Bilanci dei comuni Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/cosa/bilanci-comuni/ Wed, 05 Feb 2025 09:06:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Un terzo dei comuni italiani è distante dalle stazioni dei treni https://www.openpolis.it/un-terzo-dei-comuni-italiani-e-distante-dalle-stazioni-dei-treni/ Thu, 01 Feb 2024 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=280868 Il sistema ferroviario è fondamentale per la mobilità tra regioni, la vita delle comunità e per l’ambiente. L’accesso e la prossimità non sono tuttavia garantite equamente in tutte le aree del paese.

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La mobilità è un aspetto fondamentale per la vita di un cittadino e favorire l’accesso al trasporto pubblico porta a una riduzione degli impatti sull’ambiente. È ormai dato per assunto nel dibattito e nelle politiche pubbliche che il presente e il futuro della mobilità, soprattutto a medio e lungo raggio, debba essere garantito principalmente dai sistemi ferroviari. Lo spostamento attraverso i treni, infatti, rappresenta il tipo di spostamento più sostenibile dal punto di vista ambientale, e può rappresentare anche un importante fattore di inclusione sociale.

Rail travel is the best and most sensible mode of travel, apart from walking or cycling.

La presenza di una stazione su un determinato territorio ha un ruolo anche dal punto di vista socio-economico. Si tratta di un aspetto evidente anche all’interno della classificazione delle aree interne dove una delle caratteristiche chiave dei comuni polo risulta proprio la stazione dei treni che deve essere almeno di tipo silver, ovvero con impianti di dimensioni medie dotate unicamente di servizi regionali caratterizzati da elevate frequentazioni oppure stazioni e fermate con passaggi consistenti e servizi per la lunga, media e breve percorrenza.

L’accessibilità delle stazioni ferroviarie è infatti un tema importante, strettamente connesso alla marginalità di migliaia di comuni italiani. Come per altri mezzi di spostamento, si tratta di aspetti rilevanti sul piano della pianificazione territoriale e la facilità di accesso incide in modo importante sulla qualità della vita di una comunità e sulla competitività del suo settore produttivo.

Accessibilità e prossimità sono le caratteristiche chiave per il raggiungimento delle infrastrutture su rotaia.

La facilità con cui si possono raggiungere le infrastrutture di mobilità è data da due elementi principali: l’accessibilità (la capacità di arrivare alla stazione entro un tempo massimo) e la prossimità (la presenza o meno di un’infrastruttura entro un certo tempo).

Queste due caratteristiche sono legate a differenti interventi di politica pubblica che possono essere messi in atto sul territorio. Nel primo caso infatti è necessario un potenziamento dei collegamenti di rete stradale con la stazione stessa mentre nell’altro risultano cruciali investimenti sulla costruzione dell’infrastruttura.

In un’analisi sull’accessibilità, Istat ha preso in considerazione 258 stazioni ferroviarie in cui è previsto il servizio passeggeri e in cui passano treni regionali o a lunga percorrenza. Sono state considerate soltanto le infrastrutture in cui i treni al giorno sono almeno 3 (5 nel caso della Sardegna).

32,8% i comuni italiani in cui la stazione ferroviaria risulta sia accessibile che prossima.

35,7 milioni di italiani vivono in zone del paese in cui è sia facile che rapido il raggiungimento dell’infrastruttura su rotaia. Parliamo del 61% della popolazione italiana. Sono invece il 17,2% le amministrazioni distanti ma molto ben collegate alla rete (accessibili ma non prossime).

Le aree più critiche nel paese sono però quelle in cui la ferrovia non è né accessibile né prossima. Sono 2.599 i comuni, il 32,8% circa delle amministrazioni italiane. In quei territori vivono circa 6,8 milioni di persone, pari all’11,6% della popolazione.

La facilità con cui si possono raggiungere le infrastrutture di mobilità è data da due elementi principali: l’accessibilità (la capacità di arrivare alla stazione entro un tempo massimo) e la prossimità (la presenza o meno di un’infrastruttura entro un certo tempo).

L’analisi dell’accessibilità a livello comunale è stata effettuata da Istat su dati del 2022. Sono state prese in considerazione 258 stazioni ferroviarie in cui è previsto il servizio passeggeri e in cui passano treni regionali o a lunga percorrenza. Inoltre, si considerano soltanto le infrastrutture in cui i treni al giorno sono almeno 3 (5 nel caso della Sardegna).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Istat
(consultati: lunedì 22 Gennaio 2024)

Sono 4 le regioni italiane in cui più della metà dei comuni risulta in zone in cui la ferrovia non è né accessibile né prossima. Si tratta di Abruzzo (53,8%), Molise (53,7%), Valle d’Aosta (52,7%) e Basilicata (52,7%). Si verifica un’incidenza minore invece in Lombardia (20,7%), Veneto (18,8%) e Umbria (13%).

Se invece si considera la popolazione, è l’area lucana quella con la percentuale maggiore di abitanti distanti dalle ferrovie (29,2%, pari a circa 158mila persone), seguita dal molisano (25%) e dalla Valle d’Aosta (24,7%). A riportare i valori minori sono Friuli-Venezia Giulia (4,7%), Umbria (3,2%) e Liguria (2,1%).

A livello provinciale, la provincia con la quota maggiore di comuni lontani dall’accesso ferroviario è Nuoro (82,4%), seguita da Chieti (73,1%), Rieti (71,2%) e Enna (70%). Se si considera la quota di popolazione, la prima provincia rimane sempre Nuoro (l’87,3% vive in comuni distanti da stazioni) a cui seguono Enna (64%), Agrigento (43,3%) e Rieti (42,5%).

La facilità con cui si possono raggiungere le infrastrutture di mobilità è data da due elementi principali: l’accessibilità (la capacità di arrivare alla stazione entro un tempo massimo) e la prossimità (la presenza o meno di un’infrastruttura entro un certo tempo).

L’analisi dell’accessibilità a livello comunale è stata effettuata da Istat su dati del 2022. Sono state prese in considerazione 258 stazioni ferroviarie in cui è previsto il servizio passeggeri e in cui passano treni regionali o a lunga percorrenza. Inoltre, si considerano soltanto le infrastrutture in cui i treni al giorno sono almeno 3 (5 nel caso della Sardegna). Per il comune di Roma, il dato è disponibile a livello di municipio.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Istat
(consultati: lunedì 22 Gennaio 2024)

Esaminando gli accessi alle stazioni ferroviarie, le zone con più collegamenti si trovano nel nord, tra le città di Torino, Milano, Bologna e Venezia.

Pure nelle zone del centro e del mezzogiorno ci sono zone in cui è più agevole lo sfruttamento dell’infrastruttura su rotaia però vi è una minore continuità territoriale. Di conseguenza è più difficile creare collegamenti ad alta accessibilità tra le regioni.

Foto: Jack Leelicenza

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Negli ultimi anni gli incassi dei comuni per l’addizionale Irpef sono raddoppiati https://www.openpolis.it/negli-ultimi-anni-gli-incassi-dei-comuni-per-laddizionale-irpef-sono-raddoppiati/ Thu, 18 Jan 2024 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=280854 L’addizionale comunale Irpef è una fonte d’entrata importante per le amministrazioni, tanto che dal 2007 al 2021 gli incassi per i comuni sono cresciuti costantemente. Capire la platea di contribuenti per ogni singolo territorio è complesso. Abbiamo provato a ricostruire il quadro, considerando i dati sull’Irpef nazionale.

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Alla fine dello scorso anno, è stato pubblicato il decreto legislativo 216 relativo all’attuazione della riforma delle imposte sul reddito delle persone fisiche. Uno dei cambiamenti più rilevanti è legato alla modifica degli scaglioni a cui applicare le aliquote, che da 4 passano a 3. Si tratta di cambiamenti che, come segnala Ifel, non riguarderanno l’addizionale comunale Irpef, una delle entrate tradizionali delle amministrazioni italiane.

Come abbiamo già approfondito, le tasse e le imposte rappresentano una fonte di entrata importante anche per i comuni, contribuendo come voce complessiva di entrata al 23,5% degli introiti delle amministrazioni. Si tratta di entrate necessarie per garantire un funzionamento efficiente della macchina amministrativa che permette poi di avere dei servizi capillari su tutto il territorio.

L’addizionale comunale Irpef

Assieme all’imposta municipale unica (Imu) e alla tassa sui rifiuti (Tari), l’addizionale comunale dell’Irpef rappresenta una delle principali imposte versate dai contribuenti alle amministrazioni. Questa particolare fonte di entrata è legata all’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef). Le tipologie di reddito incluse sono di diverso tipo, tra i principali si comprendono i redditi fondiari, quelli di capitale, quelli di lavoro autonomo e dipendente (incluse le pensioni) e quelli di impresa.

L’addizionale è stata istituita alla fine degli anni novanta con il decreto legislativo 360/1998. Per i comuni è possibile, salvo deroghe particolari come quella concessa al comune di Roma, istituire un’aliquota non eccedente lo 0,8%. Le amministrazioni possono introdurre un’aliquota unica oppure delle aliquote differenziate tra di loro, con la clausola di adeguarsi agli scaglioni di reddito presenti per la componente Irpef nazionale. Una condizione che, come abbiamo anticipato, verrà a meno per il 2024. È inoltre possibile per i comuni introdurre una soglia di esenzione subordinata a specifici requisiti reddituali.

Il dato rappresenta le entrate date dall’addizionale comunale dell’Irpef dall’anno in cui è stata istituita per anno di imposta. Sono comprese tutte le categorie di contribuenti.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Mef
(consultati: venerdì 12 Gennaio 2024)

Con la sua istituzione nel 2007, l’ammontare dell’addizionale comunale Irpef incassata dalle pubbliche amministrazioni è andata sempre crescendo. Unica eccezione il 2020, anno in cui è stata in parte ridotta la pressione fiscale a causa dell’emergenza causata dalla pandemia.

Tra il 2015 e il 2017 si sono registrati degli incassi piuttosto stabili grazie a un intervento nella legge di bilancio (232/2016) che manteneva stabili le aliquote per il triennio. Nel 2021 si sono raggiunti i 5,35 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2007 (2,98 miliardi).

Per comprendere meglio quanto le amministrazioni possono incassare, è importante valutare la platea dei contribuenti. Su questo, data la specificità di ogni condizione comunale, non è possibile avere dei dati precisi. È però possibile avere un’idea generale facendo riferimento ai contribuenti all’Irpef.

41,5 milioni i contribuenti Irpef in Italia nel 2021.

Di questi, 39,5 milioni risultano in possesso di reddito imponibile. È possibile avere il numero assoluto a livello comunale ma anche calcolare la quota di persone che, in età potenzialmente contributiva, hanno presentato la dichiarazione. In media, a livello nazionale, si tratta dell’80,2% dei residenti con età superiore ai 16 anni.

Il dato mostra i contribuenti Irpef e la quota di contribuenti sul totale della popolazione residente nel comune in età contributiva. Si considerano tutte le persone che hanno almeno 16 anni, età in cui finisce il percorso della scuola dell’obbligo. Per alcuni comuni, concentrati principalmente nell’area del Sud Tirolo, la percentuale supera il 100%.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Mef
(consultati: venerdì 12 Gennaio 2024)

In termini assoluti, sono le città con più residenti a registrare il maggior numero di contribuenti Irpef. Andando però a considerare la quota di contribuenti sulla fascia di popolazione in età contributiva, si possono vedere delle differenze sostanziali tra il nord e il sud del paese. Andando più nel dettaglio, l’area con la quota maggiore di contribuenti è il Trentino-Alto Adige (94,05%) seguito da Valle d’Aosta (89,8%) e Friuli-Venezia Giulia (88,19%). Agli ultimi posti invece le aree del meridione, con i valori più bassi registrati in Calabria (71,38%), Sicilia (68,54%) e Campania (66,37%).

Ci sono alcuni comuni che riportano un valore superiore al 100% e si trovano quasi tutti nell’area del Sud Tirolo. È invece Caivano (Napoli) quello che registra l’incidenza minore, pari al 53,72%.

Foto: AndreyPovov da Getty Images Pro

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Il personale che lavora nei comuni https://www.openpolis.it/il-personale-che-lavora-nei-comuni/ Thu, 04 Jan 2024 14:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=280985 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi gli approfondimenti sui giovani, sulle donne e sulle competenze all’interno dei comuni. […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi gli approfondimenti sui giovani, sulle donne e sulle competenze all’interno dei comuni.

4.384

i comuni italiani in cui nel 2020 non risultano assunti giovani. Solo 31 invece le amministrazioni in cui sono almeno il 50%. Si includono qui tutti coloro che hanno meno di 35 anni di età. Vai all’articolo.

90%

la quota di comuni siciliani in cui non risultano giovani assunti. Sono 350 su 390. In generale, il mezzogiorno è l’area d’Italia che impiega meno giovani all’interno della pubblica amministrazione. Vai all’articolo.

27%

l’incidenza di personale laureato negli enti locali. Il 53% invece ha almeno la licenza di scuola media superiore. Sono dati che in parte si discostano da quelli della pubblica amministrazione: per quanto la quota di persone con la licenza media superiore sia quella più consistente, si ferma al 42%. Chi ha la laurea invece rappresenta il 38%. Vai al grafico.

1.287

le amministrazioni senza lavoratori o lavoratrici con la laurea. Sono pari al 17% dei comuni italiani. Sono invece 65 quelli in cui non c’è personale con almeno la licenza superiore. Sono piccoli comuni che si trovano principalmente in Piemonte e Lombardia. Vai all’articolo.

4.487

i comuni in cui le donne compongono almeno la metà del personale dipendente. La maggior parte si trova in Valle d’Aosta. 274 amministrazioni sono composte da personale interamente femminile mentre in 311 non ci sono donne all’interno dell’ente. È da notare però che spesso si tratta di comuni di piccole dimensioni dal punto di vista demografico. Vai al grafico.

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Le abitazioni vuote in Italia https://www.openpolis.it/le-abitazioni-vuote-in-italia/ Thu, 14 Dec 2023 06:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=279901 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “In Italia circa 1 abitazione su 4 non è permanentemente occupata“. Ascolta […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “In Italia circa 1 abitazione su 4 non è permanentemente occupata.

9,6 milioni

le case che non risultano permanentemente abitate nel 2021. Rappresentano il 27,2% su un totale di 35,3 milioni. Si considerano qui tutte le case che hanno almeno un dimorante abituale. Sono quindi incluse non soltanto le abitazioni disabitate ma anche le seconde case. È comunque un indicatore utile per valutare gli effetti dello spopolamento e della sovrappopolazione di certe aree del paese. Vai all’articolo.

34,9%

l’incidenza nelle isole, la macroarea italiana con la quota più alta. Seguono il sud (32%), il nord-ovest (26%), il nord-est (23,1%) e il centro (22,3%). Il mezzogiorno è quindi la zona del paese dove ci sono meno abitazioni occupate da almeno un dimorante abituale. Vai all’articolo.

56,1%

la quota di abitazioni senza dimoranti abituali nella provincia di Sondrio. Si tratta dell’area con la percentuale maggiore in Italia. Seguono la provincia alpina di Aosta (56%) e L’Aquila (53,2%) che registra dinamiche particolari anche a causa delle attività di ricostruzione post-sisma. Si registra invece l’incidenza minore a Prato (7,8%). Vai al grafico.

56,3%

l’incidenza delle abitazioni non permanentemente occupate nei comuni ultraperiferici, i più distanti dai servizi. Il valore è in diminuzione all’avvicinarsi ai centri. Se nei comuni periferici si assesta al 47,9% e in quelli intermedi al 37%, nei comuni cintura è pari al 24,2%, nei poli intercomunali al 23,3% e nei poli al 16,9%. Rispecchia quindi la tendenza della popolazione di spostarsi verso le zone più urbanizzate del paese. Vai all’articolo.

47%

la quota registrata nella montagna interna. Questa zona altimetrica è quella che riporta le percentuali maggiori. Al contrario, in pianura ci sono meno abitazioni senza dimoranti abituali (18,9%, circa 28 punti percentuali in meno). Vai al grafico.

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In Italia circa 1 abitazione su 4 non è permanentemente occupata https://www.openpolis.it/in-italia-circa-1-abitazione-su-4-non-e-permanentemente-occupata/ Thu, 07 Dec 2023 13:58:27 +0000 https://www.openpolis.it/?p=276062 La presenza di abitazioni non occupate permanentemente prevale nelle aree montane e nei comuni più distanti dai servizi essenziali. La provincia con la quota maggiore è Sondrio (56,1%) mentre quella minore si registra a Prato (7,8%).

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Nel corso degli ultimi decenni si è assistito a uno spostamento progressivo – anche se non sempre lineare – della popolazione dalle aree interne verso le zone più centrali del paese, in cui sono presenti più servizi e più opportunità lavorative. Questo movimento incide su numerosi aspetti, uno dei quali la disponibilità di abitazioni. Da un lato infatti nelle zone più attrattive ci si trova di fronte a vere e proprie emergenze abitative, data la scarsità di case disponibili. Dall’altra, nelle aree più distanti dai poli, ci sono strutture non abitate oppure sfruttate come seconde case. Si tratta di temi centrali anche nell’ottica delle amministrazioni: a seconda di quanto le aree sono popolate e del tipo di locazioni presenti, possono predisporre in modo più o meno capillare i servizi, oltre ad ottenere diverse entrate di tipo economico.

Il censimento permanente offre una vista sulla condizione abitativa nel paese.

È utile quindi considerare in questo scenario quali sono le aree del paese in cui ci sono più case non abitate. Questi elementi sono definiti da Istat nel contesto del censimento permanente della popolazione e delle abitazioni, i cui dati più recenti sono relativi al 2021. Si fa riferimento quindi al concetto di abitazione permanentemente occupata, considerata come il luogo nel quale almeno un individuo ha la propria dimora abituale. Oltre alla rilevazione censuaria, è stato considerato dall’ente anche il registro statistico dei luoghi, in particolare nella sua parte relativa agli edifici e alle unità abitative. Si tratta quindi di una integrazione tra la rilevazione censuaria e le fonti amministrative disponibili.

È inoltre importante notare che tra le abitazioni non occupate in modo permanente sono incluse non solo le strutture disabitate ma anche le seconde case, aspetto importante soprattutto per le mete turistiche. Si tratta comunque di un indicatore interessante da considerare per valutare gli effetti dello spopolamento e della sovrappopolazione in certe aree del paese.

Nel 2021, le abitazioni registrate in Italia sono circa 35,3 milioni. Di queste, 9,6 non risultano occupate permanentemente da almeno una persona che ha la dimora abituale.

27,2% la quota di abitazioni non permanentemente occupate in Italia

Si tratta di un dato che varia molto nelle diverse aree del paese. Questa quota è infatti minore nelle aree del centro (22,3%), del nord-est (23,1%) e del nord-ovest (26%). Maggiore invece l’incidenza nel sud (32%) e nelle isole (34,9%). A livello regionale è però la Valle d’Aosta la regione che in proporzione ha più case non abitate permanentemente (56%), seguita da tre aree del mezzogiorno: Molise (44,6%), Calabria (42,2%) e Abruzzo (38,7%). A registrare la percentuale minore invece Emilia-Romagna (21,8%), Lombardia (21,2%) e Lazio (19,5%).

Per “abitazioni non occupate” si intende le abitazioni vuote o occupate esclusivamente da persone non dimoranti abitualmente. Questo calcolo è stato effettuato da Istat considerando dati censuari e dati amministrativi presenti nel registro statistico dei luoghi, in particolare nella componente del registro statistico di base degli edifici e delle unità abitative.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Istat
(consultati: giovedì 9 Novembre 2023)

Se si considerano invece le province, tra le prime dieci per quota di case senza dimoranti abituali, ce ne sono quattro in cui si supera il 50%: Sondrio (56,1% che corrispondono a 100.765 abitazioni non occupate), Aosta (56%, 75.948), L’Aquila (53,2%, 146.116) e Imperia (50,7%, 104.201). Per quel che riguarda invece i territori dove questa quota è minore, si segnalano Milano (12,4%, 214.674), Cagliari (11%, 23.809) e Prato (7,8%, 8.814).

Ci sono più case non abitate nelle aree interne e nei comuni della montagna interna.

La presenza di abitazioni non permanentemente occupate è maggiore all’allontanarsi dai comuni centrali in termini di servizi. Le amministrazioni polo riportano un’incidenza del 16,9%, a cui seguono quella dei poli intercomunali (23,3%) e dei comuni cintura (24,2%), tra i due valori non c’è una differenza particolarmente rilevante. Ma distanziandosi ancora di più dai centri la percentuale aumenta in modo più consistente: nei comuni intermedi la quota si assesta al 37%, in quelli periferici al 47,9% e in quelli ultraperiferici al 56,3%. Nelle aree interne la percentuale media è quindi sistematicamente maggiore rispetto alla media nazionale mentre nelle zone più vicine ai poli e nei poli stessi il valore è in linea o al di sotto di quello italiano.

Incide anche la zona altimetrica in cui il comune è situato. In pianura l’incidenza è al 18,9%, crescendo al 26,2% nella collina interna. Montagna e collina litoranea riportano valori pari al 32% e al 33,1%. È però nella montagna interna che il fenomeno è più prevalente, con il 47% delle abitazioni presenti non occupate da almeno un dimorante abituale.

Per “abitazioni non occupate” si intende le abitazioni vuote o occupate esclusivamente da persone non dimoranti abitualmente. Questo calcolo è stato effettuato da Istat considerando dati censuari e dati amministrativi presenti nel registro statistico dei luoghi, in particolare nella componente del registro statistico di base degli edifici e delle unità abitative.

La definizione delle aree interne fa riferimento all’ultima classificazione mentre per la zona altimetrica si considera la metodologia Istat.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Istat
(consultati: giovedì 9 Novembre 2023)

Il comune in cui incide di più la presenza di case non permanentemente occupate è Foppolo (Bergamo) con una percentuale del 95,1% (pari a 1.790 su 1.883). Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, è invece quello con la quota minore (2,7%, 524 su 19.207).

Foto: francolicenza

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Parità di genere, nelle amministrazioni locali persistono divari territoriali https://www.openpolis.it/parita-di-genere-nelle-amministrazioni-locali-persistono-divari-territoriali/ Thu, 02 Nov 2023 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=271013 La legge stabilisce che all'interno degli enti pubblici non ci deve essere un eccessivo squilibrio tra lavoratori e lavoratrici. Le donne compongono il 57% del personale dei comuni.

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La disparità di genere è un tema spesso centrale all’interno del dibattito. Uno degli ambiti in cui se ne discute di più è il mondo del lavoro, in cui tendenzialmente le donne risultano meno occupate rispetto agli uomini. Non è così all’interno dei comuni nel loro complesso, in cui la presenza femminile è leggermente maggiore rispetto a quella maschile. Si tratta però di un dato che varia molto tra le amministrazioni italiane.

L’equilibrio di genere deve essere garantito all’interno dei concorsi pubblici.

Per lavorare per un soggetto pubblico è necessario passare un concorso, ambito in cui l’equità deve essere garantita per legge. Un esempio è rappresentato dall’equilibrio di genere, come regolamentato dalle recenti modifiche del decreto del presidente della repubblica 487/1994. Questi cambiamenti sono contenuti all’interno del Dl 36/2022, un provvedimento contestuale alla riforma della pubblica amministrazione prevista dal Pnrr. Stando alle nuove norme, il bando deve indicare per ciascuna delle qualifiche la rappresentanza dei generi nell’amministrazione che lo indice. Se la differenza tra uomini e donne è superiore al 30%, l’appartenenza al genere meno presente nell’ente costituisce titolo di preferenza in caso di parità di punteggio.

È quindi interessante, anche in quest’ottica, approfondire l’incidenza di genere tra i lavoratori degli enti pubblici. Analizzando la pubblica amministrazione nel suo complesso, le donne rappresentano il 59% del totale. Si parla di circa 1,9 milioni di lavoratrici. La fascia d’età con più occupate è quella tra i 50 e i 59 anni (quasi il 24% del totale dei lavoratori). Gli uomini della stessa età pesano per il 15,3% del personale. All’interno degli enti locali ritroviamo dinamiche simili.

Il dato rappresenta la quota di donne e uomini assunti negli enti locali italiani (province, comuni e comunità montane).

FONTE: elaborazione openpolis su dati OpenBDAP
(consultati: lunedì 11 Settembre 2023)

Le donne compongono il 55% del personale degli enti locali. In termini assoluti, sono quasi 200mila. Circa 92mila tra queste hanno un’età compresa tra i 50 e i 59 anni e compongono circa il 25% del personale. Gli uomini della stessa età sono quasi 71mila, poco meno del 20%. Per quasi tutte le fasce demografiche, le donne superano gli uomini per numero di lavoratori. L’unica eccezione è rappresentata da chi ha oltre 60 anni: risultano assunti 43mila uomini e quasi 35mila donne.

Le lavoratrici all’interno dei comuni

È possibile analizzare il dato per le amministrazioni italiane attraverso l’incidenza del personale dipendente femminile. Stando agli ultimi aggiornamenti del censimento permanente delle istituzioni pubbliche, le donne assunte all’interno della pubblica amministrazione comunale sono poco più della metà.

57% la quota di personale femminile assunta nelle amministrazioni.

Si tratta di un dato che varia sensibilmente da comune a comune, con zone in cui l’incidenza è maggiore rispetto ad altre. Considerando solo i capoluoghi, quelli in cui risultano assunte più donne in termini percentuali si trovano tutti in Emilia-Romagna: Bologna (76%), Forlì e Reggio nell’Emilia (74%), Parma e Modena (73%). Un’incidenza particolarmente alta anche per la capitale (70%). Minore incidenza del personale femminile nei comuni di Caserta (32%), Cosenza (31%) e Salerno (29%).

Il dato rappresenta la percentuale di donne tra il personale del comune. Si considerano assunzioni a tempo indeterminato (compresi i dirigenti) e anche alcune particolari figure professionali che hanno rapporti di lavoro non a tempo indeterminato, come i supplenti della scuola e degli istituti di alta formazione artistica e musicale, che non rientrano nelle categorie contrattuali del pubblico impiego (ad esempio, direttori generali e contrattisti).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Istat
(consultati: lunedì 11 Settembre 2023)

In 4.487 amministrazioni le donne compongono almeno la metà del personale dipendente. Si tratta del 57% degli enti comunali italiani. L’area con la maggior incidenza di questi comuni è la Valle d’Aosta, dove nell’85% dei comuni il personale è almeno per la metà femminile. Seguono Emilia-Romagna (80%), Lombardia (76%) e Trentino-Alto Adige (74%). Percentuali minori invece nelle aree della Basilicata (27%), della Calabria (16%) e della Campania (10%).

Ci sono poi 274 comuni italiani in cui il personale è interamente femminile. In termini assoluti, circa la metà si trova in Piemonte (140). Quello piemontese è comunque un caso particolare: circa un comune su dieci vede solo donne tra il personale. Sono invece 311 le amministrazioni in cui non sono registrate donne tra i lavoratori dell’ente. Le aree in cui sono più presenti questi comuni sono quella marchigiana, in cui il 13% degli enti non ha personale femminile, quella abruzzese (11%) e quella ligure (9%).

È comunque importante notare che, soprattutto per gli ultimi due aspetti analizzati, spesso si tratta di comuni di piccole dimensioni dal punto di vista demografico. Si può quindi presupporre che il numero dei lavoratori nelle amministrazioni sia comunque piuttosto basso.

Foto: comune di Bologna

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La metà dei lavoratori degli enti locali non ha la laurea https://www.openpolis.it/la-meta-dei-lavoratori-degli-enti-locali-non-ha-la-laurea/ Thu, 19 Oct 2023 05:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=272263 I titoli di studio aiutano a comprendere il livello di competenze del personale, importanti per lo svolgimento delle mansioni nei comuni. Negli enti locali risultano occupati meno laureati rispetto al resto della pubblica amministrazione.

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Nel 2020, circa 1 lavoratore su 2 degli enti locali aveva almeno il diploma di scuola superiore mentre il 17% dei comuni non riportava laureati tra i suoi lavoratori dipendenti. Il titolo di studio è uno degli elementi che permette di mettere a fuoco le competenze dei lavoratori, un aspetto importante per il funzionamento efficace della pubblica amministrazione.

Le competenze nei lavoratori comunali sono importanti per l’attuazione del Pnrr.

Ad esempio, è una questione cruciale se si pensa al ruolo che le amministrazioni hanno all’interno del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr): spesso questi enti sono chiamati a svolgere il ruolo di soggetti attuatori, ovvero partecipare ai bandi ministeriali per assicurarsi le risorse previste dal piano. Inoltre, dopo essere stati ammessi ai finanziamenti, devono assegnare i lavori attraverso le gare d’appalto e assicurarsi che il processo rispetti tempi e vincoli previsti. Infine, contribuiscono alla rendicontazione finale fornendo i dettagli dei progetti di cui hanno responsabilità.

Si tratta di un processo particolarmente difficile per i comuni, tanto che non sono mancate persino rinunce alle candidature. Questo per le più svariate ragioni, tra cui la quantità importante di passaggi burocratici e la documentazione dettagliata da fornire: aspetti per cui vengono richieste conoscenze tecniche definite.

I titoli di studio dei lavoratori negli enti locali

Come abbiamo raccontato in passato, è importante la formazione continua del lavoratore all’interno della pubblica amministrazione, sia per il proprio avanzamento professionale che per il funzionamento dell’ente. Ma i titoli talvolta sono cruciali per poter accedere a determinate opportunità, oltre a permettere al lavoratore di avere una specializzazione in particolari aree necessarie per l’efficienza della macchina amministrativa.

Il dato rappresenta i lavoratori negli enti locali italiani (province e comuni) in relazione al titolo di studio più alto.

FONTE: elaborazione openpolis su dati openBDAP
(consultati: lunedì 16 Ottobre 2023)

Nel 2020, la maggior parte degli occupati negli enti locali italiani aveva la licenza di scuola media superiore. Parliamo di 193mila persone, che rappresentavano il 53% dei lavoratori e lavoratrici nel comparto. Seguivano coloro che avevano la laurea (circa 97mila, il 27%) e quelli che avevano finito la scuola dell’obbligo (66mila, il 18%). Erano poco più di 5.400 invece i lavoratori che avevano portato a termine un percorso post laurea, pesando per il 2%.

Sono dati che in parte si discostavano rispetto a quelli della pubblica amministrazione nel suo complesso: per quanto la quota di persone con la licenza media superiore fosse quella più consistente, si fermava al 42% (10 punti percentuali in meno rispetto a quanto registrato negli enti locali). Chi aveva la laurea invece era pari al 38%, 11 punti percentuali in più.

È possibile scendere più nel dettaglio andando ad analizzare il dato dei singoli comuni, registrato da Istat nel censimento permanente delle istituzioni pubbliche. Nel 2020, 1.287 amministrazioni non avevano personale laureato tra i lavoratori dipendenti.

17% quota di comuni senza occupati con la laurea (2020).

La maggior parte di questi si concentrava in Piemonte (446) e in Lombardia (274). Erano invece 65 le amministrazioni in cui non c’è nessun lavoratore con almeno la licenza superiore, anche in questo caso si trovano principalmente in Piemonte (25). Una parziale spiegazione può essere data dalla numerosità degli enti nelle due regioni: Lombardia e Piemonte sono le due aree del paese in cui ci sono più comuni, rispettivamente 1.506 e 1.181. Inoltre, sono regioni che comprendono grosse porzioni dell’arco alpino, ci sono molti enti di piccole dimensioni.

Il dato rappresenta la quota di personale dipendente con almeno il diploma di scuola media superiore e con almeno la laurea. Si considerano assunzioni a tempo indeterminato (compresi i dirigenti) e anche alcune particolari figure professionali che hanno rapporti di lavoro non a tempo indeterminato, come i supplenti della scuola e degli istituti di alta formazione artistica e musicale, che non rientrano nelle categorie contrattuali del pubblico impiego (ad esempio, direttori generali e contrattisti).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Istat
(consultati: lunedì 11 Settembre 2023)

Erano invece 73 i comuni in cui tutto il personale è in possesso della laurea. Pure in questa circostanza, la maggior parte si trovava in Piemonte (23) e in Lombardia (21). Diciotto erano situati nelle regioni del mezzogiorno.

Limitandoci ai capoluoghi, quello che riportava la quota di laureati maggiore è Livorno (55%), a cui seguivano Pescara (49%), Carbonia (48%) e Bari (47%). Le percentuali minori invece a Trapani (13%), Siracusa (12%), Caltanissetta e Agrigento (10%). Per quanto riguarda invece i lavoratori con almeno il diploma di scuola secondaria superiore, tutti gli occupati del comune di Lecco ne erano in possesso. Alte quote anche a Roma (96%), Livorno e Pescara (95%). Solo in un capoluogo l’incidenza scendeva sotto il 47% (Ascoli Piceno).

Foto: Geisteskerkerlicenza

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In più di metà dei comuni italiani non sono assunti giovani https://www.openpolis.it/in-piu-di-meta-dei-comuni-italiani-non-sono-assunti-giovani/ Thu, 28 Sep 2023 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=271008 Nella pubblica amministrazione la fascia di popolazione più impiegata è quella compresa tra i 50 e i 59 anni. I giovani sono poco assunti anche nei comuni. Rappresentano la metà del personale in solo 31 amministrazioni su circa 8mila.

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Metà degli oltre 8mila comuni italiani non rilevano tra i propri lavoratori persone con età inferiore a 35 anni e poco più dell’1% di chi lavora negli enti locali ha meno di 30 anni. È un quadro emblematico quello emerso dalla nostra indagine sull’età degli assunti nelle amministrazioni italiane.

L’inclusione di giovani nella pubblica amministrazione contribuisce al rinnovamento del sistema e all’integrazione di nuove competenze. Si tratta di aspetti importanti che rientrano anche all’interno del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Sono previsti investimenti che spingono molto per l’innovazione del sistema della pubblica amministrazione in termini di digitalizzazione ma anche di competenze.

In questo scenario, i giovani sono considerati come una risorsa tanto da rappresentare una priorità trasversale per il piano. Al momento però la presenza giovanile all’interno delle amministrazioni pubbliche risulta piuttosto ridotta.

I giovani nella pubblica amministrazione

Il rinnovamento del personale pubblico è un tema che è stato trattato in numerose sedi. Per esempio, recentemente il ministro per la pubblica amministrazione Zangrillo ha discusso sulla complessità che sta attraversando il settore che, a causa del blocco delle assunzioni che continua da oltre dieci anni, risulta essere fortemente sottodimensionato.

Questo ha portato alla creazione di posizioni temporanee con contratti a tempo determinato, posizioni precarie e quindi non particolarmente attraenti per i lavoratori che hanno ostacolato anche alcune dinamiche come l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione dei comparti. Queste dinamiche hanno un impatto anche sui più giovani.

Secondo OpenBDAP, i lavoratori nel settore pubblico con meno di 30 anni sono circa il 4,7% del totale mentre quelli tra i 30 e i 39 solo il 13,3%. Pur trattandosi di dati risalenti al 2020, per via del blocco delle assunzioni rappresentano una fotografia molto attuale. La fascia con più assunti è quella tra i 50 e i 59 anni, che compongono poco meno del 40% dei lavoratori nella pubblica amministrazione. Sono dinamiche che si possono rivedere anche all’interno degli enti locali, ovvero chi lavora nelle province e nei comuni.

Il dato rappresenta la percentuale di under 30 assunti negli enti locali italiani (province e comuni).

FONTE: elaborazione openpolis su dati OpenBDAP
(consultati: lunedì 11 Settembre 2023)

Anche per quel che riguarda gli enti locali, le persone tra i 50 e i 59 anni rappresentano il gruppo di occupati maggiore. Sono all’incirca 162mila e compongono la metà dei lavoratori. Seguono i lavoratori con età comprese tra i 40 e i 49 (circa 87mila, il 24%) e chi supera i 60 (78mila, 22%). Valori minori invece per i più giovani.

Negli enti locali un lavoratore su 100 ha meno di 30 anni.

Sono 29mila quelli che ricadono nella fascia 30-39 e sono l’8% degli occupati. Ancora più basso il dato per chi non ha raggiunto i 30 anni: 4.655 lavoratori che compongono poco più dell’1% degli impiegati nel settore.

Focalizzandosi sui comuni, Istat ha rilevato che nel 2020 sono 346.762 gli impiegati nel comparto, circa il 10,2% del personale dipendente della pubblica amministrazione. In 31 amministrazioni su quasi ottomila, il personale che ha meno di 35 anni compone il 50% della forza lavoro, nei restanti riporta un valore inferiore.

4.384 i comuni italiani in cui non risultano assunti giovani.

Nei capoluoghi italiani, quello con più giovani assunti è Cuneo (11% del personale), a cui seguono Sondrio e Catanzaro, entrambi al 10%. Questi sono gli unici capoluoghi in cui l’incidenza è superiore al 10%. Sono invece 16 quelli in cui il valore è fermo allo 0%: Rieti, Caserta, Salerno, Foggia, Andria, Brindisi, Cosenza, Reggio di Calabria, Trapani, Palermo, Messina, Agrigento, Caltanissetta, Catania, Siracusa e Nuoro. Tranne Rieti, sono tutti comuni del mezzogiorno.

Il dato rappresenta la percentuale di under 35 tra il personale del comune. Si considerano assunzioni a tempo indeterminato (compresi i dirigenti) e anche alcune particolari figure professionali che hanno rapporti di lavoro non a tempo indeterminato, come i supplenti della scuola e degli istituti di alta formazione artistica e musicale, che non rientrano nelle categorie contrattuali del pubblico impiego (ad esempio, direttori generali e contrattisti).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Istat
(consultati: lunedì 11 Settembre 2023)

Risulta evidente dalla mappa che alcune aree del mezzogiorno impiegano di meno i giovani nella pubblica amministrazione. Una di queste è la Sicilia, dove in 351 comuni su 390 non risulta assunto personale under 35.

Sono 21 i comuni italiani in cui tutti i lavoratori hanno meno di 35 anni: Cintano, San Ponso e Varisella (Torino), Olcenego, Rassa e Rimella (Vercelli), Caprauna e Niella Belbo (Cuneo), Celle Enomondo e Cerreto d’Asti (Asti), Cavature e Guazzora (Alessandria), Olivetta San Michele (Imperia), Duno (Varese), Trezzone (Como), Ornica (Bergamo), Palmiano (Ascoli Piceno), Ateleta e Collepietro (L’Aquila), Villafonsina (Chieti) e Parlasco (Lecco). Si trovano principalmente nel nord del paese.

Foto: SnapwireSnapslicenza

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Le amministrazioni e il sostegno alle economie locali in periodi di crisi https://www.openpolis.it/le-amministrazioni-e-il-sostegno-alle-economie-locali-in-periodi-di-crisi/ Thu, 21 Sep 2023 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=269052 Le amministrazioni possono sostenere le imprese sul territorio attraverso importi che vengono contabilizzati nei bilanci. Trieste è la grande città che spende di più, con quasi 30 euro pro capite di uscita.

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In uno scenario economico complesso come quello attuale, è necessario il sostegno dello stato alle attività produttive. Anche i comuni hanno un ruolo importante, con uscite dedicate al sostegno delle realtà locali.

Nella recente nota mensile rilasciata da Istat si delinea un quadro di rallentamento economico, dovuto da inflazione in calo ma ancora elevata e finanziamenti alle attività ridotti. Queste dinamiche hanno un peso importante sui consumatori che, con stipendi che non aumentano, hanno difficoltà nell’acquisto di beni e servizi. I consumi finali nazionali sono infatti in calo dell’0,3% rispetto al mese precedente.

Ma non diminuiscono soltanto le vendite all’interno dei confini: anche le esportazioni subiscono un contraccolpo da questa situazione, essendo diminuite ad agosto del 3,2% rispetto al mese precedente.

Nelle politiche pubbliche possono in questo contesto assumere un ruolo importante gli aiuti dello stato in tutti i suoi livelli, utili a tentare di tornare a livelli economici pre-pandemia. In questo senso le amministrazioni comunali contribuiscono con interventi mirati a livello locale, sintetizzati nei bilanci.

Le spese dei comuni per lo sviluppo economico e per la competitività

Gli importi relativi alle attività di promozione dello sviluppo e della competitività del sistema economico locale sono comprese in una missione di spesa dedicata. Qui sono inseriti gli interventi di supporto e monitoraggio delle politiche sul territorio ma anche le uscite dedicate alla ricerca e allo sviluppo.

Ma sono presenti anche altre voci legate a numerosi settori produttivi. Ci sono infatti sezioni dedicate al supporto a industrie, artigianato locale, reti distributive, commercio e altri servizi legati alla pubblica utilità come ad esempio le farmacie.

I dati mostrano la spesa per cassa per lo sviluppo economico e la competitività. Spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le spese relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Le uscite di una missione o di un programma possono essere relative a più assessorati. Tra le città italiane con più di 200mila abitanti non sono disponibili i dati di Palermo perché alla data di pubblicazione non risulta accessibile il bilancio consuntivo 2021.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2021
(pubblicati: martedì 31 Gennaio 2023)

È Trieste la grande città con le spese più alte per il sostegno alle attività economiche: si tratta di 29,18 euro pro capite, pari a circa 5,9 milioni. Seguono Napoli (26,55), Venezia (21,14) e Genova (18,32). Sono invece quattro i comuni in cui le spese non raggiungono i 10 euro a persona: Padova (8,65), Verona (7,08), Bologna (4,53) e Messina (3,41).

I dati mostrano la spesa per cassa per lo sviluppo economico e la competitività. Spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le spese relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Le uscite di una missione o di un programma possono essere relative a più assessorati. Tra le città italiane con popolazione superiore a 200mila abitanti, sono state considerate le 5 che hanno speso di più per la voce considerata nel 2021.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2016-2021
(pubblicati: martedì 31 Gennaio 2023)

Trieste registra il valore di spesa più alto dal 2018 in poi, riportando anche la spesa maggiore nel periodo considerato: il capoluogo friulano ha speso 42,71 euro pro capite proprio nel 2018. A riportare invece l’incremento maggiore tra il 2021 e il 2016 è Venezia (+60,3%), città che ha registrato un aumento importante anche tra il 2020 e il 2021 (+140,8%). Seguono Genova (52,6%) e Torino (14,1%). In calo invece le uscite per Trieste (-14%) e Napoli (-23,8%).

Gli importi riportati nell’ultimo anno dalle grandi città che hanno speso di più sono comunque in linea con la media nazionale, che si assesta a 18,43 euro pro capite. Le amministrazioni che registrano le uscite maggiori sono quelle altoatesine (38,78), valdostane (33,72) e toscane (29). A spendere di meno sono invece i comuni della Puglia (11,14), della Calabria (10,98) e del Veneto (7,82).

Per sapere quanto viene speso nel tuo territorio, clicca sulla casella Cerca… e digita il nome del tuo comune. Puoi cambiare l’ordine della tabella cliccando sull’intestazione delle colonne.

I dati mostrano la spesa per cassa per lo sviluppo economico e la competitività. Spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le spese relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Le uscite di una missione o di un programma possono essere relative a più assessorati.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2021
(pubblicati: martedì 31 Gennaio 2023)

Tortorella, in provincia di Salerno, è il comune italiano che spende di più per lo sviluppo economico del territorio: si tratta di 2.324,04 euro pro capite, poco meno di 1,1 milioni in termini assoluti. Come si può vedere dalla pagina dedicata sul portale openbilanci, si tratta principalmente di investimenti. Sono cifre che risentono anche della dimensione demografica del comune, pari a 473 residenti. Altre due amministrazioni superano i mille euro pro capite di uscita: Morigerati (Salerno, 1.083,47) e Exilles (Torino, 1.062,28).

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti di questa rubrica sono realizzati a partire da Openbilanci, la nostra piattaforma online sui bilanci comunali. Ogni anno i comuni inviano i propri bilanci alla Ragioneria Generale dello Stato, che mette a disposizione i dati nella Banca dati amministrazioni pubbliche (Bdap). Noi estraiamo i dati, li elaboriamo e li rendiamo disponibili sulla piattaforma. I dati possono essere liberamente navigati, scaricati e utilizzati per analisi, finalizzate al data journalism o alla consultazione. Attraverso openbilanci svolgiamo un’attività di monitoraggio civico dei dati, con l’obiettivo di verificare anche il lavoro di redazione dei bilanci da parte delle amministrazioni. Lo scopo è aumentare la conoscenza sulla gestione delle risorse pubbliche.

Foto: Arno Seroserlicenza

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Quanto spendono i comuni per i controlli tributari https://www.openpolis.it/quanto-spendono-i-comuni-per-i-controlli-tributari/ Thu, 14 Sep 2023 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=269049 L'evasione fiscale sottrae entrate fondamentali per garantire i servizi e la stabilità della macchina amministrativa. Le spese medie per i meccanismi di controllo e riscossione nei comuni italiani, però, sono pari a poco più di 26 euro a persona.

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I comuni provvedono ai controlli relativi ai tributi di propria competenza. Come per gli altri enti pubblici, è loro compito predisporre dei sistemi di riscossione e controllo, con uscite che vengono poi contabilizzate all’interno dei bilanci.

L’evasione fiscale mina la qualità dei servizi.

Le entrate tributarie sono una delle principali fonti di finanziamento dei comuni: come abbiamo già approfondito in passato, ammontano all’incirca a un quarto degli incassi delle amministrazioni italiane. L’evasione fiscale quindi può avere degli effetti di un certo rilievo sulla qualità dei servizi forniti dai comuni, essenziali per la vita delle comunità. Inoltre, la sottrazione delle risorse può incidere anche sulla pressione tributaria: per mantenere lo stesso livello di prestazioni, sono necessarie più entrate dai contribuenti e si sfrutta la propensione da parte di coloro che correttamente pagano.

Per avere un’idea concreta di quanto possono incidere a livello di bilancio, viene calcolata la propensione al tax gap, che rappresenta quanto viene evaso sul totale di ciò che dovrebbe entrare all’interno delle casse dello stato.

Secondo l’ultima relazione sull’economia non osservata, nel 2020 l’imposta più evasa è l’Irpef da lavoro autonomo: si stima che il 68,7% del gettito teorico risulti evaso. Seguono Imu-Tasi (25,1%), Ires (23,7%) e Iva (19,3%). Attività di controllo e sistemi efficienti di riscossione sono quindi un elemento strategico per gli enti pubblici, a partire dai comuni.

Le spese dei comuni per la gestione delle entrate tributarie e servizi fiscali

All’interno della prima missione di spesa c’è una voce relativa a questo tipo di operazioni. Si includono tutte le attività di amministrazione e gestione dei servizi fiscali, dalla riscossione all’accertamento, comprese le spese per enti concessionari della riscossione dei tributi.

Sono comprese anche tutte le uscite legate ai contenziosi tributari, a tutto ciò che riguarda la ricerca per la fiscalità del comune, le procedure informatiche per operazioni in contesto fiscale e l’ambito catastale.

I dati mostrano la spesa per cassa per la gestione delle entrate tributarie. Spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le spese relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Le uscite di una missione o di un programma possono essere relative a più assessorati. Tra le città italiane con più di 200mila abitanti non sono disponibili i dati di Palermo perché alla data di pubblicazione non risulta accessibile il bilancio consuntivo 2021.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2021
(ultimo aggiornamento: martedì 31 Gennaio 2023)

Si trovano tutte nel centro-nord le grandi città che spendono di più per la gestione dei tributi. Nel dettaglio, Venezia spende 192,98 euro pro capite, circa il doppio rispetto alla seconda (Trieste, 88,33). Uscite minori invece a Roma (11,92), Napoli (8,94) e Catania (6,19).

Se invece si considerano tutti i comuni italiani, la spesa media ammonta a 26,12 euro a persona. In media, gli importi maggiori si registrano nelle amministrazioni dei territori autonomi della Valle d’Aosta (196,26), di Trento (82,42) e del Friuli-Venezia Giulia (69,15). Spendono di meno invece i comuni siciliani (17,88), veneti (16,92) e campani (15,49).

I dati mostrano la spesa per cassa per la gestione delle entrate tributarie. Spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le spese relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Le uscite di una missione o di un programma possono essere relative a più assessorati. Il dato non è disponibile per i comuni in grigio.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2021
(pubblicati: martedì 31 Gennaio 2023)

Sono due i comuni valdostani che spendono di più: Ayas (1.187,01 euro pro capite corrispondenti a 1,6 milioni in termini assoluti) e Gressoney-Saint-Jean (1.014,38 a persona, in tutto 810mila). Si tratta delle due amministrazioni che nella regione superano i mille euro pro capite di spesa. Il capoluogo invece riporta uscite pari a 295,15 euro a persona, comunque oltre dieci volte la media nazionale.

Per sapere quanto viene speso nel tuo territorio, clicca sulla casella Cerca… e digita il nome del tuo comune. Puoi cambiare l’ordine della tabella cliccando sull’intestazione delle colonne.

I dati mostrano la spesa per cassa per la gestione delle entrate tributarie. Spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le spese relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2021
(pubblicati: martedì 31 Gennaio 2023)

È Moggio, comune in provincia di Lecco, l’ente che spende di più per i controlli tributari: si tratta di 2.444,19 euro pro capite, in termini assoluti circa 1,1 milioni di euro. Seguono la già citata Ayas (Aosta, 1.187,01), Lignano Sabbiadoro (Udine, 1.115,9) e Picinisco (Frosinone, 1.107,13). Sono in tutto sei le amministrazioni che registrano spese superiori ai mille euro pro capite.

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I contenuti di questa rubrica sono realizzati a partire da Openbilanci, la nostra piattaforma online sui bilanci comunali. Ogni anno i comuni inviano i propri bilanci alla Ragioneria Generale dello Stato, che mette a disposizione i dati nella Banca dati amministrazioni pubbliche (Bdap). Noi estraiamo i dati, li elaboriamo e li rendiamo disponibili sulla piattaforma. I dati possono essere liberamente navigati, scaricati e utilizzati per analisi, finalizzate al data journalism o alla consultazione. Attraverso openbilanci svolgiamo un’attività di monitoraggio civico dei dati, con l’obiettivo di verificare anche il lavoro di redazione dei bilanci da parte delle amministrazioni. Lo scopo è aumentare la conoscenza sulla gestione delle risorse pubbliche.

Foto: Pexelslicenza

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