L’attività del governo Draghi in numeri Governo e parlamento

Dopo aver incassato la fiducia al senato con soli 95 voti favorevoli, il presidente del consiglio ha deciso di confermare le proprie dimissioni. Ripercorriamo attraverso i numeri quanto fatto dall’esecutivo in questi 17 mesi.

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La scorsa settimana abbiamo assistito allo strappo del Movimento 5 stelle che, decidendo di non votare a favore della legge di conversione del decreto aiuti, ha dato avvio alla crisi di governo. Nonostante il provvedimento sia stato approvato da entrambe le camere infatti, il presidente del consiglio Mario Draghi ha deciso di rassegnare le proprie dimissioni.

Tale decisione è motivata dal fatto che Draghi ha dichiarato a più riprese di non volere un perimetro di maggioranza diverso dall’attuale. Questo perché, con l’ipotetica uscita di una delle forze politiche tuttora più numerose in parlamento (nonostante espulsioni, scissioni e abbandoni), verrebbe meno quel concetto di governo di unità nazionale sulla cui base Draghi aveva accettato di insediarsi a palazzo Chigi.

Un governo di unità nazionale è un esecutivo che si regge sul sostegno della totalità (o quasi) delle forze presenti in parlamento. Spesso nasce in situazioni di grave emergenza (guerra, crisi finanziarie e simili). Vai a "Che cos’è un governo di unità nazionale"

Come noto, le dimissioni sono state rifiutate dal presidente della repubblica che ha invitato Draghi a riferire alle camere. In attesa di capire quale sarà il destino di governo ricostruiamo il percorso che ha portato alla crisi e valutiamo, numeri alla mano, l’efficacia dell’azione del governo Draghi dal punto di vista della produzione normativa.

Possiamo osservare che negli ultimi 17 mesi è stato approvato un significativo numero di riforme. La maggior parte delle leggi che hanno concluso l’iter parlamentare sono di iniziativa governativa e in molti casi l’esecutivo ha fatto ricorso a decreti legge e questioni di fiducia. Una prassi ormai abituale ma che limita notevolmente le prerogative delle camere.

Come si è evoluta la crisi di governo

Come detto, la crisi di governo è nata a seguito della decisione del Movimento 5 stelle di non votare a favore della legge di conversione del decreto aiuti. Alla camera e al senato però si sono verificate due situazioni diverse. In base all’articolo 116 del regolamento di Montecitorio infatti, quando un progetto di legge si compone di un solo articolo, il governo può porre la fiducia su quel singolo articolo e non sull’intero provvedimento. Per quest’ultimo è richiesta una ulteriore votazione. Infatti alla camera si sono tenute due votazioni distinte. Una sulla questione di fiducia posta dal governo il 7 luglio e una sull’approvazione definitiva del provvedimento, l’11 luglio.

Alla camera si sono tenute due votazioni distinte sul Dl aiuti.

Nel primo caso il M5s ha votato insieme al resto della maggioranza, mentre nel secondo i deputati pentastellati non hanno partecipato allo scrutinio risultando quindi assenti. Con questo escamotage si è tentato di evitare la rottura. Infatti gli esponenti del movimento hanno sottolineato che le critiche riguardavano il merito del provvedimento e non direttamente il rapporto fiduciario con il governo. Il regolamento del senato però non ha consentito di ripetere lo stesso espediente in questa sede ed infatti qui la votazione è stata unica. Anche in questo caso il M5s non ha partecipato al voto, evitando quindi dal votare o meno la fiducia.

In base all’articolo 116 del regolamento della camera quando un progetto di legge si compone di un solo articolo, il governo può porre la fiducia su quel singolo articolo e non sull’approvazione finale del provvedimento che avviene con una ulteriore votazione. È grazie a questo escamotage che gli esponenti del Movimento 5 stelle alla camera hanno potuto votare favorevolmente alla questione di fiducia il 7 luglio ma hanno poi deciso di non partecipare al voto (risultando quindi assenti) l’11 luglio, quando si è decisa l’approvazione finale del provvedimento. Dopo aver votato a favore del provvedimenti l’11 luglio, l’onorevole Francesco Berti è uscito dal Movimento 5 stelle e ha aderito a Insieme per il futuro. La senatrice Cinzia Leone ha invece aderito a Ipf nel giorno stesso della votazione a palazzo Madama ed è già stata conteggiata nel nuovo gruppo. Alla camera attualmente è vacante il seggio di Elio Vito, cessato dal mandato parlamentare il 13 luglio 2022.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: domenica 17 Luglio 2022)

Il presidente Draghi ha quindi tratto le sue conclusioni e ha deciso di dimettersi nonostante i numeri per proseguire nell’azione di governo siano sufficienti anche senza l’appoggio del M5s. Al senato infatti i voti favorevoli sono stati 172, più della maggioranza assoluta (161). Alla camera invece sono stati 266, meno della maggioranza assoluta (316). In questo caso però occorre sottolineare che i deputati che non hanno partecipato al voto perché assenti o in missione (senza considerare i 5s) erano ben 212.

Il governo Draghi e i voti di fiducia

Dopo aver ricostruito gli avvenimenti degli ultimi giorni, passiamo ad analizzare alcuni dati relativi all’attività che il governo Draghi ha svolto in questi 17 mesi. Un primo dato interessante riguarda certamente il ricorso alla questione di fiducia. Uno strumento a cui l’esecutivo ha fatto ricorso in modo sempre più consistente con il trascorrere dei mesi.

Il governo Draghi infatti, nonostante l’amplissima maggioranza che lo ha sostenuto sinora, ha posto la questione di fiducia in 55 occasioni. Considerando i governi delle ultime 3 legislature, solo l’esecutivo guidato da Matteo Renzi ha fatto maggiormente ricorso alla fiducia (66). Da considerare però che tale governo è durato circa il doppio rispetto all’attuale (33 mesi).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 15 Luglio 2022)

Il governo Draghi è primo per questioni di fiducia poste in media al mese.

Se però consideriamo il dato medio di questioni di fiducia poste ogni mese, in modo da poter confrontare esecutivi che hanno avuto una durata diversa, vediamo che quello di Mario Draghi passa al primo posto con 3,24 voti di fiducia di media. Al secondo posto troviamo il governo Monti (3), al terzo il governo Conte II (2,25). Si tratta di dati, almeno quelli relativi agli ultimi 2 governi, certamente influenzati dall’emergenza pandemica e in particolare dalla necessità di convertire entro i tempi previsti il gran numero di decreti legge emanati per questo fine. Troviamo un parallelismo anche tra i due governi "tecnici" che hanno guidato il paese in momento di grave crisi. Entrambi infatti hanno fatto ampio ricorso allo strumento. Certo, l’approvazione dei provvedimenti “a colpi di fiducia” non rappresenta mai un buon segno perché in questo modo si aggirano le prerogative del parlamento, massimo organo rappresentativo del paese.

Altri dati sul governo Draghi, la produzione normativa

Premettendo che una parte fondamentale dell’attività dell’esecutivo riguarda anche aspetti di carattere amministrativo, certamente alcuni degli elementi di maggiore interesse sono quelli legati all’attuazione del programma che, per una parte consistente, prevede l’approvazione di riforme legislative. Misure che quindi richiedono il coinvolgimento diretto del parlamento.

Da questo punto di vista, possiamo osservare che nel periodo compreso tra il 13 febbraio 2021 (data di insediamento del governo Draghi) e il 15 luglio 2022, le leggi approvate in via definitiva sono state 125. La maggior parte di queste sono ratifiche di trattati internazionali (44). Norme che in verità, salvo rarissimi casi, non hanno un grande peso politico. Tanto che quasi sempre vengono approvate con larghissimo consenso e senza grandi dibattiti. Un valore più significativo è quello delle conversioni di decreti legge (43). Seguono, molto distanziate, le leggi ordinarie (21) e le leggi delega (10).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 15 Luglio 2022)

Tra gli ultimi 6 esecutivi, l’attuale risulta al terzo posto come numero di leggi approvate in via definitiva dal parlamento. Fanno meglio i governi Berlusconi IV (279) e Renzi (261). Anche in questo caso però, per valutare il livello di produttività è importante tenere presente la diversa durata degli esecutivi di volta in volta in carica. Prendendo in considerazione il dato medio infatti, vediamo che il governo Draghi sale al secondo posto con 7,35 norme approvate in via definitiva per ogni mese.

Nel primo grafico è mostrato il numero in valore assoluto di leggi approvate dal parlamento nelle ultime 3 legislature suddiviso in base ai governi in carica. Nel secondo invece è fornito il dato medio di leggi approvate al mese però ogni governo.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 15 Luglio 2022)

Fa meglio in questo caso - ma le differenze sono minime - solo il governo Renzi (7,91 leggi approvate al mese di media), mentre al terzo posto troviamo l’esecutivo guidato da Mario Monti (7,12).

Il peso dell’esecutivo sulla produzione legislativa

La produttività del parlamento, in termini di leggi approvate, può quindi cambiare in maniera anche significativa all’interno di una stessa legislatura. Questo, almeno in parte, dipende anche dalla formazione di maggioranze diverse e composite all’interno delle camere. Una prassi a cui ormai ci siamo abituati ma che è sintomatica della crisi dell’attuale sistema partitico.

Il peso politico del governo incide sull'attività normativa del parlamento.

Tale crisi peraltro ha anche determinato una sorta di ribaltamento dei ruoli. Infatti è sempre di più l’esecutivo a determinare l'agenda delle camere anziché il contrario. Da questo punto di vista, la formazione di maggioranze eterogenee per quanto ampie certamente non aiuta. Infatti, senza una chiara volontà politica, risulta sempre più difficile trovare l'accordo per approvare norme che non ricadano strettamente nell'ambito dell'attuazione del programma di governo. La diretta conseguenza di questo processo è che, in linea generale, sono sostanzialmente le proposte di legge che interessano all’esecutivo quelle che arrivano più facilmente a concludere l’iter parlamentare. Un caso di specie, ad esempio, è quello del Ddl Zan. In questo caso infatti la mancata presa di posizione dell’esecutivo sul tema ha certamente contribuito all’affossamento della proposta di legge.

Un dato che ci può aiutare a comprendere meglio questa dinamica è quello legato all’iniziativa delle proposte di legge approvate dal parlamento. Nel periodo compreso tra il 13 febbraio 2021 e il 15 luglio 2022 possiamo osservare che circa l’80% delle leggi approvate sono di iniziativa governativa. Un dato molto alto anche se in precedenza si sono registrati valori addirittura superiori. Quello più alto fa riferimento al governo Conte II (85,3%), seguito dal governo Letta (83,3%).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 15 Luglio 2022)

Dati che confermano quanto il peso politico del governo incida sui disegni di legge portati avanti dalle camere. E che, evidentemente, lascia poco spazio a deputati e senatori per occuparsi di altri temi diversi da quelli inseriti nel programma di governo.

Foto: palazzo Chigi - licenza

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