rifugiati Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/rifugiati/ Fri, 20 Jun 2025 10:37:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 L’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati in Italia https://www.openpolis.it/laccoglienza-dei-minori-stranieri-non-accompagnati-in-italia/ Tue, 17 Jun 2025 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=300803 Nel paese sono più di 16mila. Il rapido avvio di un percorso scolastico può rappresentare un passaggio fondamentale per la loro inclusione. Un approfondimento, in occasione della giornata mondiale dei profughi.

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Il prossimo 20 giugno sarà celebrata la 24esima giornata mondiale dei profughi (World Refugees Day), istituita dalle Nazioni unite per accendere i riflettori sul tema. Tra i migranti che arrivano in Italia, spesso dopo viaggi drammatici, molti hanno ancora la minore età. La maggior parte di loro fa ingresso nel paese senza familiari adulti.

Nonostante un trend in diminuzione, i minori stranieri non accompagnati (Msna) nel nostro paese sono migliaia. L’assenza di un sostegno genitoriale o comunque di figure di riferimento rende questi bambini e bambine particolarmente vulnerabili. Condizione che richiede tutele speciali affinché si possa realizzare un percorso di accoglienza e integrazione rispettoso dei loro diritti.

Essere accolti con modalità specifiche per rispondere alle loro esigenze è una precondizione essenziale ma non sufficiente. Occorre infatti avviare il più in fretta possibile un processo efficace di integrazione. Da questo punto di vista l’inizio di un percorso scolastico può costituire un passaggio molto importante.

16.274 i minori stranieri non accompagnati (Msna) presenti in Italia al 30 aprile 2025.

La scuola rappresenta infatti molto più di un luogo dove imparare: è uno spazio di socialità, sicurezza e costruzione del futuro. Inserirsi rapidamente in un contesto scolastico aiuta questi ragazzi e ragazze a trovare un senso di normalità, a creare relazioni stabili e a sviluppare competenze fondamentali. A partire dalla conoscenza della lingua. Questo percorso può contribuire anche a far sì che questi giovani non finiscano vittime della criminalità organizzata.

Abbiamo approfondito come stia cambiando il numero dei minori stranieri non accompagnati nel nostro paese, anche alla luce di guerre e crisi internazionali in corso. Anche per capire come sta procedendo l’accoglienza nei diversi territori.

Quanti sono i minori stranieri non accompagnati in Italia

Secondo i dati messi a disposizione dal ministero del lavoro e delle politiche sociali, alla fine di aprile 2025, erano 16.274 i minori stranieri non accompagnati presenti nel nostro paese. Un dato nettamente inferiore rispetto a quello registrato nello stesso periodo nell’anno precedente. In generale la tendenza è quella di una diminuzione dei Msna presenti in Italia. Per quanto il numero rimanga comunque consistente, dal novembre 2023 in cui si è raggiunto il picco di 24.215 minori presenti, il dato è sempre andato calando.

-7.941 i Msna in meno in Italia tra 2023 e 2025.

La nazionalità più rappresentata tra i Msna si conferma essere quella egiziana, con 3.646 minori pari al 22,4% del totale. Seguono i minori di origine ucraina (3.328 pari al 20,5%) e quelli provenienti dal Gambia (1.652 pari al 10,2%). Altre nazionalità particolarmente rappresentate sono quella tunisina (10,2%), guineana (6,9%), ivoriana (4,5%) e bangladese (4,1%).

Con riferimento alla fascia d’età, possiamo osservare che il 54,14% dei minori presenti risulta avere 17 anni, il 22% circa ne ha 16 mente nel 14,2% dei casi i Msna rientrano nella fascia di età compresa tra i 7 e i 14 anni. Da notare che tra i minori presenti di 16 e 17 anni oltre il 90% è rappresentato da maschi. Ciò probabilmente è dovuto al fatto che molti di questi ragazzi si mettono in viaggio con l’idea di cercare un lavoro e contribuire così al mantenimento della propria famiglia nel paese d’origine. Viceversa, si nota un riallineamento tra i generi al diminuire dell’età. Nella fascia 0-6 anni infatti, alla data della rilevazione, risultava il 50,2% di maschi e il 49,8% di femmine.

Anche alla luce di queste considerazioni e dell’instabilità geopolitica presente nelle diverse aree del mondo, diventa cruciale monitorare la condizione di questi minori, a partire dalle tutele che vengono previste e dall’avvio dei percorsi di inclusione che vedono nel mondo della scuola un passaggio fondamentale.

I Msna e l’inserimento nel contesto scolastico italiano

L’avvio di un percorso scolastico di qualità rappresenta uno degli elementi fondamentali per attivare un reale processo di inclusione dei Msna. Tuttavia questo non sempre avviene. Ciò, come detto anche nel paragrafo precedente, è in parte dovuto alle aspettative dei minori stessi, specie quelli più vicini alla maggiore età. L’obiettivo principale in questi casi è quello di iniziare un’attività lavorativa o di raggiungere un paese terzo che offra magari opportunità anche maggiori di ottenere un sostentamento per sé e per la famiglia nel paese d’origine.

Tuttavia, anche nei casi in cui c’è la volontà del minore di frequentare la scuola, l’avvio del percorso non sempre è immediato. Da questo punto di vista, alcuni dati significativi sono forniti dall’Unicef che dal 2017, attraverso la piattaforma U-Report On The Move, si propone di dare voce ai Msna, raccogliendo le loro esperienze e permettendo loro di partecipare attivamente alle discussioni su questioni che li riguardano.

In base a un sondaggio effettuato nel maggio del 2024 è emerso che il 27% degli intervistati ha dovuto attendere oltre 5 mesi prima di potersi iscrivere a scuola. Un altro 14% ha invece affermato di essere ancora in attesa di poter iniziare il proprio percorso scolastico mentre nel 25% dei casi il periodo di attesa per l’inserimento scolastico è stato compreso tra i 2 e i 5 mesi. Per un altro 25% del campione invece l’attesa è stata inferiore ai 2 mesi.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati U-Report On The Move.
(pubblicati: venerdì 31 Maggio 2024)

Tra le motivazioni principali di questa attesa, evidenziata dai minori ma segnalata anche in un report del Comitato Schengen, vi sono da un lato le lungaggini burocratiche necessarie per l’ottenimento di tutta la documentazione richiesta ma anche il fatto che gli istituti scolastici non hanno effettivamente posto per accogliere altri bambini e ragazzi, soprattutto ad anno scolastico iniziato.

La tempestiva inclusione dei minori stranieri nel percorso di accoglienza e di inserimento educativo e sociale è pertanto essenziale – come evidenziato nel corso delle audizioni – per prevenire e impedire il loro ingresso nel circuito criminale. Sulla base dell’analisi delle statistiche è stato infatti osservato che all’insuccesso degli interventi di accoglienza e assistenza dei minori, sia per carenza di strutture, sia per la mancata adesione al progetto educativo da parte del minore, corrisponde il tendenziale ingresso del minore nel circuito della criminalità.

Altro elemento di criticità è rappresentato dal fatto che nella maggior parte dei casi i Msna non vengono inseriti nel contesto scolastico insieme ai coetanei. Secondo il rapporto sulla rete Sai del ministero dell’interno e dell’Anci infatti, l’inserimento scolastico dei Msna con coetanei avviene raramente (44%) se non addirittura mai (28%). La difficoltà di inserire i ragazzi in classi corrispondenti alla loro età è un altro elemento che può contribuire alla mancata integrazione dei minori stranieri. 

L’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati nei territori

Vista la vulnerabilità dei Msna si rendono necessarie alcune tutele ulteriori nell’ambito del sistema di accoglienza. Ad esempio l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni unite che si occupa dei rifugiati, nel 2024 aveva sottolineato come sarebbe auspicabile che bambine e bambini, ragazze e ragazzi fossero inseriti in un contesto familiare piuttosto che all’interno dei centri di accoglienza.

Purtroppo ad oggi questo avviene per meno di un quinto dei Msna. In base all’ultimo rapporto semestrale a cura del ministero del lavoro, solo il 20% dei minori stranieri non accompagnati presenti in Italia al 31 dicembre 2024 risultava collocato presso un soggetto privato.

20% dei Msna è accolto presso un soggetto privato al 31 dicembre 2024.

Da notare come la maggior parte dei minori accolti in ambito familiare risulti provenire dall’Ucraina (78% dei casi). Di questi, il 66% è accolto da propri familiari residenti in Italia, mentre il restante 34% da famiglie senza vincolo di parentela.

Il restante 80% invece è ospite in strutture dedicate all’accoglienza. Tra questi Msna il 16% si trova in strutture di prima accoglienza, necessarie nelle prime fasi ma inadeguate per un percorso di integrazione. Mentre il 63% è collocato nella seconda accoglienza, quella rivolta all’inclusione del minore. Parliamo dei centri della rete Sai – Sistema di accoglienza e integrazione.

Andando a vedere più nel dettaglio come si distribuiscono sul territorio nazionale i Msna accolti nelle strutture, possiamo osservare che questi bambini e bambine, ragazzi e ragazze sono ospitati principalmente in 4 regioni. Si tratta di Sicilia (3.292), Lombardia (2.192), Campania (1.355) ed Emilia Romagna (1.351). A prima vista potrebbe quindi sembrare che la distribuzione dei Msna sia relativamente omogenea. Tuttavia, andando a scomporre i dati a livello territoriale possiamo osservare una situazione diversa. I dati disponibili ci consentono di spingere l’analisi fino al livello provinciale. Da questo punto di vista è la città metropolitana di Milano ad ospitare il maggior numero di Msna sul proprio territorio (963). Seguono Agrigento (899) e Roma (582).

Molti Msna si concentrano nelle province siciliane, contribuendo a dare l’impressione di un sistema di accoglienza in difficoltà.

Com’è abbastanza evidente anche dalla mappa, molti bambine e stranieri non accompagnati si concentrano nelle principali aree urbane del paese. Tuttavia si registra un forte carico sulla Sicilia. Troviamo infatti altre 2 province (più precisamente un libero consorzio comunale e una città metropolitana) tra i territori che ospitano il maggior numero di Msna. Si tratta di Trapani (561) e Catania (509). Superano i 200 minori ospitati anche Messina (362), Palermo (265), Ragusa (230) e Siracusa (218). Tutte aree che rientrano tra le prime 20 per numero di bambini e ragazzi ospitati.

L’analisi prende in considerazione i minori presenti sul territorio nazionale che, in fase di elaborazione del report, risultano accolti presso un’ente/struttura nel territorio italiano.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati ministero del lavoro e delle politiche sociali
(ultimo aggiornamento: mercoledì 30 Aprile 2025)

Essendo la Sicilia uno dei principali territori di arrivo, la concentrazione di molte bambine e bambini in questa regione sembrerebbe segnalare la centralità della prima accoglienza nei percorsi di integrazione. Un tassello sicuramente fondamentale, ma che deve accompagnarsi a meccanismi di lungo periodo per l’inclusione del minore, anche attraverso il ruolo fondamentale della scuola.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati sui Msna presenti in Italia sono di fonte ministero del lavoro e delle politiche sociali.

Foto: Jimmy Jiménez (licenza)

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I diritti di cittadinanza e le ambiguità del dibattito referendario https://www.openpolis.it/i-diritti-di-cittadinanza-e-le-ambiguita-del-dibattito-referendario/ Wed, 04 Jun 2025 07:49:50 +0000 https://www.openpolis.it/?p=301330 Circa 200mila persone di origini extra-comunitarie ogni anno ottengono la cittadinanza italiana. Ma le strumentalizzazioni sulle migrazioni si innestano impropriamente su un tema che dovrebbe riguardare diritti importanti, soprattutto per i minori.

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Ottenere la cittadinanza vuol dire acquisire diritti, indispensabili per il contrasto all’esclusione sociale. Il referendum del prossimo fine settimana è diventato tuttavia un terreno di scontro e di propaganda politica, dove il dibattito sul fenomeno migratorio si intreccia in modo spesso improprio (e superficiale) con il tema della cittadinanza. Quello che emerge dai dati, infatti, dipinge con caratteri diversi e più profondi la questione.

L’8 e il 9 giugno i cittadini e le cittadine italiane saranno chiamati a esprimersi su cinque referendum abrogativi. Uno di questi si intitola appunto «Cittadinanza italiana: dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza
italiana
».

Volete voi abrogare l’articolo 9, comma 1, lettera b), limitatamente alle parole “adottato da cittadino italiano” e “successivamente alla adozione”; nonché la lettera f), recante la seguente disposizione: “f) allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica.”, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante “Nuove norme sulla cittadinanza”?

Fino alla legge del 1992 erano cinque gli anni di residenza continuativa richiesti per l’acquisizione della cittadinanza. Le organizzazioni che hanno proposto il referendum chiedono di tornare a quella soglia, considerata più in linea con le caratteristiche della società odierna, oltre che con le norme di altri paesi europei. Nazioni come Germania, Francia e Paesi Bassi, infatti, hanno fissato la soglia dei cinque anni.

5,4 mln di persone con cittadinanza straniera, residenti in Italia al 1 gennaio 2025.

L’Istat non fornisce dati puntuali rispetto alla durata della residenza delle persone straniere nel paese. Secondo il comitato per il sì al referendum, tuttavia, a beneficiare del referendum, in caso di vittoria, potrebbero essere circa 2,5 milioni di persone, compresi i figli minori che acquisirebbero automaticamente la cittadinanza perché ottenuta dai genitori.

Come si acquisisce la cittadinanza

Oggi la cittadinanza si ottiene in diversi modi. I principali sono la naturalizzazione – ossia la residenza in Italia – il matrimonio o il diritto di nascita.

Per quanto riguarda la naturalizzazione, oggetto del quesito referendario, come abbiamo già detto le persone extracomunitarie possono richiederla se residenti continuativamente in Italia da 10 anni. Per i rifugiati e gli apolidi questo limite si abbassa a 5 anni, per chi è comunitario a 4.

Ci sono diversi modi per richiedere la cittadinanza.

Il diritto si può acquisire anche dopo due anni di residenza legale in Italia dal matrimonio con un italiano o italiana.

C’è poi lo ius sanguinis, ossia il diritto a essere cittadini italiani alla nascita se almeno uno dei due genitori lo è.

Infine è previsto anche il cosiddetto “ius soli temperato“, ossia la possibilità di richiedere il documento al compimento dei 18 anni, se si è nati in Italia da genitori stranieri. In realtà, fino a poco tempo fa, questo principio era valido per discendenza senza limiti generazionali. Il decreto legge 36/2025, convertito in legge dalle camere nel maggio scorso, ha posto un limite fino alla seconda generazione (nonno o nonna italiana) secondo la quale si può richiedere la cittadinanza con questa modalità.

L’abbassamento della soglia della cittadinanza per naturalizzazione, dunque, può a cascata incidere anche sullo ius sanguinis, in quanto un neonato può avere subito cittadinanza se un genitore ce l’ha.

Una volta inoltrata la domanda, la pubblica amministrazione può metterci anche tre anni per valutarla.

È bene evidenziare che la richiesta non si traduce automaticamente in cittadinanza, almeno per quanto riguarda la naturalizzazione o l’acquisizione per matrimonio. Ci sono requisiti abbastanza stringenti per l’ottenimento del documento: dalle certificazioni di lingua italiana alla condizione economica e reddituale, fino all’assenza di precedenti penali gravi. Inoltre, i tempi che la pubblica amministrazione si riserva per la valutazione della domanda possono arrivare fino a tre anni dalla richiesta. In altre parole, possono trascorrere anche 13 anni da quando il richiedente è arrivato in Italia.

La strumentalizzazione del tema

Nel 2023, l’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati Istat, le acquisizioni di cittadinanza sono state circa 213mila, un numero molto simile all’anno precedente. Di queste la stragrande maggioranza sono state ottenute da cittadini provenienti da paesi extra-comunitari. Parliamo di 196mila persone, pari al 91,8% del totale.

196.040 persone precedentemente extra-comunitarie che hanno ottenuto la cittadinanza italiana nel 2023.

Se indaghiamo i paesi di provenienza di queste quasi 200mila persone notiamo che circa la metà (più di 88mila, circa il 45% del totale) provengono da soli quattro paesi: Albania, Marocco, Argentina e Brasile.

Se le prime due nazioni hanno una ormai radicata immigrazione in Italia, al contrario l’Argentina e il Brasile nel Novecento hanno visto una forte emigrazione di italiani. Per questo le motivazioni per l’acquisizione della cittadinanza sono diverse. Le persone di origine albanese, per esempio, diventano in molti casi cittadini italiani in base alla residenza, argentini e brasiliani principalmente perché figli o discendenti di italiani. Su quest’ultima casistica influirà, nei prossimi anni, il citato limite della discendenza fino alla seconda generazione, che come abbiamo accennato precedentemente è stato introdotto di recente.

A guardare i dati, insomma, sembra che il dibattito in queste settimane sia inquinato dalla polarizzazione politica sul fenomeno migratorio, che tuttavia sembra essere solo in parte attinente al tema.

La cittadinanza, infatti, non riguarda infatti i richiedenti asilo, ossia quella categoria di persone percepita dalla popolazione come “migranti”, a maggior ragione se si intendono quei migranti provenienti dai paesi dell’Africa sub-sahariana.

La maggioranza di questi ultimi, infatti, non solo ha tempi di residenza brevi (essendo il fenomeno relativamente recente), ma spesso viene cancellata per brevi o lunghi periodi dalle liste di anagrafe comunale. Questo fatto, che accade principalmente per via della precarietà lavorativa e socio-economica, porta alla perdita di uno dei requisiti fondamentali per la richiesta di cittadinanza: la continuità della residenza.

Il grafico considera i primi dieci paesi di provenienza di chi ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2023. Possono essere diverse le modalità di ottenimento, sintetizzate da Istat in tre principali categorie: l’acquisizione per residenza, quella per matrimonio con un cittadino o una cittadina italiana e “altro”. Quest’ultima categoria comprende le acquisizioni di cittadinanza dei minori ottenute per trasmissione del diritto da parte di genitori divenuti italiani, dei neo-maggiorenni nati e residenti in Italia che scelgono di diventare italiani al compimento del 18esimo anno di età e coloro che l’acquisiscono per ius sanguinis, ovvero in quanto figli o discendenti di cittadini italiani.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Istat

La cittadinanza come fattore di equilibrio

Ottenere la cittadinanza italiana non ha solo un valore simbolico o legato al sentirsi parte di una comunità. Per una persona che già da anni vive nel paese significa acquisire più diritti, e quindi rafforzare quelle prerogative sociali indispensabili per il contrasto all’esclusione e alla marginalità.

Con la cittadinanza si ottengono diritti familiari, sociali e politici.

Nello specifico, si possono ottenere diritti politici (dal voto alle elezioni politiche fino all’eleggibilità per le cariche pubbliche), l’accesso automatico alla cittadinanza dell’Ue, con lo “sblocco” di altri diritti, come la libera circolazione negli altri paesi dell’Unione. Chi diventa cittadino italiano ha anche più diritti sociali, come l’eliminazione di restrizioni per l’ottenimento di un alloggio pubblico o la possibilità di partecipare ai concorsi lavorativi.

Su tutti, però, sono degni di nota i diritti familiari che possono uscirne rafforzati, come una meno complessa pratica per il ricongiungimento familiare e soprattutto la trasmissione automatica della cittadinanza ai figli minori (e conviventi).

Come abbiamo avuto modo di raccontare attraverso l’osservatorio sulla povertà educativa, infatti, i bambini e le bambine con cittadinanza non italiana partecipano meno dei coetanei all’istruzione prescolare. Ciò pone un problema nella capacità di inclusione del sistema educativo, tra gli assi fondamentali di ogni società.

Foto: Freepik (licenza)

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Il collasso del sistema di accoglienza https://www.openpolis.it/il-collasso-del-sistema-di-accoglienza/ Thu, 13 Mar 2025 09:07:09 +0000 https://www.openpolis.it/?p=299992 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai al report Accoglienza al collasso. Ascolta il nostro podcast su Radio Radicale

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai al report Accoglienza al collasso.

12.441

le strutture di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo al 31 dicembre 2023. Le informazioni su questi centri, assieme a quelle sulle presenze al loro interno, la capienza, la localizzazione e molto altro, sono ora disponibili su centriditalia.it, andando ad aggiungersi ai dati che ricostruiscono il sistema dal 2018. Vai alla piattaforma.

68,3%

dei posti disponibili nel sistema si trovava in centri di accoglienza straordinaria (Cas), nel 2023. Come in passato l’accoglienza straordinaria continua a rappresentare il perno dell’intero sistema. Al contrario nel sistema di accoglienza e integrazione (Sai) si trovava appena il 28,2% degli ospiti. Complessivamente i dati del 2023 si attestano ai livelli del 2018, prima annualità per cui abbiamo informazioni strutturate su Centriditalia.it. Da un lato dunque, assistiamo a una crescita dei numeri del sistema, dall’altro è evidente che non ci troviamo di fronte a una situazione inedita o emergenziale. Anche perché in anni precedenti le presenze avevano raggiunto livelli ben superiori, superando le 180mila unità nel 2017 e livelli simili nel 2016. Vai all’articolo.

71,1%

i bandi per la gestione di centri di accoglienza assegnati in affidamento diretto nel 2023. Questo dato, assolutamente preoccupante, sembra derivare da un lato dall’adozione del decreto legge 20/2023, che ha ridefinito le modalità di accoglienza, e dall’altro dalla mancata approvazione, per oltre un anno, del nuovo schema di capitolato di gara. Ovvero il provvedimento attuativo necessario alle prefetture per applicare correttamente le nuove disposizioni. Vai al rapporto.

15,03 euro

il costo giornaliero per ospite previsto per pagare il personale nei nuovi centri temporanei con una capienza fino a 100 posti. Nei Cas di uguale dimensione questa spesa è di € 10,53. Una spesa maggiore insomma, a fronte di strutture che non offrono alcun tipo di assistenza sociale. Resta ancora da capire qual è il senso di creare strutture costose e che non forniscono servizi, malgrado le modalità previste per la loro istituzione siano le stesse dei Cas. Vai al rapporto.

1.773

i minori stranieri non accompagnati accolti in centri di accoglienza straordinaria per minori (anziché nel Sai) a fine 2023. Nel 2019 erano appena 59. Invece che investire nel Sai, il sistema a titolarità pubblica, le nuove norme hanno previsto la possibilità di realizzare o ampliare i Cas per minori oltre i limiti di capienza, in deroga alla normativa. Inoltre viene esplicitamente aperta la possibilità che i minori trovino accoglienza nei Cas per adulti. Purtroppo non sono disponibili dati strutturati sulla presenza di Msna nei Cas per adulti. Tuttavia, stando ai dati ottenuti dal progetto In limine di Asgi, risulta che a fine 2023 più di 700 minori fossero ospitati in centri di accoglienza straordinaria per adulti. Vai al rapporto.

Ascolta il nostro podcast su Radio Radicale

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Lo stato di abbandono del sistema di accoglienza https://www.openpolis.it/lo-stato-di-abbandono-del-sistema-di-accoglienza/ Tue, 11 Mar 2025 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=299478 È online "Accoglienza al collasso", il nuovo rapporto del progetto Centri d’Italia. Oltre a fotografare criticità ormai strutturali del sistema, quest'anno abbiamo dedicato particolare attenzione alle novità normative e all'accoglienza delle categorie considerate vulnerabili.

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Accoglienza al collasso” è il nuovo rapporto sul sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia, realizzato da Openpolis e ActionAid nell’ambito del progetto Centri d’Italia.

Si tratta dell’ottava edizione di un dossier che vuole fotografare lo stato di salute dell’accoglienza dei migranti nel paese, attraverso analisi e dati di dettaglio.

In “Accoglienza al collasso” abbiamo ripreso temi e forti criticità già consolidate negli anni passati, affrontando però anche gli effetti di alcune norme recenti.

Il fenomeno migratorio non può ridursi a mero terreno di propaganda e scontro politico.

Riteniamo che il fenomeno migratorio non debba ridursi a mero terreno di scontro nel dibattito politico. Al contrario rappresenta dinamiche fondamentali sia per la vita di molte persone che fuggono da guerre e miseria, così come per le comunità che le accolgono nei territori del paese.

D’altro canto, la possibilità che i migranti non finiscano nelle sacche di estrema marginalità (più esposte all’illegalità, allo sfruttamento e alla criminalità) dipende in larga parte proprio dalle condizioni sistemiche che possono e non possono favorire il processo di inclusione nella società italiana. Con ampie e positive ricadute sulla tenuta sociale del paese e soprattutto sull’indipendenza e la crescita delle persone protagoniste di questo processo.

Le strutture per richiedenti asilo e rifugiati.
Esplora il sistema di accoglienza. Scarica i dati.
Le strutture per richiedenti asilo e rifugiati.
Esplora il sistema di accoglienza. Scarica i dati.

Un’iperproduzione normativa ingiustificata

Tutto questo però sembra interessare molto poco la politica e le amministrazioni pubbliche che dovrebbero gestire il fenomeno. La reportistica che dovrebbe essere resa pubblica non viene prodotta e le richieste di accesso agli atti della società civile incontrano ancora più opposizione che in passato.

Una mancanza che non rappresenta solo un problema di accountability nei confronti della società civile, ma una grave carenza da parte della politica e delle amministrazioni pubbliche.

Il parlamento infatti negli ultimi anni ha approvato varie norme che tuttavia non rispondono alle necessità che emergono dall’analisi del sistema di accoglienza andando, semmai, in direzione opposta. È il caso del decreto legge 20/2023, con cui il governo ha nuovamente escluso i richiedenti asilo dal Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), seppur con alcune eccezioni, mentre al contempo riduceva, fino a quasi azzerarli, i servizi di assistenza sociale previsti nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas).

Questi ultimi, inoltre, continuano a ospitare la maggior parte delle persone accolte, confermando il fatto che un fenomeno del tutto ordinario viene immotivatamente gestito come un’emergenza.

68,3% dei posti disponibili nel sistema si trova in centri di accoglienza straordinaria (Cas).

Un altro elemento di forte novità introdotto dal decreto è rappresentato dai cosiddetti “centri temporanei”, un vero e proprio nuovo circuito di accoglienza, completamente sforniti di ogni servizio sociale, a cui le prefetture possono ricorrere temporaneamente in caso di necessità.

Il ministero non ha rilasciato dati su queste strutture sostenendo di non disporre di queste informazioni. Una risposta che, oltre a rendere impossibile un vero e proprio monitoraggio civico, desta preoccupazione circa la capacità dello stato di conoscere effettivamente il funzionamento del sistema.

Ad ogni modo, anche semplicemente un’analisi del nuovo capitolato – a cui abbiamo dedicato spazio in “Accoglienza al collasso” – ha confermato che queste strutture hanno un costo maggiore rispetto ai Cas. Resta dunque ancora da capire qual è il senso di creare strutture costose e che non forniscono servizi, malgrado le modalità previste per la loro istituzione siano le stesse dei Cas.

Un sistema che non tutela

Un altro aspetto che abbiamo analizzato nel rapporto riguarda i cosiddetti vulnerabili. Infatti, se da un lato le nuove misure escludono i richiedenti asilo dal Sai, dall’altro un’eccezione è fatta per categorie considerate vulnerabili, tra cui i minori e le donne.

Quanto alle donne migranti è certamente un bene che almeno loro trovino accoglienza nel Sai, al contempo però affermare che tutte le donne sono “vulnerabili”, oltre a evidenziare un approccio paternalistico, significa equiparare le loro diverse situazioni con il rischio che i casi effettivamente più vulnerabili non siano poi riconosciuti come tali.

Abbiamo dunque analizzato la situazione dal punto di vista dei dati, rilevando le potenziali criticità che possono emergere per le richiedenti asilo che comunque non troveranno posto nel Sai rimanendo nel circuito dei Cas, se non persino dei “centri temporanei”. Inoltre, particolare attenzione merita anche una progressiva “femminilizzazione” del Sai, che non risulta accompagnata da un consapevole approccio di genere.

Per approfondire la situazione e capire meglio questo fenomeno abbiamo intervistato Francesca De Masi e Laura Boursier Niutta, rispettivamente vicepresidente e operatrice di Be Free, ente gestore del Sai “Aida”, oltre che del progetto anti-tratta e di diversi centri antiviolenza (Cav) di Roma e della sua città metropolitana.

L’accoglienza dei Msna tende in molti casi a ledere i diritti dei minori ospitati nei centri.

Gli aspetti che riguardano l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati (Msna) suscitano persino più dubbi, sia dal punto di vista dei numeri che delle norme. Infatti, prima degli ultimi interventi normativi i Msna dovevano essere accolti nel Sai.

Nel caso di indisponibilità dei posti, si ricorreva all’accoglienza da parte del comune in cui si trovavano e, solo in subordine in Cas dedicati ai minori. Non era invece previsto che questi potessero essere accolti in Cas adulti, anche se è noto che in alcune circostanze fosse successo.

Con i recenti interventi la situazione è cambiata. Infatti, in caso di indisponibilità di posti nel Sai, prima di sollecitare l’ente locale, si deve verificare la possibilità di accoglienza nei Cas per minori. Le norme inoltre prevedono per questi centri la possibilità di realizzarli o ampliarli oltre i limiti di capienza, in deroga alla normativa. Inoltre viene esplicitamente aperta la possibilità che i minori trovino accoglienza nei Cas per adulti. Una decisione criticata anche dal garante per l’infanzia, che ha ribadito come non sia affatto opportuna la promiscuità di ambienti tra adulti e minori non accompagnati.

Scarica il rapporto

Si tratta di una dinamica che avviene in un contesto di forte aumento del numero di Msna in accoglienza sia nel Sai (dove le presenze di minori sono passate dalle 2.312 del 2018 alle 5.034 del 2023) che nei Cas destinati ai minori.

Qui la crescita è stata impressionante, passando dai 48 del 2020 agli oltre 1.700 del 2023.

1.773 minori stranieri non accompagnati ospitati nei Cas minori, nel 2023.

Purtroppo non sono disponibili dati strutturati sulla presenza di Msna nei Cas per adulti. Tuttavia, stando ai dati ottenuti dal progetto In limine di Asgi, risulta che a fine 2023 più di 700 minori erano ospitati in centri di accoglienza straordinaria per adulti.

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L’attacco al diritto di asilo https://www.openpolis.it/lattacco-al-diritto-di-asilo/ Wed, 22 Jan 2025 15:27:39 +0000 https://www.openpolis.it/?p=298616 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento Il diritto all’asilo e alla protezione dalle violenze è sempre più […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento Il diritto all’asilo e alla protezione dalle violenze è sempre più a rischio

66.317

le persone migranti arrivate sulle coste italiane dal 1 gennaio al 31 dicembre 2024. Si tratta di cifre nettamente inferiori all’anno precedente. Tuttavia, il numero di arrivi è tornato ai livelli del 2021, quando il governo era presieduto da Mario Draghi, sul sistema di accoglienza vigeva la normativa precedente all’attuale e non erano ancora stati stipulati accordi bilaterali con alcuni paesi del nordafrica come la Tunisia. Vai all’articolo.

139.141

i richiedenti asilo e rifugiati ospitati nel sistema di accoglienza al 31 dicembre 2024, secondo i dati aggregati pubblicati dal ministero dell’interno. Negli ultimi sei anni sono state 3 le riforme del sistema. Ne parliamo da tempo attraverso il progetto Centri d’Italia, l’unico monitoraggio indipendente nel paese sul sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Vai a Centri d’Italia.

13.779

le persone provenienti dal Bangladesh arrivate irregolarmente in Italia nel 2024. Parliamo di arrivi esclusivamente via mare. Il Viminale, infatti, non pubblica i dati degli ingressi via terra, come la cosiddetta “rotta balcanica”. Il Bangladesh è la nazione più ricorrente negli arrivi, seguita da Siria (12,5mila persone), Tunisia (7,7mila), Egitto (4,3mila) e Guinea (3,5mila). Vai al grafico.

41%

del totale degli arrivi sulle coste italiane nel 2024 proviene da paesi considerati dal governo “sicuri”. Basti pensare che sono considerati tali tre dei primi quattro paesi di provienienza: Bangladesh, Tunisia ed Egitto. A un primo sguardo sembrerebbe esserci una connessione tra paesi considerati “sicuri” e numerosità degli arrivi, come ha evidenziato anche l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Le conclusioni a cui è giunta già mesi fa l’associazione è che il governo sembrerebbe aver classificato come “sicuri” i paesi da cui provengono più richiedenti asilo “basandosi principalmente, se non esclusivamente, sull’incremento delle domande di asilo”. Vai all’articolo.

12.504

le persone di nazionalità siriana che hanno fatto ingresso in Italia via mare nel 2024. Nonostante la Siria sia l’unica a non essere considerata “paese sicuro” tra le nazioni con più arrivi, a inizio dicembre l’Italia e altri paesi europei hanno sospeso tutte le richieste di asilo, con la motivazione del cambio di regime a Damasco. Un’ulteriore dimostrazione di come il diritto di asilo sia ogni giorno più minacciato in Italia e in Ue. Vai all’articolo.

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Il diritto all’asilo e alla protezione dalle violenze è sempre più a rischio https://www.openpolis.it/il-diritto-allasilo-e-alla-protezione-dalle-violenze-e-sempre-piu-a-rischio/ Wed, 15 Jan 2025 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=298473 Gli arrivi sulle coste italiane sono diminuiti, tornando ai livelli del 2021. I paesi di provenienza della maggior parte delle persone migranti sono però considerati "sicuri". Il 2025 sarà un anno cruciale per la difesa del diritto fondamentale all'asilo, attaccato come mai prima d'ora.

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Nel 2024 gli ingressi via mare delle persone migranti in Italia sono tornati ai livelli del 2021, prima dell’insediamento del governo Meloni.

I numeri sugli arrivi nell’anno che si è appena concluso dimostrano ancora una volta ciò che sosteniamo da anni: il fenomeno migratorio non è affatto un’emergenza, ma al contrario rappresenta un fatto organico e strutturale.

I dati evidenziano anche altri aspetti interessanti, riguardanti le nazionalità di arrivo delle persone migranti. Cifre che ci fanno comprendere come la questione riguardante la lista dei cosiddetti “paesi sicuri”, di cui si è parlato molto negli ultimi mesi, sia soprattutto politica.

Come durante il governo Draghi

Gli ingressi via mare nel 2024 sono stati poco più di 66mila.

A queste cifre andrebbero aggiunte le persone che fanno ingresso nel paese via terra, come nel caso della cosiddetta “rotta balcanica”. Ma purtroppo si tratta di dati che non vengono diffusi dal ministero dell’interno.

66.317 gli arrivi di persone migranti sulle coste italiane, dal 1 gennaio al 31 dicembre 2024.

L’anno scorso gli sbarchi sulle coste del paese (principalmente quelle siciliane, calabresi e pugliesi) sono diminuiti del 57,9% rispetto all’anno precedente. Nel 2023, infatti, gli arrivi al 31 dicembre erano stati più di 157mila.

Com’era prevedibile, il sensibile calo degli sbarchi è stato rivendicato dagli esponenti di governo, a partire dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni.

Tuttavia occorre evidenziare che si è tornati ai livelli del 2021, quando a palazzo Chigi sedeva Mario Draghi, sul sistema di accoglienza vigeva la normativa precedente all’attuale e non erano ancora stati stipulati accordi bilaterali con alcuni paesi del nordafrica, come la Tunisia.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati ministero dell’interno, Unhcr e Ismu



L’andamento altalenante degli arrivi di sulle coste italiane evidenzia ancora una volta che le politiche di contenimento del fenomeno migratorio – poste in essere da tutti i governi dell’ultimo decennio – influenzino solo in parte i flussi.

Le migrazioni esistono da quando esiste l’umanità. Per questo dovrebbero essere affrontate innanzitutto come un fenomeno ordinario e non emergenziale.

Sono quindi necessarie politiche pubbliche strutturate, organiche e a medio-lungo termine, oltre che eque ed efficaci politiche per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, considerando che al 31 dicembre scorso le persone ospitate nei centri del paese erano quasi 140mila.

139.141 persone migranti accolte nei circuiti di accoglienza italiani al 31 dicembre 2024.

Da dove arrivano le persone migranti

La maggior parte delle persone arrivate in modo “irregolare” via mare in Italia nel 2024 proviene dal Bangladesh. Del paese asiatico, infatti, sono originarie quasi 14mila persone, delle circa 66mila arrivate nel corso dell’anno.

Le altre nazionalità più ricorrenti sono la Siria (12,5mila persone), la Tunisia (7,7mila), l’Egitto (4,3mila) e la Guinea (3,5mila).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’interno



Rispetto all’anno precedente, quando tra le persone più presenti tra gli sbarchi c’erano quelle provenienti da Guinea e Costa d’Avorio (oltre che dalla Tunisia), assistiamo a un calo netto di migranti originari dei paesi dell’Africa sub-sahariana, in particolare della parte centro-occidentale.

Si tratta di una novità, considerando che la rotta che parte dai paesi del West Africa è stata protagonista del fenomeno migratorio in Italia nel corso dell’ultimo decennio.

I dubbi sui “paesi sicuri”

Ma l’aspetto più interessante nei dati sulle nazionalità riguarda i cosiddetti “paesi sicuri”, ossia quella lista di nazioni, stilata dal governo, considerate non a rischio guerra, violenze e persecuzioni. La questione è nota e ha animato il dibattito nei mesi scorsi, in relazione all’apertura dei centri di detenzione in Albania, anche grazie ai dati sui costi che abbiamo rivelato su Openpolis e su Report.

Tre delle prime quattro nazioni di provenienza delle persone migranti nel 2024 sono considerate dal governo “sicure”: Bangladesh, Tunisia ed Egitto. Se a queste aggiungiamo il Gambia, parliamo di oltre 27mila persone tra le 66mila arrivate l’anno scorso: il 41% del totale.

Sembra esistere una connessione tra paesi considerati “sicuri” e numerosità degli arrivi.

Senza entrare nel dettaglio delle situazioni politiche e sociali di tutti questi paesi, basti pensare che il Bangladesh, di cui è originaria la maggioranza delle persone sbarcate in Italia, è definito un paese a “regime ibrido” (misto democrazia e autocrazia). È lo stesso governo italiano ad affermare che “l’applicazione della legge avviene in un contesto caratterizzato da opacità”, dove è “particolarmente grave il fenomeno delle sparizioni forzate e delle esecuzioni extra-giudiziali” e dove è in corso la crisi dei rifugiati del gruppo etnico Rohingya.

A un primo sguardo, insomma, sembrerebbe esserci una connessione tra paesi considerati “sicuri” e numerosità degli arrivi, come ha evidenziato anche l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Le conclusioni a cui è giunta già mesi fa l’associazione è che il governo sembrerebbe aver classificato come “sicuri” i paesi da cui provengono più richiedenti asilo “basandosi principalmente, se non esclusivamente, sull’incremento delle domande di asilo”.

L’aumento dell’elenco Paesi di origine sicura fa sì che sempre più richiedenti protezione internazionale siano sottoposti a procedura accelerata con conseguenti restrizioni delle garanzie sia a livello amministrativo che di difesa giudiziaria in caso di rigetto della domanda.

La sbrigativa sospensione del diritto di asilo ai siriani

A questi dubbi va aggiunta una questione a parte dedicata alla Siria, il secondo paese per numerosità di arrivi, con più di 12mila ingressi nell’arco dell’anno appena terminato.

Dopo la rivolta anti-governativa di inizio dicembre si è insediato a Damasco un governo provvisorio. Sebbene la situazione sia ancora in divenire, con numerosi scontri nel nord e nel sud del paese e uno stato che fatica a trovare unità, molti paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, hanno deciso di sospendere le richieste di asilo per i rifugiati.

La sospensione delle richieste di asilo per i cittadini siriani rappresenta una decisione affrettata e inedita.

Una decisione inedita, almeno in tempi recenti, e che ha stupito per i tempi affrettati con cui è stata presa, in un contesto ancora molto confuso come quello siriano. Con un’avanzata-lampo di gruppi islamisti che già controllavano il nord-ovest del paese, infatti, in pochi giorni è stato rovesciato il governo della famiglia Assad, che durava da oltre 50 anni. Siamo chiaramente di fronte a una situazione che, dopo oltre cinque decenni di regime autocratico e 13 anni di guerra civile, può dare adito a persecuzioni e vendette sommarie.

Non è un caso, infatti, che la sospensione delle richieste dei cittadini siriani sia stata definita dal Tavolo asilo e immigrazione illegittima, generalizzata e ingiustificata.

Insomma tra paesi definiti “sicuri”, sospensione delle richieste di asilo e nuove politiche repressive insite nel patto europeo per le migrazioni, oggi è sempre più a rischio il diritto all’asilo e alla protezione da guerre, violenze e persecuzioni, garantito da infrastrutture normative internazionali ogni giorno più deboli.

Foto: Óglaigh na Éireann (licenza)

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Gli sbarchi dei migranti e le nuove politiche repressive https://www.openpolis.it/gli-sbarchi-dei-migranti-e-le-nuove-politiche-repressive/ Thu, 11 Jul 2024 08:29:33 +0000 https://www.openpolis.it/?p=293233 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “La strategia dell’Ungheria sui migranti sta diventando modello in Italia e Ue“. […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “La strategia dell’Ungheria sui migranti sta diventando modello in Italia e Ue“.

25.676

persone migranti arrivate sulle coste italiane dal 1 gennaio al 30 giugno 2024. Si tratta dei numeri relativi esclusivamente alla rotta del Mediterraneo, e non agli arrivi della cosiddetta “rotta balcanica”, su cui le autorità non rilasciano dati. Gli ingressi del primo semestre di quest’anno sono in numero sensibilmente inferiore rispetto allo stesso periodo del 2023, ma si tratta di cifre simili al 2021 e al 2022, quando a palazzo Chigi siedeva Mario Draghi. Vai al grafico.

1.056

persone migranti morte o disperse da gennaio a maggio 2024, secondo Missing Migrants Project, un progetto di monitoraggio dell’organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu. Si tratta di cifre al ribasso, perché nei dati vengono registrati i naufragi tracciati, ma non tutti. Dal 2014 sono quasi 30mila i migranti morti o dispersi nella rotta del Mediterraneo centrale, una delle più pericolose al mondo. Vai all’articolo.

6

i paesi inseriti lo scorso maggio nella lista di quelli considerati “sicuri”, ossia dove sarebbe dimostrabile che non esistono persecuzioni politiche, etniche, religiose, oltre che trattamenti inumani, degradanti né violenza indiscriminata. I 6 paesi sono Bangladesh, Camerun, Colombia, Egitto, Perù e Sri Lanka. Si aggiungono ad altri 16 nazioni già presenti nell’elenco, stilato dal ministero degli esteri. Vai all’articolo.

5.382

i migranti con cittadinanza bengalese arrivati via mare in Italia nei primi 6 mesi del 2024. Il 27,1% del totale delle persone sbarcate al 30 giugno proviene dal Bangladesh, che rappresenta nettamente la nazionalità più ricorrente. Segue la Siria (3.692) e Tunisia (3.219). Vai al grafico.

5

i pilastri del nuovo patto europeo migrazioni e asilo. Tra questi, uno riguarda l’istituzione di una border procedure (procedura di confine) applicata a determinate categorie di persone migranti, tra cui quelli che provengono da paesi ai cui cittadini non viene di solito concesso l’asilo. Con le “procedure di confine” e il contestuale inserimento di sempre più paesi nella lista di quelli “sicuri”, Ue e Italia stanno di fatto seguendo il modello ungherese del governo Orban, che in questi anni è stato duramente criticato e sanzionato dalle stesse istituzioni comunitarie. Vai all’articolo.

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La strategia dell’Ungheria sui migranti sta diventando modello in Italia e Ue https://www.openpolis.it/la-strategia-dellungheria-sui-migranti-sta-diventando-modello-in-italia-e-ue/ Thu, 11 Jul 2024 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=293141 Nei primi 6 mesi dell'anno sono arrivate circa 25mila persone via mare. Un dato inferiore al 2023, ma ai livelli degli anni del governo Draghi. Nonostante ciò, le iniziative in Italia e in Ue porteranno a più "procedure di frontiera" e al sensibile indebolimento del diritto all'asilo.

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Nei primi sei mesi dell’anno sono arrivate sulle coste italiane poco più di 25mila persone migranti. Un numero sensibilmente inferiore allo stesso periodo del 2023, ma ai livelli del recente passato.

Il minor numero di arrivi viene rivendicato come un successo dal governo Meloni, ma si tratta di cifre simili al 2021 e al 2022, quando a palazzo Chigi siedeva Mario Draghi.

Le migrazioni, infatti, sono condizionate solo in parte da politiche pubbliche nazionali. Siamo chiaramente di fronte a un fenomeno strutturale, che nel mondo è sempre esistito, che va governato in modo equo sia per il rispetto del diritto all’asilo che per una migliore convivenza con le comunità autoctone.

L’analisi degli sbarchi nei primi sei mesi dell’anno ci dice, inoltre, che circa un quinto dei migranti arrivati via mare in Italia proviene dal Bangladesh, paese che negli ultimi mesi è stato inserito nella lista di quelli cosiddetti “sicuri”.

Questa decisione, in combinazione con i dispositivi previsti dal nuovo patto europeo migrazioni e asilo, potrebbe portare alla marginalizzazione di migliaia di persone, che sarebbero costrette a fare domanda d’asilo ancora prima di fare ingresso in Ue.

Le “procedure di frontiera“, già utilizzate dal governo ungherese a partire dal 2017, potrebbero diventare in qualche modo modello nel nostro paese e in Ue, nonostante le istituzioni comunitarie in questi anni abbiano fortemente criticato e sanzionato le strategie sui migranti del governo Orban.

Gli sbarchi nella prima metà dell’anno

Nei primi mesi di quest’anno gli arrivi sulle coste italiane hanno superato le 25mila unità.

25.676 persone migranti arrivate in Italia, via mare, dal 1 gennaio al 30 giugno 2024.

La prima metà del 2023 aveva fatto registrare un picco di partenze dal nordafrica (soprattutto dai porti tunisini), con più di 65mila arrivi. Se tuttavia guardiamo agli anni precedenti, numeri simili a quelli attuali sono riscontrabili sia nel 2021 che nel 2022, periodi in cui il paese era governato dall’esecutivo guidato da Mario Draghi (entrato in carica a febbraio 2021).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’interno



Ad ogni modo, i dati registrano arrivi sensibilmente inferiori rispetto al 2016 e al 2017, gli anni della cosiddetta “crisi europea dei rifugiati”.

Rendere la vita difficile a chi migra

Negli ultimi mesi sono state diverse le iniziative da parte delle istituzioni europee e italiane, sia rispetto agli arrivi che al sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, di cui ci occupiamo da tempo con il progetto Centri d’Italia.

Un anno fa l’Ue ha firmato un memorandum con la Tunisia. Si tratta di un pacchetto di accordi, tra cui l’impegno del paese nordafricano a contrastare le partenze dei migranti, in cambio di finanziamenti. Un’intesa simile, nello spirito e negli obiettivi, a quelle già messe in campo (e contestate) negli anni scorsi con i governi di Libia e Turchia.

A livello nazionale, invece, ha fatto discutere l’accordo bilaterale tra Italia e Albania, che prevede la costruzione di due centri (uno di prima accoglienza e l’altro per chi deve essere rimpatriato) nel paese balcanico. Della questione ci siamo occupati ampiamente negli ultimi mesi, anche in collaborazione con Report.

Il fenomeno migratorio è solo in parte condizionato dalle politiche nazionali e continentali.

Dati alla mano, comunque, nonostante i numerosi tentativi di abbattere il fenomeno migratorio, da oltre 10 anni quest’ultimo si conferma consolidato e sembra essere condizionato solo in parte da politiche nazionali volto ad arginarlo o, peggio ancora, eliminarlo.

L’obiettivo di medio termine della governance europea (e italiana) sembra piuttosto rendere la vita più difficile ai migranti che tentano di entrare nel vecchio continente.

Basti pensare che solo nel mar Mediterraneo sarebbero oltre mille i migranti morti o dispersi nei primi mesi del 2024. Parliamo di stime al ribasso.

1.056 migranti morti o dispersi nel Mediterraneo da gennaio a maggio 2024, secondo Missing Migrants Project.

Tra i diversi dispositivi che compongono il nuovo patto europeo migranti e asilo, approvato poco prima delle elezioni europee, c’è anche l’istituzione del border procedure (procedura di frontiera) che punta a prassi più semplificate e accelerate per l’asilo, e in determinate condizioni (provenienza da un paese con tasso di riconoscimento dell’asilo inferiore al 20%, quota che in situazione di “crisi migratoria” viene alzata al 50%), può costringere i richiedenti asilo a rimanere ai confini dell’unione europea fino all’esito della procedura.

Nei fatti, con il nuovo patto europeo si va sempre di più verso le politiche di gestione del fenomeno migratorio poste in essere negli ultimi anni dal governo ungherese. A partire dal 2017, infatti, l’esecutivo guidato da Viktor Orban ha attivato le procedure di frontiera in aree di detenzione chiamate transit zone, operative fino al 2020. Delle politiche repressive alle frontiere ungheresi abbiamo parlato su “Oltre i muri, oltre i mari“, un reportage transfrontaliero del 2022.

Le politiche ungheresi sul diritto di asilo, in aperta contraddizione con le norme internazionali, sono state in questi anni criticate e sanzionate dalle istituzioni europee, le quali ora, tuttavia, potrebbero almeno in parte farle proprie, attraverso l’applicazione del patto migrazioni e asilo. È in questo senso che va letta anche la lettera di 15 governi di paesi Ue alla commissione, resa pubblica lo scorso maggio.

La strada intrapresa sembra voler puntare a rendere difficile la vita ai migranti e all’indebolimento del diritto all’asilo.

In quest’ottica si inseriscono anche gli accordi con Albania e Tunisia, soprattutto per quanto riguarda i migranti che provengono da paesi ai cui cittadini non viene facilmente concesso l’asilo.

E infatti, coerentemente con tale ragionamento, è il recente inserimento di altri 6 paesi nella lista dei paesi considerati “sicuri”, di cui parleremo più avanti.

Insomma si va verso l’esternalizzazione delle procedure di frontiera, con il sensibile indebolimento del diritto d’asilo.

I paesi di provenienza

La geografia delle migrazioni nella rotta del Mediterraneo centrale continua a mutare.

Se alla fine del 2022 la maggior parte degli arrivi era legata a persone provenienti da paesi nordafricani (Egitto e Tunisia), e a fine 2023 dall’Africa sub-sahariana (in primis Costa d’Avorio e Guinea), nei primi 6 mesi del 2024 oltre 5mila migranti (su 25mila arrivi totali) sono di nazionalità bengalese.

Seguono i siriani (3.692 persone) e i tunisini (3.219). Il primo paese sub-sahariano è la Guinea, con 2mila persone sbarcate nella prima metà dell’anno.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’interno



Lo scorso maggio, il ministero degli esteri (d’intesa con il viminale) ha emanato un decreto in cui si aggiorna la lista dei paesi considerati “sicuri”, ossia quelli dove sarebbe dimostrabile che non esistono persecuzioni politiche, etniche, religiose, oltre che trattamenti inumani, degradanti né violenza indiscriminata.

Ai 16 paesi di origine considerati sicuri dall’Italia, il governo ne aggiunge 6: Bangladesh, Camerun, Colombia, Egitto, Perù e Sri Lanka. Inutile sottolineare come spicchino Bangladesh ed Egitto, che insieme rappresentano il 27,1% degli arrivi nel primo semestre dell’anno.

I documenti sui nuovi paesi considerati sicuri sono stati anche oggetto di un accesso civico da parte dell’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), che ha visionato e reso pubbliche tutte le schede delle nazioni oggetto del decreto.

L’aumento dell’elenco Paesi di origine sicura fa sì che sempre più richiedenti protezione internazionale siano sottoposti a procedura accelerata con conseguenti restrizioni delle garanzie sia a livello amministrativo che di difesa giudiziaria in caso di rigetto della domanda.

Le conclusioni a cui giunge l’associazione è che il governo sembrerebbe aver classificato come “sicuri” i paesi da cui provengono più richiedenti asilo “basandosi principalmente, se non esclusivamente, sull’incremento delle domande di asilo nell’ultimo anno”.

Un dubbio più che lecito, a ben vedere i dati sugli arrivi negli ultimi mesi.

Il prevedibile aumento dei rifiuti nella concessione dell’asilo, dunque, potrebbe legarsi alle sopra citate condizioni sancite dal patto migrazioni e asilo.

Il risultato sarebbe la marginalizzazione di migliaia di persone migranti che, attraverso le procedure di frontiera, non riuscirebbero neanche a fare ingresso in Europa per chiedere l’asilo.

Foto: No Borders Network (licenza)

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Le gare d’appalto e l’evoluzione del sistema di accoglienza https://www.openpolis.it/le-gare-dappalto-e-levoluzione-del-sistema-di-accoglienza/ Thu, 20 Jun 2024 05:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=292651 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Le gare d’appalto e il declino dell’accoglienza diffusa“. Ascolta il nostro podcast […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Le gare d’appalto e il declino dell’accoglienza diffusa“.

3.195

i bandi emessi dalle prefetture tra 2020 e agosto 2023 in materia di gestione dei centri accoglienza. Tra il 2020 e l’agosto del 2023 le prefetture italiane hanno emesso oltre 7mila 200 bandi. Dopo un’attenta verifica abbiamo ristretto il campo. Questo insieme di gare presenta poi caratteristiche molto diverse. Sia rispetto ai centri a cui sono riferite, sia in relazione agli importi e le procedure di assegnazione. Vai all’articolo.

-20 punti percentuali

la quota di importi destinati ad accordi quadro per la gestione di centri in modalità in rete tra 2020 e 2022. Nel 2020 gli importi messi a bando per accordi quadro relativi a centri in modalità in rete rappresentavano ancora più della metà del totale (52,2%). Un dato relativamente alto si è registrato anche l’anno successivo, se pur con un calo di 8 punti percentuali. Il 2020 e il 2021 tuttavia non sono stati anni ordinari per il sistema di accoglienza Italiano. Come è noto infatti in quel biennio le presenze in accoglienza hanno registrato numeri molto contenuti. Nel 2022 il dato si è abbassato al 31,7%. Vai al grafico.

18,7%

la quota di accordi quadro andati deserti tra 2020 e 2022. Al di là delle intenzioni delle prefetture non è detto che venga effettivamente assegnato un numero il numero di contratti originariamente previsto. Nel migliore dei casi questo avviene perché sono meno le persone a cui è necessario fornire una sistemazione in accoglienza. Può succedere però che, pur essendoci la necessità, non vengano presentate abbastanza offerte. A volte in effetti i bandi vanno del tutto deserti e non si tratta di casi isolati. Vai all’articolo.

184

i bandi che abbiamo considerato come “ripetuti” tra il 2020 e l’agosto 2023. Il fatto che una o più gare vadano deserte rappresenta un grosso problema per le prefetture. A questo si aggiunge che, anche quando i bandi non vanno completamente deserti, possono comunque essere insufficienti, se gli operatori hanno presentato offerte per un numero di posti inferiore alle necessità. Per risolvere questo problema le prefetture possono provare a ripetere i bandi. Vai al grafico.

50

le prefetture che, nel periodo considerato, hanno dovuto ripetere delle gare. Il fenomeno si è manifestato con particolare gravità in alcuni territori tra cui Prato, dove sono stati ripetuti ben 16 bandi (tra cui 7 per l’accoglienza in rete e 7 per Cas fino a 50 posti), La Spezia (con 13 bandi ripetuti) e Varese (12). Vai all’articolo.

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Le gare d’appalto e il declino dell’accoglienza diffusa https://www.openpolis.it/le-gare-dappalto-e-il-declino-dellaccoglienza-diffusa/ Fri, 14 Jun 2024 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=291940 Attraverso l’analisi dei contratti per la gestione di centri di accoglienza emerge un ritorno verso centri collettivi di grandi dimensioni oltre a una considerevole difficoltà per le prefetture nell'assegnazione dei bandi.

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Come abbiamo scritto in diverse occasioni in Italia il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale è in maggioranza gestito tramite i centri di accoglienza straordinari (Cas), anche se questi erano originariamente concepiti come l’eccezione al sistema ordinario, ovvero il sistema di accoglienza e integrazione (Sai, già Sprar).

Da un lato dunque è importante insistere affinché il Sai venga realmente potenziato, aumentando le sue capacità ricettive. Dall’altro, visto che attualmente i Cas coprono il 59,7% dei posti nel sistema, resta importante distinguere tra le diverse modalità di accoglienza che possono offrire, oltre a verificare che il sistema riesca effettivamente a rispondere alle esigenze.


Il Sai è il sistema ordinario di accoglienza. È gestito dai comuni e prevede servizi di integrazione. La maggior parte delle persone sono però accolte nei Cas a gestione prefettizia.


Vai a
“Come funziona l’accoglienza dei migranti in Italia”

I bandi per l’accoglienza

Da questo punto di vista, all’interno del sistema dei Cas la prima distinzione che può essere fatta è tra piccoli centri gestiti in modalità in rete e centri collettivi. Questi, a seconda dei casi, possono accogliere anche centinaia di persone.

Le strutture per richiedenti asilo e rifugiati.

Esplora il sistema di accoglienza.
Scarica i dati.

Le strutture per richiedenti asilo e rifugiati.
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Si tratta di un’analisi rilevante per due aspetti. Da un lato il benessere delle persone accolte, dall’altro il rapporto dei centri con il territorio all’interno del quale sorgono. È generalmente riconosciuto che piccoli centri distribuiti rappresentino una soluzione preferibile.

Negli anni però gli schemi di capitolato d’appalto per la gestione delle strutture non hanno favorito questa modalità di accoglienza, anzi hanno fatto l’esatto contrario. Non stupisce quindi che, analizzando i dati della banca dati dei contratti pubblici (Bdncp) dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), emerga negli anni un progressivo spostamento a favore delle grandi strutture.

Non si è trattato di un’analisi semplice. Tra il 2020 e l’agosto del 2023 infatti le prefetture italiane hanno emesso oltre 7mila 200 bandi. Dopo un’attenta verifica abbiamo ristretto il campo a circa 3mila bandi relativi alla gestione dei servizi di accoglienza.

3.195 i bandi emessi dalle prefetture tra 2020 e agosto 2023 in materia di gestione dei centri accoglienza.

Questo insieme di gare presenta poi caratteristiche molto diverse. Sia rispetto ai centri a cui sono riferite, sia in relazione agli importi e le procedure di assegnazione. Per questo conviene innanzitutto distinguere tra bandi singoli, emessi per ragioni specifiche che possono avere motivazioni anche molto diverse, accordi quadro e i bandi derivanti da accordi quadro.

In questa sede a noi interessano in particolare gli accordi quadro. Ovvero contratti che forniscono una cornice all’interno della quale possono poi, quando se ne verifichi la necessità, essere attivati i contratti veri e propri (ovvero quelli derivanti dall’accordo quadro). Questa d’altronde è la procedura indicata dal ministero dell’interno per l’attivazione di nuovi Cas. Può essere quindi considerata come un utile indicatore delle intenzioni di ciascuna prefettura, indipendentemente da quello che poi le condizioni effettive richiederanno.

Il declino dell’accoglienza diffusa

Da anni ormai i capitolati d’appalto previsti dal ministero dell’interno svantaggiano l’accoglienza diffusa. I prezzi infatti sono inferiori a quelli previsti per i centri più grandi a fronte di servizi più costosi da offrire.

Malgrado questo, nel 2020 gli importi messi a bando per accordi quadro relativi a centri in modalità in rete rappresentavano ancora più della metà del totale (52,2%). Un dato relativamente alto si è registrato anche l’anno successivo, se pur con un calo di 8 punti percentuali.

Il 2020 e il 2021 tuttavia non sono stati anni ordinari per il sistema di accoglienza Italiano. Come è noto infatti in quel biennio le presenze in accoglienza hanno registrato numeri molto contenuti. Sia rispetto ai periodi precedenti che successivi.

Il dato del 2022 dunque va letto anche come la risposta a un arrivo più consistente di richiedenti asilo in Italia. Infatti se si considerano gli importi messi a bando in valori assoluti, emerge come questi siano tutti aumentati rispetto al 2020. Tuttavia guardando alla proporzione di ciascun tipo di centro, si registra un notevole calo dei bandi destinati ai centri gestiti in modalità in rete.

Per accordi quadro ordinari si intendono accordi quadro per centri gestiti in modalità in rete (Cas in rete), centri collettivi fino a 50 posti (Cas fino a 50 p.) e centri collettivi da 50 a 300 posti (Grandi centri). I contratti che si è ritenuto rientrassero tra queste categorie, pur non riuscendo a identificare con precisione in quale, sono stati classificati come “Altro”. Non sono considerati i centri collettivi con più di 300 posti (generalmente riservati a centri di prima accoglienza e non a Cas) e i centri di permanenza e rimpatrio (Cpr). Inoltre, non sono considerati né quegli accordi quadro con importi molto limitati, che sembrano rispondere a casi specifici e non alla programmazione ordinaria, né gli accordi quadro che sono stati classificati come “ripetuti”.

FONTE: elaborazione Openpolis-ActionAid Italia su dati Anac
(pubblicati: mercoledì 31 Gennaio 2024)



Il sistema insomma ha retto almeno in parte finché i flussi sono stati contenuti. Sì è però rapidamente spostato verso l’accoglienza in grandi strutture quando le richieste sono aumentate, anche se non di molto.

-20 punti percentuali la quota di importi destinati ad accordi quadro per la gestione di centri in modalità in rete tra 2020 e 2022.

I dati sul 2023, per quanto parziali (visto che riguardano solo contratti messi a bando tra gennaio e agosto), segnano un lieve aumento dei bandi per accoglienza diffusa. Tuttavia tra 2020 e 2023 questi sono comunque passati dal 52,2% ad appena il 36,2%.

In ogni caso, come anticipato, gli accordi quadro non rappresentano gli importi effettivamente erogati ma esclusivamente una stima massima stabilita da ciascuna prefettura per ogni tipo di centro.

Per verificare come si è effettivamente configurata l’accoglienza conviene quindi guardare ai dati di Centri d’Italia. Quello che ci dicono queste informazioni riguarda invece le intenzioni delle prefetture che, a quanto pare, in particolare in situazioni di maggiore pressione, sembrano preferire l’accoglienza in strutture collettive.

Che questa preferenza derivi da una maggiore semplicità logistica, dal presupposto che alle condizioni attuali sia più difficile trovare gestori disposti all’accoglienza in rete o da altre considerazioni è difficile dirlo. In ogni caso è evidente che il sistema, nel suo complesso, disincentiva l’accoglienza diffusa. Una dinamica da cui derivano ricadute negative in termini di servizi alla persona accolta, inclusa l’inclusione nelle comunità locali.

Bandi deserti

L’analisi proposta fin qui riguarda in qualche modo le intenzioni delle prefetture, non è detto però che poi venga effettivamente assegnato un numero di contratti tale da coprire l’importo complessivo degli accordi quadro adottati in principio.

Nel migliore dei casi questo avviene perché il numero di persone a cui è necessario fornire una sistemazione in accoglienza non è così elevato. Può succedere però che, pur essendoci la necessità, non vengano presentate abbastanza offerte. A volte in effetti i bandi vanno del tutto deserti e non si tratta di casi isolati.

18,7% la quota di accordi quadro andati deserti tra 2020 e 2022.

Anche in questo caso sono i contratti per centri gestiti in modalità in rete a essere svantaggiati. Il 44% dei contratti andati deserti tra 2020 e 2022 infatti riguarda questo tipo di strutture.

Come abbiamo raccontato più volte in passato le ragioni per cui i gestori non si presentano alle gare possono essere molteplici. Da un lato infatti gli importi per la gestione in modalità in rete sono meno attrattivi rispetto a quelli proposti per i centri collettivi. In questi ultimi infatti è anche possibile sviluppare delle economie di scala. Dall’altro negli anni sono stati ridotti, fino quasi ad annullarli, anche i servizi previsti per gli ospiti. La conseguenza è che i Cas sono diventati sempre più delle strutture di permanenza senza alcun tipo di servizio di integrazione. Molti operatori però non sono disposti a fornire questo tipo di servizio.

C’è una ragione di tipo economico, per cui i servizi che vengono richiesti,
secondo la gran parte delle organizzazioni, non possono essere coperti da
quel tipo di tariffa e ci sono ragioni di tipo ideale. Molta parte degli attori della
cooperazione e dell’associazionismo, non si considerano soggetti che fanno
“albergaggio”.

Gare ripetute

Il fatto che una o più gare vadano deserte rappresenta un grosso problema per le prefetture. A questo si aggiunge il fatto che, anche bandi che non vanno completamente deserti, possono comunque non essere sufficienti, se gli operatori hanno presentato offerte per un numero di posti inferiore alle necessità.

Se i bandi emessi da una prefettura vanno del tutto o in parte deserti questa può provare a ripeterli.

Tra i vari rimedi che possono essere adottati dagli uffici territoriali del governo, uno dei più comuni è quello di ripetere le gare. Analizzando i dati dei contratti pubblici di Anac, tra il 2020 e l’agosto 2023 abbiamo isolato 184 bandi che possono essere considerati come “ripetuti”. Si tratta di gare che non avrebbe avuto senso pubblicare se non si fossero verificati dei problemi con un appalto precedente.

Sono indicati gli accordi quadro considerati principali come indicato nel rapporto Centri d’Italia Un fallimento annunciato (nello specifico nella tabella 2.4) distinti per capitolato (come definito nella tabella 2.2). Rispetto a questo insieme è indicato il numero di bandi che sono stati considerati “ripetuti”. Per identificare un accordo quadro come ripetuto abbiamo proceduto come segue. Visto che un accordo quadro per centri di accoglienza delle categorie in oggetto dovrebbe avere, stando al capitolato, una durata di un anno prorogabile di un ulteriore anno, se dopo pochi mesi dalla pubblicazione di un accordo quadro ne viene pubblicato un altro destinato alla stessa identica categoria di centro, vuol dire che qualcosa non è andato come auspicato dalla stazione appaltante, ovvero la prefettura.

FONTE: elaborazione Openpolis-ActionAid Italia su dati Anac
(pubblicati: mercoledì 31 Gennaio 2024)



Questo fenomeno riguarda tutti i tipi di Cas ma, anche in questo caso, ha avuto un impatto maggiore sui centri gestiti in modalità in rete. In particolare nel 2022 più della metà dei principali accordi quadro per l’assegnazione di questo tipo di contratto sono stati ripetuti (24, il 52%).

Quanto al 2023, pur disponendo solo di dati parziali, emerge chiaramente come il fenomeno si sia manifestato in misura consistente. Nei primi 8 mesi, infatti, sono stati ripetuti ben 35 bandi, più di quanto non sia avvenuto nel corso di tutto il 2020.

Complessivamente, sono ben 50 le prefetture che, nel periodo considerato, hanno riscontrato problemi di questo genere, ovvero quasi la metà. Il fenomeno si è manifestato con particolare gravità in alcuni territori tra cui Prato, dove sono stati ripetuti ben 16 bandi (tra cui 7 per l’accoglienza in rete e 7 per Cas fino a 50 posti), La Spezia (con 13 bandi ripetuti) e Varese (12).

L’assenza di una prospettiva credibile

Data la situazione descritta sembra evidente che il modello di accoglienza italiano andrebbe ripensato integralmente. Innanzitutto rafforzando il sistema ordinario in modo tale che i Cas svolgano la funzione per cui erano stati ideati inizialmente. Ovvero quella di costituire una sistemazione provvisoria e straordinaria in attesa che si liberi un posto nel sistema ordinario.

Non sembra in vista né un rafforzamento del sistema ordinario né un miglioramento della condizione dei Cas.

Questo tuttavia potrebbe avvenire solo se i posti presenti nel Sai venissero aumentati fino a rappresentare la grande maggioranza del sistema. Oltre a questo poi sarebbe necessario prevedere che anche i richiedenti asilo possano accedere al Sai, come d’altronde avveniva in passato. Una soluzione di questo tipo, oltre ad essere più efficace, aiuterebbe a ridurre la pressione sulle prefetture che a quel punto potrebbero limitarsi a gestire i centri di prima accoglienza e alcuni Cas nei momenti di maggiore afflusso.

Nulla di tutto questo però risulta né nelle intenzioni né nei provvedimenti del governo. Al contrario nel corso di questi anni abbiamo assistito all’approvazione di una serie di norme che aumentano le criticità.

Gli interventi del governo in materia migratoria rafforzano l’approccio emergenziale.

Nel corso dei mesi infatti sono state adottate misure che complicano il lavoro delle Ong che si occupano di salvataggi in mare (decreto 1/2023), è stata ristretta la possibilità di accedere alla protezione speciale e sono stati esclusi i richiedenti asilo dal circuito Sai (Dl 20/2023), è stato adottato (apparentemente senza ragione) uno stato di emergenza (prorogato negli scorsi giorni) che permette alle prefetture di procedere in deroga alla normativa ordinaria, si è prevista la possibilità che minori ultrasedicenni siano accolti in centri per adulti e si è permesso, in caso di necessità, di derogare ai “parametri di capienza previsti” nei centri di accoglienza (dl 133/2023). A questi interventi poi si aggiunge l’istituzione dei nuovi centri temporanei, ovvero strutture ancora più straordinarie dei Cas che possono essere aperte in caso non vi siano posti in altri centri.

Queste novità però non contribuiscono in alcun modo a una riforma organica del sistema che abbia come obiettivo quello di rendere l’accoglienza uno strumento più efficace per l’integrazione dei migranti, rafforzando piuttosto l’approccio emergenziale adottato anche dai governi precedenti.

Foto: Giuseppe Di Maio – Sponz Fest

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