Numeri alla mano Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/cosa/numeri-alla-mano/ Thu, 13 Mar 2025 09:29:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Il collasso del sistema di accoglienza https://www.openpolis.it/il-collasso-del-sistema-di-accoglienza/ Thu, 13 Mar 2025 09:07:09 +0000 https://www.openpolis.it/?p=299992 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai al report Accoglienza al collasso. Ascolta il nostro podcast su Radio Radicale

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai al report Accoglienza al collasso.

12.441

le strutture di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo al 31 dicembre 2023. Le informazioni su questi centri, assieme a quelle sulle presenze al loro interno, la capienza, la localizzazione e molto altro, sono ora disponibili su centriditalia.it, andando ad aggiungersi ai dati che ricostruiscono il sistema dal 2018. Vai alla piattaforma.

68,3%

dei posti disponibili nel sistema si trovava in centri di accoglienza straordinaria (Cas), nel 2023. Come in passato l’accoglienza straordinaria continua a rappresentare il perno dell’intero sistema. Al contrario nel sistema di accoglienza e integrazione (Sai) si trovava appena il 28,2% degli ospiti. Complessivamente i dati del 2023 si attestano ai livelli del 2018, prima annualità per cui abbiamo informazioni strutturate su Centriditalia.it. Da un lato dunque, assistiamo a una crescita dei numeri del sistema, dall’altro è evidente che non ci troviamo di fronte a una situazione inedita o emergenziale. Anche perché in anni precedenti le presenze avevano raggiunto livelli ben superiori, superando le 180mila unità nel 2017 e livelli simili nel 2016. Vai all’articolo.

71,1%

i bandi per la gestione di centri di accoglienza assegnati in affidamento diretto nel 2023. Questo dato, assolutamente preoccupante, sembra derivare da un lato dall’adozione del decreto legge 20/2023, che ha ridefinito le modalità di accoglienza, e dall’altro dalla mancata approvazione, per oltre un anno, del nuovo schema di capitolato di gara. Ovvero il provvedimento attuativo necessario alle prefetture per applicare correttamente le nuove disposizioni. Vai al rapporto.

15,03 euro

il costo giornaliero per ospite previsto per pagare il personale nei nuovi centri temporanei con una capienza fino a 100 posti. Nei Cas di uguale dimensione questa spesa è di € 10,53. Una spesa maggiore insomma, a fronte di strutture che non offrono alcun tipo di assistenza sociale. Resta ancora da capire qual è il senso di creare strutture costose e che non forniscono servizi, malgrado le modalità previste per la loro istituzione siano le stesse dei Cas. Vai al rapporto.

1.773

i minori stranieri non accompagnati accolti in centri di accoglienza straordinaria per minori (anziché nel Sai) a fine 2023. Nel 2019 erano appena 59. Invece che investire nel Sai, il sistema a titolarità pubblica, le nuove norme hanno previsto la possibilità di realizzare o ampliare i Cas per minori oltre i limiti di capienza, in deroga alla normativa. Inoltre viene esplicitamente aperta la possibilità che i minori trovino accoglienza nei Cas per adulti. Purtroppo non sono disponibili dati strutturati sulla presenza di Msna nei Cas per adulti. Tuttavia, stando ai dati ottenuti dal progetto In limine di Asgi, risulta che a fine 2023 più di 700 minori fossero ospitati in centri di accoglienza straordinaria per adulti. Vai al rapporto.

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Occupazione femminile e nidi in Italia https://www.openpolis.it/occupazione-femminile-e-nidi-in-italia/ Thu, 06 Mar 2025 07:55:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=299437 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento Il legame tra offerta di nidi e occupazione femminile Ascolta il […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento Il legame tra offerta di nidi e occupazione femminile

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le donne che fuoriescono dal mercato del lavoro a seguito della maternità nel nostro paese. In Italia spesso è sulle donne che – per stereotipi di genere consolidati – ricade il compito di dedicarsi ai figli. Anche per questo l’occupazione femminile è più bassa. In questo senso, investire sugli asili nido può contribuire a invertire la tendenza. Vai all’articolo.

55,3%

 il tasso di occupazione tra le donne tra 20 e 49 anni con almeno un figlio con meno di 6 anni, nel 2023. Molto meno dei padri coetanei, il cui tasso di occupazione è pari al 90,7%. Il nostro paese è tra gli stati Ue con il divario più marcato tra uomini e donne occupati con figli piccoli. Il gap in Italia era infatti di 35,4 punti percentuali di differenza nel 2023. Solo Repubblica Ceca (51,3 punti) e Grecia (37,1 punti) registrano un divario più ampio in quell’anno. Per avere un riferimento, in Danimarca e Svezia la distanza è di circa 10 punti. Vai al grafico.

30

posti nido ogni 100 bambini con meno di 3 anni in Italia nel 2022. Un dato in progressivo avvicinamento agli obiettivi europei, ma comunque fortemente differenziato sul territorio nazionale. A fronte di 11 le regioni al di sopra della soglia del 33% (cui  si può aggiungere il Piemonte che con il 32,7% l’ha sostanzialmente raggiunta), ampie aree del mezzogiorno si attestano al di sotto del 20%. Sono soprattutto sud e aree interne – ovvero proprio i territori con minore occupazione femminile – a registrare il gap più ampio. Vai all’articolo.

40

posti nido ogni 100 bambini nei comuni con un rapporto più paritario tra occupazione femminile e occupazione maschile. Dieci punti al di sopra della media nazionale (30%). Nei territori dove il rapporto tra tasso di occupazione maschile è tra 1,2 e 1,5 volte superiore rispetto a quello femminile, l’offerta scende al 26%. Dove gli uomini lavorano tra 1,5 e 2 volte in più delle donne, i posti nido calano a 12 ogni 100 bambini; e addirittura a 7 posti ogni 100 minori dove il tasso di occupazione maschile è doppio o più che doppio di quello femminile. Vai al grafico.

100%

delle 10 città con minore occupazione femminile si trovano nel mezzogiorno. Comuni dove la percentuale di donne che lavora varia dal 42,1% di Catania al 47,4% di Trani e Siracusa. In parallelo, anche in termini di servizi per la prima infanzia l’offerta di posti è sistematicamente inferiore alla media nazionale. Tendenzialmente quindi l’occupazione femminile va di pari passo con l’offerta di servizi per la prima infanzia e viceversa; una relazione che probabilmente va letta in entrambe le direzioni. Se più donne lavorano, ci sarà una maggiore pressione per aumentare ulteriormente l’offerta. Allo stesso tempo una maggiore disponibilità di servizi costituirà un supporto all’occupazione soprattutto femminile. Vai all’articolo.

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I nuovi dati sul Pnrr confermano difficoltà e ritardi https://www.openpolis.it/i-nuovi-dati-sul-pnrr-confermano-difficolta-e-ritardi/ Thu, 27 Feb 2025 13:58:22 +0000 https://www.openpolis.it/?p=299435 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’articolo. Ascolta il nostro podcast su Radio Radicale

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34,3%

le risorse del Pnrr che si concentrano nelle mani di soli 100 beneficiari. Per quanto i soggetti coinvolti nell’attuazione del piano italiano siano oltre 27mila, la gran parte delle risorse si concentra tra pochi soggetti. Tra i 100 enti che ricevono più fondi dal Pnrr in Italia troviamo 27 aziende, 21 amministrazioni pubbliche centrali (tra cui 5 ministeri), 16 regioni e 12 comuni. Il soggetto che beneficia della maggior quota di fondi in assoluto è Rete Ferroviaria Italiana (Rfi). Questo ente riceve circa 22,4 miliardi di euro, un dato che non sorprende visto che buona parte degli investimenti in infrastrutture riguarda proprio il trasporto su rotaia. Segue E-Distribuzione Spa con circa 3,5 miliardi di fondi assegnati. Il terzo ente che riceve più risorse dal Pnrr è il Ministero della Giustizia (2,4 miliardi). Tra le amministrazioni territoriali, la regione che riceve più fondi è la Campania (1,7 miliardi) mentre tra i comuni è Roma (1,1 miliardi). Vai all’articolo.

54 mld €

i fondi Pnrr ancora da assegnare. Allargando lo sguardo a tutto il piano, possiamo osservare che i progetti che risultano finanziati attualmente sono 269.299 in totale. Il valore complessivo di queste opere supera i 200 miliardi di euro, di cui il Pnrr contribuisce con circa 140 miliardi (pari a circa il 70% del costo totale dei diversi interventi). In termini numerici, la maggior parte dei progetti finanziati rientra nella categoria della digitalizzazione (oltre 74 mila). Seguono gli interventi sulle infrastrutture (oltre 63 mila) e quelli di varia natura nell’ambito della scuola, dell’università e della ricerca. Per quanto riguarda gli importi già assegnati, possiamo osservare che il 35,4% dei fondi è destinato alle infrastrutture (circa 50 miliardi di euro). Seguono gli interventi nell’ambito dell’istruzione e della ricerca (25,2 miliardi di euro, pari a circa il 18% dei fondi allocati) e quelli specifici per la transizione ecologica (18,4 miliardi di euro, pari al 13,1% dei fondi assegnati). Vai al grafico.

-3,7 mld €

i fondi Pnrr assegnati al tema dell’inclusione sociale, rispetto ai dati di luglio 2024. Il Pnrr è stato rivisto molte volte, molte misure sono state definanziate del tutto o in parte e migliaia di progetti nel tempo sono usciti dal perimetro del piano. E in effetti andando a vedere nei singoli ambiti si trovano situazioni molto eterogenee. Ad esempio, rispetto al luglio 2024, i progetti dedicati alla transizione ecologica sono diminuiti di 1.810 unità, allo stesso tempo però i fondi assegnati sono aumentati di 3,2 miliardi. Per quanto riguarda le infrastrutture risultano tagliate 1.049 opere ma il valore totale dei fondi Pnrr assegnati è aumentato di 1,4 miliardi. Una significativa riduzione delle risorse assegnate riguarda il tema dell’inclusione sociale. Vai all’articolo.

29%

i pagamenti già rendicontati dai soggetti attuatori del Pnrr. Grazie ai nuovi dati è possibile avere un quadro aggiornato di come opere e investimenti si distribuiscono sul territorio nazionale. A livello numerico, la regione che ospita la quota maggiore di interventi sul proprio territorio è la Lombardia (41.290 progetti). Seguono Veneto (24.112), Campania (24.077) e Piemonte (22.126). Anche a livello di risorse assegnate queste regioni risultano ai primi posti. Alla Lombardia infatti sono andati finora circa 18,9 miliardi di euro, alla Campania 15,9, al Veneto 13,5 e al Piemonte 12,6. Bisogna ovviamente tenere presente che alcuni progetti non sono territorializzabili e che una parte dei fondi è ancora da assegnare. Delineato questo quadro, l’aggiornamento dei dati di dicembre rappresenta una grande novità che ci consente di avere informazioni dettagliate sui pagamenti già effettuati a livello di singolo progetto. Si tratta certamente di un passo in avanti molto importante anche se occorre rilevare che alcune criticità permangono. A livello regionale si osserva che la percentuale dei pagamenti rendicontati finora ci parla di uno stato di avanzamento dei progetti tutto sommato molto contenuto. La regione più avanti da questo punto di vista è il Veneto che però si ferma al 28% delle risorse già erogate. Seguono il Trentino Alto Adige (24%) e la Liguria (22%). La Lombardia completa l’elenco delle regioni con una percentuale di pagamenti superiore al 20%. Generalmente al sud i progetti fanno più fatica a ingranare. Con la sola eccezione della Valle d’Aosta (13%), infatti le percentuali più basse si registrano in Calabria (10%), Campania (13%), Sicilia (13%) e Sardegna (14%). Vai alla mappa.

235

le scadenze ancora da conseguire tra il 2025 e il 2026. Il Pnrr italiano quindi è tutt’altro che in una fase avanzata di realizzazione nonostante ormai la sua conclusione sia dietro l’angolo. Ciò nonostante finora il nostro paese è riuscito a rispettare tutte le scadenze previste. Da questo punto di vista però, come abbiamo spiegato più volte, sono intervenute le varie rimodulazioni del piano che ne hanno agevolato il conseguimento. Il lavoro da fare per completare tutte le scadenze tuttavia è ancora molto. Nonostante le varie rimodellazioni peraltro è opportuno evidenziare che alcuni obiettivi e traguardi non sono stati completati al 100%, almeno sulla base delle informazioni disponibili. Solo per citare alcuni esempi, entro la fine del 2024 si prevedeva una riduzione del 95% del numero di cause pendenti nei tribunali ordinari civili di primo grado. Dall’ultima rilevazione disponibile (ottobre 2024) risultava una riduzione pari al 91,67%. Secondo le stime del Ministero della giustizia, la percentuale di riduzione che si prevedeva di raggiungere al 31 dicembre 2024 sarebbe stata pari al 92,9%. Un caso simile riguarda una scadenza che prevedeva l’entrata in vigore di tutti i decreti attuativi necessari per la riforma degli istituti tecnici e professionali. In base alle informazioni rilasciate dall’ufficio per il programma di governo tuttavia, al 14 febbraio scorso, di questi atti ne mancano ancora almeno 8. Vai all’articolo.

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L’alfabetizzazione digitale e le materie Stem in Italia https://www.openpolis.it/lalfabetizzazione-digitale-e-le-materie-stem-in-italia/ Thu, 13 Feb 2025 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=299020 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai agli approfondimenti La sfida dell’alfabetizzazione digitale per contrastare le disuguaglianze e La […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai agli approfondimenti La sfida dell’alfabetizzazione digitale per contrastare le disuguaglianze e La questione dei divari di genere negli apprendimenti Stem

45,8%

i cittadini italiani che, nel 2023, avevano competenze digitali almeno di base. Si tratta di un dato inferiore di circa 10 punti percentuali rispetto alla media europea (55,6%). Solo 4 paesi fanno registrare un dato più basso. Si tratta di Lettonia (45,3%), Polonia (44,3%), Bulgaria (35,5%) e Romania (27,7%). Vai all’articolo.

58,5%

dei giovani italiani tra 16 e 29 anni nel 2023 aveva competenze digitali almeno di base. Il livello di competenze medie aumenta se si fa riferimento esclusivamente ai giovani tra i 16 e i 29 anni, che possono essere considerati dei nativi digitali. Ma è comunque molto al di sotto della media Ue (70,7%). Rispetto agli altri paesi in questo caso l’Italia si colloca al terzultimo posto. Solo Bulgaria (52,3%) e Romania (46%) riportano un dato più basso. Ai primi posti troviamo invece Finlandia (94,5%), Malta (91,8%) e Repubblica Ceca (90,2%). In Italia le ragazze vanno meglio dei ragazzi (59,1% le 16-19enni con competenze almeno di base, contro il 52,7% dei coetanei). Vai al grafico.

16,8%

la quota di laureate italiane in informatica e ICT nel 2023. Sebbene le ragazze registrino competenze digitali superiori, le donne restano fortemente sottorappresentate nei percorsi accademici legati alla tecnologia, un fenomeno che ha radici profonde e che continua a essere alimentato da stereotipi di genere e scarsa incentivazione scolastica. Questa disparità non riguarda solo l’università, ma inizia già nella scuola, dove le ragazze si orientano meno verso le materie tecnico-scientifiche. Un cambiamento culturale ed educativo è necessario per riequilibrare questa situazione e favorire una maggiore presenza femminile nei settori digitali. Vai al grafico.

1 su 10

gli studenti che hanno subito episodi di bullismo o cyberbullismo durante la pandemia, con una percentuale che sale al 18,2% tra gli alunni stranieri.
L’uso delle tecnologie in ambito scolastico e personale può amplificare fenomeni di esclusione e violenza, soprattutto quando non viene accompagnato da un’adeguata educazione digitale. Il cyberbullismo è una minaccia crescente che colpisce in particolare i gruppi più vulnerabili, aumentando il rischio di isolamento sociale e disagio psicologico. Per contrastarlo, è fondamentale integrare nei percorsi scolastici attività di sensibilizzazione sull’uso responsabile di internet e dei social media. Vai al grafico.

35,7%

gli edifici scolastici italiani con un’aula informatica attrezzata nell’anno scolastico 2022/2023. La carenza di infrastrutture digitali nelle scuole rappresenta un freno all’alfabetizzazione tecnologica degli studenti. Senza spazi adeguati e strumenti aggiornati, l’insegnamento delle competenze digitali diventa difficoltoso e disomogeneo, con il rischio che le scuole più svantaggiate restino escluse dai benefici dell’innovazione. Le aule di informatica sono ad esempio molto più presenti all’interno delle grandi città (37,7%) e nei centri di medie dimensioni (36,7%) rispetto alle aree rurali, poco urbanizzate (31,7%).  Potenziare la dotazione tecnologica degli istituti scolastici è un passo fondamentale per garantire a tutti gli studenti le stesse opportunità di apprendimento. Vai all’articolo.

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La spesa effettiva dei progetti del Pnrr https://www.openpolis.it/la-spesa-effettiva-dei-progetti-del-pnrr/ Wed, 05 Feb 2025 16:47:09 +0000 https://www.openpolis.it/?p=298913 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento È stato speso meno di un terzo dei fondi del Pnrr

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269.299

il numero dei progetti del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) monitorati attualmente su OpenPNRR, il progetto della Fondazione Openpolis lanciato nel 2022. Recentemente OpenPNRR è stato integrato con l’aggiornamento al dicembre 2024 dell’avanzamento della spesa per ognuno dei progetti del piano. Si tratta di un risultato conseguito dopo una battaglia per la trasparenza durata oltre due anni. Vai a OpenPNRR.

29%

delle risorse previste per il Pnrr è stato speso al 13 dicembre 2024. In termini assoluti parliamo di 58,6 miliardi di euro: poco meno di un terzo dei fondi a disposizione per il piano. Si tratta di un dato importante, che siamo riusciti finalmente ad elaborare grazie alle informazioni sull’avanzamento di spesa dei singoli progetti, ottenute dopo un lungo botta e risposta con il governo. Vai all’articolo.

9

richieste di accesso civico generalizzato (Foia) e richieste di riesame inviate dalla Fondazione Openpolis al governo dall’aprile 2022 al novembre 2024, aventi a oggetto richieste di dati sul Pnrr. In tal senso, oltre alle richieste formali è stata fondamentale la mobilitazione di centinaia di organizzazioni della società civile, riunite sotto le sigle Dati Bene Comune e Osservatorio Civico Pnrr. Che cos’è il Foia.

194,4

miliardi di euro è l’ammontare delle risorse disponibili del Pnrr. Come detto, tre anni e mezzo dopo l’avvio del piano (luglio 2021) è stato speso meno di un terzo di questa cifra. Ciò pone dubbi sulla possibilità di riuscire a rispettare i vincoli di spesa del piano, che prevede scadenze fino al dicembre 2026. Sarà importante monitorare gli eventuali ritardi, anche per comprendere a fondo come vengono impiegate le risorse e quindi valutare se e quanto il Pnrr sarà realmente impattante sul futuro dell’economia e della società italiana. Vai all’articolo.

5,66

miliardi di euro è quanto si dovrebbe spendere, in media, ogni mese da gennaio 2025 fino all’ultima scadenza del piano, nel dicembre 2026. Se è vero che nel prossimo biennio il ritmo di spesa sarà più alto rispetto a quello sostenuto finora (perché molti progetti saranno in fase di realizzazione), è altrettanto doveroso per cittadini, media e società civile evidenziare le difficoltà, in contraddizione con il tono trionfalistico sul Pnrr della presidente del consiglio Giorgia Meloni e dell’ex ministro Raffaele Fitto. Vai all’articolo.

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L’abuso dei decreti legge e il restringimento degli spazi democratici https://www.openpolis.it/labuso-dei-decreti-legge-e-il-restringimento-degli-spazi-democratici/ Thu, 30 Jan 2025 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=298770 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento Lo stato di emergenza è finito ma continuano a proliferare i decreti […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento Lo stato di emergenza è finito ma continuano a proliferare i decreti legge.

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i decreti legge pubblicati dal governo Meloni nell’arco di un mese (dal 23 dicembre al 24 gennaio). La parte finale dell’anno è caratterizzata dalla grande attenzione rivolta alla legge di bilancio. Mentre le camere erano impegnate nell’approvazione di questo provvedimento tuttavia l’esecutivo ha proseguito nella pubblicazione massiccia di decreti legge. Siamo arrivati a 84 dall’insediamento del governo Meloni. Si tratta del dato più alto, in valori assoluti, tra i governi delle ultime 4 legislature. L’abuso dei decreti legge comporta diverse criticità, non ultimo un restringimento degli spazi di intervento del parlamento. Vai all’articolo.

3

i decreti legge pubblicati in media dal governo Meloni ogni mese. È noto che gli esecutivi nelle ultime legislature hanno avuto durata diversa. Di conseguenza per valutare meglio il ricorso più o meno massiccio ai decreti legge è utile valutare la media di produzione mensile. Da questo punto di vista possiamo osservare che i governi Conte II e Draghi sopravanzano leggermente l’attuale esecutivo con una media di 3,07 decreti legge al mese nel loro periodo a palazzo Chigi. Di fatto quindi l’attuale esecutivo emana decreti legge allo stesso ritmo di quelli che hanno dovuto fronteggiare le fasi più concitate della pandemia. Nonostante l’abuso dei Dl sia una prassi che accomuna sostanzialmente tutti gli esecutivi, è doveroso sottolineare che la necessità di gestire l’emergenza pandemica ha comportato un innalzamento della tolleranza da questo punto di vista. Con la fine dello stato di emergenza però non si è tornati agli standard precedenti. È importante tuttavia non assuefarsi a un simile modus operandi. Questo perché c’è il rischio di uno scivolamento da uno stato di emergenza (temporaneo) verso uno stato di eccezione (strutturale), come definito in ambito accademico (Schmitt e Agamben, tra gli altri). Monitorare e denunciare queste dinamiche è quindi di fondamentale importanza per evitare il rischio di una deriva dei sistemi democratici. Sistemi da cui si attendono risposte in un contesto internazionale molto complesso come quello attuale. Vai al grafico.

71

i decreti del governo Meloni già convertiti in legge dal parlamento. Per capire quanto la proliferazione dei decreti incida sul processo legislativo si può fare un confronto tra il numero di leggi ordinarie e quello di conversioni di decreti legge approvate durante il mandato dei diversi esecutivi. Se si escludono le ratifiche di trattati internazionali, dall’insediamento dell’attuale governo le leggi di conversione approvate sono state 71 a fronte delle 65 ordinarie entrate in vigore. Nelle ultime 4 legislature solo durante il mandato di due esecutivi si è registrato un disavanzo maggiore a favore delle leggi di conversione. Si tratta dei governi Conte II (9 leggi ordinarie e 34 conversioni) e Letta (7 ordinarie, 22 conversioni). L’esecutivo Draghi invece riporta lo stesso squilibrio dell’attuale (41 leggi ordinarie e 47 conversioni). Ci sono invece 4 governi dove è maggiore anche in maniera significativa il numero di leggi ordinarie entrate in vigore. Si tratta degli esecutivi Berlusconi IV, Monti, Renzi e Gentiloni. Vai al grafico.

9

i decreti legge decaduti ma “salvati” attraverso la pratica dei decreti minotauro. Un’altra criticità legata all’uso eccessivo dei decreti legge è che può accadere che il parlamento non riesca a convertirli entro i 60 giorni stabiliti. Ciò è accaduto anche recentemente. Non sono stati convertiti in tempo infatti sia il cosiddetto decreto paesi sicuri sia il Dl che disponeva la riapertura dei termini di adesione al concordato preventivo biennale. Due tra le misure più significative volute recentemente dal governo. In entrambi i casi tuttavia le disposizioni contenute in questi decreti sono state salvate facendo ricorso alla pratica dei cosiddetti decreti minotauro. Tutti i decreti legge non convertiti in tempo dall’attuale parlamento sono stati recuperati con questo escamotage. Sia il presidente della repubblica che la corte costituzionale in passato hanno criticato questa pratica che tuttavia è ancora ampiamente in uso. Vai all’articolo. 

18

i decreti legge pubblicati in gazzetta ufficiale a una distanza pari o superiore a 8 giorni dalla deliberazione in consiglio dei ministri. Mediamente durante l’attuale esecutivo sono intercorsi 4,7 giorni tra l’approvazione di un decreto legge in consiglio dei ministri e la pubblicazione in gazzetta ufficiale. Anche considerando come “fisiologico” un intervallo di alcuni giorni tra la deliberazione e la pubblicazione, possiamo osservare che ci sono state diverse situazioni che necessiterebbero di maggiore attenzione. Tra questi poi ve ne sono 3 in particolare per cui l’intervallo intercorso è stato superiore alle 2 settimane. Il dato più alto in assoluto è quello del recente decreto milleproroghe per il 2025 (18 giorni). Seguono il decreto 44/2023 per il rafforzamento della capacità amministrativa (16 giorni) e quello per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina (15). Vai al grafico.

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L’attacco al diritto di asilo https://www.openpolis.it/lattacco-al-diritto-di-asilo/ Wed, 22 Jan 2025 15:27:39 +0000 https://www.openpolis.it/?p=298616 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento Il diritto all’asilo e alla protezione dalle violenze è sempre più […]

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66.317

le persone migranti arrivate sulle coste italiane dal 1 gennaio al 31 dicembre 2024. Si tratta di cifre nettamente inferiori all’anno precedente. Tuttavia, il numero di arrivi è tornato ai livelli del 2021, quando il governo era presieduto da Mario Draghi, sul sistema di accoglienza vigeva la normativa precedente all’attuale e non erano ancora stati stipulati accordi bilaterali con alcuni paesi del nordafrica come la Tunisia. Vai all’articolo.

139.141

i richiedenti asilo e rifugiati ospitati nel sistema di accoglienza al 31 dicembre 2024, secondo i dati aggregati pubblicati dal ministero dell’interno. Negli ultimi sei anni sono state 3 le riforme del sistema. Ne parliamo da tempo attraverso il progetto Centri d’Italia, l’unico monitoraggio indipendente nel paese sul sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Vai a Centri d’Italia.

13.779

le persone provenienti dal Bangladesh arrivate irregolarmente in Italia nel 2024. Parliamo di arrivi esclusivamente via mare. Il Viminale, infatti, non pubblica i dati degli ingressi via terra, come la cosiddetta “rotta balcanica”. Il Bangladesh è la nazione più ricorrente negli arrivi, seguita da Siria (12,5mila persone), Tunisia (7,7mila), Egitto (4,3mila) e Guinea (3,5mila). Vai al grafico.

41%

del totale degli arrivi sulle coste italiane nel 2024 proviene da paesi considerati dal governo “sicuri”. Basti pensare che sono considerati tali tre dei primi quattro paesi di provienienza: Bangladesh, Tunisia ed Egitto. A un primo sguardo sembrerebbe esserci una connessione tra paesi considerati “sicuri” e numerosità degli arrivi, come ha evidenziato anche l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Le conclusioni a cui è giunta già mesi fa l’associazione è che il governo sembrerebbe aver classificato come “sicuri” i paesi da cui provengono più richiedenti asilo “basandosi principalmente, se non esclusivamente, sull’incremento delle domande di asilo”. Vai all’articolo.

12.504

le persone di nazionalità siriana che hanno fatto ingresso in Italia via mare nel 2024. Nonostante la Siria sia l’unica a non essere considerata “paese sicuro” tra le nazioni con più arrivi, a inizio dicembre l’Italia e altri paesi europei hanno sospeso tutte le richieste di asilo, con la motivazione del cambio di regime a Damasco. Un’ulteriore dimostrazione di come il diritto di asilo sia ogni giorno più minacciato in Italia e in Ue. Vai all’articolo.

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Il riscaldamento a scuola e la qualità dell’ambiente scolastico https://www.openpolis.it/il-riscaldamento-a-scuola-e-la-qualita-dellambiente-scolastico/ Thu, 16 Jan 2025 08:44:01 +0000 https://www.openpolis.it/?p=298266 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi La qualità dell’ambiente scolastico e il riscaldamento a scuola Ascolta il nostro […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi La qualità dell’ambiente scolastico e il riscaldamento a scuola

10 giorni

passati dalla riapertura delle scuole, dopo le vacanze di Natale. Nella maggior parte delle regioni italiane, la pausa natalizia si è conclusa con l’epifania, mentre per alcune – come Basilicata, Abruzzo e Umbria – l’ultimo giorno di pausa è stato il 7 gennaio. Il rientro nelle aule in questi giorni pone l’attenzione su quanto alcuni fattori strutturali influiscano in modo determinante sull’offerta didattica. In inverno, il funzionamento degli impianti di riscaldamento è una delle questioni più rilevanti per monitorare la qualità dell’esperienza scolastica di studenti, insegnanti e personale della scuola. Vai all’articolo.

88,4%

gli edifici scolastici per cui è dichiarata la presenza di impianti di riscaldamento. La presenza di impianti ovviamente non è sufficiente per valutare l’effettiva esperienza scolastica di ragazze e ragazzi. Questo perché vi sono anche altri aspetti da tenere in considerazione: dal funzionamento in concreto degli impianti, all’isolamento termico nelle singole aule. Allo stesso tempo, si tratta di un primo elemento rilevante da considerare per valutare la condizione delle scuole. In Italia, su oltre 40mila edifici scolastici statali presenti, sono circa 35mila quelli per cui gli enti proprietari hanno dichiarato la presenza dell’impianto di riscaldamento. Perciò in media poco meno del 90% degli edifici è dotato di impianto di riscaldamento. In 526 questo non è sicuramente presente, mentre per circa il 10% degli edifici (oltre quattromila) tale informazione non è disponibile. Vai all’articolo.

98,5%

la quota di edifici scolastici con impianti di riscaldamento in Piemonte. Si tratta della regione con più scuole dotate di impianti. Seguono, con oltre il 95%, Veneto, Liguria, Marche, Lombardia, Valle d’Aosta. In Calabria e in Campania la presenza dell’impianto di riscaldamento è stata dichiarata nell’anno scolastico 2022/23 per meno del 70% degli edifici scolastici. Rispettivamente il 69,8% e il 66,1% del totale. Va comunque considerato che, in entrambe regioni, risulta molto elevata la quota di edifici per cui tale informazione non è stata dichiarata dagli enti proprietari, province e comuni. Il dato non è infatti disponibile per circa un terzo delle scuole campane (32,8% degli edifici scolastici statali) e per il 28,1% di quelle calabresi. Vai al grafico.

24 su 109

i comuni capoluogo in cui tutti gli edifici scolastici censiti dispongono dell’impianto di riscaldamento. In altri 50 la quota supera il 90%. Di questi 74 comuni con maggiore dotazione, 57 si trovano nell’Italia centro-settentrionale, mentre sono 17 quelli di sud e isole. Nei comuni periferici e ultraperiferici, i più distanti dai servizi essenziali, la presenza di impianti di riscaldamento è dichiarata per l’86,6% degli edifici scolastici. Quasi 2 punti in meno della media nazionale, pari all’88,4%. Vai alla mappa.

93%

gli edifici scolastici per cui è dichiarata la presenza di impianti di riscaldamento nelle zone climatiche più fredde. Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione è il confronto con le zona climatica di appartenenza del comune. Si tratta di una classificazione contenuta nel Dpr 412/1993, che consente di categorizzare i comuni secondo una scala da A a F. Nei comuni delle due zone climatiche “più fredde” (zone E e F), in media oltre il 93% degli edifici scolastici è dotato di impianto, a fronte di una media dell’88,4%. Vai alla mappa.

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I dati sulla spesa e le difficoltà del Pnrr https://www.openpolis.it/i-dati-sulla-spesa-e-le-difficolta-del-pnrr/ Thu, 19 Dec 2024 08:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=298216 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi I dati aggiornati sulla spesa dei fondi Pnrr confermano le difficoltà e i […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi I dati aggiornati sulla spesa dei fondi Pnrr confermano le difficoltà e i ritardi.

57,7 miliardi €

i fondi del Pnrr già spesi. I dati sulla spesa rappresentano un indicatore utile per valutare lo stato di attuazione del Pnrr. Il suo incremento infatti dovrebbe indicare un avanzamento delle procedure legate alle opere che si intende realizzare. Su questo fronte purtroppo i dati disponibili sono ancora molto scarsi. Per questo abbiamo presentato anche una specifica richiesta di accesso agli atti (Foia) a cui però è arrivata una risposta insoddisfacente. Tuttavia una recente relazione della corte dei conti fornisce una serie di indicazioni utili a ricostruire un quadro aggiornato. Dal documento emerge come, al 30 settembre 2024, i fondi spesi fossero circa il 30% delle risorse totali assegnate all’Italia. Da ciò emerge con evidenza lo sforzo richiesto a tutti i soggetti coinvolti nei prossimi anni per finalizzare i progetti nei tempi. Vai all’articolo.

-12,9 miliardi €

la riduzione della spesa dei fondi Pnrr nel biennio 2023-2024 rispetto alla programmazione originaria. In base ai dati presenti sul sistema Regis a inizio novembre, si può notare un ulteriore slittamento in avanti di una parte delle spese precedentemente previste per il biennio 2023-2024 per un totale di circa 2,4 miliardi di euro. A seguito di questa ennesima revisione, si prevede un incremento della spesa di circa 1,2 miliardi nel 2025 e 680 milioni nel 2026. Confrontando questa nuova programmazione con quella originaria emerge come nel biennio 2023-2024 la spesa ipotizzata inizialmente sia stata rivista al ribasso in maniera particolarmente significativa. A ciò si aggiunge una riduzione anche nelle annualità precedenti, tutte da recuperare nei due anni conclusivi del piano. Rispetto a quanto previsto inizialmente infatti si prevede di spendere ben 8,3 miliardi in più nel 2025 e 8,9 miliardi nel 2026. Vai al grafico.

29,5 miliardi €

i fondi da spendere nell’ultimo trimestre del 2024 secondo i dati presenti sul sistema Regis. La corte riporta che nei primi 9 mesi dell’anno c’è stato un incremento di 12,6 miliardi rispetto al dicembre 2023. Tale ammontare rappresenta circa il 30% rispetto alla programmazione rivista presente attualmente sul sistema Regis. Ciò significa che, in teoria, nell’ultimo trimestre dell’anno si dovrebbero riuscire a spendere ben 29,5 miliardi di euro. A questo proposito però occorre sottolineare che il governo nel documento programmatico di bilancio (Dpb) ha ulteriormente rivisto al ribasso le stime. In base a questo documento infatti il livello di spesa raggiunto attualmente sarebbe pari a circa il 60% di quanto previsto per l’anno in corso. Dunque l’aspettativa sarebbe quella di riuscire a spendere un totale di circa 21 miliardi nel 2024 (questo significa che ci si aspetta una spesa ulteriore di 8,4 miliardi di euro entro fine anno). Ciò però comporterebbe una ulteriore revisione rispetto alla programmazione della spesa contenuta in Regis e un ennesimo aumento degli obiettivi da raggiungere nel biennio 2025-2026. Vai all’articolo.

8 su 10

i casi in cui la corte dei conti rileva un livello di avanzamento della spesa complessiva inferiore al 25%. Nel 57% dei casi addirittura il tasso di spesa risulta inferiore al 10%. Solamente il 13% delle misure si colloca a un livello di avanzamento compreso tra il 25% e il 50%. Solo l’8% degli investimenti si trova a un livello ancora superiore. Le missioni 3 (infrastrutture), 4 (Istruzione e ricerca) e 6 (Salute) risultano abbastanza avanzate se si considera la programmazione 2020-2024. Nel complesso però non sono molti in realtà i fondi già erogati. Parliamo rispettivamente del 37%, del 25% e del 14%. Vai al grafico.

4.775

i progetti per cui risulta ultimata la rendicontazione da parte dei soggetti attuatori. L’analisi delle informazioni disponibili su Regis restituisce un quadro in cui la rendicontazione si trova ancora in una fase iniziale. Oltre la metà (52%) dei rendiconti predisposti dai soggetti attuatori devono ancora passare al vaglio delle amministrazioni titolari competenti. C’è poi un 23% di progetti che si trova nella fase della verifica formale (completezza e correttezza della documentazione) mentre solo l’1% si trova alla fase della verifica sostanziale (controlli sulla correttezza delle spese rendicontate). Scomponendo l’iter di controllo tra verifiche formali e sostanziali, va sottolineato come le prime, necessarie su tutti i rendiconti, abbiano assorbito gran parte delle tempistiche di approvazione con circa 73 giorni, a fronte dei 19,4 mediamente impiegati per i controlli sostanziali. In molti casi si sono riscontrati difficoltà e ritardi in fase di verifica. Tra le amministrazioni più in difficoltà il ministero del lavoro, quello delle infrastrutture e quello della cultura. Le amministrazioni sentite dalla corte hanno lamentato diverse criticità: carenza di personale, inadeguatezza delle rendicontazioni presentate, richieste per rimborsi frammentate. Questi elementi possono comportare grandi difficoltà a lungo andare. Vai all’articolo.

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La proliferazione dei decreti omnibus https://www.openpolis.it/la-proliferazione-dei-decreti-omnibus/ Thu, 12 Dec 2024 08:02:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=297867 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi Il 2×1000 ai partiti e il problema mai risolto dei decreti omnibus. Ascolta […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi Il 2×1000 ai partiti e il problema mai risolto dei decreti omnibus.

28 mln €

i fondi del 2×1000 destinati ai partiti politici per il 2024. Attraverso un emendamento presentato in sede di conversione del decreto fiscale il governo ha provato a riscrivere le norme che riguardano la gestione dei fondi del 2×1000. Con la nuova impostazione, la soglia massima di fondi a favore delle forze politiche sarebbe passata da 25 a oltre 40 milioni di euro all’anno. Questo tentativo è stato bloccato dal capo dello stato che ha mosso diversi rilievi all’emendamento tra cui anche quello di essere estraneo al fine originario del provvedimento. Un emendamento dagli effetti più limitati è stato comunque approvato, ma interviene solo sul 2024 innalzando la soglia di 3 milioni di euro. Vai all’articolo.

34

i decreti classificabili come omnibus convertiti in legge dall’inizio della legislatura. In alcuni casi i decreti legge escono già come omnibus direttamente da palazzo Chigi ma è molto più frequente che possano assumere questa caratteristica una volta terminato l’iter di conversione in parlamento. Questo perché la presentazione di emendamenti alle leggi di conversione rappresenta una delle poche opportunità per deputati e senatori di intervenire in maniera incisiva nel processo legislativo. In tal modo infatti i parlamentari possono tentare di inserire misure che altrimenti difficilmente vedrebbero la luce. Vai all’articolo.

40%

le conversioni di decreti sul totale delle leggi approvate. Dall’inizio della XIX legislatura a oggi sono state approvate complessivamente 170 leggi, di cui 68 sono conversioni di decreti. Questo dato pone il governo Meloni al secondo posto per incidenza dei decreti legge nella produzione normativa. Solo con il governo Letta si registra un dato più alto (58,3%). Al terzo posto invece si trova l’esecutivo Conte II con il 34,3%. Vai al grafico.

2.052

gli emendamenti approvati legati alla conversione dei decreti legge. Quelli che hanno contribuito alla formazione di atti omnibus sono 1.269 cioè il 61,8% del totale di quelli approvati. Tra le leggi di conversione a cui sono state apportate le maggiori modifiche in termini assoluti troviamo quelle relative al decreto milleproroghe per il 2022 (162), al decreto Pnrr ter (145) e Pa, sport e giubileo (88). Questi atti sono tutti classificabili come omnibus a seguito del passaggio parlamentare. Tra gli altri omnibus che riportano un numero significativo di emendamenti approvati troviamo il Dl milleproroghe 2024 (79), quello per il rafforzamento della capacità amministrativa (78) e il Pnrr quater (73). Vai al grafico.

22

i decreti legge omnibus approvati con almeno un voto di fiducia. Nessuna delle leggi di conversione è stata modificata in seconda lettura. Di fatto quindi gli emendamenti sono sempre stati discussi e approvati dalla prima camera che ha esaminato il provvedimento, con la seconda che si è limitata a ratificare il lavoro fatto. Questa prassi, nota anche con il nome di monocameralismo di fatto, è particolarmente frequente quando parliamo della conversione di decreti legge. Quando il parlamento si trova a doverne esaminare troppi tutti insieme infatti non ha il tempo per entrare nel merito delle questioni. Per lo stesso motivo spesso il governo è stato “costretto” a fare ricorso alla fiducia per non far decadere i provvedimenti in discussione. Tra i Dl già convertiti infatti ce ne sono ben 41 (il 64%) per cui la fiducia è stata posta in almeno un ramo del parlamento. Vai all’articolo.

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