La trasparenza delle Ong italiane: intervista a Elias Gerovasi Cooperazione

Open Cooperazione è un sito che raccoglie i dati delle maggiori Ong italiane. Un modo per favorire un processo di accountability utile, oltre che alla singola organizzazione, all’intero sistema della cooperazione italiana.

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Elias Gerovasi è ideatore di Info Cooperazione e di Open Cooperazione. Quest’ultimo è un progetto opendata volto a promuovere e favorire la trasparenza e l’accountability delle organizzazioni italiane che lavorano nel campo della cooperazione internazionale e dell’aiuto umanitario.

Elias ci racconti com’è nato Open Cooperazione e quali sono i suoi obiettivi?

La questione della trasparenza ed efficacia degli aiuti è ormai da tempo un argomento di dibattito a livello internazionale. Tanto da aver trovato rilevanza nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. In Italia però il tema non ha mai avuto un grande rilievo se non sporadicamente sui media a causa di alcune inchieste giornalistiche. È proprio a seguito di una di queste che nel 2015 ci siamo trovati a discutere tra colleghi del mondo non governativo sulla fragilità delle nostre organizzazioni. Campagne mediatiche negative, riferite magari a una singola organizzazione, rischiavano di intaccare la reputazione di un intero settore. Certo non potevamo immaginare cosa sarebbe successo solo due anni dopo, con l’inizio della campagna mediatico/politica diffamatoria sferrata nei confronti delle Ong sul caso dei salvataggi nel Mediterraneo centrale. Campagna che ancora oggi viene portata avanti quotidianamente da alcune forze politiche e testate giornalistiche.

Abbiamo pensato che fosse il momento di fare un passo avanti deciso sul fronte della trasparenza. Abbiamo quindi proposto alle Ong italiane di mettere in rete dati aperti e consultabili in tempo reale su ciò che fanno e sulle risorse che mobilitano. Questi dati, rilasciati volontariamente dalle singole organizzazioni, ci consentono anche di comporre il quadro complessivo della cooperazione allo sviluppo, settore che in Italia era difficile contabilizzare e valorizzare. Oggi grazie all’adesione delle più importanti organizzazioni italiane abbiamo una quantificazione dettagliata, credibile e indipendente di quanto gli attori della cooperazione internazionale sono in grado di mobilitare in termini di progetti, risorse e partenariati in tutto il mondo e possiamo osservare l’andamento delle tendenze su base pluriennale.

Visto che non tutte le organizzazioni di settore hanno aderito all’iniziativa, il campione quanto può essere considerato rappresentativo del settore italiano della cooperazione?

Fino ad oggi hanno aderito a Open Cooperazione più di 300 tra le più importanti realtà non profit italiane che operano nel settore della cooperazione allo sviluppo e nelle emergenze umanitarie. Circa 120 organizzazioni hanno già completato l’inserimento dei dati relativi al 2018 (ultimo bilancio chiuso). Informazioni rese disponibili al pubblico andando ben oltre i dettami di legge e anticipando lo spirito della riforma del Terzo Settore. Questa, a partire dal prossimo anno, prevede obblighi di trasparenza per tutti gli enti del terzo settore. Anno dopo anno si sono unite al progetto tutte le Ong italiane più significative in termini di budget ed esperienza. L’elenco non è ancora completo, ma quelle che mancano all’appello sono più che altro le piccole realtà territoriali. La tendenza è comunque molto confortante perché ogni anno si aggiungono nuove organizzazioni, quindi il dato che emerge da Open Cooperazione sarà sempre più completo e rappresentativo.

Nel 2018 il bilancio economico aggregato delle organizzazioni aderenti è cresciuto del 7,5%. Come giudichi questo dato anche alla luce della campagna di delegittimazione nei confronti delle Ong?

Siamo rimasti un po’ sorpresi da questo dato in aumento, che sfiora ormai il miliardo di euro. Ci aspettavamo una battuta d’arresto o comunque un rallentamento della crescita. Il dato economico del settore non governativo è in costante crescita negli ultimi cinque anni nonostante la riduzione dei fondi pubblici destinati all’aiuto allo sviluppo e la pressione mediatica che ha visto le Ong sotto attacco. Credo che le Ong in questi anni abbiano saputo affinare le loro capacità di comunicare e di fare “marketing” prendendo a prestito anche l’esperienza del settore privato e hanno saputo reagire allo shock. Non è un caso che un recentissimo sondaggio registra una ripresa della fiducia dell’opinione pubblica Italiana nei confronti delle Ong, con un + 5% nell’ultimo anno.

I valori includono il bilancio economico aggregato di tutte le Ong che hanno fornito i dati a Open Cooperazione per gli anni di riferimento. Nella sezione del sito “Le risorse finanziarie della cooperazione 2018” sono invece considerati i bilanci aggregati di tutte le organizzazioni che hanno fornito dati per il 2018 ma non necessariamente per gli anni precedenti. Il valore complessivo risulta dunque più alto ed è pari a 945 milioni di euro. È inoltre da segnalare che i valori aggregati sono soggetti a cambiamenti. Tutte le maggiori Ong italiane hanno infatti fornito i dati ma alcune realtà aderenti al progetto potrebbero aggiungersi nei prossimi mesi. Open Cooperazione è un’iniziativa autofinanziata dal mondo della cooperazione con l’obiettivo di diffondere una cultura di trasparenza e accountability.

FONTE: Open cooperazione
(ultimo aggiornamento: lunedì 27 Gennaio 2020)

Dai vostri dati risulta come l’istruzione sia il settore di cui si occupano più di frequente le Ong italiane. Si tratta di una specificità del nostro paese o è un dato ricorrente anche nel resto dei paesi Ocse?

Non ho a disposizione numeri specifici per quanto riguarda gli altri paesi ma il dato non deve stupire. Innanzitutto l’istruzione e l’alfabetizzazione restano ancora una sfida importante in diverse aree del mondo in particolare quelle dove si concentra il lavoro elle Ong italiane. Si tratta della sfida dell’obiettivo di sviluppo sostenibile numero 4. Ovvero portare a scuola gli oltre 214 milioni di bambini e adolescenti in età scolastica che in tutto il mondo non stanno frequentando le scuole primarie e medie. Anche in Italia c’è un problema crescente di povertà educativa sul quale molte Ong si sono attivate con progetti specifici in tutte le regioni dello stivale.

Quali sono gli orizzonti futuri del vostro progetto?

In questi anni abbiamo ricevuto diversi riconoscimenti importanti e crediamo che questo progetto possa rappresenta una buona pratica, che potrebbe essere estesa a tutto il terzo settore e perché no anche al settore privato profit, che sempre di più si sta impegnando sul fronte della sostenibilità e che in qualche modo dovrà attivarsi sul fronte della trasparenza e dell’accountability. Dai dati inseriti dalle Ong emerge infatti un aumento delle partnership con aziende all’interno di progetti di cooperazione all’estero così come in Italia. Per far emergere questo mondo abbiamo creato un nuovo spazio dentro Open Cooperazione che si chiama "Business for Good". Sarà una finestra sul mondo delle imprese attive nella cooperazione per raccontare il loro impegno e facilitare la creazione di nuovi partenariati. Ci piacerebbe che Open Cooperazione diventasse una vetrina di trasparenza di tutti gli attori coinvolti nella cooperazione internazionale, non soltanto delle Ong.

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