Openpolis https://www.openpolis.it/ Thu, 05 Mar 2026 14:26:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Cosmic School alla settimana della cultura scientifica del “Vitruvio” di Avezzano https://www.openpolis.it/cosmic-school-alla-settimana-della-cultura-scientifica-del-vitruvio-di-avezzano/ Wed, 04 Mar 2026 17:45:19 +0000 https://www.openpolis.it/?p=306780 Ci sarà anche un po’ di Cosmic School alla dodicesima settimana della cultura scientifica e tecnologica al “Vitruvio Pollione” di Avezzano (L’Aquila), una delle tredici scuole partner del progetto. Nella settimana dal 2 al 7 marzo, infatti, l’istituto abruzzese ha organizzato “Butterfly effect – Complessità“, una serie di incontri, laboratori e conferenze a tema scienza […]

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Ci sarà anche un po’ di Cosmic School alla dodicesima settimana della cultura scientifica e tecnologica al “Vitruvio Pollione” di Avezzano (L’Aquila), una delle tredici scuole partner del progetto.

Nella settimana dal 2 al 7 marzo, infatti, l’istituto abruzzese ha organizzato “Butterfly effect – Complessità“, una serie di incontri, laboratori e conferenze a tema scienza e tecnologia.

Gli eventi sono stati organizzati e pensati anche per un pubblico extra-scolastico. Molte iniziative, infatti, si tengono in luoghi prestigiosi della città marsicana (come il Castello Orsini, dov’è stata anche aperta la settimana) o in spazi di ritrovo sociale come il cinema di Avezzano.

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Ci sono poi i “laboratori aperti”, veri e propri percorsi di scienza con gli studenti e le studentesse, che si terranno giovedì 5 e venerdì 6 (ore 8.30-13:15 e 14:30-17:30), oltre a sabato 7 marzo (ore 8:30-13:15).

Uno dei laboratori investe proprio il Cosmic Rays Cube (CRC), il rivelatore di raggi cosmici costruito dalle classi 3B e 3M il 28 e 29 gennaio scorsi. E proprio i due docenti Domenica Ranalli e Francesco Tonelli terranno il laboratorio “Segnali invisibili dal Cosmo – Indizi tra le stelle”.

“Dalle galassie più lontane direttamente nel nostro istituto: con il rilevatore apriamo una finestra sul cosmo per catturare i muoni e svelare i segreti della radiazione cosmica“, si legge nel programma.

Insomma il rilevatore costruito attraverso Cosmic School si apre alla città, grazie alla settimana sulla scienza e la tecnologia organizzata dall’istituto avezzanese.

Cosmic School è un percorso educativo volto ad avvicinare studenti e studentesse alle materie STEM (acronimo di ScienceTechnologyEngineering e Mathematics), selezionato e sostenuto dal Fondo per la Repubblica Digitale Impresa sociale e frutto di un partenariato che vede insieme e in stretta collaborazione Fondazione Openpolis, Gran Sasso Science Institute, Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Gran Sasso Tech e Ufficio Scolastico Regionale per l’Abruzzo.

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Gli investimenti del Pnrr per il lavoro e l’occupazione https://www.openpolis.it/gli-investimenti-del-pnrr-per-il-lavoro-e-loccupazione/ Wed, 04 Mar 2026 08:52:45 +0000 https://www.openpolis.it/?p=306649 Da oggi è online e liberamente accessibile la terza uscita di Pnrr Watch, un'indagine di Assonime e Fondazione Openpolis su aspetti strategici del piano nazionale di ripresa e resilienza. Nel dossier spazio all'analisi sulle politiche per il lavoro e la formazione.

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Il lavoro, l’occupazione e la formazione in Italia sono i temi al centro della terza uscita di Pnrr Watch, il report realizzato da Assonime e Fondazione Openpolis.

La partnership, lanciata a marzo dello scorso anno, ha già visto la pubblicazione di approfondimenti dedicati alla transizione digitale e a quella ecologica.

Anche nella terza uscita di Pnrr Watch parliamo di alcune tra le misure più strategiche del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Lo sguardo sul mondo del lavoro è duplice: da un lato l’analisi di alcune riforme e investimenti volti a rafforzare le politiche attive in favore dell’occupazione, come il programma Gol (acronimo di “Garanzia occupabilità lavoratori”) o il potenziamento del sistema degli Its (Istituti tecnologici superiori), dall’altro invece l’approfondimento di alcuni interventi che potrebbero agevolare la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare delle donne.

10,3 mld € il valore complessivo delle quattro misure su lavoro, occupazione e formazione analizzate in Pnrr Watch 3.

Le misure analizzate nel dettaglio attraverso l’indagine di Assonime e Openpolis sono quattro. La più rilevante dal punto di vista economico è “Politiche attive del mercato, del lavoro e della formazione“, che conta progetti per 4,6 miliardi di euro, quasi la metà di tutti quelli analizzati nel rapporto.

C’è poi la riforma e lo sviluppo del sistema Its, che può contribuire a fare da ponte tra la formazione e il mondo del lavoro. Gli istituti tecnologici superiori possono contare un finanziamento di 1,5 miliardi di euro.

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Infine, altre due misure analizzate riguardano due piani nelle scuole, in particolare negli istituti dedicati ai più piccoli. Una è “Piano asili nido e scuole dell’infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia” (3,24 miliardi), l’altra è focalizzata sul piano per l’estensione del tempo pieno e delle mense scolastiche. In quest’ultimo caso lo stanziamento complessivo vale 960 milioni di euro. Si tratta di due misure importanti sia per i minori che per i genitori – in particolare le donne, su cui nella maggior parte dei casi ricadono gli oneri di cura dei figli – che grazie al supporto delle istituzioni scolastiche possono partecipare attivamente al mondo del lavoro.

Attraverso Pnrr Watch cerchiamo di indagare aspetti strategici del piano, dati alla mano.

Di ognuna di queste misure viene analizzato il dettaglio dello stato di avanzamento procedurale e di spesa, oltre che dei progetti rendicontati.

Sono diversi i dati rilevanti che emergono dall’indagine. Uno dei più evidenti è rappresentato dal fatto che il 64% dei bandi del Pnrr non abbia rispettato la quota del 30% di assunzioni in favore di giovani e donne. Parliamo di oltre 6 bandi su 10, una dinamica resa possibile grazie a nove diverse motivazioni di deroga previste dalle norme.

Un altro elemento di interesse riguarda lo stato di avanzamento della spesa delle politiche attive per il lavoro, che come detto assorbono circa 4,6 miliardi di euro. Di questi, infatti, all’ottobre 2025 ne erano stati spesi poco più di 550 milioni, pari al 13% del totale. Dai dati emerge come la componente formativa rimanga uno dei punti più critici dell’intera riforma.

Poi c’è l’analisi sulla riduzione dei posti negli asili nido del paese, le performance e la distribuzione territoriale degli Its e molti altri aspetti, attraverso i quali proviamo a ricostruire i punti di forza e le criticità delle politiche per l’occupazione e la formazione nel Pnrr.

GLI INVESTIMENTI DEL PNRR PER L’OCCUPAZIONE

LAVORO, ISTRUZIONE E FORMAZIONE

GLI INVESTIMENTI DEL PNRR PER L’OCCUPAZIONE

LAVORO, ISTRUZIONE E FORMAZIONE

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Le mense scolastiche a supporto dell’occupazione femminile https://www.openpolis.it/le-mense-scolastiche-a-supporto-delloccupazione-femminile/ Tue, 03 Mar 2026 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305549 La differenza tra il tasso di occupazione dei padri e quello delle madri in Italia è il secondo più ampio tra tutti i paesi dell’Ue. Inoltre quasi un terzo delle donne tra 25 e 49 anni con figli non lavora. I servizi scolastici, come le mense, possono rispondere alle esigenze delle famiglie, ma c’è ancora molto da fare

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I servizi scolastici come gli asili nido, il tempo pieno e le mense non sono soltanto importanti per il percorso educativo dei minori. Hanno infatti anche un ruolo importante nel colmare i divari occupazionali tra donne e uomini.

Queste differenze nascono in prima istanza da un diverso carico del lavoro di cura all’interno della coppia, che risulta sbilanciato verso le donne a causa anche di stereotipi di genere radicati. Secondo i dati di Eige, nel 2025 il 41% delle donne italiane di età compresa tra 16 e 74 anni si occupa della cura di bambini con meno di 12 anni per più di 35 ore alla settimana. Tra gli uomini la quota scende al 20%.

21 la differenza, in punti percentuali, tra l’incidenza di donne e uomini che si occupano della cura dei bambini oltre le 35 ore alla settimana.

Tale tendenza va a discapito della stessa vita lavorativa delle donne, che risultano sistematicamente meno occupate e più spesso in condizione di part-time. L’accesso all’istruzione fin dai primi anni di vita, oltre ad essere essenziale per lo sviluppo di minore, può svolgere un ruolo fondamentale anche nella riduzione di questo tipo di divari. Ciò accade lungo i diversi gradi di istruzione: se gli asili nido sono essenziali per consentire alle donne di rientrare al lavoro dopo la gravidanza, la possibilità di frequentare il tempo pieno a scuola è altrettanto decisiva per la continuità della vita professionale delle donne che hanno avuto figli. In questo contesto, le mense scolastiche rappresentano anche un servizio indispensabile per garantire la frequenza pomeridiana di bambine e bambini.

I divari di genere si riflettono sul lavoro

Considerando la fascia d’età compresa tra i 25 e i 49 anni, il tasso di occupazione maschile europeo è più alto rispetto a quello femminile. Stando ai dati Eurostat, nel 2024 l’87,5% degli uomini europei risultava occupato contro il 77,6% delle donne. Tra i due genere esiste quindi un divario di partenza pari a circa 10 punti percentuali.

Questa forbice si allarga quando i lavoratori o le lavoratrici hanno avuto almeno un figlio. Gli uomini infatti riportano sistematicamente un tasso di occupazione maggiore, sia nel caso in cui siano padri (92,1%) sia che non lo siano (83,7%). Le donne senza figli riportano valori più bassi rispetto agli uomini che non ne hanno (80,9%) e per le madri il tasso cala ulteriormente al 75,1%.

17 la differenza, in punti percentuali, del tasso di occupazione tra uomini e donne con figli.

Questa dinamica spesso risulta presente anche nei singoli paesi dell’Unione.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(consultati: lunedì 2 Febbraio 2026)


Se si considerano uomini e donne senza figli, i tassi di occupazione tendono ad essere più simili. Dei 27 paesi considerati, 22 riportano un tasso maggiore per gli uomini, i restanti 7 per le donne e uno (la Germania) una condizione di perfetta parità. In 9 stati il divario si aggira intorno al punto percentuale. Il paese dove la differenza tra il tssso di occupazione di uomini e donne senza figli è maggiore è l’Italia (9,9) mentre in Lettonia le donne superano gli uomini per 2,6 punti percentuali.

Il divario occupazionale tra padri e madri è il più alto d’Europa.

Sempre nella fascia tra 25 e 49 anni, i padri riportano sistematicamente un tasso di occupazione più alto rispetto alle madri. In questo contesto, i divari inferiori si registrano in Lussemburgo (6,8 punti percentuali), Svezia (7,7) e Slovenia (8,2). Al contrario, i valori maggiori sono quelli di Grecia (29,3), Italia (28,6) e Repubblica Ceca (23,9). Inoltre, l’Italia è anche il paese europeo che registra il tasso di occupazione tra le madri più basso: è pari al 61,9%, circa 13 punti percentuali in meno rispetto alla media europea.

La nascita di un figlio ha un impatto importante sulla vita lavorativa di una donna. Questo accade non soltanto al momento del parto: le donne infatti tendono ad adattare il proprio percorso professionale per includere le responsabilità genitoriali, in particolare quando i bambini sono molto piccoli ma anche negli anni successivi.

Women in particular are likely to adapt their paid work according to the additional responsibilities that come with parenthood, especially when children are very young, but also as they get older […].

Oltre a riportare un tasso di occupazione più basso, le donne con figli tendono a ricorrere di più ai lavori part-time. Nell’Unione europea, nel 2024, il 31,9% delle madri di età compresa tra 25 e 49 anni lavora part-time contro il 5,2% dei padri. A livello italiano, il 35,9% delle donne con figli lavora part-time mentre per gli uomini il dato si ferma al 4,6%.

Per favorire quindi un reinserimento lavorativo ma anche il mantenimento della carriera professionale durante l’intero percorso di crescita del figlio è importante andare incontro alle esigenze delle famiglie in ogni fase del percorso scolastico del minore.

Il tempo pieno e l’uguaglianza di genere

L’integrazione del minore in un percorso scolastico favorisce l’occupazione femminile. Oltre al ruolo degli asili nido, di cui abbiamo già avuto modo di approfondire, ci sono degli effetti anche per quel che riguarda l’introduzione del tempo pieno nelle scuole. Secondo uno studio di Banca d’Italia, c’è un impatto positivo sull’occupazione femminile.

Mothers of children who attend the FT scheme in primary school increase their labor force participation by approximately 2 percentage points both in the short- and medium-term. The effect on mothers’ employment is smaller initially and increases with students’ age, probably because it takes time for mothers to find jobs: overall, three years after the end of the program, mothers of pupils in FT classes in primary school have a 2.2 percentage points higher employment rate.

Nel breve e nel medio periodo, le madri di bambini che hanno preso parte al programma del tempo pieno scolastico definito dallo studio hanno incrementato la partecipazione al lavoro di circa 2 punti percentuali. L’effetto è inizialmente più piccolo e aumenta all’incrementare dell’età degli studenti, probabilmente perché trovare lavoro richiede del tempo. Dopo 3 anni dalla fine del programma, le madri con i figli che si trovavano nelle classi a tempo pieno riportano un tasso di occupazione maggiore di 2,2 punti percentuali.

In passato abbiamo parlato delle mense, un servizio scolastico che è la premessa per consentire ai minori di fare attività extra-scolastiche e di continuare le lezioni nel pomeriggio. In Italia si registra un profondo divario tra il centro-nord e il mezzogiorno, con le isole che mostrano i dati più bassi e il nord-ovest quelli più alti. Questa forbice tra nord e sud si riscontra anche considerando i tassi di occupazione delle donne in età compresa tra 25 e 49 anni d’età.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Mim e Istat
(consultati: martedì 27 Gennaio 2026)


In Italia il 67,06% delle donne di quella specifica fascia d’età risulta occupato. La zona con l’incidenza maggiore è quella del nord-est (76,68%) a cui seguono nord-ovest (75,64%) e centro (70,69%). Il mezzogiorno riporta invece valori minori, nello specifico al sud le occupate sono il 53,58% e nelle isole il 51,36%.

Per quanto riguarda le regioni, tutte quelle che riportano un valore maggiore della media nazionale si trovano nel centro-nord. I valori maggiori si rilevano in Trentino-Alto Adige (80,65%), Valle d’Aosta (77,14%) e Veneto (76,81%). Al contrario, tutte le regioni che riportano valori inferiori della media nazionale sono nell’area del mezzogiorno. In particolare, i tassi di occupazione più bassi si riscontrano in Calabria (51,61%), Campania (49,41%) e Sicilia (47,62%).

Si tratta di un divario visibile anche nel confronto tra province, con i valori maggiori a Belluno (81,90%), Monza e della Brianza (78,98%) e Prato (78,93%) e quelli minori a Palermo (45,68%), Agrigento (45,34%) e Caltanissetta (43,28%).

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Mim e Istat
(consultati: martedì 27 Gennaio 2026)


È possibile osservare che tendenzialmente nelle province italiane in cui ci sono più mense scolastiche nelle scuole pubbliche l’occupazione femminile è più alta, con una forte divisione tra i territori del centro-nord e quelli del sud. Ci sono però delle province del centro che presentano dei valori di occupazione femminile e presenza di mense in linea con quelli del sud. Si segnalano in particolare i casi di Latina e Frosinone, due province laziali che registrano rispettivamente un tasso di occupazione femminile pari al 61,28% e 61,16% e la presenza di mense pari al 14,77% e 22,48%.

Questa è una relazione da leggere nei due sensi: da un lato la maggiore occupazione è probabilmente un incentivo all’offerta da parte delle scuole di questo tipo di servizio; dall’altro è presumibile che la possibilità per gli studenti di fare scuola il pomeriggio garantisca ai genitori una maggiore facilità di conciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro. In particolare per le donne, su cui ricade gran parte del lavoro di cura nel nostro paese.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla competenze linguistiche degli studenti di terza media nei comuni capoluogo sono di fonte Istat statistiche sperimentali.

Foto: Freepik (licenza)

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A che punto sono gli investimenti del Pnrr per la cultura https://www.openpolis.it/a-che-punto-sono-gli-investimenti-del-pnrr-per-la-cultura/ Mon, 02 Mar 2026 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=306460 Le misure del piano in ambito culturale valgono oltre 4 miliardi. Negli anni sono emerse difficoltà attuative che hanno reso necessarie varie revisioni degli obiettivi. Nonostante le scadenze finora rispettate, lo stato di avanzamento finanziario mostra criticità.

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Il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) rappresenta un’occasione senza precedenti per il rilancio del sistema culturale italiano. Con gli investimenti in questo settore infatti si punta ad intervenire su vari ambiti come l’accessibilità, la digitalizzazione e l’efficienza energetica. Ciò non solo con l’obiettivo di tutelare e valorizzare il patrimonio, ma anche di renderlo fruibile a tutti e sfruttarlo come volano sia di coesione sociale che di sviluppo economico.

4,2 mld € gli investimenti del Pnrr di competenza del ministero della cultura.

Gli interventi finanziati sono molteplici e di varia natura. Non è sempre semplice capire di che tipo di progetti si parla e a che punto sono. Per valutare lo stato dell’arte di queste misure, il riferimento più aggiornato è la settima relazione del governo sullo stato di attuazione del Pnrr. Nonostante l’esecutivo evidenzi i risultati già conseguiti mantenendo un tono positivo, è opportuno evidenziare che anche queste misure hanno incontrato ostacoli durante il percorso.

Quasi tutti gli investimenti infatti sono stati oggetto di revisioni più o meno incisive. Inoltre i dati disponibili sullo stato di avanzamento finanziario – indicatore utile per valutare lo stato dell’arte – segna ancora una distanza significativa tra quanto è già stato speso e il totale delle risorse stanziate.

27% la percentuale di spesa dichiarata dal ministero della cultura al 30 novembre 2025 rispetto al totale delle risorse stanziate.

In questo articolo passeremo in rassegna gli investimenti previsti in ambito culturale, approfondendo come stanno procedendo e quali modifiche sono state fatte in corso d’opera nell’attuazione del piano. Successivamente, verificheremo il loro stato di avanzamento e la distribuzione sul territorio.

Gli investimenti di competenza del ministero della cultura

Sono 9 in totale gli investimenti del Pnrr di competenza del ministero della cultura per un valore complessivo pari a circa 4,2 miliardi di euro. Nei prossimi paragrafi li approfondiremo più nel dettaglio. A livello di risorse stanziate, la misura più significativa è quella relativa all’attrattività dei borghi che da sola cuba oltre 1 miliardo. Seguono gli interventi rivolti ai luoghi di culto (800 milioni), alla tutela dell’architettura e del paesaggio rurale (600 milioni) e alla digitalizzazione del patrimonio culturale (500 milioni).

FONTE: elaborazione Openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: martedì 14 Ottobre 2025)


In base ai più recenti dati disponibili, risalenti al 14 ottobre 2024, i progetti che ricevono finanziamenti Pnrr sono in totale 14.938 per un valore complessivo di circa 4 miliardi di euro. Non tutte le risorse stanziate quindi risultano effettivamente attribuite.

La misura più “critica” da questo punto di vista è proprio il già citato intervento a favore del paesaggio rurale, dove i progetti finanziati assorbono risorse Pnrr per circa 460 milioni (il 77% dell’importo stanziato). In tutti gli altri casi le risorse assegnate oscillano tra il 92% e il 100% dei fondi disponibili.

La digitalizzazione del patrimonio culturale

Il primo investimento che passiamo in rassegna è denominato Strategia digitale e piattaforme per il patrimonio culturale. Questo intervento, del valore complessivo di circa 500 milioni, mira a colmare il divario digitale di musei, archivi e biblioteche, trasformando il modo in cui i cittadini fruiscono della cultura. L’idea centrale è la creazione di un’infrastruttura software nazionale chiamata I.PaC (Infrastruttura e servizi digitali per il patrimonio culturale), gestita da Cineca, che permetta di raccogliere e conservare le risorse digitali in modo integrato.

La misura si articola in dodici sub-investimenti:

  • definizione del Piano nazionale di digitalizzazione;
  • sistema di certificazione dell’identità digitale per i beni culturali;
  • migrazione dei servizi del Mic verso infrastrutture cloud sicure;
  • sviluppo dell’infrastruttura software I.PaC;
  • digitalizzazione massiva delle collezioni di musei, archivi e biblioteche;
  • formazione digitale per il personale tramite il programma Dicolab;
  • supporto operativo per l’attuazione dei progetti;
  • creazione di un polo di conservazione digitale per gli archivi dello stato;
  • sviluppo del portale dei procedimenti e dei servizi online per i cittadini;
  • piattaforma di accesso integrato “Digital Library”;
  • piattaforma di co-creazione e crowdsourcing per coinvolgere il pubblico;
  • servizi digitali per sviluppatori e imprese creative.

In seguito alla revisione del Pnrr approvata a novembre 2025, il target finale dell’investimento ha visto una modifica: l’obiettivo è ora la digitalizzazione e pubblicazione di almeno 65 milioni di risorse multimediali. Da notare che il traguardo finale della misura doveva essere raggiunto a fine 2025.

Secondo la già citata relazione governativa, al 30 settembre dello scorso anno, risultavano avviati procedimenti per il 92% del finanziamento totale e le risorse digitalizzate superavano già i 60 milioni.

L’esecutivo ha già inviato la richiesta di pagamento legata al completamento delle scadenze previste per il secondo semestre del 2025, presupponendo il conseguimento anche di tale impegno. Da notare però che sul sito del ministero della cultura tale scadenza risulta ancora “da raggiungere“. È possibile però che questa discrepanza sia dovuta a un mancato aggiornamento della pagina web ministeriale. Questo vale per tutti gli adempimenti previsti per la fine dello scorso anno.

Accessibilità della cultura

Con uno stanziamento di 300 milioni, la misura denominata Rimozione delle barriere fisiche e cognitive in musei, biblioteche e archivi ha l’obiettivo di eliminare tutti quegli ostacoli che limitano l’accesso ai luoghi della cultura per le persone con disabilità. Gli interventi si basano sulle linee guida contenute nel Piano strategico per l’eliminazione delle barriere architettoniche (Peba), approvato a maggio 2022. Oltre a lavori strutturali e forniture, gli interventi prevedono il potenziamento di piattaforme tecnologiche e un massiccio piano di formazione per gli operatori culturali.

L’investimento è stato suddiviso in diverse linee d’azione per coprire l’intera gamma della proprietà culturale italiana. Parliamo del finanziamento di interventi in musei, archivi e biblioteche statali, a cui si aggiungono interventi presso musei e biblioteche comunali o regionali e luoghi della cultura di proprietà privata.

In base a quanto pubblicato dall’esecutivo, al 30 settembre 2025, la quasi totalità degli istituti statali e numerosi siti pubblici e privati avevano avviato i cantieri. Per quanto riguarda gli istituti statali, risultano attivi 557 progetti. Quelli conclusi sono 215 mentre 342 interventi sono in corso (oltre il 60%). Con riferimento ai luoghi della cultura pubblici non statali i progetti sono in totale 265, di cui 115 con cantieri completati a fronte di 150 in corso (57%). Per quanto riguarda i 45 siti privati, sono 31 le opere già ultimate. Parallelamente, è stata lanciata la piattaforma Musei Italiani, che integra ticketing e servizi di accessibilità in più lingue.

L’intero investimento dovrà concludersi entro il 30 giugno 2026, termine entro il quale si prevede la stabilizzazione definitiva delle piattaforme e la conclusione degli interventi strutturali.

Efficienza energetica

Anche per il settore della cultura è previsto un contributo alla transizione ecologica. Per questo l’investimento denominato Migliorare l’efficienza energetica di cinema, teatri e musei stanzia 300 milioni di euro per ridurre i consumi energetici di questi luoghi. Gli interventi spaziano dal rinnovo degli impianti meccanici alla sostituzione di proiettori con tecnologie a basso consumo.

Quasi tutte le misure del Pnrr per la cultura sono state oggetto di modifica.

A seguito delle modifiche introdotte con l’ultima revisione del Pnrr il target finale dell’investimento è stato semplificato, riducendo le tipologie di interventi da realizzare. Secondo la già citata relazione dell’esecutivo, risultano già completati oltre 450 interventi in sale cinematografiche e teatrali. Il target finale, fissato al 31 dicembre 2025, anche in questo caso risulterebbe conseguito nei tempi.

I risultati preliminari su 80 interventi conclusi in cinema e teatri mostrano una riduzione del consumo energetico del 15%. Il risparmio è più marcato nei teatri (27%) rispetto ai cinema (11%), data la scarsa efficienza di partenza degli edifici teatrali storici.

Attrattività dei borghi

L’investimento sui borghi, forte di 1,02 miliardi di euro, punta a valorizzare luoghi storici anche al fine di contrastare lo spopolamento delle aree interne. Inizialmente la misura si divideva in due linee principali: la Linea A dedicata a 21 progetti pilota regionali (per un importo di 20 milioni l’uno), e la Linea B che finanzia la rigenerazione di 293 borghi storici sotto i 5mila abitanti.

A seguito di confronto e condivisione con le regioni e l’Associazione nazionale comuni italiani (Anci), alla misura si sono aggiunte altre 2 linee di azione. Un regime d’aiuto per Pmi, profit e non profit, operanti nei borghi beneficiari della Linea B a cui si affianca il progetto Turismo delle Radici. Gestito in collaborazione con il ministero degli esteri, questo progetto punta ad attirare i discendenti di italiani emigrati alla scoperta dei luoghi d’origine.

La Commissione Ue ha contestato il conseguimento della scadenza prevista per giugno 2025.

Una prima scadenza era prevista per giugno 2025 e richiedeva il sostegno ad almeno 1.800 imprese. Nonostante risultasse già conclusa, la Commissione ha richiesto un decreto che ne certificasse l’attuazione. A questa richiesta il ministero ha provveduto con il decreto capo dipartimento 2099 del 19 novembre 2025 che ha attestato l’assegnazione di risorse a 2.654 imprese. La conclusione di tutti i progetti è prevista entro i termini del Pnrr, avendo questi una durata massima di 18 mesi.

A questo si è aggiunto un ulteriore target da raggiungere entro giugno 2026 che prevede la realizzazione di 3.250 interventi (lavori, servizi o forniture) nell’ambito dei progetti di rigenerazione borghi. Di queste opere, 400 dovranno essere comprese nei progetti pilota della linea A. Al 30 settembre 2025 risultavano ultimati circa 1.350 progetti.

Architettura e paesaggio rurale

L’investimento denominato Tutela e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale, del valore di 600 milioni di euro, mira al recupero e alla valorizzazione di beni come mulini, frantoi, fienili, chiese campestri. Ciò con il duplice obiettivo di preservare il paesaggio storico e promuovere un turismo sostenibile legato alle tradizioni agricole.

La procedura di attuazione si è basata su avvisi pubblici regionali che hanno generato una risposta massiccia. Ad oggi, risultano attivi interventi su oltre 5.400 beni. Gli interventi, localizzati fuori dai centri abitati, hanno riguardato beni estremamente eterogenei per tipologia e funzione: non solo abitazioni rurali, ma anche manufatti agricoli ed edifici religiosi. I soggetti selezionati per gli interventi sono vari. Tra gli altri, persone fisiche, società, aziende agricole, imprese individuali, parrocchie e diocesi.

La scadenza finale dell’investimento sull’architettura rurale è stata posticipata di 6 mesi.

Anche in questo caso si registra una modifica della misura, con il rinvio di 6 mesi del target finale, dalla fine del 2025 al giugno del 2026. Questa proroga si è resa necessaria per permettere il completamento di interventi spesso complessi dal punto di vista tecnico e burocratico, garantendo che i lavori rispettino gli standard di qualità richiesti. Al 30 settembre 2025, risultavano già completati circa 1.400 interventi.

Parallelamente, è stato completato un censimento nazionale dell’architettura rurale, con la produzione di oltre 45mila schede consultabili online.

Parchi e giardini storici

L’intervento sui parchi e sui giardini storici non è inteso unicamente come investimento sui beni culturali ma anche come valorizzazione di questi luoghi come polmoni verdi, in particolare per le grandi città. Con 300 milioni di euro, la misura prevede 3 diverse linee di intervento:

  • linea A (circa 98 milioni) dedicata al restauro e alla valorizzazione di 5 grandi siti monumentali scelti direttamente dal ministero: la Reggia di Caserta, il Real Bosco di Capodimonte, Villa Favorita, Villa Lante e Villa Pisani;
  • linea B (190 milioni) rivolta a una platea più ampia di parchi e giardini storici vincolati, selezionati tramite avviso pubblico;
  • linea C (circa 12 milioni) focalizzata su attività immateriali, quali la catalogazione del patrimonio e la formazione specialistica dei “Giardinieri d’arte”.

Anche in questo caso ci sono state importanti modifiche per rispondere alle esigenze di rispetto del cronoprogramma. La scadenza finale per il completamento degli interventi è stata posticipata da fine 2024 al 31 dicembre 2025. Al contempo, il numero di interventi di riqualificazione da completare è passato da 40 a 100. Al 30 novembre, risultano attivi 130 interventi, di cui 110 già terminati. Il target finale è quindi raggiunto.

+60 i parchi e giardini storici su cui si prevede di intervenire rispetto all’obiettivo iniziale del Pnrr.

L’obiettivo riguardante i giardinieri (che inizialmente prevedeva la formazione di 1.260 persone) è stato rimosso dalle scadenze di rilevanza europea. Tuttavia la relazione dell’esecutivo evidenzia che sono stati realizzati circa 90 corsi in 13 regioni e i certificati rilasciati sono stati 1.230.

Infine, la misura ha colmato un vuoto conoscitivo attraverso un’attività di catalogazione sistematica. Al 30 settembre 2025, sono state elaborate 4.587 schede di catalogazione che confluiranno in un portale dedicato, rendendo accessibili informazioni precedentemente frammentate sul patrimonio dei giardini italiani.

Luoghi di culto

La misura denominata Recovery Art dedicata ai luoghi di culto e ai siti di ricovero per le opere d’arte ha una dotazione finanziaria complessiva di 800 milioni di euro. Cuore pulsante dell’investimento è la creazione di una rete nazionale di depositi di sicurezza e rifugi speciali. Centri tecnologicamente all’avanguardia dove le opere d’arte rimosse dalle zone colpite possono essere ricoverate in ambienti ad atmosfera controllata e, se necessario, sottoposte a interventi di restauro immediati grazie a laboratori interni.

Oltre a questo, l’investimento finanzia anche interventi di adeguamento antisismico su luoghi di culto, torri e campanili, esposti al rischio crolli. A questi si aggiungono progetti di restauro dedicati esclusivamente alle chiese del Fondo edifici di culto (Fec), per un valore di circa 500 milioni di euro.

Il target finale della misura è stato posticipato al giugno 2026.

Anche questo investimento è stato oggetto di revisione nel corso del 2025. Il target finale è stato posticipato di sei mesi, fissando la nuova scadenza a giugno 2026. Il nuovo obiettivo prevede la realizzazione di almeno 700 interventi complessivi e la piena operatività di almeno 3 depositi di ricovero (Camerino, Roma e Palmanova). Al 30 settembre 2025, risultavano 761 interventi già finanziati e la maggior parte dei cantieri regolarmente avviati.

Per quanto riguarda i luoghi di culto, era prevista l’ultimazione di 270 interventi entro il 31 dicembre, con l’obiettivo di chiudere tutti i restanti lavori entro la scadenza finale di giugno 2026. Per quanto riguarda i depositi, i lavori sono in corso ed è stata avviata la progettazione anche per Matera e Venaria Reale.

Progetto Cinecittà

L’investimento denominato Sviluppo industria cinematografica del valore di 230 milioni di euro, punta a potenziare la competitività internazionale dell’industria cinematografica italiana, con l’obiettivo di trasformare gli storici studi di Cinecittà in un polo tecnologico d’avanguardia.

L’attuazione della misura sull’industria cinematografica è stata tra le più complesse.

Il percorso di questa misura è stato uno dei più accidentati tra gli investimenti presi in esame. A causa della mancata disponibilità di un’area limitrofa a Cinecittà per i nuovi teatri di posa e dell’aumento dei costi (materie prime, energia) si è reso necessario rivedere al ribasso l’obiettivo finale: si realizzeranno solo 5 nuovi studi (rispetto ai 13 previsti), oltre al rinnovo di 4 esistenti.

Al 30 settembre 2025, i quattro teatri storici (T7, T19, T20 e T21) sono stati già collaudati e restituiti alla produzione, mentre i nuovi studi risultano in fase di ultimazione.

L’investimento cammina di pari passo con l’innovazione didattica: la Fondazione centro sperimentale di cinematografia ha già realizzato un set di produzione virtuale e sta digitalizzando gli archivi storici dell’Istituto Luce.

Competenze per la transizione digitale e verde

L’investimento Capacity building per gli operatori della cultura punta a fornire agli operatori del settore gli strumenti necessari per affrontare la doppia sfida della transizione digitale e di quella ecologica.

155 mln € destinati alla “capacity building” per la cultura.

Si punta quindi a promuove l’innovazione digitale in tutti gli ambiti della cultura — dalla musica alla moda, dalle arti visive al design — incoraggiando la creazione di prodotti nativi digitali e l’integrazione di linguaggi narrativi innovativi. Si mira inoltre a finanziare progetti finalizzati a ridurre drasticamente l’impronta ecologica di mostre, festival, concerti ed eventi culturali, minimizzando i consumi e le emissioni.

Per quanto riguarda il rispetto delle scadenze di rilevanza europea, questa misura ne prevedeva solamente una. Vale a dire l’aggiudicazione degli appalti pubblici, completata alla fine del 2023.

In ogni caso, secondo i dati governativi, al 31 ottobre 2025 risultavano conclusi 1.368 progetti. Questi riguardano per il 30% il patrimonio culturale materiale e immateriale, ma vedono una partecipazione significativa anche dello spettacolo dal vivo, dell’audiovisivo e dell’editoria.

Lo stato di avanzamento finanziario

Anche se, come più volte ribadito dal governo, lo stato di avanzamento finanziario non rappresenta un indicatore preso in considerazione dalle istituzioni europee per valutare la bontà dell’operato italiano, rappresenta sicuramente un utile punto di riferimento per capire a che punto sono le opere finanziate dal Pnrr.

In base ai dati contenuti nella più volte citata relazione dell’esecutivo sullo stato di attuazione del piano, il ministero della cultura ha già erogato circa 1,1 miliardi di euro, pari a circa il 27,4% delle risorse di competenza. Si tratta di un dato aggiornato al 30 novembre 2025 che resta comunque basso, se si considera la scadenza ravvicinata del piano.

I dati disaggregati sugli interventi finanziati risalgono al 14 ottobre 2025.

Purtroppo, nel documento dell’esecutivo è presente solo il dato aggregato. Per avere informazioni più puntuali sullo stato di avanzamento delle singole misure e dei relativi progetti finanziati non si può far altro che basarsi sugli open data pubblicati sul portale Italia domani che però, purtroppo, sono meno recenti. Informazioni quindi utili per farsi un’idea dello stato dell’arte ma che sono probabilmente sottostimate rispetto al reale avanzamento dei lavori.

Per quanto riguarda la spesa già sostenuta dal ministero possiamo osservare che un investimento supera la quota del 50% di risorse già spese. Si tratta della misura riguardante l’efficientamento energetico di cinema, teatri e musei (56,1%). Altri investimenti con percentuali di spesa significative sono il Progetto Cinecittà (49%) e la valorizzazione di parchi e giardini storici (47,8%). In tutti gli altri casi la spesa già sostenuta risultava inferiore al 28%. Con il livello più basso fatto registrare dall’investimento su luoghi di culto e depositi (5,5%).

Se invece analizziamo i dati riguardanti i pagamenti già effettuati dai soggetti attuatori, vale a dire i soggetti responsabili della realizzazione dei singoli progetti, possiamo osservare che risultava erogato circa 1 miliardo a fronte di risorse Pnrr assegnate per circa 4 miliardi (25,4%).

La percentuale di spesa dichiarata dalle amministrazioni titolari fa riferimento al valore totale della misura e risale al 31 agosto 2025. La percentuale dei pagamenti invece si riferisce alle erogazioni dei soggetti attuatori rispetto alla quota di risorse Pnrr assegnate a ciascun progetto finanziato e risale al 14 ottobre 2025. Sia il governo che la corte dei conti hanno più volte segnalato errori e ritardi nel conferimento dei dati da parte dei soggetti attuatori, motivo per cui le percentuali sono verosimilmente sottostimate rispetto al reale stato di avanzamento finanziario.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: martedì 14 Ottobre 2025)


A livello di singole misure, l’investimento sull’efficienza energetica si conferma quello in fase più avanzata (58,4%). Seguono la misura su parchi e giardini (50,1%) e il Progetto Cinecittà (49,8%). Anche in questo caso troviamo ben 4 misure con una percentuale di pagamenti già sostenuti inferiore al 25% e una di poco superiore.

Gli investimenti del Pnrr per la cultura nei territori

È sempre molto interessante cercare di capire quale sia il reale impatto del Pnrr sui territori. Suddividendo i vari progetti in ambito culturale a livello regionale, possiamo osservare che il territorio che ne ospita di più è la Campania con 1.952. Seguono Sicilia (1.565), Lazio (1.351) e Puglia (1.209). Se però prendiamo in considerazione il valore economico dei progetti finanziati notiamo che la regione che riceve più risorse è il Lazio con oltre 620 milioni. Seguono Campania (466 milioni), Sicilia (318 milioni) e Veneto (223,5 milioni).

37,2% la quota di risorse del Pnrr per interventi culturali assegnate al mezzogiorno (meno del minimo previsto: 40%)

Per quanto riguarda lo stato di avanzamento finanziario, nessuna regione supera il 40%. Le quote più alte si registrano in Lombardia (39,9%), Liguria (35,8%) ed Emilia-Romagna (33,7%). La Sardegna è l’unica regione meridionale a riportare una percentuale superiore alla media italiana (29,8%). A fondo classifica, con l’eccezione della Valle d’Aosta, si trovano tutte regioni del sud. I dati più contenuti sono fatti registrare da Campania (11,4%), Basilicata (14%) e Molise (15%).

Per “Nazionale” all’interno del grafico si intendono tutti quei progetti che vengono considerati rilevanti per tutto il territorio e che per questo non possono essere attribuiti a una specifica regione.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: martedì 14 Ottobre 2025)


Per spingersi a un livello di analisi ancora più locale e individuare gli interventi territorializzabili su scala comunale, è necessario escludere le opere di competenza provinciale, delle città metropolitane, nonché quelle a titolarità regionale o nazionale. Le opere che ricadono sul territorio di uno o più comuni sono in totale 12.466 per un importo complessivo di circa 3,2 miliardi. Oltre l’80% del valore dei progetti finanziati è quindi localizzabile a livello comunale. I centri interessati direttamente da investimenti Pnrr sono in totale 2.597. 

Nella mappa sono rappresentati esclusivamente i progetti che possono essere localizzati all’interno di uno o più comuni. Progetti di livello provinciale, regionale o nazionale non sono inclusi nell’elaborazione.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: martedì 14 Ottobre 2025)


A livello di importi, le città che attraggono più risorse sono Roma (circa 410 milioni), Napoli (92,5 milioni), Matera (42,8 milioni) e Firenze (36 milioni). Investimenti superiori ai 30 milioni anche a Caserta, Ercolano e Palmanova. Tra gli altri comuni capoluogo, ricevono quote significative Venezia, Bologna e Palermo.

Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Oltre agli articoli di approfondimento sullo stato di attuazione e sulle misure presenti nel piano, mettiamo a disposizione anche la piattaforma openpnrr.it che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

Finanziato dall’Unione europea. Le opinioni espresse appartengono tuttavia al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Unione europea o della Commissione europea (amministrazione erogatrice). Né l’Unione europea né l’amministrazione erogatrice possono esserne ritenute responsabili.

Foto: Vinicius “amnx” Amano (licenza)

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La sfida delle opere pubbliche a pochi mesi dal termine del Pnrr https://www.openpolis.it/la-sfida-delle-opere-pubbliche-a-pochi-mesi-dal-termine-del-pnrr/ Mon, 23 Feb 2026 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305985 Mentre il piano si avvicina alla scadenza finale, un'analisi della Corte dei conti rileva come l'accelerazione impressa negli ultimi mesi non sia ancora sufficiente. Le opere di maggiore entità finanziaria restano il principale collo di bottiglia.

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Mancano ormai pochi mesi alla conclusione formale del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Una scadenza che impone di mantenere alta l’attenzione sullo stato di avanzamento dei cantieri, sia da parte dei soggetti direttamente coinvolti nella realizzazione delle opere, sia da parte dei cittadini.

Nella settima relazione per il parlamento sullo stato di avanzamento del piano, il governo ha diffuso dati rassicuranti, sottolineando come la maggioranza dei progetti finanziati risulti già conclusa: circa 384mila interventi su un totale di 550mila. Tuttavia, questo resoconto meramente numerico rischia di essere parziale. Questa lettura dei dati, da sola, trascura il fatto che sono proprio le opere di più grandi dimensioni finanziarie — e dunque verosimilmente le più complesse — ad essere maggiormente indietro e a richiedere tempi di realizzazione sensibilmente più lunghi.

Questa dinamica emerge con chiarezza da un approfondimento condotto dalla Corte dei conti su un insieme di circa 19.200 opere pubbliche finanziate dal Pnrr. L’analisi evidenzia come il programma stia procedendo, ma senza segnali di un’effettiva accelerazione. Al contrario, man mano che entrano in fase esecutiva gli investimenti più consistenti, i tempi medi di completamento tendono ad allungarsi.

È possibile, in primo luogo, osservare come il Programma stia procedendo, ma senza che vi siano segnali di una sua effettiva accelerazione. […] è presumibile che i tempi dei lavori tenderanno ad allungarsi ulteriormente, man mano che giungeranno in esecuzione gli investimenti finanziariamente più consistenti. Ciò richiede alle amministrazioni responsabili di monitorare con attenzione e costanza la coerenza tra tempi attesi di conclusione delle realizzazioni e la scadenza ultima del Piano.

Semplificazioni normative e metodologia dell’analisi

In premessa, la corte sottolinea come l’attuazione del Pnrr dipenda in gran parte dalla capacità del sistema paese di realizzare opere pubbliche in tempi record. Per favorire questo processo, il legislatore ha introdotto massicce misure di semplificazione del quadro normativo sui contratti pubblici, spesso in deroga alle norme ordinarie. Questo sforzo di snellimento burocratico, che costituiva peraltro una milestone del piano, si è concretizzato principalmente con i decreti legge 77/2021 e 13/2023 ma gli interventi di natura normativa sono stati molti di più. Tali iniziative hanno introdotto disposizioni specifiche per gli appalti Pnrr in materia di pari opportunità, tutela della concorrenza, affidamento ed esecuzione, oltre a modificare istituti critici come il subappalto.

Per valutare l’efficacia di queste misure e lo stato reale dei lavori, la Corte dei conti ha selezionato un campione statistico estratto dal database Regis. L’insieme è composto da circa 19.200 progetti classificabili come “opere pubbliche” per i quali è stato possibile ricostruire una sequenza consecutiva di quattro fasi fondamentali: aggiudicazione, stipula del contratto, esecuzione dei lavori e collaudo. Questo campione, che rappresenta oltre l’80% dell’universo di riferimento e il 90% delle risorse finanziarie associate alle opere pubbliche, permette di valutare con buona approssimazione quanto effettivamente realizzato fino a ottobre dello scorso anno.

Lo stato di avanzamento dei progetti nel corso del 2025

Dall’analisi del panel individuato emerge un quadro in chiaroscuro. Tra gennaio e ottobre 2025 infatti i progetti interamente realizzati (collaudati) sono passati dal 18,1% al 28,9%. D’altra parte circa il 59,7% degli interventi si trova ancora in fase di esecuzione lavori. Rispetto a gennaio, l’incidenza dei progetti in questa fase è diminuita (erano al 69%) ma resta ampiamente la quota più alta. In parallelo, sono diminuiti i progetti in stipula (dall’8 al 3,6%). Infine le opere in collaudo ma non ancora concluse sono passate dal 5 al 7,8%.

L’aspetto più problematico emerge con riferimento al valore finanziario delle opere concluse e di quelle ancora in corso. Infatti sebbene le prime costituiscano quasi il 30% a livello numerico, esse rappresentano appena il 4,2% del valore economico complessivo del gruppo di interventi considerato (circa 3,6 miliardi di euro su un totale di oltre 86 miliardi). Al contrario, i lavori ancora in corso di esecuzione assorbono quasi 78 miliardi di euro, pari all’89,8% delle risorse analizzate.

I dati si riferiscono a un campione panel di circa 19.200 progetti estratto dal sistema ReGiS, monitorato in due momenti (gennaio e ottobre 2025) per misurare l’avanzamento procedurale e finanziario. Per maggiori informazioni clicca qui.

FONTE: Elaborazione Openpolis su dati Corte dei conti.
(ultimo aggiornamento: venerdì 5 Dicembre 2025)


Questo divario conferma che il progresso maggiore ha interessato finora prevalentemente lavori di piccola o media entità finanziaria. Anche se si registra una crescita in questo senso. L’importo finanziario medio delle opere portate a termine infatti è passato dai 450mila euro registrati a gennaio ai 700mila euro di ottobre. Si tratta comunque di una cifra destinata ad aumentare in modo ancora più netto nei prossimi mesi considerando che il valore medio delle opere già aggiudicate risulta essere di 4,5 milioni di euro, una dimensione oltre sei volte superiore a quella dei lavori finora ultimati.

0,7 mln € su 4,5 mln € il valore medio delle opere Pnrr già concluse rispetto a quelle per cui è avvenuta l’aggiudicazione a ottobre 2025, secondo la Corte dei conti.

I tempi di esecuzione

Focalizzandosi sui 5.546 progetti del panel già portati a termine per cui è possibile fare valutazioni sull’intero ciclo di realizzazione, si può notare un progressivo aumento dei tempi da gennaio a ottobre 2025. Nel punto di osservazione più recente infatti la Corte dei conti evidenzia come la durata media di un’opera pubblica sia stata di 533 giorni, pari a circa 18 mesi. Si tratta di un incremento significativo rispetto ai 458 giorni registrati a gennaio, con una dilatazione di circa due mesi e mezzo che riflette la crescente complessità dei progetti che raggiungono le fasi finali.

La fase di esecuzione dei lavori si conferma come il passaggio più oneroso, assorbendo da sola il 55,2% del tempo totale con una durata media di 294 giorni, un dato in forte crescita rispetto ai 226 giorni rilevati all’inizio dell’anno. Anche il collaudo ha visto aumentare le proprie tempistiche medie, salendo a 79 giorni, mentre le fasi burocratiche preliminari di aggiudicazione e stipula sono rimaste sostanzialmente stabili o in lieve calo, attestandosi rispettivamente a 61 e 49 giorni.

I “tempi di attraversamento” rappresentano il periodo di attesa che intercorre tra la fine di una fase e l’inizio della successiva.

FONTE: Elaborazione Openpolis su dati Corte dei conti.
(ultimo aggiornamento: venerdì 5 Dicembre 2025)


Questo allungamento dei tempi è strettamente correlato alla dimensione finanziaria degli interventi, che rappresenta un chiaro indicatore della loro complessità procedurale e tecnica. Mentre i lavori di minore entità, con valore fino a un milione di euro, vengono ultimati mediamente in 494 giorni, le tempistiche si dilatano progressivamente al crescere dell’impegno economico. Si passa infatti ai 722 giorni necessari per le opere comprese tra uno e due milioni, fino ad arrivare a quasi 1.200 giorni, ovvero circa 40 mesi, per gli investimenti superiori ai 5 milioni di euro.

Nel grafico, per motivi di visualizzazione, non sono rappresentati i tempi di attraversamento perché spesso riportano un valore negativo. Ciò indica una sovrapposizione temporale tra le fasi, dovuta all’avvio anticipato di alcune attività o all’efficacia delle misure di semplificazione che permettono di procedere con i lavori parallelamente agli adempimenti burocratici.

FONTE: Elaborazione Openpolis su dati Corte dei conti.
(ultimo aggiornamento: venerdì 5 Dicembre 2025)


Caratteristiche degli interventi analizzati e distribuzione territoriale

L’analisi condotta dalla Corte dei conti mette in luce differenze significative nella durata dei lavori basate non solo sulla natura degli interventi ma anche sulla loro localizzazione. Sotto il profilo territoriale, emerge un dato parzialmente inaspettato. La realizzazione delle opere Pnrr infatti è stata finora più celere nel mezzogiorno, con una durata media di 460 giorni, rispetto ai 526 giorni necessari nel centro e ai 579 nel nord.

La maggiore speditezza dei progetti localizzati nel meridione si riscontra per tutte le fasi di lavorazione, con differenze più accentuate per l’Aggiudicazione e la Stipula. Ciò potrebbe riflettere, da un lato, la minore dimensione finanziaria media dei lavori realizzati nelle aree meridionali (cfr. appendice), dall’altro lato, potrebbe anche segnalare l’efficacia delle procedure adottate con il PNRR nel contrastare i ritardi di attuazione a cui vanno tradizionalmente incontro le regioni meridionali.

Sul versante opposto troviamo i progetti di ambito nazionale e multi-regionale che registrano tempi di realizzazione superiori ai mille giorni a causa della loro notevole dimensione finanziaria e della conseguente complessità tecnica.

Anche la distinzione tra progetti nuovi o già in essere (vale a dire quegli interventi previsti già prima del Pnrr e che si è poi deciso di finanziare del tutto o in parte con i fondi europei) influisce sulle tempistiche complessive. I nuovi interventi richiedono mediamente 509 giorni contro i 579 di quelli preesistenti, sebbene le fasi preliminari di aggiudicazione risultino più lunghe per i primi. Questo suggerisce che la minore durata complessiva dei nuovi progetti possa dipendere più da un’entità economica ridotta che da una reale accelerazione della fase esecutiva.

Gli interventi di ampliamento o nuova realizzazione hanno richiesto mediamente oltre 560 giorni.

Un impatto determinante sulla media generale dei tempi è esercitato inoltre dalla tipologia di investimento. La manutenzione si conferma la categoria più veloce con 508 giorni medi. Poiché tale tipologia costituisce il 56,9% dei progetti completati, essa contribuisce in modo significativo a contenere la media dei tempi di lavorazione dell’intero campione. Al contrario, gli investimenti finalizzati all’ampliamento e alla ristrutturazione richiedono oltre 600 giorni per essere ultimati, mentre le opere di nuova realizzazione si attestano su una media di 561 giorni.

Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Oltre agli articoli di approfondimento sullo stato di attuazione e sulle misure presenti nel piano, mettiamo a disposizione anche la piattaforma openpnrr.it che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

Finanziato dall’Unione europea. Le opinioni espresse appartengono tuttavia al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Unione europea o della Commissione europea (amministrazione erogatrice). Né l’Unione europea né l’amministrazione erogatrice possono esserne ritenute responsabili.

Foto: Tye Doring (licenza)

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Lo stato di avanzamento di oltre 30 importanti progetti nelle città italiane https://www.openpolis.it/lo-stato-di-avanzamento-di-oltre-30-importanti-progetti-nelle-citta-italiane/ Mon, 16 Feb 2026 08:52:16 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305567 È online il nuovo dossier realizzato da Confcommercio e Fondazione Openpolis. Si tratta di un'analisi dettagliata di investimenti territoriali con risorse provenienti da Pnrr e fondi europei per la coesione, per un valore complessivo di 2,1 miliardi di euro.

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Più di 30 investimenti pubblici dislocati da nord a sud, finanziati dal piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e fondi europei per la coesione. Sono gli interventi oggetto della seconda edizione del “Monitoraggio dei progetti pubblici per l’economia del territorio“, un report long form realizzato da Confcommercio e Openpolis.

Il dossier, che segue quello lanciato nel luglio scorso, è parte del progetto “Monitor“, iniziativa congiunta tra Fondazione Openpolis e la stessa organizzazione di categoria, che prevede una piattaforma web data-driven dedicata a questi investimenti pubblici nelle città.

Le parole con le quali Salvatore Vescina (responsabile del Settore Credito, Incentivi e Politiche di coesione di Confcommercio) introduce il report sono chiarificatrici rispetto agli obiettivi.

L’obiettivo di questa iniziativa è sperimentare un metodo di partecipazione civica, che fa leva sull’accountability […] per supportare le progettualità virtuose, portando all’attenzione pubblica sia le eccellenze sia le criticità

I progetti, 34 in tutto, sono gli stessi oggetto della prima edizione del report. La maggior parte di loro (24) godono di fondi provenienti dal Pnrr, i restanti 10 di finanziamenti relativi alle politiche di coesione. Vengono esaminati nel dettaglio, con un’analisi dei progressi registrati rispetto alla prima edizione del report.

Parliamo di interventi che investono principalmente l’ambito urbano di diverse città del paese, da nord a sud. Roma e Genova sono i comuni più rappresentati (4 progetti per uno), ma c’è spazio per l’analisi anche di investimenti in centri di dimensioni più ridotte, come Brindisi, Catanzaro, Campobasso e Sassari.

20 città italiane oggetto del monitoraggio di Confcommercio e Openpolis.

I progetti sono stati selezionati dalle associazioni territoriali di Confcommercio – una delle organizzazioni con più radicamento e capillarità nel paese – considerando l’impatto potenziale sulle comunità. Il valore complessivo dei progetti è di circa 2,1 miliardi di euro.

2,13 mld € il valore totale dei progetti oggetto del monitoraggio.

Gli interventi sono stati selezionati per la loro rilevanza per lo sviluppo delle città. Pur non rappresentando un campione statistico, l’analisi offre un “termometro” sull’attuazione delle politiche urbane, oltre che su difficoltà e successi che le amministrazioni incontrano nel “mettere a terra” gli investimenti.

Sono stati individuati cinque temi diversi su cui insistono i progetti monitorati: commercio, cultura e turismo, infrastrutture, rigenerazione urbana, trasporto pubblico locale e mobilità dolce.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Italia Domani e Opencoesione
(ultimo aggiornamento: martedì 20 Gennaio 2026)



La mobilità urbana si distingue come l’ambito che assorbe la maggior parte delle risorse tra i progetti monitorati, totalizzando circa 1,7 miliardi di euro, equivalenti al 75% dei fondi stanziati. Seguono le infrastrutture, con circa 271,8 milioni di euro, e la rigenerazione urbana (82 milioni).

Per quanto riguarda il numero di progetti, invece, la rigenerazione urbana è il tema prevalente, con 12 interventi finanziati. Seguono quelli nel trasporto pubblico locale e la mobilità dolce (10), nel commercio (6), per la cultura e il turismo (4) e per infrastrutture (3).

Oltre a raccontare il contesto generale nel quale si inserisce l’ingente mole di investimenti pubblici legati al Pnrr e alle sue revisioni operate negli anni, nel dossier vengono analizzati anche gli stati di avanzamento dei progetti. Di quelli monitorati, quasi tutti sono arrivati alla fase di realizzazione, facendo registrare un miglioramento rispetto al report pubblicato nel luglio scorso.

31 progetti monitorati su 34 sono giunti alla fase di realizzazione, al 14 ottobre 2025.

Nel documento trovano ovviamente ampio spazio i dettagli legati ai singoli progetti. Città per città, investimento per investimento, attraverso schede dedicate abbiamo approfondito gli aspetti legati all’avanzamento di spesa e all’iter di realizzazione.

Si tratta insomma di un lavoro di monitoraggio puntuale e perimetrato a investimenti selezionati da chi anima l’economia di un territorio quotidianamente. Una panoramica utile a comprendere quanto è stato realizzato e quanto resta ancora da fare.

MONITORAGGIO DEI PROGETTI PUBBLICI PER L’ECONOMIA DEL TERRITORIO

MONITORAGGIO DEI PROGETTI PUBBLICI PER L’ECONOMIA DEL TERRITORIO

Foto: il progetto del nuovo mercato di San Benedetto a Cagliari

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I divari di genere nei percorsi Stem in un mondo sempre più tecnologico https://www.openpolis.it/i-divari-di-genere-nei-percorsi-stem-in-un-mondo-sempre-piu-tecnologico/ Tue, 10 Feb 2026 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305691 Nonostante le ragazze tra 16 e 19 anni abbiano più competenze informatiche di base rispetto ai ragazzi, questo non si riflette sulle scelte dei percorsi Stem. In ambito Ict, per esempio, 8 lavoratori su 10 sono uomini. A pesare sono anche le aspettative sociali e genitoriali.

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L’11 febbraio ricorre la Giornata internazionale per le donne e le ragazze nella scienza. Si tratta di un’occasione importante per riflettere e sensibilizzare sul ruolo che scienziate e ricercatrici hanno nello sviluppo delle conoscenze nelle discipline Stem, acronimo inglese che sta per science, technology, engineering e mathematics.

In un contesto dove la tecnologia ha un ruolo sempre più centrale, non si è ancora completamente raggiunta una parità di genere per quanto riguarda questi ambiti. Se la quota di ragazze di età compresa tra 16 e 19 anni con competenze informatiche di base è maggiore rispetto ai ragazzi, ciò non si riflette ancora sulle scelte dei percorsi Stem, con divari maggiori nell’ambito Ict (Information and communication technology). Tali differenze hanno radici nel contesto familiare e scolastico. Abbiamo approfondito come le diverse aspettative per ragazze e ragazzi si possano riflettere sugli apprendimenti e quale sia il loro livello di competenze in ambito numerico.

Le discipline Stem sono sempre più importanti

La rapidità dello sviluppo tecnologico ha un impatto diretto sul mondo del lavoro. Secondo un recente rapporto del World economic forum (Wef), le competenze digitali sono tra quelle che – secondo i datori di lavoro – cresceranno di più come importanza nei prossimi cinque anni. In cima alla lista ci sono infatti la conoscenza dei sistemi di intelligenza artificiale e della gestione dei big data, la cybersecurity e la network security e l’alfabetizzazione tecnologica.

According to employer expectations for the evolution of skills in the next five years, […] technological skills are projected to grow in importance more rapidly than any other type of skills. Among these, AI and big data top the list as the fastest-growing skills, followed closely by networks and cybersecurity and technological literacy.

Questi ambiti stanno assumendo un’importanza sempre maggiore anche nel contesto europeo. Secondo la commissione europea, è necessario per l’Ue focalizzare la propria attenzione su dati, tecnologie e infrastrutture per migliorare la vita privata dei cittadini e favorire il funzionamento delle imprese. Per questo è stato avviato un programma specifico di politiche pubbliche, il digital decade policy programme 2030. Uno degli obiettivi principali è quello di migliorare le competenze digitali tra la popolazione, con il target di raggiungere l’80% della popolazione adulta con capacità informatiche almeno di base entro il 2030. Nel 2025 si registra un divario di oltre 20 punti percentuali rispetto a questo obiettivo.

55,56% popolazione europea nella fascia d’età 16-74 che mostra competenze informatiche almeno di base.

Su questo dato incidono l’educazione, lo stato occupazionale degli individui e la condizione economica, oltre al vivere in aree rurali, caratterizzate dall’età media più alta, oppure in zone urbane, con una popolazione mediamente più giovane. Considerando infatti soltanto la fascia d’età dai 16 ai 24 anni, l’incidenza di chi ha competenze informatiche almeno di base sale al 69,98%. Si rileva anche un divario tra i generi: tra la popolazione adulta, gli uomini riportano percentuali maggiori (56,69% contro 54,46%) ma la tendenza si ribalta nel momento in cui si prende in considerazione i più giovani (67,93% dei ragazzi e 72,16% delle ragazze). Si tratta di un fenomeno che viene rilevato in quasi tutti i paesi europei.

Il dato mostra il calcolo della differenza percentuale tra l’incidenza registrata per le femmine e quella registrata per i maschi. Si considera la fascia d’età compresa tra i 16 e i 24 anni.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati della commissione europea
(consultati: martedì 20 Gennaio 2026)



In 21 paesi le ragazze hanno più competenze di base d’informatica rispetto ai ragazzi. La differenza maggiore si registra in Irlanda, dove il 91,3% delle ragazze supera di 35,87 punti percentuali i ragazzi (55,44%). Seguono Croazia (17,25 punti percentuali), Lussemburgo (14,35) e Lettonia (11,69). Sono invece 6 i paesi in cui accade l’inverso, con i divari più ampi in Ungheria (-1,86 punti percentuali), Romania (-2,97) e Austria (-4,72).

Per quanto riguarda lo specifico del contesto italiano, le abilità informatiche di base sono considerate dalla commissione europea un punto di debolezza rispetto all’intero processo di digitalizzazione del paese. Una delle raccomandazioni specifiche per l’Italia è infatti proprio quella dell’incrementare le competenze di base, dal momento che tra la popolazione generale solo il 45,8% delle persone raggiunge questo livello. Questo è un dato che aumenta al 59,1% se si considera la fascia d’età 16-24 anni.

Le ragazze mostrano più competenze informatiche di base ma lavorano di meno nel settore Ict.

Anche in Italia sono presenti dei divari a livello di genere: nella popolazione maschile, il 47,36% raggiunge questo livello di base contro il 44,16% di quella femminile. Anche in questo caso, la dinamica si ribalta quando si considerano i più giovani: la forbice è di circa 3,5 punti percentuali, con il valore delle ragazze più alto rispetto a quello dei ragazzi (60,9% contro 57,36%). Questa maggiore propensione femminile della popolazione più giovane non si riflette automaticamente sul profilo professionale. Nel contesto europeo, l’Italia è uno dei paesi che registra l’incidenza più bassa dei professionisti Ict sul totale dei lavoratori (4%). Disgregando il dato per genere, le donne compongono solo il 17,1% degli occupati nel settore mentre gli uomini rappresentano l’82,9%.

Secondo Istat, l’ambito di studio universitario incide significativamente sull’occupazione. I laureati Stem di età compresa tra 30-34 anni riportano infatti il tasso più elevato tra tutte le aree considerate, un valore pari all’88,9%. Considerando la divisione per genere, i valori rimangono alti per laureate e laureati, nonostante questi ultimi registrino sempre dei tassi maggiori. All’interno dell’area Stem, il divario occupazionale maggiore si registra per “scienze e matematica”, dove il tasso femminile è inferiore a quello maschile di circa 4,5 punti percentuali. Si riduce invece a 2,3 punti per l’area “informatica, ingegneria e architettura”.

Per superare le disuguaglianze di genere è importante partire dagli apprendimenti scolastici, per favorire sia un diverso orientamento che una maggiore occupazione all’interno del mercato del lavoro.

I divari di genere negli apprendimenti Stem sul territorio

La scelta dei percorsi di studi di ragazze e ragazzi non è propriamente priva di condizionamenti esterni. In particolare, quando si considera l’apprendimento delle materie Stem, incidono le aspettative sociali e dei genitori che sono molto differenti per bambini e bambine, con due effetti diretti. Il primo è che le studentesse tendono ad avere mediamente meno fiducia nelle proprie capacità nella matematica. Questo si ripercuote sui rendimenti che in media sono più bassi nelle materie scientifiche. Se però si considerano le ragazze che hanno più fiducia nelle proprie capacità, il divario si appiana raggiungendo nei test risultati analoghi a quelli dei compagni.

In tutti i paesi e le economie che hanno raccolto dati anche sui genitori degli studenti, i genitori sono più propensi a pensare che i figli maschi, piuttosto che le figlie, lavoreranno in un campo scientifico, tecnologico, ingegneristico o della matematica – anche a parità di risultati in matematica. […] Generalmente, le ragazze hanno meno fiducia rispetto ai ragazzi nelle proprie capacità di risolvere problemi di matematica o nel campo delle scienze esatte. Tuttavia, quando si confrontano i risultati di matematica tra ragazzi e ragazze con livelli simili di fiducia in se stessi e di ansia rispetto alla matematica, il divario di genere scompare.

Inoltre, i dati Ocse-Pisa mostrano che le ragazze tendono a percepirsi di meno in ruoli come lo scienziato o l’ingegnere. Questo a testimonianza di come i condizionamenti sociali incidano direttamente sul percorso di studi e di carriera successivi, oltre che sull’apprendimento diretto delle materie.

Per capire il fenomeno sul paese, si possono prendere come riferimento i dati sull’apprendimento della matematica, rilevati tramite le prove Invalsi e rilasciate a livello provinciale. Nel 2024, il 44% degli alunni di terza media non raggiungono il livello di competenza numerica adeguata per il proprio grado di istruzione. Si tratta sostanzialmente di un dato in linea con l’anno precedente. Disgregando il dato per genere, si nota già una differenza: i maschi riportano un’incidenza del 41,2% mentre le femmine del 47%.

5,8 punti percentuali di differenza tra ragazze e ragazzi con competenze numeriche non sufficienti in terza media.

Si tratta di una differenza che non è omogenea sul territorio nazionale. Sulle 107 province italiane, sono 4 quelle in cui le ragazze riportano un’incidenza minore dei ragazzi. Sono Nuoro (dove le femmine superano di 0,3 punti percentuali i maschi), Piacenza (0,5), Sondrio (2) ed Enna (2,6).

Il dato riporta la differenza percentuale tra le insufficienze registrate tra le ragazze di III media e quelle riportate dai ragazzi. I dati fanno riferimento alle prove Invalsi aggregate a livello provinciale.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Invalsi e Istat (Bes dei territori)
(consultati: martedì 20 Gennaio 2026)



Nelle restanti aree del paese, le ragazze riportano sistematicamente più insufficienze rispetto ai ragazzi. I divari più ampi si registrano nelle aree di Rieti e Avellino dove le differenze sono rispettivamente di 10,8 e 10,2 punti percentuali. Seguono con più di 9 punti percentuali di divario Rimini (9,9), Brindisi (9,9) e Palermo (9,6). Alla luce di questi dati sugli apprendimenti, e visto lo stato complessivo dei settori legati ai contesti Stem, è ancora più importante investire sugli apprendimenti delle materie scientifiche e abbattere gli stereotipi di genere.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi agli apprendimenti sono di fonte Invalsi e Istat (Bes dei territori).

Foto: Freepik (licenza)

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Com’è cambiato il Pnrr dopo le ultime revisioni https://www.openpolis.it/come-cambiato-il-pnrr-dopo-le-ultime-revisioni/ Mon, 09 Feb 2026 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305720 A pochi mesi dalla conclusione del piano circa un quarto dei progetti finanziati è ancora lontano dalla conclusione mentre la quota di risorse già spese si attesta di poco sopra il 50%. In questo contesto, l’esecutivo è intervenuto con la sesta revisione del piano.

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Mancano ormai pochi mesi alla conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Come noto infatti le riforme e la gran parte degli interventi finanziati dovranno concludersi entro l’estate, con l’ultima parte dell’anno che sarà dedicata alla fase di assessment. Per questo motivo è particolarmente importante fare il punto sullo stato dell’arte.

Purtroppo, ad oggi, i dati più recenti risalgono al 14 ottobre dello scorso anno. Questo rende piuttosto complesso definire un quadro chiaro della situazione, anche perché le informazioni disponibili al momento non tengono conto delle ultime modifiche apportate al piano. In attesa di un nuovo aggiornamento, per avere un quadro più realistico, il principale riferimento è la settima relazione del governo sullo stato di attuazione del Pnrr, trasmessa al parlamento a fine 2025.

Dalle informazioni contenute in questo documento emerge un quadro in chiaroscuro. Il cronoprogramma delle scadenze è stato finora rispettato. Ciò ha consentito all’Italia di incassare gran parte delle risorse assegnate. D’altra parte una quota significativa degli interventi è ancora in corso e la percentuale di risorse già spese risulta essere circa la metà del totale, a poco più di sei mesi dalla conclusione del piano.

52% le risorse del Pnrr che risultavano già spese al 30 novembre 2025.

Da tenere presente inoltre che il nostro paese finora è riuscito a incassare tutte le risorse previste dalle prime 8 rate (oltre 150 miliardi di euro) solo ricorrendo a diverse modifiche del piano. Cambiamenti che hanno spesso comportato rinvii o revisioni al ribasso degli obiettivi inizialmente previsti.

In questo articolo faremo un breve punto sullo stato di attuazione del Pnrr e vedremo nel dettaglio com’è cambiato il piano in seguito alla sesta revisione approvata dalle istituzioni europee lo scorso 25 novembre. Una revisione che ha comportato modifiche più o meno significative per 173 misure fra riforme e investimenti. A questo proposito è utile ricordare che lo scorso 29 gennaio il governo ha varato un nuovo decreto Pnrr. Ciò proprio con il fine di agevolare il completamento dei target finali previsti e dei progetti ancora in corso.

In questo contesto non semplice non si deve dimenticare – come ribadito dallo stesso esecutivo – il rischio di “reversal”. Vale a dire la possibilità che adempimenti già conclusi e valutati positivamente possano essere riesaminati se successivamente dovessero sopraggiungere cambiamenti che ne inficiano la tenuta. In questi casi l’Italia potrebbe essere chiamata a restituire risorse già erogate. Per tutti questi motivi è molto importante proseguire nel monitoraggio del piano.

Lo stato dell’arte: scadenze, progetti, spesa

Secondo l’esecutivo, con il conseguimento delle scadenze legate alla settima e ottava rata, risultano completati 366 fra milestone e target. Si tratta del 64% rispetto al totale delle scadenze previste dal piano. Le risorse già incassate dall’Italia ammontano a 153,2 miliardi di euro, pari a circa il 79% dei 194,4 miliardi complessivi assegnati.

Per quanto riguarda gli interventi finanziati, i progetti che risultano attivi sono oltre 550mila. Tale numero è più che raddoppiato rispetto all’inizio dell’anno. L’esecutivo attribuisce questo incremento principalmente al progressivo completamento da parte dei soggetti attuatori delle attività di registrazione e aggiornamento delle opere in corso. I progetti conclusi risultano essere circa 384mila. A questi se ne aggiungono circa 32mila in fase di completamento.

24,4% i progetti Pnrr in corso e ancora lontani dalla conclusione.

Sebbene tale percentuale possa apparire tutto sommato contenuta, è doveroso ricordare che ci troviamo ormai a pochi mesi dalla conclusione del piano e che tutte le opere dovrebbero essere ormai in dirittura d’arrivo. Considerando, peraltro, che molti progetti sono stati tagliati dal piano proprio per il rischio che non si concludessero in tempo. Inoltre la relazione governativa omette di fornire il dato sul valore complessivo dei progetti conclusi e di quelli ancora in corso. Come avevamo evidenziato in un precedente approfondimento, tendenzialmente sono proprio le opere che cubano più risorse, e quindi anche più complesse, ad essere più indietro rispetto alla tabella di marcia.

Infine, per quanto riguarda la spesa già sostenuta, a novembre 2025 ammontava a circa 101,3 miliardi di euro. Si tratta di poco più del 52% delle risorse complessive del Pnrr. Sebbene la spesa non sia un indicatore significativo ai fini della rendicontazione del piano, si tratta comunque di un dato utile per valutare lo stato di avanzamento degli interventi.

Va inoltre ricordato che a seguito della sesta revisione – che approfondiremo nei prossimi paragrafi – diverse risorse sono state dirottate su strumenti finanziari. Per queste cosiddette facility sarà sufficiente assumere impegni giuridicamente vincolanti entro il 2026. La realizzazione concreta degli interventi selezionati invece potrà avvenire anche successivamente. Si tratta di una delle soluzioni che la Commissione europea aveva suggerito agli stati in difficoltà nell’attuazione del proprio Pnrr per non rischiare di perdere una parte delle risorse.

Com’è cambiato il Pnrr con l’ultima revisione

Tra il 2023 e il 2025 l’Italia ha inviato a Bruxelles 6 diverse richieste di modifica del proprio Pnrr. Una dinamica che evidenzia chiaramente tutte le difficoltà che il nostro paese ha incontrato nella realizzazione del piano. Difficoltà solo in parte attribuibili a fattori esterni come l’inflazione, l’aumento del costo di materie prime ed energia o l’invasione dell’Ucraina.

Tuttavia quasi tutti i paesi europei hanno incontrato i medesimi ostacoli. Per questo motivo la Commissione europea, con la comunicazione NextGenerationEU – La strada verso il 2026, ha invitato gli stati a rivedere i propri piani per garantire il completamento degli interventi senza proroghe. È in questo contesto che si inserisce la sesta e ultima richiesta di modifica presentata dall’Italia.

Il governo ha scelto di mantenere invariata la dotazione finanziaria complessiva ma è intervenuto su ben 173 misure. Si è proceduto con una generale opera di semplificazione delle descrizioni con l’obiettivo di ridurre l’onere amministrativo legato alla valutazione del conseguimento di milestone e target. Laddove possibile inoltre c’è stata una definizione più puntuale degli elementi probatori utilizzati per la verifica del raggiungimento degli obiettivi.

All’interno di questo quadro generale, per 83 misure la revisione ha comportato esclusivamente interventi di semplificazione, senza modificare né gli obiettivi di politica pubblica né le dotazioni finanziarie. Per un altro gruppo di misure, invece, la revisione ha avuto una natura più sostanziale. In 52 casi, oltre agli interventi di semplificazione, si è provveduto a individuare modalità alternative e più efficaci per il conseguimento degli obiettivi, talvolta accompagnate da una rimodulazione delle risorse finanziarie. Infine, per alcune misure si è reso necessario un ridimensionamento dei target, motivato da circostanze oggettive emerse durante l’attuazione.

52 le misure del Pnrr modificate in maniera sostanziale con l’ultima revisione.

Dal punto di vista finanziario, queste scelte si sono tradotte in una rimodulazione complessiva di 13,4 miliardi di euro. In particolare, alcuni investimenti hanno visto un parziale definanziamento in virtù di una domanda inferiore alle attese o di difficoltà strutturali nella realizzazione degli interventi. Tali risorse sono state riallocate su 7 misure già esistenti che hanno dimostrato una maggiore capacità di assorbimento e su 8 di nuova introduzione.

Tra le misure depotenziate in maniera più consistente possiamo citare Transizione 5.0 (-3,8 miliardi), comunità energetiche (- 1,4 miliardi), misure contro il rischio di alluvioni e idrogeologico (-910 milioni) e politiche attive del lavoro (-876 milioni). Per quanto riguarda gli investimenti con incremento di risorse invece da segnalare Transizione 4.0 (+4,7 miliardi), fondo rotativo dei contratti di filiera (+2 miliardi) e la riforma riguardante la gestione delle infrastrutture ferroviarie (+1,2 miliardi).

Le rimodulazioni finanziarie sono giustificate da ridimensionamento obiettivi o alternative migliori. Nei casi in cui vi è stato un accorpamento di misure e una riduzione netta delle risorse attribuite, è stato fatto riferimento alla rimodulazione della misura risultante dall’accorpamento.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati governo
(ultimo aggiornamento: lunedì 22 Dicembre 2025)



Un elemento rilevante è il già citato ricorso crescente agli strumenti finanziari. Questa soluzione ha riguardato diverse misure nei settori dell’energia, delle infrastrutture idriche, dell’agroalimentare, dell’housing universitario e del sostegno agli investimenti privati.

23,5 mld € le risorse del Pnrr che saranno gestite tramite strumenti finanziari (con possibilità di completare le opere anche dopo il 2026).

La riprogrammazione di milestone e target

Con l’ultima proposta revisione il governo è intervento anche sulla programmazione di milestone e target. Il numero totale di scadenze è infatti passato da 614 a 575, una diminuzione che deriva soprattutto da semplificazioni e accorpamenti di obiettivi simili e dall’eliminazione di alcuni target intermedi considerati non essenziali per le ultime richieste di pagamento.

Il riequilibrio ha riguardato in particolare le scadenze collegate alle ultime tre rate. Per queste, gli obiettivi complessivi da raggiungere sono passati da 284 a 241. Con tale nuova impostazione l’ottava rata risulta ora composta da 32 scadenze anziché 40, la nona da 50 (-17) e la decima da 159 (-18).

In alcuni casi gli obiettivi sono stati anticipati o semplificati, perché già sostanzialmente raggiunti o in fase avanzata. In altri sono stati ripensati o posticipati alla luce di ritardi oggettivi. C’è stata poi l’introduzione di nuovi target finali per definire in maniera più puntuale gli obiettivi da raggiungere. Da ricordare che l’Italia ha già ottenuto i fondi relativi all’ottava rata e ha inviato la nona richiesta di pagamento lo scorso dicembre.

Nel grafico sono rappresentate solo le scadenze di rilevanza europea, vale a dire i milestone e i target presi in considerazione dalla Commissione europea per valutare lo stato di attuazione del Pnrr.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Governo e Italia domani
(ultimo aggiornamento: mercoledì 22 Gennaio 2025)


Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Oltre agli articoli di approfondimento sullo stato di attuazione e sulle misure presenti nel piano, mettiamo a disposizione anche la piattaforma openpnrr.it che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

Finanziato dall’Unione europea. Le opinioni espresse appartengono tuttavia al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Unione europea o della Commissione europea (amministrazione erogatrice). Né l’Unione europea né l’amministrazione erogatrice possono esserne ritenute responsabili.

Foto: Guillaume Périgois (licenza)

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Il profondo divario tra nord e sud sulle mense scolastiche https://www.openpolis.it/il-profondo-divario-tra-nord-e-sud-sulle-mense-scolastiche/ Tue, 03 Feb 2026 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305464 In un edificio scolastico statale su tre, in media, c'è una mensa. Ma se in Valle d’Aosta oltre il 70% dei plessi ne ha, in Sicilia questa soglia non raggiunge neanche il 15%. Differenze territoriali che rallentano il contrasto alla povertà alimentare tra i minori.

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Le mense rappresentano un elemento importante nelle scuole. Migliorano la qualità dell’offerta scolastica, garantiscono pasti equilibrati in contrasto alla povertà alimentare, facilitano la socialità e permettono di seguire lezioni nel pomeriggio.

Tuttavia le mense sono presenti in poco più di un terzo degli edifici scolastici statali del paese, con differenze territoriali molto marcate tra nord e sud. Se infatti oltre il 70% delle scuole in Valle d’Aosta possiede una mensa, quest’ultima è presente in meno del 15% dei plessi scolastici siciliani.

Le mense aiutano la socialità e garantiscono pasti adeguati e bilanciati.

Poter usufruire di una mensa è infatti spesso fondamentale per il proseguo delle lezioni nel pomeriggio, permettendo la normale frequenza delle attività educative e venendo anche incontro alle alle esigenze dei genitori che lavorano. Ma anche il momento stesso del pasto ha un’importanza cruciale per ragazze e ragazzi. Dal momento che viene effettuato in uno spazio condiviso, si creano possibilità di connessione e socializzazione al di fuori dell’orario prettamente scolastico.

Inoltre, viene garantito un pasto adeguato a livello di porzioni e di bilanciamento dei macronutrienti almeno una volta al giorno, un elemento da non sottovalutare per famiglie in condizione di fragilità economica e sociale. Il pranzo diventa infine un momento dove è anche possibile imparare come si compone un’alimentazione corretta all’interno di uno stile di vita salutare.

Le mense scolastiche presidio contro la povertà alimentare

La povertà alimentare è un fenomeno difficile da definire. Se nei paesi in via di sviluppo è prettamente legata alla disponibilità di cibo e alla sua diretta accessibilità, nelle economie occidentali è una questione che si lega a molti altri aspetti. Come evidenziato nella letteratura sull’argomento, si lega al tema del cosiddetto “paradosso della scarsità dell’abbondanza” (Campiglio e Rovati, 2009): nonostante la presenza di alimenti, l’accesso a risorse adeguate al proprio sostentamento è impossibile per alcune fasce della popolazione.

A prescindere dal contesto, la corretta alimentazione non è soltanto legata a un adeguato apporto calorico: bisogna anche considerare la disponibilità dei diversi macronutrenti e la possibilità di avere del cibo di qualità e seguire diete salutari sin dai primi anni di età, elementi cruciali nell’evitare l’insorgenza di malattie croniche nel tempo.

Beyond adequate calories intake, proper nutrition has other dimensions that deserve attention, including micronutrient availability and healthy diets. Inadequate micronutrient intake of mothers and infants can have long-term developmental impacts. Unhealthy diets and lifestyles are closely linked to the growing incidence of non communicable diseases in both developed and developing countries.

Si tende quindi a considerare in senso più ampio l’esposizione alla malnutrizione, che oltre alle condizioni di carenza (denutrizione) include anche situazioni legate al sovrappeso e all’obesità e squilibri di elementi necessari per le funzioni vitali. Chiaramente, la povertà alimentare e le situazioni di malnutrizione incidono ancora di più su bambini e ragazzi che stanno attraversando l’età dello sviluppo, per cui ci sono raccomandazioni specifiche.

La povertà alimentare non riguarda soltanto il mero apporto calorico.

In questo contesto, un’indicazione utile per comprendere il quadro italiano è la possibilità delle famiglie di mangiare carne o pesce ogni due giorni. Nel 2024, 11 famiglie ogni 100 dichiarano delle difficoltà nel potersi permettere un pasto proteico. Tra le tipologie familiari che mostrano le maggiori difficoltà spicca la famiglia monogenitoriale con almeno un figlio minore (13,4%). Concentrandosi più nello specifico sulla condizione minorile, i dati del 2019 mostrano dei divari tra le regioni italiane. Come abbiamo approfondito in passato, in Italia il 2,8% dei minori non riesce a consumare un pasto proteico al giorno. Si tratta di numeri che tendono ad incrementare nelle regioni del sud, con incidenze maggiori in Sicilia (8,4%), Campania (5,4%) e Basilicata (4,9%).

Questo dato va interpretato alla luce della complessità del fenomeno. Possono infatti incidere situazioni di indigenza economica ma anche educazione alimentare e facilità ad accesso a specifici servizi. In questo quadro, le mense scolastiche rivestono un valore essenziale, sottolineato spesso nelle relazioni e negli interventi del garante dell’infanzia.

Povertà educativa e marginalità si combattono inoltre garantendo pari opportunità di accesso a tempo pieno e mense scolastiche.

Abbiamo dunque analizzato i dati della presenza delle mense scolastiche all’interno degli edifici scolastici statali per l’anno scolastico 2024-2025 rilasciati dal ministero dell’istruzione e del merito su cadenza annuale per capire come si distribuisce il servizio sul territorio nazionale.

Come si distribuiscono le mense sul territorio italiano

In Italia sono presenti 39.351 edifici che comprendono scuole statali. Di questi, 14.362 riportano la presenza di uno spazio adibito alla mensa.

36,5% gli edifici scolastici in cui si dichiara la presenza di una mensa (anno scolastico 2024-2025).

Si tratta però di un dato che nasconde profonde differenze territoriali tra l’area del centro-nord e il mezzogiorno. I contesti dove l’incidenza è più alta sono la zona del nord-ovest (50,8% degli edifici), centro (41,6%) e nord-est (38,3%). Più bassi invece i dati del sud (24,1%) e le isole (22,3%). Tra il valore maggiore e quello minore ci sono circa 30 punti percentuali di differenza. Un divario che risulta ancora più evidente se si analizzano i dati a livello regionale.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati ministero dell’istruzione e del merito
(consultati: venerdì 9 Gennaio 2026)


Sono 12 le regioni che superano la media italiana per incidenza di edifici scolastici per cui viene dichiarata la presenza dello spazio mensa. Di queste, solo una si trova nel mezzogiorno: è la Sardegna che con il 37,3% supera la percentuale italiana di poco meno di un punto percentuale. Le regioni che invece riportano valori inferiori a quello nazionale si trovano tutte nel mezzogiorno ad eccezione del Lazio.

La regione italiana con la percentuale maggiore è la Valle d’Aosta (71,9%) a cui seguono Piemonte (62,6%), Liguria (59,5%) e Toscana (59,1%). Quelle con i valori minori sono Lazio (25,3%), Calabria (22,5%), Campania (18,1%) e Sicilia (14,4%).

A livello provinciale, 53 province su 107 registrano valori superiori alla media nazionale (il 49,5%). Di queste, solo Potenza, Nuoro, Sassari e Cagliari si trovano nell’area del mezzogiorno. I territori con le incidenze più alte sono Valle d’Aosta (71,9%), Imperia (68,3%), Biella (67,6%) e Vercelli (66,2%). Sono invece più basse a Trapani (12,6%), Catania (8%), Napoli (7,7%) e Ragusa (3,7%).

L’indicatore misura il rapporto percentuale tra gli edifici scolastici statali per cui è dichiarata la dotazione della mensa e il totale degli edifici scolastici statali. Non sono disponibili dati per il Trentino-Alto Adige. I dati, pubblicati sul portale open data del ministero dell’istruzione, sono forniti dagli enti locali proprietari o gestori degli edifici adibiti ad uso scolastico. In rosso sono visualizzati i comuni che riportano un’incidenza inferiore alla media nazionale (36,5%), in blu superiore.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati ministero dell’istruzione e del merito
(consultati: venerdì 9 Gennaio 2026)


Il 47,8% dei capoluoghi italiani riporta dei valori superiori all’incidenza italiana. Anche per questo anno scolastico la percentuale maggiore si registra ad Alessandria, nel Piemonte. Dei 43 edifici scolastici presenti, 33 registrano la presenza di mense (76,7%). Seguono Carrara (71,1%), Como (68,5%) e Monza (64,4%). Come per le province, la maggior parte dei capoluoghi che supera la media nazionale si trova nel centro-nord.

Da notare però che alcuni comuni di grandi dimensioni come Napoli, Catania e Palermo riportino delle percentuali anomale inferiori al 10%. Questi dati sono forniti dagli enti proprietari di ogni singola struttura al ministero dell’istruzione e del merito per cui è possibile che ci possano essere dei discostamenti rispetto alla situazione effettiva. Nonostante questa puntualizzazione, è comunque chiaro che il mezzogiorno appare essere l’area più caratterizzata dalla minore incidenza di edifici scolastici con le mense. Rispetto quindi al ruolo della refezione, questo divario ha un impatto notevole sull’esperienza educativa dei minori.

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Foto: freepik (licenza)

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Al “Bafile” dell’Aquila il primo Cosmic Rays Cube è realtà https://www.openpolis.it/al-bafile-dellaquila-il-primo-cosmic-rays-cube-e-realta/ Tue, 27 Jan 2026 16:54:33 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305819 È stato costruito il primo rivelatore di raggi cosmici nell’ambito dei laboratori di Cosmic School. Docenti, ragazzi e ragazze hanno espresso soddisfazione per aver realizzato un lavoro pratico ad alta valenza scientifica e tecnologica.

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È tanto l’entusiasmo respirato la scorsa settimana al liceo “A. Bafile” dell’Aquila per le due giornate di costruzione del Cosmic Rays Cube (CRC), tra gli obiettivi principali di Cosmic School.

Nel liceo aquilano – uno dei 13 istituti scolastici partecipanti al progetto – due classi hanno avviato la costruzione di un vero e proprio rivelatore di raggi cosmici, insieme ai docenti, sotto la guida di Attanasio Candela di Gran Sasso Tech (partner di Cosmic School). Nel corso delle attività laboratoriali i ragazzi e le ragazze hanno ricevuto anche la visita di Giuliano Bocchia, dell’Ufficio scolastico regionale per l’Abruzzo.

Si è trattato della prima costruzione del CRC in Cosmic School, ma non l’ultima. Già questa settimana, infatti, si procederà con la stessa attività nel liceo “V. Pollione” di Avezzano (L’Aquila) e poi a seguire in tutte le altre scuole partner.

Nel dettaglio le classi del Bafile si sono alternate nei pomeriggi del 19 e 20 gennaio. La prima ha assemblato i 4 piani del telescopio, realizzando con grande impegno l’accoppiamento dello scintillatore plastico ai Silicon Photo Multiplier, vale a dire particolari sensori di luce in grado di convertirla in segnale elettrico.

Il giorno successivo i ragazzi e le ragazze di Cosmic School hanno affrontato le delicate operazioni di saldatura necessarie al collegamento dell’elettronica. Sono stati poi fissati e ottimizzati i parametri di funzionamento del telescopio, grazie all’uso di strumentazione complessa come oscilloscopi, multimetri, counter.

Gli studenti e i docenti hanno mostrato la loro soddisfazione, nella costruzione di un dispositivo di alta valenza scientifica e tecnologica. Le attività proseguiranno fino a fine anno scolastico, con la rilevazione dei dati e con gli altri laboratori previsti nell’ambito del progetto.

Cosmic School è un percorso educativo volto ad avvicinare studenti e studentesse alle materie STEM (acronimo di Science, Technology, Engineering e Mathematics), selezionato e sostenuto dal Fondo per la Repubblica Digitale Impresa sociale e frutto di un partenariato che vede insieme e in stretta collaborazione Fondazione Openpolis, Gran Sasso Science Institute, Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Gran Sasso Tech e Ufficio Scolastico Regionale per l’Abruzzo.

Il progetto vede protagonisti circa 1.800 giovani che frequentano quasi 90 classi in scuole in Abruzzo (a L’Aquila, Pescara, Teramo, Avezzano, Sulmona, Vasto, Lanciano, Giulianova e Nereto), Campania (Pompei) e Basilicata (Potenza).

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