Fairbnb, piattaforme cooperative vs piattaforme estrattive Gig economy

Fairbnb vuole aiutare le comunità locali a riappropriarsi del plusvalore generato dal turismo peer-to-peer.

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Abbiamo parlato con Damiano Avellino, co-fondatore di Fairbnb, una cooperativa su piattaforma che vuole offrire un servizio di affitto a breve termine alternativo a Airbnb, per contrastare gli effetti negativi del turismo peer-to-peer e ridirigere parte del plusvalore che esso genera direttamente nelle comunità che lo ospitano.

Ascolta l’intervista a Damiano Avellino, co-fondatore di Fairbnb.

Puoi raccontarci come è nato Fairbnb e quali sono le caratteristiche che ne fanno una cooperativa su piattaforma piuttosto che un’altra app della “sharing economy”?

Fairbnb è un progetto che nasce in risposta all’esigenza pressante, presente soprattutto in città come Amsterdam, Venezia e Bologna, di offrire un modello alternativo ad Airbnb attraverso una piattaforma che rispetti bisogni e caratteristiche delle comunità locali. Creando scompensi soprattutto nelle città che soffrono di turismo eccessivo, prima di tutto attraverso l’aumento degli affitti, Airbnb promuove il modello della “città vetrina” che da priorità ai turisti piuttosto che ai propri abitanti.

Fairbnb non vuole essere una piattaforma estrattiva che genera profitto raccogliendo commissioni sulle transazioni tra i suoi utenti o estraendo valore dai loro dati, ma una cooperativa su piattaforma che ridà ai suoi utenti il potere decisionale e il controllo sugli effetti delle proprie azioni digitali.

Nella vostra esperienza quale è stata la risposta delle amministrazioni locali?

Ci siamo confrontati con le amministrazioni di diverse città e spesso abbiamo trovato una buona sensibilità sugli effetti avversi di Airbnb. Una su tutte è sicuramente Barcellona, che sta portando avanti un percorso di riappropriazione dei suoi spazi digitali. Un’altra è Bologna, che vive il problema del turismo eccessivo non solo dal punto di vista degli affitti in rialzo ma anche anche per gli effetti che questo ha sulla comunità locale.

Il cambiamento radicale che l’economia sta vivendo negli ultimi dieci anni – dove aziende il cui modello di business non si basa sulla creazione di plusvalore da scambi [di prodotti o servizi] ma sull’abilitazione dello scambio tra altri attori sono diventati gli attori più potenti – è stato talmente rapido che gli amministratori delle città non hanno avuto il tempo di farsi gli anticorpi necessari ad affrontarlo.

Potresti spiegarci un po’ meglio quali sono le differenze tra Faibnb e Airbnb?

Principalmente sono tre. In primo luogo Fairbnb è gestito da una cooperativa in cui, nel medio termine, gli stessi utenti saranno co-proprietari della piattaforma.

Essa inoltre si basa su un modello di business non estrattivista, in cui il plusvalore generato sulla piattaforma viene reinvestito nelle comunità locali. Vogliamo offrire un servizio simile a quello di Airbnb, che raccoglie la stessa commissione sulle transazioni ma ne trattiene solo la metà per finanziare la gestione e il mantenimento della piattaforma, e ne ridistribuisce l’altra metà a progetti civici locali, secondo le decisioni di viaggiatori e host, per alimentare un’economia solidale e di prossimità.

Infine Fairbnb vuole garantire trasparenze e libertà di riutilizzo dei dati che produce, così da supportare la creazione di politiche locali che regolino meglio i soggiorni a breve termine e promuovano un turismo più in sintonia con le necessità di ogni città.

Pensate che proponendo un modello di business radicalmente differente possiate tenere testa a un colosso che opera da anni nel settore immobiliare, e che in questi anni ha raccolto una mole di dati talmente grande da diventare quasi imbattibile?

È un po’ come Davide contro Golia: queste piattaforme crescono grazie alle centinaia di milioni di dollari raccolti dai loro investitori e, più crescono, più riescono a sfruttare l’effetto rete come barriera per proteggersi dall’entrata in campo di nuovi concorrenti. Esse tendono così a creare dei monopoli: più utenti hanno e maggiore è il valore che riescono a generare.

Il primo problema da risolvere, quindi, è quello dell’uovo e la gallina: se non ho una buona offerta [di appartamenti] non avrò abbastanza domanda. Nel caso di Fairbnb pensiamo di affrontare questo problema trasformando i nostri valori, in primis la ridistribuzione della ricchezza generata, nel nostro principale vantaggio competitivo. Contiamo di creare partenariati solidi in ogni territorio tramite il finanziamento di progetti locali che coinvolgano le realtà già esistenti. Pensiamo inoltre che questo sistema possa essere replicato in diversi contesti, rimanendo però adattabile alle specificità di ogni territorio.

Inizialmente cercheremo di attivare una nicchia di attori maggiormente interessati al turismo sostenibile, per poi espanderci partendo da questa fetta di mercato. Siamo consapevoli di dover offrire un servizio il più simile possibile a quello di Airbnb, ma che faccia leva sulle potenziali soluzioni ai problemi che esso genera. Possiamo farlo anche perché, a differenza di altre cooperative su piattaforma, non dobbiamo massimizzare il profitto dei lavoratori ma, basandoci su un asset materiale [gli immobili], che non ha effetti solo su chi affitta e chi viaggia ma anche sulla comunità locale, possiamo utilizzare parte dei soldi raccolti dalle commissioni per creare quel meccanismo che, attraverso il coinvolgimento di partner e comunità locali, va ad alimentare il nostro vantaggio competitivo.

Augurandovi che riusciate a creare una rete di partner e utenti talmente ampia da permettervi di avere un impatto significativo sui territori, come può una cooperativa dal basso come la vostra creare una base utenti di questo livello e, successivamente, mantenere una piattaforma che un giorno potrebbe contare decine o centinaia di migliaia di utenti?

Questo è uno dei problemi con cui ci siamo scontrati: essendo un progetto innovativo è difficile trovare gli strumenti legislativi utilizzabili, anche dal punto di vista societario, per garantire che il progetto rifletta i valori in cui crediamo. A differenza di Airbnb, non siamo conquistatori di territori: il nostro obiettivo è creare legami con gli attori che già vi operano. Grazie ai primi partner e ai progetti che verranno finanziati tramite la piattaforma, speriamo di riuscire a promuovere delle comunità più attente a questi temi.

Stiamo parlando di un mercato gigantesco: il turismo genera il 10% del PIL mondiale, e la peer-to-peer accomodation ne è una fetta sostanziale. Solo Airbnb fa 2.5 miliardi di dollari di reddito all’anno: sono risorse sottratte ai territori e, anche riuscissimo a recuperarne solo una piccola parte, potremmo generare un valore molto grande. Per questo stiamo cercano forme di governance allargata che ci permettano, in quanto cooperativa dislocata geograficamente, di garantire l’efficienza dell’iniziativa (si tratta pur sempre di affari) salvaguardando però i risvolti positivi.

Per quanto riguarda il mantenimento della piattaforma, abbiamo già molti partner esperti di piattaforme informatiche che curano gli aspetti tecnici del progetto. Se da una parte più utenti hai e più le cose si complicano, dall’altra le maggiori entrate dovrebbero permettere il mantenimento dell’infrastruttura tecnologica, anche perché, grazie ai partenariati sul territorio, dovremo usare meno risorse per la pubblicità.

Quali sono, secondo te, le prospettive per il cooperativismo su piattaforma in Italia? Ci sono degli esempi virtuosi che vorresti vedere riprodotti nel nostro Paese?

L’Italia è in una posizione interessante: il mondo delle cooperative nel nostro Paese, infatti, è molto forte e diverse realtà si stanno muovendo verso il modello innovativo delle cooperative su piattaforma. Anziché scimmiottare le start-up della Silicon Valley, vogliamo promuovere piattaforme che rappresentino realmente i bisogni delle comunità.

Stiamo iniziando a coinvolgere diversi attori del mondo cooperativo, ad esempio in Emilia Romagna, e troviamo che gli strumenti digitali generano molto interesse. L’obiettivo dei prossimi anni è unire gli ecosistemi, creando strumenti che aiutino le cooperative a competere nella “sharing economy” per riappropriarsi delle nostre piattaforme digitali.

 

Intervista a cura di Federico Piovesan.

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