parlamento europeo Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/parlamento-europeo/ Thu, 05 Sep 2024 13:28:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Le diversità nella composizione del nuovo parlamento europeo https://www.openpolis.it/le-diversita-nella-composizione-del-nuovo-parlamento-europeo/ Fri, 06 Sep 2024 07:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=293803 Le elezioni di giugno hanno prodotto una nuova composizione dell’assemblea di Strasburgo. Tuttavia come nella legislatura precedente la distribuzione di genere e quella generazionale non riflettono la realtà dei cittadini europei.

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Tra il 6 e il 9 giugno circa 360 milioni di cittadini europei sono stati chiamati al voto per eleggere i nuovi parlamentari. Alle elezioni ha partecipato il 51% del corpo elettorale, un dato basso ma in realtà in leggera crescita rispetto alle elezioni precedenti.

Ancora oggi purtroppo i risultati di queste elezioni tendono a essere letti in chiave nazionale. Eppure l’Unione europea svolge un ruolo fondamentale in moltissimi ambiti politici ed è proprio il parlamento a conferirgli la legittimità democratica.

Per questo è importante conoscere la composizione del parlamento europeo (Pe). Sia nelle sue componenti politiche (i gruppi parlamentari), sia rispetto alla capacità di rappresentare le diversità dei suoi cittadini.

La disparità di genere nel parlamento europeo

Tra i parlamentari europei eletti a giugno le donne sono il 38,53%. Un dato leggermente inferiore a quello registrato tra gli eurodeputati in carica alla fine della scorsa legislatura (39,86%). Da questo punto di vista insomma non si registra un miglioramento, con una rappresentanza femminile che si ferma leggermente al di sotto del 40%.

Tra le varie rappresentanze nazionali tuttavia esistono molte differenze. Infatti si va dalla Svezia in cui le donne sono il 61,9% (13 su 21) fino a Cipro, che ha eletto solo parlamentari uomini (6 su 6).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Swr e Edjnet
(ultimo aggiornamento: venerdì 19 Luglio 2024)

32,9% la quota di donne elette dall’Italia al parlamento europeo.

L’Italia in questa classifica si posiziona al 18° posto su 27, con 25 eurodeputate elette su un totale di 76 seggi (32,89%). Un dato piuttosto basso, sia rispetto ai paesi più virtuosi sia rispetto alla media complessiva. Meglio fanno anche gli altri due paesi con rappresentanze più grandi dell’Italia. Ovvero la Germania con il 36,46% (35 donne su 96) e soprattutto la Francia in cui le donne superano leggermente la metà (50,62% – 41 su 81).

La disparità di genere nei gruppi parlamentari

Complessivamente il gruppo che esprime la quota maggiore di eurodeputate è quello dei Verdi con il 50,94% (27 su 53). Al secondo posto La sinistra con il 45,65% (21 su 46) e al terzo Renew con il 44,16% (34 su 77).

Solo dopo vengono i due gruppi più numerosi, ovvero socialisti (42,65% – 58 su 136) e i popolari (36,70% – 69 su 188), questi ultimi superati anche dal gruppo dei patrioti (40,48% – 34 su 84). Certo al Partito popolare bisogna comunque riconoscere di esprimere due donne in alcune delle caselle più importanti dell’architettura istituzionale europea: la presidente del parlamento Roberta Metsola e quella della commissione Ursula von der Leyen.

La situazione cambia in parte se si osserva la rappresentanza italiana. Al primo posto si trovano comunque i parlamentari iscritti al gruppo dei Verdi. Si tratta di 4 dei 6 esponenti che in Italia sono stati eletti nella lista Alleanza Verdi e Sinistra. Tra loro infatti le donne sono esattamente la metà.

A pari merito, sempre con il 50% di eurodeputate (4 su 8), si trova però anche la rappresentanza italiana del gruppo Patrioti per l’Europa, costituita da parlamentari eletti tra le fila della Lega.

Per ciascun gruppo politico europeo sono indicati gli eletti in Italia e la loro distribuzione di genere. Del gruppo del Partito popolare europeo (Ppe) fanno parte 8 eurodeputati eletti nella lista Forza Italia – Noi moderati e uno del Südtiroler volkspartei. I 21 iscritti al gruppo dei Socialisti e dei democratici (S&D) sono stati tutti eletti con il Partito democratico. Il gruppo de La Sinistra (The Left) invece è composto dagli 8 eletti del Movimento 5 stelle e da 2 dei 6 eletti della lista Alleanza Verdi e Sinistra. Gli altri 4 eletti in questa lista si sono invece iscritti al gruppo dei Verdi (Verts/ALE). I 24 eletti nella lista di Fratelli d’Italia fanno invece parte del gruppo Conservatori e dei Riformisti Europei (Ecr), mentre gli 8 eletti con la Lega sono iscritti a Patrioti per l’Europa (PfE).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Swr e Edjnet
(ultimo aggiornamento: venerdì 19 Luglio 2024)

Al terzo posto il Partito popolare europeo (Ppe) con 3 eurodeputate su 9 (33,3%). In questo caso la lista Forza Italia – Noi moderati ne ha eletti 3 su 8 mentre un ulteriore parlamentare viene dal Südtiroler volkspartei (svp).

Seguono i parlamentari de La sinistra (30% – 3 su 10). Qui tuttavia è possibile distinguere tra gli eletti con Alleanza Verdi e sinistra, che sono un uomo e una donna (50%), e quelli del Movimento 5 stelle, in cui le donne sono solo il 25% (2 su 8).

Piuttosto basso il dato delle donne elette dal Partito democratico ed iscritte al gruppo socialista che sono solo il 38,1%, ovvero 8 su 21.

All’ultimo posto la rappresentanza del partito della presidente del consiglio. Fratelli d’Italia, che al Pe è iscritto al gruppo dei Conservatori e dei riformisti (Ecr), ha eletto solo 5 donne su 24: il 20,8%.

La rappresentatività generazionale

I parlamentari europei attualmente in carica, alla data di elezione, avevano in media 50 anni. Anche in questo caso le rappresentanze nazionali presentano significative differenze. Tra i 6 eurodeputati eletti da Malta infatti l’età media è di appena 40 anni, con il più giovane che ne ha appena 29 e il più anziano che ha solo 55 anni. Al lato opposto il Lussemburgo. Qui infatti la media è di 60 anni e il parlamentare più giovane ne ha 42.

Se pur nell’ambito di alcuni principi comuni ciascun paese membro elegge i propri rappresentanti al parlamento europeo attraverso una propria legge elettorale. Di solito i cittadini europei ottengono il diritto di elettorato attivo (diritto di voto) e passivo (diritto di candidarsi alle elezioni) al compimento dei 18 anni, ma non in tutti i paesi è così. In alcuni casi infatti i cittadini possono votare già a 16 o 17 anni, mentre in altri per essere eletti è necessario raggiungere i 21, 23 o 25 anni (come nel caso dell’Italia). Scopri le modalità di elezione al parlamento europeo.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Swr e Edjnet
(ultimo aggiornamento: venerdì 19 Luglio 2024)

52 anni l’età media degli europarlamentari italiani.

Anche in questo caso l’Italia si pone nella parte bassa della classifica, al 23° posto su 27 con un’età media dei suoi eurodeputati di 52 anni.

Da questo punto di vista è utile tenere presente che le regole sull’elettorato attivo (ovvero il diritto di voto) e passivo (cioè la possibilità di candidarsi) sono diverse nei paesi europei. Infatti nella maggior parte dei paesi è richiesto il compimento dei 18 anni sia per votare che per essere eletti. Ma in alcuni paesi i cittadini possono votare già a 16 o 17 anni, mentre in altri per essere eletti è necessario raggiungere i 21, 23 o 25 anni. Nel caso dell’Italia si accede all’elettorato attivo al compimento dei 18 anni, ma bisogna aver raggiunto i 25 per potersi candidare al parlamento europeo (legge 18/1979, articolo 4).

L’eurodeputato italiano più anziano è Leoluca Orlando, 76 anni eletto con Alleanza Verdi e Sinistra. Il più giovane invece è Paolo Inselvini di Fratelli d’Italia, con soli 29 anni. Fratelli d’Italia in effetti costituisce una delle due rappresentanze italiane più giovani, con una media di 50 anni, a pari merito con La sinistra.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Swr e Edjnet
(ultimo aggiornamento: venerdì 19 Luglio 2024)

Tra le formazioni con meno giovani invece si trovano i socialisti (Pd), con una media di 54 anni, e i popolari (Forza Italia e Svp) con una media di 57 e neanche un deputato al di sotto dei 40 anni di età.

European data journalism network

Questo articolo è stato scritto nell’ambito dello European data journalism network, la piattaforma per le notizie data-driven sugli affari europei di cui openpolis fa parte. Il progetto sulla diversità nel parlamento europeo è stato coordinato da Südwestrundfunk (Swr), testata tedesca esterna all’organizzazione.

Foto: parlamento europeo

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Le elezioni europee e il rimescolamento politico https://www.openpolis.it/le-elezioni-europee-e-il-rimescolamento-politico/ Thu, 06 Jun 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=291458 La scelta dei rappresentanti al parlamento di Strasburgo rappresenta il passaggio attraverso cui i cittadini conferiscono legittimità democratica alle istituzioni europee. Per questo è importante che gli elettori conoscano i candidati e il loro percorso politico.

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Nelle nostre analisi ci siamo occupati spesso di cambi di gruppo. Nell’ultimo approfondimento sul tema è emerso come i più recenti siano in qualche misura legati alle elezioni europee. Quello che viene da chiedersi dunque è se cambiamenti di questo tipo riguardino anche alcuni candidati al parlamento europeo e in che misura.

I candidati con esperienza in politica

Non si tratta di una valutazione semplice e, nel farla, bisogna prendere atto di alcuni limiti delle informazioni a disposizione. Per questo ci siamo basati da un lato sulle liste con cui sono candidati al parlamento europeo e dall’altro sulle forze politiche con cui sono stati eletti in passato, concentrandoci sull’ultimo incarico in cui sono stati eletti (o, in alcuni casi, anche solo candidati).

L’analisi dunque restringe il campo ai candidati che hanno già ricoperto cariche elettive nella loro carriera escludendo, per mancanza di informazioni, coloro che pur iscritti a delle forze politiche non sono mai stati eletti prima.

52,55% dei candidati alle elezioni europee in passato ha ricoperto incarichi politici.

Ciascuna lista presente alle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo può esprimere un diverso numero di candidati a seconda del numero di circoscrizioni in cui si presenta. Questo numero inoltre può cambiare nel caso in cui si presentino delle pluricandidature, ovvero se lo stesso candidato si presenta in più circoscrizioni. Per approfondire leggi Come funziona la legge elettorale per il parlamento europeo.

FONTE: Openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 30 Maggio 2024)

La maggior parte dei candidati comunque ha già ricoperto qualche tipo di incarico politico. Nello specifico, con l’eccezione del Südtiroler Volkspartei, le tre forze principali dell’attuale maggioranza di governo sono anche quelle che hanno candidato più persone con esperienza politica.

Il campione però si riduce ancora se consideriamo che spesso alle elezioni amministrative, in particolare nei piccoli comuni, le persone si candidano tramite liste civiche e spesso queste non sono automaticamente ricollegabili a un partito nazionale.

Inoltre anche quando è possibile confrontare la candidatura attuale con le liste in cui gli esponenti sono stati eletti in passato, bisogna tenere presente che tra le due candidature può essere trascorso molto tempo. In questo caso il passaggio da una forza politica a un altra potrebbe essere avvenuto ben prima della candidatura a Bruxelles.

Le forze politiche più attrattive

Circoscritto il perimetro possiamo dunque verificare quali tra le liste che si sono presentate alle elezioni hanno più esponenti che in passato (o meglio all’ultima occasione) si sono candidati o sono stati eletti con liste diverse.

La maggior parte dei nuovi ingressi in Forza Italia arriva dalla Lega.

Nelle prime posizioni troviamo 3 liste di ispirazione liberale. Forza Italia (FI) infatti ha candidato 13 esponenti che in passato sono stati eletti in altre formazioni. In particolare sembra esercitare una notevole attrattiva nei confronti di ex leghisti (7 candidati). Non mancano però anche 2 ex esponenti del Movimento 5 stelle (M5s), ovvero l’eurodeputata Isabella Adinolfi e il senatore Raffaele De Rosa che da poco si è unito al gruppo di FI a palazzo Madama. A questi bisogna aggiungere un europarlamentare già eletto nelle fila del Pd, due ex parlamentari di Scelta civica e Letizia Moratti che, pur essendo stata storicamente vicina a Forza Italia, alle ultime elezioni in Lombardia si è candidata con il terzo polo.

Azione invece ha presentato 11 esponenti già eletti nelle liste del Pd (5), del Partito radicale (1), di Forza Italia (2), e di altre liste di centro (Moderati 1, Italia dei valori 1, Coraggio Italia 1). La maggior parte dei nuovi arrivati provengono dunque dalle fila del Pd e in alcuni casi si tratta anche di figure di primo piano. Come ad esempio Alessio D’Amato, già assessore alla salute e vice presidente del Lazio, che ha lasciato il Pd lo scorso anno per aderire alla formazione di Carlo Calenda.

Questo fenomeno è stato ancora più netto nel caso della lista Stati Uniti d’Europa, che ha candidato ben 10 esponenti eletti in precedenza con il Pd. Tra questi conviene distinguere Rita Bernardini che, pur essendo stata eletta l’ultima volta proprio nelle liste del Pd (nel 2008 alla camera), è una nota esponente radicale.

Nella prima scheda sono indicate le liste che si sono presentate alle elezioni europee e il numero di loro candidati che in passato sono stati eletti in un incarico politico con altre formazioni, oppure sono stati candidati da queste alle ultime elezioni parlamentari. A questi casi si aggiunge quello di Letizia Moratti, candidata alla carica di presidente della regione Lombardia. Nelle schede successive sono indicate le forze politiche a cui appartenevano in precedenza questi candidati. Tra queste la dicitura M5s include coloro che nella scorsa legislatura sono stati eletti con il movimento, anche se in conclusione di quell’esperienza hanno aderito a Impegno civico assieme a Luigi Di Maio.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 30 Maggio 2024)

Nelle liste di Fratelli d’Italia invece sono 9 le novità. Quattro candidati infatti vengono dalla Lega, 2 da Noi moderati, uno rispettivamente da Forza Italia, Centro democratico e movimento 5 stelle. Alleanza verdi e sinistra invece ha coinvolto principalmente ex esponenti Pd (5) ma anche un eurodeputata del Movimento 5 stelle.

Libertà, la lista organizzata da Cateno De Luca, ha candidato 7 esponenti che in passato sono stati eletti con la Lega (3), M5s (2), Forza Italia (1) e Unione popolare (1). Dal centro destra arrivano invece diversi candidati di Alternativa popolare, la lista del sindaco di Terni Stefano Bandecchi. In particolare 3 esponenti erano in passato della Lega, uno di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Italexit, oltre a un ex parlamentare del Popolo delle libertà (Pdl). Opposto il caso di Pace terra dignità di Michele Santoro. Qui infatti troviamo 3 ex del Movimento 5 stelle, uno di Leu e uno del (nuovo) Partito comunista italiano.

Sono 5 invece i nuovi ingressi nella Lega, 2 provenienti da Forza Italia, 2 da Fratelli d’Italia e uno dal vecchio Pdl. Solo 2 infine quelli candidati dal Pd, un’ex eurodeputata del M5s e Eleonora Evi che, come abbiamo visto in un precedente approfondimento, ha lasciato i Verdi per approdare al Pd, pur provenendo originariamente anche lei dal movimento.

Da dove arrivano i fuoriusciti

Se da un lato è interessante verificare quali partiti hanno accolto esponenti che in passato si erano candidati con formazioni politiche diverse, altrettanto utile è vedere il rovescio della medaglia, ovvero quali sono le forze da cui si sono distaccati i candidati alle europee.

Da questo punto di vista la maggior parte dei cambiamenti ha riguardato esponenti che hanno lasciato il Partito democratico (22) per candidarsi con liste diverse. Per la maggior parte questo fenomeno ha riguardato esponenti che hanno aderito a formazioni di orientamento liberale e centrista, come la lista per gli Stati uniti d’Europa (10) e Azione (5), se non addirittura Forza Italia (1). Quest’ultimo è il caso di Caterina Chinnici, ex magistrato, eletta 2 volte al parlamento europeo nelle liste del Pd. Non mancano però anche candidati che, lasciato il Pd, hanno aderito ad altre formazioni di sinistra come Alleanza verdi e sinistra (5), ma anche Democrazia sovrana popolare (1).

Nella prima scheda sono indicate le forze politiche che vedono più loro ex componenti candidati alle elezioni europee in altre liste elettorali. Per ex componenti si intendono esponenti che, l’ultima volta che sono stati eletti in un incarico politico, lo hanno fatto nelle loro liste, indipendentemente dall’iscrizione formale al partito o alla forza politica in questione. Oltre agli incarichi effettivamente ricoperti sono anche considerate le candidature alle ultime elezioni parlamentari e, nel caso di Letizia Moratti, alle elezioni regionali in Lombardia. Inoltre sono considerati ex esponenti del Movimento 5 stelle anche coloro che, eletti in quella lista, alla fine della scorsa legislatura hanno aderito a Impegno civico assieme a Luigi Di Maio. Nelle schede successive sono indicate le forze politiche con cui si presentano alle elezioni attuali.

FONTE: openpolis

Al secondo posto la Lega, con 17 esponenti che sono passati dalle sue liste a quelle di Forza Italia (7), Fratelli d’Italia (4), Alternativa popolare (3) e Libertà (3). Tutti cambiamenti avvenuti nel campo del centro destra dunque, come d’altronde è anche nel caso di Fratelli d’Italia e, almeno in parte, di Forza Italia.

Dal partito guidato da Antonio Tajani infatti sono usciti 8 esponenti che si sono candidati con la Lega (2), Fratelli d’Italia (1), Alternativa popolare (1), Libertà (1) ma anche Azione (2). Dei 3 fuoriusciti da Fratelli d’Italia invece 2 si sono candidati con la Lega e uno con Alternativa popolare.

Infine il Movimento 5 stelle, da cui sono fuoriusciti 10 degli attuali candidati al parlamento europeo. Tra questi si considerano anche parlamentari eletti l’ultima volta con il movimento ma che, alla fine della scorsa legislatura, hanno aderito a Impegno civico, la formazione di Luigi Di Maio, senza essere eletti nel nuovo parlamento.

Gli ex pentastellati si sono distribuiti equamente tra liste di sinistra e di destra. In 3 hanno aderito a Pace terra dignità, uno si è candidato con Avs e un’altro con il Pd. Al contempo però altri 2 si sono candidati con Forza Italia, uno con Fratelli d’Italia e altri due con Libertà.

Foto: parlamento europeo

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La diversità nel parlamento europeo uscente https://www.openpolis.it/la-diversita-nel-parlamento-europeo-uscente/ Wed, 05 Jun 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=291222 Alla vigilia delle elezioni europee, abbiamo analizzato i dati relativi ai parlamentari uscenti, per vedere quanto hanno rappresentato la popolazione nella propria eterogeneità.

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Il parlamento europeo è una delle istituzioni più importanti dell’Ue. Esso rappresenta i suoi cittadini, ma affinché la rappresentanza sia effettiva, affidabile e organica dovrebbe rispecchiare le caratteristiche della popolazione. Alla vigilia delle prossime elezioni, che in Italia si terranno l’8 e il 9 giugno, possiamo dire che il parlamento uscente è stato realmente rappresentativo della popolazione europea?

Abbiamo analizzato la composizione dei gruppi, complessivamente e per paese, la rappresentanza di genere e delle fasce di età più giovani, nell’ambito di una collaborazione tra la testata tedesca Südwestrundfunk e il European data journalism network (Edjnet).

Ne emerge che il parlamento attuale è composto al 60% da uomini nonostante questi costituiscano il 49% della popolazione dell’Ue, che oltre due terzi dei membri sono di età compresa tra i 40 e i 64 anni e che appena lo 0,99% ha una qualche disabilità.

Il parlamento è prevalentemente maschile e di mezza età

Dei 705 membri del parlamento europeo, circa un quarto fanno parte del partito popolare europeo (Ppe) e un quinto del gruppo dei socialisti e democratici. Segue, per presenza, il gruppo Renew (14% dei parlamentari attuali) e poi, in ordine, i verdi, il gruppo dei conservatori e riformisti, identità e democrazia, i non iscritti e la sinistra.

Tra i paesi membri, quelli con più parlamenti nei gruppi di destra sono la Polonia (l’83% dei parlamentari attuali si trovano nel partito popolare europeo, in identità e democrazia o nel gruppo dei conservatori e riformisti) e, a distanza, Italia, Lituania e Bulgaria con quote superiori al 50%. La Lettonia riporta invece esattamente il 50%. Al contrario, il Portogallo è il paese con più parlamentari nei gruppi di sinistra (due terzi si trovano nel gruppo di socialisti e democratici, verdi e sinistra), seguito a poca distanza da Cipro e Malta. Oltre il 50% anche la Spagna. Tendenzialmente quindi la destra è più rappresentata nell’Europa centro-orientale, mentre la sinistra negli stati più meridionali.

Analizziamo ora i dati relativi alla composizione e alla eterogeneità del parlamento europeo, diviso per provenienza dei parlamentari.

60,1% dei parlamentari Ue sono uomini.

I dati si riferiscono alla quota di uomini e donne e di persone divise per fascia di età, presso il parlamento europeo, per singolo paese membro. Sono indicati i valori percentuali.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Swr e Edjnet
(consultati: mercoledì 15 Maggio 2024)

Sono solo 4 i paesi membri in cui la quota di donne al parlamento europeo supera quella di uomini: Lussemburgo, Finlandia, Svezia e Spagna. In Lettonia non c’è divario. In tutti gli altri stati gli uomini incidono maggiormente, con il valore più elevato in Romania (85%) e Cipro (83,%).

Per quanto riguarda l’età invece Malta e, ancora una volta, il Lussemburgo sono primi per quota di giovani (un terzo). Mentre in Lettonia, Lituania e Cipro non c’è alcun parlamentare Ue con meno di 40 anni. Lituania e Lettonia sono anche i due stati membri con più parlamentari europei over 65 (in entrambi i casi, più della metà). Mentre in Croazia e Slovenia non figurano membri in questa fascia di età. Complessivamente, la fascia più rappresentata è quella intermedia, tra i 40 e i 64 anni, che in due stati dell’Europa centrale supera l’80% (Slovenia e Croazia) e a Cipro raccoglie addirittura la totalità dei parlamentari europei.

Bisogna comunque tenere presente che i paesi più piccoli hanno un numero basso di parlamentari europei. Per questi stati dunque, sarà più difficile avere esponenti che siano effettivamente rappresentativi della loro popolazione.

Le differenze tra gruppi parlamentari in termini di rappresentanza

Andiamo adesso ad analizzare i dati in rapporto non al paese dei parlamentari stessi ma alla loro affiliazione politica.

I dati si riferiscono all’incidenza di donne e di giovani (under 40) nei gruppi del parlamento europeo.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Swr e Edjnet
(consultati: mercoledì 15 Maggio 2024)

Complessivamente, considerando tutti i paesi membri, è la sinistra l’unico gruppo con metà dei parlamentari donne, seguita dai verdi (49,3%). Quest’ultimo è anche il gruppo con più under 40 (23,9%). Il gruppo dei conservatori e riformisti è invece ultimo sia come quota di donne che come rappresentanza dei giovani.

La situazione appare un po’ diversa per l’Italia. Nel nostro paese il partito popolare europeo e l’alleanza dei socialisti e democratici sono i due gruppi parlamentari con la maggiore presenza femminile (poco al di sotto del 60%). I due gruppi Identità e democrazia e i non iscritti invece riportano il 50%. La quota più elevata di giovani è presso i non iscritti (30%) mentre i socialisti e democratici riportano la percentuale più alta di over 65 (44% circa).

European data journalism network

Questo articolo è stato scritto nell’ambito dello European data journalism network, la piattaforma per le notizie data-driven sugli affari europei di cui openpolis fa parte. Il progetto sulla diversità nel parlamento europeo è stato coordinato da Südwestrundfunk (Swr), testata tedesca esterna all’organizzazione.

Foto: parlamento europeo

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I parlamentari incompatibili https://www.openpolis.it/i-parlamentari-incompatibili/ Tue, 08 Nov 2022 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=215057 Alcuni incarichi sono considerati incompatibili con il mandato parlamentare. Ciononostante la rinuncia a questi ruoli non avviene subito e in maniera automatica.

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La disciplina delle incompatibilità

Molti parlamentari nel corso della loro carriera hanno ricoperto diversi incarichi politici e in alcuni casi li ricoprivano anche al momento della proclamazione. Non sempre il mandato parlamentare è incompatibile con altri ruoli. In diversi casi però la costituzione o la legge disciplinano le ipotesi d’incompatibilità.

Il mandato parlamentare infatti è incompatibile con i ruoli di:

  • presidente repubblica (articolo 84 della costituzione);
  • membro della corte costituzionale (articolo 134 della costituzione);
  • membro del consiglio supremo della magistratura (articolo 104 della costituzione);
  • parlamentare europeo (articolo 122 della costituzione);
  • membro di giunta o consiglio regionale (articolo 122 della costituzione);
  • sindaco di comune con oltre 15.000 abitanti (Dl 138/2011 articolo 13 comma 3). I sindaci dei comuni con più di 20.000 abitanti invece sono ineleggibili (Tuel articolo 62, Dpr 361/1957 articolo 7 e Dlgs 533/1993 articolo 5).

Manuale elettorale.

Se i primi tre casi non presentano questioni, non essendo stato eletto alcun deputato o senatore che ricopre al momento incarichi di quel tipo, più interessante è invece ricostruire chi, al momento dell’elezione, ricopriva gli altri incarichi. Chi tra questi si è dimesso prima di assumere il ruolo di parlamentare, chi dopo e chi ancora aspetta a farlo.

Oltre a questi incarichi politici poi esistono altri tipi d’incompatibilità. Come ad esempio incarichi amministrativi di vertice nelle amministrazioni statali, regionali e locali, nelle aziende sanitarie od ospedaliere, incarichi dirigenziali nelle pubbliche amministrazioni o nelle società a controllo pubblico.

Le incompatibilità risolte subito

Tra gli attuali parlamentari erano 60 quelli che ricoprivano incarichi incompatibili alla data delle elezioni (41 candidati alla camera e 19 al senato). Tra il 25 settembre e il 12 ottobre, data d’inizio della nuova legislatura, 18 di questi avevano già risolto la propria incompatibilità.

Nella maggior parte dei casi tuttavia si è trattato di un passaggio praticamente automatico. Sei di questi infatti facevano parte della giunta o del consiglio della regione Sicilia, incluso l’ex presidente Nello Musumeci. E in questa regione si è andati alle elezioni lo stesso giorno delle elezioni nazionali.

Al parlamento europeo le incompatibilità sono risolte non appena sopraggiungono.

Altri 9 invece erano parlamentari europei e, avendo questi accettato l’incarico di deputati (5) o senatori (4), sono automaticamente decaduti dall’incarico (articolo 3 del regolamento del parlamento europeo). Si trattava in particolare di 3 eurodeputati di Forza Italia, 2 della Lega e uno rispettivamente di Fratelli d’Italia, Partito democratico, Azione-Italia viva e Alleanza verdi e sinistra.

I tre parlamentari che invece si sono dimessi spontaneamente sono Marco Lisei e Giovanni Berrino, di Fratelli d’Italia, e Ilaria Cavo di Noi moderati. Il primo ha lasciato la posizione di consigliere della regione Emilia-Romagna, gli altri quello di assessori in Liguria.

A questi poi si potrebbero aggiungere 3 sindaci di comuni con più di 20.000 abitanti che, come previsto dalle norme (Dlgs 267/2000 articolo 62) si sono dovuti dimettere prima ancora di candidarsi. In questi casi infatti non si parla d’incompatibilità, ma di ineleggibilità. Si tratta in particolare di: Sabrina Licheri sindaca di Assemini del Movimento 5 stelle, e di Ilenia Malavasi e Emiliano Fossi sindaci di Correggio e Campi Bisenzio, entrambi del Partito democratico.

Le incompatibilità a inizio mandato

Tra i 42 parlamentari che il giorno dopo l’insediamento ancora ricoprivano incarichi incompatibili 11 non avevano ancora rinunciato a un incarico in giunta regionale, 32 in un consiglio regionale e 1 al ruolo di sindaco di un comune con popolazione compresa tra i 15.000 e i 20.000 abitanti.

L’articolo 122 della costituzione disciplina l’incompatibilità del mandato parlamentare con i ruoli di parlamentare europeo, membro di un consiglio o di una giunta regionale. Il decreto legge 138/2011 invece stabilisce l’incompatibilità con la carica di sindaco dei comuni con più di 15.000 abitanti.

Per verificare se un parlamentare ricopra ancora incarichi incompatibili, abbiamo consultato i siti delle giunte, dei consigli regionali e dei comuni. Nel caso in cui le dimissioni non siano state rese evidenti sui siti dei rispettivi organi tali incarichi potrebbero essere stati considerati ancora attivi.

FONTE: openpolis

Dall’entrata in carica ad oggi tuttavia 20 parlamentari hanno risolto autonomamente la propria incompatibilità, rinunciando agli incarichi precedenti. Si tratta in particolare di 15 consiglieri regionali (5 di Fratelli d’Italia, 4 della Lega, 3 del Partito democratico e 1 rispettivamente di Forza Italia, Azione-Italia-viva e Alleanza verdi e sinistra), di 3 assessori regionali (2 della Lega e 1 di Fratelli d’Italia) e di 2 vicepresidenti di regione: Mirco Carloni della Lega (Marche) ed Elly Schlein del Partito democratico (Emilia-Romagna).

Le incompatibilità ancora in corso

Ad oggi dunque sono 22 i parlamentari che risultano ancora incompatibili.

Fratelli d’Italia è il partito che ne conta di più, ovvero 6 deputati e 2 senatori. Tra questi si trovano 5 consiglieri regionali che ancora devono rassegnare le dimissioni e 3 assessori delle regioni Abruzzo, Calabria e Sardegna. In realtà l’assessore della regione Calabria Fausto Orsomarso, ricopre anche l’incarico di consigliere nella stessa regione, ma in questo caso il doppio incarico non è stato preso in considerazione, assumendo che le incompatibilità saranno poi risolte congiuntamente.

L’articolo 122 della costituzione disciplina l’incompatibilità del mandato parlamentare con i ruoli di parlamentare europeo, membro di un consiglio o di una giunta regionale. Il decreto legge 138/2011 invece stabilisce l’incompatibilità con la carica di sindaco dei comuni con più di 15.000 abitanti. Nel caso in cui un componente di una giunta regionale ricopra contemporaneamente anche il ruolo di consigliere nella stessa regione questo secondo incarico non è stato preso in considerazione, assumendo che le incompatibilità saranno poi risolte congiuntamente.

Per verificare se un parlamentare ricopra ancora incarichi incompatibili, abbiamo consultato i siti delle giunte, dei consigli regionali e dei comuni. Nel caso in cui le dimissioni non siano state rese evidenti sui siti dei rispettivi organi tali incarichi potrebbero essere stati considerati ancora attivi.

FONTE: openpolis

Segue il Pd dove, oltre a 3 consiglieri regionali, risultano ancora incompatibili Valentina Ghio, sindaca di Sestri Levante, e soprattutto Nicola Zingaretti, che tutt’ora ricopre il ruolo di presidente della regione Lazio (e tecnicamente anche quello di consigliere regionale anche se qui, come nel caso di Orsomarso, questo incarico non è stato considerato).

Zingretti dovrebbe dimettersi a breve ma al momento ricopre due incarichi costituzionalmente incompatibili.

Zingaretti ha pubblicamente dichiarato che intende rassegnare le dimissioni dopo che saranno completati tutti i passaggi relativi al collegato di bilancio della regione Lazio. Un atto considerato importante per la conclusione ordinata della legislatura. La questione teoricamente dovrebbe essere risolta a breve, ma indipendentemente da questo resta il fatto che al momento Zingaretti ricopre a tutti gli effetti 2 incarichi costituzionalmente incompatibili.

Nella la Lega invece risultano ancora incompatibili la senatrice Clotilde Minasi, assessore alle politiche sociali in Calabria, e 3 consiglieri regionali (tutti deputati).

Nonostante l’incompatibilità Fabrizio Sala è stato nominato vicepresidente della Lombardia.

Anche in Forza Italia sono 4 le figure ancora incompatibili, tutte elette alla camera. Tra questi si trovano 4 consiglieri regionali e l’assessore all’istruzione della regione Lombardia Fabrizio Sala. Su quest’ultimo è da segnalare un aspetto paradossale. Infatti negli scorsi giorni, in seguito alle dimissioni date da Letizia Moratti, il presidente della Lombardia lo ha nominato nuovo vicepresidente, nonostante l’incompatibilità di questo ruolo (come quello di assessore) con il mandato parlamentare. Non si capisce dunque il senso di una nomina che, oltre a essere costituzionalmente incompatibile, avrà comunque breve durata, visto che a un certo punto Sala dovrà comunque risolvere l’incompatibilità.

Infine anche l’Alleanza sinistra-verdi conta un deputato che non ha ancora rassegnato le dimissioni dall’incarico di consigliere regionale.

I farraginosi meccanismi delle giunte per le incompatibilità

Come abbiamo visto dunque, quando un membro del parlamento di Strasburgo accetta un incarico incompatibile con quello di parlamentare europeo, quest’ultimo decade automaticamente. Lo stesso invece non avviene per deputati e senatori.

Come di consueto ognuna delle due camere regola la materia tramite il proprio regolamento. In entrambi i casi comunque gli organi deputati a occuparsi della materia sono noti come giunte delle elezioni. Affinché questo avvenga però tali organi devono innanzitutto costituirsi e, a oggi, questo non risulta che sia avvenuto in nessuna delle due camere.

Regolamenti delle giunte delle elezioni di

Anche quando costituite comunque i tempi previsti per la verifica dei titoli di ammissione alla carica sono molto lunghi.

I regolamenti delle due aule divergono in parte nelle procedure per la risoluzione delle incompatibilità, in ogni caso a deputati e senatori sono forniti 30 giorni per consegnare alle giunte l’elenco di tutte le cariche ricoperte (incompatibili o meno). Solo a quel punto può iniziare la verifica vera e propria. Una procedura che richiede diverso tempo per la costituzione di appositi comitati, le richieste di chiarimenti, la possibilità di ricorsi e altri complessi meccanismi burocratici.

Un processo complesso e farraginoso dunque, anche se le incompatibilità, se non altro quelle costituzionali, sono del tutto evidenti, e non c’è alcuna ragione per non risolverle automaticamente. Come peraltro succede nel caso del parlamento europeo.

Per verificare se un parlamentare ricopra ancora incarichi incompatibili, abbiamo consultato i siti delle giunte, dei consigli regionali e dei comuni. Nel caso in cui le dimissioni non siano state rese evidenti sui siti dei rispettivi organi tali incarichi potrebbero essere stati considerati ancora attivi.

L’articolo 122 della costituzione disciplina l’incompatibilità del mandato parlamentare con i ruoli di parlamentare europeo, membro di un consiglio o di una giunta regionale. Il decreto legge 138/2011 invece stabilisce l’incompatibilità con la carica di sindaco dei comuni con più di 15.000 abitanti.

Per verificare se un parlamentare ricopra ancora incarichi incompatibili, abbiamo consultato i siti delle giunte, dei consigli regionali e dei comuni. Nel caso in cui le dimissioni non siano state rese evidenti sui siti dei rispettivi organi tali incarichi potrebbero essere stati considerati ancora attivi.

FONTE: openpolis

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Tutti i numeri del Quirinale https://www.openpolis.it/tutti-i-numeri-del-quirinale/ Tue, 18 Jan 2022 14:00:56 +0000 https://www.openpolis.it/?p=173518 L'elezione del nuovo capo dello stato è una partita politica molto complessa. I numeri possono però fornirci alcuni elementi utili per orientarci tra i poteri del capo dello stato, le modalità della sua elezione e le caratteristiche che hanno contraddistinto i profili dei presidenti della repubblica.

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Tra pochi giorni inizieranno le votazioni per eleggere il nuovo capo dello stato. Per interpretare le opzioni e le scelte dei grandi elettori è dunque utile riprendere alcuni dati che riguardano la presidenza della repubblica, per apprezzarne l’importanza, capire le procedure con cui i presidenti vengono eletti, il peso delle forze in campo e i principali elementi che vengono presi in considerazione in questa complicata partita.

Per questo già da novembre abbiamo iniziato a pubblicare o aggiornare contenuti relativi al presidente della repubblica, primo tra tutti il rapporto “Tutti gli uomini del Quirinale 2022“. Oltre a questo però ci siamo anche occupati dell’ultimo discorso di fine anno di Mattarella e abbiamo aggiornato i nostri glossari sulla presidenza della repubblica.

Per fornire una sintesi di questo lavoro abbiamo raccolto alcuni dei principali numeri sul Quirinale, sia in chiave storica che di attualità. Un modo per fornire una chiave interpretativa alle scelte che saranno compiute nei prossimi giorni che, comunque vada, rappresenteranno un passaggio cruciale della storia repubblicana.

12

i presidenti della repubblica in carica dal 1948 a oggi considerando anche il capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola. Considerando invece solo i presidenti eletti dopo il ’48 sono stati 11 i capi dello stato ma 12 le elezioni. Nel 2013 infatti Giorgio Napolitano è stato il primo presidente della repubblica eletto per un secondo mandato. Questo secondo incarico comunque ha avuto durata breve e nel 2015 Napolitano ha rassegnato le dimissioni.

5

i presidenti della repubblica che hanno sciolto anticipatamente le camere. Il primo è stato il presidente Leone nel 1972, dopo la caduta del primo governo Andreotti. Poi sempre Leone nel 1976 (quinto governo Moro). Pertini sciolse anticipatamente le camere 2 volte nel 1979 (quarto governo Andreotti) e nel1983 (quinto governo Fanfani). A Cossiga capitò una sola volta nel 1987 dopo la caduta del sesto governo Fanfani. Scalfaro poi sciolse le camere nel 1994 (governo Ciampi) e nel 1996 (governo Dini). L’ultimo presidente ad aver sciolto le camere infine è stato Napolitano. Prima nel 2008, quando con la caduta del secondo governo Prodi la legislatura venne interrotta dopo appena 2 anni. Poi nel 2012 (governo Monti) anche se in realtà mancavano ormai pochi mesi alla fine naturale della legislatura.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 26 Novembre 2021)

67

i governi italiani dalla nascita della repubblica (64 se si contano solo quelli nati dopo il varo della costituzione). È il presidente della repubblica a nominare il presidente del consiglio e su proposta di questo i ministri. Si tratta tuttavia di un potere complesso che il capo dello stato esercita in concorso con altri organi dello stato. In ogni caso dato l'alto numero di governi ciascun presidente della repubblica si è trovato in molte occasioni a nominare nuovi presidenti del consiglio.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 30 Novembre 2021)

5

i senatori a vita di nomina presidenziale che possono essere in carica allo stesso momento. L'articolo 59 della costituzione è stato riformato solo nel 2020. Fino a questo momento infatti presentava una formulazione ambigua. Quasi tutti i presidenti avevano interpretato la norma nel senso che è stato ora adottato, ma sia Pertini che Cossiga avevano adottato un'interpretazione estensiva secondo cui ciascun presidente poteva nominare fino a 5 senatori, indipendentemente dal numero in quel momento in carica.

FONTE: elaborazione openpolis su dati del senato della repubblica
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Dicembre 2021)

1/3

i giudici della corte costituzionale nominati dal presidente della repubblica, ovvero 5 su 15. Si tratta di una potere cruciale e di equilibrio tra il potere politico e quello giudiziario. Ed è proprio in questi termini infatti che è stato spesso esercitato dai presidenti della repubblica. In molti casi infatti sembra che le scelte del Quirinale, oltre alla valutazione del profilo del giudice, abbiano riguardato anche la ricerca di un equilibrio all'interno della corte. Forse proprio per questo la maggioranza dei presidenti della corte costituzionale sono stati nominati giudici della consulta proprio dal presidente della repubblica.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 18 Dicembre 2020)

1.009

i “grandi elettori” chiamati a scegliere il capo dello stato. In base all’articolo 83 della costituzione il presidente della repubblica deve essere eletto dal parlamento in seduta comune a cui si aggiungono 3 delegati per ogni regione (salvo la Val d’Aosta che ha un solo rappresentante). In attesa che trovi applicazione la riforma costituzionale approvata nel 2020 che prevede una riduzione del numero dei parlamentari, l’assemblea che elegge il presidente della repubblica si compone quindi ad oggi di 1.009 membri: 630 deputati, 321 senatori (inclusi i senatori a vita, attualmente 6) e 58 delegati regionali. Per l'elezione del successore di Sergio Mattarella i "grandi elettori" sono 1.008 dato che un seggio della camera è attualmente vacante.

FONTE: dati ed elaborazioni openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Gennaio 2022)

2 su 12

i presidenti della repubblica eletti con la maggioranza dei 2/3. Secondo il dettato costituzionale nei primi 3 scrutini è necessaria la maggioranza “qualificata” dei 2/3 per eleggere il capo dello stato. Se non si riesce a trovare un accordo su un nome condiviso, a partire dal quarto scrutinio il quorum si abbassa e diventa sufficiente la maggioranza assoluta. Dal 1949 a oggi solo 2 presidenti (Cossiga nel 1985 e Ciampi nel 1999) sono stati eletti entro le prime 3 votazioni. Quattro invece sono stati eletti al quarto scrutinio (Einaudi nel 1949, Gronchi nel 1955, Napolitano nel 2013 e Mattarella nel 2015). L’elezione più complicata in assoluto fu quella di Giovanni Leone nel 1971, per cui furono necessarie ben 23 votazioni.

FONTE: elaborazione openpolis su dati presidenza della repubblica
(ultimo aggiornamento: venerdì 12 Marzo 2021)

4

i presidenti della repubblica eletti con meno del 60% dei consensi. Fatta eccezione per Enrico De Nicola (eletto capo provvisorio dello stato nell’ambito dell’assemblea costituente), ad oggi, il presidente della repubblica eletto con il più ampio consenso è stato Sandro Pertini, con 832 voti sui 995 presenti e votanti (83,6%). Seguono Giovanni Gronchi (79%) e Francesco Cossiga (76,8%). Sergio Mattarella invece è stato eletto con il 66,8% dei voti, settimo per percentuale di consenso. Quattro sono stati i presidenti della repubblica eletti con meno del 60% dei consensi. Si tratta di Luigi Einaudi (59,4%), Giorgio Napolitano nel 2006 (54,3%), Antonio Segni (52,6%) e Giovanni Leone (52%).

FONTE: elaborazione openpolis su dati presidenza della repubblica
(ultimo aggiornamento: venerdì 12 Marzo 2021)

234

i “grandi elettori” espressione del Movimento 5 stelle. Data l’attuale composizione del parlamento e l’appartenenza politica dei delegati regionali, la forza più rappresentata durante le votazioni per l’elezione del capo dello stato sarà il Movimento 5 stelle con 234 esponenti. Seguono la Lega (212), il Partito democratico (154), Forza Italia (135), gruppo misto (116) e Fratelli d’Italia (63). Dati questi numeri né il centrodestra né il centrosinistra nelle loro attuali composizioni avrebbero la forza per eleggere da soli il prossimo capo dello stato. A meno di accordi trasversali quindi potrebbero risultare decisivi i voti degli appartenenti agli schieramenti politici “minori”.

45

i grandi elettori espressione di Italia viva. Dato che i voti necessari per eleggere il prossimo capo dello stato sono 505, l’ago della bilancia potrebbe essere rappresentato da Italia viva. Qualora infatti la formazione di Matteo Renzi decidesse di votare insieme al centrodestra questo sarebbe vicinissimo a raggiungere il quorum. Nell’interpretare questi dati tuttavia bisogna tenere presenti alcuni elementi. In primo luogo non è detto che tutti i grandi elettori rispettino le indicazioni provenienti dai rispettivi partiti. Questo in virtù del voto segreto che potrebbe favorire la formazione di maggioranze trasversali. Un altro fattore che d considerare è l’emergenza coronavirus che potrebbe impedire a diversi esponenti di partecipare alle votazioni.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Gennaio 2022)

11 su 12

i presidenti della repubblica che sono stati parlamentari prima di essere eletti al Quirinale, così come quelli che hanno ricoperto almeno un incarico di governo. Nel primo caso l’unica eccezione è quella di Ciampi. Nel secondo caso invece si tratta di Pertini.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 20 Dicembre 2021)

5

i presidenti della repubblica che hanno ricoperto l'incarico di presidente della camera prima di essere eletti al Quirinale. Si tratta di Gronchi, Leone, Pertini, Scalfaro e Napolitano. Quanto alla seconda carica dello stato, solo un presidente del senato è stato fin'ora eletto alla presidenza della repubblica, Francesco Cossiga.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 20 Dicembre 2021)

2

i presidenti della repubblica che hanno ricoperto l'incarico di governatore della Banca d'Italia prima di essere eletti al Quirinale. Già il primo capo dello stato eletto dal parlamento aveva ricoperto il ruolo di governatore della Banca d'Italia, Luigi Einaudi. A 51 anni di distanza poi un altro ex governatore, Ciampi, è salito al colle. Entrambi comunque avevano anche ricoperto incarichi di governo.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 20 Dicembre 2021)

0

le donne che ad oggi hanno ricoperto l'incarico di presidente della repubblica. A oltre 70 anni dal varo della costituzione in molti sostengono che sia arrivato il momento per interrompere questa prassi.

73 anni

l'età media dei presidenti della repubblica al momento dell'elezione. Il presidente più giovane al momento dell'entrata in carica è stato Francesco Cossiga, a soli 57 anni. Il più anziano ad essere stato eletto invece è stato Giorgio Napolitano, che all'inizio del suo secondo mandato aveva 88 anni. Invece se si considera solo il primo incarico il presidente più anziano è stato Pertini, eletto a 81 anni. Per quanto autorevoli possano essere alcune delle figure indicate nel dibattito pubblico come possibili candidati al Quirinale la questione anagrafica deve dunque far riflettere rispetto alla possibilità che l'età avanzata li induca a concludere il mandato prima del termine di 7 anni previsto dalla costituzione.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 7 Gennaio 2022)

La scelta del parlamento su chi andrà a ricoprire il ruolo di capo dello stato si baserà certamente su una valutazione di tipo politico, che tuttavia dovrà tenere in considerazione le esperienze pregresse dei profili individuati. Nel corso della storia repubblicana sono state elette alla presidenza della repubblica personalità anche molto diverse tra loro. Guardando ai precedenti però è possibile individuare varie caratteristiche comuni nei percorsi politici di chi è stato eletto al colle. Informazioni utili per interpretare le scelte compiute fin ora, che tuttavia non sono in alcun modo vincolanti.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 11 Gennaio 2022)

Foto Credit: Quirinale

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Il mandato di Sergio Mattarella e il ruolo del presidente della repubblica https://www.openpolis.it/esercizi/il-mandato-di-sergio-mattarella-e-il-ruolo-del-presidente-della-repubblica/ Wed, 24 Nov 2021 13:59:09 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=169126 Sette anni sono un tempo lungo, nel corso del quale ciascun presidente ha contribuito a un capitolo della nostra storia politica. Nel caso degli anni trascorsi da Mattarella al Quirinale però è da segnalare come il contesto politico - e non solo - sia profondamente mutato diverse volte.

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Il mandato di Sergio Mattarella come presidente della repubblica è ormai giunto al termine e già da diversi mesi sono iniziati a circolare nomi di suoi possibili successori.

Quella del capo dello stato infatti è una figura fondamentale nell’ordinamento italiano. Questo perché non solo l’inquilino del Quirinale costituisce un architrave imprescindibile per il funzionamento delle istituzioni ma anche perché rappresenta un punto di rifermento fondamentale in un momento di grave crisi del sistema partitico.

Sono molte le competenze che la costituzione italiana attribuisce al presidente della repubblica. Un ruolo delicato a cui, specie negli ultimi anni, cittadini e addetti ai lavori hanno guardato con sempre maggiore attenzione.

Tra le sue prerogative principali vi è certamente quella di nominare il presidente del consiglio dei ministri e, su proposta di quest’ultimo, i ministri (articolo 92 costituzione). Inoltre ha il potere di promulgare le leggi. Può sciogliere le camere e indire nuove elezioni (articoli 87 e 88). Presiede infine due organi rilevanti come il consiglio superiore della magistratura (Csm) e il consiglio supremo di difesa.

12 i presidenti della repubblica in carica dal 1948 a oggi.

Tali poteri sono stati esercitati in maniera diversa dai presidenti che si sono succeduti negli anni e che hanno contribuito così a definire la prassi costituzionale di questo incarico. Sette anni infatti sono un tempo lungo, nel corso del quale ciascun presidente ha contribuito a un capitolo della nostra storia politica. Nel caso degli anni trascorsi da Mattarella al Quirinale però è da segnalare come il contesto politico – e non solo – sia profondamente mutato diverse volte.

Gli anni del centrosinistra

Durante il mandato di Mattarella si sono succeduti 5 diversi esecutivi. La transizione tra un governo e l’altro non è sempre stata semplice da gestire. Ciò con una sola eccezione: il passaggio dal governo Renzi a quello Gentiloni alla conclusione della XVII legislatura.

3 i presidenti del consiglio nominati da Mattarella (Gentiloni, Conte e Draghi).

Nel dicembre del 2016 infatti, a seguito della vittoria del “no” al referendum sulla riforma costituzionale che il suo governo aveva promosso, Matteo Renzi rassegnò le proprie dimissioni.

Al suo posto a palazzo Chigi si insediò l’ex ministro degli esteri che proseguì il lavoro in continuità con il suo predecessore. Sostenuto peraltro dalla stessa maggioranza. Il governo Gentiloni guidò quindi il paese fino alla conclusione naturale della legislatura nel 2018.

Partiti e movimenti populisti al governo

A seguito delle elezioni politiche, gli schieramenti tradizionali di centrodestra e centrosinistra non ottennero la maggioranza. Ciò anche in virtù del grande risultato ottenuto dal Movimento 5 stelle che divenne la principale forza presente in parlamento. Anche i pentastellati tuttavia da soli non avevano i numeri per formare un governo.

Si aprirono quindi delle trattative tra i 3 partiti che avevano ottenuto il maggior numero di seggi (Lega, M5s e Partito democratico) per tentare di formare un governo di compromesso. Una fase che durò per diversi mesi senza esiti. In quei giorni il presidente della repubblica mostrò una certa insofferenza per le difficoltà di dialogo tra gli schieramenti. Tra le opzioni sul tavolo, qualora la situazione non si fosse sbloccata, Mattarella annunciò anche quella di formare un “governo di servizio” che traghettasse il paese fino a nuove elezioni.

Alla fine Lega e Movimento 5 stelle trovarono un accordo e siglarono il cosiddetto “contratto di governo”. Tuttavia le difficoltà non finirono qui. Un altro ostacolo alla nascita del nuovo esecutivo infatti furono le posizioni fortemente euroscettiche che, in particolare la Lega ma anche il Movimento 5 stelle, avevano manifestato all’epoca.

Lega e M5s arrivarono a chiedere l’impeachment per Mattarella.

Posizioni mal sopportate da Mattarella e che in particolare portarono al diniego sulla nomina di Paolo Savona, come ministro dell’economia. L’ex accademico infatti aveva più volte evocato l’uscita dell’Italia dall’euro. Una posizione inaccettabile per il capo dello stato che temeva effetti negativi sull’economia italiana. Tale decisione però non mancò di destare forti polemiche. Tanto che i leader delle due forze politiche, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, arrivarono addirittura a chiedere la messa in stato d’accusa di Mattarella.

Ho condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell’economia. La designazione del ministro dell’economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari.

Tali polemiche però rientrarono e l’impasse fu superato. Alla fine al dicastero di via XX settembre andò un altro esponente gradito alla Lega, Giovanni Tria. Grazie a questo accordo poté finalmente nascere il governo Conte, a 70 giorni di distanza dalla consultazione elettorale.

70 giorni trascorsi dalle elezioni alla nomina del primo governo Conte.

Il governo giallorosso e l’esplosione della pandemia

Mattarella fu poi costretto a intervenire nuovamente nell’estate del 2019. Forte del risultato particolarmente positivo alle elezioni europee, il leader della Lega Matteo Salvini decise di far cadere il governo con l’obiettivo di andare a elezioni anticipate e capitalizzare così il proprio consenso. Tuttavia Mattarella prima di sciogliere le camere volle provare a percorrere la via delle consultazioni per capire se ci fosse la possibilità di formare una maggioranza diversa.

Mattarella ha sempre privilegiato la risoluzione parlamentare delle crisi.

Possibilità che si concretizzò grazie al Partito democratico, a Liberi e uguali e alla neonata formazione di Matteo Renzi Italia viva. Queste tre forze politiche si sostituirono alla Lega a fianco del Movimento 5 stelle permettendo così la nascita del governo Conte II. La vita del paese, politica e non solo, però fu stravolta pochi mesi dopo dell’esplosione della pandemia. Così come accaduto all’estero, anche in Italia della gestione dell’emergenza si è fatto carico essenzialmente il governo.

Ma anche il presidente della repubblica in questa situazione ha esercitato un ruolo importante. Svolgendo infatti il proprio incarico di garante dell’unità nazionale Mattarella ha cercato di rassicurare gli italiani in un momento di grande difficoltà. Celebre il fuori onda nel discorso di fine anno del 2020 in cui Mattarella ricordava di non aver avuto la possibilità di andare dal parrucchiere.

Ma il capo dello stato ha svolto il proprio ruolo anche nelle cerimonie ufficiali presenziando alla commemorazioni dei cittadini deceduti al municipio di Codogno. Molto significative inoltre le celebrazioni all’altare della patria in occasione della festa della repubblica. Con un’immagine, quella di Mattarella che in solitudine depone una corona d’alloro, particolarmente significativa.

Draghi, il coronavirus e il Pnrr

Un altro passaggio particolarmente delicato è stato quello che all’inizio del 2021 ha portato alla nascita del governo Draghi. In questo caso fu Matteo Renzi a togliere l’appoggio all’esecutivo. Come abbiamo raccontato, senza il sostegno di Italia viva infatti la maggioranza giallorossa difficilmente avrebbe avuto i numeri per andare avanti. Così, dopo un tentativo di formare un nuovo gruppo centrista, Conte decise di rassegnare le dimissioni.

Anche in questo caso ci sono state alcune forze politiche, in particolare Lega e Fratelli d’Italia, che avevano chiesto di andare al voto. Ma di nuovo Mattarella ha cercato prima di trovare una soluzione parlamentare alla crisi. Ciò anche alla luce delle situazione difficile che stava attraversando il paese in quei giorni, in cui doveva iniziare la campagna vaccinale e c’era la necessità di lavorare sulla definizione del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Dapprima Mattarella ha conferito un mandato esplorativo al presidente della camera Roberto Fico. Fallito questo esperimento, il capo dello stato si è rivolto a Mario Draghi.

Altre emergenze

L’emergenza coronavirus non è stato l’unico evento traumatico che ha caratterizzato la storia del nostro paese durante il mandato di Mattarella. In tali occasioni il capo dello stato ha sempre fatto sentire la sua presenza. Solo per citare alcuni esempi, nel 2016 il presidente della repubblica si recò a Malpensa per rendere omaggio alle salme degli italiani uccisi durante l’attentato estremista di Nizza.

Durante eventi traumatici per il paese Mattarella è sempre stato in prima linea.

Poche settimane dopo invece si recò nelle zone del centro Italia colpite dal terremoto, visitando e partecipando alle esequie delle vittime ad Amatrice, Accumuli e Arquata del Tronto. Da segnalare anche l’incontro con i familiari di Giulio Regeni. Occasione in cui il presidente della repubblica auspicò il massimo impegno da parte di tutti i soggetti coinvolti per appurare la verità su cosa accadde al giovane ricercatore italiano ucciso in Egitto.

Nel 2017 invece volle incontrare personalmente una delegazione dei soccorritori che intervennero a Rigopiano in Abruzzo. Dove una slavina travolse una struttura alberghiera causando la morte di 29 persone. Nell’agosto dello stesso anno si è poi recato sull’isola d’Ischia, anche in questo caso per far visita alle popolazioni terremotate.

Il 2018 invece si caratterizzò per la tragedia del crollo del ponte Morandi di Genova in cui persero la vita 43 persone. Anche in questo caso Mattarella volle essere in prima fila durante la celebrazione delle esequie.

Lo scandalo delle nomine del Csm

Nel corso del suo mandato Mattarella, in quanto presidente del consiglio superiore della magistratura, ha anche dovuto fronteggiare lo scandalo legato alle nomine e ai concorsi truccati.

Secondo le indagini degli inquirenti infatti le varie correnti interne al Csm avevano elaborato un sistema attraverso il quale spartirsi le cariche più prestigiose. Tale inchiesta peraltro portò alla radiazione dalla magistratura di Luca Palamara (ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati) ma sono molti altri i giudici tuttora sottoposti a procedura disciplinare.

Il presidente della repubblica non può sciogliere il Csm a discrezione.

Dopo queste rivelazioni in molti chiesero al capo dello stato di sciogliere l’organo. Le polemiche seguite a questi fatti costrinsero il Quirinale a diramare una nota con la quale si specificava che, in base al dettato costituzionale, il presidente non può sciogliere il Csm in via discrezionale ma solo nel momento in cui risulti impossibile il suo funzionamento (come ad esempio in caso di mancanza del numero legale).

Mattarella inoltre evidenziò che uno scioglimento avrebbe comportato l’elezione di un nuovo consiglio con le vecchie modalità che erano state contestate dalle forze politiche, oltre a bloccare i procedimenti disciplinari in corso. Allo stesso tempo ribadì in più occasioni la necessità di provvedere rapidamente ad una riforma dell’organo. Compito che spetta al parlamento.

È necessario che il tracciato della riforma sia volto a rimuovere prassi inaccettabili, frutto di una trama di schieramenti cementati dal desiderio di occupare ruoli di particolare importanza giudiziaria e amministrativa

Il mandato di Sergio Mattarella in numeri

Come abbiamo visto quindi il settennato di Sergio Mattarella che sta ormai per concludersi si è caratterizzato per una serie di eventi particolarmente significativi che hanno segnato la storia del nostro paese.

Volendo analizzare l’attività del presidente della repubblica da un punto di vista statistico possiamo osservare che gli interventi pubblici svolti da Mattarella nel corso del suo mandato, in base al diario tenuto dal Quirinale, sono stati oltre 3.800.

L’attività del capo dello stato poi può essere suddivisa tra visite all’estero (48) e incontri con alti rappresentanti di stato o di istituzioni internazionali (235). A queste si aggiungono incontri con esponenti del governo, alti dirigenti pubblici e leader di partito (108). Da segnalare inoltre gli interventi in qualità di presidente del Csm (22). Mattarella infine ha presieduto in 9 occasioni il consiglio supremo di difesa.

Il grafico si basa sull’attività riportata nel diario del presidente della repubblica. Sono stati esclusi dal conteggio gli incontri tenuti con esponenti diversi da quelli statali (ad esempio rappresentanti di organizzazioni sindacali o datoriali).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Quirinale
(ultimo aggiornamento: lunedì 22 Novembre 2021)

 

Per quanto riguarda l’attività diplomatica sono da ricordare le visite negli Stati Uniti e al contingente militare italiano in Libano nel 2016. L'anno successivo invece si è recato sia in Russia che in Cina. Significativa poi la visita in Armenia del 2018. Mentre nel 2019 da segnalare una visita in Germania e di nuovo negli Stati Uniti. Nel 2020 infine la visita nello stato di Israele e poi anche in Francia Germania.

Sono stati molti inoltre gli incontri diplomatici avvenuti al Quirinale. Tra questi da ricordare i faccia a faccia con il presidente russo Putin (2019 e 2021), con Donald Trump (2017) e quello con Xi Jinping (2019). Ha incontrato poi in più di un’occasione i rappresentanti di Israele (2015 e 2018) e Palestina (2015, 2018 e 2021).

Particolarmente significativa poi, dal punto di vista delle relazioni internazionali, è stata la presidenza italiana del G20 che si è tenuta proprio quest’anno. In questa sede Mattarella ha avuto l'opportunità di incontrare diversi leader mondiali tra cui il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Baiden e quello del Brasile Jair Bolsonaro.

Un simbolo di tenuta per il paese

Attraverso il mandato di Sergio Mattarella abbiamo rivissuto gli ultimi sette anni di storia del nostro paese. Anni contraddistinti, come abbiamo visto, da momenti molto difficili ma anche da momenti in cui il nostro paese ha dimostrato di saper reagire di fronte alle difficoltà.

Durante la pandemia Mattarella è stato un punto di riferimento per molti italiani.

Certamente l’ultimo anno e mezzo caratterizzato dalla pandemia è stato uno spartiacque. In questo senso il presidente della repubblica ha rappresentato un punto di riferimento per molti italiani. Il successore di Mattarella avrà davanti a sé quindi un compito non semplice. Dovrà gestire le forze politiche, alcune delle quali tutt'ora ambiscono al voto anticipato. Inoltre, insieme al governo, sarà chiamato ad affrontare l'emergenza Covid che appare tutt'altro che conclusa, oltre alla delicatissima sfida del Pnrr.

Per questi motivi nei prossimi capitoli approfondiremo alcuni aspetti legati alla figura del capo dello stato. Non solo le modalità di elezione ma anche i profili di coloro che finora hanno ricoperto un ruolo tanto importante quanto delicato.

photo credits: Quirinale

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Il riposizionamento dei rappresentanti italiani al parlamento europeo https://www.openpolis.it/il-riposizionamento-dei-rappresentanti-italiani-al-parlamento-europeo/ Thu, 11 Nov 2021 10:00:59 +0000 https://www.openpolis.it/?p=166976 I media hanno riportato di possibili cambi di gruppo da parte degli europarlamentari italiani. In particolare di quelli appartenenti a Lega e Movimento 5 stelle. Tali tendenze in parte sono il riflesso di quanto avviene a livello nazionale ma in parte potrebbero anticipare scenari futuri.

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Nelle ultime settimane i media hanno riportato alcune indiscrezioni secondo cui la fisionomia del parlamento europeo (Pe), almeno per quanto riguarda la componente italiana, potrebbe cambiare anche in maniera significativa. Al centro di queste ipotesi ci sarebbero gli europarlamentari della Lega e quelli del Movimento 5 stelle.

Nel primo caso infatti il leader del Carroccio, Matteo Salvini starebbe pensando alla formazione di un nuovo gruppo insieme ai colleghi del partito ungherese Fidesz e del polacco Pis. Nel caso del M5s invece ci sarebbero trattative in corso per il loro ingresso nel gruppo dei socialisti e dei democratici, dov’è presente anche il Partito democratico.

13 i cambi di gruppo degli europarlamentari italiani dall’inizio dell’attuale legislatura.

Al di là delle mere ipotesi comunque già adesso i cambi di gruppo sono stati molti. Già 13 fra i 76 deputati italiani (il 17%) hanno cambiato gruppo dall’inizio dell’attuale legislatura. Analizzare questi spostamenti può essere interessante. Ciò perché, in alcuni casi, potrebbero rivelarsi dei segnali anticipatori di dinamiche nazionali.

Il funzionamento dei gruppi all’interno del parlamento europeo

Così come avviene a livello nazionale, i gruppi politici all’interno del Pe sono delle formazioni attraverso cui gli eletti possono riunirsi per dare maggiore forza alla loro azione politica. In base all’articolo 33 del regolamento dell’europarlamento un gruppo politico per potersi costituire deve essere composto da almeno 23 deputati europei eletti in almeno un quarto degli Stati membri (ossia almeno 7).

Non esiste una norma sui cambi di gruppo all’interno del Pe.

A differenza di quanto prescritto dai regolamenti del parlamento italiano, in questo caso l’adesione a un gruppo non è obbligatoria. Qui infatti è presente anche una componente definita “Non iscritti” che può dotarsi anche di una propria struttura organizzativa. Non è invece prevista una disciplina particolarmente stringente per quanto riguarda i cambi di gruppo. L’unica indicazione riguarda il fatto che ogni europarlamentare può far parte di un singolo gruppo alla volta.

La costituzione di nuovi gruppi invece è sempre possibile purché siano rispettati i requisiti già enunciati.

La rappresentanza italiana all’interno del parlamento europeo

Nell’attuale legislatura gli italiani all’interno del parlamento europeo sono 76. Il nostro paese è il terzo più rappresentato dopo Germania (96 eurodeputati) e Francia (79). La maggior parte degli esponenti italiani (24) si colloca all’interno del gruppo Identità e democrazia (Id). In questo gruppo sono presenti alcuni partiti di estrema destra come il Rassemblement national francese e il tedesco Alternative für Deutschland.

Al secondo posto per presenza di eurodeputati italiani (18 membri) troviamo invece il gruppo dei Socialisti e democratici (S&D). Al terzo posto invece si trova la rappresentanza interna al gruppo dei Partito popolare europeo (Ppe, 11 membri).

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento europeo
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Novembre 2021)

Questa composizione è dovuta all’esito delle elezioni europee del 2019 in cui la Lega ottenne un risultato particolarmente significativo con il 34,3% dei consensi. Il Carroccio attualmente può vantare infatti 24 eurodeputati, tutti iscritti al gruppo di Id. Il Partito democratico, i cui rappresentanti fanno parte di S&D, ne conta invece 16. Il terzo partito italiano più rappresentato invece è Forza Italia con 9 esponenti interni al Partito popolare europeo (Ppe).

Il grafico mostra il gruppo dei parlamentari europei di provenienza italiana suddivisi in base al partito con cui sono stati eletti. La formazione Sud in testa è stata creata dall’europarlamentare Andrea Caroppo che era stato eletto nelle liste della Lega.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento europeo
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Novembre 2021)

È interessante notare come quasi tutti i partiti italiani facciano parte di gruppi diversi. Già detto di Pd, Lega e Fi, tra le forze politiche principali possiamo osservare che Fratelli d’Italia aderisce al gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr). A eccezione del gruppo della sinistra dunque in tutte le altre formazioni si trova almeno un rappresentante italiano.

 

Come si posizionano i partiti italiani nel Pe

EurogruppoPartito Italiano
Verdi/AleEuropa verde
Partito popolare europeoForza Italia; Sud in testa; Südtiroler Volkspartei
Conservatori e riformisti europeiFratelli d'Italia
Renew europeItalia viva
Identità e democraziaLega
Non iscrittoMovimento 5 stelle
Socialisti e democraticiPartito democratico; Azione

 

Da notare che all’inizio dell’attuale legislatura gli eurodeputati del Movimento 5 stelle decisero di non aderire a nessun gruppo, infatti ad oggi risultano tutti come “non iscritti”. Scelta che, come detto, potrebbe essere rivista.

Il "peso" dei partiti italiani all'interno del parlamento europeo

L’attuale composizione dei gruppi europei, come abbiamo raccontato anche per il parlamento nazionale, è variata rispetto all’inizio della legislatura. Sono già 13 infatti gli eurodeputati che hanno cambiato collocazione dal 2019. Analizzare queste dinamiche può essere interessante perché, almeno in parte, riflettono l’evoluzione politica a livello nazionale. Ma in alcuni casi potrebbero anche anticiparla.

Per capire l’evoluzione del posizionamento degli europarlamentari italiani abbiamo confrontato la loro lista di elezione con la loro attuale collocazione, sia di partito di appartenenza che di gruppo politico, così come definita sulle singole schede del parlamento europeo.

Da questo confronto emerge che, così come accaduto a livello nazionale, il gruppo che si è indebolito di più anche in questo caso risulta essere il Movimento 5 stelle. I pentastellati infatti dall’inizio della legislatura hanno perso 6 membri. Seguono la Lega che, tra nuovi ingressi e abbandoni, registra un saldo negativo di 5 seggi e il Pd (-2).

Il grafico mostra com’è cambiata la consistenza dei partiti italiani nel contesto del parlamento europeo. Nel grafico non sono rappresentati il partito di Carlo Calenda, Azione e il Südtiroler Volkspartei. Entrambi hanno un saldo 0.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento europeo.
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Novembre 2021)

La maggior parte degli esponenti che hanno cambiato gruppo non si sono ricollocati, quantomeno per quanto riguarda la loro appartenenza ai partiti nazionali. Ad oggi infatti sono 6 gli eurodeputati classificati come “indipendenti”.

6 gli eurodeputati italiani attualmente classificati come “indipendenti”.

Gli eurodeputati che hanno cambiato gruppo

Ma chi sono gli eurodeputati che hanno cambiato gruppo? Circa la metà erano stati eletti con il Movimento 5 stelle e di conseguenza avevano aderito alla componente dei non iscritti. Quattro di essi però (Ignazio Corrao, Rosa D’Amato, Eleonora Evi e Piernicola Pedicini) hanno deciso di passare al gruppo dei Verdi e Alleanza libera europea (Verdi/Ale).

Anche nel Pe il M5s ha risentito dei contrasti interni.

L’abbandono in questo caso sarebbe da attribuire alla decisione del M5s di entrare nella maggioranza che sostiene il governo Draghi. Peraltro 3 di essi risultano adesso classificati come indipendenti da partiti nazionali. Mentre Eleonora Evi ha deciso di aderire a Europa verde. Gli altri 2 eurodeputati che hanno abbandonato il M5s sono invece Marco Zullo, passato al gruppo Renew Europe e classificato come indipendente. E Isabella Adinolfi che ha invece aderito a Forza Italia ed è quindi entrata nel Ppe.

Un altro esponente che ha aderito a Renew Europe è invece Nicola Danti. Eletto nelle file del Partito democratico, il cambio di gruppo deriva dalla sua adesione a Italia viva.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento europeo
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Novembre 2021)

Ci sono stati anche degli spostamenti all’interno del centrodestra. Ha destato scalpore in particolare nella Lega ad esempio l’abbandono di Francesca Donato. Esponente nota per le sue posizioni fortemente no-vax e che adesso risulta non iscritta e indipendente.

Lega, Fi e Fdi si sono rubati eurodeputati a vicenda.

Due ex esponenti del Carroccio sono invece passati a Forza Italia e, di conseguenza, al Ppe. Si tratta di Luisa Regimenti e Lucia Vuolo. Mentre Vincenzo Sofo è passato a Fratelli d’Italia (Ecr). Nei primi due casi la decisione è avvenuta per le posizioni euroscettiche del gruppo Id, mentre nel terzo per la decisione della Lega di entrare nella maggioranza.

Gli ultimi due cambi di gruppo riguardano infine Giuseppe Milazzo, passato da Forza Italia a Fdi. E Andrea Caroppo che dopo aver lasciato la Lega e fondato un proprio movimento (Sud in testa) è passato prima alla componente dei non iscritti e infine al Ppe.

photo credits: Facebook - Francesca Donato

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Poca trasparenza rispetto agli incontri tra parlamentari e lobby https://www.openpolis.it/poca-trasparenza-rispetto-agli-incontri-tra-parlamentari-e-lobby/ Wed, 03 Nov 2021 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=164814 Fino all'implementazione del nuovo registro di trasparenza, per gli eurodeputati comunicare gli incontri con le lobby rimane una pratica largamente volontaria. Solo la metà ne rende conto, con differenze a seconda del partito di appartenenza e del paese di origine.

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La regolamentazione del parlamento europeo in fatto di trasparenza è a carattere fortemente volontario. Basti pensare che solo la metà degli eurodeputati ha riportato di aver avuto almeno un incontro con gruppi lobbisti, stando ai dati di aprile 2021. Nonostante di recente il parlamento abbia approvato una stretta verso l’introduzione di un registro delle lobby, da implementare entro marzo 2022, c’è ancora molto lavoro da fare per arrivare a una piena trasparenza.

Come è regolata la trasparenza delle istituzioni europee

Il regolamento del parlamento europeo impone trasparenza rispetto agli incontri con stakeholder privati, istituzioni pubbliche e Ong solo se il loro scopo dichiarato è quello di influenzare le politiche e il processo decisionale delle istituzioni europee.

Un principio che inoltre non vale per tutti i parlamentari, ma solo per i relatori e i presidenti di commissione. Sono 359 su 705 gli eurodeputati che hanno dichiarato di aver partecipato ad almeno un incontro. I restanti 346 potrebbero effettivamente non aver preso parte ad alcuna riunione oppure, com’è presumibile pensare per almeno parte di loro, potrebbero non averlo dichiarato.

49,1% dei parlamentari europei non ha reso conto di alcun incontro con gruppi lobbisti.

Osservando il fenomeno in base al paese di origine degli eurodeputati, emergono profonde differenze. Se più del 90% dei parlamentari svedesi, danesi e finlandesi hanno comunicato la loro agenda, la quota scende a meno del 13% per i rappresentanti di Grecia, Polonia, Bulgaria e Lettonia.

I dati sono aggiornati al 28 aprile 2021 e riguardano tutti i tipi di incontri tra parlamentari e gruppi lobbisti. Sono indicati gli europarlamentari che hanno comunicato almeno un incontro.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Civio
(ultimo aggiornamento: martedì 2 Novembre 2021)

Oltre al paese di origine, i dati variano anche in base al partito di appartenenza.

Solo 9 dei 74 parlamentari (12%) del gruppo Identità e democrazia che include, tra gli altri, partiti come la Lega (Italia), il Rassemblement national (Francia) e Alternative für Deutschland (Germania) hanno reso conto dei loro incontri.

Tra i gruppi più numerosi il Partito popolare europeo si attesta al 40,57%, mentre il Partito socialista europeo al 58,62%. Infine, quasi tutti gli eurodeputati dei Verdi hanno riportato almeno un incontro con lobby (95,9%).

I dati sono aggiornati al 28 aprile 2021 e riguardano tutti i tipi di incontri tra parlamentari e gruppi lobbisti. Sono indicati gli europarlamentari che hanno comunicato almeno un incontro.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Civio
(ultimo aggiornamento: martedì 2 Novembre 2021)

Diversi standard di trasparenza per parlamento e commissione

Quanto detto fin qui riguarda il parlamento europeo. Nel caso della commissione invece i requisiti sono più stringenti. I commissari, i loro consiglieri e i direttori generali possono incontrarsi formalmente solo con istituzioni registrate.

Gli incontri a livelli più bassi passano spesso inosservati.

Bisogna però considerare che altri tipi di contatti, come quelli intrattenuti con gli assistenti e le migliaia di funzionari pubblici, passano spesso del tutto inosservati. O comunque gli incontri a livelli più bassi, che non sono coperti dal registro di trasparenza. Questo è un fatto rilevante considerato che i lobbisti non sempre si presentano dichiaratamente come tali.

Lo stesso parlamento europeo ha criticato la mancanza di trasparenza della commissione europea ad esempio rispetto alle sue negoziazioni e contratti con le aziende farmaceutiche per lo sviluppo dei vaccini anti-Covid, che ha dichiarato opaca. L’intero processo è stato oggetto di un vero e proprio scontro tra le due istituzioni.

Recentemente, il parlamento europeo ha approvato una risoluzione per imporre a tutte le istituzioni, per la prima volta, di registrare tutti gli incontri con i gruppi di pressione.

La registrazione, per le lobby, sarà un prerequisito fondamentale. E le tre istituzioni coinvolte, parlamento, commissione e consiglio, dovranno inoltre introdurre strumenti paralleli per dimostrare di agire in linea con il nuovo regolamento.

Allo stato attuale le istituzioni Ue rimangono comunque molto vulnerabili all’influenza delle corporazioni, e la trasparenza da parte dei rappresentanti è solo il primo passo verso un’emancipazione in questo senso.

European data journalism network, i dati nel resto dell'Europa

Openpolis fa parte dell'European data journalism network, una rete di realtà che si occupano di data journalism in tutta Europa. La versione originale di questo articolo è di Civio, un giornale europeo, ed è partner di Edjnet. I dati relativi al tasso di trasparenza dei parlamentari europei nei vari paesi sono disponibili qui.

 

Foto credit: Christian Lue - licenza

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Unione europea, discorsi d’odio e riforma del sistema di Dublino https://www.openpolis.it/unione-europea-discorsi-dodio-e-riforma-del-sistema-di-dublino/ Fri, 10 Sep 2021 09:57:33 +0000 https://www.openpolis.it/?p=154502 L'euro scetticismo, le istanze nazionaliste e il rifiuto di politiche migratorie inclusive sono spesso andate di pari passo in questi anni, sfociando non di rado in discorsi d'odio sia in chiave xenofoba che antieuropea. Anche per questo è cruciale riformare il regolamento di Dublino.

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Negli scorsi mesi in sede europea si è tornati a parlare di riforma del sistema di Dublino, il regolamento che stabilisce i criteri e i meccanismi per determinare quale stato membro è competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale. Il tema in effetti si ripropone ogni volta che, per ragioni diverse, si verifica un aumento dei flussi migratori. L’incapacità dell’Unione europea di gestire in modo efficace questo fenomeno peraltro ha un doppio effetto. Da un lato, non affrontando il problema, continuano a svilupparsi sentimenti politici che troppo spesso degenerano in atteggiamenti di stampo xenofobo. Dall’altro si riduce la fiducia nelle istituzioni europee, incapaci di trovare risposte concrete.

Già nella scorsa legislatura c’era stato il tentativo di modificare questo regolamento, che tuttavia si era scontrato con l’opposizione di vari partiti di destra e nazionalisti europei oltre che dei governi dell’Europa orientale.

Ora però, il precipitare della situazione in Afghanistan ha riportato il tema dell’accoglienza migranti all’ordine del giorno. Infatti se per molti accogliere quantomeno le persone che hanno collaborato con le forze armate dei paesi europei appare un dovere morale irrinunciabile, altri si sono opposti fermamente anche a questa ipotesi. Nel frattempo in vari paesi europei si continuano ad erigere muri alle frontiere contrastando qualsiasi ipotesi di accoglienza.

Oggi come ieri inoltre le istanze politiche che rifiutano una società aperta e accogliente sono di frequente accompagnate da un sentimento fortemente antieuropeo, che tende a proiettare sull’Unione tutti i problemi reali o presunti che si trova ad affrontare il nostro paese.

Visioni politiche e interessi nazionali

Sono molti anni che l’Unione europea cerca di riformare senza successo il sistema attraverso cui viene stabilito in quale paese membro ciascun richiedente asilo debba inoltrare la propria domanda di protezione internazionale. Purtroppo però la questione si presta a duri contrasti politici, sia tra partiti di diverso orientamento sia tra stati membri.

I paesi con frontiere esterne rivolte verso il Mediterraneo hanno infatti esigenze e interessi molto diversi dagli altri stati membri, che invece si sentono maggiormente tutelati dal sistema attualmente in vigore, per quanto inefficiente.

Dublin Regulation on international protection applications

Every single migrant poses a public security and terror risk.
For us migration is not a solution but a problem … not medicine but a poison, we don’t need it and won’t swallow it.

Nella politica interna dei singoli paesi poi il tema dell’immigrazione è stato ampiamente cavalcato dai partiti di destra che in questi anni sono stati in grado di costruire su questo importanti bacini di consenso. Di conseguenza, forse per contenere questa crescita politica, anche alcuni esponenti di forze di sinistra hanno assunto posizioni di chiusura.

It pains me to say that Sweden can no longer take in asylum-seekers at the same high level… Sweden needs some breathing room.

Dunque, anche a causa di queste conflittualità, nella scorsa legislatura europea non si è riusciti a riformare gli accordi di Dublino. Pur essendo arrivati piuttosto vicini al risultato.

Un tema cruciale per l’Europa

Eppure si tratta di un tema cruciale per l’Unione. L’incapacità di gestire il fenomeno a livello europeo infatti la espone a pesanti critiche da tutti i lati, rafforzando le spinte protezioniste di stampo nazionale. Non a caso i partiti nazionalisti europei, che in questi anni hanno beneficiato elettoralmente di un sistema di accoglienza non governato a livello Ue, hanno spesso mostrato disinteresse nel cambiamento dello status quo.

 

 

Posizioni politiche contrarie all’accoglienza dei migranti e atteggiamenti antieuropei viaggiano spesso di pari passo.

La crescita di sentimenti di odio e discriminazione verso lo straniero poi tende ad affiancarsi all’insofferenza verso decisioni politiche che sono percepite come imposte dall’estero. L’odio verso i migranti dunque si associa a quello verso l’Unione europea e le sue istituzioni viste come responsabili della situazione ma al contempo incapaci di trovare soluzioni. Poco importa se l’Unione non ha le competenze per intervenire e se sono proprio gli stati nazionali e i partiti di destra a bloccare il necessario processo di rinnovamento.

La conseguenza può rappresentare un rischio ancora più concreto per l’Europa. Quello che la crescente insoddisfazione verso il suo operato produca spinte centrifughe che portino alcuni paesi a uscire dall’Unione, come è successo con il Regno Unito.

Certo questo genere di spinte erano più forti tra il 2016 e il 2018 di quanto non lo siano adesso, almeno in Italia. E questo soprattutto grazie al Next generation Eu che ha fatto percepire le istituzioni europee come delle strutture in grado di fornire un contributo concreto.

Il tema dell’immigrazione tuttavia non è destinato a scomparire ed è ormai tempo che l’Unione si doti degli strumenti legali e burocratici necessari per gestirlo in maniera diretta se non vuole ritrovarsi prima o dopo ad affrontare una nuova crisi di fiducia nei confronti delle sue istituzioni.

Cosa prevede il sistema di Dublino

Il regolamento Ue 604/2013, più noto come regolamento di Dublino o Dublino III prende il nome dalla Convenzione di Dublino, un trattato internazionale con cui nel 1990 venne per la prima volta disciplinata la materia.

Con l’approvazione dei nuovi trattati europei il tema è diventato almeno in parte competenza dell’Unione. La prima revisione della normativa è stata dunque attuata attraverso l’approvazione di un regolamento nel 2003 (Dublino II), poi rivisto nel 2013 (Dublino III).

I criteri previsti da questo testo per determinare quale stato membro sia competente ad esaminare la domanda di asilo sono sostanzialmente 3 e seguono un ordine gerarchico prevedendo che la responsabilità ricada:

  • sullo stato membro dove possa realizzarsi il ricongiungimento familiare (artt. 8-11);
  • sullo stato membro che ha concesso al richiedente asilo un visto o un altro titolo di soggiorno valido (art. 12);
  • sullo stato membro in cui il richiedente asilo è entrato varcando le frontiere in modo irregolare (art. 13).

Questi criteri, oltre ad essere percepiti come ingiusti in particolare dai paesi con frontiere esterne, hanno mostrato forti limiti. La loro applicazione infatti risulta del tutto inefficiente. Il tasso di trasferimenti legati ai criteri di Dublino rispetto alle richieste ad esempio è estremamente basso. infatti, anche i paesi che hanno maggior successo riescono solo in rare eccezioni ha portare a conclusione più del 50% delle procedure iniziate.

2 i paesi membri che nel 2019 hanno portato a compimento più del 50% delle procedure di trasferimento Dublino che hanno iniziato.

FONTE: Aida - Asylum information database
(ultimo aggiornamento: giovedì 26 Agosto 2021)

A questo poi si aggiunge il fatto che i criteri di Dublino non permettono un'equa distribuzione dei richiedenti asilo tra gli stati membri. Inoltre, dal punto di vista dei richiedenti, è stato osservato come la normativa ad oggi in vigore violi i diritti umani non permettendogli neanche di esprimere una preferenza sullo stato in cui inoltrare la domanda.

Diritto, Immigrazione e Cittadinanza. 1/2018

In conclusione dunque, al di là dei vari criteri, è quasi sempre lo stato di primo ingresso a occuparsi di esaminare la richiesta di asilo. Una situazione da molti ritenuta iniqua e insostenibile. Infatti proprio nel 2014 il numero dei flussi migratori era significativamente aumentato evidenziando tutti i limiti del sistema appena adottato. Dunque solo due anni dopo l'entrata in vigore di Dublino III, la commissione ha presentato un nuovo testo.

Il fallito tentativo di riforma

Nel 2016 quindi la commissione ha presentato una proposta legislativa per riformare il sistema di Dublino, dopodiché è iniziata la discussione in seno al parlamento europeo, in particolare presso la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe).

Quest’ultima ha quindi approvato il testo in prima lettura a ottobre 2017, confermato poi da una successiva deliberazione in plenaria con 390 voti a favore, 175 contrari e 44 astenuti.

FONTE: elaborazione openpolis su dati del parlamento europeo (A8-0345/2017)
(ultimo aggiornamento: martedì 24 Agosto 2021)

Nonostante questo importante risultato però il testo è stato affossato nel passaggio successivo. Dopo il voto del parlamento infatti è iniziato l'esame in sede di consiglio, l'organo legislativo di rappresentanza degli stati membri.

Proprio a causa della sua natura in sede di consiglio si esprimono le posizioni dei governi nazionali e i rapporti di forza tra gli stati membri. Si tenga presente peraltro che proprio a dicembre 2017 la commissione europea portò di fronte alla corte di giustizia dell'unione europea Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia per non aver adempiuto ai propri obblighi in materia di ricollocamento.

Poi nei mesi successivi l'Ungheria si è espressa pubblicamente per una profonda revisione del testo approvato dal parlamento, rifiutando ogni meccanismo obbligatorio di ricollocamento e spingendo verso un approccio che puntava sulla sicurezza e i rimpatri. Anche se il consiglio non ha mai espresso un voto esplicitamente negativo nei confronti della proposta, il testo è rimasto in attesa finché nel 2019 le elezioni per il rinnovo del parlamento e la formazione di una nuova commissione non hanno reso la proposta di revisione obsoleta.

I gruppi parlamentari e le posizioni sulla riforma di Dublino

Se da un lato il voto del parlamento non ha portato a risultati concreti ed esiste ormai una nuova proposta della commissione che dovrà passare al vaglio dei deputati europei, dall'altro analizzare com'è andato il voto in aula nel 2017 offre interessanti spunti di analisi.

Guardando ad esempio a come hanno votato i gruppi presenti al parlamento europeo notiamo subito che solo i verdi (Verts/Ale) e il gruppo Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd - che vedeva tra i suoi iscritti i parlamentari pentastellati) hanno votato in modo compatto, il primo a favore della riforma, il secondo contro.

Sia i socialisti (S&D) che il gruppo della sinistra al parlamento europeo (Gue/Ngl) hanno votato in larga maggioranza a favore del provvedimento, se pur con qualche defezione dovuta perlopiù a deputati provenienti da paesi dell'Europa orientale.

Gue/Ngl: gruppo della sinistra al parlamento europeo;
S&D: alleanza progressista dei socialisti e dei democratici;
Verts/Ale: gruppo verde/alleanza libera europea;
Alde: gruppo dell’alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa;
Ppe: partito popolare europeo;
Ecr: conservatori e riformisti europei;
Efdd: Europa della libertà e della democrazia diretta;
Enf: Europa delle nazioni e della libertà;
Ni: non iscritti.

FONTE: elaborazione openpolis su dati del parlamento europeo (A8-0345/2017)
(ultimo aggiornamento: martedì 24 Agosto 2021)

I gruppi più conservatori o nazionalisti invece hanno in larga parte votato contro la proposta anche loro con alcune posizioni divergenti. In generale il Partito popolare europeo (Ppe) si è mostrato il più diviso sulla questione. Infatti i partiti popolari dell'Europa dell'est, tra cui tra l'altro quello del primo ministro ungherese Viktor Orbán, hanno in gran parte votato contro o si sono astenuti. Questo peraltro è uno dei temi chiave su cui si sono scontrati negli ultimi anni Fidesz, il partito di Orbán, e i vertici del Ppe. Uno scontro che lo scorso marzo ha portato il partito del presidente del consiglio ungherese ad uscire dal gruppo popolare al parlamento europeo.

La riforma di Dublino e l'appartenenza nazionale dei parlamentari

D'altronde che i parlamentari di alcuni paesi fossero più ostili di altri alla revisione delle regole di Dublino emerge chiaramente osservando come hanno votato i deputati di ciascun paese membro.

I parlamentari che hanno compattamente votato contro la modifica del regolamento provengono tutti da paesi dell'Europa orientale. Si tratta in particolare di Slovacchia (100% di voti contrari) e Repubblica Ceca (17 contrari e un astenuto), ma anche di Ungheria, Polonia e Lettonia. Anche Regno Unito e Danimarca hanno votato in maggioranza contro la proposta ma in maniera non così schiacciante.

FONTE: elaborazione openpolis su dati del parlamento europeo (A8-0345/2017)
(ultimo aggiornamento: martedì 24 Agosto 2021)

Meno compatti invece appaiono alcuni paesi che avrebbero dovuto giovarsi della revisione delle regole sul primo ingresso, ovvero quelli che affacciano sul mediterraneo. Infatti mentre Spagna, Malta e Cipro hanno votato in maniera compatta a favore del provvedimento, lo stesso non è avvenuto per i parlamentari greci e italiani.

Le posizioni dei partiti italiani

In effetti se i parlamentari italiani di sinistra e quelli di Forza Italia hanno votato a favore del testo, il Movimento 5 stelle e la Lega hanno fatto diversamente. D'altronde si tratta di due partiti che, almeno in quella fase, si proponevano come fortemente critici sia verso l'Europa, sia sul tema dell'accoglienza migranti.

Certo le motivazioni espresse dagli esponenti di queste due forze politiche per giustificare la loro scelta furono diverse. Il M5s infatti, pur partecipando al negoziato in commissione che ha portato all'elaborazione del testo, sostenne che questo non era sufficientemente ambizioso, decidendo quindi di esprimere voto contrario.

FONTE: elaborazione openpolis su dati del parlamento europeo (A8-0345/2017)
(ultimo aggiornamento: giovedì 26 Agosto 2021)

La Lega invece si è astenuta. Tuttavia mentre il M5s ha almeno partecipato ai lavori preparatori della riforma, la parlamentare di Possibile Elly Schlein ha più volte ribadito come la Lega non si sia mai presentata a nessuna delle 22 riunioni che si sono tenute per discutere l'argomento. Una posizione che lascia quantomeno il sospetto che il partito guidato da Matteo Salvini non avesse alcun interesse a lavorare per migliorare il testo della riforma. Inoltre anche se sul voto in aula la Lega si è astenuta, nella votazione finale in commissione Attilio Fontana, allora parlamentare europeo, si è espresso con un voto contrario.

I prossimi passi

Certo in questi anni molte posizioni politiche sono cambiate ed è probabile ad esempio che oggi il Movimento 5 stelle adotterebbe posizioni meno intransigenti. Anche la Lega inoltre, pur mantenendo posizioni molto critiche sul piano dell'accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati, si è recentemente avvicinata al Ppe.

Ma la partita più importante che dovrà affrontare la presidente della commissione Ursula von der Leyen per portare a compimento il suo Patto europeo su migrazione e asilo resta quella del confronto con gli stati membri e in particolare con quelli dell'Europa orientale.

Ma per quanto difficile possa essere portare a compimento questo percorso, il tema è comunque imprescindibile. Resta illusorio infatti pensare di poter affrontare un fenomeno di questa portata in un'ottica nazionale. Dunque finché l'Europa non riuscirà a definire un quadro normativo e delle procedure burocratiche efficienti, la ripartizione dei migranti tra gli stati membri rimarrà un argomento politico scottante, con effetti negativi sia rispetto alla legittimità delle istituzioni europee, sia rispetto alle pulsioni xenofobe presenti in Europa. In questi anni infatti abbiamo visto come il ritorno al protezionismo nazionalista sfoci troppo spesso in atteggiamenti di stampo xenofobo e razzista, che producono odio e intolleranza verso lo straniero, oltre che senso di lontananza e sfiducia verso le istituzioni europee.

 


Il sostegno della Commissione europea alla produzione di questa pubblicazione non costituisce un'approvazione del contenuto, che riflette esclusivamente il punto di vista degli autori, e la Commissione non può essere ritenuta responsabile per l'uso che può essere fatto delle informazioni ivi contenute.

 

Foto Credit: parlamento europeo - Licenza

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Gli europarlamentari italiani: chi sono e che cosa fanno https://www.openpolis.it/gli-europarlamentari-italiani-chi-sono-e-che-cosa-fanno/ Mon, 10 May 2021 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=135313 Le istituzioni europee stanno ricoprendo un ruolo di grande rilevanza nella gestione della pandemia, compreso il parlamento. Abbiamo quindi approfondito in che misura gli eurodeputati italiani pesano all'interno del Pe, sia in termini numerici che di key positions.

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Dall’inizio della pandemia è stato subito chiaro il ruolo di rilievo dell’Unione europea sia per quanto riguarda la spartizione dei fondi per la ripresa economica, ma anche per la programmazione e distribuzione dei vaccini. Oltre che per la promozione della ricerca e, soprattutto all’inizio della pandemia, per la fornitura di attrezzature mediche. Le azioni e le misure messe in campo a livello comunitario sono state guidate in primis dalla commissione europea, ma anche l’europarlamento ha giocato il suo ruolo.

Può essere quindi interessante indagare il peso degli eurodeputati che in questa fase storica cruciale rappresentano l’Italia al parlamento europeo. Sia a livello quantitativo che qualitativo, approfondendo quali posizioni chiave sono affidate agli eurodeputati italiani.

 

I partiti italiani all’interno del parlamento europeo

Il parlamento europeo viene eletto ogni 5 anni direttamente dai cittadini europei. Per tale ragione è considerato tra gli organi europei più democratici. Ogni paese, dunque, elegge i propri rappresentanti europei proporzionalmente al numero degli abitanti. L’Italia ha 76 seggi dei 705 totali. Al momento delle elezioni, i cittadini sono chiamati a scegliere i propri rappresentanti tra i partiti nazionali candidati, ognuno dei quali appartiene a un determinato gruppo politico nel parlamento europeo.

11% i seggi occupati da europarlamentari italiani su 705.

Nel caso nostrano, il Movimento 5 stelle è l’unico partito italiano che nel parlamento europeo fa parte del gruppo dei “non iscritti”, ossia coloro che non sono registrati in alcun schieramento europeo presente.

Il grafico rappresenta il numero assoluto dei seggi occupati all’interno dell’europarlamento per partiti nazionali a seguito dell’insediamento dal primo luglio 2019.

FONTE: elaborazione openpolis su dati dell'europarlamento
(ultimo aggiornamento: mercoledì 5 Maggio 2021)

 

La Lega, che appartiene al gruppo europeo Identità e democrazia, è il partito italiano con il numero più alto di seggi nell'europarlamento, pari a 27 ossia il 35% dei 76 italiani. Segue il Partito democratico, del gruppo dei Socialisti e democratici, con 16 rappresentanti italiani (21%).

Non c'è alcun partito italiano all'interno del gruppo della sinistra, Gue/Ngl.

Forza Italia e Movimento 5 stelle detengono entrambi 8 seggi all'interno del parlamento europeo, ossia il 10% di quelli italiani. Il primo fa parte del Partito popolare europeo, mentre il secondo come è già emerso non appartiene a nessun gruppo politico europeo.

Seguono Fratelli d'Italia e il gruppo degli indipendenti con 7 europarlamentari ciascuno (9%). I primi fanno parte del gruppo dei conservatori e riformisti europei, mentre i secondi sono confluiti nel gruppo dei verdi. Infine, con un solo rappresentante ciascuno: Azione, membro dei Socialisti e democratici, Sud in testa e Südtiroler volkspartei, entrambi facenti parte del gruppo del Partito popolare europeo.

Isabella Adinolfi è l'unica donna europarlamentare di Forza Italia su 8.

Per quanto riguarda la distribuzione dei seggi italiani tra uomini e donne, attualmente le europarlamentari sono 30 in totale, ossia poco meno del 40% dei rappresentanti italiani a Bruxelles.

In questo senso Fratelli d’Italia è l’unico partito ad avere più di un seggio al Pe (7 in totale) e nessuno di questi occupato da donne.

Al contrario, la Lega è il partito con la quota maggiore di donne, pari a 15. Questo dato cala tra le file del Pd con 7 donne su 16 europarlamentari, ossia il 44% degli eurodeputati del partito.

62,5% le donne sul totale degli eurodeputati del M5S

Infine, il M5s seppur è rappresentato da sole 5 donne è il partito nazionale con la percentuale di donne più alta sul totale dei propri membri. Nonostante anche la Lega abbia una prevalenza femminile nei seggi europei del parlamento, la quota di donne sul totale però non supera il 55%.

Le posizioni chiave degli italiani

Oltre agli aspetti strettamente numerici, è importante capire quanto partecipino e quale rilevanza abbiano gli europarlamentari italiani nel Pe. In tal senso, i dati di Votewatch.eu forniscono la percentuale di presenza alle votazioni di ciascun membro del parlamento. Per quanto riguarda l'Italia, Silvio Berlusconi (FI) ha solo il 74,80% di presenza, la quota più bassa dei 76 italiani. Al contrario, Vincenzo Sofo (FdI) è l'europarlamentare con il valore più alto in termini di partecipazione, pari al 99,97% delle votazioni.

Per quanto questi dati possano essere utili a fornire un'immagine generale dell'operato dell'europarlamentare non sono strettamente efficaci nel capire l'impatto che questo può avere nei lavori parlamentari. Infatti, nell'ottica di capire che tipo di influenza ha l'Italia all'interno del Pe, può essere utile analizzare quali posizioni ricoprono gli italiani e in particolare se svolgono funzioni chiave.

Le figure chiave del parlamento dell'Ue sono principalmente 6.

Tra i ruoli chiave presenti nel parlamento dell'Ue possono essere individuati prevalentemente 6 figure tra le più influenti. Tra queste in primo luogo c'è il presidente del parlamento europeo con i suoi 14 vicepresidenti. Il presidente tra i vari incarichi coordina le attività del parlamento, assicura il rispetto del regolamento, presiede i dibattiti dell’assemblea, firma gli atti legislativi e il bilancio dell’Unione.

Un altro ruolo importante all'interno del parlamento è quello dei presidenti di commissione e sottocommissione in quanto coordinano tematiche di rilevanza europea specifiche e ne determinano alcune decisioni. Infine, vi è la carica dei presidenti dei gruppi parlamentari e dei vicepresidenti, i quali rappresentano le posizioni dei gruppi politici nell'europarlamento.

Considerando dunque questi ruoli chiave, abbiamo analizzato quanti italiani ricoprono tali cariche per comprendere che tipo di influenza potrebbe avere il paese all'interno del parlamento europeo.

I dati fanno riferimento alle posizioni chiave all’interno dell’europarlamento e nel grafico si delinea il numero di italiani che ricoprono tali cariche nella nuova legislatura (2019-2024).

FONTE: elaborazione openpolis su dati dell'europarlamento
(ultimo aggiornamento: mercoledì 5 Maggio 2021)

Irene Tinagli e Antonio Tajani sono i due presidenti di commissione italiani.

Oltre alla presidenza italiana del parlamento dell'Ue con David Maria Sassoli, anche una delle 14 vicepresidenze è ricoperta da un italiano, l'europarlamentare pentastellato Fabio Massimo Castaldo. Considerando gli altri ruoli descritti precedentemente, ci sono 6 italiani che ricoprono il ruolo di vicepresidente di commissione (4 del Partito democratico, uno di Fratelli d'Italia e un indipendente) e due che sono invece presidenti di commissione (Irene Tinagli del Pd e Antonio Tajani di Forza Italia). Infine, i gruppi europei Conservatori e riformisti e Identità e democrazia sono guidati rispettivamente da Raffaele Fitto (Fdi) e Marco Zanni (Lega). Mentre i Socialisti e democratici hanno come vicepresidente Simona Bonafé (Pd).

2 i presidenti di commissione italiani sui 23 totali.

I ruoli ricoperti da donne sono per lo più funzioni di vicepresidenza.

Di queste posizioni, 4 sono ricoperte da donne. Oltre alla già citata Simona Bonafé, Irene Tinagli (Pd) è la presidente della commissione per i problemi economici e monetari. Mentre Caterina Chinnici (Pd) e Patrizia Toia (Pd) sono entrambe vicepresidenti, rispettivamente della commissione per il controllo dei bilanci e di quella per l'industria, la ricerca e l'energia.

 

 

Photo: Guillaume Périgois - Unsplash

L'articolo Gli europarlamentari italiani: chi sono e che cosa fanno proviene da Openpolis.

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