Vedo non vedo

La trasparenza delle lobby in Italia ed Europa

I gruppi di pressione giocano un ruolo sempre più importante nelle dinamiche decisionali delle democrazie moderne. In Italia la materia non è regolata, e ci sono molte zone d’ombra. Partendo da pregi e difetti del registro europeo, un’analisi sul livello di trasparenza del mondo delle lobby.

Il processo democratico. Nelle democrazie il processo legislativo è codificato in dettaglio in tutte le sue parti: tempi, procedure e soprattutto attori. A questi ultimi è collegato un concetto fondamentale, quello dell’accountability, nel senso di responsabilità di rispondere del proprio operato. Sapere chi ha deciso cosa e perché permette ai cittadini di giudicare le azioni di chi è al potere. La piena trasparenza dei processi decisionali diventa quindi un diritto di tutti i cittadini, purtroppo spesso ignorato. Negli ultimi anni sono cresciuti il ruolo e l’importanza dei lobbisti, specie agli occhi dell’opinione pubblica. I cosiddetti portatori di interessi o gruppi di pressione hanno sempre fatto parte delle dinamiche decisionali, ma ora è in atto un processo di trasparenza che cerca di fare luce sul fenomeno.

La situazione in Italia. Nel parlamento italiano non esiste un registro delle lobby, ma in questo caso non siamo gli ultimi della classe. Da uno studio di aprile 2016 redatto dal servizio di ricerca del parlamento europeo risulta che nell’Unione solo 6 paesi su 28 hanno un registro obbligatorio. In Italia la situazione è abbastanza statica e solo negli ultimi mesi due iniziative hanno mosso un po’ le acque. Il 26 aprile 2016 la giunta per il regolamento di Montecitorio ha approvato la Regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi nella sedi della camera dei deputati. A inizio settembre Carlo Calenda, ministro per lo sviluppo economico, ha lanciato un registro per la trasparenza nel suo dicastero, ispirato a quello delle istituzioni europee

Il registro europeo. L’8 maggio del 2008 il parlamento europeo ha approvato una risoluzione per elaborare un quadro dell’attività dei rappresentanti di interessi nelle istituzioni europee. Sono quasi 10.000 le strutture accreditate, per lo più organizzazioni non governative o lobbisti interni di aziende e associazioni di categoria. Nonostante il registro rappresenti un enorme passo in avanti nello scenario europeo, alcune organizzazioni, tra cui Alter-Eu e Transparency International, da mesi si battono per rinnovare e potenziare questo strumento. L’iscrizione infatti non è obbligatoria, e la base volontaria della registrazione è forse il più grande limite del registro. Inoltre la definizione delle attività volte a influenzare i processi decisionali e legislativi dell’Ue risulta alquanto vaga, rendendo molto ampia la serie di soggetti che possono registrarsi. Le organizzazioni che decidono di accreditarsi spesso compilano male il questionario, inserendo dati errati e mal interpretando le informazioni richieste.

Intergruppi parlamentari. Sempre più spesso nelle dinamiche politiche di camera e senato si nota l’opera degli intergruppi parlamentari. Queste entità mettono insieme politici provenienti da entrambi i rami del parlamento e da vari gruppi, anche di opposto colore politico, uniti da un interesse comune che può essere il più disparato: c’è un intergruppo per l’invecchiamento attivo, uno per la sussidiarietà, uno sulle questioni di genere eccetera. Purtroppo al momento gli intergruppi non sono regolamentati e questo rende ancora più difficile capire il fenomeno. Anche su questo tema il parlamento europeo fornisce molti spunti interessanti. Le organizzazioni che si accreditano nel registro per la trasparenza devono dichiarare se appartengono o partecipano all’attività degli intergruppi dell’europarlamento, e se sì, quali sono. In aggiunta nel dicembre del 1999 il parlamento europeo ha stilato le regole per creare gli intergruppi, stabilendo i requisiti necessari.

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