Pavia Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/pavia/ Tue, 15 Oct 2024 07:06:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Le implicazioni sociali, educative ed economiche della laurea https://www.openpolis.it/le-implicazioni-sociali-educative-ed-economiche-della-laurea/ Tue, 15 Oct 2024 07:08:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=286279 L'Italia resta uno dei paesi Ue con meno laureati, un fenomeno che ha implicazioni sulla trasmissione della povertà educativa da una generazione all'altra. Maggiore l'istruzione dei genitori, minore la povertà e la frequenza di abbandono scolastico tra i figli.

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Con l’inizio in questo mese dell’anno accademico, migliaia di ragazze e ragazzi stanno affrontando il proprio percorso di studi verso la laurea. Un percorso di studi proficuo e in grado di formarli adeguatamente è in primo luogo nel loro interesse, ma riguarda anche il paese. Come abbiamo avuto modo di raccontare l’Italia resta agli ultimi posti in Ue per quota di giovani adulti laureati.

30,6% i giovani italiani tra 25 e 34 anni laureati o comunque in possesso di un titolo terziario nel 2023 (media Ue: 43,1%).

Ampliare la quota di giovani con una formazione di livello terziario, nel breve e nel medio periodo, è strategico per l’inserimento nel mondo del lavoro e per le prospettive economiche del paese.

Ma le implicazioni di una bassa incidenza di laureati nella popolazione adulta non riguardano soltanto questi aspetti. Negli ultimi anni è emersa chiaramente la relazione per cui al crescere del titolo di studio diminuisce l’incidenza della povertà assoluta. Una famiglia la cui persona di riferimento ha il diploma o un titolo superiore si trova in questa condizione nel 4% dei casi. La quota triplica, raggiungendo il 12,5% dei nuclei, se la persona di riferimento ha al massimo la licenza media, un dato in peggioramento rispetto al 2021.

Dati che mostrano quanto il livello di istruzione resti ancora profondamente legato alla condizione economico-sociale e che fanno emergere un’ulteriore ingiustizia. Se il genitore è laureato, l’incidenza dell’abbandono scolastico tra i figli risulta residuale (1,6%). Quando il titolo massimo dei genitori è il diploma la quota sale al 5%; raggiunge il 23,9% quando hanno al massimo la licenza media. Ciò implica di fatto una trasmissione generazionale del titolo di studio e, di conseguenza, dei livelli di povertà.

Spezzare questa tendenza, garantendo a tutti una formazione che consenta l’accesso ai livelli più alti di istruzione è quindi l’unico presupposto per contrastare la povertà educativa.

L’accesso e l’impatto della laurea nell’Italia di oggi

Sulla scelta di iscriversi all’università incide ancora la condizione sociale di partenza, cosa che rende l’accesso all’istruzione terziaria fortemente segmentato. Oltre 2 adolescenti su 3, in famiglie in buona condizione economica, prevedono di proseguire gli studi dopo il diploma. Se la condizione economica è negativa sono invece meno di 1 su 2. Tale segmentazione sociale è strettamente legata a quella territoriale. In media il 51,7% dei giovani neo-diplomati si iscrive all’università; la quota scende sotto al 40% nei territori di Napoli e Salerno.

Il problema sottostante a questo fenomeno è l’ereditarietà tra generazioni di una condizione di vulnerabilità sociale. L’incidenza della povertà è infatti connessa con il livello di istruzione dei genitori. In attesa dei nuovi dati che saranno pubblicati nei prossimi giorni dall’istituto di statistica, il trend degli ultimi anni è stato piuttosto nitido. Nel 2022 era emerso che se la persona di riferimento del nucleo è in possesso del diploma o di un titolo superiore la famiglia è in povertà assoluta nel 4% dei casi. La quota triplica, raggiungendo il 12,5% dei nuclei, se ha al massimo la licenza media, un dato in peggioramento rispetto al 2021. Nelle famiglie dove la persona di riferimento ha la licenza elementare o non ha titoli di studio la quota è analoga, collocandosi 13%.

Il meccanismo che contribuisce a rendere questa tendenza ereditaria è che più è elevato il titolo di studio dei genitori, più è probabile che i figli proseguano gli studi.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: mercoledì 17 Luglio 2024)

Quando i genitori non hanno il diploma, quasi un giovane su 4 (23,9%) abbandona precocemente gli studi e solo il 12% dei figli raggiunge la laurea o un altro titolo terziario. Al contrario, se almeno un genitore è laureato, la percentuale di abbandoni precoci della scuola scende al 1,6%, mentre quasi il 70% arriva a laurearsi.

Queste tendenze aiutano a comprendere quanto l’incidenza di adulti laureati sia un fattore rilevante anche rispetto alle politiche di contrasto della povertà educativa. Approfondiamo, attraverso dati a livello locale, come incide territorialmente la quota di persone laureate nel nostro paese.

L’incidenza della laurea tra gli adulti, comune per comune

Il primo elemento che emerge dalla mappa è che l’incidenza degli adulti laureati (25-49 anni) si concentra soprattutto nelle città rispetto ai territori di provincia, in ragione anche di un mercato del lavoro locale che tende a selezionare maggiormente tali profili.

Tuttavia anche tra i capoluoghi le differenze sono molto ampie, in base ai dati raccolti per il censimento permanente al 31 dicembre 2021. In alcune città la quota di laureati nella fascia 25-49 anni sfiora il 50% del totale. Parliamo in particolare di Pavia (49,5%), Bologna (48,3%), Milano (48%) e Siena (47,9%). Sia Padova che Pisa si attestano sul 46,1%, superano quota 40% anche altre 8 città, nell’ordine: Trento, Bergamo, Monza, Cagliari, Firenze, Pescara, Campobasso e Lecco.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat (censimento permanente)
(ultimo aggiornamento: sabato 1 Gennaio 2022)

Al contrario in 17 capoluoghi la quota di adulti con laurea non arriva a un quarto dei residenti tra 25 e 49 anni. In 14 casi si tratta di città del mezzogiorno, fenomeno che può essere legato sia alla minor incidenza delle immatricolazioni in alcuni di questi territori, sia al successivo trasferimento verso le città con maggiore domanda di lavoro qualificato. In particolare la quota è più bassa nei comuni di Prato (20,7%), Trapani (20,5%), Carbonia (20%) e Andria, dove non raggiunge il 20% nell’anno esaminato: 16,6%.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi all’incidenza di laureati nel comune sono stati elaborati incrociando informazioni di fonte Istat (demo.istat e censimento permanente).

Foto: archeologo (wikimedia)Licenza

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L’uso consapevole di internet e le competenze digitali nelle scuole https://www.openpolis.it/luso-consapevole-di-internet-e-le-competenze-digitali-nelle-scuole/ Tue, 30 Jan 2024 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=280619 Nonostante l'uso di internet sia ormai trasversale, oltre un giovane su 4 non ha competenze di base nella sicurezza digitale. Il ruolo delle scuole nella consapevolezza sulle tecnologie è fondamentale, ma restano divari nelle dotazioni informatiche disponibili sul territorio.

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Il prossimo 6 febbraio si celebra il Safer internet day, la giornata mondiale per la sicurezza in rete. Una ricorrenza promossa a livello europeo per sensibilizzare a un uso consapevole di internet, con particolare attenzione ai più giovani.

Internet è il cuore della rivoluzione tecnologica che dalla fine del secolo scorso ha cambiato praticamente ogni aspetto della vita quotidiana delle persone. In questo contesto, non è più un’opzione sapere come utilizzarlo in modo sicuro e consapevole.

Ampi gap nelle competenze digitali e nella consapevolezza sull’uso di internet.

A fronte di potenzialità enormi, in termini di reperimento e condivisione delle informazioni, di creazione e mantenimento di legami, è essenziale essere in grado di padroneggiare le nuove tecnologie. Conoscendo le implicazioni in termini di sicurezza in rete e di diritto alla riservatezza. Nella capacità di discernere fonti informative affidabili come di adottare una modalità di relazione rispettosa degli altri.

Aspetti da non dare per scontati, e su cui è cruciale il ruolo della scuola, a maggior ragione se si considera che restano enormi disparità nella consapevolezza e nelle competenze digitali tra bambini e ragazzi. Divari digitali che spesso, come abbiamo avuto modo di raccontare in passato, sono legati alle disuguaglianze socio-economiche presenti tra le famiglie d’origine.

I divari nelle competenze digitali e nell’uso di internet

L’uso quotidiano di internet, di per sé, non è garanzia di competenze digitali adeguate. La lettura dei dati elaborati da Istat nel dicembre scorso per l’indicatore europeo Desi lo mostra piuttosto nitidamente.

Nel 2023, quasi l’80% delle persone di almeno 6 anni ha dichiarato di aver utilizzato internet negli ultimi 3 mesi. Una quota che tra giovani e minori, prevedibilmente, è molto più elevata. Si avvicina al 100% tra gli 11 e i 15 anni (96,1%) e tra i 16 e i 24 (98,1%). Ed è più alta della media della popolazione anche tra i 6 e i 10 anni (86%).

98,4% gli studenti di almeno 15 anni che hanno utilizzato internet negli ultimi 3 mesi.

Tuttavia il quadro è molto diverso se, nell’insieme di persone che hanno utilizzato internet di recente, si isolano solo coloro che hanno competenze digitali almeno di base. Nella popolazione complessiva tra 16 e 74 anni, la quota scende al 45,7%. Colpisce il basso livello di competenze digitali anche tra i più giovani utilizzatori di internet: 55,9% tra 16 e 19 anni, 61,7% tra 20 e 24 anni.

66,1% gli studenti di almeno 16 anni che hanno utilizzato internet negli ultimi 3 mesi e hanno competenze digitali almeno di base.

Le competenze digitali sono direttamente collegate al livello di istruzione. Nella fascia tra 16 e 24 anni, hanno competenze almeno di base il 76,6% dei laureati, il 63,9% dei diplomati e appena la metà di coloro che hanno al massimo la licenza media (50,3%).

Questa tendenza, riscontrabile anche tra i più giovani, pone un’enfasi sul ruolo della scuola, sia in termini di alfabetizzazione digitale che di educazione all’uso sicuro e consapevole di internet. Una questione sollevata anche dal garante dell’infanzia nell’ultimo rapporto al parlamento.

L’Autorità garante ha inteso rivolgersi agli alunni della scuola primaria in quanto l’età di primo approccio alla rete risulta essere sempre più bassa e ciò, insieme all’incremento delle attività e della dimensione di vita individuale svolta online, sovraespone i bambini a una serie di rischi. Per questo è necessario che i minorenni siano formati adeguatamente a un uso consapevole di internet.

Basse competenze nella sicurezza in rete sono un rischio per i minori

Per i minori le implicazioni sono enormi, perché un utilizzo non sicuro della rete può minare le prerogative stabilite dalla convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia. Si pensi solo alla tutela della privacy e dell’immagine online, un aspetto che per bambini e ragazzi è ancora più rilevante.

Perciò rappresenta un elemento di preoccupazione il fatto che, persino tra i giovani di 16-24 anni, oltre uno su 4 non abbia nessuna competenza digitale in termini di sicurezza.

Si tratta di uno dei 5 domini con cui, dal 2021, viene rilevato il livello di competenza digitale dei cittadini europei. Mentre i giovani vanno molto meglio della media in altri domini di attività informatica, come l’uso delle tecnologie per comunicazione e collaborazione, la risoluzione di problemi e la creazione di contenuti digitali, i risultati sono più deludenti nell’alfabetizzazione su informazione e dati e soprattutto nella sicurezza.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: mercoledì 20 Dicembre 2023)



Nel dominio relativo alla sicurezza, in media il 27,9% dei residenti non ha nessuna competenza digitale. Tra i giovani di 16-24 anni il quadro purtroppo non è migliore: 27,5%. Un ulteriore aspetto, collegato a quello dell’alfabetizzazione digitale, in cui l’intervento della scuole e della comunità educante può essere prezioso.

Le dotazioni informatiche nelle scuole

Premessa di qualsiasi attività educativa in questo ambito è la presenza, in termini infrastrutturali, di ambienti digitali nelle scuole.

Attraverso i dati del ministero dell’istruzione, possiamo ricostruire la dotazione di aule informatiche. Si tratta solo di una delle questioni salienti, data l’importanza di altri aspetti infrastrutturali, come il cablaggio alla rete internet ultraveloce, e di altri più umani, come la diffusione nelle scuole di cultura e competenze digitali.

Tuttavia ricostruire questo elemento minimo, approfondendo l’analisi in chiave locale, è importante alla luce degli enormi divari territoriali rispetto all’alfabetizzazione digitale.

Abbiamo già avuto modo di approfondire la spaccatura tra le città, in cui il livello di competenza è più diffuso, e le aree rurali e interne, dove spesso i più giovani restano indietro. Nel nostro paese, le competenze digitali nella popolazione risultano molto distanti tra nord e sud. Il picco si raggiunge nel nord-ovest (51,5% con competenze digitali almeno adeguate), ma centro (49,9%) e nord-est (50,7%) si collocano su cifre analoghe. Emerge invece un deciso ritardo del sud.

1 su 2 persone 16-74 con competenze digitali almeno di base nel centro-nord. Nel mezzogiorno sono poco più di una su 3: 35,7% nel sud, 36,6% nelle isole.

Ecco perché prestare particolare attenzione alla distribuzione di aule informatiche nelle scuole statali del paese. In media, in base ai dati più recenti relativi all’anno scolastico 2022/23, la loro presenza è dichiarata per il 35,7% degli edifici. Per quasi altrettanti (35,4%) l’informazione non è disponibile, mentre nel 28,9% dei casi non sono presenti aule informatiche.

Tra le regioni, la quota di edifici scolastici con aule di informatica supera il 50% in Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta, mentre non raggiunge il 30% in Sicilia (28,8%), Abruzzo (24%), Campania (22%), Calabria (21,8%) e Lazio (18,1%).

A livello provinciale, a realtà del nord-ovest come Genova, Torino, Alessandria, Imperia, Savona, Novara, Aosta – tutte sopra il 52% – si contrappongono territori del centro-sud. Al di sotto del 20% troviamo infatti le province di Teramo, Napoli, Catanzaro, L’Aquila, Catania, Crotone, Cosenza, Salerno, Latina, Roma e Benevento. In quest’ultima solo per il 13,8% degli edifici è dichiarata la presenza di aule informatiche.

Divari nelle dotazioni informatiche, comune per comune

Scendendo a livello comunale, una prima distinzione può essere tracciata tra le città polo in termini di servizi, dove circa 4 edifici scolastici su 10 hanno l’aula informatica e i comuni interni.

In quelli periferici, a oltre 40 minuti dal polo più vicino, solo il 30,5% ha l’aula d’informatica. In quelli ultraperiferici, a più di 66 minuti, la quota scende al 28,4%. Posizione intermedia per quelli di cintura, le aree urbane hinterland delle città polo. Qui il 35,4% degli edifici scolastici ha un’aula di informatica.

Se approfondiamo comune per comune, la situazione appare molto frastagliata sul territorio, con alcune ricorrenze evidenti. Pur in presenza di alcune eccezioni, è infatti distinguibile una minore dotazione nei territori più interni e nel mezzogiorno. Un aspetto che avevamo avuto modo di rilevare anche in passato, e che questo nuovo aggiornamento dei dati conferma.

Dati non disponibili per il Trentino Alto Adige. I dati, pubblicati sul portale open data del ministero dell’istruzione, sono forniti dagli enti locali proprietari o gestori degli edifici adibiti ad uso scolastico.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Mim
(pubblicati: martedì 12 Settembre 2023)



Tra i capoluoghi, Pavia è quello con più edifici scolastici statali dotati di aula informatica: 91,7% del totale. Seguono Modena, Alessandria e Treviso, con oltre il 75%. Agli ultimi posti, con meno del 10% di edifici con aule informatiche, spiccano i comuni Catania, Forlì, Latina, Catanzaro e Cosenza. Le due città calabresi si piazzano penultima (4%) e ultima (3,3%), anche se pesa – in entrambi i casi – l’elevatissima quota di edifici per cui questa informazione non è disponibile, pari al 95% circa dei casi.

Tale mancanza di informazioni rende difficile indicare con certezza l’entità effettiva della carenza di dotazioni informatiche. Ciò porta a insistere sulla necessità di raccogliere i dati in modo preciso. Così da impostare correttamente politiche e interventi pubblici in materia, per ridurre i ritardi del mezzogiorno in ambiti come le competenze digitali.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla presenza di dotazioni informatiche rispetto al comune sono stati elaborati incrociando informazioni di fonte Mim, Istat e Ag. Coesione.

Foto: Wayan Vota (Flickr)Licenza

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La crescita dei divari nelle competenze alfabetiche dei bambini https://www.openpolis.it/la-crescita-dei-divari-nelle-competenze-alfabetiche-dei-bambini/ Tue, 05 Sep 2023 05:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=259486 L'ultima rilevazione internazionale sulle competenze in lettura nelle scuole primarie mostra un quadro di luci e ombre. L'Italia è sopra la media, ma il peggioramento rispetto al pre-Covid è significativo e rimangono ampi i divari territoriali.

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Tra pochi giorni, l’8 settembre, ricorre la giornata internazionale dell’alfabetizzazione. Una giornata istituita dall’Unesco nel 1967, per ricordare quanto un livello di competenze alfabetiche adeguato sia un elemento essenziale per l’effettiva tutela dei diritti umani.

Come sottolineato dall’agenzia delle Nazioni unite, chi ha carenze nella lettura, nella comprensione di un testo e nella scrittura è più vulnerabile nella gestione di aspetti basici della vita quotidiana, dal lavoro alla salute. La mancanza di questi strumenti di base espone a situazioni di precarietà e ne amplifica i rischi. Al contrario, un livello di competenze alfabetiche adeguato – oltre a costituire la base del diritto all’istruzione – è anche il primo presupposto per migliorare la condizione di partenza e sradicare la povertà.

Per questo motivo, potenziare i risultati nelle competenze alfabetiche è cruciale fin dai primi livelli di istruzione. Una delle ultime rilevazioni internazionali su questi aspetti ha mostrato una situazione più favorevole del nostro paese rispetto ad altri in Ue. Allo stesso tempo, i divari educativi interni al territorio nazionale sono ancora molto ampi.

L’Italia nell’ultima rilevazione Iea-Pirls

Dal 2001, ogni 5 anni, viene condotta un’indagine che ha come obiettivo monitorare nel tempo i livelli di apprendimento nei paesi partecipanti. È promossa da Iea, consorzio internazionale che associa istituti di ricerca, agenzie governative e studiosi attivi sui temi dell’istruzione.

In particolare di quelli alfabetici, con i test Pirls (Progress in international reading literacy study). Questa indagine serve a verificare la capacità degli studenti al quarto anno di scuola – da noi la quarta primaria, quindi bambini di 9-10 anni – di saper leggere e comprendere un testo scritto. La scelta dell’età non è casuale. Si tratta di alunni che – in base al programma di studi – dovrebbero aver già imparato a leggere negli anni precedenti. E che quindi, a condizioni ordinarie, dovrebbero essere anche in grado di utilizzare la lettura come strumento per apprendere.

È tipicamente in questa fase, infatti, che gli studenti passano dall’«imparare a leggere» al «leggere per imparare».

A maggio di quest’anno sono stati rilasciati i risultati dell’edizione 2021 del test. Nonostante il ritardo nella pubblicazione, si tratta dell’unica indagine internazionale di questo tipo somministrata durante l’emergenza Covid. Perciò offre una chiave interpretativa utile per comprendere la condizione educativa degli studenti nella pandemia

7.419 gli alunni di quarta primaria che hanno partecipato ai test Iea-Pirls 2021 In Italia.

In questa rilevazione per l’Italia emerge un quadro di luci e ombre. Vi sono una serie di aspetti positivi che meritano di essere sottolineati. Uno di quelli che è emerso di più anche nel dibattito pubblico è che il punteggio medio italiano (537 punti) è risultato superiore a quello di altri maggiori paesi dell’Ue.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Iea-Pirls
(pubblicati: martedì 16 Maggio 2023)



Tuttavia l’aspetto più interessante è che il nostro sistema educativo, almeno alle elementari, appare relativamente più equo nei rendimenti, sempre nel confronto internazionale.

537 il punteggio medio italiano nel 2021.

Il punteggio medio degli alunni del nostro paese (537 punti) è frutto di una media tra i risultati delle oltre settemila bambine e bambini partecipanti. Per il nostro paese la distanza tra gli estremi della distribuzione (i migliori e i peggiori, per intendersi) è risultata più contenuta rispetto ad altri paesi.

(…) i nostri studenti sono infatti caratterizzati da una differenza di punteggio tra gli estremi della distribuzione (219 punti) relativamente contenuta rispetto alla differenza che si rileva in altri Paesi la cui media non si differenzia in modo significativo da quella italiana, come Norvegia, Danimarca, Repubblica Ceca (Paesi nei quali questa differenza è superiore ai 240 punti) e Bulgaria (292 punti)

Una tendenza positiva, che però – anche come conseguenza della pandemia – si scontra con un peggioramento dei risultati e con divari territoriali in crescita rispetto agli anni scorsi.

Gli effetti della pandemia sulle competenze alfabetiche

La rilevazione ha fatto emergere anche diverse criticità. Il punteggio di 537 conseguito in media dall’Italia consente al nostro paese di posizionarsi al di sopra di altri maggiori paesi Ue, come Francia e Germania, nel 2021.

Ma la tendenza alimentata dalla pandemia, nel nostro e in altri paesi, indica un peggioramento delle competenze alfabetiche tra i bambini delle elementari.

21 su 32 i paesi in calo tra 2016 e 2021. Solo in 3 c’è stato un miglioramento, in altri 8 la variazione non è stata significativa.

Tra 2016 e 2021 l’Italia ha conseguito un risultato medio di 11 punti inferiore: da 548 a 537. Tra i maggiori paesi europei anche la Germania mostra un netto peggioramento (-13 punti), mentre per la Francia la variazione non è statisticamente significativa.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Iea-Pirls
(pubblicati: martedì 16 Maggio 2023)


Per l’Italia il calo nelle competenze alfabetiche ha anche una matrice territoriale. Sono soprattutto gli studenti dell’Italia settentrionale ad aver visto un peggioramento tra prima e dopo la pandemia. Nelle scuole del nord-ovest e del nord-est il punteggio medio è calato rispettivamente di -11 e -15 punti tra 2016 e 2021.

Si allargano i divari territoriali nella capacità di lettura e comprensione dei testi.

Allo stesso tempo, mentre i punteggi dell’Italia centro-settentrionale tengono comunque il passo con gli standard internazionali, quelli del mezzogiorno rimangono molto indietro. Nelle rilevazioni Iea-Pirls 2021, superano i 540 punti le aree del nord-ovest (punteggio medio 550), nord-est (542) e centro (543). Molto lontani sud (527) – la ripartizione territoriale che nella classificazione Invalsi comprende Abruzzo, Campania, Molise e Puglia – e sud e isole (513). Quest’ultima include Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia.

La tendenza all’allargamento di questi divari appare piuttosto evidente sul lungo periodo.

(…) il gap tra le due aree geografiche che conseguono rispettivamente il risultato migliore (Nord Ovest) e quello più basso (Sud Isole) è oggi triplicato: 36 punti nel 2021 rispetto a 12 punti nel 2006.

I divari interni che restano sulle competenze alfabetiche

I dati Iea-Pirls, essendo ricavati da un campione limitato di alunni e scuole, possono ricostruire solo fino a un certo punto l’ampiezza delle distanze territoriali esistenti nel paese.

Per questo le rilevazioni dei test Invalsi, condotte ogni anno, sono particolarmente preziose, consentendo una maggiore profondità locale. Sebbene il dato comunale abbia comunque dei limiti (viene rilasciato normalmente solo in presenza di almeno 2 plessi oppure 2 istituti per comune) si tratta dell’informazione con maggiore granularità oggi disponibile in formato aperto.

Nell’anno scolastico 2021/22, nelle prove di quinta elementare, è emerso che i 10 capoluoghi con i punteggi più bassi in italiano erano tutti situati nel mezzogiorno. Si tratta di Crotone (181,36), Trapani (187,45), Foggia (187,76), Palermo (188,34), Catania (189,58), Agrigento (190,08), Messina (190,84), Enna (191,40), Napoli (191,88) e Caltanissetta (193,13). Poco sopra questi valori anche due capoluoghi del centro-nord: (Prato, 193,17) e Bolzano (193,64).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Invalsi
(pubblicati: mercoledì 28 Settembre 2022)



Ai primi 10 posti per rendimenti nelle competenze alfabetiche rilevate nei test Invalsi in quinta elementare troviamo invece – nell’ordine – Siena, Teramo, Pavia, Ascoli Piceno, Grosseto, Lucca, Como, Monza, Varese e Avellino.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sulle competenze in italiano in V primaria è Invalsi.

Foto: Sabrina Eickhoff (Pixabay) – Licenza

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Nelle aree periferiche meno competenze digitali e aule di informatica https://www.openpolis.it/nelle-aree-periferiche-meno-competenze-digitali-e-aule-di-informatica/ Tue, 01 Aug 2023 07:10:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=264282 Rispetto ai coetanei di altri paesi Ue, i giovani italiani raggiungono con minore frequenza un livello di competenze digitali adeguato. Il ruolo di scuola e comunità educante è centrale per migliorare la situazione.

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Nel 2021 quasi il 70% dei giovani europei ha raggiunto un livello almeno di base nelle competenze digitali. In Italia la quota scende al 58,3%. Questo nuovo indicatore, formulato per monitorare il quadro delle competenze digitali aggiornato dopo il Covid, conferma una tendenza di più lungo periodo. Già emersa nelle rilevazioni precedenti, che pure utilizzavano una metodologia differente.

La diffusione delle abilità informatiche tra gli adolescenti italiani resta più bassa rispetto ai coetanei della maggior parte dei paesi Ue.

Per monitorare le competenze digitali dei cittadini, Eurostat ha sviluppato un indicatore che tiene insieme una serie aspetti. Viene valutato il livello di alfabetizzazione informatica, con la capacità di raccogliere informazioni su beni, servizi o sulla salute, la capacità di comunicazione e collaborazione in modalità digitale, la creazione di contenuti digitali, le abilità in termini di sicurezza e nella risoluzione di problemi in ambiente digitale.

La metodologia di questo indicatore è stata modificata in modo sostanziale nel 2021, per adeguarsi al nuovo quadro di riferimento per le competenze digitali (Digital Competence Framework 2.0). Di conseguenza, il 2021 è l’inizio di una nuova serie temporale, non confrontabile con quelle precedenti.

Dati non disponibili per l’Irlanda, bassa affidabilità per quelli della Croazia.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Eurostat
(pubblicati: mercoledì 10 Maggio 2023)



Un aspetto tanto più significativo se si considera che quella tra 16 e 19 anni è la fascia d’età più giovane indagata dalla rilevazione. Nella popolazione complessiva tra 16 e 74 anni la situazione è ovviamente peggiore.

Poco più della metà degli europei raggiunge un livello almeno di base (53,9%), e solo uno su 4 (26,4%) ha competenze digitali superiori. Per l’Italia la quota scende rispettivamente al 45,6% e al 22,5%.

Sono piuttosto marcati i divari territoriali, in particolare lungo la faglia centri-periferie. In 26 stati Ue su 27 è nelle città che si riscontra la più alta percentuale di residenti – di tutte le età – con competenze elevate.

18% le persone con competenze digitali superiori nelle “zone rurali” in Italia. Nelle città la quota è circa il 27%.

A fronte di una media di un europeo su 4 con competenze digitali superiori, nelle zone rurali – le aree periferiche del continente – la quota di persone con competenze elevate scende al 19,9%. Per l’Italia la quota è anche più bassa, attestandosi al 18% nelle località meno centrali e popolate del paese. Tuttavia, anche per le città il dato nazionale (26,7%) è inferiore alla media europea (32,7%).

La centralità delle competenze digitali

Dall’acquisizione diffusa delle competenze digitali passerà una parte significativa dello sviluppo degli stati europei nei prossimi anni. Per questo è cruciale l’investimento nella diffusione di abilità digitali di base, a partire dalle scuole. In modo da superare i gap territoriali, sociali, di genere che oggi spesso gravano nell’acquisizione delle competenze informatiche.

Il ruolo della scuola e della comunità educante nell’apprendimento delle competenze digitali è fondamentale.

Come abbiamo avuto modo di approfondire, oggi alle istituzioni educative, in una società sempre più tecnologica, si richiede una vera e propria alfabetizzazione di massa, fin dai primi anni, al pensiero logico e computazionale, ai linguaggi di programmazione, ai principi base della robotica, solo per fare alcuni esempi. 

Per andare in questa direzione è necessario un insieme di interventi, che coinvolgono tanto la scuola quanto la comunità educante nel suo complesso. Azioni che riguardano aspetti diversi, come i dispositivi digitali presenti nelle scuole, la formazione di docenti ed educatori, l’adeguamento degli edifici scolastici, l’adozione di strumenti e modelli didattici innovativi.

Nei prossimi anni, in questo senso, sono previsti una serie di interventi per potenziare dotazione tecnologica delle scuole, a partire dall’infrastrutturazione delle aule, la creazione di laboratori digitali e il cablaggio degli edifici scolastici. Ma oggi qual è la situazione dal lato delle strutture disponibili? Attraverso i dati del ministero, approfondiamo la diffusione di aule informatiche nelle scuole italiane.

La dotazione di aule di informatica nelle scuole

Su oltre 40mila edifici scolastici presenti nel paese, in media circa uno su 3 (32,4%) è dotato di aule di informatica, in base a quanto comunicato dagli enti proprietari delle scuole per l’anno scolastico 2021/22. In oltre un caso su 4 (26,2%) non sono presenti, mentre l’informazione non è stata dichiarata per il 41,4% degli edifici.

La dotazione di aule informatiche varia ampiamente sul territorio nazionale. È stata dichiarata per quasi il 50% degli edifici scolastici piemontesi (49,9%) e liguri (49,2%). Supera il 40% anche in Valle d’Aosta, Marche e Toscana. Mentre non raggiunge un quarto del totale in Abruzzo (23,3%), Calabria (18,1%), Campania (17,8%) e Lazio (16,8).

14 le province dove la presenza di aule informatiche è dichiarata per meno di un edificio su 5.

Nella città metropolitana di Torino, così come nelle province di Imperia, Alessandria, Genova, Novara e Savona risulta dotato di aule computer almeno un edificio su 2.

Sono soprattutto i territori del centro-sud e le aree interne a dichiarare una minore dotazione di aule di informatica nelle scuole. In particolare in 14 province meno del 20% del patrimonio scolastico dispone di un’aula informatica. Si tratta di Teramo (19,8%), Rieti (18,1%), Siracusa (17,9%), L’Aquila (17,7%), Catania (15,6%), Crotone (15,5%), Catanzaro (15,1%), Matera (14,5%), Roma (13,7%), Napoli (13,6%), Cosenza (13%), Latina (12,3%), Salerno (11,9%) e Benevento (10,4%).

Le dotazioni informatiche, tra città e aree interne

Per quanto riguarda le aree interne, se in media circa un terzo degli edifici scolastici statali è dotato di aule informatiche, la quota scende attorno a un quarto nei comuni periferici (26,3%) e in quelli ultraperiferici (25,1%). Parliamo delle aree del paese da cui – per raggiungere la città polo di servizi più vicina – servono almeno 40 minuti nel primo caso e oltre un’ora nel secondo.


Le aree interne sono i territori del paese più distanti dai servizi essenziali (quali istruzione, salute, mobilità). Parliamo di circa 4.000 comuni, con 13 milioni di abitanti, a forte rischio spopolamento (in particolare per i giovani), e dove la qualità dell'offerta educativa risulta spesso compromessa.


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“Che cosa sono le aree interne”

Un dato su cui va osservato come incide anche un tasso di risposta minore in questi territori. L’informazione infatti non è stata dichiarata per il 50% degli edifici scolastici in comuni periferici e per il 55% in quelli ultraperiferici. Rendendo difficile distinguere tra i casi in cui si tratta di un’omissione o di un’assenza effettiva. Resta comunque il fatto che la dichiarazione di presenza in queste aree del paese è molto inferiore a quella dei comuni polo.

In queste città – baricentriche in termini di servizi – in media il 37% degli edifici scolastici ha almeno un’aula di informatica al suo interno. Più della media nazionale quindi, pari al 32,4%. Ciononostante, anche tra le città principali la quota non è omogenea lungo la penisola.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Mim
(pubblicati: lunedì 26 Settembre 2022)



Se si isolano i capoluoghi, si nota come alcuni raggiungano o sfiorino il 90% di edifici scolastici dotati di aule di informatica. Tra questi spicca Pavia, con il 91,7%, seguita da Modena (87,8%). Più distanziati, ma comunque al di sopra del 70%, anche i comuni di Alessandria, Torino, Savona, Viterbo, Ancona e Pesaro e Imperia.

In 10 capoluoghi, la disponibilità di aule di informatica è dichiarata per meno del 10% degli edifici scolastici statali presenti. Si tratta di Roma, Catania, Carbonia, Forlì, Benevento, Catanzaro, Matera, Latina, Cosenza e Salerno.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla presenza di dotazioni informatiche rispetto al comune sono stati elaborati incrociando informazioni di fonte Mim, Istat e Ag. Coesione.

Foto: Ron Lach (Pexels)Licenza

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L’impatto del Pnrr sulla povertà educativa in Lombardia https://www.openpolis.it/limpatto-del-pnrr-sulla-poverta-educativa-in-lombardia/ Tue, 13 Dec 2022 04:58:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=214344 La vera sfida del Pnrr è ridurre i divari tra i territori, anche nel contrasto della povertà educativa. Approfondiamo la situazione attuale in Lombardia e cosa prevede il piano per la regione su 3 temi: asili nido, nuove scuole e dispersione scolastica.

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Il Pnrr interviene su numerosi fronti relativi alla povertà educativa, dagli asili nido all’edilizia scolastica, dal contrasto all’abbandono precoce alla riduzione dei divari territoriali nell’istruzione.

Interventi che riguarderanno anche la Lombardia, dai primi livelli d’istruzione a quelli più elevati.

L’offerta di asili nido e l’investimento del Pnrr

Partendo dagli asili nido, in Lombardia nel 2020 sono 68mila i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 230mila residenti con meno di 3 anni nella regione. Ovvero una copertura del 30,5%, al di sotto della soglia del 33% fissata in sede Ue, ma più elevato della media nazionale (27,2%).

Tra le province, quella con la maggiore copertura potenziale è Monza e Brianza con 33,4 posti ogni 100 bambini. Seguono i territori delle province di Bergamo (32,9%) e Pavia (32,8%). Sopra quota 30% anche la città metropolitana di Milano (31,8%), Varese (30,8%) e Lecco (30,2%). Al di sotto di tale soglia le province Cremona (28,8%), Mantova (28,5%), Brescia (26,7%), Como (26,4%), Lodi (26,1%) e Sondrio (23,8%).

Tra i comuni con più residenti tra 0 e 2 anni, molti superano la soglia del 40%. Tra questi, Brescia (43,7%), Monza (42,1%), Bergamo (49,6%), Como (42,6%), Varese (41,8%), Cremona (42,1%), Pavia (44,6%) e Vigevano (48,2%). Nonché altri capoluoghi meno popolosi come Sondrio (40%), Mantova (45,7%) e Lecco (45,3%).

Al di sotto di tale quota, ma comunque oltre la media nazionale, si collocano altre grandi città, a partire dal capoluogo regionale, Milano con 27,9 posti ogni 100 bambini. Nonché Sesto San Giovanni (31,5%), Busto Arsizio (36%) e Cinisello Balsamo (26,8%). Oltre a Milano, l’unico capoluogo sotto la soglia del 40% è Lodi (25,5 posti per 100 minori).

Complessivamente, in Lombardia l’81,4% dei comuni offre asili nido o altri servizi per la prima infanzia, una diffusione molto più capillare di quella media nazionale (59,3%). La quota supera il 90% nei territori di Milano e Bergamo, mentre si attesta al 52,2% in provincia di Pavia.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: giovedì 18 Agosto 2022)



In questo contesto il Pnrr stanzia 4,6 miliardi sull’investimento per gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Di questi, accanto alle risorse che finanzieranno progetti già in essere, è stato varato un bando da 3 miliardi di euro, di cui 2,4 per i soli nidi.

Di tali risorse, stando alle graduatorie pubblicate in agosto, in Lombardia dovrebbero arrivare con il nuovo bando 239,5 milioni di euro per gli asili nido e poli d’infanzia, pari al 9,8% dei 2,4 miliardi di euro stanziati. In termini assoluti, il territorio con i progetti ammessi in graduatoria che cubano più risorse è la provincia di Bergamo (47 milioni), seguita da Milano (39,4 milioni), Mantova e Brescia (circa 22 milioni ciascuno).

Complessivamente nella regione è previsto il finanziamento di 185 progetti. Di questi, 73 sono entrati nelle graduatorie pubblicate lo scorso agosto come ammessi, 112 come riserva. Per 7 dei progetti entrati in graduatoria, è comunque già prevista una successiva rimodulazione degli importi.

Va infatti tenuto presente che quelli pubblicati nelle graduatorie di agosto non necessariamente corrispondono agli importi definitivi: prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità e per alcuni importi è già prevista una successiva rimodulazione. Altro elemento cruciale è dato dal fatto che, come detto, molti interventi presentano l’indicazione “riserva” nella graduatoria.

Con questi caveat, sulla base delle graduatorie pubblicate in agosto, il singolo progetto con l’importo maggiore è un intervento di demolizione e ricostruzione di poli d’infanzia per il comune di Suzzara (Mantova). Con un importo inizialmente previsto nelle graduatorie di agosto di 10 milioni di euro. Altri 4 progetti nelle graduatorie pubblicate in agosto superavano i 5 milioni: 3 nuove costruzioni di poli d’infanzia nei comuni di Carnago (Varese), Paullo e Cesano Boscone (Milano) e una demolizione con ricostruzione per il comune di Trescore Balneario (Bergamo).

L’ente con più risorse previste in base alle prime graduatorie stile era il comune di Suzzara, con l’unico intervento appena citato. Seguita dalla città di Bergamo (5 progetti da 8,7 milioni complessivi).

La costruzione di nuove scuole 

Un altro aspetto di cui si occupa il Pnrr è la costruzione di nuove scuole sostenibili. Un investimento da 1,19 miliardi per la realizzazione di oltre 200 nuove scuole, di cui 14 previste in Lombardia.

Nella regione, in base ai dati relativi all’a.s. 2020/21, sono presenti 5.692 edifici scolastici. Dal punto di vista della sostenibilità, per 4.094 in quell’anno era stata dichiarata la dotazione di accorgimenti per ridurre i consumi energetici, come la presenza di vetri o serramenti doppi, l’isolamento di coperture e pareti esterne, oppure ancora la zonizzazione dell’impianto termico, che consente un dispendio più accurato per la climatizzazione degli ambienti.

Il 71,93% degli edifici scolastici in Lombardia presenta quindi questo tipo di accorgimenti, molto più della media nazionale (57,5%). Dato che ne fa la terza regione in Italia dove risultano più diffusi, ma che varia tra i diversi territori. Mentre nelle province di Bergamo, Lecco e Sondrio la percentuale di edifici con accorgimenti supera l’80%, in quella di Pavia si attesta al 51,88%. La città metropolitana di Milano – pur superando la media nazionale – si colloca appena sopra l’area pavese, con il 60,71% del patrimonio edilizio scolastico dotato di accorgimenti.

Tra i comuni della regione con più residenti tra 6 e 18 anni, il capoluogo regionale, Milano, si attesta al 39%. Al contrario delle altre maggiori città come Brescia, Monza, Bergamo, Busto Arsizio e Sesto San Giovanni, tutte al di sopra dell’80%. Sopra il 60% anche Como, Cinisello Balsamo e Varese.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione
(pubblicati: domenica 17 Luglio 2022)



Su questa situazione si innestano gli interventi del Pnrr, con una serie di investimenti per l’edilizia scolastica tra cui quelli per la costruzione di nuove scuole. Sono 14 le aree individuate per la Lombardia in base alle ultime informazioni pubblicate (erano 15 nelle graduatorie pubblicate nel maggio scorso). Per un totale di circa 49mila metri quadri e un importo complessivo richiesto superiore ai 110 milioni di euro.

Il 42,9% degli interventi per le nuove scuole della regione riguarderà edifici nelle classi energetiche F e G, quelle meno efficienti.

I maggiori interventi riguardano una scuola secondaria di II grado, l’istituto P. Frisi della città metropolitana di Milano. Con un importo di 24 milioni di euro, il progetto interverrà sulla demolizione con ricostruzione in situ di 10.000 metri quadri. Segue l’istituto Luigi Einaudi, della provincia di Lodi (18 milioni circa) e la scuola secondaria di I grado del comune di Milano “Falcone e Borsellino”, con 10,15 milioni.

Il contrasto ai divari educativi esistenti

In Lombardia il tasso di abbandono scolastico nel 2021 si è attestato al 11,3%. Un dato inferiore alla media nazionale e a 2,3 punti dall’obiettivo europeo del 9% entro il 2030.

Una quota più contenuta delle altre regioni, sebbene l’abbandono esplicito della scuola non sia l’unico metro della dispersione. Deve essere considerato anche l’abbandono implicito, cioè la quota di studenti che non lasciano precocemente ma hanno bassi apprendimenti.

Nei test Invalsi 2020/21, il 36,8% degli studenti lombardi di III media si è attestato sui livelli di competenza 1 e 2 in italiano, considerati non adeguati, a fronte di una media nazionale del 39% circa.

Nella provincia di Mantova sono stati il 38,18%; poco sotto anche quelle di Brescia (37,4%), Cremona (37,1%), Lodi (36,9%) e Pavia (36,4%). Mentre nella province di Monza e Brianza, Como, Lecco e Sondrio i test risultati inadeguati sono stati meno del 30%. In particolare in quella di Sondrio, la quota si è attestata al 25,7%.

Dati a cui dedicare un’attenzione prioritaria: i bassi livelli di competenza sono uno dei segnali più rilevanti della dispersione scolastica. Il Pnrr interviene con un investimento apposito, che ha tra gli obiettivi quello di scendere nel 2026 al 10,2% di abbandoni precoci nel nostro paese. Tale intervento vale 1,5 miliardi, di cui 500 milioni assegnati con una prima tranche attraverso un decreto del ministero dell’istruzione nel giugno di quest’anno.

I dati sono stati elaborati a partire dalla tabella di ripartizione per istituzione scolastica pubblicati dal ministero dell’istruzione il 28 giugno 2022. Il colore dei comuni varia in base all’incidenza dell’abbandono scolastico nel comune, come rilevata nell’ambito del censimento 2011. Più intenso il colore, maggiore la quota di giovani tra 15 e 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: martedì 28 Giugno 2022)



Risorse che, nella regione, sono destinate a 384 istituti, per un totale di 57,66 milioni di euro. Si tratta dell’11,53% delle risorse stanziate con questo decreto. Il finanziamento maggiore nella regione arriverà agli istituti con sede nel comune di Milano, con 53 istituzioni finanziate.

Quello più finanziato è l’istituto di istruzione superiore “Galilei – Luxemburg”, nella città metropolitana di Milano, cui sono destinati circa 311mila euro. Seguono l’Iis Cossa di Pavia (305.758,05 euro), l’Iis Piero Sraffa di Brescia (292.153,88 euro), l’istituto professionale “Falck” (Sesto San Giovanni, con quasi 289mila euro) e l’Iis “L. Cremona” (Pavia, 286mila euro circa).

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Nidi e poli per l’infanzia Lombardia

Nuove scuole Lombardia

Piano dispersione (I tranche) Lombardia

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L’impatto sull’occupazione dei divari territoriali negli apprendimenti https://www.openpolis.it/limpatto-sulloccupazione-dei-divari-territoriali-negli-apprendimenti/ Tue, 26 Apr 2022 06:08:16 +0000 https://www.openpolis.it/?p=178876 Un basso livello di istruzione rende più vulnerabili nel mondo del lavoro, soprattutto nelle crisi. Perciò migliorare il livello degli apprendimenti degli studenti è così importante. Purtroppo, i dati sui test Invalsi in terza media mostrano come i divari territoriali siano ancora molto ampi.

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In un mondo del lavoro che richiede competenze sempre più elevate, il livello di istruzione è spesso uno degli aspetti che più contribuisce a determinare la stabilità economica delle persone. E quindi anche la resilienza dell’intero tessuto sociale di fronte a possibili crisi.

Tale tendenza era già emersa chiaramente dopo la recessione del 2008. A distanza di pochi anni dall’insorgere della crisi economica, le analisi Ocse mostravano chiaramente come – pur in un incremento generalizzato dei tassi di disoccupazione – fossero soprattutto le persone meno scolarizzate a soffrirne di più le conseguenze.

Al culmine della crisi, gli individui con un livello d’istruzione più basso hanno una probabilità maggiore di essere destinati alla disoccupazione (:..)

E questa stessa tendenza si registra ancora oggi, nello scenario successivo alla pandemia.

Istruzione, apprendimenti e occupazione dopo il Covid

Tra 2019 e 2020, in seguito all’emergenza, il tasso di occupazione è calato per tutti, specialmente per i più giovani. Tuttavia, se tra i 30-34enni con titoli di studio più elevati il calo è stato di pochi decimi, tra i coetanei con al massimo un titolo secondario inferiore la quota è diminuita di oltre 3 punti.

52,5% il tasso di occupazione tra i giovani di 30-34 anni che hanno al massimo la licenza media nel 2020. Era il 56% l’anno precedente.

Si tratta di una tendenza significativa se si considera che anche prima della pandemia il tasso di occupazione era già più basso tra le persone con minore scolarizzazione. Con la pandemia questa dinamica si è rafforzata. Tra i giovani di 30-34 anni con un titolo terziario (laurea o simili) il tasso di occupazione passa dal 78,9% del 2019 al 78,3%, una flessione di 0,6 punti. Tra chi ha un titolo secondario superiore, come il diploma, varia dal 69,5% al 68,2% (-1,3 punti). Con al massimo un titolo secondario inferiore, il calo è stato pari a 3,5 punti percentuali.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 23 Dicembre 2021)

 

Rispetto al 2008 è evidente il calo dell'occupazione tra chi ha un titolo di studio più basso.

In un'ottica di lungo periodo, si osserva chiaramente come sia cambiato il rapporto tra istruzione e lavoro nell'arco degli ultimi 10-15 anni, segnati dalla crisi economica a cavallo tra 2008 e 2012 e poi da quella seguita alla pandemia. Nel 2008 i giovani con al massimo la licenza media erano occupati in quasi 2/3 dei casi. Inoltre, non vi era troppa distanza tra il tasso di occupazione dei diplomati (78,9%) e quello di chi possiede un titolo di studio terziario (78,3%). A distanza di 12 anni, il calo dell'occupazione è stato di oltre 10 punti sia per chi ha al massimo un titolo secondario inferiore (-12,6 punti) che superiore (-10,7). Questi ultimi nel 2020 sono occupati nel 68,2% dei casi, contro il 78,3% dei laureati.

10,1 i punti di svantaggio nel tasso di occupazione dei giovani diplomati rispetto a quelli con un titolo terziario. Erano solo 2,3 nel 2008.

I dati passati in rassegna evidenziano come la questione educativa rappresenti un aspetto imprescindibile per la tenuta sociale del paese. Per questa ragione è necessario che l'offerta educativa e il livello degli apprendimenti conseguiti a scuola aumenti su tutto il territorio nazionale. Pena il rischio che i divari territoriali ed economici esistenti si cristallizzino: con solo alcune aree del paese in grado di crescere e di fare fronte alle fasi di crisi. Fasi che, al contrario, possono diventare esiziali per i territori con minore scolarizzazione.

21,6% il tasso di occupazione dei giovani 18-29 anni in Sicilia, nel 2020 ultima tra le regioni italiane. Nello stesso anno, è stata anche la regione con più abbandoni precoci (19,4%).

Da questo punto di vista, prima ancora degli abbandoni scolastici, un elemento utile per valutare la condizione educativa nelle diverse aree del paese sono i risultati nei test Invalsi. In particolare quelli delle ragazze e dei ragazzi di terza media, ovvero all'ultimo anno prima della scelta del percorso di studi alle superiori. Per chi abbandona precocemente, in molti casi si tratta anche dell'ultimo anno di scuola tout court. Si tratta quindi di un anno cruciale, perché il successo o l'insuccesso scolastico in questa fase è un buon predittore del percorso di studio successivi, o al contrario della propensione a lasciare la scuola. Ma cosa sappiamo su questo fronte?

Le 3 regioni con minore occupazione giovanile (Sicilia, Campania e Calabria) sono anche quelle con gli apprendimenti più bassi in terza media.

I test Invalsi di italiano nell'anno scolastico 2020/21 hanno indicato una notevole polarizzazione tra nord e sud del paese. In termini di macroaree, i risultati maggiori si riscontrano nel nord-est, con risultati medi significativamente superiori rispetto alla media italiana (punteggio pari a 202,5, a fronte di un dato nazionale di 196). Seguono il centro Italia (199,3), il nord-ovest (198,6) e il sud (ripartizione che ai fini Invalsi comprende solo Abruzzo, Campania, Molise e Puglia, con 190,6). Pur nelle differenze, la distanza rispetto alla media nazionale degli apprendimenti non è considerata statisticamente significativa per questi territori. Mentre ha un punteggio significativamente inferiore alla media italiana la ripartizione sud e isole (comprendente Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna).

4 le regioni sotto quota 190 nei punteggi Invalsi di italiano in terza media (a.s. 2020/21): Sardegna (189), Campania e Sicilia (188), Calabria (183).

Gli apprendimenti Invalsi, comune per comune

Scendendo a livello locale, comune per comune, è possibile approfondire meglio la tendenza. In linea con quanto appena rilevato, sono soprattutto i comuni del centro-nord, e in particolare quelli dell'Italia nord-orientale, a mostrare i livelli più alti in termini di apprendimenti in italiano, arrivati in terza media.

I dati presentati per ciascun comune corrispondono al punteggio medio (stima delle abilità secondo il modello di Rasch) su scala nazionale, corretto per il cheating. Il dato non è disponibile se non sono presenti almeno 2 plessi per comune oppure 2 istituti per comune. Nel caso i risultati delle prove fossero stati resi pubblici direttamente dalle scuole il dato è stato restituito anche se relativo a un solo plesso o un solo istituto per comune.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Se si isolano i 15 capoluoghi con i punteggi più alti nei test Invalsi, nessuno si trova nel mezzogiorno. Sono 6 quelli del nord-ovest, peraltro tutte città lombarde: Sondrio, Pavia, Lecco, Como, Monza e Bergamo. Cinque si trovano nel nord-est, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia: Belluno, Rovigo, Padova, Pordenone e Udine. Quattro infine appartengono all'Italia centrale: Perugia, Siena, Macerata e Ascoli Piceno.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Viceversa, si trovano quasi tutti nel sud e nelle isole i capoluoghi con i punteggi più bassi per le terze medie in italiano. Spiccano le città siciliane: 6 su 15 (Trapani, Palermo, Messina, Caltanissetta, Catania e Siracusa). Da notare che la sedicesima in classifica sarebbe un altro capoluogo dell'isola: Agrigento, con un dato di un centesimo superiore rispetto a Siracusa (ma nella sostanza a pari merito con quest'ultima). Tra le 15 compaiono anche 4 comuni pugliesi (Taranto, Trani, Barletta e Brindisi), 2 calabresi (Crotone e Vibo Valentia) e uno campano (Napoli).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Allo stesso tempo, si può osservare come nella classifica siano presenti anche due citta del centro-nord. Parliamo della piemontese Vercelli e della toscana Prato.

Si tratta di dati che - in una fase come questa - devono essere necessariamente portati all'ordine del giorno nel dibattito pubblico. Intervenire su quello che ragazze e ragazzi apprendono oggi, infatti, significa migliorare le loro prospettive economiche e sociali. E quindi anche quelle dell'intera società nei prossimi anni.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sugli apprendimenti è Invalsi.

Foto: Allison Shelley/The Verbatim Agency (EDUimages) - Licenza

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La lettura tra i bambini e l’accessibilità delle biblioteche italiane https://www.openpolis.it/la-lettura-tra-i-bambini-e-laccessibilita-delle-biblioteche-italiane/ Tue, 22 Mar 2022 08:00:44 +0000 https://www.openpolis.it/?p=173963 Per diffondere l'abitudine alla lettura tra i più piccoli è fondamentale sia la presenza delle biblioteche che la loro concreta fruibilità. Questa però varia molto sul territorio, sia rispetto agli orari di apertura che al numero di postazioni per la consultazione.

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Nel 2020, la quota di bambini e ragazzi che hanno letto almeno un libro si è attestata tra il 50 e il 60%. Oltre il 40% dei minori ha letto fino a 3 libri. Mentre il 13-14% circa si può considerare un lettore assiduo, con almeno un libro letto al mese.

Percentuali che variano in modo sensibile anche rispetto alla fascia d’età. Tuttavia, emergono delle tendenze comuni che caratterizzano i lettori più piccoli rispetto agli adulti.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 10 Gennaio 2022)


I bambini leggono più degli adulti, ma anche tra i più piccoli i divari sono ampi.

Mediamente infatti i giovani leggono di più: il 53,7% dei residenti tra 6 e 24 anni ha letto almeno un libro nel 2020, contro una media della popolazione pari al 41,4%. Tra il 2019 e il 2020 la quota di lettori tra i giovani è leggermente cresciuta, ma le differenze restano comunque ampie. In parte riconducibili all'età - tra i minori ad esempio il picco di chi ha letto almeno un libro si raggiunge tra i preadolescenti - ma non solo.

Le cause che influenzano l'abitudine alla lettura sono infatti molteplici. Dietro divari territoriali anche molto estesi, vi possono essere fattori sociali da non sottovalutare. La condizione della famiglia di origine è uno di questi. Come abbiamo avuto modo di approfondire in passato, se i genitori sono entrambi lettori, è più probabile che lo siano anche i figli e viceversa.

77,4% di minori figli di lettori leggono. Se né il padre né la madre leggono, la quota scende al 35,4%. (Istat, 2021).

In un paese in cui in media circa una famiglia su 10 non possiede alcun libro, ciò chiama in causa anche la presenza di biblioteche sul territorio. E, altro fattore cruciale, anche la loro accessibilità ed effettiva possibilità di fruizione da parte di bambini e ragazzi.

Sul primo aspetto, il prezioso censimento svolto dall'anagrafe delle biblioteche consente di ricostruire numerose informazioni di carattere quantitativo rispetto alla diffusione di biblioteche, punti lettura e fondi librari.

L'effettiva accessibilità della biblioteca è importante quanto la presenza stessa.

Sul secondo aspetto, che chiama in causa informazioni più qualitative come la dimensione, la fruibilità, gli orari di apertura, è utile approfondire anche i dati provenienti da un altro censimento recente, effettuato da Istat. Si tratta dell'indagine sulle biblioteche pubbliche e private, svolta in collaborazione con i soggetti referenti sul tema (come ministero della cultura, regioni, province autonome, istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche, ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici etc.).

Attraverso quest'ultima rilevazione - limitata alle biblioteche non scolastiche e non universitarie - possiamo ricostruire alcuni aspetti relativi all'accessibilità di queste strutture.

L'accessibilità delle biblioteche in Italia

Una prima questione di grande importanza è quella degli orari di apertura al pubblico. L'effettiva fruibilità infatti dipende in primo luogo dal tempo in cui la biblioteca resta aperta per gli utenti.

Nel sud orari di apertura più limitati e meno strutture rispondenti.

Aspetto su cui già emergono notevoli differenze territoriali. Le biblioteche censite che dichiarano una apertura al pubblico superiore alle 40 ore settimanali sono il 15,4% nel centro Italia, il 9,4% nel nord-est, il 7,7% nelle isole, il 6,8% nel nord-ovest e il 6,6% al sud. A variare tuttavia è anche la quota dei soggetti che non hanno fornito dati su questo aspetto del censimento: pari al 28,3% delle strutture nel sud, al 15,1% nel centro, all'8,4% nelle isole, al 7,5% nel nord-est e al 6,5% nel nord-ovest.

9,1% le biblioteche aperte per oltre 40 ore a settimana in Italia.

Nel confronto regionale - al netto dei non rispondenti - gli orari di apertura superano le 40 ore in oltre il 10% delle biblioteche laziali (18,1%), toscane (17,3%), emiliano-romagnole (14,5%) e venete (10,9%). Prossime alla soglia di una struttura su 10 anche Puglia (9,7%), Sicilia (9,3%) e Liguria (9,1%). Per la prima va citata comunque l'alta quota di non rispondenti, pari al 27,7% delle biblioteche pugliesi.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 23 Aprile 2021)

I territori con meno biblioteche aperte per oltre 40 ore a settimana sono Abruzzo (2,9%, un dato comunque da leggere con cautela, dal momento che quasi la metà delle strutture risulta non rispondente), Basilicata e Trentino-Alto Adige (3%).

18,1% le biblioteche aperte per oltre 40 ore a settimana nel Lazio.

Un altro aspetto dell'accessibilità di una biblioteca è la presenza di postazioni per consultare i libri, leggere e studiare. Si tratta di un fattore determinante nella concreta fruibilità della struttura, soprattutto per bambini e ragazzi. Perché fa la differenza tra la biblioteca intesa solo nella sua funzione di struttura dove trovare e prendere in prestito libri e quella di luogo dove poter anche leggere, studiare e trascorrere del tempo.

34 postazioni presenti in media nelle biblioteche italiane.

A fronte di questa media nazionale tra le biblioteche rispondenti al quesito, il numero di postazioni più elevato si raggiunge in due regioni del nord-est. Spiccano infatti i dati di Friuli-Venezia Giulia (61 postazioni) e Veneto (44). Sopra quota 40 anche Sicilia (43), Toscana e la provincia autonoma di Trento (41). Poco al di sotto l'Emilia Romagna, con una media di 39 postazioni per struttura.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 23 Aprile 2021)

Un numero medio decisamente inferiore rispetto alla media nazionale si riscontra soprattutto in Molise (15) e Calabria (17). Attorno alla soglia dei 25 posti si collocano Piemonte (24) e Campania (25).

61 postazioni presenti in media nelle biblioteche del Friuli-Venezia Giulia.


Il numero di postazioni per struttura è spesso più basso nel sud.

In media il 13,6% delle biblioteche italiane dispone di oltre 50 postazioni. Superano tale soglia 8 regioni: Trentino-Alto Adige (24,2%, dato relativo alla sola provincia di Trento), Veneto (23,7%), Emilia-Romagna (19,3%), Toscana (18,4%), Lombardia (15,7%), Lazio (15,5%), Sardegna (15,3%) e Umbria (14%).

Sono 10 le regioni che non raggiungono la soglia del 10% di strutture con oltre 50 postazioni. Si tratta di Marche (9,9%), Piemonte (9,8%), Abruzzo (9,6%), Friuli-Venezia Giulia (9,5%), Basilicata (7,5%), Campania (7,1%), Sicilia (6%), Valle d'Aosta (5%), Calabria (2,4%) e Molise (2%).

La diffusione sul territorio

I dati visti finora vanno letti anche alla luce della diffusione di biblioteche sul territorio.

Un parametro che - sebbene non in grado di darci informazioni qualitative come quelle viste finora per le regioni - ci consente comunque una notevole profondità di analisi territoriale. Valutando la presenza, comune per comune, delle biblioteche sul territorio nazionale.

Il rapporto tra biblioteche e minori è più elevato nelle città del centro-nord.

Se si mette in relazione il numero di biblioteche e strutture assimilate (come censito dall'anagrafe di Iccu-Abi) con il numero di residenti tra 6 e 17 anni possiamo confrontarne la diffusione, a partire dai capoluoghi. Considerando tutte le strutture presenti nell'anagrafe al 2019, emergono alcune prime differenze interessanti. Le città con più biblioteche per minore si concentrano soprattutto nell'Italia centrale e settentrionale. Ai primi posti spiccano infatti capoluoghi come Pavia (25,2 strutture ogni 1.000 giovani 6-17 anni), Pisa (20,8) e Macerata (16,3). Seguono Cagliari (11,2), Ferrara (10,8) e Perugia (10,1).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Iccu-Abi e Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 30 Settembre 2019)

Da notare come solo due capoluoghi del mezzogiorno (entrambi sardi, la già citata Cagliari e Sassari) compaiano nelle prime 20 posizioni. Mentre nelle ultime 20 i comuni del centro-sud sono molto più numerosi. In particolare 6 città pugliesi (Trani, Foggia, Taranto, Brindisi, Barletta, Andria - con quest'ultima collocata a fondo classifica) e 3 calabresi (Reggio Calabria, Crotone e Catanzaro). Complessivamente appartengono all'Italia meridionale 13 dei 20 capoluoghi con meno strutture per residente tra 6 e 17 anni.

65% dei 20 capoluoghi con meno biblioteche totali per minore si trovano nel mezzogiorno.

L'analisi in parte cambia se si operano delle distinzioni per tipologia di biblioteca. Difatti nei dati visti finora sono considerate tutte le strutture, anche quelle potenzialmente non adatte alla fruizione dei minori. Ad esempio le biblioteche specializzate, quelle universitarie oppure quelle relative all'attività amministrativa di enti pubblici o privati.

La prima e l'ultima posizione in classifica non cambiano se si considerano solo le biblioteche accessibili ai minori.

Per tenere conto di questo aspetto, possiamo conteggiare solo le strutture classificate come "pubbliche" e "non specializzate". Ovvero quelle potenzialmente più accessibili per bambini e ragazzi al di fuori dell'orario scolastico. Si tratta di una informazione disponibile per quasi tutte le biblioteche (circa il 77% è censito rispetto alla tipologia funzionale nei dataset relativi al 2019). Tuttavia proprio per questo va trattata con maggiore cautela. Se si considerano unicamente le biblioteche esplicitamente classificate come "pubbliche" e "non specializzate" potrebbero restare fuori anche altre strutture potenzialmente accessibili dai minori, ma non censite come tali.

3,1 biblioteche pubbliche e non specializzate ogni 1.000 minori a Pavia. Il capoluogo lombardo è primo considerando entrambi gli indicatori.

Il comune di Pavia supera nettamente gli altri capoluoghi, confermando quindi il primato nel rapporto tra strutture e minori in entrambe le classifiche. Al secondo posto un'altra città della Lombardia, Mantova (2,3 strutture ogni 1.000 residenti 6-17 anni), seguita da Aosta (2), Macerata e Isernia (1,7), Bergamo e Rovigo (1,6). In fondo alla classifica in questo caso si trovano Massa, Reggio Calabria e Andria (tutte con 0,1). Quest'ultimo capoluogo conferma il posizionamento già rilevato nella classifica relativa a tutte le biblioteche.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. Le fonti dei dati sono l'anagrafe delle biblioteche (Iccu-Aib) e Istat.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Iccu-Abi e Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 30 Settembre 2019)

Foto: Flickr Complete Interior Design - Licenza

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Come variano opportunità e servizi educativi, tra province e comuni della Lombardia https://www.openpolis.it/esercizi/come-variano-opportunita-e-servizi-educativi-tra-province-e-comuni-della-lombardia/ Fri, 22 Jan 2021 07:55:31 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=68440 Il Covid ha posto nuove sfide nel contrasto alla povertà educativa. Un fenomeno multidimensionale che varia ampiamente sul territorio e che in una regione vasta come la Lombardia necessita di un'analisi a livello locale, da provincia a provincia e da comune a comune.

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La Lombardia è la regione italiana con il maggior numero di residenti con meno di 18 anni, la fascia di popolazione che è il target delle politiche di contrasto alla povertà educativa. Una condizione (o meglio, una serie di condizioni) in cui il bambino, per tante ragioni, si trova privato del diritto all’apprendimento e alla crescita in senso lato. Dalle opportunità culturali ed educative al diritto al gioco e alla socialità; in definitiva allo sviluppo della propria personalità.

Il report completo in pdf


1,6 mln i residenti con meno di 18 anni in Lombardia.

Il tema ha anche una forte connotazione territoriale, ed è noto come le regioni del mezzogiorno siano quelle più colpite dai fenomeni di privazione economica, sociale ed educativa. Allo stesso tempo, per intervenire con politiche efficaci, un approccio basato sulle medie regionali – e che come tale escluda l’analisi delle regioni economicamente più avanzate – appare insufficiente, per due motivi.

Primo, se è vero che il fenomeno insiste più nel sud che nel nord del paese, esso varia all’interno di ogni regione, specie se molto estese come nel caso della Lombardia. Ed è necessario inquadrare proprio quei divari interni per intervenire con efficacia nel contrasto alla povertà educativa.

Secondo, si tratta di un fenomeno multidimensionale e come tale va affrontato, senza scorciatoie. Sono tanti gli aspetti da monitorare, che possono sovrapporsi o meno: esclusione sociale; mancanza di servizi educativi, culturali, sociali, sportivi; distanze territoriali e fenomeni demografici come calo delle nascite e spopolamento di interi territori.

A ciò si aggiunga che l’emergenza Covid ha posto nuove sfide nel contrasto della povertà educativa, oltre a ribadire l’importanza di quelle già esistenti. Fin dalle prime settimane di lockdown, famiglie e minori si sono trovati di fronte a numerose necessità. Come l’importanza di disporre di connessioni domestiche veloci e di dispositivi per seguire la didattica a distanza. Il successivo ritorno in classe ha poi ribadito (e acuito) le esigenze di sempre: dal trasporto casa-scuola alla qualità dell’edilizia scolastica.

Oltre a questi aspetti contingenti, gli effetti della pandemia rischiano di aggravare i divari sociali, educativi, territoriali che esistevano prima della crisi sanitaria. Disuguaglianze storiche, radicate, da mettere chiaramente a fuoco per contrastarle. E che, come anticipato, sono molto difficili da ricostruire ricorrendo ad analisi basate su medie nazionali o regionali.

Ciò è ancora più vero per un territorio come quello della Lombardia. 10 milioni di abitanti, 1.506 comuni, 23.864 kmq: nessuna media regionale potrà mai restituire divari e disuguaglianze interne a una regione così vasta. Lo stesso vale per Milano, dove solo con un’analisi di livello sub-comunale è possibile provare a ricostruire i divari che convivono all’interno della stessa città.

È con questo approccio, fondativo dell’osservatorio povertà educativa, che nel corso di questo report affronteremo alcuni aspetti legati alla condizione dei minori in Lombardia e delle loro famiglie.

In primo luogo, monitorando la variazione di bambini e ragazzi nell’ultimo decennio. Decennio che ha visto un calo generalizzato dei minori in Italia a fronte di una sostanziale stabilità in Lombardia. Stabilità che però cela profonde differenze interne, tra le singole province e anche tra i comuni che le compongono.

In secondo luogo, mappando la diffusione di connessioni ultraveloci, con dati precedenti all’attuale crisi Covid, in modo da osservare l’estensione della rete prima che arrivasse l’emergenza. L’obiettivo è comprendere le differenze tra i territori lombardi rispetto alla sfida della gigabit society, promossa a livello Ue. Allo stesso modo, vedremo le differenze interne al comune di Milano in termini di digitalizzazione delle scuole, tra presenza di dispositivi e aule dotate di connessione wi-fi.

Sempre in relazione alla condizione delle scuole, affronteremo altri due aspetti cruciali – in questa crisi e non solo. Da un lato, ricostruendo la raggiungibilità delle scuole lombarde con i mezzi pubblici. Dall’altro, approfondendo il tema dell’edilizia scolastica sul territorio, in particolare con la presenza di edifici vetusti.

I dati comunali riguardano i seguenti indicatori: variazione della popolazione minorile, famiglie raggiunte da banda larga ultraveloce, edifici scolastici raggiungibili con mezzi pubblici, scuole vetuste.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat, Agcom, Miur
(ultimo aggiornamento: venerdì 22 Gennaio 2021)

Foto credit: Flickr Ospedale Pediatrico Bambino Gesù - Licenza

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Le differenze nell’offerta di biblioteche tra le città https://www.openpolis.it/le-differenze-nellofferta-di-biblioteche-tra-le-citta/ Tue, 20 Oct 2020 07:15:54 +0000 https://www.openpolis.it/?p=94560 Nelle città maggiori la funzione sociale delle biblioteche è fondamentale. Per i ragazzi che abitano in case sovraffollate, possono rappresentare un luogo tranquillo per studiare e incontrarsi con gli amici. Un focus sulla diffusione di biblioteche rispetto ai minori nei capoluoghi italiani.

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Per bambini e ragazzi avere a disposizione una biblioteca fornita, ampia e spaziosa è una risorsa inestimabile. Un presidio sociale e educativo la cui funzione cambia al crescere dell’età, accompagnando tutte le fasi dello sviluppo.

Quando il bambino è più piccolo, prima delle elementari, può essere un luogo di socialità con gli altri, in cui partecipare a laboratori e familiarizzare con la lettura. Con l’inizio della scuola consente a tutti, a prescindere dalle possibilità economiche della famiglia, l’accesso ai libri e alla lettura: oltre il 70% dei minori tra 6 e 10 anni che frequenta la biblioteca lo fa per questa ragione. Alle medie e alle superiori diventa un luogo tranquillo dove studiare, anche in compagnia: è la motivazione di 2/3 delle ragazze e dei ragazzi che tra 15 e 17 anni che si recano in biblioteca.


I totali sono superiori a 100 perché era possibile dare più di una risposta.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 3 Dicembre 2019)

Dati che mostrano quanto sia strategico il ruolo delle biblioteche, e quanto sia perciò importante promuoverne la diffusione su tutto il territorio nazionale. Ciò vale per le aree interne, in quanto zone meno dotate di servizi, come abbiamo già avuto modo di approfondire. Ma anche nelle città maggiori l'offerta di biblioteche è altrettanto importante, per diverse ragioni.

Le biblioteche come luogo per studiare nelle città

Dopo le medie, e in particolare dalle superiori, il motivo più ricorrente dell'accesso alla biblioteca diventa lo studio. Oltre il 66% dei ragazzi tra 15 e 17 anni la frequenta per questo motivo. A quell'età, il 29% cita tra i motivi anche la raccolta di informazioni per ricerche.

In questo senso, la biblioteca costituisce un punto di riferimento culturale, ma è anche qualcosa di più. Non sempre infatti la casa in cui si vive offre spazi confortevoli dove studiare, concentrarsi, o anche semplicemente vedersi con gli amici.

Ciò è particolarmente vero nelle città maggiori, dove gli spazi spesso più ristretti delle abitazioni rendono la biblioteca una alternativa essenziale. Nei comuni più grandi, centro di area metropolitana, quasi il 18% delle famiglie segnala che la propria casa è troppo piccola (circa il doppio di quanto rilevato nei comuni minori).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 4 Agosto 2020)

Nei comuni al centro di un'area metropolitana risulta tendenzialmente più elevata anche la quota di famiglie che indicano cattive condizioni della propria abitazione (6,1%).

Una frattura che si salda con quella regionale, anch'essa piuttosto netta. In Campania, Lazio, Calabria e Sicilia più famiglie della media dichiarano di vivere in case troppo piccole. La Campania risulta prima anche per famiglie che segnalano che l'abitazione in cui vivono si trova in cattive condizioni (8,4% contro una media nazionale del 4,8%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 4 Agosto 2020)

Libri, lettura e accesso alle biblioteche

A partire dai 6 anni, abbiamo visto come il principale motivo che porta i bambini a frequentare le biblioteche sia la disponibilità di libri da leggere. Negli anni in Italia la quota di lettori tra bambini e ragazzi ha avuto un andamento altalenante, in particolare per le fasce d'età più giovani (6-10 e 11-14 anni).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 3 Dicembre 2019)

Una tendenza media che cela differenze territoriali profonde. In primo luogo quelle tra nord e sud: in Sicilia, Campania e Calabria almeno 2 minori su 3 non avevano letto un libro nell'anno precedente alla rilevazione. Proporzione che si inverte nella provincia autonoma di Trento (la quota scende al 32,6%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat-Stc
(ultimo aggiornamento: martedì 30 Ottobre 2018)

In secondo luogo, è interessante osservare come l'abitudine alla lettura possa variare anche in base al tipo di comune di residenza. Considerando il totale della popolazione (il dato non è disponibile per fasce d'età), si nota come le città centro di un'area metropolitana siano quelle con più lettori occasionali (48,2% ha letto almeno un libro) e assidui (19,7% ne ha letti 12 o più), ma anche quelle con meno lettori abituali (solo il 38,5% ha letto da uno a 3 libri, contro il 45% dei comuni più piccoli).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 3 Dicembre 2019)

Nel leggere questi dati, soprattutto dal punto di vista dei minori, è importante tener presente sempre il forte collegamento con la condizione di partenza dei genitori. Se entrambi sono lettori, anche i figli in 3 casi su 4 lo saranno. Se invece non lo sono, poco più di un terzo dei figli legge.

74,9% di minori figli di lettori leggono. Se né il padre né la madre leggono, la quota scende al 36,2%.

Un esempio di come la povertà educativa può trasmettersi da una generazione all'altra, riducendo possibilità e opportunità per i bambini che vengono da famiglie in disagio. Perciò la presenza di biblioteche funzionali e accessibili può essere uno strumento per estendere l'accesso alla lettura, specie per i più giovani. Il 72,7% dei ragazzi tra 6 e 10 anni che frequentano biblioteche lo ha fatto per prendere in prestito dei libri. In questo senso, è interessante osservare come la quota di popolazione che frequenta le biblioteche appaia tendenzialmente inferiore nel mezzogiorno e nelle città maggiori.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 3 Dicembre 2019)

Biblioteche e minori nei capoluoghi italiani

I dati passati in rassegna indicano, senza pretese di completezza, alcuni motivi per cui la presenza di biblioteche può essere particolarmente importante nelle grandi aree urbane. Ma cosa sappiamo sulla diffusione di queste strutture nelle città?

Possiamo ricostruire alcune informazioni in questo senso mettendo in relazione i dati Iccu-Abi sulla presenza di biblioteche nei capoluoghi con quelli Istat sulla popolazione di riferimento. Nel nostro caso, isolando i residenti tra 6-17 anni, ovvero i minori in età scolastica.

Nelle città del centro-nord il rapporto tra biblioteche e minori tende ad essere più alto.

Se si prendono in considerazione tutte le biblioteche presenti nell'anagrafe, il quadro offre alcune prime differenze interessanti. Ai primi posti per rapporto tra biblioteche totali e minori spiccano Pavia (25,2 strutture ogni 1.000 giovani 6-17 anni) e Pisa (20,8). In generale, i capoluoghi con maggiore densità di biblioteche per minore sono prevalentemente nel centro-nord. Ai primi 20 posti, infatti, vi sono 3 capoluoghi per ciascuna delle seguenti regioni: Veneto, Toscana, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna. Altri 3 si trovano nelle Marche e in Umbria (Macerata, Fermo e Perugia) e 2 in Sardegna. Questi ultimi (Cagliari e Sassari) sono gli unici del mezzogiorno a comparire nelle prime 20 posizioni.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Iccu-Abi e Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 30 Settembre 2019)

In questo computo però, rientrano tutte le biblioteche; quindi anche strutture che presumibilmente non sono fruibili da bambini e ragazzi: da quelle universitarie, a quelle specializzate o relative all'attività amministrativa di enti pubblici o privati.

Per questa ragione, è utile anche avere un altro punto di vista, considerando solo le biblioteche accessibili dai minori al di fuori dell'orario scolastico. Per farlo, possiamo ricorrere alla classificazione funzionale presente nell'anagrafe delle biblioteche, considerando solo le strutture "pubbliche" e "non specializzate". Con una cautela: su oltre 18mila strutture presenti nell'anagrafe, per circa il 77% è disponibile questo tipo di dettaglio. Non essendo il restante 23% censito con tale dettaglio, questa elaborazione potrebbe escludere anche biblioteche potenzialmente accessibili da minori.

Se si considerano solo le biblioteche pubbliche e non specializzate il quadro (in parte) cambia. Ai vertici compaiono 2 città lombarde: Pavia (che conferma quindi il primo posto in entrambe le classifiche) con 3,1 strutture pubbliche e non specializzate ogni 1.000 minori, e Mantova (2,3). Ma tra i primi 20 capoluoghi è sensibilmente maggiore la presenza delle città del sud, che salgono da 2 a 5 su 20.

0,5 biblioteche ogni 1.000 minori a Andria. È il capoluogo con minore densità, sia considerando tutte le strutture che solo quelle pubbliche.

Tra le 10 maggiori città italiane, spiccano Bologna e Firenze, entrambe ai primi posti (con ampio margine) nelle 2 classifiche. Considerando tutte le biblioteche, infatti, è prima Firenze (9,4 strutture ogni 1.000 minori), con un dato analogo a quello di Bologna (9,3), e a distanza dalla terza (Bari, 5,5 biblioteche ogni 1.000 ragazzi tra 6 e 17 anni). Se si isolano solo le biblioteche pubbliche e non specializzate censite le distanze si accorciano. È infatti prima Bologna (0,9 strutture ogni 1.000 minori), seguita da Firenze (0,8) e Catania (0,7).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Iccu-Abi e Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 30 Settembre 2019)

Ovviamente questi dati, mettendo in relazione unicamente il numero di strutture con i minori residenti, non consentono valutazioni più di merito, sull'effettivo servizio offerto. Ad esempio, la presenza di biblioteche è un'indicazione che andrebbe integrata con altre per essere maggiormente significativa, come la dimensione, i servizi presenti, il numero di iscritti e altri elementi utili a parametrare meglio l'analisi. Ma offrono comunque un punto di vista sulla diffusione delle biblioteche nei principali comuni italiani.

 

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. Le fonti dei dati sono l'anagrafe delle biblioteche (Iccu-Aib) e Istat.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Iccu-Abi e Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 30 Settembre 2019)

Foto credit: Pixnio - Licenza

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Il business dell’accoglienza alla prova del decreto Salvini https://www.openpolis.it/il-business-dellaccoglienza-alla-prova-del-decreto-salvini/ Tue, 09 Jul 2019 10:40:19 +0000 http://www.openpolis.it/?p=51840 L'inchiesta denominata Fake Onlus ha riaperto la questione del cosiddetto business dell'accoglienza. Analizzando gli atti però sembra che le nuove regole volute da Salvini non siano servite a evitare che la criminalità organizzata si infiltrasse nella gestione dell'accoglienza.

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L’inchiesta

Ad una prima lettura l’inchiesta Fake Onlus potrebbe sembrare un caso, purtroppo non raro, di fraudolenta gestione dell’accoglienza degli stranieri. L’inchiesta, rivelata il 2 luglio scorso, riguarda i territori delle prefetture di Lodi, Pavia e Parma.

Le onlus implicate avrebbero usato i fondi del l’accoglienza per affari che nulla hanno a che vedere con i migranti.

Le presunte “false onlus” (Milano Solidale, Volontari senza frontiere, Amici di Madre Teresa, Area solidale) secondo gli inquirenti, avrebbero costituito un’associazione per delinquere con lo scopo di truffare denaro pubblico. Denaro che, invece di essere usato per i servizi dei centri di accoglienza, sarebbe stato destinato a uso personale e per finanziare noti pregiudicati appartenenti alla ‘ndrangheta. Questi infatti risultavano falsamente assunti in modo da consentirgli di ottenere misure alternative al carcere.

Lo schema è noto. Finti soggetti del terzo settore che si mascherano dietro nomi caritatevoli e carte false per mettere le mani su appalti da milioni di euro. Per poi gestire centri in cui le persone vengono tenute in condizioni vergognose senza i servizi dovuti (in questo caso il lucro ingiusto ammonterebbe a circa 4,5 milioni di euro su 7,5 milioni di appalti vinti).

Questa volta al governo ci sono Lega e Movimento 5 Stelle. Due forze politiche che hanno costruito una campagna politica di successo attaccando la gestione dei centri e sostenendo che il sistema favorisse il “business dell’accoglienza”. E infatti, subito dopo la rivelazione dell’inchiesta, il ministro dell’interno ha prontamente rilasciato il proprio commento attraverso i social.

Un nuovo appalto affidato alla onlus incriminata

Andando a leggere i documenti reperibili sul sito della prefettura di Lodi, risulta che Milano solidale onlus abbia ottenuto un nuovo contratto molto di recente. L’attuale gestione dei centri infatti deriva da un appalto ottenuto nel 2018 (CIG 7466372516). Ma il 10 giugno di quest’anno sempre Milano Solidale è risultata la prima delle due società che sono risultate aggiudicatarie di un accordo quadro da 6,5 milioni di euro per la gestione di centri di accoglienza da 50 posti.


6,5 milioni di euro il valore dell’accordo quadro per la gestione di centri di accoglienza cui Milano solidale onlus è stata ammessa a inizio giugno 2019.

Si tenga presente che l’importo di un accordo quadro dipende da una previsione di presenze nel sistema di accoglienza. Una previsione che non rifletterà poi necessariamente i numeri effettivi. Le società vincitrici dunque ottengono una remunerazione legata al numero di persone che verranno poi effettivamente accolte.

In ogni caso si tratta di un bando per un importo a base d’asta davvero rilevante che è stato assegnato meno di un mese prima della rivelazione dell’indagine. E ancor più rilevante è il fatto che l’assegnazione sia avvenuta 7 mesi dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza e del nuovo capitolato di gara, messo a punto dal ministero dell’interno per sconfiggere o quanto meno contrastare il malaffare nel settore dell’accoglienza. Nel linguaggio del ministro Salvini: per mettere fine “alla pacchia”.

Un’offerta anomala

Altra curiosità del caso è che il progetto con cui Milano Solidale si era aggiudicata l’appalto era risultato doppiamente “anomalo”, come si dice nel linguaggio del codice degli appalti.

Anomalie che riguardano sia l’offerta economica sia quella tecnica. Infatti la onlus per vincere la gara prometteva servizi molto al di sopra della norma chiedendo come corrispettivo assai meno soldi del normale, un ribasso, cioè uno sconto, eccessivo.

Scarica il verbale di verifica della prefettura di Lodi delle


Nonostante un’offerta doppiamente anomala Milano solidale si è aggiudicata l’appalto.

Ma la prefettura di Lodi non ha ritenuto sufficienti queste chiare anomalie né per escludere la Milano Solidale dalla gara né per avviare qualche indagine sulla gestione degli appalti nel territorio. La prefettura si è invece contentata delle motivazioni, anche queste a dir poco anomale, con cui la presunta falsa onlus ha giustificato la generosità così spinta della sua offerta: l’uso dei volontari e il fatto che la onlus in quanto tale, non è interessata al lucro, è solidale appunto.

Il nuovo capitolato

Insomma tagliare i costi, ridurre i servizi nei centri, come previsto dal nuovo capitolato voluto fortemente dal ministro Salvini, non pare, alle prime verifiche dei fatti, essere sufficiente a tenere lontani gli appetiti dei malfattori dagli appalti dell’accoglienza.

Anzi, il rischio è proprio quello contrario: che le realtà migliori, più competenti e motivate, siano costrette a rinunciare per lasciare campo libero principalmente a soggetti interessati a fare un business lecito, fornendo solo i servizi strettamente necessari senza curarsi degli aspetti d’integrazione, o illecito non fornendo nemmeno i servizi minimi previsti dal nuovo capitolato.

Il ruolo delle prefetture

La realtà è che in Italia da anni l’accoglienza viene gestita attraverso un ingiustificato regime di emergenza per cui circa l’80% dei profughi e richiedenti asilo vengono affidati alle prefetture. Le quali gestiscono appalti per miliardi di euro l’anno, spesso senza disporre di personale e di professionalità sufficienti a gestire quello che è a tutti gli effetti un servizio di assistenza sociale e non di pubblica sicurezza.

Sono gli uffici delle prefetture che pubblicano i bandi, che selezionano i vincitori, che hanno la responsabilità di controllare la corretta esecuzione dei contratti, dei servizi, delle forniture e le condizioni in cui le persone sono ospitate. En passant, l’inchiesta fake onlus è partita dalla denuncia di alcuni profughi ospiti dei centri incriminati.

Alcune prefetture i controlli li fanno e le cose funzionano, altre no. Da queste elementari considerazioni dovrebbe partire una politica che fosse realmente interessata a mettere mano a un sistema tarato da disfunzioni croniche. Un sistema che ha prodotto e continua inevitabilmente a produrre scandali anche questi falsi, perché le cause sono ampiamente note. Occorrerebbe partire dagli uffici centrali e periferici – le prefetture – della macchina di cui il ministro Salvini è a capo e di cui è responsabile, per capire quando i controlli falliscono e perché.

L’importanza della trasparenza

Bisognerebbe fare vera trasparenza e pubblicare informazioni complete e di dettaglio sui centri, la loro gestione, i vincitori dei bandi e i finanziamenti erogati. Perché, come sempre, l’inefficienza, il malaffare e la corruzione prolificano nell’opacità del sistema.

Leggi il diniego del ministero dell’interno alla

Una trasparenza che da anni cerchiamo di ottenere e che continua a esserci negata dal ministero dell’interno che ripetutamente si rifiuta di darci accesso agli atti, negando a tutti il diritto di sapere, d’informare ed essere informati.

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