Consiglio dell'Unione Europea Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/consiglio-dellunione-europea/ Fri, 22 Dec 2023 17:15:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Il nuovo Patto sulle migrazioni chiude le frontiere dell’Europa https://www.openpolis.it/il-nuovo-patto-sulle-migrazioni-chiude-le-frontiere-delleuropa/ Fri, 22 Dec 2023 12:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=280405 I cinque pilastri dell'accordo non toccano i cardini del regolamento di Dublino. In compenso, sembrano voler inasprire le norme volte all'esclusione delle persone migranti dal vecchio continente, minacciando i loro diritti fondamentali. Un'analisi di un patto definito "storico".

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Lo scorso 20 dicembre il consiglio dell’Unione europea e il parlamento europeo hanno raggiunto l’accordo sul nuovo Patto migrazioni e asilo. Si tratta di un pacchetto legislativo che riforma le politiche migratorie nel vecchio continente.

Il patto si sostanzia in una serie di dispositivi che irrigidiscono le regole per l’accesso di richiedenti asilo e rifugiati nei paesi membri dell’Ue, dando continuità a una tendenza che ha portato, in questi anni, l’Europa a chiudere sempre di più le sue frontiere esterne.

Per questo i documenti prodotti stanno sollevando forti critiche da parte di molte organizzazioni che si occupano in Italia e in Europa di questo fenomeno.

L’accordo, che consiglio e parlamento si sono impegnati a ratificare formalmente entro la prossima primavera (prima delle elezioni europee), era stato proposto dalla commissione europea nel settembre 2020.

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La fumata bianca è arrivata al termine di negoziati finali durati tre giorni, prima dei quali la presidenza di turno del consiglio (Spagna) aveva proposto sul tavolo un documento di discussione finale, che siamo in grado di proporvi.

De-responsabilizzazione e securitarismo

Nonostante le massime cariche europee – come la presidente del parlamento Roberta Metsola e la commissaria agli affari interni Ylva Johansson – abbiano parlato di “solidarietà” e “protezione per i vulnerabili”, la postura del futuro impianto normativo suggerisce una chiusura nei confronti dei cittadini dei paesi terzi, già radicata nel vecchio continente, attraverso per esempio le migliaia di chilometri di muri costruiti lungo i confini est, dalla Serbia fino alla Lituania.

Al tempo stesso, i negoziatori parlano di un accordo basato sulla equa condivisione delle responsabilità“. In realtà dai documenti sembra emergere una certa de-responsabilizzazione dell’Unione europea, più o meno esplicita a seconda degli ambiti di intervento e dell’intensità dei flussi. Inoltre aumenta la discrezionalità della singola nazione sul tema, soprattutto nei periodi di “crisi”, come vedremo.

Tutte le parti dell’accordo sembrano essere guidate dal paradigma secondo il quale la persona migrante non rappresenta una risorsa – in termini di arricchimento culturale, socio-economico e nell’ottica al contrasto alla forte denatalità che caratterizza il vecchio continente – bensì un “problema” da affrontare con piglio securitario.

I cinque pilastri del patto

Il nuovo Patto migrazioni e asilo è composto da cinque pilastri: il regolamento sulla gestione dell’asilo e delle migrazioni; la risposta alle crisi migratorie; le procedure di asilo; l’implementazione dello European Dactyloscopie (Eurodac) e le nuove procedure di screening. Vediamo i tratti salienti di ognuna di queste disposizioni, consapevoli che dei dettagli si potrà parlare solo dopo l’approvazione formale del patto e la sua entrata in vigore.

Per quanto riguarda il nuovo regolamento su asilo e migrazione è bene premettere che non viene modificata l’anima del regolamento di Dublino (da più parti contestata negli ultimi anni), secondo la quale la persona migrante deve necessariamente chiedere asilo al primo paese di approdo in Ue.

Si tratta di un meccanismo che interessa non poco gli stati di frontiera come l’Italia, e che rimarrà tale anche all’entrata in vigore del patto. Anzi, la responsabilità del primo paese di ingresso aumenta a 20 mesi (periodo ridotto a un anno per chi viene salvato in mare).

I principi fondanti del regolamento di Dublino non vengono modificati.

Di nuovo c’è invece un meccanismo di solidarietà obbligatoria: ogni anno verrà costituito un “pool di solidarietà” attraverso cui i paesi membri dovranno sostenere quelli definiti “sotto pressione migratoria“. Potranno farlo in due modi: con la relocation (la redistribuzione delle persone) o con un contributo finanziario, proporzionale alla dimensione della popolazione e al pil nazionale.

Questo pool ha una soglia minima di 30mila ricollocamenti e 600 milioni di euro, mentre ogni ricollocamento può essere rimpiazzato con un contributo del paese membro a quello “sotto pressione” dell’importo di 20mila euro per ogni mancato ricollocamento.

20mila euro è la cifra che un paese membro potrà pagare per ogni mancato ricollocamento.

Non è stato al momento dettagliato chi gestirà questi fondi e con quale cadenza potranno essere erogati, nel documento viene specificato che potranno servire anche peril finanziamento di azioni nell’Ue e nei paesi terzi“, quindi per la protezione delle frontiere esterne, attraverso accordi con nazioni extra-europee, come già avviene per esempio in Libia e Turchia.

I contributi finanziari sosterranno le azioni dell’UE nel settore della migrazione, dell’accoglienza e dell’asilo. Gli Stati membri possono anche fornire sostegno ad azioni intraprese o in relazione a paesi terzi con un impatto diretto sui flussi migratori verso l’Ue.

Un altro dei pilastri del nuovo patto riguarda la risposta alle crisi migratorie. Sono queste le norme che, a una prima analisi, sembrerebbero permettere maggiore flessibilità dei singoli paesi nella gestione delle richieste d’asilo.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(consultati: giovedì 14 Settembre 2023)

In caso di “crisi” lo stato membro dovrà presentare una richiesta motivata alla commissione, che la esaminerà entro due settimane. Non sembrano esserci, almeno a leggere i documenti provvisori, criteri rigidi per determinare cosa effettivamente sia una “crisi migratoria”.

In caso di “crisi migratoria” ai singoli stati saranno concesse ampie deroghe per le procedure di asilo.

Una volta approvata l’istanza del paese membro, questo avrà mani più libere sia nell’effettuare procedure di frontiera, che per registrare più velocemente le domande di asilo. È in questo documento che si parla anche della cosiddetta “strumentalizzazione” dei migranti, ossia delle iniziative che si dovranno intraprendere nel caso in cui un paese terzo strumentalizzasse i flussi migratori danneggiando un membro Ue con cui confina. Non è esplicito ma comunque evidente il riferimento ai migranti che negli ultimi anni hanno tentato di entrare nei paesi dell’Europa orientale attraverso i confini con Russia e Bielorussia. In questi casi è prevista un’ampia gamma di deroghe.

Ci sono poi novità importanti legate alla procedura di asilo. Viene istituita una border procedure (procedura di confine) applicata a determinate categorie di persone migranti: quelli che mentono alle autorità, sono considerati un pericolo per la sicurezza, o semplicemente che provengono da paesi ai cui cittadini non viene di solito concesso l’asilo, cioè con un tasso di riconoscimento inferiore al 20%. Una soglia che, nella circostanza di un paese in stato di “crisi” migratoria, verrà alzata addirittura al 50%, mentre nel caso di “strumentalizzazioni” potrà essere applicata a tutti i migranti al confine.

Le “procedure di confine” puntano a impedire l’entrata ai cosiddetti “migranti economici”.

La procedura di confine è stata pensata in sostanza per i cosiddetti “migranti economici“, ossia per chi arriverebbe da paesi non ritenuti in guerra. Si tratta di una categoria che però non ha mai avuto un inquadramento giuridico chiaro, ma nei fatti rappresenta da anni un’espediente politico-mediatico entrato nel dibattito pubblico.

Principalmente si tratta di persone che hanno pochissime possibilità di ottenere asilo perché provengono da un Paese che non è in guerra. Spesso sono migranti venuti a cercare lavoro.

La capacità per lo svolgimento delle procedure di frontiera sarà di 30mila posti in contemporanea, a livello europeo.

Le procedure di identificazione saranno implementate con i dati biometrici, anche per bambini e bambine sotto i 14 anni.

Gli ultimi due dispositivi che compongono il nuovo patto sono più tecnici, ma non meno significativi. Il primo riguarda l’Eurodac, il database comunitario per le impronte digitali dei richiedenti asilo, attivo nei 31 paesi europei. Sarà implementato con i dati biometrici e verrà abbassata l’età di obbligatorietà dell’identificazione, da 14 a 6 anni.

Il secondo concerne le procedure di screening (registrazione e identificazione) dei migranti. Potrà essere effettuato ovunque (sia alle frontiere che all’interno del territorio), ma i cittadini di paesi terzi sottoposti a screening dovranno essere a disposizione delle autorità, che con lo scopo di effettuare i controlli potranno detenerli. In compenso, “I deputati hanno garantito un meccanismo di monitoraggio forte e indipendente in ciascuno stato membro per proteggere i diritti fondamentali delle persone sottoposte allo screening”, scrive il parlamento europeo.

Il patto e i diritti fondamentali

Tutte queste norme, che hanno l’obiettivo di rispondere anche a un’opinione pubblica per buona parte ostile alle popolazioni migranti, arrivano alla fine di un anno che ha certo visto un aumento degli arrivi in Europa, ma in misura forse minore rispetto alla percezione comune e alla strumentalizzazione propagandistica nel dibattito pubblico.

Appena pochi giorni fa, infatti, l’agenzia europea Frontex ha certificato che nei primi 11 mesi del 2023 gli ingressi in Ue sono stati circa 355mila, aumentati del 17% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Parliamo di un numero di persone pari allo 0,07% della popolazione dell’Unione europea.

Se il mar Mediterraneo centrale si conferma la rotta più attraversata (circa 152mila persone, +61%), i Balcani occidentali hanno visto una diminuzione degli ingressi del 28%. E proprio la cosiddetta “rotta balcanica” (percorsa via terra) sembra essere tra i principali obiettivi delle norme del patto. Forse ancora di più che i canali di ingresso da sud via mare, dove la chiusura delle frontiere e procedure velocizzate ai confini sono per natura più complicati.

In attesa dell’approvazione definitiva, il patto viene contestato da organizzazioni di tutta Europa.

Come abbiamo accennato in apertura, le nuove norme – pensate per una maggiore discrezionalità dei paesi membri negli accordi con i paesi terzi (come il recente protocollo tra Italia e Albania), oltre che per trattenere quanto più possibile le persone migranti ai confini del continente – vengono contestate aspramente dalla maggior parte delle organizzazioni del settore.

Un esempio, in Italia, è il forum Per cambiare l’ordine delle cose, che ha recentemente lanciato una road map in vista dell’approvazione del patto al parlamento europeo, con l’auspicio di contribuire a rafforzare l’opposizione al patto anche in sede parlamentare.

Il Patto asilo e migrazioni, infatti, rischia di limitare fortemente i diritti fondamentali di migliaia di persone che, in fuga da guerra, violenze, fame e povertà, tentano di arrivare in Europa per costruirsi una vita migliore.

Foto: migranti in un campo profughi a Trieste – Mattia Fonzi

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L’abbandono scolastico nel 2020 https://www.openpolis.it/labbandono-scolastico-nel-2020/ Thu, 23 Sep 2021 04:30:41 +0000 https://www.openpolis.it/?p=159393 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi tutti i contenuti dell’osservatorio povertà educativa #conibambini su scuola e abbandono scolastico. […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi tutti i contenuti dell’osservatorio povertà educativa #conibambini su scuola e abbandono scolastico.

13,1%

i giovani che hanno abbandonato prematuramente gli studi in Italia (2020). Un dato che si presta a molteplici letture. Da un lato, il nostro paese mostra un miglioramento significativo nella lotta all’abbandono scolastico nel decennio. Nel 2011, quasi il 18% dei giovani tra 18 e 24 anni aveva lasciato la scuola prima del tempo. Tuttavia questa quota resta tra le più alte in Ue, seconda solo a paesi come Malta (16,7%), Spagna (16%) e Romania (15,6%). Vai alla mappa.

10%

l’obiettivo europeo sugli abbandoni scolastici in base a quanto previsto dall’agenda Europa 2020. L’Unione europea nel suo complesso lo ha raggiunto, attestandosi al 9,9% nel 2020. Per l’Italia il target nazionale era 16%, quindi è stato conseguito da alcuni anni. Ma gli sforzi non devono interrompersi. Dopo la pandemia è stata fissata una nuova soglia a livello continentale. L’obiettivo Ue, in vista del 2030, è stato ulteriormente abbassato di un punto (9%) con una risoluzione del consiglio europeo del febbraio 2021. A testimonianza di come la sfida non sia finita, e resti l’esigenza di ridurre sempre di più gli abbandoni. Vai al grafico.

4

regioni italiane che superano la media nazionale di abbandoni scolastici. Si tratta di Sicilia (19,4%), Campania (17,3%), Calabria (16,6%) e Puglia (15,6%). Dall’altro lato invece Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Emilia Romagna e Marche si trovano al di sotto della soglia Ue del 10%. Vai alla classifica.

-1,9

la variazione, in punti percentuali, del tasso di abbandono scolastico nel mezzogiorno tra il 2019 e il 2020. In un quadro non incoraggiante, l’Italia meridionale è però l’area della penisola in cui si sono registrati i progressi maggiori rispetto all’anno precedente. In base ai dati di Istat infatti nel 2019 sud e isole avevano un tasso di abbandono pari al 18,2%, sceso poi al 16,3% nel 2020. Se consideriamo invece il centro e il nord del paese, possiamo osservare come il livello di abbandono scolastico sia cresciuto rispettivamente di 0,5 e 0,6 punti percentuali rispetto al 2019. Vai all’articolo.

28,1%

i giovani che hanno abbandonato precocemente gli studi nel comune di Napoli (2011). Un dato che siamo in grado di ricavare, con questa granularità, solo attraverso le informazioni raccolte nell’ultimo censimento generale. Questo ci ricorda quanto sia importante, nel monitorare fenomeni sociali, poter disporre di dati quanto più possibile disaggregati. In modo da programmare con maggiore efficacia le politiche sul territorio. Vai alla mappa.

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Chi decide in Europa https://www.openpolis.it/chi-decide-in-europa/ Wed, 27 Feb 2019 09:10:39 +0000 http://www.openpolis.it/?p=35753 A meno di 100 giorni dalle prossime elezioni europee, un punto sulle istituzioni politiche dell'Ue: quali sono, chi le compone e come vengono prese le decisioni.

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Con questo articolo, insieme ad Agi diamo inizio a Focus Europa, una serie di approfondimenti con cui nel corso di quest’anno racconteremo l’attività delle istituzioni Ue e la posizione dell’Italia in Europa. Dalle infrazioni europee al raggiungimento degli obiettivi di Agenda 2020.

Un voto importante

A fine maggio tutti i cittadini dell’Unione europea saranno chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti nel parlamento Ue. Un appuntamento che cade a 40 anni esatti dalle prime elezioni europee a suffragio universale, nel 1979. Saranno anche le prime senza il Regno Unito, se la brexit sarà finalizzata – come previsto – entro il 29 marzo. Perciò queste elezioni si terranno in una fase cruciale per il futuro dell’Europa.

Con l’abbandono di uno dei paesi più grandi è tutto da capire che percorso prenderà la costruzione europea. Maggiore o minore integrazione tra i paesi membri? Mantenimento della governance attuale a 28 (27 con l’uscita del Regno Unito) o prosecuzione verso accordi tra gruppi di paesi su materie strategiche?

L’uscita del Regno Unito apre una fase di transizione per il sistema istituzionale Ue.

È un processo in corso di definizione, di cui è difficile prevedere l’esito. Perciò occuparsi di come funzionano l’Ue e le sue istituzioni diventa ancora più importante per comprenderne le evoluzioni future. A questi temi di solito non viene riservata un’attenzione particolarmente significativa. Le elezioni europee, ad esempio, sono state spesso affrontate dalla classe politica, dai media e dall’opinione pubblica come un appuntamento lontano, dove far pesare rapporti di forza nazionali. Una percezione che storicamente si è riflessa in una minore partecipazione rispetto alle elezioni politiche.

Alle europee storicamente hanno votato meno persone che nelle elezioni politiche. Negli anni ’80, in un sistema di partiti ancora molto strutturato, la differenza era più contenuta ma già significativa: nelle politiche votava quasi il 90% dell’elettorato, nelle europee circa l’82-83%. Un divario che nei decenni successivi si è progressivamente allargato.

FONTE: elaborazione Agi-openpolis su dati Ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: lunedì 5 Marzo 2018)

58,69% gli elettori che sono andati a votare alle europee del 2014 in Italia.

Su questa distanza probabilmente incide anche la poca consapevolezza di che cosa succede in Europa e di come funziona la politica a livello continentale. Consiglio europeo, consiglio dell'Unione europea, commissione, parlamento: istituzioni con precisi ruoli e funzioni, dei quali spesso non c'è sufficiente conoscenza.

Perché occuparsi di Europa

L’Ue è un’unione politica ed economica cui appartengono 27 paesi europei. Un’organizzazione sui generis, distinta dalle organizzazioni internazionali e tuttavia non assimilabile a una confederazione o a una federazione.
Vai a "Che cos’è e che cosa fa l’Unione europea"

Trascurare come funziona l'Ue rischia di essere una scelta miope.

È a livello europeo che passano alcune delle scelte più importanti, soprattutto nelle materie dove i singoli stati da soli avrebbero meno influenza in un contesto globale. L'Unione europea ha infatti competenza esclusiva in ambiti come il mercato unico, la politica monetaria dei paesi euro, il commercio internazionale. E può legiferare (senza esclusiva) in altri settori molto importanti, tra cui l'agricoltura, le reti di trasporto transeuropee, le politiche di coesione.

513 milioni i cittadini dell'Unione europea (scenderanno a 447 milioni con l'uscita del Regno Unito).

Come vengono prese queste decisioni e da chi?

La particolarità dell'Unione è il suo sistema istituzionale ibrido: molto più vincolante e strutturato di un'organizzazione internazionale, ma anche meno di una federazione di stati.

Come in un'organizzazione internazionale, molte delle decisioni più importanti passano dalle trattative tra i governi nazionali. Allo stesso tempo però l'influenza degli stati è in parte bilanciata da istituzioni che ci aspetteremmo in uno stato vero e proprio. C'è un parlamento eletto direttamente e un governo (la commissione) che ne riceve l'approvazione.

4 istituzioni analizzate: consiglio europeo, consiglio dell'Unione europea, parlamento e commissione.

È sull'equilibrio fragile tra interesse europeo e interessi nazionali che si regge l'intera architettura dell'Unione. Ed è seguendo questa logica che possiamo comprendere meglio il ruolo delle 4 istituzioni maggiormente coinvolte nel processo decisionale e legislativo:

  • Due (consiglio europeo e consiglio dell'Unione europea) rappresentano gli interessi nazionali dei diversi paesi;
  • altre due (parlamento e commissione) sono chiamate a rappresentare e a operare nell'interesse dell'Unione nel suo complesso.

La voce degli stati: consiglio europeo e consiglio dell'Ue

Anche se hanno un nome molto simile, che certo non aiuta a distinguerli, consiglio europeo e consiglio dell'Unione europea sono organi differenti, a partire dalla loro composizione e funzione.

Il consiglio europeo riunisce i capi di stato e di governo dei paesi Ue per decidere le strategie di fondo dell'Unione.
Vai a "Qual è la differenza tra consiglio europeo e consiglio dell’Unione europea"

Si tratta quindi del consesso in cui si trovano i massimi vertici esecutivi degli stati (primi ministri nei sistemi parlamentari, presidenti della repubblica in quelli presidenziali e semipresidenziali). Ad esempio attualmente vi prendono parte Giuseppe Conte per l'Italia, Angela Merkel per la Germania, Emmanuel Macron per la Francia.

Alle riunioni partecipano anche due membri della commissione: il presidente (oggi Jean Claude Juncker) e l'alto rappresentante per per gli affari esteri e la politica di sicurezza (Federica Mogherini).

Il consiglio europeo, pur senza poteri legislativi diretti, ha l'influenza per definire priorità e scelte di fondo dell'Ue.

A livello di capi di stato e di governo non vengono esaminate e votate le singole proposte legislative della commissione (compito come vedremo attribuito al consiglio dell'Unione europea in collaborazione con il parlamento). Lo scopo dei consigli europei è piuttosto stabilire le priorità dell'Unione e negoziare i temi politicamente più sensibili, come la definizione delle relazioni con gli altri paesi. Si occupa cioè di tutte le questioni che gli stati vogliono risolvere attraverso una mediazione intergovernativa. Quando prende una decisione - solitamente con un documento che viene chiamato "conclusioni del consiglio" - può poi chiedere alla commissione di presentare una proposta in merito per renderla operativa.

Molto diverso il ruolo del consiglio dell'Ue. Qui i governi non si ritrovano ai massimi livelli per decidere le strategie di fondo dell'Ue. Si riuniscono i ministri nazionali per votare le norme proposte dalla commissione.

Il consiglio dell’Ue, insieme al parlamento, è l'altro ramo legislativo. In base alla materia in discussione, riunisce i ministri competenti dei paesi europei per discutere e votare le proposte legislative della commissione.
Vai a "Qual è la differenza tra consiglio europeo e consiglio dell’Unione europea"

Se si discute di politica estera, ad esempio, si incontrano i ministri degli esteri (formazione affari esteri); se l'argomento trattato richiede l'incontro dei ministri economici, prende il nome di "ecofin" (consiglio economia e finanza).

10 le diverse formazioni in cui si può riunire il consiglio dell'Unione europea, in base alla materia trattata.

Perciò anche se entrambe le istituzioni rappresentano gli stessi 28 governi nazionali, la loro composizione politica è molto diversa. Ad esempio nel consiglio europeo ci sono pochi socialisti, perché i capi di governo del Pse sono solo 5 su 28.

FONTE: elaborazione Agi-openpolis sui dati nei siti dei governi Ue
(ultimo aggiornamento: giovedì 31 Gennaio 2019)

Allo stesso tempo però i socialisti sono molto più rappresentati in alcune formazioni del consiglio dell'Ue, come ecofin e esteri. Il motivo è che spesso partecipano ai governi nazionali come junior partner della coalizione, a cui non spetta il capo del governo ma comunque ministeri di peso. Perciò in quota Pse troviamo 7 componenti dell'ecofin e 8 nel consiglio affari esteri.

Quanto pesano gli stati

L'influenza degli stati dipende anche e soprattutto dal loro peso demografico. Quando i governi Ue devono approvare una decisione politica, infatti, non basta quasi mai ottenere la maggioranza semplice degli stati (15 su 28). In molti casi è necessaria una doppia maggioranza. Significa che la proposta deve raccogliere:

  1. il voto favorevole del 55% degli stati membri (72% se non è una proposta della commissione);
  2. e gli stati favorevoli devono rappresentare almeno il 65% della popolazione europea.

Questo è il metodo normale per il consiglio dell'Ue, mentre serve l'unanimità per questioni considerate sensibili come la politica estera, il diritto di cittadinanza e di famiglia e le politiche sociali e finanziarie. Il consiglio europeo in genere decide per consenso (senza un voto esplicito), all'unanimità o - in alcuni casi, come la nomina del suo presidente - con la doppia maggioranza.

80% delle norme Ue vengono approvate con il metodo della doppia maggioranza.

Gli equilibri attuali tra i paesi cambieranno con l'uscita del Regno Unito dall'Ue, prevista il 29 marzo prossimo. Quelli con maggiore peso demografico sono Germania (16,12% della popolazione Ue), Francia (13,1%), Regno Unito (12,9%) e Italia (11,92%). Dopo la brexit, saranno Germania (18,5%), Francia (15,04%), Italia (13,68%) e Spagna (10,44%).

FONTE: elaborazione Agi-openpolis su dati Consiglio dell'Unione europea
(ultimo aggiornamento: giovedì 20 Dicembre 2018)

La voce dell'Ue: il parlamento europeo

Il parlamento europeo è l'altro organo dotato di potere legislativo. Forzando un po' il paragone con un sistema parlamentare bicamerale, si potrebbe dire che il consiglio dell'Ue è la camera alta, che rappresenta gli stati membri, mentre il parlamento è la camera bassa, che rappresenta i cittadini dell'Unione.

Eletto ogni 5 anni dagli elettori di tutta l’Ue, il parlamento ha un ruolo fondamentale nell’approvazione delle norme europee ed esercita il controllo democratico sulle altre istituzioni Ue.
Vai a "Che cos’è e che cosa fa il parlamento europeo"

Il parlamento è composto da 751 membri, che diventeranno 705 dopo l'uscita del Regno Unito. Nel corso degli anni, con lo scopo di democratizzare l'Ue, agli eurodeputati sono state attribuite nuove funzioni. Ad esempio sono loro che approvano la commissione e il suo presidente. Ma ai parlamentari dell'Ue manca una prerogativa fondamentale di quelli nazionali: il potere non solo di modificare, ma anche di proporre nuove norme.

76 gli eurodeputati eletti in Italia dopo la brexit (adesso sono 73).

Il numero di eurodeputati per paese dipende dalla popolazione, e varia da un minimo di 6 a un massimo di 96. Era stato proposto che i seggi lasciati vacanti per la brexit venisse eletta in un collegio unico da tutti i cittadini europei, con liste transnazionali. Questa proposta è stata bocciata, e i seggi sono stati in parte riservati per futuri allargamenti e in parte ridistribuiti tra gli stati. L'Italia passerà così da 73 a 76 eurodeputati.

FONTE: elaborazione Agi-openpolis su dati Parlamento europeo
(ultimo aggiornamento: venerdì 1 Febbraio 2019)

L'importanza dei gruppi politici

Il parlamento europeo non funziona come l'assemblea delle Nazioni unite o di altri organismi sovranazionali, dove ciascun membro rappresenta il proprio stato. Gli eurodeputati si organizzano in gruppi sulla base delle affinità politiche, non per nazionalità. Proprio come avviene nei parlamenti degli stati.

I gruppi attuali sono 8 e rappresentano diverse correnti di pensiero politico. Generalmente ciascun gruppo è collegato a un partito europeo di riferimento (o anche più di uno). Ad esempio gli eletti con partiti socialisti e socialdemocratici si raggruppano nel gruppo S&D (socialists and democrats), collegato al partito del socialismo europeo (Pse).

 

I gruppi nel parlamento europeo

Gruppo parlamentareChi lo componePartiti italiani aderenti
PpeCristiano democratici, liberali conservatoriFi, Svp
S&dSocialdemocratici, socialisti, progressistiPd, Mdp
EcrConservatori euroscetticiFdi
AldeLiberaldemocratici, centristi+Europa
Verdi/AleAmbientalisti, regionalistiFdv
Gue/NglSinistra radicale, ecologisti di sinistraSi
EfddPopulisti euroscettici, democrazia direttaM5s
EnfNazionalisti, destraLega
Non iscrittiDeputati non aderenti a nessun gruppo-

 

Gli eurodeputati che non aderiscono a nessuno dei gruppi esistenti, o che non riescono a formarne uno autonomo finiscono tra i non iscritti. Sono infatti piuttosto stringenti i requisiti per formare un gruppo nel parlamento europeo: serve un minimo di 25 eurodeputati provenienti da almeno 7 paesi dell'Unione.

La composizione del parlamento Ue nel gennaio 2019 è la seguente: Ppe (217 eurodeputati), Pse (187), Ecr (75), Alde (68), Verdi (52), Gue/Ngl (52), Efdd (41), Enf (37), non iscritti (22).

FONTE: elaborazione Agi-openpolis su dati Parlamento europeo
(ultimo aggiornamento: giovedì 31 Gennaio 2019)

Ma perché è così importante fare parte di un gruppo europeo? In primo luogo perché chiarisce il posizionamento dei singoli eurodeputati: sapere a che famiglia politica appartengono aiuta a comprendere meglio la politica europea. Inoltre dà diritto a una serie di prerogative di tipo organizzativo di cui i deputati non iscritti non dispongono. Si tratta della possibilità di costituirsi come una struttura stabile: con un proprio presidente, un ufficio di presidenza, una segreteria. Questo tipo di organizzazione contribuisce a rendere i gruppi il vero perno del funzionamento dell'assemblea.

Il ruolo dei gruppi è fondamentale nei processi decisionali del parlamento Ue.

All'interno di un sistema parlamentare che prevede procedure di esame e approvazione molto articolate, i gruppi hanno la funzione di raccordare i diversi passaggi. Prima di arrivare al voto nell'aula plenaria, tutti i testi e le proposte vengono esaminate dalle commissioni parlamentari competenti per materia, come avviene in Italia alla camera e al senato. Ciascuna commissione è formata da un ristretto numero di eurodeputati, e la composizione politica delle commissioni rispecchia quella dei gruppi nell'aula. Una volta uscito dalla commissione parlamentare, il testo passa dai gruppi politici che li esaminano e possono anche presentare emendamenti. Quando infine il testo arriva nella plenaria, i gruppi politici esprimono la propria posizione nelle diverse votazioni su cui è chiamata ad esprimersi l'aula. Anche se non si tratta di indicazioni obbligatorie (i deputati votano senza vincolo di mandato), contribuiscono a plasmare le decisioni prese dal parlamento.

20 le commissioni specializzate per materia del parlamento Ue, in cui vengono discusse e emendate le proposte legislative prima di arrivare al voto in aula.

Perciò non è affatto indifferente la composizione politica dell'europarlamento. A maggior ragione dopo il trattato di Lisbona, la procedura legislativa ordinaria prevede che il parlamento non fornisca più solo pareri, ma possa modificare le proposte della commissione. Attualmente la coalizione di maggioranza nel parlamento europeo è quella formata da popolari, socialisti e liberali. Le prime due forze politiche sono quelle che sono diminuite di più nel corso dell'ultimo ventennio.

FONTE: elaborazione Agi-openpolis su dati Parlamento europeo
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Maggio 2015)

Negli anni '90 il sistema politico europeo (e quello di gran parte degli stati membri) appariva piuttosto bipolare, imperniato sul Ppe nel centrodestra e sul Pse nel centrosinistra. Le ultime tornate elettorali hanno visto una crisi in particolare dei socialisti, passati dal detenere il 35% dei seggi dell'assemblea al 25%. In parallelo sono cresciute le componenti euroscettiche: il nazionalista Enf (guidato da Matteo Salvini e Marie Le Pen), l'Efdd (il gruppo di Nigel Farage e del M5s), l'Ecr (che comprende tra gli altri i conservatori inglesi e polacchi).

Nelle prossime elezioni europee sarà interessante osservare il risultato elettorale da un lato dell'attuale maggioranza, dall'altro delle forze euroscettiche che le si contrappongono. L'intenzione dichiarata di alcune di queste è infatti raccogliere in un unico gruppo sovranista tutti i partiti euroscettici. L'obiettivo è diventare il secondo gruppo nell'europarlamento e allearsi con il Ppe in sostituzione del Pse.

La commissione, tra stati nazionali e Ue

La commissione è il governo dell'Unione europea. Come nei governi nazionali c'è un capo, il presidente della commissione europea (attualmente è Jean Claude Juncker), e dei ministri, i commissari europei. Il presidente attribuisce ad ogni commissario delle deleghe, così questi diventano responsabili dei diversi temi dall'economia alla giustizia, dall'agricoltura al commercio.

Gestisce i bilanci e le politiche dell’Unione, oltre a proporre le norme europee. È infatti l'unica istituzione dell'Ue ad avere il potere di iniziativa legislativa.
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La commissione è probabilmente l'istituzione che più risente della natura ibrida dell'Unione, stretta tra due tendenze opposte. Da un lato, c'è chi - nella prospettiva di una federazione europea - spinge per trasformarla in un vero governo politico dell'Ue, che risponda al parlamento eletto. Dall'altro, chi è contrario a questa prospettiva vorrebbe che fosse unicamente l’organo esecutivo degli accordi già raggiunti tra gli stati membri, e quindi subordinata al consiglio.

28 il numero di membri della commissione Ue: uno per ogni stato membro.

Con la riforma dei trattati, in particolare con quella di Lisbona (2009), è stato stabilito un equilibrio di compromesso tra le due concezioni. Un equilibrio raggiunto dettagliando le modalità della nomina e dell'approvazione della commissione, che infatti è condivisa tra il parlamento e gli stati.

Presidente della commissione e commissari vengono nominati dal consiglio europeo, ma hanno bisogno dell'approvazione del parlamento.
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È da capire in che direzione si stabilizzerà questo compromesso. Dal 2014 ad esempio, per democratizzare la scelta del vertice della commissione, i partiti europei in lizza alle elezioni dichiarano prima del voto qual è il loro candidato come presidente della commissione (sistema noto come spitzenkandidaten). Con l'accordo che il candidato del gruppo parlamentare più numeroso (o quello che raccoglie una coalizione di maggioranza) venga eletto presidente. Anche se la proposta formale spetta al consiglio, la base giuridica è l'articolo 17 del Trattato sull'Ue, che recita:

Tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento europeo un candidato alla carica di presidente della Commissione.

La scelta del vertice della commissione è contesa tra consiglio e parlamento.

Tale procedura è stata adottata la prima volta nel 2014, ed ha contribuito all'elezione di Jean Claude Juncker in quanto candidato del Ppe. I gruppi al parlamento europeo stanno cercando di imporre questo metodo: nel febbraio del 2018 l'assemblea ha adottato una risoluzione in cui si dichiara indisponibile ad approvare un candidato non presentato prima del voto.

Perciò anche nelle elezioni del 2019 i maggiori partiti hanno presentato dei candidati presidente. Quello del Ppe ad esempio è il capogruppo dei popolari al parlamento Ue, Manfred Weber; quello dei socialisti è Frans Timmermans, vicepresidente dell'attuale commissione. Dopo il voto sarà interessante capire se il metodo degli spitzenkandidaten si consoliderà oppure verrà abbandonato.

353 su 705 i voti in parlamento di cui avrà bisogno il prossimo presidente della commissione per essere eletto, in caso di conclusione della brexit.

Comunque vada, questi passaggi descrivono una procedura politica a tutto tondo, complessa, ma non così dissimile dalle prassi con cui governi entrano in carica nei sistemi parlamentari. Ciò configura la commissione come un organo politico, di cui è interessante capire la composizione in base al partito europeo di appartenenza.

L’unico membro indipendente della commissione Juncker è l’inglese Julian King, un diplomatico subentrato dopo le dimissioni del precedente commissario britannico a seguito della Brexit.

FONTE: elaborazione Agi-openpolis su dati Commissione europea
(ultimo aggiornamento: venerdì 15 Febbraio 2019)

La composizione attuale della commissione Juncker rispecchia la maggioranza che l'aveva sostenuta in parlamento al momento della nomina, nel 2014, formata principalmente da popolari, socialisti e liberali. La metà dei membri è del Ppe, il gruppo di maggioranza relativa nell'assemblea. Appartengono al partito popolare il presidente della commissione e 13 commissari, di cui 2 vicepresidenti. Tra le deleghe di maggior peso possiamo citare quella all'euro (Valdis Dombrovskis), all'agricoltura (Phil Hogan) e al bilancio dell'Ue (Guenther Oettinger).

2 su 6 vicepresidenti della commissione sono in quota Ppe.

8 membri su 28 (29%) sono del Pse, il secondo gruppo in parlamento. È socialista il primo vicepresidente della commissione, Frans Timmermans. Sono del Pse anche la carica di Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza (Federica Mogherini) e il commissario agli affari economici e finanziari (Pierre Moscovici).

I liberali hanno meno commissari dei due partiti maggiori (5 su 28), ma si tratta spesso di deleghe molto strategiche per l'Ue, soprattutto dal punto di vista dello sviluppo del mercato interno e delle esportazioni. Appartengono infatti all'Alde la commissaria al commercio (Cecilia Malmström), quella alla concorrenza (Margrethe Vestager), ai trasporti (Violeta Bulc) e il vicepresidente con delega al mercato unico digitale (Andrus Andip). L'altro commissario dei liberali è quello alla giustizia, ai consumatori e alla parità di genere (Vera Jourova).

Il ruolo del presidente della commissione

Quanto conta davvero la commissione negli equilibri istituzionali dell'Ue dipende molto dall'attitudine e dal peso politico del suo presidente. Storicamente l'incarico di presidente della commissione è stato ricoperto da 13 persone, dal 1958 (anno di istituzione) ad oggi. Quello che è rimasto in carica più a lungo, plasmando di fatto le prerogative della commissione e del suo vertice, è stato Jacques Delors (Pse), per un totale di 3.666 giorni tra il 1985 e il 1995.

FONTE: elaborazione Agi-openpolis su dati Commissione Ue
(ultimo aggiornamento: venerdì 15 Febbraio 2019)

Quello con il mandato più breve, poiché subentrato ad interim al presidente dimissionario in qualità di vice, è stato Manuel Marìn (sempre Pse), per 6 mesi nel 1999.

3 il record di mandati come presidente della commissione. Appartiene a Jacques Delors, seguito dai 2 di Barroso (2004-14) e Hallstein (1958-67).

I socialisti complessivamente hanno guidato la commissione per la metà dei giorni dei popolari. Solo Delors e Roy Jenkins (laburista, 1977-81) hanno svolto mandati con una durata significativa. Oltre al già citato Marín, l'altro presidente del Pse è stato Mansholt, per meno di un anno negli anni '70.

FONTE: elaborazione Agi-openpolis su dati Commissione europea
(ultimo aggiornamento: venerdì 15 Febbraio 2019)

Tolte queste 4 figure, il capo della commissione è sempre stato un liberaldemocratico (anche di centrosinistra, come Romano Prodi), un popolare o una personalità di centrodestra. È dal 1999 che un esponente del Pse non è a capo della commissione.

Rispetto alla nazionalità, le 3 commissioni di Delors (e una di Ortoli, gollista, negli anni '70) rendono la Francia il paese che ha guidato più a lungo l'istituzione (oltre 5.000 giorni totali). Segue il Lussemburgo, stato fondatore e paese d'origine dell'attuale presidente Juncker, con oltre 4.500 giorni. Se il mandato di Juncker durerà come previsto fino a fine ottobre, il Lussemburgo sfiorerà i 4.800 giorni.

FONTE: elaborazione Agi-openpolis su dati Commissione europea
(ultimo aggiornamento: venerdì 15 Febbraio 2019)

2 gli italiani diventati presidenti della commissione Ue: Franco Malfatti (1970-72) e Romano Prodi (1999-2004).

Il mandato di Malfatti durò appena 2 anni. Si dimise nel marzo del '72 per partecipare alle elezioni politiche italiane, che erano state anticipate rispetto alla scadenza naturale. Segno evidente della minore importanza attribuita agli incarichi europei rispetto a quelli nazionali.

Del resto anche la Germania, paese più grande dell'Unione sia a livello demografico che economico, ha avuto il primo presidente (Walter Hallstein, tra il '58 e il '67), ma da allora non ha un suo cittadino al vertice della commissione. Potrebbe non essere più così dal prossimo novembre, dato che il partito maggiore a livello europeo, il Ppe, ha candidato il tedesco Manfred Weber come presidente.

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