Sicilia Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/sicilia/ Tue, 10 Sep 2024 07:06:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Abbandono scolastico, un miglioramento che non dice tutto https://www.openpolis.it/abbandono-scolastico-un-miglioramento-che-non-dice-tutto/ Tue, 10 Sep 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=290643 Cala l'abbandono scolastico nel 2023, in linea con il trend seguito negli ultimi anni. Anche sulla dispersione implicita, dopo il Covid si registrano i primi segnali positivi. Non va però trascurata l'ampiezza dei divari sociali e territoriali che restano nel paese.

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Nel 2023 l’abbandono scolastico in Italia è sceso al 10,5%, in progressivo calo rispetto all’11,5% del 2022 e al 12,7% del 2021.

Si tratta di un dato indubbiamente positivo, perché conferma il percorso di progressivo avvicinamento del paese agli obiettivi europei. L’agenda Europa 2020 aveva previsto di contenere entro il 10% la quota di giovani tra 18 e 24 anni che hanno lasciato la scuola con al massimo la licenza media. Dopo la pandemia questa soglia è stata resa ancora più sfidante.

L’obiettivo continentale, in vista del 2030, è stato ulteriormente abbassato di un punto (9%) con una risoluzione del consiglio europeo del febbraio 2021.
Vai a “Che cos’è l’abbandono scolastico”

Questo aggiornamento va quindi letto positivamente, perché segnala l’avvicinamento del paese ai target fissati in sede europea sull’abbandono dal sistema formativo.

In estate, segnali positivi sono arrivati anche sul fronte della cosiddetta dispersione implicita. A differenza dell’abbandono scolastico esplicito, parliamo della quota di ragazze e ragazzi che, pur completando il proprio percorso di studi, finisce la scuola con competenze di base inadeguate. Questa, esplosa durante la pandemia, è tornata a diminuire con gli ultimi risultati delle prove Invalsi, diffusi a luglio.

Tuttavia, restano almeno 3 motivi di preoccupazione. Primo, il tasso di abbandono scolastico registrato nel 2023 resta ai primi posti a livello europeo, essendo quinto su 27 stati.

Secondo, la dispersione implicita è tornata sotto i livelli pre-Covid, ma il recupero non è ancora completo in materie chiave come italiano e matematica. Il miglioramento necessita quindi di essere monitorato con attenzione nei prossimi anni, che consentiranno di verificare gli effetti educativi di lungo termine della pandemia sulle classi di età più giovani.

Terzo, il calo della dispersione esplicita e implicita non deve far trascurare i divari di diversa natura che restano nel paese e su cui è urgente intervenire. Gap sociali, di cittadinanza, di genere e territoriali che minano il percorso futuro di tante ragazze e ragazzi.

L’abbandono scolastico in Italia e in Ue nel 2023

Nonostante il calo, all’interno dell’Unione europea, l’Italia rientra tra i paesi dove il problema degli abbandoni precoci resta più consistente. Nel 2023 è il quinto paese con più abbandoni (10,5%), dopo Romania (16,6%), Spagna (13,7%), Germania (12,8%) e Ungheria (11,6%).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Eurostat

Si consolida quindi il quinto posto su 27 registrato già nel 2022, un posizionamento che era stato migliorativo rispetto al terzo rilevato nel 2021. E che comunque conferma il nostro paese ai primi posti – in ambito europeo – rispetto all’incidenza dell’abbandono scolastico precoce tra i più giovani.

Gli ampi divari nell’abbandono scolastico nel paese

Restano inoltre altri problemi piuttosto significativi, non solo nel confronto esterno con gli altri stati, ma nei divari interni al nostro paese.

In primo luogo, permane un forte gap di genere nell’incidenza delle uscite precoci dal sistema di istruzione. A fronte di una media di circa un giovane su 10 che abbandona, il rapporto sale di quasi 3 punti percentuali tra i maschi. Oltre il 13% dei ragazzi tra 18 e 24 anni ha infatti lasciato gli studi o la formazione prima del tempo.

13,1% il tasso di abbandono scolastico tra i maschi nel 2023. Tra le ragazze il fenomeno è più contenuto (7,6%).

Ancora più ampia è la distanza rispetto alla cittadinanza. Tra i giovani italiani, la quota di uscite precoci dal sistema educativo scende al 9%, rispetto al 10,5% medio nel 2023. Tra i ragazzi stranieri al contrario sale al 26,8%. Un’incidenza in calo rispetto all’anno precedente – nel 2022 la quota superava il 30% – ma comunque quasi tripla rispetto a quella dei cittadini italiani.

Costituisce un altro aspetto critico il permanere di divari piuttosto ampi in termini di abbandono scolastico tra i diversi territori del paese. È infatti più contenuto nel centro Italia (7%) e nel nord (dove è compreso tra 8 e 9%) rispetto al mezzogiorno. Nel sud continentale si attesta al 13,5%, mentre nelle isole raggiunge il picco massimo (17,2%).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Eurostat
(pubblicati: mercoledì 24 Aprile 2024)

Tra le regioni, spiccano infatti le due isole: in Sardegna l’incidenza degli abbandoni precoci raggiunge il 17,3%, in Sicilia il 17,1%. Tuttavia mentre nella seconda si registra una riduzione rispetto al 2022 (quando i giovani con al massimo la licenza media erano il 18,8%), nella prima si rileva un incremento: dal 14,7% del 2022 al 17,3% attuale. Seguono, con valori superiori al 16%, la provincia autonoma di Bolzano e la Campania.

17,3% il tasso di abbandono scolastico in Sardegna nel 2023.

L’incidenza è invece già inferiore al 9% in Piemonte, Basilicata, provincia autonoma di Trento, Lombardia, Molise, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Lazio e Umbria.

Dispersione implicita, un miglioramento da monitorare

Mentre il calo dell’abbandono vero e proprio della scuola è una tendenza piuttosto costante e consolidata degli ultimi due decenni, la dispersione implicita ha avuto un andamento del tutto diverso.

Parliamo della situazione in cui si trovano gli studenti che completano il proprio percorso di studi senza però aver raggiunto le competenze di base adeguate, nelle materie monitorate dall’istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo. Si distingue dalla dispersione cosiddetta “esplicita”. Quella che, nella sua forma più grave, consiste appunto nell’abbandono scolastico prima del raggiungimento del diploma o di una qualifica.

Negli anni dell’emergenza Covid, la quota di ragazzi di quinta superiore in dispersione implicita è cresciuta molto, passando dal 7,5% circa nel pre-Covid al 9,8% del 2021, con un picco tra gli studenti svantaggiati. Nel 2022 il trend si era sostanzialmente confermato (9,7%), mentre una traiettoria discendente si era iniziata a vedere – pur timida – nel 2023 (8,7%). Quest’anno, per la prima volta, si assiste a una contrazione che porta la quota di studenti di quinta con apprendimenti insufficienti nelle materie di base sotto i livelli pre-Covid.

6,6% gli studenti in dispersione implicita alla fine del secondo ciclo di studi nel 2024.

Risultati positivi da monitorare nei prossimi anni.

Un dato molto significativo e positivo, che però non deve far dimenticare gli sforzi ancora necessari per recuperare la situazione precedente la pandemia. Se si isolano gli studenti di quinta superiore con apprendimenti insufficienti in italiano, quasi il 44% non raggiunge livelli adeguati, e di questi il 18,7% si attesta su risultati del tutto inadeguati. In matematica queste due percentuali salgono rispettivamente al 47,5% e al 25,5%.

Da notare che, in entrambi i casi, si tratta di un miglioramento rispetto alla situazione pandemica. Tra 2021 e 2023 poco più della metà degli alunni (51-52%) aveva raggiunto i traguardi previsti in italiano al termine del secondo ciclo d’istruzione; nel 2024 la quota sale al 56%. Stessa tendenza positiva in matematica, dove i risultati adeguati passano dal 50% in fase Covid al 52% attuale. Eppure la situazione pre-Covid in queste due materie non appare ancora pienamente recuperata, e andrà monitorata nel tempo. Nel 2019 risultati positivi erano raggiunti dal 64% dei ragazzi di quinta in italiano e dal 61% in matematica.

64% gli studenti di V superiore con risultati adeguati in italiano nel 2019. Oggi sono il 56%.

Inoltre, i dati Invalsi consentono di ricostruire i divari sociali e territoriali su cui occorre intervenire. Il 56% di studenti che termina la quinta superiore con risultati positivi in italiano non è che una media tra l’80% dei licei classici, scientifici e linguistici, il 43% dei tecnici e il 20% dei professionali. Un aspetto da non sottovalutare, dato che la scelta dell’indirizzo di studi è spesso l’esito di un’autoselezione da parte dei ragazzi in base alla condizione familiare.

16,1% dei diplomati al liceo nel 2023 sono figli di lavoratori esecutivi. Nei professionali l’incidenza è più che doppia (34,3%).

Anche a livello territoriale, restano regioni dove la quota di dispersione implicita supera il 10% degli studenti di quinta, come Campania (15,7%) e Sardegna (11,3%). La quota di studenti con risultati inadeguati in italiano, in media del 44%, supera il 50% nel mezzogiorno, con differenze anche interne alle regioni.

Si sottolinea, in primis, la radicata permanenza di forti disparità territoriali, non solo tra Nord e Sud (a volte tra Nord, Centro e Sud), ma anche tra regioni o province.

Ricostruire a livello territoriale fine questo tipo di informazione è fondamentale ma anche molto complesso. Tuttavia, in attesa dei nuovi dati provenienti dalla rilevazione 2024, i dataset Invalsi offrono già alcune indicazioni in questa direzione, anche se per gli anni in cui era in corso la pandemia. Attraverso di essi, possiamo verificare la quota di studenti di quinta superiore che non raggiungeva in quella fase un livello adeguato in italiano. Nell’anno scolastico 2021/22, spicca l’incidenza dei bassi apprendimenti nei capoluoghi del mezzogiorno rispetto a quelli del centro nord.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Invalsi
(pubblicati: mercoledì 28 Settembre 2022)

Divari territoriali ampi nella quota di studenti con risultati inadeguati alla fine delle superiori.

Se si considera la percentuale di studenti che si attestano ai livelli di competenza 1 e 2 (inadeguati rispetto al livello di apprendimento previsto in italiano in V superiore), in due città la quota ha superato i due terzi del totale durante la pandemia: Crotone (68,18%) e Brindisi (66,16%). Seguono, con oltre il 60% di studenti con apprendimenti insufficienti in quinta superiore, le città di Caserta, Cosenza, Agrigento, Enna, Catanzaro, Napoli, Vibo Valentia, Messina, Sassari, Caltanissetta, Palermo e Catania.

Al contrario, i livelli più contenuti tra i capoluoghi si registrano a Belluno (meno di uno studente su 4 con risultati inadeguati in italiano), seguita da Lecco, Cuneo, Brescia, Aosta e Pordenone.

L’importanza di nuovi dati per misurare la dispersione

L’indicatore europeo sull’abbandono scolastico – pur utile per confrontare i progressi dei diversi paesi – risente di forti limitazioni. Esso infatti registra un insuccesso formativo solo alla fine del percorso di studi, senza però individuare le cause che ne sono alla base. E lo verifica a distanza di anni, non quando effettivamente accade l’uscita dal sistema educativo.

Serve un approccio innovativo che consenta di indagare anche a livello territoriale fine i fenomeni collegati con l’abbandono. Come le assenze prolungate, i trasferimenti in corso d’anno, i bassi apprendimenti, le ripetenze.

In questo senso, i dati Invalsi rappresentano un punto di partenza utile, soprattutto per dare declinazione territoriale a fenomeni connessi con la dispersione. Ma è altrettanto importante avanzare nella pubblicazione di nuovi dati sulla partecipazione scolastica di ragazze e ragazzi. Per intervenire tempestivamente, con politiche pubbliche e interventi sociali adeguati alla situazione reale sul territorio, comune per comune, quartiere per quartiere.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi agli apprendimenti sono di fonte Invalsi.

Foto: Jeswin Thomas (Unsplash)Licenza

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Gli incendi aggravano il rischio idrogeologico https://www.openpolis.it/gli-incendi-aggravano-il-rischio-idrogeologico/ Fri, 22 Sep 2023 05:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=263409 Un effetto poco conosciuto degli incendi è l'indebolimento del suolo che causa una maggiore vulnerabilità ai fenomeni di dissesto idrogeologico. Un circolo vizioso per un paese quale l'Italia, esposto a entrambi.

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Sono numerose le conseguenze negative degli incendi boschivi: dalla distruzione degli ecosistemi all’inquinamento atmosferico passando per la perdita di aree verdi. Un altro effetto, spesso trascurato, è l’incremento del rischio idrogeologico. Gli incendi rendono infatti il terreno più fragile ed esposto ai disastri naturali. Oltre a generare detriti che possono poi essere trasportati dalle piogge e andare a danneggiare altri ecosistemi.

Si tratta di dinamiche particolarmente rilevanti nel nostro paese, che risulta fortemente esposto sia agli incendi che al rischio idrogeologico. Sono tuttavia relazioni difficili da riscontrare solamente dai dati, visto che sono fenomeni di lungo termine e che comunque vanno interpretati anche alla luce della morfologia dei vari territori.

Incendi, un fenomeno in costante aumento

Gli incendi boschivi colpiscono aree molto estese, avendo luogo in zone boscate, cespugliate o arborate. Si tratta purtroppo di fenomeni sempre più frequenti, soprattutto a causa dei cambiamenti climatici. In particolare l’aumento delle temperature e della siccità, insieme all’incrementata vulnerabilità del terreno, fanno sì che il numero di episodi e la loro portata sia sempre più preoccupante. Secondo l’organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), gli incendi boschivi sono destinati ad aumentare del 30% entro il 2050 e fino al 50% entro il 2100, a livello globale.

Stando all’ultimo aggiornamento dello European fire information system (Effis), relativo al 16 settembre, nel corso del 2023 sono bruciati cumulativamente quasi 72mila ettari di terreno in Italia. Circa 20mila ettari in più rispetto alla media del periodo 2006-2022 (pari a un aumento del 38%).

71.630 ettari il terreno bruciato in Italia tra il primo gennaio e il 16 settembre 2023.

Anche nel territorio dell’Unione europea nel suo complesso si può riscontrare un andamento simile. Nei primi 9 mesi e mezzo di quest’anno sono bruciati oltre 420mila ettari, ovvero il 36,6% in più rispetto alla media del periodo compreso tra 2006 e 2022 (pari a circa 307mila).

Le conseguenze degli incendi e l’impatto sul dissesto idrogeologico

Questi episodi, sempre più frequenti e sempre più gravi, hanno conseguenze rilevanti sull’ambiente. In primo luogo c’è, inevitabilmente, il pericolo di vita che ne deriva per chi è coinvolto e la distruzione di abitazioni e infrastrutture.

A ciò si aggiunge il fatto che gli incendi inquinano, rilasciando gas a effetto serra e generando così un circolo vizioso mediato dal riscaldamento dell’atmosfera. Parte integrante di questo processo è anche la stessa scomparsa di verde, che sarebbe capace di riassorbire buona parte delle sostanze inquinanti e rinfrescare l’aria. Inoltre, gli incendi danneggiano gli ecosistemi e indeboliscono i terreni, con le più varie conseguenze. La vulnerabilità espone gli ambienti alla diffusione di parassiti e patogeni, come anche al rischio idrogeologico, come è emerso in una serie di ricerche in ambito ambientale e come ha evidenziato anche la protezione civile.

Il comportamento dei versanti cambia drasticamente quando la copertura vegetale viene devastata dagli incendi che, provocando la distruzione della vegetazione, determinano la formazione di uno strato di cenere finissima che rende momentaneamente impermeabile la superficie del suolo in occasione di violente piogge; ciò provoca, in concomitanza con eventi piovosi intensi, tipici di questo periodo di transizione climatica, lo scorrimento superficiale delle acque piovane e l’innesco di fenomeni erosivi che modificano le condizioni di stabilità.

Gli incendi impermeabilizzano il suolo e lo rendono più fragile.

Il divampare delle fiamme causa una impermeabilizzazione del suolo, generando un sottile strato di cenere che impedisce al terreno di assorbire l’acqua piovana. Quest’ultima quindi scorre, creando flussi spesso diretti verso le aree abitate situate a valle delle zone percorse da incendi. Ciò è reso ancora più dannoso dal fatto che i nubifragi, come gli altri eventi climatici estremi, sono in aumento. Inoltre, i detriti risultanti dall’incendio stesso vengono trasportati nella forma di vere e proprie colate detritiche che danneggiano le zone sottostanti. Infine, gli incendi distruggono le radici degli alberi, che contribuiscono alla stabilità del suolo, e così alterano l’equilibrio naturale del terreno creando una maggiore vulnerabilità a fronte di eventi franosi. Da una parte quindi rendono la zona più esposta agli effetti negativi delle alluvioni, dall’altra favoriscono il proliferare di frane.

L’Italia è fortemente esposta al rischio idrogeologico

Per via della sua conformazione e morfologia, l’Italia è già naturalmente un paese fortemente esposto sia agli incendi che agli episodi di dissesto idrogeologico.

Mediamente ogni anno bruciano nel nostro paese oltre 54mila ettari di terreno (secondo le rilevazioni Effis), la maggior parte nel meridione. Inoltre, più di 16mila chilometri quadrati di suolo sono a elevato rischio idraulico (il terzo scenario di pericolo individuato dall’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Mentre una cifra superiore a 26mila sono a elevato rischio franoso (scenari terzo e quarto).

I dati si riferiscono alla quota di territorio che risulta esposta a rischio idraulico elevato (scenario 3) e a rischio franoso elevato e molto elevato (livelli 3 e 4), nelle regioni italiane.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ispra
(consultati: mercoledì 20 Settembre 2023)



Il territorio italiano nel complesso è maggiormente esposto ai fenomeni franosi (8,7% del totale) rispetto a quelli idraulici (5,4%). Nel primo caso la regione più colpita è la Valle d’Aosta, dove circa l’82% del terreno è a rischio. Seguono a distanza la Campania (19%), la Toscana e il Molise (entrambe con il 16%).

Per quanto riguarda invece le alluvioni, al primo posto si trova la Calabria con il 17% del territorio a rischio, seguita da Emilia-Romagna (12%) e Veneto (10%).

La Sicilia, un territorio a rischio

Le regioni italiane hanno morfologie e collocazioni geografiche differenti, che le rendono naturalmente più o meno esposte agli incendi. La Sicilia è una delle più vulnerabili in questo senso. L’isola perde ogni anno migliaia di ettari di verde a causa dei numerosi incendi che la colpiscono e a fine luglio scorso ha dichiarato per questa ragione lo stato di crisi.

978 gli incendi che hanno colpito la Sicilia nel 2021.

Si tratta dell’ultimo anno per cui sono disponibili i dati relativi sia agli incendi che agli episodi franosi. Oltre a essere la più colpita da incendi (insieme alla Sardegna) con l’87% di terreno di tipo montano-collinare la Sicilia è anche la regione che ha registrato più frane di grandi dimensioni nel 2021. È preceduta soltanto dalla Lombardia e dal Trentino-Alto Adige. Questo la rende un caso emblematico e preoccupante, perché doppiamente a rischio ed esposta per questo a un circolo vizioso dagli effetti ancora più nocivi.

I dati si riferiscono al numero di incendi boschivi (che colora le province) e al numero di eventi franosi principali (segnalati dai punti). Sono definiti eventi franosi principali quelli che hanno causato morti/dispersi, feriti, evacuati e danni a edifici, beni culturali, infrastrutture lineari di comunicazione primarie e infrastrutture/reti di servizi. Un evento franoso principale può riferirsi anche a più frane innescatesi in una determinata area, in un determinato intervallo di tempo (generalmente nelle 24 ore) e causate dallo stesso fattore innescante (evento pluviometrico, terremoto).

FONTE: elaborazione su dati Ispra e carabinieri
(consultati: mercoledì 20 Settembre 2023)



Agrigento, Catania e Palermo sono le prime province per numero di incendi (rispettivamente 294, 199 e 198 episodi). Per quanto riguarda gli eventi franosi, i dati più elevati si registrano invece a Messina (8). A cui seguono, nuovamente, Agrigento e Palermo, rispettivamente con 5 e 3 episodi. Anche a livello provinciale si può quindi rilevare quanto detto per l’isola nel suo complesso. Un numero elevato di incendi e anche un numero elevato di frane, che rischiano nel tempo di condizionarsi ulteriormente a vicenda e mettere così la regione ancora più in pericolo da un punto di vista ambientale. Soprattutto nel caso di Agrigento, che nel 2021 ha registrato 294 incendi e 5 grandi frane.

Si può dunque intravedere una relazione tra queste due dimensioni, anche se è importante sottolineare che l’impatto degli incendi sul suolo è un fenomeno lento e difficile da rilevare. Parallelamente sono da considerare tanti altri fattori, come la morfologia del luogo o il suo clima. Analizzare queste due variabili insieme può dare però un importante contributo e aumentare la consapevolezza dell’interazione tra fenomeni a livello climatico e ambientale, sensibilizzando il dibattito.

Questo articolo è stato prodotto in collaborazione con lo European Data Journalism Network nell’ambito del progetto FIRE-RES cofinanziato dall’Unione europea.

Foto: Malachi Brookslicenza

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Il conflitto con le Ong non è servito a decongestionare i porti siciliani https://www.openpolis.it/il-conflitto-con-le-ong-non-e-servito-a-decongestionare-i-porti-siciliani/ Thu, 31 Aug 2023 05:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=270133 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Il governo Meloni non è riuscito a decongestionare i porti siciliani“. Ascolta […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Il governo Meloni non è riuscito a decongestionare i porti siciliani“.

83,87%

la quota di persone soccorse da navi umanitarie che nel gennaio 2023 sono state fatte sbarcare in porti del centro o del nord Italia. Nonostante nei primi mesi dell’anno il numero di sbarchi sia stato decisamente più contenuto rispetto al periodo estivo, è proprio in quella fase che le navi delle organizzazioni umanitarie sono state costrette più di frequente a raggiungere porti di regioni dell’Italia centrale o settentrionale. Vai all’articolo.

592 miglia nautiche

la distanza media da Lampedusa, percorsa dalle navi umanitarie a gennaio, per raggiungere il porto di sbarco assegnato. L’isola siciliana rappresenta quasi sempre il punto più vicino in cui le navi dovrebbero poter far sbarcare le persone soccorse., In questo caso è quindi usata come punto di riferimento per valutare la strada in eccesso percorsa rispetto al luogo di sbarco più vicino. Vai all’articolo.

253,33 miglia nautiche

la distanza media da Lampedusa, percorsa dalle navi umanitarie ad agosto, per raggiungere il porto di sbarco assegnato. Analizzando la media mensile delle miglia percorse dalle navi delle Ong emerge un calo quasi costante rispetto all’inizio dell’anno. Infatti se a gennaio è stato chiesto alle imbarcazioni di soccorso di percorrere in media 592 miglia nautiche per raggiungere il porto di sbarco, ad agosto questo dato è passato a 253.  Vai al grafico

84,47%

la quota di sbarchi effettuati in Sicilia, piuttosto che in altre regioni italiane, nel corso del 2023. Considerando non solo le navi umanitarie ma il totale degli sbarchi è possibile verificare che, complessivamente, il governo si trova ben distante dall’obiettivo di decongestionare i porti siciliani. Dal 2016 a oggi infatti si tratta del dato più alto. Vai all’articolo.

8,82%

la quota di sbarchi effettuati in Calabria nel corso del 2023. Si tratta della seconda regione più coinvolta dallo sbarco dei migranti, sia nel corso di quest’anno che storicamente. Il dato tuttavia è decisamente più basso della media degli anni scorsi e questo ha probabilmente contribuito ad accrescere il dato siciliano. Anche considerando insieme le due regioni tuttavia la concentrazione degli sbarchi rimane più elevata rispetto agli anni precedenti. Vai al grafico.

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Il governo Meloni non è riuscito a decongestionare i porti siciliani https://www.openpolis.it/il-governo-meloni-non-e-riuscito-a-decongestionare-i-porti-siciliani/ Fri, 25 Aug 2023 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=267124 Nonostante le intenzioni di inizio anno, 8 sbarchi su 10 avvengono in Sicilia, il dato più alto degli ultimi anni. Una strategia che non risolve il problema della redistribuzione, ma rende più duro il viaggio dei migranti e le operazioni di salvataggio delle Ong.

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Nel corso del 2023 il governo presieduto da Giorgia Meloni ha introdotto diverse novità in materia migratoria. Da un punto di vista normativo si tratta principalmente del cosiddetto “decreto Cutro” oltre che della dichiarazione dello “stato di emergenza immigrazione”.

Da un punto di vista pratico invece l’anno si è aperto con un braccio di ferro con molte Ong impegnate nei soccorsi in mare, alle quali il governo ha imposto porti di sbarco spesso molto distanti dal punto in cui sono avvenuti i soccorsi.

Decongestionare i punti di sbarco

La motivazione fornita dal ministro dell’interno Matteo Piantedosi si riferisce alla presunta necessità di ridurre la pressione nei consueti punti di sbarco, ovvero principalmente in Sicilia e nello specifico ad Agrigento.

Noi vogliamo fare in modo che si decongestioni il più possibile l’approdo nei porti di Calabria e Sicilia.

Si tratta di una dichiarazione che già allora lasciò qualche dubbio, considerando che, seppur con un aumento degli arrivi rispetto agli anni precedenti, il numero degli sbarchi a gennaio era comunque modesto rispetto alla media dei mesi estivi.

Nonostante ciò, nel corso dei primi due mesi dell’anno il governo ha costretto diverse navi umanitarie a percorrere centinaia di miglia nautiche per far sbarcare circa 760 migranti in regioni del centro o addirittura del nord Italia.

Purtroppo attualmente il Viminale non rilascia pubblicamente dati sui porti di sbarco dei migranti. Un’informazione che invece, fino alla fine del 2018, era disponibile sul cruscotto statistico giornaliero dello stesso ministero.

Comunque alcune informazioni aggregate a livello regionale sono disponibili sul portale di Unhcr dedicato alla situazione migratoria nel mediterraneo. Inoltre Matteo Villa, ricercatore di Ispi, ha messo a disposizione un set di dati che contiene informazioni sui luoghi di sbarco delle sole navi umanitarie.

Gli sbarchi delle navi umanitarie nel corso del 2023

Come accennato, nonostante nei primi mesi dell’anno il numero di sbarchi sia stato decisamente più contenuto rispetto al periodo estivo, è proprio in quella fase che le navi delle organizzazioni umanitarie sono state costrette più di frequente a raggiungere porti di regioni dell’Italia centrale o settentrionale.

83,87% la quota di persone soccorse da navi umanitarie che nel gennaio 2023 sono state fatte sbarcare in porti del centro o del nord Italia.

Questo dato è poi calato significativamente nei mesi successivi, arrivando al 14,6% ad aprile e al 27,9% ad agosto. Eppure è proprio durante i mesi estivi che i porti del mezzogiorno si trovano più in difficoltà nelle procedure di accoglienza e smistamento dei richiedenti asilo nei diversi centri sparsi sul territorio nazionale.

Questo fenomeno può essere osservato anche guardando alle miglia nautiche che le imbarcazioni umanitarie sono state costrette a percorrere da Lampedusa. L’isola siciliana infatti rappresenta quasi sempre il punto più vicino in cui le navi dovrebbero poter sbarcare le persone soccorse e in questo caso è quindi usata come punto di riferimento per valutare la strada in eccesso percorsa rispetto al luogo di sbarco più vicino.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Matteo Villa – Ispi
(ultimo aggiornamento: domenica 20 Agosto 2023)



Analizzando la media mensile delle miglia percorse dalle navi delle Ong emerge un calo quasi costante rispetto all’inizio dell’anno. Infatti se a gennaio è stato chiesto alle imbarcazioni di soccorso di percorrere in media 592 miglia nautiche per raggiungere il porto di sbarco, questo dato è passato ad agosto a 253. Si tratta dunque di una buona notizia, visto che trattenere i migranti in mare senza una buona ragione rappresenta secondo molti un’ingiustificato aumento delle loro sofferenze tale da essere configurabile in certi casi come una tortura.

E’ un’azione illegittima perché non è giustificata. Se non si vuole gravare ancora su Lampedusa si possono assegnare porti in Sicilia o in Puglia o in Calabria. Prima di arrivare nelle Marche ci sono tanti luoghi sicuri.

Certo questo non vuol dire che alle navi Ong non sia più chiesto di portare i migranti in porti molto lontani. Ad agosto ad esempio non sono mancati casi in cui a queste imbarcazioni sono stati assegnati porti come Ancona (730 miglia nautiche da Lampedusa), Ortona (660) o La Spezia (540). Nonostante questo però sembra che il fenomeno vada riducendosi.

È inoltre da considerare che anche altre direttive del governo sembrano aver perso centralità. Si pensi ad esempio al fatto che nelle scorse settimane la guardia costiera ha chiesto ad alcune navi Ong di effettuare salvataggi multipli. E questo nonostante il governo abbia previsto specifiche misure per impedire o quantomeno limitare il più possibile questo tipo di soccorsi (decreto legge 1/2023).

Considerando complessivamente questi elementi viene in effetti da chiedersi se non sia proprio l’esecutivo ad aver riconsiderato, almeno in parte, l’effetto dannoso sulla logistica degli sbarchi di alcune delle regole e delle procedure che lui stesso ha imposto. E questo anche al netto di casi clamorosi come quello in cui alla nave Geo Barents è stato imposto di approdare a La Spezia, salvo poi trasportare i richiedenti asilo fino a Foggia in pullman.

Ma nonostante nel corso dell’estate sia stato fatto ampio ricorso alle navi umanitarie, non sono cessate del tutto le iniziative tese ad ostacolarne il lavoro. Anche nei giorni scorsi infatti alcune navi umanitarie hanno ricevuto delle multe e sono state sottoposte a fermo amministrativo.

Gli sbarchi nelle regioni italiane nel corso degli anni

Ma per valutare l’efficacia della strategia del governo nell’intento di decongestionare i porti di Calabria e Sicilia, oltre all’andamento nel corso dell’anno conviene confrontare il dato con quello degli anni precedenti e non solo in relazione alle navi umanitarie, ma al totale degli sbarchi.

I dati tuttavia sembrano confermare che l’obiettivo di decongestionare i porti siciliani è ben lontano dall’essere raggiunto. Tra il primo gennaio e il 20 agosto 2023 infatti l’84,47% degli sbarchi è avvenuto proprio in Sicilia. Il dato più alto dal 2016.

84,47% la quota di sbarchi effettuati in Sicilia, piuttosto che in altre regioni italiane, nel corso del 2023.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Unhcr
(ultimo aggiornamento: domenica 20 Agosto 2023)


Ma anche prendendo come riferimento i porti di Sicilia e Calabria il dato rimane il più alto degli ultimi anni (93,29%).

Solo considerando anche la Puglia si osserva un lieve miglioramento. Tuttavia in genere la quota di sbarchi che avviene in questa regione è molto più bassa di quella della Sicilia, ma anche della Calabria. In effetti l’unico anno in cui il dato pugliese si è avvicinato a quello della Calabria è il 2019. Ma si tratta proprio dell’anno record di partenze dal mediterraneo orientale (in particolare dalla Turchia), ed è probabilmente questa la ragione che spiega il maggior coinvolgimento della Puglia.

Foto: Michele Vannucchi

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Le aziende sanitarie e i commissariamenti nel 2023 https://www.openpolis.it/le-aziende-sanitarie-e-i-commissariamenti-nel-2023/ Tue, 16 May 2023 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=252063 Tra 2020 e 2022 il numero di aziende ospedaliere o sanitarie commissariate si è dimezzato. Nel 2023 però questo dato è tornato a crescere arrivando ai livelli di 3 anni prima. Molti commissariamenti però dovrebbero concludersi a breve e ci si aspetta che il dato torni a diminuire.

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La crescita dei commissariamenti

Le aziende sanitarie (Asl) e ospedaliere (Ao) sono le strutture amministrative del sistema sanitario più prossime al cittadino. Si tratta dunque di organizzazioni molto importanti il cui vertice tuttavia risulta in vari casi commissariato.

Tra 2020 e 2021 questo fenomeno si era molto ridimensionato. Così se nel corso del primo anno di emergenza pandemica le aziende ospedaliere o sanitarie commissariate sono state più di 40, a metà del 2021 questo numero si era dimezzato.

Il direttore generale è l’organo monocratico di rappresentanza legale e di governo sia delle aziende sanitarie locali che delle aziende ospedaliere. Talvolta tuttavia il direttore generale può essere rimosso prima del tempo oppure può dimettersi per ragioni proprie. In questi casi norme nazionali o regionali stabiliscono la possibilità che al suo posto la regione nomini, in via temporanea, un commissario straordinario.

FONTE: openpolis
(consultati: lunedì 8 Maggio 2023)



Il dato è poi rimasto stabile fino alla fine del 2022. Con il nuovo anno però è tornato a crescere sfiorando i valori di 3 anni prima.

39 le aziende ospedaliere o sanitarie commissariate in Italia a maggio 2023.

La geografia dei commissariamenti

Attualmente sono 8 le regioni in cui almeno un’azienda sanitaria ha una gestione commissariale. Come vedremo, le ragioni dei commissariamenti possono essere molto diverse legate a dinamiche strettamente aziendali, piuttosto che a scelte politiche regionali o anche nazionali.

Per questo in diversi territori i commissariamenti riguardano solo una minoranza delle aziende sanitarie. È il caso della Lombardia (5,7%) e del Piemonte (11,1%).

Valori un po’ più alti ma comunque riferiti a episodi isolati si trovano invece in Liguria (16,7%), Emilia-Romagna (16,7%) e Lazio (20%).

Il direttore generale è l’organo monocratico di rappresentanza legale e di governo sia delle aziende sanitarie locali che delle aziende ospedaliere. Talvolta tuttavia il direttore generale può essere rimosso prima del tempo oppure può dimettersi per ragioni proprie. In questi casi norme nazionali o regionali stabiliscono la possibilità che al suo posto la regione nomini, in via temporanea, un commissario straordinario. In alternativa, in situazioni specifiche, le regioni possono decidere di nominare il direttore amministrativo o il direttore straordinario quale direttore generale facente funzioni (FF) per il tempo strettamente necessario.

FONTE: openpolis
(consultati: lunedì 8 Maggio 2023)



Cifre decisamente più alte invece risultano nelle Marche (83,3%), in Sicilia (88,2%) e Calabria (100%). Su 39 commissariamenti complessivi infatti 29 si concentrano in queste regioni.

3/4 delle aziende ospedaliere o sanitarie commissariate si trovano nelle Marche, in Sicilia e in Calabria.

Prosegue il commissariamento della sanità calabrese

Il caso più grave ma anche più noto è quello della Calabria.

In Calabria sono ancora commissariate tutte le aziende sanitarie.

Qui infatti, da ormai diversi anni, tutte le aziende sanitarie sono commissariate. In questo caso dunque non si tratta di una novità ma di un dato tristemente stabile.

Solo la scorsa settimana peraltro, un nuovo decreto (Dl 51/2023) ha esteso fino a tutto il 2023 il commissariamento dell’intero comparto regionale. E non è la prima proroga disposta dal governo Meloni. Già a novembre 2022 il nuovo esecutivo aveva emanato un decreto (Dl 169/2022) che prorogava il decreto Calabria di ulteriori 6 mesi. Una norma quest’ultima con cui il secondo governo Conte aveva già prolungato una forma rafforzata di commissariamento della sanità regionale avviata dal decreto salva Calabria (primo governo Conte).

È utile precisare che il commissariamento di tutte le aziende sanitarie e ospedaliere è un aspetto da tenere distinto dal commissariamento della sanità regionale. Attualmente infatti oltre alla Calabria risulta commissariata anche la regione Molise. Qui però l’unica azienda sanitaria presente è amministrata tramite una gestione ordinaria.

Per diversi anni in effetti anche in Calabria si era proceduto in questo modo. Questo fino al 2020 quando il secondo governo Conte ha stabilito che i vertici aziendali dovessero essere tutti commissari straordinari nominati dal commissario ad acta della regione. Da questo punto di vista la nuova norma si limita a stabilire che il commissario ad acta, ossia il presidente della regione Occhiuto, debba confermare i commissari straordinari in carica entro 2 mesi dall’approvazione del decreto. Pena la loro decadenza.

Almeno non sono più in corso commissariamenti per infiltrazioni della criminalità organizzata.

Quantomeno una buona notizia c’è. Dal 2022 le aziende sanitarie calabresi sono tutte commissariate per le ragioni che abbiamo visto e non, come in passato, anche per infiltrazioni della criminalità organizzata. Quella infatti, come abbiamo raccontato in precedenti approfondimenti, è una diversa e più grave forma di commissariamento.

Commissariamenti e ritardi in Sicilia

In Sicilia invece sono commissariate tutte le aziende sanitarie provinciali (9) ma almeno 2 delle 8 aziende ospedaliere hanno ancora al proprio vertice un direttore generale.

15 su 17 le aziende ospedaliere o sanitarie commissariate in Sicilia.

A differenza della Calabria però qui le ragioni dei commissariamenti sono differenti e, almeno in parte, varie. In 6 strutture infatti i commissari sono stati nominati con provvedimenti specifici tra il 2020 e il 2022. Fino a inizio anno invece le altre aziende risultavano avere una gestione ordinaria.

In ben 9 di queste, la nomina del direttore generale era avvenuta a metà aprile 2019 per decreto del presidente della regione Nello Musumeci.

L’incarico aveva durata triennale e dunque sarebbe dovuto andare in scadenza a primavera del 2022. Con un provvedimento ad hoc (Dgr 296/2022) la giunta Musumeci, ormai in scadenza, ha però prorogato gli incarichi in essere fino alla fine del 2022.

I mesi tra l’entrata in carica della nuova giunta guidata da Renato Schifani (a settembre 2022) fino alla fine dell’anno però non sembrano essere stati sufficienti al nuovo esecutivo per procedere con le nuove nomine. Infatti l’avviso pubblico per la selezione dei nuovi direttori generali è stato pubblicato il 29 dicembre, nonostante i direttori in carica andassero in scadenza il 31 dicembre.

Non essendoci il tempo materiale per l’espletamento della selezione pubblica, l’assessore regionale alla sanità ha proposto in giunta di procedere con un commissariamento temporaneo. Fino alla nomina dei nuovi direttori infatti, quelli precedentemente in carica sono stati nominati commissari (Dpr 53/2022). Si tratta insomma di una situazione che dovrebbe essere provvisoria. Tuttavia si evidenzia come i vertici aziendali di 9 strutture sanitarie siano arrivati alla fine naturale del loro mandato da ormai oltre un anno e ancora non risulta siano stati nominati i successori.

La riorganizzazione della sanità nelle Marche

Ancora diversa è la situazione nelle Marche. Qui al momento sono commissariate le 5 aziende sanitarie, mentre l’unica azienda ospedaliera ha un vertice aziendale nominato in via ordinaria.

D’altronde l’azienda ospedaliera è anche l’unico tra gli enti sanitari regionali a essere rimasto operativo dopo la riforma del sistema sanitario regionale (Lr 19/2022). In precedenza infatti la struttura sanitaria era suddivisa in tre enti: l’azienda ospedaliero universitaria di Ancona (tuttora attiva), l’azienda ospedaliera ospedali riuniti Marche nord e l’azienda sanitaria unica regionale (Asur Marche).

Nelle Marche sono state create 5 nuove aziende sanitarie che per la prima fase avranno una gestione straordinaria.

La riforma ha avuto origine nella campagna elettorale del 2020 che ha portato il centro destra al governo regionale con Francesco Acquaroli (Fratelli d’Italia). Buona parte del dibattito è stato giocato proprio sul tema sanitario e sulla promessa di andare verso un modello di sanità diffusa. Proprio per questo la nuova legge ha eliminato sia l’azienda ospedaliera ospedali riuniti Marche Nord che l’azienda unica regionale, creando al loro posto 5 aziende sanitarie territoriali.

La creazione di nuovi enti è un processo complesso che richiede tempo. Per guidare questa transizione la giunta regionale ha deciso di nominare dei commissari straordinari nelle 5 le nuove strutture. La designazione dei direttori generali che dovranno riportare le aziende sanitarie a una gestione ordinaria comunque dovrebbe avvenire entro la fine del mese (Dgr 519/2023).

I dati presentati sono il risultato di un’analisi basata sul monitoraggio dei siti delle Asl e delle Ao. Le informazioni dunque sono quelle presenti sui siti istituzionali. Tuttavia, in alcuni casi, i siti potrebbero non essere aggiornati, non risultare attivi o presentare informazioni disomogenee in pagine differenti.

Foto: Miguel Ausejo (Unsplash)

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Come interverrà il Pnrr sulla sanità territoriale in Sicilia https://www.openpolis.it/come-interverra-il-pnrr-sulla-sanita-territoriale-in-sicilia/ Thu, 11 May 2023 06:56:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=243193 In ambito sanitario, il Pnrr ha l'obiettivo di ridurre i divari tra i territori. Approfondiamo la situazione in Sicilia per quanto riguarda case della comunità e ospedali di comunità, i due principali presidi della sanità territoriale.

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Anche in Sicilia si assisterà nei prossimi anni al progressivo invecchiamento della popolazione, con il conseguente aumento dell’incidenza delle malattie croniche.

Si prevede che nel 2050 i siciliani con almeno 65 anni saranno il 35,7% della popolazione, a fronte del 22,3% attuale.

Per questo motivo, la sanità territoriale nella regione, così come quella del paese, è destinata ad attraversare una profonda ristrutturazione, mediante i fondi del Pnrr.

Dall’istituzione di case della comunità – luoghi di prossimità a cui i cittadini possono accedere per l’assistenza primaria – a quella di ospedali di comunità – piccole strutture (20 posti letto) per consentire un’accoglienza intermedia tra il ricovero a casa e quello in ospedale.

Per questi due investimenti alla Sicilia sono destinati 313,4 milioni di euro, su 3 miliardi complessivi. Nello specifico, circa 217 milioni andranno alla creazione di 156 case della comunità, di cui 58 hub – quelle principali che erogano servizi di assistenza primaria, attività specialistiche e di diagnostica di base – e 98 spoke (63% del totale), che offrono unicamente servizi di assistenza primaria.

FONTE: elaborazione openpolis – Cittadinanzattiva su dati Cis regionali
(pubblicati: venerdì 24 Giugno 2022)



Per quanto riguarda gli ospedali di comunità sono 43 quelli previsti in Sicilia, per un importo complessivo dal Pnrr di 96,4 milioni di euro. In 38 casi si tratterà di interventi di ristrutturazione, mentre per 5 progetti sono previste nuove costruzioni o l’ampliamento di strutture esistenti.

FONTE: elaborazione openpolis – Cittadinanzattiva su dati Cis regionali
(pubblicati: venerdì 24 Giugno 2022)



A seguito di questi interventi nella regione è prevista la realizzazione di 3,23 case della comunità e 0,89 ospedali di comunità ogni 100.000 abitanti. Nelle aree interne il rapporto salirà rispettivamente a 4,76 e 1,12.

FONTE: elaborazione openpolis – Cittadinanzattiva su dati Cis regionali
(pubblicati: venerdì 24 Giugno 2022)



Nei territori più periferici della regione il 70% delle case della comunità sarà spoke, quella che prevede minori servizi, a fronte di una media nazionale del 52% di case spoke nelle aree interne.

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La rete delle biblioteche nel contrasto della povertà educativa https://www.openpolis.it/la-rete-delle-biblioteche-nel-contrasto-della-poverta-educativa/ Tue, 21 Mar 2023 07:56:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=224878 Restano ancora profondi i divari nell’accesso alla lettura dei minori nel nostro paese. In questo quadro le biblioteche sono strategiche, soprattutto se destinate a un’utenza di bambini e ragazzi. Questi oggi sono il target principale per oltre 1 struttura su 10.

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Nel contrasto della povertà educativa, poche strutture hanno una potenzialità strategica paragonabile a quella delle biblioteche. Presidi diffusi sul territorio, cui accedere liberamente, che possono vivere come luoghi di studio, di aggregazione, di socialità. Aspetti ancora più importanti per un paese dove l’accesso alla lettura resta profondamente diseguale.

In Italia poco più della metà dei bambini e dei ragazzi è un lettore abituale. Nel proprio tempo libero, solo il 51,9% dei residenti tra 6 e 17 anni dichiara l’abitudine alla lettura. Una percentuale che non è uniforme sul territorio nazionale e su cui incidono divari sociali e territoriali profondi.

La lettura è infatti uno dei comportamenti che più risentono dell’influenza dell’ambiente familiare. Quando sia la madre che il padre hanno questa abitudine, 3 minori su 4 a loro volta leggono. Se al contrario i genitori non leggono, poco più di un terzo dei figli lo fa.

73,5% dei minori figli di lettori leggono. Se né il padre né la madre leggono, la quota scende al 34,4%. (Istat, 2022).

Anche le differenze territoriali nell’abitudine alla lettura dei minori sono molto ampie. Prima della pandemia, in base ai dati Istat elaborati per il gruppo Crc, in regioni come Emilia Romagna e Valle d’Aosta, quasi 2/3 dei residenti tra 6 e 17 anni erano lettori abituali.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat per gruppo Crc
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Dicembre 2021)



Al contrario, tutte le regioni con l’incidenza più bassa di lettori abituali tra bambini e ragazzi si trovano nel mezzogiorno. In particolare in Calabria e Sicilia, dove sono poco più di un terzo del totale, in Campania dove si attestano al 38,2%, in Molise, Puglia e Basilicata dove superano di poco il 40%.

Quante biblioteche in iniziative di contrasto alla povertà educativa

Conseguentemente, è proprio nelle aree deprivate, dove i dati pre-pandemici indicano una minor incidenza di lettori tra i bambini, che si registrano i maggiori sforzi nel contrasto della povertà educativa attraverso la rete delle biblioteche, nel 2021. Un segnale di come in molti casi tali strutture rappresentino un presidio fortemente ricettivo anche rispetto ai bisogni del contesto in cui si trovano ad operare.

Nel 2021, il 12,4% delle biblioteche ha indirizzato i propri progetti di inclusione verso le persone che vivono in povertà economica, educativa o culturale. La quota raggiunge il 28,1% in Puglia, il 22,5% in Basilicata, e si avvicina a una struttura su 5 in Calabria (19,3%) e Campania (19%).

Dato non disponibile per la provincia autonoma di Bolzano.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 21 Dicembre 2022)



Ad attivare progetti di inclusione sono state soprattutto le biblioteche collocate in piccole città e sobborghi a densità intermedia di popolazione (13,9%), con un picco tra i 30 e i 50mila abitanti (16,8%).

Il presupposto per attuare questo tipo di politiche è l’esistenza di una rete strutturata di biblioteche sul territorio. Una potenzialità da valorizzare anche attraverso patti educativi territoriali o comunque strumenti che le mettano in rete con altre strutture, partendo dalle scuole.

Ma come sono distribuite le biblioteche, in particolare quelle che hanno nei minori il principale bacino di utenza, sul territorio nazionale? È possibile ricostruirlo analizzando i microdati del censimento svolto dall’istituto di statistica.

Una funzione cruciale nelle aree interne, spopolate e con meno servizi

A prescindere dall’utenza effettiva, in Italia circa 1 biblioteca su 10 (10,6%) tra quelle censite da Istat dichiara di rivolgersi a bambini e ragazzi come categoria di utenza principale.

Nelle aree interne la funzione di spazio dedicato ai minori è ancora più importante.

Questa media nazionale è superata ampiamente in alcune regioni dell’Italia centrale e meridionale, come Molise (27,3%), Umbria (18,1), Marche (18%), Basilicata (16,7%) e Puglia (15%).

Anche nei piccoli paesi e nelle aree interne le biblioteche attive si rivolgono soprattutto ai minori. Possibile indicatore del fatto che in contesti dispersi e scarsamente popolati, con una minore densità di servizi (soprattutto per i più giovani), le biblioteche sono chiamate a supplire questa carenza. Offrendo ai minori un luogo di studio, ma anche uno spazio di aggregazione e socialità.

Oltre il 13% delle biblioteche nei comuni interni ha nei bambini e nei ragazzi i principali destinatari delle sue attività. E la quota raggiunge addirittura il 17,6% delle biblioteche nei comuni fino a duemila abitanti.

Perciò è nelle aree del paese più interne che la quota di biblioteche che dichiarano tale funzione è più elevata. In provincia di Terni il 43,3% delle biblioteche censite è dedicata ai minori come utenza principale. Circa 4 volte la media nazionale, pari al 10,6%. E la quota supera il 25% anche nelle province di Campobasso (32,6%), Rieti (27,3%), Lecce (26,6%) Fermo (25,9%) e Novara (25%).

Come varia l’offerta biblioteche per minori in Italia

Un altro punto di vista, complementare alla quota di strutture dedicate ai minori, è la loro densità rispetto alla popolazione minorile sul territorio.

In alcuni casi, le aree del paese con maggiore incidenza di biblioteche dedicate ai minori sono anche quelli dove la diffusione di tali strutture è minore, o comunque più rarefatta, soprattutto in rapporto ai residenti con meno di 18 anni.

Nel 2020 i capoluoghi con maggiore densità di biblioteche totali rispetto a bambini e ragazzi residenti sono stati Pavia, Mantova, Trento, Cagliari, Belluno, Gorizia, Biella, Bolzano e Udine. Tutte città con almeno 15 biblioteche complessivamente censite da Istat ogni 10mila residenti tra 0 e 17 anni. Seguono, con cifre poco inferiori, Ferrara (14,92), Venezia (14,84) e Firenze (14,78). Mentre agli ultimi posti troviamo i comuni di Andria, Reggio Calabria, Brindisi, Grosseto, Imperia, Ragusa, Barletta e Terni, con meno di 2 biblioteche complessivamente censite da Istat ogni 10mila residenti tra 0 e 17 anni.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 2 Maggio 2022)



Le cifre cambiano considerando solo le biblioteche che nell’indagine hanno dichiarato di rivolgersi principalmente a bambini e ragazzi. In questo caso ai primi posti, con oltre 2 biblioteche “per bambini” ogni 10mila minori, troviamo Carbonia, Cuneo e Forlì.

In 93 città su 109 le biblioteche principalmente per minori sono meno di una ogni 10mila residenti tra 0 e 17 anni: l’85% del totale. Quota che scende al 73% nei capoluoghi del nord-est, supera il 90% in quelli del centro e delle isole, mentre nel sud continentale e nel nord-ovest è in linea con la media nazionale.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alle biblioteche, in particolare con distinzione rispetto alla categoria di utenti cui si rivolge principalmente, sono stati elaborati dai microdati dell’indagine Istat sulle biblioteche. Successivamente sono stati messi in relazione con i dati sui minori residenti, sempre di fonte Istat.

Foto: Allison Shelley/The Verbatim Agency (EDUimages)Licenza

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La povertà educativa e il Pnrr https://www.openpolis.it/la-poverta-educativa-e-il-pnrr/ Thu, 15 Dec 2022 04:05:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=222617 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai al rapporto nazionale “Il Pnrr e la povertà educativa” e consulta gli […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai al rapporto nazionale “Il Pnrr e la povertà educativa” e consulta gli allegati regionali.

19,44 miliardi €

destinati dal Pnrr al potenziamento dei servizi di istruzione. A questi si aggiungono altri interventi trasversali alle diverse missioni. Nei prossimi anni la sfida dell’Italia sarà investire adeguatamente tali risorse, specie sulla povertà educativa minorile. Il piano infatti non è che la declinazione italiana del Next Generation Eu: è quindi prioritario intervenire sui divari educativi e territoriali che oggi gravano sulle giovani generazioni. Vai al rapporto.

7

i nuovi traguardi Ue sull’istruzione. L’orizzonte temporale di attuazione del Pnrr coincide con i nuovi, e sempre più ambiziosi, obiettivi europei sull’istruzione. Dall’aumento dell’offerta di servizi per l’infanzia al miglioramento delle competenze dei ragazzi, fino alla riduzione dell’abbandono scolastico. Per il nostro paese, che su molti di questi temi si caratterizza per distanza dalla media Ue e ampi divari interni, si tratta di traguardi di non poco conto in vista di questo decennio. Con i dati delle prime graduatorie pubblicate, abbiamo approfondito gli interventi del Pnrr su 3 aspetti in cui restano importanti gap territoriali da colmare: asili nido, edilizia scolastica e dispersione. Vai agli approfondimenti. 

59,3%

dei comuni italiani offre il servizio nido o altri servizi integrativi per la prima infanzia. Nel mezzogiorno la quota scende al 46%. E i divari non sono solo tra nord e sud, ma anche tra città e aree interne: se l’offerta nei comuni polo – baricentrici per i servizi – raggiunge i 33 posti ogni 100 bambini 0-2 anni, in quelli più periferici non arriva al 20%. In questo quadro il nuovo bando nidi del Pnrr destina il 55% delle risorse al sud, ma alcune regioni (come Sicilia, Molise e Basilicata) hanno presentato domande inferiori al fabbisogno. Vai alla mappa.

410.000 mq

di nuove scuole entro il 2026 è l’obiettivo del Pnrr, con una riduzione dei consumi di energia del 50%. Oggi in media il 57,5% delle scuole è dotato di almeno un accorgimento per il risparmio energetico (a.s. 2020/21). Con ampie differenze territoriali: in alcune province come Bergamo, Padova, Lecco, Sondrio e Vicenza si supera l’80%. Mentre la quota non arriva al 20% nei territori di Crotone, Trapani e Reggio Calabria. I molti interventi sull’edilizia scolastica previsti dal Pnrr e non solo dovranno essere coordinati per migliorare la condizione delle scuole. Vai alla mappa.

10,2%

l’obiettivo del Pnrr per il 2026 sugli abbandoni scolastici. Oggi i giovani che hanno lasciato la scuola prima del tempo sono il 12,7% del totale, un dato in calo negli ultimi anni ma che resta il terzo più elevato in Ue e che anche in questo caso è l’esito di ampi divari territoriali. Il Pnrr mobilita su questo aspetto 1,5 miliardi di euro, di cui la prima tranche di 500 milioni è stata destinata per il 42,4% a istituti scolastici di sud e isole. Queste sono le aree del paese con gli abbandoni più elevati e con i livelli di apprendimento più bassi. In III media, il 90% dei primi 20 territori con competenze non adeguate in italiano si trovano nel mezzogiorno. Vai alla mappa.

Ascolta il nostro podcast su Radio Radicale

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L’impatto del Pnrr sulla povertà educativa in Sicilia https://www.openpolis.it/limpatto-del-pnrr-sulla-poverta-educativa-in-sicilia/ Tue, 13 Dec 2022 04:14:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=215471 La vera sfida del Pnrr è ridurre i divari tra i territori, anche nel contrasto della povertà educativa. Approfondiamo la situazione attuale in Sicilia e cosa prevede il piano per la regione su 3 temi: asili nido, nuove scuole e dispersione scolastica.

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Il Pnrr interviene su numerosi fronti relativi alla povertà educativa, dagli asili nido all’edilizia scolastica, dal contrasto all’abbandono precoce alla riduzione dei divari territoriali nell’istruzione.

Interventi che riguarderanno anche la Sicilia, dai primi livelli d’istruzione a quelli più elevati.

L’offerta di asili nido e l’investimento del Pnrr

Partendo dagli asili nido, in Sicilia nel 2020 sono 14.640 i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 117mila residenti con meno di 3 anni nella regione. Ovvero una copertura del 12,5%, al di sotto della soglia del 33% fissata in sede Ue e meno della metà rispetto alla media nazionale (27,2%).

Tutte le province registrano percentuali inferiori al 20%. Quella con la maggiore copertura potenziale è Messina con 18,9 posti ogni 100 bambini. Seguono Agrigento (15,5) ed Enna (15,2). Con valori inferiori a 10 posti ogni residente 0-2 anni, troviamo invece Ragusa (9,9) e Caltanissetta (8,9).

Tra i capoluoghi, l’unico che si avvicina alla media nazionale è Enna, con 26,4 posti ogni 100 bambini. Si trovano poi Siracusa (19,4) e Agrigento (17,6). Palermo si attesta all’11,9%. Al di sotto del 10% si trovano Messina (8,1) e Catania (7,5).

Al netto dei capoluoghi, tra i comuni con più residenti tra 0 e 2 anni, Barcellona Pozzo di Gotto nella città metropolitana di Messina supera la soglia Ue, con il 40,7% di copertura potenziale. Tra i comuni con i valori più alti, spicca Alcamo in provincia di Trapani con il 22,6%.

Complessivamente, in Sicilia il 45,1% dei comuni offre asili nido o altri servizi per la prima infanzia, a fronte di una media nazionale del 59,3%. La diffusione maggiore nei territori di Ragusa (91,7%) e Trapani (62,5%). A poca distanza dalla media nazionale troviamo Siracusa (57,1%), Catania (53,4%) e Palermo (52,4%). Al di sotto del valore regionale si segnalano Agrigento (37,2%) ed Enna (35%). I valori inferiori si registrano invece a Messina (34,3%) e a Caltanissetta (18,2%).

I dati qui presentati fanno riferimento agli esiti delle graduatorie pubblicate ad agosto dal ministero dell’istruzione. Comprendono le informazioni presenti negli allegati relativi agli interventi per asili nido e poli dell’infanzia (all. 1, 2 e 4). L’efficacia di tali graduatorie è subordinata alla registrazione degli organi di controllo e non si possono considerare ancora definitive. Va infatti tenuto presente che prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità dei progetti. Per alcuni importi è prevista una successiva rimodulazione; altri presentano l’indicazione “riserva” sulla graduatoria. Il dato sull’offerta attuale misura, in relazione alla popolazione residente tra 0 e 2 anni, quella prevista nel 2020 da asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia, nel settore pubblico e in quello privato.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: giovedì 18 Agosto 2022)



In questo contesto il Pnrr stanzia 4,6 miliardi sull’investimento per gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Di questi, accanto alle risorse che finanzieranno progetti già in essere, è stato varato un bando da 3 miliardi di euro, di cui 2,4 per i soli nidi.

Di tali risorse, stando alle graduatorie pubblicate in agosto, in Sicilia dovrebbero arrivare con il nuovo bando 169,7 milioni di euro per gli asili nido e poli d’infanzia, pari al 7% dei 2,4 miliardi di euro stanziati. In termini assoluti, il territorio con i progetti ammessi in graduatoria che cubano più risorse è la città metropolitana di Catania (36,3 milioni di euro), seguita da quelle di Palermo (33,5 milioni di euro) e Messina (20,6 milioni di euro).

Complessivamente nella regione è previsto il finanziamento di 141 progetti. Di questi, 58 sono entrati nelle graduatorie pubblicate lo scorso agosto come ammessi, 83 come riserva. Per 4 dei progetti entrati in graduatoria, è comunque già prevista una successiva rimodulazione degli importi.

Va infatti tenuto presente che quelli pubblicati nelle graduatorie di agosto non necessariamente corrispondono agli importi definitivi: prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità e per alcuni importi è già prevista una successiva rimodulazione. Altro elemento cruciale è dato dal fatto che, come detto, molti interventi presentano l’indicazione “riserva” nella graduatoria.

Con questi caveat, sulla base delle graduatorie pubblicate in agosto, il singolo progetto con l’importo maggiore è una nuova costruzione per il comune di Valverde, nella città metropolitana di Catania. Un intervento ammesso con riserva che nelle graduatorie pubblicate ad agosto aveva un importo di circa 4 milioni di euro. Seguono, con oltre 3 milioni di euro ciascuna, una nuova edificazione nel comune di Bagheria nella città metropolitana di Palermo e un’altra fabbricazione ex novo a Vittoria (Ragusa).

L’ente con più risorse previste nelle prime graduatorie pubblicate è il comune di Palermo, con 12,1 milioni di euro per 14 progetti in graduatoria, seguito da quelli di Carini (7,6 milioni di euro per 3 interventi) e Salemi (4,9 milioni di euro per 4 progetti).

La costruzione di nuove scuole

Un altro aspetto di cui si occupa il Pnrr è la costruzione di nuove scuole sostenibili. Un investimento da 1,19 miliardi per la realizzazione di oltre 200 nuove scuole, di cui 14 previste in Sicilia.

Nella regione, in base ai dati relativi all’a.s. 2020/21, sono presenti 3.658 edifici scolastici. Dal punto di vista della sostenibilità, per 1.874 in quell’anno era stata dichiarata la dotazione di accorgimenti per ridurre i consumi energetici, come la presenza di vetri o serramenti doppi, l’isolamento di coperture e pareti esterne, oppure ancora la zonizzazione dell’impianto termico, che consente un dispendio più accurato per la climatizzazione degli ambienti.

Il 51,23% degli edifici scolastici in Sicilia presenta quindi questo tipo di accorgimenti, meno della media nazionale (57,5%). Una quota che varia tra i diversi territori: mentre a Caltanissetta la percentuale di edifici con accorgimenti raggiunge il 65,56%, a Trapani si attesta al 16,99%.

Scendendo a livello comunale, tra i comuni della regione con più residenti tra 6 e 18 anni spicca Palermo dove il 64,74% delle scuole è dotato di accorgimenti per il risparmio energetico, mentre a Trapani si fermano al 3,17%.

I punti sulla mappa localizzano gli interventi finanziati nell’ambito del bando nuove scuole del Pnrr. La dimensione cresce in funzione dell’importo previsto. Il colore dei comuni varia in base alla quota di edifici scolastici che in quel territorio dispongono di accorgimenti per la riduzione dei consumi energetici (più intenso il colore, maggiore la quota di edifici per cui è dichiarata la presenza di accorgimenti).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione
(pubblicati: domenica 17 Luglio 2022)



Su questa situazione si innestano gli interventi del Pnrr, con una serie di investimenti per l’edilizia scolastica tra cui quelli per la costruzione di nuove scuole. Sono 14 le aree individuate per la Sicilia, per un totale di 26.178,56 mq e un importo complessivo richiesto di circa 59,6 milioni di euro, in base alle graduatorie pubblicate nel maggio scorso. Il 71,43% degli interventi per le nuove scuole della regione riguarderà edifici nelle classi energetiche F e G, quelle meno efficienti.

I maggiori interventi riguardano la scuola dell’infanzia – primaria – secondaria di I grado – A. Mendola (comune di Favara) con un importo richiesto di 10,1 milioni di euro circa. Si tratta di un intervento su edifici di 4.210 mq, attualmente in classe energetica G, per cui è prevista la demolizione con ricostruzione sul posto. Tra gli altri interventi di rilievo si possono citare un altro intervento analogo sulla scuola dell’infanzia e primaria – Don Antonino La Mela (comune di Adrano) con un progetto su 4.483,36 mq per cui sono stati richiesti 8,9 milioni di euro.

Il contrasto ai divari educativi esistenti

In Sicilia il tasso di abbandono scolastico nel 2021 si è attestato al 21,2%. Un dato superiore alla media nazionale e a 12 punti dall’obiettivo europeo del 9% entro il 2030. Tra le regioni italiane, la Sicilia è quella che registra il valore più alto.

Dati che sono l’esito di forti divari educativi negli apprendimenti in classe. Nei test Invalsi 2020/21, il 48,7% degli studenti siciliani in III media si è attestato sui livelli di competenza 1 e 2 in italiano, considerati non adeguati, a fronte di una media nazionale del 39% circa. Nella città metropolitana di Palermo sono stati 53,67%. Mentre a Messina sono risultati inadeguati i test del 46,37% degli studenti.

Dati a cui dedicare un’attenzione prioritaria: i bassi livelli di competenza sono uno dei segnali più rilevanti della dispersione scolastica. Il Pnrr interviene con un investimento apposito, che ha tra gli obiettivi quello di scendere nel 2026 al 10,2% di abbandoni precoci nel nostro paese. Tale intervento vale 1,5 miliardi, di cui 500 milioni assegnati con una prima tranche attraverso un decreto del ministero dell’istruzione nel giugno di quest’anno.

I dati sono stati elaborati a partire dalla tabella di ripartizione per istituzione scolastica pubblicati dal ministero dell’istruzione il 28 giugno 2022. Il colore dei comuni varia in base all’incidenza dell’abbandono scolastico nel comune, come rilevata nell’ambito del censimento 2011. Più intenso il colore, maggiore la quota di giovani tra 15 e 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: martedì 28 Giugno 2022)



Risorse che, in Sicilia, sono destinate a 373 istituti, per un totale di circa 74,4 milioni di euro. Si tratta del 14,88% delle risorse stanziate con questo decreto. Il finanziamento maggiore nella regione arriverà agli istituti con sede nel comune di Palermo, con 44 istituti finanziati.

L’istituto più finanziato è l’istituto Pietro Piazza, nel territorio di Palermo, cui sono destinati 499.685,96 euro. Seguono l’istituto Florio a Erice, in provincia di Trapani, con 387.232,39 euro e l’istituto Medi di Palermo con 386.630,90 euro.

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Nidi e poli per l’infanzia Sicilia

Nuove scuole Sicilia

Piano dispersione (I tranche) Sicilia

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al Pnrr sono stati elaborati a partire dalle graduatorie e dalle informazioni pubblicate dal ministero dell’istruzione.

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L’Italia è tra gli ultimi stati Ue per tasso di occupazione https://www.openpolis.it/litalia-e-tra-gli-ultimi-stati-ue-per-tasso-di-occupazione/ Mon, 28 Nov 2022 06:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=218664 La quota di persone che lavorano va progressivamente aumentando, ma in Italia l'incremento risulta particolarmente lento. Le regioni del mezzogiorno, soprattutto Sicilia e Campania, registrano nel 2021 i dati più bassi del continente.

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In un recente approfondimento, ci siamo occupati del tasso di disoccupazione nelle regioni e negli stati dell’Ue. L’Italia nel 2021 si posizionava terza, sotto la Spagna e la Grecia, come paese con il tasso più elevato (9,5%, contro una media del 7%).

Tuttavia per descrivere la partecipazione al mondo del lavoro c’è un altro indicatore importante da considerare: il tasso di occupazione, con cui si intende la percentuale della forza lavoro che ha un impiego nel momento della rilevazione. È importante considerare questo indicatore per capire quanti lavoratori ci sono tra la popolazione attiva.


Occupato è chi svolge un lavoro. Occupati e disoccupati compongono la forza lavoro, cioè la popolazione economicamente attiva.


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“Che cosa si intende per occupati, disoccupati e inattivi”

Il tasso di occupazione nei paesi e nelle regioni dell’Ue

Mediamente in Ue nel 2021 risulta occupato il 68,4% della forza lavoro. Una quota che nell’arco di un decennio è cresciuta di circa 6 punti percentuali (nel 2012 si attestava al 62,6%). La situazione appare però fortemente diversificata da paese a paese, e anche a livello regionale.

I dati si riferiscono alla percentuale di persone che lavorano, all’interno della forza lavoro (ovvero la popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni, che comprende anche i disoccupati).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: martedì 27 Settembre 2022)



I Paesi Bassi registrano la quota più elevata (80,1%). Seguono Germania (75,8%) e Danimarca e Malta (entrambe con il 75,5%). Agli ultimi posti invece Grecia (57,2%), Italia (58,2%) e Romania (61,9%).

A livello regionale, la quota più elevata la riporta la regione finlandese dell’Åland, con un tasso di occupazione pari all’84,2%. Un valore più che doppio rispetto a quello della Sicilia, che detiene invece il record negativo a livello europeo. Seguono per tasso più contenuto la Campania (41,3%), il territorio oltremare francese della Guyana (41,4%) e la Calabria (42%).

41,1% il tasso di occupazione in Sicilia nel 2021, il dato più basso d’Europa.

L’Italia si caratterizza per una marcata disomogeneità da regione a regione. Mentre infatti le regioni del mezzogiorno registrano alcuni dei dati più bassi d’Europa, lo stesso non si può dire per quelle settentrionali, che restano comunque distanti dai dati del nord Europa.

Tra la Sicilia e la provincia autonoma di Bolzano (che detiene il record italiano) c’è una differenza di quasi 30 punti percentuali. Si tratta però dell’unica regione insieme all’Emilia-Romagna (68,5%) che supera la media europea. Tutte le altre 19 si trovano al di sotto, con 9 regioni, tra cui tutte quelle del mezzogiorno, che non arrivano al 60%.

Cresce l’occupazione, ma non ovunque con lo stesso ritmo

In tutti gli stati membri dell’Unione nell’ultimo decennio il tasso di occupazione è gradualmente aumentato. Ma con intensità diverse da paese e paese. Ad esempio a Malta la quota è cresciuta di oltre 15 punti percentuali, passando dal 59,9% nel 2012 al 75,5% nel 2021. Altri incrementi marcati si sono registrati in Ungheria (+14,5 punti percentuali) e Polonia (+12,3).

Dopo l’Austria (+1 punto percentuale di differenza), l’Italia è, insieme alla Svezia, il paese Ue che ha riportato l’aumento più contenuto, pari ad appena 2,1 punti percentuali.

I dati si riferiscono alla percentuale di persone che lavorano, all’interno della forza lavoro (ovvero la popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni, che comprende anche i disoccupati).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: mercoledì 16 Novembre 2022)



In tutti i grandi paesi Ue il tasso di occupazione è lievemente aumentato tra il 2012 e il 2021, pur subendo il temporaneo impatto della pandemia (soprattutto nel caso di Germania e Spagna).

L’Italia riporta il dato più basso nel 2021, mentre la Spagna, che deteneva il record negativo nel 2012, ha registrato l’aumento più marcato (+7 punti percentuali nel corso del decennio). In Francia e Germania si è verificato invece un aumento pari rispettivamente a 2,8 e 3,8 punti percentuali in questo stesso lasso di tempo.

Foto: Christin Humelicenza

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