Friuli Venezia Giulia Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/friuli-venezia-giulia/ Tue, 11 Jul 2023 13:34:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 I presidenti di regione e il limite dei due mandati https://www.openpolis.it/i-presidenti-di-regione-e-il-limite-dei-due-mandati/ Tue, 11 Jul 2023 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=264105 Negli scorsi giorni si è riacceso il dibattito sul limite dei due mandati per i presidenti di regione. Nei territori interessati le elezioni non dovrebbero tenersi prima del 2025, ma sarebbe opportuno che la questione venisse risolta prima di arrivare all'appuntamento elettorale.

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In Italia una legge stabilisce che i presidenti di regione non possano ricoprire il loro incarico per più di due mandati consecutivi. Nonostante questo però non sono mancati in passato casi di presidenti che si sono candidati per un terzo incarico.

La questione è tornata di attualità negli scorsi giorni a causa di una polemica interna al Partito democratico (Pd). La nuova segretaria Elly Schlein infatti ha sottolineato come la legge escluda la possibilità di un terzo mandato. Una posizione che l’ha posta in aperto conflitto con il presidente della Campania. Già da tempo infatti Vincenzo De Luca ha espresso la sua volontà di ricandidarsi nonostante stia attualmente svolgendo il suo secondo incarico.

Ma la questione non riguarda solo De Luca. Rimanendo in area Pd infatti sembra che anche il presidente della Puglia Michele Emiliano sia intenzionato a ricandidarsi, nonostante il limite posto dalla legge nazionale.

Ma un discorso analogo vale anche per alcuni presidenti di centro destra, come Luca Zaia (Lega), che in Veneto è già al terzo mandato, e Giovanni Toti (Forza Italia), al secondo incarico in Liguria.

Più in generale comunque, tutto il fronte dei presidenti di regione sembra contrario a questo limite. Una posizione discutibile, anche se certamente un intervento per uniformare la materia in tutte le regioni sarebbe più che opportuno.

Il limite dei due mandati e una legge ampiamente disapplicata

Come accennato, il divieto di ricoprire per più di due volte consecutive il ruolo di presidente di regione è chiaramente stabilito da una legge nazionale.

le regioni disciplinano con legge i casi di ineleggibilità nei limiti dei seguenti principi fondamentali: […]
f) previsione della non immediata rieleggibilità allo scadere del secondo mandato consecutivo del Presidente della Giunta regionale eletto a suffragio universale e diretto […].

Questa norma, attuativa dell’articolo 122 della costituzione, sembra in effetti piuttosto chiara, almeno a una prima lettura.

Il terzo mandato del Presidente di regione

Di diverso avviso però si sono mostrati diversi giudici di merito, quando la questione si è posta prima in Lombardia ed Emilia-Romagna, con gli ex presidenti Formigoni e Errani, e poi in Veneto, con l’attuale presidente Zaia.

Queste decisioni, pur riguardando casi parzialmente diversi, si sono basate sull’orientamento adottato fino a quel momento dalla corte costituzionale e dalla corte di cassazione. La questione centrale riguarda il fatto che una legge quadro non dovrebbe essere specifica. I principi fondamentali che esprime quindi non dovrebbero essere applicati direttamente.

Secondo questa interpretazione dunque, la legge 165/2004 non inserisce direttamente un limite di due mandati, ma piuttosto l’obbligo per le regioni di inserire tale limite nella legge elettorale.

In aggiunta l’articolo 5 della legge costituzionale 1/1999 prevede che nelle more dell’adozione di nuove leggi elettorali regionali si applicano le regole previste in precedenza. Regole che non includevano alcun limite di mandati.

Un po’ diverso invece è il caso del Veneto. Qui infatti nel 2012 la prima giunta guidata da Luca Zaia ha approvato una legge elettorale regionale inserendo il limite dei due mandati. Una norma transitoria della legge elettorale tuttavia ha previsto che tale limite si applicasse esclusivamente agli incarichi ricoperti dopo l’approvazione della legge stessa.

I presidenti in carica al secondo o terzo mandato

Con queste premesse si potrebbe dunque pensare che il limite dei due mandati sancito con legge nazionale non sia effettivamente applicabile, almeno per quelle regioni che non hanno disciplinato la materia. La questione però, come vedremo, risulta più complicata di così.

Attualmente sono 7 le regioni in cui il presidente è al secondo, se non al terzo, mandato consecutivo: Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Puglia e Veneto.

7 le regioni in cui il presidente è almeno al secondo mandato consecutivo.

Tra queste però 4 regioni hanno inserito nella propria legge elettorale il limite dei due mandati e quindi, a legislazione vigente, i presidenti in carica non dovrebbero avere appigli per ricandidarsi.

Per ciascuna regione in cui è in carica un presidente eletto a suffragio universale diretto che sta ricoprendo almeno il secondo mandato sono indicati: il partito di riferimento, il numero di mandati in carica, l’anno in cui è prevista la fine della legislatura e dunque le elezioni successive, la legge elettorale regionale vigente e l’eventuale previsione di un limite al numero di mandati che possono essere svolti dal presidente. Tale limite è in effetti imposto da una legge quadro nazionale (L. 165/2004). L’applicabilità di tale limite senza che questo sia recepito dalle norme regionali tuttavia è messa in discussione.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 6 Luglio 2023)

Le regioni che non prevedono un limite ai mandati

Per i presidenti di Puglia, Campania e Liguria invece la situazione è un po’ diversa. Le leggi elettorali di queste regioni infatti non prevedono alcun limite ai mandati dei presidenti, o almeno non esplicitamente. In ciascuna di queste leggi in effetti è incluso un passaggio in cui si afferma l’applicabilità di altre norme non incompatibili.

Questi tre casi comunque presentano una significativa differenza rispetto a quelli sin qui analizzati. Le leggi elettorali delle 3 regioni citate infatti sono tutte successive all’approvazione della legge quadro (2004).

Ricandidandosi quindi i presidenti si esporrebbero al rischio di ricorsi da parte dei propri avversari politici e a un possibile rinvio alla corte costituzionale. Per quanto complessa resti la materia, la consulta si troverebbe quindi a giudicare delle leggi elettorali regionali che hanno chiaramente ignorato i principi generali stabiliti con legge della repubblica. Lo stesso peraltro potrebbe accadere se una o più di queste regioni scegliesse di adottare la strategia usata in Veneto.

Certo resta aperta la questione dell’autoapplicazione di quella che dovrebbe essere una legge quadro. Tuttavia se è vero che i giudici di merito in passato hanno seguito l’orientamento espresso dalle due massime corti italiane è altrettanto vero che la corte costituzionale non si è mai occupata direttamente di questa specifica questione.

Inoltre nel corso degli anni l’orientamento del giudice delle leggi si è evoluto, interpretando in modo meno rigido il principio secondo cui una legge quadro non può mai essere autoapplicativa.

D’altronde se venisse confermata la prevalenza della legge regionale, il rischio sarebbe quello di permettere ai presidenti di eludere il divieto posto dalla legge nazionale evitando semplicemente di legiferare.

La posizione dei presidenti e una possibile riforma

Al di là di queste considerazioni però, come accennato, i presidenti di regione sembrano voler superare in un modo o nell’altro il limite imposto dalle norme statali in vigore.

Sia il governatore del Veneto Zaia che quello della Campania De Luca ad esempio, hanno esplicitamente contestato la ratio di questa norma. Pur esprimendosi in modo differente entrambe le loro argomentazioni contestano che tale limite sia imposto, a parer loro senza ragioni, solo ai sindaci e ai presidenti di regione. Mentre al contrario nessun limite si applica ai membri del governo, ai parlamentari (europei e nazionali) ai consiglieri regionali o comunali.

Tuttavia nell’ordinamento italiano questi sono gli unici 2 incarichi monocratici al vertice di un organo politico esecutivo cui si accede con elezione diretta sul modello del presidenzialismo americano. Incarichi che peraltro sono titolari di un potere notevole nell’ambito del proprio livello di governo. Non a caso anche il modello americano prevede questo limite per il ruolo di presidente, mentre lo stesso non vale per i suoi ministri o per i parlamentari.

D’altronde è la stessa legge quadro a esprimere esplicitamente questa distinzione. Il vincolo infatti è imposto solo nel caso in cui sia adottata una legge elettorale che prevede l’elezione diretta del presidente. Se una regione si dota invece di un modello istituzionale di tipo parlamentare, come ad esempio la Valle d’Aosta, tale limite non si applica.

La posizione ufficiale della conferenza delle regioni risulta più moderata rimanendo nondimeno piuttosto decisa. Recentemente interpellata rispetto alle proposte di legge di riforma delle province la conferenza ha infatti sostenuto la necessità di portare a 3 il limite di mandati. Anche in questo caso però il limite è inteso dal momento dell’approvazione delle nuove leggi regionali. In questo modo dunque si annullerebbero i mandati passati o in corso. Un previsione che consentirebbe (se eletti) ai presidenti al secondo incarico di arrivare fino a un quinto mandato.

Certo non è affatto scontato che il governo decida di spendersi su questa questione. Bisogna tenere presente comunque che i presidenti di regione sono figure importanti, tanto nel panorama politico generale quanto nei rispettivi partiti. Non si può quindi escludere che la maggioranza, a maggior ragione nell’ambito di una riforma degli enti locali, decida di avallare la loro posizione.

In ogni caso se questo non dovesse accadere almeno i presidenti di Campania, Puglia e Liguria potrebbero comunque decidere di candidarsi. Un eventuale sentenza che dichiari illegittimo il terzo mandato arriverebbe infatti, con tutta probabilità, dopo le elezioni.

Foto: Vincenzo De Luca (Facebook)

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Come interverrà il Pnrr sulla sanità territoriale in Friuli-Venezia Giulia https://www.openpolis.it/come-interverra-il-pnrr-sulla-sanita-territoriale-in-friuli-venezia-giulia/ Thu, 11 May 2023 07:07:44 +0000 https://www.openpolis.it/?p=243183 In ambito sanitario, il Pnrr ha l'obiettivo di ridurre i divari tra i territori. Approfondiamo la situazione in Friuli-Venezia Giulia per quanto riguarda case della comunità e ospedali di comunità, i due principali presidi della sanità territoriale.

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Anche in Friuli-Venezia Giulia si assisterà nei prossimi anni al progressivo invecchiamento della popolazione, con il conseguente aumento dell’incidenza delle malattie croniche.

Si prevede che nel 2050 gli abitanti della regione con almeno 65 anni saranno il 35,8% della popolazione, a fronte del 26,6% attuale.

Per questo motivo, la sanità territoriale nella regione, così come quella del paese, è destinata ad attraversare una profonda ristrutturazione, mediante i fondi del Pnrr.

Dall’istituzione di case della comunità – luoghi di prossimità a cui i cittadini possono accedere per l’assistenza primaria – a quella di ospedali di comunità – piccole strutture (20 posti letto) per consentire un’accoglienza intermedia tra il ricovero a casa e quello in ospedale.

Per questi due investimenti al Friuli-Venezia Giulia sono destinati quasi 53 milioni di euro, su 3 miliardi complessivi. Nello specifico, circa 34,3 milioni andranno alla creazione di 23 case della comunità, di cui 19 hub – quelle principali che erogano servizi di assistenza primaria, attività specialistiche e di diagnostica di base – e 4 spoke (17% del totale), che offrono unicamente servizi di assistenza primaria.

FONTE: elaborazione openpolis – Cittadinanzattiva su dati Cis regionali
(pubblicati: venerdì 24 Giugno 2022)

Per quanto riguarda gli ospedali di comunità sono 7 quelli previsti in Friuli-Venezia Giulia, per un importo complessivo dal Pnrr di 18,7 milioni di euro. In 2 casi si tratterà di interventi di ristrutturazione, in un altro si procederà con l’abbattimento e la successiva ricostruzione, mentre per 4 progetti è prevista una nuova costruzione o l’ampliamento di strutture esistenti.

FONTE: elaborazione openpolis – Cittadinanzattiva su dati Cis regionali
(pubblicati: venerdì 24 Giugno 2022)

A seguito di questi interventi nella regione è prevista la realizzazione di 1,91 case della comunità e 0,58 ospedali di comunità ogni 100.000 abitanti. Nelle aree interne il rapporto salirà rispettivamente a 4,85 e 1,38.

FONTE: elaborazione openpolis – Cittadinanzattiva su dati Cis regionali
(pubblicati: venerdì 24 Giugno 2022)

Nei territori più periferici della regione tutte le case della comunità previste saranno hub, a fronte di una media nazionale del 52% di case spoke nelle aree interne.

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L’importanza di catalogare e tutelare i geositi https://www.openpolis.it/limportanza-di-catalogare-e-tutelare-i-geositi/ Fri, 03 Feb 2023 06:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=229167 I geositi sono "monumenti geologici", aree importanti anche per la biodiversità e che pertanto vanno protette. In Italia sono registrati in un apposito inventario, ma è importante garantire una maggiore armonizzazione dei criteri da regione e regione.

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I geositi sono beni geologici che costituiscono una testimonianza della storia e dell’evoluzione del territorio. Ambienti che vanno preservati, valorizzati e tutelati, perché possono essere fragili e perché hanno un immenso valore sia storico che naturalistico. Dal 2002 esiste un inventario nazionale di tali luoghi, che oggi in Italia sono più di 2mila. Tuttavia non esiste ancora una normativa a livello nazionale e le varie regioni usano criteri differenti per l’inventariazione.

Cosa e quanti sono i geositi in Italia

Sono un elemento fondamentale del patrimonio geologico del nostro paese. Possono essere luoghi di notevole valore paesaggistico, o in cui ci sono ritrovamenti fossili o ancora dove si presentano associazioni rare di minerali. Hanno un’importanza testimoniale, a livello geomorfologico, paesistico, sedimentologico, paleontologico o stratigrafico. Possono essere luoghi dove sono stati ritrovati fossili, minerali particolari o elementi morfologici notevoli. O comunque elementi di valore scientifico e paesaggistico, o una fruibilità che li rende dei veri e propri monumenti.

Si tratta dunque di siti di interesse geologico che rivestono particolare importanza nella storia dell’area in cui si trovano, tale da determinare un interesse nella loro conservazione.

Si tratta di “singolarità geologiche” […] che per rarità, valore scientifico, bellezza paesaggistica, fruibilità culturale e didattica possono essere considerate dei veri e propri “monumenti” geologici da tutelare, salvaguardare e valorizzare.

Dal 2002 è stato introdotto in Italia un inventario nazionale di questi monumenti geologici, pensato sia per la conoscenza del territorio che per la pianificazione del territorio e la tutela ambientale. L’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ne conta più di 2mila sul territorio italiano.

2.160 i geositi presenti in Italia a fine giugno 2021.

Ancora non esiste una normativa a livello nazionale e pertanto c’è una certa disomogeneità da regione a regione rispetto a come vengono inventariati. Ispra cerca di promuovere una armonizzazione dei criteri in questo senso. Al momento infatti solo 5 regioni sono dotate di normative apposite, e soltanto in Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia possono dirsi realmente efficaci.

I dati si riferiscono al numero di geositi presenti in Italia al 30 giugno 2021. Quelli che ricadono su più regioni non vengono conteggiati, per cui il totale non coincide con il totale nazionale.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ispra
(consultati: giovedì 26 Gennaio 2023)

Il Friuli-Venezia Giulia è la prima regione italiana per numero di siti di interesse geologico: ne registra in totale 286. Seguono la Sardegna con 236 e l’Emilia-Romagna con 215. Tutte le altre regioni sono al di sotto della soglia dei 200. Ultime Umbria e Puglia, con meno di 40 siti l’una. Il totale dei geositi registrati nelle regioni non corrisponde al totale di 2.160 perché alcuni si trovano sul territorio di più regioni.

Questa notevole disomogeneità non è dovuta, secondo Ispra, a una maggiore o minore ricchezza del patrimonio geologico nelle diverse aree del nostro paese. Quanto più al diverso stato di avanzamento dei progetti di inventariazione dei geositi da parte delle regioni. Una pratica che, come accennato, necessita di una maggiore armonizzazione.

La tutela del patrimonio geologico

La geodiversità è, come evidenzia Ispra, strettamente legata alla biodiversità. Questa è una delle ragioni per cui il patrimonio geologico deve essere tutelato e protetto. Inoltre i siti geologici sono anche più fragili di quello che può sembrare, oltre a essere la sede in cui si conserva la memoria della terra.

È giunto il momento di proteggere il patrimonio naturale e l’ambiente fisico, perché il passato della terra non è meno importante di quello dell’uomo.

Anche per quanto riguarda l’effettiva tutela dei geositi esistenti si può notare una marcata disomogeneità a livello regionale.

I dati si riferiscono alla quota di geositi localizzati in aree protette, sul totale dei siti registrati in Italia al 30 giugno 2021. Quelli che ricadono su più regioni non vengono conteggiati, per cui il totale non coincide con il totale nazionale.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ispra
(consultati: giovedì 26 Gennaio 2023)

In Puglia e Campania oltre l’80% dei siti di interesse geologico registrati si trovava, nel 2021, in aree protette. Seguono da questo punto di vista Veneto, Abruzzo e Marche con quote superiori al 70%. Sotto il 50% si trovano invece Sardegna, Piemonte, Basilicata e Valle d’Aosta.

Foto: Michal Kmet’licenza

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Le regioni al voto nel 2023 https://www.openpolis.it/le-regioni-al-voto-nel-2023/ Tue, 24 Jan 2023 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=228468 Nel 2023 si voterà in 4 regioni per eleggere il presidente e rinnovare il consiglio. Lazio e Lombardia andranno alle urne già il prossimo mese, mentre in Friuli-Venezia Giulia e Molise in primavera.

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Nel corso del 2023 sono 4 le regioni in cui i cittadini si recheranno alle urne per il rinnovo della giunta e del consiglio regionale. In 3 di queste la data è già stata fissata. Il 12 e 13 febbraio infatti si voterà in Lombardia e Lazio, mentre il 2 e 3 aprile in Friuli-Venezia Giulia. Il giorno delle elezioni in Molise invece deve ancora essere stabilito ma sarà comunque entro metà giugno.

La disciplina nazionale per le elezioni regionali

Fino all’approvazione della legge costituzionale numero 1 del 1999 era il parlamento a stabilire il sistema elettorale da adottare nelle regioni. A partire da quella data invece la materia è stata delegata a specifiche leggi regionali.

Il sistema d’elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi.

La normativa regionale tuttavia deve muoversi nel solco di una serie di principi stabiliti con legge della repubblica. Questi principi sono ricavabili in primo luogo dall’articolo 4 della legge 165/2004 che, tra le altre cose, prevede:

  • la definizione di un sistema elettorale che incentivi maggioranze stabili;
  • il divieto di mandato imperativo;
  • la promozione delle pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive.

Diverso invece è il caso delle regioni a statuto speciale, tra cui il Friuli-Venezia Giulia. Qui infatti le leggi elettorali devono rispondere, oltre che dei principi costituzionali, della disciplina prevista nei rispettivi statuti regionali.

Altre norme concorrono poi a definire un quadro nazionale di riferimento. Tra queste da ultimo si è inserito il decreto legge 190/2022 con il quale è stato stabilito che, per il solo 2023, le elezioni dovranno tenersi anche di lunedì mattina oltre che di domenica. Una norma che deroga, per un tempo limitato, quanto previsto dalla legge di stabilità 2014 (l. 147/2013, articolo 1 comma 399) che, per ragioni di spesa, aveva previsto di limitare il turno elettorale alla sola giornata di domenica.

Il sistema istituzionale e i seggi in consiglio

In ciascuna delle 4 regioni che andranno al voto il sistema istituzionale prevede l’elezione diretta del presidente, cui è riservato un posto anche in consiglio. Non è invece previsto un eventuale turno di ballottaggio, come avviene ad esempio in Toscana. Per l’elezione dei consiglieri invece, pur presentando alcune importanti differenze, questi sistemi elettorali hanno tutti una struttura simile. Si tratta in sostanza di un sistema proporzionale su base circoscrizionale che include, in forme diverse, metodi per garantire la stabilità della maggioranza ma anche un’adeguata rappresentanza delle opposizioni.

D’altronde pur trattandosi dello stesso tipo di organo, i consigli di queste regioni hanno dimensioni molto diverse e sono eletti in un diverso numero di circoscrizioni. Un aspetto che incide su elementi quali le soglie di sbarramento o l’attribuzione di premi di maggioranza.

FONTE: elaborazione openpolis sulla base delle rispettive leggi regionali.
(ultimo aggiornamento: giovedì 19 Gennaio 2023)

Premi di maggioranza e tutela delle minoranze

L’attribuzione del premio di maggioranza avviene in modo diverso in queste 4 regioni.

Note del senato. Le leggi elettorali in

In Lazio ad esempio 40 seggi sono attribuiti proporzionalmente, mentre i rimanenti 10 servono ad assicurare stabilità alla maggioranza. Infatti se il gruppo di liste collegate al presidente eletto non ha raggiunto il 60% gli vengono attribuiti i seggi necessari a raggiungere tale soglia, ovviamente per un massimo di 10 consiglieri. Nel caso venga raggiunta questa quota i seggi rimanenti sono attribuiti all’opposizione. Da questi calcoli inoltre è escluso il seggio attribuito per legge al candidato eletto presidente.

La conseguenza dunque è che per essere sicuri di ottenere una maggioranza assoluta, le liste collegate al presidente eletto dovrebbero almeno avvicinarsi al 40% dei voti validi.

Il sistema previsto in Lombardia invece attribuisce in maniera più certa una maggioranza alle liste vincitrici. Qui 2 seggi sono attribuiti al presidente eletto e a quello non eletto che ha ottenuto più voti. I rimanenti 78 invece sono ripartiti in questo modo:

  • almeno 44 seggi (55%) se il presidente ha ottenuto meno del 40% dei voti validi;
  • almeno 48 seggi (60%) se il presidente ha ottenuto il il 40% o più dei voti validi.

In ogni caso alle liste vincitrici non può essere attribuito un numero di seggi che superi il 70%.

Simile è poi il sistema adottato in Friuli- Venezia Giulia. Qui infatti le liste collegate al presidente eletto ricevono:

  • almeno il 60% dei seggi se il presidente è eletto con più del 45% dei voti;
  • almeno il 55% dei seggi se il presidente è eletto con il 45% dei voti o meno.

I calcoli in questo caso includono il seggio attribuito al presidente. In aggiunta sono previsti dei sistemi a tutela dell’opposizione e delle liste espressione della minoranza slovena.

Infatti le liste non collegate al presidente eletto devono ottenere almeno il 40% dei seggi, incluso il seggio riservato al candidato presidente non eletto che ha ottenuto più voti. Inoltre, nel caso in cui le liste espressione della minoranza slovena non abbiano attenuto neanche un seggio, è previsto uno specifico meccanismo volto ad attribuirgliene almeno uno. A patto che siano raggiunte determinate condizioni.

Infine in Molise la legge elettorale stabilisce che alle liste collegate al presidente eletto siano assegnati tra 12 e 14 seggi. I rimanenti (tra 8 e 6) spettano all’opposizione.

È da notare tuttavia che, stando a quanto affermato da un dossier del senato, non avendo previsto una soglia minima affinché le liste vincitrici ottengano il premio di maggioranza questa legge elettorale è esposta al rischio di essere dichiarata incostituzionale. Su questo stesso punto infatti si è concentrata la sentenza (1/2014) con cui la corte costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità della legge Calderoli (il cosiddetto porcellum).

le norme impugnate […] prevedono un meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza che, in quanto combinato con l’assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio, è tale da determinare un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto.

L’equilibrio di genere nelle leggi regionali

Come anticipato la legge 165/2004 stabilisce alcuni principi a cui le leggi elettorali delle regioni a statuto ordinario devono conformarsi. Tra questi la promozione delle pari opportunità tra generi. Oltre a stabilire il principio però la disposizione elenca anche alcuni criteri cui le regioni devono attenersi a seconda del sistema elettorale scelto: proporzionale con espressione di preferenze, proporzionale senza espressione di preferenze o uninominale.

Le 3 regioni a statuto ordinario che andranno al voto nel 2023 prevedono tutte un sistema proporzionale con preferenza ed è dunque al primo criterio che devono attenersi.

qualora la legge elettorale preveda l’espressione di preferenze, in ciascuna lista i candidati siano presenti in modo tale che quelli dello stesso sesso non eccedano il 60 per cento del totale e sia consentita l’espressione di almeno due preferenze, di cui una riservata a un candidato di sesso diverso, pena l’annullamento delle preferenze successive alla prima;

Come è ovvio dunque le leggi regionali del Lazio, della Lombardia e del Molise si sono conformate a questo principio, con una differenza. La regione Lazio infatti ha previsto che le liste debbano necessariamente essere composte in modo che ciascun genere sia espresso per il 50%. In caso di numero dispari è ammessa una sola unità di scarto.

Per il Friuli-Venezia Giulia invece il discorso è differente. La regione infatti non deve conformarsi a una norma nazionale, ma solo al suo statuto, le cui modifiche sono state approvate con legge costituzionale (2/2001). Proprio questa modifica ha introdotto nello statuto il principio di “equilibrio della rappresentanza dei sessi”, ma in modo del tutto generico.

La legge regionale invece ricalca in buona parte la disciplina prevista per le regioni a statuto ordinario, ma non completamente. Anche qui infatti le liste devono essere composte in modo che il genere più rappresentato non superi il 60% delle candidature. In questo caso però non è richiesta la doppia preferenza di genere (legge regionale 17/2007). E in effetti in questa regione la legge elettorale prevede un’unica preferenza che l’elettore può attribuire indifferentemente a una candidata o a un candidato (l.r. 28/2007).

Foto: ministero dell’interno

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L’impatto del Pnrr sulla povertà educativa in Friuli-Venezia Giulia https://www.openpolis.it/limpatto-del-pnrr-sulla-poverta-educativa-in-friuli-venezia-giulia/ Tue, 13 Dec 2022 05:54:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=214817 La vera sfida del Pnrr è ridurre i divari tra i territori, anche nel contrasto della povertà educativa. Approfondiamo la situazione attuale in Friuli-Venezia Giulia e cosa prevede il piano per la regione su 3 temi: asili nido, nuove scuole e dispersione scolastica.

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Il Pnrr interviene su numerosi fronti relativi alla povertà educativa, dagli asili nido all’edilizia scolastica, dal contrasto all’abbandono precoce alla riduzione dei divari territoriali nell’istruzione.

Interventi che riguarderanno anche il Friuli-Venezia Giulia, dai primi livelli d’istruzione a quelli più elevati.

L’offerta di asili nido e l’investimento del Pnrr

Partendo dagli asili nido, in Friuli-Venezia Giulia nel 2020 sono 8.082 i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 23mila residenti con meno di 3 anni nella regione. Ovvero una copertura del 34,8%, superiore sia alla soglia del 33% fissata in sede Ue che alla media nazionale (27,2%).

Tra le province, quella con la maggiore copertura potenziale è Trieste con 44,1 posti ogni 100 bambini. Seguono i territori di Gorizia (34,6), Pordenone (32,5) e Udine (32,4) che riportano tutti valori maggiori di quello medio italiano.

Tra i capoluoghi, invece, tutti registrano delle coperture potenziali superiori all’obiettivo europeo. Quello che riporta la percentuale maggiore è Udine (45,5%) seguito da Trieste (43,3%), Gorizia (42%) e Pordenone (37,8%). Al netto dei capoluoghi, tra i comuni con più residenti tra 0 e 2 anni, spicca Codroipo (33,7%), mentre un valore particolarmente basso si registra a Monfalcone (10,4%).

I dati qui presentati fanno riferimento agli esiti delle graduatorie pubblicate ad agosto dal ministero dell’istruzione. Comprendono le informazioni presenti negli allegati relativi agli interventi per asili nido e poli dell’infanzia (all. 1, 2 e 4). L’efficacia di tali graduatorie è subordinata alla registrazione degli organi di controllo e non si possono considerare ancora definitive. Va infatti tenuto presente che prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità dei progetti. Per alcuni importi è prevista una successiva rimodulazione; altri presentano l’indicazione “riserva” sulla graduatoria. Il dato sull’offerta attuale misura, in relazione alla popolazione residente tra 0 e 2 anni, quella prevista nel 2020 da asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia, nel settore pubblico e in quello privato.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: giovedì 18 Agosto 2022)

In questo contesto il Pnrr stanzia 4,6 miliardi sull’investimento per gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Di questi, accanto alle risorse che finanzieranno progetti già in essere, è stato varato un bando da 3 miliardi di euro, di cui 2,4 per i soli nidi.

Di tali risorse, stando alle graduatorie pubblicate in agosto, in Friuli-Venezia Giulia dovrebbero arrivare con il nuovo bando 40,7 milioni di euro per gli asili nido e poli d’infanzia, pari all’1,7% dei 2,4 miliardi di euro stanziati. In termini assoluti, il territorio con i progetti ammessi in graduatoria che cubano più risorse è la provincia di Udine (20,7 milioni) seguita da Pordenone (10), Trieste (9,3) e Gorizia (639mila).

Complessivamente nella regione è previsto il finanziamento di 38 progetti. Di questi, 13 sono entrati nelle graduatorie pubblicate lo scorso agosto come ammessi, 25 come riserva. Per 4 dei progetti entrati in graduatoria è comunque già prevista una successiva rimodulazione degli importi.

Va infatti tenuto presente che quelli pubblicati nelle graduatorie di agosto non necessariamente corrispondono agli importi definitivi: prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità e per alcuni importi è già prevista una successiva rimodulazione. Altro elemento cruciale è dato dal fatto che, come detto, molti interventi presentano l’indicazione “riserva” nella graduatoria.

Con questi caveat, sulla base delle graduatorie pubblicate in agosto, il progetto con l’importo maggiore è una demolizione con ricostruzione per il comune di Trieste. Un intervento di demolizione e ricostruzione con un importo inizialmente previsto di 4,9 milioni di euro nelle graduatorie di agosto.

In queste prime graduatorie, il comune di Trieste figurava anche come l’ente con più risorse previste con 9,3 milioni di euro per 3 progetti, seguito da Palmanova (3 milioni di euro circa) per 1 intervento.

La costruzione di nuove scuole

Un altro aspetto di cui si occupa il Pnrr è la costruzione di nuove scuole sostenibili. Un investimento da 1,19 miliardi per la realizzazione di oltre 200 nuove scuole, di cui 8 previste in Friuli-Venezia Giulia.

Nella regione, in base ai dati relativi all’a.s. 2020/21, sono presenti 1.010 edifici scolastici. Dal punto di vista della sostenibilità, per 659 in quell’anno era stata dichiarata la dotazione di accorgimenti per ridurre i consumi energetici, come la presenza di vetri o serramenti doppi, l’isolamento di coperture e pareti esterne, oppure ancora la zonizzazione dell’impianto termico, che consente un dispendio più accurato per la climatizzazione degli ambienti.

Il 65,25% degli edifici scolastici in Friuli-Venezia Giulia presenta quindi questo tipo di accorgimenti, più della media nazionale (57,5%). Una quota che varia tra i diversi territori: mentre a Pordenone la percentuale di edifici con accorgimenti raggiunge il 68,38%, a Udine si attesta al 63,26%.

Scendendo a livello comunale, tra i comuni della regione con più residenti tra 6 e 18 anni spicca il comune di Trieste, dove il 79,76% delle scuole è dotato di accorgimenti per il risparmio energetico, mentre a Udine sono il 58,02%.

I punti sulla mappa localizzano gli interventi finanziati nell’ambito del bando nuove scuole del Pnrr. La dimensione cresce in funzione dell’importo previsto. Il colore dei comuni varia in base alla quota di edifici scolastici che in quel territorio dispongono di accorgimenti per la riduzione dei consumi energetici (più intenso il colore, maggiore la quota di edifici per cui è dichiarata la presenza di accorgimenti).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione
(pubblicati: domenica 17 Luglio 2022)

Su questa situazione si innestano gli interventi del Pnrr, con una serie di investimenti per l’edilizia scolastica tra cui quelli per la costruzione di nuove scuole. Sono 8 le aree individuate per il Friuli-Venezia Giulia, per un totale di 13.413,24 mq, e un importo complessivo richiesto di circa 30 milioni di euro, in base alle graduatorie pubblicate nel maggio scorso. Il 75% degli interventi per le nuove scuole della regione riguarderà edifici nelle classi energetiche F e G, quelle meno efficienti.

I maggiori interventi riguardano la scuola primaria Amelio Cuzzi (Monfalcone, provincia di Gorizia) con un importo richiesto di 5,4 milioni di euro. Si tratta di un intervento su edifici di 2.270 mq, attualmente in classe energetica F, per cui è prevista la demolizione con ricostruzione sul posto. Tra gli altri interventi di rilievo si può citare quello relativo alla scuola primaria Edmondo de Amicis nel comune di Staranzano (Gorizia). Si tratta anche questo di un progetto di demolizione con ricostruzione in situ per cui sono stati richiesti 4,7 milioni di euro per interventi su 2.774,6 mq di superficie.

Il contrasto ai divari educativi esistenti

In Friuli-Venezia Giulia il tasso di abbandono scolastico nel 2021 si è attestato all’8,6%. Un dato inferiore alla media nazionale e già in linea con l’obiettivo europeo di scendere sotto il 9% a livello continentale entro il 2030.

Nella regione restano comunque ampi divari educativi sugli apprendimenti in classe. Nei test Invalsi 2020/21, il 28,5% degli studenti del Friuli-Venezia Giulia in III media si è attestato sui livelli di competenza 1 e 2 in italiano, considerati non adeguati, a fronte di una media nazionale del 39% circa.

I valori più elevati si registrano in provincia di Gorizia, dove sono stati il 39,24%. Mentre le altre 3 province si attestano su un terzo del totale (Trieste, 33,7%), oppure con quote inferiori a questa quota.

Si tratta di dati cui dedicare comunque un’attenzione prioritaria: i bassi livelli di competenza sono uno dei segnali più rilevanti della dispersione scolastica. Il Pnrr interviene con un investimento apposito, che ha tra gli obiettivi quello di scendere nel 2026 al 10,2% di abbandoni precoci nel nostro paese. Tale intervento vale 1,5 miliardi, di cui 500 milioni assegnati con una prima tranche attraverso un decreto del ministero dell’istruzione nel giugno di quest’anno.

I dati sono stati elaborati a partire dalla tabella di ripartizione per istituzione scolastica pubblicati dal ministero dell’istruzione il 28 giugno 2022. Il colore dei comuni varia in base all’incidenza dell’abbandono scolastico nel comune, come rilevata nell’ambito del censimento 2011. Più intenso il colore, maggiore la quota di giovani tra 15 e 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: martedì 28 Giugno 2022)

Risorse che, in Friuli-Venezia Giulia, sono destinate a 41 istituti, per un totale di circa 5,9 milioni di euro. Si tratta dell’1,18% delle risorse stanziate con questo decreto. Il finanziamento maggiore nella regione arriverà agli istituti con sede nel comune di Trieste, con 8 istituti finanziati.

L’istituto più finanziato è l’istituto superiore Pertini di Monfalcone, nel territorio di Gorizia, cui sono destinati 266.937,5 euro. Seguono l’istituto Da Vinci – Carli -De Sandrinelli di Trieste con 247.895,48 euro e l’istituto Zanussi di Pordenone con 220.351,39 euro.

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Nidi e poli per l’infanzia Friuli-Venezia Giulia

Nuove scuole Friuli-Venezia Giulia

Piano dispersione (I tranche) Friuli-Venezia Giulia

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al Pnrr sono stati elaborati a partire dalle graduatorie e dalle informazioni pubblicate dal ministero dell’istruzione.

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A chi sono andati i fondi del Pnrr per la cultura https://www.openpolis.it/a-chi-sono-andati-i-fondi-del-pnrr-per-la-cultura/ Mon, 21 Nov 2022 06:20:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=207965 A giugno il ministero della cultura ha diffuso le graduatorie relative a diversi bandi dedicati alla tutela e valorizzazione del nostro patrimonio artistico e architettonico. Vediamo come sono stati distribuiti i fondi.

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Il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dedica diversi investimenti per la tutela e la valorizzazione dell’immenso patrimonio artistico, architettonico e culturale del nostro paese. Una risorsa che, oltre a rappresentare un’importante fonte di arricchimento umano, contribuisce in maniera significativa alla crescita economica italiana. Per questo motivo, il rilancio del settore, uno dei più colpiti dalla pandemia, è strategico.

Gli investimenti del Pnrr per questi aspetti si possono suddividere in due filoni: da un lato i sostegni alle imprese che operano nel settore turistico, dall’altro quelli dedicati specificamente a interventi di manutenzione, restauro e valorizzazione dei beni culturali. Questo secondo filone di investimenti è affidato alla titolarità del ministero della cultura, chiamato a gestire complessivamente 5,74 miliardi di euro circa. Di una parte consistente di questi fondi è già possibile conoscere la destinazione finale.

I bandi Pnrr promossi dal ministero della cultura

A fine giugno era attesa la pubblicazione, da parte del Mic, delle graduatorie di una serie di bandi che facevano riferimento a 5 diverse misure del Pnrr. Nello specifico:

L’ultima misura in particolare comporta alcune criticità. Infatti in molte regioni i termini dei bandi sono stati riaperti poiché non era stato presentato un numero di domande sufficienti a esaurire i fondi disponibili. Di conseguenza, per molti territori la graduatoria con i progetti ammessi a finanziamento non è ancora stata pubblicata. Questo peraltro incide sul raggiungimento della scadenza M1C3-13 che il governo invece ha dichiarato come completata.

Anche nel caso del Mic, ci sono scadenze il cui effettivo completamento è poco chiaro.

Non si tratta dell’unico caso di questo tipo che abbiamo riscontrato in questi mesi attraverso la nostra attività di monitoraggio sullo stato di avanzamento del Pnrr. Ciononostante, la commissione europea ha valutato che queste mancanze non siano così significative da inficiare il via libera all’erogazione della seconda tranche di fondi al nostro paese. Quella prevista per il raggiungimento dei traguardi e degli obiettivi fissati per giugno 2022.

La valutazione sul rispetto degli impegni presi è più politica che tecnica
Vai a “Come l’Ue verifica l’attuazione dei Pnrr negli stati membri”

Al di là di queste osservazioni però il dato di fatto è che, a oggi, le informazioni su questa misura sono incomplete. Motivo per cui nei prossimi paragrafi ci concentreremo sugli esiti dei bandi legati ai primi quattro investimenti che abbiamo elencato.

I fondi assegnati a ogni regione

Le risorse assegnate dal ministero della cultura con le graduatorie pubblicate a giugno ammontano a oltre un miliardo e mezzo. Gli investimenti più consistenti (circa 762 milioni di euro) riguardano l’attrattività dei borghi.

Tale misura può essere ulteriormente suddivisa in due distinte linee di investimento. La “linea A” prevede il finanziamento di progetti pilota per la rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi a rischio abbandono o abbandonati. I progetti ammissibili al finanziamento erano al massimo uno per ogni regione e provincia autonoma. Per ciascuna proposta sono stati assegnati circa 20 milioni di euro. La “linea B” mira invece alla realizzazione di progetti di rigenerazione urbana e sociale per almeno 229 borghi storici. In questo secondo caso le risorse potevano essere assegnate sia ai comuni che a operatori del settore che intendono svolgere la loro attività nel borgo oggetto dell’intervento.

1,54 miliardi €  le risorse del Pnrr assegnate dal ministero della cultura di cui già si conosce la ripartizione territoriale. 

Anche gli investimenti sui luoghi di culto possono essere suddivisi in due distinti filoni. Alla messa in sicurezza e adeguamento sismico di chiese, torri e campanili sono stati assegnati in totale 240 milioni. Mentre al restauro del patrimonio culturale gestito dal fondo edifici di culto spettano altri 250 milioni circa. Quasi 289 milioni complessivi infine sono stati assegnati per l’efficientamento energetico di musei, cinema e teatri.

Purtroppo le graduatorie di questi bandi non hanno tutte lo stesso formato. In alcuni casi manca, ad esempio, l’indicazione del comune in cui è ubicato il bene oggetto dell’intervento. Per questo motivo, al fine di consentire un confronto omogeneo sulla ripartizione delle risorse nei vari territori, dobbiamo fermarci al livello regionale.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero della cultura
(consultati: giovedì 20 Ottobre 2022)

In base ai dati disponibili possiamo osservare che la regione che riceverà la maggior quota di risorse è la Sicilia (175 milioni circa). Seguono la Campania (poco meno di 167 milioni) e il Lazio (quasi 134 milioni). Agli ultimi posti invece Molise (11,8 milioni), Valle d’Aosta (21,8 milioni) e Friuli Venezia Giulia (35,7 milioni).

È interessante notare che in questo caso la “quota sud” prevista dal Pnrr è stata rispettata. Alle regioni del meridione infatti andrà all’incirca il 45,7% delle risorse messe a bando tra quelli presi in esame.

Quanti e quali progetti finanziati

Finora ci siamo soffermati sulla ripartizione territoriale delle risorse assegnate dal Mic. Ma quanti e quali sono i progetti che saranno finanziati? Da questo punto di vista possiamo osservare che le proposte che beneficeranno delle risorse del Pnrr sono 1.512. La maggior parte riguarda l’efficientamento energetico di cinema, teatri e musei (742 progetti finanziati). Sono invece 543 gli interventi previsti per i luoghi di culto e 227 quelli per i borghi.

Campania e Sicilia si confermano al primo posto anche per numero di progetti finanziati (rispettivamente 186 e 160) mentre al terzo posto in questo caso l’Emilia Romagna (149) precede il Lazio (125).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero della cultura
(consultati: giovedì 20 Ottobre 2022)

Passare in rassegna tutti i progetti ammessi a finanziamento sarebbe impossibile. Ci limitiamo quindi a segnalare qualche caso particolarmente interessante, rimandando all’elenco completo nella tabella qui sotto.

Tra i 348 teatri che beneficeranno dei fondi del Pnrr per l’efficientamento energetico ne troviamo alcuni tra i più rinomati del nostro paese. Tra cui il teatro alla Scala e il teatro degli Arcimboldi di Milano; il Sistina e il Globe theatre di Roma; il teatro Regio di Parma, La Fenice di Venezia, il teatro de Maggio musicale fiorentino, il gran teatro Giacomo Puccini di Viareggio, il San Carlo di Napoli e il Teatro massimo di Palermo.

Cerca i progetti finanziati nella tua regione.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero della cultura
(consultati: giovedì 20 Ottobre 2022)

Tra i musei oggetto di intervento troviamo invece il Museo archeologico nazionale di Matera; la Galleria Borghese e il parco archeologico del Colosseo a Roma; i parchi archeologici di Ercolano e dei Campi Flegrei a Napoli; il Castello Svevo di Trani; il parco archeologico di Ostia antica e il Cenacolo vinciano a Milano.

Per quanto riguarda invece gli interventi finanziati nell’ambito della valorizzazione di parchi e giardini storici possiamo osservare che riceveranno fondi del Pnrr la Reggia di Caserta; il Real bosco di Capodimonte (Vt); il parco di Pinocchio a Collodi (Pt); il parco del Castello reale di Moncalieri (To) e il parco e giardino storico nel contesto del Parco reale di Monza.

Citiamo infine alcuni tra gli interventi legati ai luoghi di culto. Tra questi la messa in sicurezza del campanile della chiesa di santo Stefano a Venezia; della chiesa di san Domenico a Matera; del duomo di Gerace (Rc); della basilica di san Domenico e della chiesa di san Giacomo maggiore a Bologna; della chiesa dello spirito santo e del convento dei cappuccini di Galatina (Le).

Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

Foto: Facebook – Teatro alla Scala

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La partecipazione al sistema educativo dei bambini tra 4 e 5 anni https://www.openpolis.it/la-partecipazione-al-sistema-educativo-dei-bambini-tra-4-e-5-anni/ Tue, 28 Jun 2022 05:14:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=175834 Rendere universale l'accesso all'istruzione pre-primaria è uno degli obiettivi europei fin dall'inizio del secolo. La pandemia ha rafforzato questa esigenza e i target in sede Ue sono stati innalzati. Un quadro sull'attuale situazione italiana e sulle differenze esistenti tra i territori.

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L’adozione degli obiettivi di Barcellona nel 2002, ormai venti anni fa, ha segnato uno spartiacque nella promozione dell’educazione rivolta ai bambini in età prescolare. Come noto, è a partire da quel documento – condiviso in sede di consiglio europeo – che i paesi Ue si sono impegnati a raggiungere due obiettivi per estendere i servizi educativi rivolti ai più piccoli. Differenziando i target rispetto alla fascia d’età.

Gli obiettivi europei di Barcellona riguardano la diffusione di asili nido, servizi e scuole per l’infanzia. Questi devono essere offerti almeno al 33% dei bimbi sotto i 3 anni e al 90% dei bambini tra 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico.
Vai a "Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido"

Obiettivi finalizzati sia ad agevolare le famiglie nella conciliazione dei tempi (incrementando l’occupazione, soprattutto quella femminile), sia a potenziare l’offerta educativa rivolta ai minori.

L’attenzione rivolta ai 3-6 anni è cruciale nel favorire l’ingresso nella scuola dell’obbligo.

Sulla scorta di quanto concordato in sede europea, il nostro paese ha progressivamente integrato tali obiettivi nel suo ordinamento. In particolare, con il decreto legislativo 65/2017, è stata riorganizzata la strutturazione dei servizi tra i 3 mesi e i 6 anni. Ad esempio prevedendo la costituzione di poli per l’infanzia, per coordinare in un sistema integrato i servizi rivolti ai bambini con meno di 3 anni (i nidi e i servizi socio-educativi) e a quelli tra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico (le scuole dell’infanzia).

Queste ultime assumono nell’ordinamento la funzione strategica di raccordo tra prima infanzia e scuola primaria. Una fase molto importante nella crescita del bambino, per cui una maggiore partecipazione fin da piccoli al sistema di istruzione ha un impatto anche sugli apprendimenti successivi (Campodifiori, Falzetti, Papini 2016). Ed è proprio in quest’ottica che – nel febbraio 2021 – il traguardo relativo alla fascia tra 3 e 5 anni è stato ulteriormente innalzato.

96% i bambini tra i 3 anni e l’età di inizio dell’istruzione primaria obbligatoria che dovrebbero partecipare all’educazione e cura della prima infanzia entro il 2030 in Ue.

Un obiettivo ambizioso, che si inserisce nella strategia europea per l’istruzione tra 2021 e 2030. E che tiene conto di un contesto post-pandemico in cui un maggior accesso all’istruzione di qualità sarà una variabile fondamentale per la ripresa.

Ma qual è la situazione attuale del nostro paese su questo fronte? Vi sono disparità territoriali come quelle osservate sugli asili nido oppure la possibilità di accesso all’istruzione prescolare è maggiormente omogenea?

L’Italia nel confronto europeo

Il primo indicatore con cui confrontare l’offerta di istruzione prescolare è quello stabilito in ambito europeo per il monitoraggio degli obiettivi comunitari. Misura la percentuale di bambini dai 3 all’età della scuola dell’obbligo che partecipano all’istruzione prescolare.

La premessa necessaria è che l’inizio della scuola dell’obbligo varia tra i diversi stati membri, e quindi cambiano – per ogni paese – gli anni di età presi in considerazione per costruire l’indicatore.

Scorri sulle frecce in fondo alla tabella per consultare l’informazione per i diversi stati Ue.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 13 Giugno 2022)

A differenza degli asili nido, nel contesto europeo il dato italiano di partecipazione all'istruzione pre-primaria risulta tra i più elevati. Con una quota di minori di 3-5 anni coinvolti pari al 94,6% nel 2020, superiore alla media Ue e all'obiettivo stabilito a Barcellona (90%). Il nuovo target, fissato nel 2021, prevede l'innalzamento al 96% della quota di bambini tra 3 anni e la scuola primaria obbligatoria che entro il 2030 a livello Ue dovrebbe partecipare all’educazione e cura della prima infanzia.

Dati 2020 provvisori per la Francia. La definizione dell’indicatore è parzialmente differente per i seguenti paesi: Belgio, Grecia, Malta e Portogallo.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 13 Giugno 2022)

Tuttavia il dato nazionale ha visto una contrazione nel corso dell'ultimo decennio. La quota, pari al 97,3% nel 2013, è successivamente scesa al 93,6 nel 2019. Per poi riassestarsi al 94,6% nel 2020, un punto percentuale al di sopra dell'anno precedente. Nello stesso periodo, anche la Germania ha registrato un calo: dal 95,8% del 2013 al 93,7% del 2020. La Francia è rimasta stabile, con pressoché la totalità della popolazione coinvolta nei percorsi educativi pre-primari. L'Ue nel suo complesso (considerata nei 27 membri attuali) ha registrato una crescita.

Dati 2018-2020 provvisori per la Francia.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 13 Giugno 2022)

Approfondendo il dato a livello regionale, appare evidente una spaccatura tra l'Europa orientale e quella occidentale. Ai primi posti - con una copertura che raggiunge il 100% - regioni belghe come Bruxelles capitale e il Limburgo, nonché quelle francesi e irlandesi e altri territori europei. Chiudono la classifica le regioni greche e altre dell'est Europa, tra cui quelle rumene e bulgare.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: martedì 14 Giugno 2022)

Tutte le regioni italiane raggiungono la soglia di Barcellona, dal Lazio (90%) alla Campania (98,6%). Dati che però è interessante valutare in chiave maggiormente disaggregata e soprattutto nella variazione nel tempo. Una possibilità non consentita da questo indicatore, riformulato metodologicamente proprio dal 2020 e non aggiornato per gli anni precedenti per le aree sub-nazionali.

Per questo può essere utile monitorare anche un altro parametro, inserito all'interno degli indicatori per il monitoraggio del benessere equo e sostenibile di Istat.

L'accesso all'istruzione in età prescolare in Italia

Un altro indicatore per valutare questi aspetti è quello sulla partecipazione al sistema scolastico dei bambini di 4-5 anni, predisposto da Istat sulla base dei dati del ministero dell'istruzione. Misura la percentuale di bambini di età compresa tra 4 e 5 anni che frequentano la scuola dell'infanzia o il primo anno di scuola primaria. Un indice quindi dell'accesso all'istruzione prima dei 6 anni, che però comprende anche l'istruzione di livello primario e non solo i percorsi educativi specificamente rivolti alla cura dell'infanzia.

96% i bambini tra 4 e 5 anni che frequentano la scuola dell'infanzia o il primo anno delle primarie.

Nel 2019 la quota ha superato la media nazionale in 14 regioni. Si tratta di Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia, Abruzzo, Sardegna, Umbria, Liguria, Trentino-Alto Adige, Toscana, Marche, Piemonte e Friuli-Venezia Giulia. Dal momento che l'indicatore considera sia l'accesso alla scuola dell'infanzia che quello alla scuola primaria, il dato più elevato nelle regioni meridionali può essere letto anche alla luce del maggior ricorso all'anticipo scolastico in questi territori.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat e ministero dell'istruzione
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Settembre 2021)

Confrontando l'andamento nel tempo di questo indicatore, si rileva come la quota di partecipazione al sistema educativo tra 4 e 5 anni sia cresciuta rispetto al 2013 in Toscana (+0,9 punti), in Basilicata (+0,2) e in Umbria (+0,1). Stabile il dato della Campania, mentre un calo superiore ai 2 punti percentuali si rileva in Sardegna, Molise e Lazio.

9 su 20 le regioni in cui si registra un decremento pari o superiore al punto percentuale rispetto al 2013.

Nel confronto tra province si osserva che i territori dove la quota supera la media nazionale del 96% nel 2019 sono 69. Ai primi posti soprattutto territori del mezzogiorno come Vibo Valentia, Napoli, Matera, Taranto e Bari dove - come ricordato in precedenza - è probabile incida anche il fenomeno dell'anticipo scolastico alla scuola primaria. Le province che non raggiungono la soglia del 96% sono 38.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat e ministero dell'istruzione
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Settembre 2021)

Rispetto alla variazione nel tempo, si osserva come rispetto al 2013 si registri un aumento nella quota di partecipazione in 24 province. In particolare, incrementi pari o superiori a 1,5 punti percentuali si rilevano a Brescia (+3,4), Prato (+3), Cremona (+2,3), Firenze (+2,1), Imperia (+1,7), Pordenone e  Reggio nell'Emilia (entrambe a +1,6) e Livorno (+1,5). Stabili 2 territori, Bergamo e Ferrara, mentre un calo nella quota di partecipazione si registra in 81 province. I decrementi più ampi sono quelli di Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Foggia e Cosenza.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. Le fonti dei dati sono il ministero dell'istruzione e Istat (indicatori Bes).

Foto: Unsplash CDC - Licenza

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L’accesso alla cultura e ai musei per i minori, dopo due anni di pandemia https://www.openpolis.it/laccesso-alla-cultura-e-ai-musei-per-i-minori-dopo-due-anni-di-pandemia/ Tue, 17 May 2022 07:00:35 +0000 https://www.openpolis.it/?p=179558 In seguito all'emergenza, la quota di visitatori dei musei si è drasticamente ridotta, in particolare tra i minori. Una questione per tutto il paese, a maggior ragione per i territori dove già prima della pandemia meno della metà dei bambini aveva accesso a queste strutture.

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L’emergenza Covid ha avuto un impatto anche sulla vita culturale delle persone. La necessità di contenere i contagi ha comportato anche una riduzione del numero di visitatori dei musei.

Lo scorso febbraio, Istat ha reso noto che gli utenti di musei e istituti similari, pubblici e privati, sono stati circa 36 milioni nel 2020. Cioè il 72% in meno dei 130 milioni rilevati nell’ultimo anno prima della pandemia.

Questa tendenza era del resto già visibile dai dati pubblicati a dicembre, relativi ai soli musei statali. Il numero di visitatori di questi ultimi, che nel corso dell’ultimo decennio era aumentato da meno di 40 milioni ai circa 55 annui rilevati nel biennio 2018-19, è sceso a 13 milioni nel 2020.

Per circuito museale si intende un insieme di musei, gallerie, monumenti e/o aree archeologiche accessibili al pubblico con un biglietto unico.

I dati relativi al 2020 sono provvisori. Come riportato da Istat nel commento alle statistiche culturali 2020, dal conteggio di quell’anno sono esclusi 464.639 biglietti. Si tratta dei biglietti trasformati in voucher e non ancora utilizzati nel corso dell’anno 2020.

Non comprende i dati di Sicilia, Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta, nelle quali non sono presenti musei e gallerie statali.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati ministero della cultura e Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 10 Dicembre 2021)

Una diminuzione che ha colpito in particolare i circuiti museali (-88,5%), i monumenti e le aree archeologiche (-73,9%) e infine i musei e le gallerie (-68,7%).

-41 milioni di visitatori dei musei, monumenti e aree archeologiche statali tra 2019 e 2020.

Confrontando questa tendenza con i dati sulla quota di persone che dichiarano di aver visitato un museo o una mostra negli ultimi 12 mesi, si osserva come siano stati soprattutto bambini e ragazzi a veder ridotto il proprio consumo culturale tra 2019 e 2020. Una tendenza non nuova, che abbiamo avuto modo di rilevare anche in un precedente approfondimento sull'accesso al teatro.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 18 Marzo 2022)

È interessante osservare come, persino nel 2020, i bambini e i ragazzi restino il segmento di popolazione che con più frequenza visita musei o mostre. Tuttavia sono anche l'unica fascia d'età dove il calo successivo al Covid è stato superiore ai 10 punti percentuali tra 2019 e 2020.

Vista in una prospettiva di più lungo periodo, la crisi pandemica ha anche interrotto un trend di crescita nell'accesso ai musei da parte dei minori.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 18 Marzo 2022)

Nel ritorno progressivo alla normalità, è fondamentale promuovere l'accesso di ragazze e ragazzi ai luoghi della cultura, come i musei. Perché si tratta di presidi la cui importanza va ben oltre la sola conservazione ed esposizione di opere d'arte, beni culturali e altri materiali.

Perché l'accesso ai musei è importante per la formazione dei minori

Abbiamo già avuto modo di raccontare come storicamente i luoghi della cultura, nello specifico i musei, fossero concepiti soprattutto per la fruizione di un pubblico adulto. Ancora oggi, in media, meno di una struttura su 5 dispone di percorsi e supporti informativi dedicati ai bambini.

Oltre la metà ha un laboratorio didattico in cui sviluppare attività specifiche per giovani e scolaresche, ma si tratta di una media nazionale che oscilla tra il 73% del Trentino Alto Adige e il 35% della Sicilia.

19,2% dei musei italiani offre percorsi e materiali pensati per i minori (2019).

L'estensione di servizi e modelli di accoglienza rivolti ai più piccoli rappresenta una sfida cruciale per il sistema museale italiano. Una sfida che si inserisce a pieno titolo negli strumenti per il contrasto della povertà educativa.

I musei sono a pieno titolo presidi nel contrasto della povertà educativa.

Se ben organizzate, le visite di musei e mostre possono rappresentare dei momenti significativi per la formazione di bambine e bambini.

Si tratta infatti di esperienze formative che si svolgono al di fuori delle mura scolastiche, in un contesto che può facilitare l’apprendimento del bambino facendo leva sulla sua curiosità.

Perciò è così importante rafforzare la collaborazione tra la scuola e la rete di musei presente sul territorio e "moltiplicare" questo tipo di occasioni culturali. A maggior ragione nella fase di uscita da una pandemia che - per forza di cose - ha ridotto molto questo tipo di esperienze. In primo luogo nei territori in cui l'accesso al museo da parte dei bambini risultava più sporadico già prima della pandemia.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat per gruppo Crc
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Dicembre 2021)

Difatti, mentre in alcune regioni - come Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e provincia autonoma di Trento - oltre il 60% dei bambini aveva visitato almeno un museo o una mostra nel 2019, in altre - quasi tutte collocate nel mezzogiorno - la quota spesso non raggiungeva il 50%.

In particolare in regioni come Molise, Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata dove, già prima dell'emergenza, poco più di un terzo dei minori tra 6 e 17 anni aveva visitato un museo.

I futuri interventi sui musei legati al Pnrr

Un capitolo importante degli investimenti previsti dal Pnrr riguarda la cultura, e nello specifico anche i musei italiani. Da questo punto di vista, prima di approfondire il tema della diffusione delle strutture museali nel nostro paese e della loro riapertura dopo il Covid, è interessante concentrarsi su 3 interventi inseriti nel piano.

Il Pnrr punta anche alla digitalizzazione del patrimonio culturale del paese.

Il primo è l'investimento da 500 milioni di euro tra 2021 e 2026 riguardante la strategia digitale e le piattaforme per il patrimonio culturale. Tale intervento mira a "digitalizzare il patrimonio custodito nei luoghi della cultura e creare una infrastruttura digitale nazionale che raccoglierà, integrerà e conserverà le risorse digitali, rendendole disponibili per la fruizione pubblica attraverso piattaforme dedicate".

 

Interventi riguardanti i musei nel Pnrr

Nome dell'investimentoRisorse stanziateObiettivi intervento
Strategia digitale e piattaforme per il patrimonio culturale (M1-C3-I.1.1)500 milioni di euro attribuiti a fondo perduto, di cui:
2021: 11,2
2022: 59
2023: 124,3
2024: 146,8
2025: 99,2
2026: 59,5
Si tratta di 12 progetti complementari che mirano alla digitalizzazione del patrimonio culturale (anche a fini di conservazione), alla dotazione tecnologica delle strutture alla formazione del personale
Rimozione delle barriere fisiche e cognitive in musei, biblioteche e archivi per consentire un più ampio accesso e partecipazione alla cultura (M1-C3-I.1.2)300 milioni di euro, attribuiti a fondo perduto, di cui:
2021: 10
2022: 30
2023: 70
2024: 70
2025: 65
2026: 55
Elaborazione di un piano strategico per rimuovere barriere e successiva attuazione degli interventi. L'investimento è destinato principalmente (per circa € 282 mln) a siti culturali statali e, per una quota minore (€ 18 mln), a musei regionali, provinciali, civici o privati, gestiti da enti pubblici o organizzazioni senza scopo di lucro
Migliorare l’efficienza energetica nei cinema, nei teatri e nei musei (M1-C3 I.1.3)300 milioni di euro (di cui 100 per musei e siti culturali statali), attribuiti a fondo perduto, di cui:
2021: 30
2022: 40
2023: 80
2024: 60
2025: 50
2026: 40
Incrementare l'efficienza energetica di alcune strutture culturali, tra cui musei, cinema e teatri

 

Un secondo intervento, per 300 milioni complessivi, punta alla rimozione delle barriere senso-percettive architettoniche e cognitive in varie istituzioni culturali, come musei, biblioteche e archivi. Con l'obiettivo di far sì che l'accesso alla cultura non sia precluso alle persone con disabilità.

Terzo intervento di rilievo è l'investimento da 300 milioni per migliorare l’efficienza energetica di una serie di strutture culturali, tra cui cinema, teatri e musei. Un terzo dello stanziamento (100 milioni) è specificamente destinato a musei e siti culturali statali (per un totale di 67 strutture).

Parliamo di una serie di previsioni volte a potenziare la fruizione del patrimonio culturale italiano nei prossimi anni. Ma come sta andando oggi la riapertura dei musei nella fase di progressiva uscita dall'emergenza?

La diffusione dei musei in Italia e la riapertura dopo il Covid

Nel 2018 i musei presenti nel nostro paese sono poco meno 5.000, comprendendo in questa definizione anche gallerie d’arte, parchi archeologici e monumenti. In media, parliamo di una struttura museale ogni 50 chilometri quadrati e di una ogni 6.000 residenti di tutte le età.

A livello nazionale, nell'anno preso in esame, circa il 30% dei comuni ospitava un museo o un istituto similare. Con importanti differenze sul territorio.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 23 Dicembre 2019)

I comuni polo hanno quasi sempre almeno un museo, ma nelle città del sud l'offerta è meno "densa".

In primo luogo, rispetto all'offerta di musei in rapporto a bambini e ragazzi residenti. A fronte di una media di 5 strutture ogni 10mila minori, infatti, la quota risulta fortemente variabile, a partire dalle città maggiori. Sale a 12,4 a Firenze e 8,4 a Bologna. Mentre si attesta ampiamente sotto la media in 3 grandi città del sud: Catania (1,68), Bari (2,06) e Napoli (2,21). 

Allo stesso tempo, prevedibilmente, sono i comuni polo - le città principali, baricentriche in termini di servizi - quelli più spesso dotati di musei. In oltre il 90% di questi comuni è presente almeno un museo.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 23 Dicembre 2019)

Il dato cala fino al 23% nei comuni di cintura, l'hinterland della città maggiori. Mentre nei comuni interni (intermedi, periferici e ultraperiferici) si attesta attorno al 30%.

Le aree interne sono i territori del paese più distanti dai servizi essenziali (quali istruzione, salute, mobilità). Parliamo di oltre 4.000 comuni, con 13 milioni di abitanti, a forte rischio spopolamento.
Vai a "Che cosa sono le aree interne"

Le aree interne del paese, peraltro, sono quelle in cui la riapertura in seguito all'emergenza Covid mostra le maggiori criticità. Dai dati raccolti nel censimento di Istat (2021), risulta infatti che solo il 9,1% dei musei nei comuni ultraperiferici abbia riaperto al pubblico nel 2021, contro il 21,7% dei comuni polo.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 17 Febbraio 2022)

La ripartenza dell'offerta culturale è più complessa nelle aree interne.

In parallelo, oltre il 27% non ha riaperto e non sa se riaprirà. Dati che ci ricordano le criticità tipiche dei centri più remoti del paese, dove servizi e strutture in molti casi sono caratterizzati da minori dotazioni, sia in termini di offerta che di personale. E che perciò ci segnalano il rischio che siano proprio i territori periferici a soffrire una maggiore carenza dell'offerta culturale, nell'uscita dall'emergenza.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati sull'offerta di musei sono fonte Istat.

Foto: aurelio candido (Flickr) - Licenza

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Quanto è diffuso il teatro tra bambini e ragazzi https://www.openpolis.it/quanto-e-diffuso-il-teatro-tra-bambini-e-ragazzi/ Fri, 25 Mar 2022 08:55:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=180559 Nonostante il calo nel 2020, i più giovani restano tra i maggiori fruitori di spettacoli teatrali. Un approfondimento, anche territoriale, sull'accesso al teatro di bambini e ragazzi. Più alta la diffusione nel centro-nord, mezzogiorno indietro per spettatori tra i minori.

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Nel 2020, in Italia, si stima che circa il 16% della popolazione sia andato a teatro almeno una volta nei 12 mesi precedenti. Un dato che – in conseguenza della pandemia – chiaramente segna un calo rispetto al 2019, quando si era attestato sul 20,3%.

In questo quadro generale, la quota di persone che vanno a teatro è più elevata tra bambini e ragazzi, per entrambi gli anni considerati.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 10 Dicembre 2021)

Nel 2020 solo tra i più giovani si supera la quota del 20% di chi ha assistito ad almeno uno spettacolo teatrale. Tale cifra tuttavia indica un calo marcato proprio tra i minori, superiore ai 9 punti (contro i 4,6 medi della popolazione). Del resto, nel 2019 bambini e ragazzi con meno di 18 anni erano l'unico segmento della popolazione ad avvicinarsi alla quota di 1 spettatore ogni 3 persone della stessa età.

-9,6 il calo, in punti percentuali, della quota di 11-14enni che è stato a teatro almeno una volta nell'anno, tra 2019 e 2020.

Un segnale di come gli effetti della pandemia siano stati vissuti direttamente in prima persona soprattutto dai minori. Tra ragazze e ragazzi poco più grandi, diciottenni e diciannovenni, la contrazione è stata infatti inferiore ai 3 punti percentuali.

Quanti vanno a teatro tra i più piccoli

Per approfondire meglio la frequenza di accesso a teatro di bambini e ragazzi a livello territoriale, possiamo ricorrere ai dati Istat elaborati per il gruppo Crc, nell'ambito del rapporto sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia. Si tratta di dati relativi al 2019, quindi precedenti la pandemia.

In quell'anno, la quota di minori tra 6 e 17 anni che è andata a teatro almeno una volta ha superato il 40% nelle due province autonome di Bolzano (54,3%) e Trento (42,8%), in Friuli Venezia Giulia (46%) e in Umbria (43,5%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat per gruppo Crc
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Dicembre 2021)

Rispetto a una media nazionale pari al 32,4%, si collocano al di sopra anche altre 7 regioni, tutte del centro-nord con l'eccezione della Puglia. Tutte le altre regioni meridionali si collocano invece al di sotto della media italiana.

Dati che segnalano una maggiore fruizione di teatro tra bambini e ragazzi nel centro-nord, e in particolare in due regioni del nord-est come Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. E un parallelo, minor "consumo" nel mezzogiorno. Ma cosa sappiamo rispetto all'offerta di manifestazioni e spettacoli teatrali sul territorio?

L'offerta di rappresentazioni teatrali sul territorio

Un primo indicatore si può ricavare incrociando il numero di rappresentazioni teatrali con i minori residenti nelle diverse aree del paese.

Offerta di rappresentazioni teatrali più ampia nel nord-est e nel centro Italia.

In base ai dati Siae pubblicati da Istat nell'ambito delle statistiche sulle attività culturali, sappiamo che nel 2020 si sono svolte oltre 46mila rappresentazioni teatrali nel paese. Ovvero una media di 78 ogni 100mila abitanti e di 493 ogni 100mila bambini e ragazzi che vivono in Italia. Questo rapporto appare più elevato nel nord-est del paese (671 rappresentazioni teatrali ogni 100mila residenti con meno di 18 anni) e nel centro Italia (632).

I dati relativi agli spettacoli teatrali comprendono anche le manifestazioni svolte occasionalmente e al di fuori degli
spazi tradizionali.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Siae e demo.Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 10 Dicembre 2021)

Anche le isole superano la media nazionale, con circa 507 rappresentazioni ogni 100mila bambini e ragazzi. Mentre si attestano al di sotto del livello medio il nord-ovest (432) e il sud continentale (299).

14,5% delle rappresentazioni di teatro nel 2020 si sono svolte nel sud. Qui vive circa il 23,9% dei residenti con meno di 18 anni.

Ovviamente questi dati vanno letti con cautela, dal momento che comprendono tutte le rappresentazioni, senza distinguere nello specifico quelle rivolte a bambini e ragazzi. Ma sono comunque indicative dell'articolazione di questo tipo di offerta culturale sul territorio nazionale.

La presenza di luoghi di spettacolo per attività teatrali

Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione è anche l'offerta di spazi dove si svolge attività teatrale sul territorio, sempre in relazione ai minori residenti.

Da questo punto di vista, è possibile incrociare i dati sui luoghi di spettacolo adibiti ad attività teatrale nel 2020 con quello sul numero di minori residenti nello stesso anno. Da notare che tra gli spettacoli teatrali censiti, come segnalato dalla nota metodologica di Istat, sono ricompresi anche quelli svolti al di fuori degli spazi tradizionali, ad esempio in manifestazioni svolte solo occasionalmente.

Si tratta di un indicatore limitato, perché non in grado di restituire l'offerta con parametri maggiormente qualitativi (ad esempio il numero di posti effettivamente disponibili). Tuttavia, come il precedente, consente di ricostruire almeno parzialmente l'articolazione dell'offerta teatrale sul territorio.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Siae e demo.Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 10 Dicembre 2021)

Per molti versi, anche quest'ultimo indicatore segnala tendenze già emerse con i precedenti. A fronte di una maggiore densità di luoghi di spettacolo teatrale nel centro e nel nord-est (segnatamente in Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia), le maggiori regioni del mezzogiorno (e in alcuni casi anche quelle del nord ovest) si caratterizzano per una diffusione più limitata, perlomeno in relazione ai minori residenti.

36,6 luoghi di spettacolo teatrale ogni 100mila minori residenti in Calabria (media nazionale 87).

Livelli inferiori si registrano in Calabria, Molise e Campania, dove il rapporto non raggiunge i 50 luoghi ogni 100mila bambini e ragazzi della regione.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati sull'accesso a teatro per età sono di fonte Istat. L'indicatore sul numero di rappresentazioni teatrali e luoghi di spettacolo teatrale ogni 100mila minori, per area e regione, è stato elaborato incrociando dati Istat e demo.istat.

Foto: Vivian Morales C. (Flickr) - Licenza

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La lettura tra i bambini e l’accessibilità delle biblioteche italiane https://www.openpolis.it/la-lettura-tra-i-bambini-e-laccessibilita-delle-biblioteche-italiane/ Tue, 22 Mar 2022 08:00:44 +0000 https://www.openpolis.it/?p=173963 Per diffondere l'abitudine alla lettura tra i più piccoli è fondamentale sia la presenza delle biblioteche che la loro concreta fruibilità. Questa però varia molto sul territorio, sia rispetto agli orari di apertura che al numero di postazioni per la consultazione.

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Nel 2020, la quota di bambini e ragazzi che hanno letto almeno un libro si è attestata tra il 50 e il 60%. Oltre il 40% dei minori ha letto fino a 3 libri. Mentre il 13-14% circa si può considerare un lettore assiduo, con almeno un libro letto al mese.

Percentuali che variano in modo sensibile anche rispetto alla fascia d’età. Tuttavia, emergono delle tendenze comuni che caratterizzano i lettori più piccoli rispetto agli adulti.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 10 Gennaio 2022)

I bambini leggono più degli adulti, ma anche tra i più piccoli i divari sono ampi.

Mediamente infatti i giovani leggono di più: il 53,7% dei residenti tra 6 e 24 anni ha letto almeno un libro nel 2020, contro una media della popolazione pari al 41,4%. Tra il 2019 e il 2020 la quota di lettori tra i giovani è leggermente cresciuta, ma le differenze restano comunque ampie. In parte riconducibili all'età - tra i minori ad esempio il picco di chi ha letto almeno un libro si raggiunge tra i preadolescenti - ma non solo.

Le cause che influenzano l'abitudine alla lettura sono infatti molteplici. Dietro divari territoriali anche molto estesi, vi possono essere fattori sociali da non sottovalutare. La condizione della famiglia di origine è uno di questi. Come abbiamo avuto modo di approfondire in passato, se i genitori sono entrambi lettori, è più probabile che lo siano anche i figli e viceversa.

77,4% di minori figli di lettori leggono. Se né il padre né la madre leggono, la quota scende al 35,4%. (Istat, 2021).

In un paese in cui in media circa una famiglia su 10 non possiede alcun libro, ciò chiama in causa anche la presenza di biblioteche sul territorio. E, altro fattore cruciale, anche la loro accessibilità ed effettiva possibilità di fruizione da parte di bambini e ragazzi.

Sul primo aspetto, il prezioso censimento svolto dall'anagrafe delle biblioteche consente di ricostruire numerose informazioni di carattere quantitativo rispetto alla diffusione di biblioteche, punti lettura e fondi librari.

L'effettiva accessibilità della biblioteca è importante quanto la presenza stessa.

Sul secondo aspetto, che chiama in causa informazioni più qualitative come la dimensione, la fruibilità, gli orari di apertura, è utile approfondire anche i dati provenienti da un altro censimento recente, effettuato da Istat. Si tratta dell'indagine sulle biblioteche pubbliche e private, svolta in collaborazione con i soggetti referenti sul tema (come ministero della cultura, regioni, province autonome, istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche, ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici etc.).

Attraverso quest'ultima rilevazione - limitata alle biblioteche non scolastiche e non universitarie - possiamo ricostruire alcuni aspetti relativi all'accessibilità di queste strutture.

L'accessibilità delle biblioteche in Italia

Una prima questione di grande importanza è quella degli orari di apertura al pubblico. L'effettiva fruibilità infatti dipende in primo luogo dal tempo in cui la biblioteca resta aperta per gli utenti.

Nel sud orari di apertura più limitati e meno strutture rispondenti.

Aspetto su cui già emergono notevoli differenze territoriali. Le biblioteche censite che dichiarano una apertura al pubblico superiore alle 40 ore settimanali sono il 15,4% nel centro Italia, il 9,4% nel nord-est, il 7,7% nelle isole, il 6,8% nel nord-ovest e il 6,6% al sud. A variare tuttavia è anche la quota dei soggetti che non hanno fornito dati su questo aspetto del censimento: pari al 28,3% delle strutture nel sud, al 15,1% nel centro, all'8,4% nelle isole, al 7,5% nel nord-est e al 6,5% nel nord-ovest.

9,1% le biblioteche aperte per oltre 40 ore a settimana in Italia.

Nel confronto regionale - al netto dei non rispondenti - gli orari di apertura superano le 40 ore in oltre il 10% delle biblioteche laziali (18,1%), toscane (17,3%), emiliano-romagnole (14,5%) e venete (10,9%). Prossime alla soglia di una struttura su 10 anche Puglia (9,7%), Sicilia (9,3%) e Liguria (9,1%). Per la prima va citata comunque l'alta quota di non rispondenti, pari al 27,7% delle biblioteche pugliesi.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 23 Aprile 2021)

I territori con meno biblioteche aperte per oltre 40 ore a settimana sono Abruzzo (2,9%, un dato comunque da leggere con cautela, dal momento che quasi la metà delle strutture risulta non rispondente), Basilicata e Trentino-Alto Adige (3%).

18,1% le biblioteche aperte per oltre 40 ore a settimana nel Lazio.

Un altro aspetto dell'accessibilità di una biblioteca è la presenza di postazioni per consultare i libri, leggere e studiare. Si tratta di un fattore determinante nella concreta fruibilità della struttura, soprattutto per bambini e ragazzi. Perché fa la differenza tra la biblioteca intesa solo nella sua funzione di struttura dove trovare e prendere in prestito libri e quella di luogo dove poter anche leggere, studiare e trascorrere del tempo.

34 postazioni presenti in media nelle biblioteche italiane.

A fronte di questa media nazionale tra le biblioteche rispondenti al quesito, il numero di postazioni più elevato si raggiunge in due regioni del nord-est. Spiccano infatti i dati di Friuli-Venezia Giulia (61 postazioni) e Veneto (44). Sopra quota 40 anche Sicilia (43), Toscana e la provincia autonoma di Trento (41). Poco al di sotto l'Emilia Romagna, con una media di 39 postazioni per struttura.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 23 Aprile 2021)

Un numero medio decisamente inferiore rispetto alla media nazionale si riscontra soprattutto in Molise (15) e Calabria (17). Attorno alla soglia dei 25 posti si collocano Piemonte (24) e Campania (25).

61 postazioni presenti in media nelle biblioteche del Friuli-Venezia Giulia.

Il numero di postazioni per struttura è spesso più basso nel sud.

In media il 13,6% delle biblioteche italiane dispone di oltre 50 postazioni. Superano tale soglia 8 regioni: Trentino-Alto Adige (24,2%, dato relativo alla sola provincia di Trento), Veneto (23,7%), Emilia-Romagna (19,3%), Toscana (18,4%), Lombardia (15,7%), Lazio (15,5%), Sardegna (15,3%) e Umbria (14%).

Sono 10 le regioni che non raggiungono la soglia del 10% di strutture con oltre 50 postazioni. Si tratta di Marche (9,9%), Piemonte (9,8%), Abruzzo (9,6%), Friuli-Venezia Giulia (9,5%), Basilicata (7,5%), Campania (7,1%), Sicilia (6%), Valle d'Aosta (5%), Calabria (2,4%) e Molise (2%).

La diffusione sul territorio

I dati visti finora vanno letti anche alla luce della diffusione di biblioteche sul territorio.

Un parametro che - sebbene non in grado di darci informazioni qualitative come quelle viste finora per le regioni - ci consente comunque una notevole profondità di analisi territoriale. Valutando la presenza, comune per comune, delle biblioteche sul territorio nazionale.

Il rapporto tra biblioteche e minori è più elevato nelle città del centro-nord.

Se si mette in relazione il numero di biblioteche e strutture assimilate (come censito dall'anagrafe di Iccu-Abi) con il numero di residenti tra 6 e 17 anni possiamo confrontarne la diffusione, a partire dai capoluoghi. Considerando tutte le strutture presenti nell'anagrafe al 2019, emergono alcune prime differenze interessanti. Le città con più biblioteche per minore si concentrano soprattutto nell'Italia centrale e settentrionale. Ai primi posti spiccano infatti capoluoghi come Pavia (25,2 strutture ogni 1.000 giovani 6-17 anni), Pisa (20,8) e Macerata (16,3). Seguono Cagliari (11,2), Ferrara (10,8) e Perugia (10,1).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Iccu-Abi e Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 30 Settembre 2019)

Da notare come solo due capoluoghi del mezzogiorno (entrambi sardi, la già citata Cagliari e Sassari) compaiano nelle prime 20 posizioni. Mentre nelle ultime 20 i comuni del centro-sud sono molto più numerosi. In particolare 6 città pugliesi (Trani, Foggia, Taranto, Brindisi, Barletta, Andria - con quest'ultima collocata a fondo classifica) e 3 calabresi (Reggio Calabria, Crotone e Catanzaro). Complessivamente appartengono all'Italia meridionale 13 dei 20 capoluoghi con meno strutture per residente tra 6 e 17 anni.

65% dei 20 capoluoghi con meno biblioteche totali per minore si trovano nel mezzogiorno.

L'analisi in parte cambia se si operano delle distinzioni per tipologia di biblioteca. Difatti nei dati visti finora sono considerate tutte le strutture, anche quelle potenzialmente non adatte alla fruizione dei minori. Ad esempio le biblioteche specializzate, quelle universitarie oppure quelle relative all'attività amministrativa di enti pubblici o privati.

La prima e l'ultima posizione in classifica non cambiano se si considerano solo le biblioteche accessibili ai minori.

Per tenere conto di questo aspetto, possiamo conteggiare solo le strutture classificate come "pubbliche" e "non specializzate". Ovvero quelle potenzialmente più accessibili per bambini e ragazzi al di fuori dell'orario scolastico. Si tratta di una informazione disponibile per quasi tutte le biblioteche (circa il 77% è censito rispetto alla tipologia funzionale nei dataset relativi al 2019). Tuttavia proprio per questo va trattata con maggiore cautela. Se si considerano unicamente le biblioteche esplicitamente classificate come "pubbliche" e "non specializzate" potrebbero restare fuori anche altre strutture potenzialmente accessibili dai minori, ma non censite come tali.

3,1 biblioteche pubbliche e non specializzate ogni 1.000 minori a Pavia. Il capoluogo lombardo è primo considerando entrambi gli indicatori.

Il comune di Pavia supera nettamente gli altri capoluoghi, confermando quindi il primato nel rapporto tra strutture e minori in entrambe le classifiche. Al secondo posto un'altra città della Lombardia, Mantova (2,3 strutture ogni 1.000 residenti 6-17 anni), seguita da Aosta (2), Macerata e Isernia (1,7), Bergamo e Rovigo (1,6). In fondo alla classifica in questo caso si trovano Massa, Reggio Calabria e Andria (tutte con 0,1). Quest'ultimo capoluogo conferma il posizionamento già rilevato nella classifica relativa a tutte le biblioteche.

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FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Iccu-Abi e Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 30 Settembre 2019)

Foto: Flickr Complete Interior Design - Licenza

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