composizione del paniere, per rendere la misurazione più accurata. Per questo motivo i nuovi dati non sono direttamente confrontabili con i precedenti. Tuttavia le stime sul 2024, rilasciate nell’ottobre 2025 da Istat, confermano in circa 5,7 milioni il numero di poveri assoluti: il 9,8% dei residenti in Italia.

5.744.300 le persone in povertà assoluta nel 2024.

Tra bambini e ragazzi il fenomeno è ancora più grave. Nel 2024 il 13,8% dei
minori di 18 anni si è trovato in povertà assoluta: parliamo di poco meno di 1,3 milioni di persone di minore età. In alcuni segmenti della popolazione minorile la quota sfiora addirittura il 15%.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: martedì 14 Ottobre 2025)



I dati appena pubblicati evidenziano un fenomeno che non è nuovo. Anche se la revisione metodologica non rende confrontabili i dati della vecchia serie storica con la nuova, emerge come la quota di bambini e ragazzi indigenti sia progressivamente aumentata dalla fine degli anni 2000, accrescendo i divari generazionali.

Prima della grande recessione seguita alla crisi del 2008, c’era molta meno distanza tra la povertà rilevata nelle diverse fasce d’età. I più in difficoltà erano gli over-65 (circa il 4,5% si trovavano allora in povertà assoluta). Gli effetti delle crisi economiche degli ultimi 15 anni hanno allargato le distanze, penalizzando soprattutto le giovani generazioni.

Rispetto alle fasce d’età infatti, da circa 10 anni i minori e le loro famiglie rappresentano il segmento di popolazione più povero. Con la pandemia la quota di bambini e ragazzi in povertà assoluta ha raggiunto quasi il 14%. In base alla revisione metodologica intervenuta negli ultimi anni, si tratterebbe del livello più alto dal 2014 a oggi.

Analisi

Le crisi economiche che si sono succedute dagli anni 2000 ad oggi non hanno solo fatto aumentare il numero delle persone indigenti. Hanno modificato radicalmente anche la stessa composizione dei poveri in Italia. Nel 2005 erano gli anziani sopra i 65 anni la fascia di età a trovarsi più spesso in povertà assoluta. Da diversi anni invece è il contrario. Al diminuire dell’età, aumenta l’incidenza della povertà assoluta. Tra i minorenni la quota di poveri è al 13,8% (dato 2024), tra 18 e 34 anni è all’11,7%, tra 35 e 64 anni si attesta al 9,5%, mentre sopra i 65 scende al 6,4%. Anche molte famiglie con figli si trovano in difficoltà economica. Con un figlio minorenne la quota di quelle in povertà assoluta è pari al 9,8% nel 2024, con due figli sale al 12,4%; con 3 o più figli supera il 20%.

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Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido https://www.openpolis.it/parole/che-cosa-prevedono-gli-obiettivi-di-barcellona-sugli-asili-nido/ Thu, 04 Oct 2018 19:00:22 +0000 http://www.openpolis.it/?post_type=opmag_glossary&p=27549 Gli obiettivi Ue di Barcellona riguardano la diffusione di nidi, servizi e scuole per l'infanzia, da offrire ad almeno il 33% dei bimbi sotto i 3 anni e al 90% di quelli tra 3 e 5 anni. Dopo il Covid sono stati innalzati al 45% e al 96%.

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Definizione

Nel 2002 il consiglio europeo riunito a Barcellona ha stabilito 2 obiettivi, in termini di diffusione di servizi per l’infanzia, tra cui gli asili nido. Gli stati membri devono impegnarsi a offrire tali servizi:

  1. ad almeno il 33% di bambini sotto i 3 anni (target che riguarda la presenza di asili nido e di servizi per la prima infanzia);
  2. ad almeno il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico (target che in Italia riguarda le scuole per l’infanzia).

Dopo l’emergenza Covid, entrambi gli obiettivi sono stati aggiornati. In primo luogo, con una risoluzione del consiglio dell’Ue del febbraio 2021, l’obiettivo del 90% nella fascia 3-5 anni è stato innalzato al 96%, nell’ambito dei target sull’istruzione da raggiungere entro il 2030.

 

Gli obiettivi Ue sull'educazione e cura della prima infanzia

Fascia d'etàObiettivo 2010Obiettivo 2030
Sotto i 3 anni33%45%*
Tra 3 anni e l'obbligo scolastico90%96%
*Il nuovo obiettivo del 45% è commisurato alla situazione di partenza di ciascun paese, tenendo conto che molti non hanno ancora raggiunto l'obiettivo del 33% fissato nel 2002. In particolare:
- gli stati al di sotto del 20% dovrebbero migliorare il proprio indicatore di almeno il 90%;
- gli stati tra 20 e 33% dovrebbero migliorare il proprio indicatore di almeno il 45%, o almeno fino al raggiungimento di un tasso di partecipazione del 45%.

 

Il target del 96% è stato confermato nelle raccomandazioni specifiche in materia di educazione e cura della prima infanzia, formulate nel consiglio dell’Ue alla fine del 2022. In questa sede anche l’obiettivo del 33% per la fascia sotto i 3 anni è stato innalzato al 45%, sempre entro il 2030.

Sul fronte degli asili nido e dei servizi per la prima infanzia, il legislatore italiano ha integrato l’obiettivo del 33% anche nella normativa nazionale. Il decreto 65 del 2017 all’articolo 4 infatti recita:

Lo Stato promuove (…) il progressivo consolidamento, ampliamento, nonché l’accessibilità dei servizi educativi per l’infanzia, anche attraverso un loro riequilibrio territoriale, con l’obiettivo tendenziale di raggiungere almeno il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale

L’obiettivo del 33% è quindi parametrato in chiave nazionale, ma lo stesso legislatore ha fissato come metodo il perseguimento di un riequilibrio territoriale nell’offerta di servizi per la prima infanzia, per ridurre i territori carenti o privi di offerta.

Dati

Entrambi gli obiettivi erano fissati in origine al 2010. Per quanto riguarda quello del 90% nella fascia 3-5 anni, l’Italia si colloca stabilmente al di sopra. È al 91% nel 2021, dato che la pone al di sopra dell’obiettivo originario ma al di sotto della media europea e della nuova soglia del 96%, stabilita a febbraio 2021.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Eurostat
(pubblicati: giovedì 25 Maggio 2023)



Il ragionamento è invece più articolato rispetto all’obiettivo di offrire un posto in asili nido o in strutture per la prima infanzia almeno al 33% dei bambini sotto i 3 anni. Pur in crescita nel corso dell’ultimo decennio, il dato italiano risulta ancora distante dalla soglia obiettivo, a maggior ragione dopo l’innalzamento al 45%.

Il dato presentato somma l’offerta di posti sia negli asili nido sia nei servizi integrativi per la prima infanzia.

I dati di copertura relativi al 2019 sono stati aggiornati in base ai risultati del censimento permanente della popolazione e alla ricostruzione della serie di popolazione residente.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 15 Giugno 2023)



Ma è se si guarda a questi dati con maggiore profondità territoriale che emergono le maggiori criticità. Si vede come la media nazionale nasconda forti disparità nella copertura potenziale dei nidi tra le diverse zone d’Italia. In particolare tra centro-nord e mezzogiorno, ma non solo.

Disuguaglianze nell’offerta di servizi sono rilevabili già a livello regionale. Anche se nessuna regione oggi raggiunge la nuova soglia del 45%, sono 6 quelle che superano la quota del 33% fissata in sede Ue. Si tratta di Umbria (43,7 posti ogni 100 bambini 0-2 anni), Emilia-Romagna e Val d’Aosta con una quota superiore al 40%. Sopra la soglia originaria fissata a Barcellona anche Toscana, Friuli-Venezia Giulia e Lazio. Le regioni del mezzogiorno (con l’eccezione della Sardegna che ha quasi raggiunto il 33%) si collocano ancora tutte al di sotto della media nazionale.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 15 Giugno 2023)



Le maggiori regioni meridionali si trovano tutte in fondo alla classifica. Oltre alla Campania (11,7%), ci collocano al di sotto del 15% anche Sicilia (13%) e Calabria (14,6%). La Puglia presenta dati più elevati (19,7%) ma è comunque quart’ultima nella classifica regionale.

Permangono inoltre differenze molto ampie da comune a comune. Storicamente infatti l’offerta di servizi prima infanzia a livello territoriale mostra due fratture. La prima, e più evidente, è quella tra comuni dell’Italia centrale e settentrionale e quelli del mezzogiorno. La seconda è quella tra i maggiori centri urbani, dove il servizio è più diffuso (anche se soggetto a una pressione maggiore, data la maggiore ampiezza dell’utenza potenziale) e i comuni delle aree interne, dove la domanda debole e dispersa ha storicamente limitato lo sviluppo di una rete di servizi.

Il dato misura l’offerta di asili nido e di servizi integrativi per la prima infanzia, nel settore pubblico e in quello privato.

A causa della natura associativa del fenomeno, come specificato nei metadati di Istat, la disaggregazione dei dati a livello comunale ha richiesto l’introduzione di una componente di stima. Va inoltre osservato che vi sono forme di associazione, meno strutturate, che non sono rappresentate dai dati a livello comunale.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: giovedì 15 Giugno 2023)



E le disparità nell’offerta di servizi prima infanzia si possono cogliere addirittura all’interno di uno stesso comune, tra quartiere e quartiere. Ad esempio a Roma, dove un’offerta media molto elevata si distribuisce in modo fortemente differenziato tra le 155 zone urbanistiche che compongono la città. Come abbiamo avuto modo di ricostruire nell’approfondimento Asili nido a Roma, tali divari si notano osservando i dati rilasciati dal comune per l’anno educativo 2015/16 (relativi solo all’offerta comunale e in convenzione). Emergono zone con copertura potenzialmente quasi totale, ad esempio l’Eur (95%, con 175 posti disponibili per 185 bambini residenti 0-2 anni). Allo stesso tempo, risulta carente l’offerta in territori come Ostia Nord (7%) e Borghesiana (9%).

Analisi

Dopo l’emergenza Covid, il tema dell’educazione – a partire dai primi anni di vita – si è rafforzato come una delle principali priorità del decisore a livello europeo. Lo testimoniano la risoluzione del febbraio 2021, che ha aggiornato diversi obiettivi, tra cui quello dell’istruzione tra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico. Target innalzato dal 90 al 96% nell’ambito del quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione.

Successivamente, alla fine di novembre 2022, una raccomandazione del consiglio dell’Ue si è occupata nello specifico dell’educazione per la prima infanzia. È stato confermato l’obiettivo del 96% per la fascia 3-5 anni, e per quella sotto i 3 anni il target è stato innalzato dal 33% al 45% entro il 2030.

Si tratta di un obiettivo tendenziale e da graduare in base alla situazione di partenza di ciascuno stato. È la stessa raccomandazione a stabilirlo, prendendo atto delle ampie differenze di partenza:

Si raccomanda agli Stati membri (…) provvedendo a che entro il 2030 almeno il 45% dei bambini di età inferiore ai tre anni partecipi all’Ecec (…).
Fermo restando il primo comma, si raccomanda agli Stati membri che non hanno ancora raggiunto l’obiettivo fissato nel 2002 (…) di aumentare la partecipazione entro il 2030 almeno di una percentuale specifica (…):
i) almeno del 90% per gli Stati membri il cui tasso di partecipazione è inferiore al 20 %; o
ii) almeno del 45 %, o almeno fino al raggiungimento di un tasso di partecipazione del 45%, per gli Stati membri il cui tasso di partecipazione è compreso tra il 20% e il 33%

Come osservato dall’Alleanza per l’infanzia e dalla rete dei soggetti che si occupano del tema, la vera novità non è solo l’innalzamento degli obiettivi quantitativi, ma la scelta di dare priorità ad aspetti qualitativi. Rispetto al consiglio del 2002, dove la finalità era unicamente indirizzata ad aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, l’approccio della nuova raccomandazione è molto più articolato, rivolto allo sviluppo delle potenzialità di tutti i bambini e al contrasto delle disuguaglianze.

Scopo della presente raccomandazione è incoraggiare gli stati membri ad aumentare il ricorso a servizi Ecec accessibili, a costi sostenibili e di alta qualità (…) al fine di facilitare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e migliorare lo sviluppo sociale e cognitivo di tutti i bambini, in particolare di quelli che versano in situazioni di vulnerabilità o provengono da contesti svantaggiati.

Un aspetto da tenere presente sugli indicatori quantitativi è che sono formulati in chiave nazionale. Ciò è utile perché consente il confronto con gli altri paesi europei e soprattutto pone un obiettivo strategico per l’intero paese. Ma, se il punto di vista è ridurre gli squilibri territoriali nell’offerta di asili nido, i dati nazionali e purtroppo anche quelli regionali non bastano. Anzi, rischiano di comprimere eccessivamente l’analisi di un fenomeno che ha una distribuzione territoriale molto disomogenea e variegata. Per comprendere questi aspetti è necessario scendere a un livello più di dettaglio. In primo luogo quello comunale, se non addirittura subcomunale quando si parla di grandi aree urbane.

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Quali sono le cause della povertà educativa https://www.openpolis.it/parole/quali-sono-le-cause-della-poverta-educativa/ Wed, 03 Oct 2018 08:13:08 +0000 http://www.openpolis.it/?post_type=opmag_glossary&p=25246 La povertà educativa è la condizione in cui un bambino o un adolescente è privato del diritto all'apprendimento in senso lato, dalle opportunità culturali e educative al diritto al gioco. Povertà economica e educativa si alimentano a vicenda.

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Definizione

Un minore è soggetto a povertà educativa quando il suo diritto ad apprendere, formarsi, sviluppare capacità e competenze, coltivare le proprie aspirazioni e talenti è privato o compromesso. Non si tratta quindi di una lesione del solo diritto allo studio, ma della mancanza di opportunità educative a tutto campo: da quelle connesse con la fruizione culturale al diritto al gioco e alle attività sportive. Minori opportunità che incidono negativamente sulla crescita del minore. 

Generalmente riguarda i bambini e gli adolescenti che vivono in contesti sociali svantaggiati, caratterizzati da disagio familiare, precarietà occupazionale e deprivazione materiale. Il concetto di povertà educativa è comparso nella letteratura nel corso degli anni ’90, ed è stato poi ripreso da organizzazioni non governative (in particolare Save the Children) e governi nella definizione delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza.

Dati

Trattandosi di un fenomeno complesso, non è semplice darne una misurazione sintetica. La povertà educativa riguarda infatti diverse dimensioni (opportunità culturali, scolastiche, relazioni sociali, attività formative) che devono essere tenute in relazione tra loro. Alcuni dati però possono aiutarci a contestualizzare.

Nel 2023 in Italia il 13,8% dei minori di 18 anni si è trovato in povertà assoluta. Significa che quasi 1,3 milioni di giovani vivono in famiglie che non possono permettersi le spese minime per condurre uno stile di vita accettabile. La quota cresce ulteriormente in alcune aree del paese: nel centro-nord si attesta attorno al 13%, nel mezzogiorno l’incidenza di bambini e ragazzi in povertà assoluta raggiunge il 15,5%

La famiglia d’origine gioca ovviamente un ruolo chiave. Nell’ultimo anno disponibile, emerge come a soffrire maggiormente la povertà materiale siano stati i nuclei con più figli, quelli con un solo genitore e quelli in cui la persona di riferimento fa l’operaio o è disoccupata.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: giovedì 17 Ottobre 2024)



Una peggiore condizione familiare molto spesso si traduce in minori opportunità che la famiglia può offrire. Questa correlazione tra deprivazione materiale e bassa istruzione opera nelle due direzioni, ed è nota come trappola della povertà educativa.

L’istruzione dei genitori condiziona molto il futuro dei bambini, a partire dai primi anni di vita. Oltre un terzo dei figli di non diplomati si trova in deprivazione materiale e non ha perciò accesso alle stesse possibilità dei coetanei più avvantaggiati. Tale svantaggio si trascina durante tutto il percorso di crescita, come testimoniato dal minor accesso alle opportunità culturali e formative, dai livelli di apprendimento inferiori e dalla maggiore incidenza di fenomeni quali dispersione e abbandono scolastico tra i ragazzi svantaggiati.

Un ragazzo che nasce in una famiglia povera, e non ha possibilità di formarsi, è probabilmente destinato all’esclusione sociale anche in futuro. E quindi a trasmettere tale condizione ai propri figli: l’Italia è tra gli stati europei meno mobili dal punto di vista sociale, economico ed educativo. Basti pensare che la scelta dell’indirizzo di studi dopo le scuole medie è spesso l’esito di un’autoselezione da parte dei ragazzi in base alla condizione familiare. I dati Almadiploma indicano che nel 2023 solo il 16,1% dei diplomati al liceo era figlio di lavoratori esecutivi, mentre nei professionali l’incidenza era più che doppia (34,3%). A ciò si aggiunga che, in 2 casi su 3, i figli di chi non ha il diploma non si diplomano a loro volta, quasi un primato nel confronto con gli altri paesi Ocse.

Si tratta di tendenze negative, perché portano le disuguaglianze economiche, educative, culturali e sociali a tramandarsi dai genitori ai figli, rendendo il fenomeno della povertà educativa di fatto ereditario.

Analisi

I dati mostrano come povertà economica e povertà educativa si alimentino a vicenda, perché la carenza di mezzi culturali e di reti sociali riduce anche le opportunità occupazionali. Allo stesso tempo, le ristrettezze economiche limitano l’accesso alle risorse culturali e educative, costituendo un ostacolo oggettivo per i bambini e i ragazzi che provengono da famiglie svantaggiate. Questa condizione nel breve periodo mina il diritto del minore alla realizzazione e alla gratificazione personale. Nel lungo periodo, riduce la stessa probabilità che da adulto riesca a sottrarsi da una condizione di disagio economico. Per questa ragione investire sulle politiche per l’infanzia e adolescenza e nella lotta alla povertà educativa è un investimento di lungo periodo, da monitorare anche in chiave territoriale.

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Che cos’è la vulnerabilità sociale https://www.openpolis.it/parole/che-cose-la-vulnerabilita-sociale/ Wed, 03 Oct 2018 08:05:53 +0000 http://www.openpolis.it/?post_type=opmag_glossary&p=27313 La vulnerabilità sociale riguarda chi vive una situazione di incertezza sociale ed economica. Un indicatore Istat misura quanto ogni territorio sia vulnerabile, partendo dalla condizione sociale e abitativa di chi ci vive.

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Definizione

Vulnerabilità sociale e materiale significa vivere in una condizione di incertezza, suscettibile di trasformarsi in vero e proprio disagio economico e sociale. Attraverso un indicatore proposto da Istat, è possibile stimare per ciascun territorio la sua vulnerabilità, a partire dalle caratteristiche di chi ci abita. Più è alto, maggiore è il rischio di disagio e vulnerabilità in quella zona. Se inferiore a 97 il territorio ha un basso indice di vulnerabilità, tra 97 e 98 il rischio è medio-basso, tra 98 e 99 rischio medio, tra 99 e 103 rischio medio-alto, sopra 103 rischio alto

Questo indice è utile perché condensa in un’unica misura diversi indizi che segnalano possibili situazioni di sofferenza. Ad esempio la presenza di genitori single con figli, di giovani che non studiano e non lavorano, di famiglie numerose e in abitazioni sovraffolate, di anziani soli, di persone senza titolo di studio.

Dati

La vulnerabilità sociale di un territorio viene calcolata sulla base delle informazioni raccolte durante il censimento generale. Tra le maggiori città italiane, sono soprattutto quelle del mezzogiorno a mostrare i livelli di vulnerabilità sociale e materiale più alti.

FONTE: Istat, elaborazione per commissione periferie
(ultimo aggiornamento: domenica 1 Gennaio 2017)

Le più vulnerabili sono Napoli e le 3 siciliane. In queste città l'indice supera il 103, limite oltre il quale si può parlare di rischio di fragilità elevato. Subito al di sotto di questa soglia, altre due città meridionali: Reggio Calabria e Bari. In fondo alla classifica i capoluoghi del centro-nord, in particolare Milano, Bologna e Venezia.

Analisi

I territori con un'elevata vulnerabilità sociale meritano un'attenzione particolare, anche rispetto alla programmazione degli interventi e dei servizi pubblici. Si tratta infatti di aree in cui convivono strati sociali potenzialmente più deboli. Nelle zone ad alta vulnerabilità è maggiore l'incidenza di famiglie numerose o composte solo da anziani, genitori single, giovani che non studiano e non lavorano, adulti senza titoli di studio o analfabeti, famiglie in disagio economico o che vivono in case sovraffollate. Fattori che rendono più probabile una condizione di disagio materiale. Inoltre questi territori potrebbero essere più vulnerabili durante una fase di crisi economica o di congiuntura negativa.

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