Brescia Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/brescia/ Tue, 19 Sep 2023 07:11:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 L’offerta di giardini scolastici non è omogenea tra le città https://www.openpolis.it/lofferta-di-giardini-scolastici-non-e-omogenea/ Tue, 19 Sep 2023 07:05:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=235829 I giardini scolastici hanno un valore educativo insostituibile, ma oggi la loro diffusione è molto disuguale sul territorio nazionale. Nelle città del sud l'offerta di verde per minore è spesso inferiore alla media.

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Il verde nelle scuole è spesso sottovalutato e, di conseguenza, sottoutilizzato. Si tratta invece di uno strumento importante nelle politiche di contrasto alla povertà educativa.

L’offerta di giardini scolastici non è omogenea sul territorio nazionale. Sono le città del sud ad avere una minore disponibilità di spazi verdi negli istituti.

5,3 i metri quadri per minore di giardini scolastici presenti nelle scuole delle città del sud. Meno della media nazionale (7,9) e la metà del nord (10,6).

In precedenti approfondimenti, abbiamo spesso sottolineato le differenze in termini di opportunità educative tra le aree del paese. Dalle mense scolastiche al tempo pieno, dagli asili nido ai centri di aggregazione, dalle palestre ai trasporti per gli studenti.

A questi si aggiunge il divario sui giardini scolastici, non meno importante. La letteratura internazionale e le linee guida esistenti in materia indicano chiaramente come il verde in ambito scolastico abbia una funzione sociale ed educativa che va molto oltre quella puramente estetica.

Approfondiamo perché sono così importanti per bambini e ragazzi, in quali città sono maggiormente diffusi rispetto ai minori residenti e cosa possono fare le scuole per potenziarne l’utilità, quando presenti.

Uno strumento educativo insostituibile e sottoutilizzato

Nello stilare le linee guida per le future scuole innovative, il gruppo di lavoro nominato dal ministero dell’istruzione ha dedicato un capitolo alla valorizzazione degli spazi dentro e fuori dall’edificio scolastico.

Il documento indica la potenzialità educativa degli spazi verdi di pertinenza delle scuole, osservando come restino ancora sottoutilizzati nel contesto italiano.

L’ambiente esterno è il luogo di elezione per fare esperienza non solo legata al contesto naturale (il contatto con la terra, l’osservazione dei fenomeni meteo, la coltivazione), ma anche come prolungamento degli ambienti interni. Spazi all’aperto dovrebbero essere facilmente accessibili dalle aule, ma anche da laboratori, biblioteche, spazi comuni e di ristorazione, in una sorta di continuità d’uso che ne faciliti l’appropriazione

L’impostazione del gruppo di lavoro, del resto, è coerente con la letteratura internazionale che ormai da anni ha evidenziato il valore educativo dei giardini scolastici.

Nel 2022 Unicef ha pubblicato un documento di lavoro che identifica alcuni aspetti strategici nell’estensione del verde scolastico.

Cortili e spazi verdi delle scuole offrono un luogo ideale per fare educazione ambientale o allo sviluppo sostenibile. Con potenzialità enormi anche di integrare e arricchire la didattica con attività curricolari ed extracurricolari. Ma anche al netto di queste possibilità di valorizzazione, vi sono riscontri che il beneficio potrebbe essere comunque positivo.

Secondo alcuni studi (…) gli studenti delle scuole superiori che dalla propria aula riescono a vedere uno spazio verde ottengono risultati migliori nei test per valutare l’attenzione, mentre i bambini che vivono nelle vicinanze di aree verdi hanno una migliore capacità di affrontare eventi stressanti.

Un contributo ulteriore è quello dato dalla valorizzazione di questi spazi anche per l’utilizzo da parte delle comunità locali. In particolare per la fruizione di famiglie e bambini anche al di fuori dell’orario scolastico. Un ruolo cruciale, specialmente nei territori dove sono carenti spazi verdi curati e dotati di servizi.

I divari nell’offerta di giardini scolastici

Come abbiamo avuto modo di approfondire, sono ampie le distanze tra i capoluoghi italiani in termini di dotazione di verde pubblico.

Questi stessi divari si riscontrano anche nella disponibilità di giardini scolastici rispetto ai bambini e ragazzi residenti. In media sono 7,9 i metri quadri di giardini scolastici per minore nei capoluoghi di provincia italiani. Spiccano le città settentrionali, con in media 10,6 metri quadri per abitante con meno di 18 anni. In particolare quelle del nord-est (12,5), ma anche quelle dell’Italia nord-occidentale superano la media nazionale (9,1).

12,5 i metri quadri per minore di giardini scolastici presenti nelle scuole delle città del nord-est.

Nelle città del centro Italia sono 6,7 i metri quadri per minore, mentre nel mezzogiorno scendono a 5,3. In particolare 6 mq nelle isole e meno di 5 (4,9 mq) nel sud continentale.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 22 Febbraio 2023)

Osservando i dati delle singole città, superano i 20 metri quadri di giardini scolastici per minore residente 4 capoluoghi. Verona, prima con 26,5 mq, Carbonia (Sardegna) con 21,4 e le lombarde Como e Brescia, rispettivamente con 20,5 e 20,2.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: mercoledì 22 Febbraio 2023)

Sono 3 invece le città dove risulta – in base ai dati del 2021 – meno di un metro quadro di verde scolastico per minore residente. Due siciliane Messina (0,6) e Trapani (0,8) e la pugliese Trani (0,9). Poco sopra la vicina Barletta (1,2) e due capoluoghi liguri, Genova (1,2) e Imperia (1,3).

In un’Italia settentrionale che ha una maggiore densità di giardini scolastici, le città della Liguria – con l’eccezione di La Spezia (8,3) – spiccano per una diffusione molto minore rispetto alla media.

2,3 mq per minore nelle città liguri. Molto meno della media del nord Italia (10,6).

Come valorizzare i giardini scolastici

Differenze così ampie nella dotazione di giardini da parte delle scuole indicano un aspetto di cui gli investimenti in edilizia scolastica dovranno occuparsi, seguendo le raccomandazioni del documento del gruppo di lavoro per le nuove scuole.

Tuttavia la dotazione attuale, quando disponibile, può già oggi essere maggiormente valorizzata. Le scuole, con il supporto delle istituzioni locali e nazionali e delle comunità educanti, possono adottare l’insieme di interventi consigliati dalle linee guida di Unicef.

5 gli interventi consigliati da Unicef per la valorizzazione del verde in scuole e asili.

Il primo punto riguarda la manutenzione del verde scolastico. Conservare, migliorare, creare e mantenere spazi verdi accessibili e sicuri fuori dagli edifici scolastici è ovviamente la condizione imprescindibile. Su questa premessa, è possibile prevedere e aumentare le attività da svolgere all’aperto: dall’educazione ambientale alle normali attività ricreative.

Le ultime due raccomandazioni riguardano il coordinamento da trovare con i soggetti al di fuori della scuola, attivando la rete della comunità educante. In primo luogo, il necessario sostegno economico per la valorizzazione del verde che può arrivare da amministrazioni locali, istituzioni pubbliche e private. In secondo luogo, la collaborazione da ricercare con le comunità locali sia per mantenere gli spazi, sia per farli vivere anche al di fuori dell’orario scolastico.

Si tratta di interventi, in alcuni casi piccoli, in altri più complessi, in grado di potenziare molto le opportunità educative di ragazze e ragazzi. Soprattutto nei territori dove ve ne sono di meno e il verde pubblico è più carente.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al verde urbano nelle città sono di fonte Istat e sono aggiornati al 2021.

Foto: Amanda Mills, USCDCP (Pixnio) – Licenza

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Lo sport come strumento per combattere le discriminazioni https://www.openpolis.it/lo-sport-come-strumento-per-combattere-le-discriminazioni/ Tue, 30 May 2023 07:10:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=235718 L'attività sportiva può essere un veicolo prezioso per trasmettere valori e abbattere discriminazioni. Oggi i minori stranieri praticano sport molto meno dei coetanei, e l’offerta di spazi dove praticarlo è ampiamente differenziata sul territorio.

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La funzione dello sport nella crescita di bambine e bambini, ragazzi e ragazze non coinvolge unicamente il loro sviluppo psicofisico. Un aspetto fondamentale, perché riguarda il diritto alla salute tutelato dalla convenzione sui diritti dell’infanzia, e che tuttavia non esaurisce il ruolo dell’attività sportiva.

Lo sport ha infatti un impatto anche nella crescita sociale ed educativa dei più giovani. Offre un ambiente in cui apprendere, in un contesto di gioco, valori quali il rispetto delle regole e degli avversari, la lealtà verso i compagni e la squadra, la dedizione personale. Inoltre, rappresenta un momento di aggregazione e di socialità in cui sviluppare la propria personalità e instaurare relazioni con i coetanei e gli adulti.

Aspetti che rendono la pratica sportiva centrale anche nelle politiche di contrasto alle discriminazioni, come quelle di natura etnica e razziale, ancora oggi purtroppo molto presenti. Un potenziale enorme, attualmente compromesso dalla minore partecipazione di bambini e ragazzi di origine straniera alle attività sportive.

L’impatto delle discriminazioni sui minori stranieri

Le ragazze e i ragazzi stranieri subiscono atti di discriminazione e di bullismo più spesso dei coetanei italiani. Del resto il bullismo, come abbiamo avuto modo di raccontare, genera esclusione sociale, perché a farne le spese sono coloro che sono già meno inclusi, per una diversità sociale, fisica, etnica o culturale.

Nelle rilevazioni di Istat sull’integrazione delle seconde generazioni è emerso come siano proprio i ragazzi delle nazionalità che hanno meno contatti con i coetanei italiani a finire più spesso vittime di atti di discriminazione.

(…) i ragazzi che sembrano essere più “esposti” ad episodi di prepotenza e/o comportamenti vessatori da parte dei loro coetanei sono i cinesi, i filippini e gli indiani (con percentuali ben superiori al 50 per cento), le stesse collettività che tendono ad essere più “chiuse” nei confronti dei coetanei italiani.

Per contrastare questi fenomeni è necessario intervenire sull’educazione al rispetto tra persone e culture e sull’abbattimento di pregiudizi e stereotipi. Partendo innanzitutto dalla conoscenza e dal confronto reciproco. Le occasioni di aggregazione offerte dalla pratica sportiva possono aiutare a realizzarli, giorno per giorno.

23,9% gli alunni stranieri che non frequentano i compagni fuori da scuola (14,4% tra gli italiani).

La condivisione e il gioco di squadra che si realizzano nello sport rappresentano un veicolo insostituibile per creare questi momenti di socialità e trasmettere tali valori. Perciò è un problema se i minori stranieri hanno minore accesso alla pratica sportiva, come oggi sembra accadere.

I minori stranieri fanno meno sport dei coetanei

Tra ragazze e ragazzi delle medie, solo il 53% degli studenti stranieri pratica attività sportive al di fuori dall’orario scolastico. Quasi altrettanti (47%) non ne svolgono alcuna, in base ai dati raccolti nell’ambito dell’indagine sull’integrazione delle seconde generazioni. Per avere un termine di paragone, tra i coetanei italiani oltre 3 su 4 fanno sport (75,7%), e meno del 25% non ne pratica nessuno.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat, Indagine sull’integrazione delle seconde generazioni
(pubblicati: giovedì 16 Aprile 2020)



Il divario è meno ampio, ma comunque consistente nelle scuole superiori. E spesso le disparità nell’accesso allo sport riguardano proprio i giovani meno inclusi, stando ai dati sul bullismo e sulla frequentazione con i compagni visti in precedenza.

I più svantaggiati risultano essere i ragazzi indiani e cinesi, con percentuali intorno al 35 per cento: in particolare, tra le ragazze indiane solo il 16 per cento pratica un’attività sportiva al di fuori dell’orario scolastico.

Inoltre il gap, oltre che per cittadinanza, è anche per genere. I maschi italiani delle scuole secondarie, alla data della rilevazione (2015), praticavano sport nel 76% dei casi, quelli stranieri nel 64,1%. Le ragazze italiane meno dei giovani stranieri (62,3%), quelle straniere addirittura hanno dichiarato di fare sport in poco più di un caso su 3 (35,3%).

Disparità di accesso che possono dipendere da numerosi fattori, dalle discriminazioni di genere alla condizione economica della famiglia. Tanto tra i ragazzi italiani quanto tra gli stranieri la pratica sportiva aumenta al migliorare dello status socio-economico percepito. Senza contare aspetti come l’integrazione della comunità straniera nel contesto territoriale di riferimento, o ancora la stessa diffusione di luoghi per fare sport sul territorio.

L’accesso e la disponibilità di luoghi dove fare sport sul territorio

In media, quasi uno studente straniero delle scuole secondarie su 3 dichiara di non frequentare mai campi o centri sportivi, come luogo di ritrovo al di fuori della scuola. Tra i ragazzi italiani la quota scende a 1 su 4: il 25,6% non frequenta mai strutture sportive nel proprio tempo libero.

In Puglia, Sicilia e Campania, la quota di adolescenti stranieri che non hanno mai accesso a queste strutture supera il 34%; superano la media nazionale anche Lazio (33%), Liguria (32,2%), Toscana e Veneto (entrambe al 31,7%). Mentre livelli più contenuti si registrano nella provincia autonoma di Bolzano (20,5%), in Friuli-Venezia Giulia (26%), in Valle d’Aosta (26,1%) e nella provincia autonoma di Trento (27,10%).

34,9% i ragazzi stranieri che in Puglia non frequentano campi sportivi come luogo di ritrovo.

Un mancato utilizzo che pone una questione di disparità di accesso a questo tipo di strutture. In termini economici, considerato il legame tra la condizione della famiglia e l’abitudine alla pratica sportiva. Ma anche per la stessa disponibilità di luoghi dove fare sport sul territorio.

L’offerta di aree sportive all’aperto ad esempio non è omogenea sull’intero territorio nazionale. Così come nelle zone del paese dove vivono più bambini e ragazzi con cittadinanza non italiana.

Sono 5 i capoluoghi dove oltre il 25% dei minori è straniero: Prato, dove i residenti under-18 senza la cittadinanza italiana sono oltre un terzo del totale (34,3%), Piacenza (29,1%), Brescia (27,8%), Imperia (25,5%) e Milano (25,2%).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: mercoledì 22 Febbraio 2023)



In 3 di questi la disponibilità di aree sportive all’aperto, cioè spazi all’aperto con funzione ludica-ricreativa adibiti a campi sportivi, piscine, campi polivalenti o aule verdi, non raggiunge la media nazionale, pari a circa 10 metri quadri per ciascun minore residente nei capoluoghi.

In particolare l’offerta è di 0,9 metri quadri per minore a Milano, di 5,4 mq a Imperia, di 7,1 a Brescia. Mentre si collocano al di sopra della media nazionale Prato (29,7 metri quadri per residente tra 0 e 17 anni) e Piacenza (42,9).

Disparità su cui intervenire quindi anche per una ragione ulteriore. Anche la disponibilità di spazi dove fare sport può costituire uno strumento prezioso nelle politiche di inclusione.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al verde urbano nelle città sono di fonte Istat e sono aggiornati al 2021.

Foto:  Allison Shelley (EDUimages)Licenza

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Quanto tempo serve per raggiungere la scuola dai comuni più isolati https://www.openpolis.it/quanto-tempo-serve-per-raggiungere-la-scuola-dai-comuni-piu-lontani/ Tue, 02 May 2023 07:09:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=229261 Oltre 140mila giovani tra 6 e 18 anni vivono in un comune che dista almeno 60 minuti dalla città polo più vicina. Per quasi 20mila di loro la distanza supera l'ora e mezzo. Approfondiamo la raggiungibilità delle scuole da questi territori più remoti.

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L’Italia ha un territorio morfologicamente molto articolato, che in molte aree del paese significa tempi di percorrenza anche molto lunghi per raggiungere il centro più vicino.

Ciò incide sulla vita quotidiana di famiglie e studenti, ed è anche una delle cause del progressivo spopolamento di intere aree del paese. Raggiungere i servizi, in particolar modo quelli educativi e scolastici, può essere più difficile in questi territori. Rendendo più concreto anche il rischio di dispersione e di abbandono precoce della scuola.

Sono 182 i comuni polo nel nostro paese, le città con maggiore disponibilità di servizi. Si tratta di centri dove è presente, contemporaneamente, un’ampia offerta scolastica superiore (almeno un liceo e almeno un istituto tecnico o professionale), nonché servizi sanitari e di trasporto ferroviario.

A essi si aggiungono 59 poli intercomunali, gruppi di comuni che presi complessivamente offrono questi servizi, per un totale di 241 poli. Il tempo per raggiungerli è molto variabile sul territorio nazionale.

Oltre 600 comuni, pari all’8,3% del totale, si trovano ad almeno un’ora di distanza dal polo più vicino.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Agenzia coesione e Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 15 Febbraio 2022)



In questi comuni vivono poco meno di 1,28 milioni di abitanti, il 2,2% dei residenti in Italia. Di questi, 185mila sono minorenni, mentre 144mila hanno tra 6 e 18 anni, in età di obbligo formativo.

Decine di migliaia di ragazze e ragazzi per cui il tema dei trasporti e della possibilità di spostarsi è centrale. Tanto per andare a scuola, quanto per la vita di tutti giorni. A maggior ragione nei 62 comuni dove per raggiungere il polo più vicino si impiega almeno un’ora e mezzo. Territori in cui vivono oltre 25mila minori e poco meno di 20mila bambini e ragazzi tra 6 e 18 anni.

19.805 i 6-18enni che vivono in aree ad almeno 90 minuti dal polo più vicino.

I comuni più distanti sono spesso realtà isolane: Lampedusa e Linosa, a oltre 5 ore da Agrigento, Pantelleria (quasi 2 ore e mezzo da Mazara del Vallo), Marciana, sull’isola d’Elba, a oltre 2 ore Grosseto.

Seguono numerosi comuni del nuorese (come Triei, Baunei, Ussassai, Lotzorai, Girasole, Tortolì e diversi altri a più di 100 minuti), nonché altri nelle province di Sondrio (Livigno, 108,4 minuti dal capoluogo), Salerno, Bolzano, nelle isole di Ustica e d’Elba, nel potentino.

In provincia di Nuoro, quasi il 72% dei residenti tra 6 e 18 anni abita in un comune ad almeno 60 minuti di percorrenza verso il polo più vicino. Ciò è dovuto al fatto che il capoluogo, nell’ultima revisione della metodologia, non è più classificato come polo e si trova a 61,8 minuti dal centro più vicino, Oristano.

(…) ci sono 4 città capoluogo di provincia (Isernia, Matera, Enna e Nuoro) il cui livello di servizi offerti è insufficiente alla loro classificazione statistica come Polo e che, pertanto, risultano classificate in modo differenziato a seconda della loro distanza dal Polo più prossimo.

L’altra provincia con più studenti che vivono in comuni con tempi di percorrenza superiori all’ora è Caltanissetta: 44% dei giovani tra 6 e 18 anni.

Lo stato dei trasporti verso i poli con più minori distanti

In Italia poco meno del 90% delle scuole sono raggiungibili con mezzi pubblici (87,9% nell’anno scolastico 2020/21). Quasi il 44% degli edifici è raggiunto nello specifico dal trasporto pubblico interurbano.

43,9% edifici scolastici raggiungibili con il trasporto pubblico interurbano (a.s. 2020/21).

Per approfondire la raggiungibilità delle scuole situate nei poli dai comuni più remoti, la prima cosa da fare è individuare quali comuni polo sono baricentrici per il maggior numero di giovani tra 6 e 18 anni.

I 10 comuni polo che sono associati a territori dove più giovani vivono in comuni collocati a oltre un’ora di distanza sono nell’ordine Eboli, Ragusa, Bolzano, Oristano, Cagliari, Brescia, Olbia, Foggia, Catania e Sondrio.

Dal punto di vista dimensionale, si va da Eboli, nel cui “circondario” vivono circa 60mila bambini e ragazzi in età scolastica e formativa (di cui quasi 15mila in comuni a oltre 60 minuti da Eboli stessa: 1 su 4), a Sondrio, città baricentrica per un’area che non coincide con la provincia omonima, essendo estesa anche a parti del bresciano. Il capoluogo valtellinese è baricentrico per quasi 20mila 6-18enni della zona, di cui 4.500 circa in comuni ad almeno un’ora dal centro principale.

Dati non disponibili per il Trentino Alto Adige. I dati, pubblicati sul portale open data del ministero dell’istruzione, sono forniti dagli enti locali proprietari o gestori degli edifici adibiti ad uso scolastico.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Miur e Agenzia coesione
(ultimo aggiornamento: mercoledì 12 Gennaio 2022)



Il livello dei collegamenti scolastici è molto variabile tra i 10 poli delle aree con più studenti a oltre un’ora di distanza. Nel comune di Oristano, in Sardegna, tutti gli edifici scolastici risultano raggiunti da almeno un mezzo di trasporto pubblico e il 75,7% da quello interurbano.

Per quanto riguarda i collegamenti con il trasporto interurbano, seguono Olbia e Sondrio. Città dove quasi due terzi degli edifici scolastici ha una fermata entro 500 metri. Poco sotto Cagliari (57,1%).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: mercoledì 12 Gennaio 2022)



Seguono Eboli (50%) e Brescia (42,9%), mentre non raggiungono la soglia del 40% tre città del sud: Catania (35,4%), Foggia (33,3%) e Ragusa (30,4%). Quote quindi piuttosto lontane dalla media nazionale del 43,9%.

Se si considerano tutti i mezzi di trasporto alternativi all’auto, ne sono raggiunti almeno il 90% degli edifici scolastici in tutti i comuni considerati. Un valore superiore alla media nazionale pari all’87,9%. Fanno eccezione solo Eboli (58,3%) e Ragusa (34,8%).

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati sugli edifici scolastici, pubblicati sul portale open data del ministero dell’istruzione, sono forniti dagli enti locali proprietari o gestori degli edifici adibiti ad uso scolastico. Sono stati messi in relazione con quelli sulla classificazione per aree interne tempi di percorrenza, di fonte Agenzia per la coesione territoriale. Dati sugli edifici non disponibili per il Trentino Alto Adige.

Foto: PORTOBESENOLicenza

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Come procede l’inclusione dei minori di seconda generazione https://www.openpolis.it/come-procede-linclusione-dei-minori-di-seconda-generazione/ Tue, 28 Feb 2023 08:10:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=224872 Oltre 1,3 milioni di bambini e ragazzi in Italia hanno un background migratorio, essendo stranieri o italiani per acquisizione della cittadinanza. La piena inclusione è una delle principali sfide del nostro paese per i prossimi anni.

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In Italia i minori stranieri oppure italiani per acquisizione sono più di 1,3 milioni. Un milione se si considerano quelli che non hanno la cittadinanza italiana.

Bambini e ragazzi che nella grande maggioranza dei casi, frequentano le stesse scuole dei loro coetanei, condividono le stesse speranze e preoccupazioni, parlano e pensano nella stessa lingua.

Nell’ultimo rapporto annuale Istat ciò è emerso abbastanza chiaramente. Anche tra chi ha solo la cittadinanza straniera, è prevalente l’abitudine di pensare in italiano.

78,5% alunni di cittadinanza straniera che dichiarano di pensare in italiano (2021).

Una quota media che sconta due tendenze. La prima è l’impatto dell’età di arrivo sulla risposta. Tra chi è nato in Italia o è arrivato in Italia in età prescolare la percentuale supera l’84%, scende al 70,3% tra chi è arrivato tra i 6 i 10 anni e al 49,3% tra chi è arrivato dopo gli 11 anni.

L’altro elemento da considerare è l’alta percentuale di giovani (oltre il 20%) che non risponde alla domanda. Una tendenza attribuibile alla compresenza delle due abitudini, pensare nella lingua di origine e in italiano, variando a seconda dei contesti e delle situazioni.

I minori stranieri o italiani per acquisizione hanno tante storie e percorsi diversi.

Aspetti che aiutano a inquadrare come quando si parla di minori con background migratorio ci si riferisca a un insieme eterogeneo di ragazze e ragazzi. I giovani di “seconda generazione”, in senso stretto ragazzi nati da genitori stranieri nel paese di immigrazione, sono 1 milione e costituiscono circa 3/4 dei minori stranieri e di origine straniera. Come abbiamo avuto modo di approfondire in passato, diversi autori includono tra le seconde generazioni anche chi, pur essendo nato all’estero, è arrivato in Italia in giovane età.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 8 Luglio 2022)



Il restante 25% (306.873 persone) sono persone nate all’estero. Trasversale alla distinzione rispetto al paese di nascita è quella rispetto alla cittadinanza. Tra i circa 300mila nati all’estero, oltre 240mila sono minori stranieri, mentre 60mila hanno la cittadinanza italiana. Nel milione di bambini e ragazzi nati in Italia, i minori con cittadinanza non italiana sono quasi 780mila, quelli naturalizzati sono 228mila. Perciò complessivamente i minori stranieri sono circa 1 milione.

Tali cifre, che sono in parte anche il frutto di una stima dell’istituto di statistica, indicano chiaramente come il mondo dei minori con background migratorio sia ben più articolato di quanto si possa pensare, e molto più sfuggente alle classificazioni statistiche rispetto al passato.

È evidente che le nuove generazioni sono più complesse da misurare e da studiare rispetto al passato. Si deve andare oltre la dicotomia Italiani/stranieri se si vuole restituire un’immagine più aderente alla realtà (…)

Una questione con cui le politiche di inclusione e integrazione devono necessariamente confrontarsi, dal momento che devono applicarsi a una gamma di situazioni ed esigenze molto differenziate.

Lo stesso concetto di minori stranieri è così ampio da comprendere tante situazioni diversissime. Da quella dei minori stranieri non accompagnati, che arrivano in Italia senza i genitori e quindi bisognosi di assistenza, il cui numero lo scorso anno è cresciuto drammaticamente in conseguenza della guerra in Ucraina. A quella dei giovani di seconda generazione, nati o arrivati in Italia nei primi anni di vita, e perfettamente integrati.

Il monitoraggio delle discriminazioni tra i minori stranieri

Un elemento comune nelle politiche per l’inclusione è la lotta a qualsiasi forma di discriminazione, etnica o di altro tipo.

Aspetti che purtroppo sono molto difficili da monitorare, come l’incidenza del bullismo o di altre pratiche di esclusione sociale. Nel corso di quest’anno l’istituto di statistica procederà con una rilevazione ad hoc sui fenomeni discriminatori, come dichiarato nell’audizione dell’aprile scorso all’apposita commissione del senato.

In questi mesi, l’Istat sta predisponendo la documentazione per l’avvio nel 2022 di un’“Indagine pilota sulle discriminazioni”, volta a definire l’adeguatezza degli aspetti tecnici di misurazione dei fenomeni discriminatori, prima di lanciare l’Indagine vera e propria nel corso del 2023.

In attesa dei nuovi dati che usciranno da questa rilevazione, alcune chiavi di lettura sul fenomeno erano già state fornite da altre due indagini effettuate nel decennio scorso. Quella sulla percezione dei cittadini stranieri, pubblicata nel 2014 ma riferita al biennio 2011-12, aveva indicato come il 12,6% degli studenti stranieri avesse vissuto durante il percorso di studi episodi di discriminazione dovuti alle proprie origini straniere. Con un picco nella fascia d’età tra 14-19 anni, dove la quota aveva raggiunto il 17,4%.

78,4% i casi in cui la discriminazione è stata attuata dai compagni.

Come le discriminazioni generano esclusione

Un’indagine successiva, specifica sui percorsi di integrazione delle seconde generazioni, ha offerto il quadro di un fenomeno ben più ampio. Rilasciata nel 2020 e basata su dati 2015, la rilevazione ha indicato come il 49,5% dei ragazzi di seconda generazione avesse subito almeno un episodio di bullismo da parte di altri ragazzi nel mese precedente. Una quota di 7 punti superiore rispetto ai coetanei italiani (42,4%).

Una tendenza da ricollegare anche all’inserimento sociale dei bambini e ragazzi di origine straniera. Il 7,9% ha dichiarato di non frequentare amici o amiche nel tempo libero, quasi il doppio dei coetanei italiani (4,2%).

La discriminazioni possono influire anche sulla percezione di sé nella società.

I dati sulla discriminazione sottendono un rischio di isolamento e di segregazione che può avere un impatto anche sulla percezione di sé e del proprio ruolo nella società. Da questo punto di vista, è interessante osservare come cambino le diverse aspettative sul lavoro svolto da adulto.

Per le studentesse delle superiori, la prima aspirazione sono l’insegnante e il medico: in quest’ordine per le italiane, in ordine inverso per le ragazze straniere. Entrambe le categorie rispondono “non so” come terza opzione. Seguito dalla commerciante (5,8%) e dalla hostess (5%) per le straniere e dalla psicologa/antropologa/criminologa (5,1%) e avvocata/notaia/magistrata per le italiane (3,9%).

Tra gli studenti maschi italiani alle superiori la prima aspirazione è l’ingegnere (6,2%), seguita da “non so” (5,1%), il militare (5%), il carrozziere (4,5%) e l’operaio (4,4%). Per gli stranieri è il meccanico, il carrozziere o l’elettrauto (9,4%), seguita dall’operaio (7,4%) e dal calciatore (6,2%, a pari merito con coloro che dichiarano di non saperlo).

Su aspettative così diverse possono influire tanti fattori, che spesso si intersecano tra loro. Dalle preferenze individuali alle risorse a disposizione della famiglia di origine, dai risultati scolastici al livello di inclusione sociale. Per intervenire su aspetti così differenti il punto di partenza è necessariamente approfondire quanti sono e dove vivono i minori stranieri.

Dove vivono i minori stranieri

In Italia i minori con background migratorio sono 1,3 milioni, di cui 300mila con cittadinanza italiana e circa 1 milione con cittadinanza non italiana. Parliamo dell’11,2% dei residenti tra 0 e 17 anni nel 2021.

Bambini e ragazzi che vivono soprattutto nell’Italia centro-settentrionale. Sono il 13,2% dei minori del centro, il 14,9% di quelli del nord-est e il 15,8% di quelli del nord-ovest, mentre non raggiungono il 5% nel sud e nelle isole.

L’incidenza è molto più elevata nelle grandi città. Nei comuni polo, baricentrici in termini di servizi, sono il 14,5% dei residenti con meno di 18 anni. E superano il 10% dei minori anche nei comuni di cintura, gli hinterland di queste città maggiori. Complessivamente, su un milione di minori stranieri, 855mila vivono in un comune polo o cintura. Parliamo dell’81,6% dei bambini e ragazzi con cittadinanza non italiana.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati demo.Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 1 Gennaio 2021)



Nelle aree interne sono invece molto meno presenti. Sono il 9,2% dei bambini e ragazzi nei comuni intermedi, distanti circa 25-40 minuti dai poli. Scendono al 6,9% nei comuni periferici e al 4,6% in quelli ultraperiferici.

Tra le città capoluogo, è Prato quella con la maggiore incidenza di bambini e ragazzi con cittadinanza non italiana. Nel comune toscano i minori stranieri sono oltre un terzo di quelli residenti (34,3%). Seguono le città di Piacenza (29,1%), Brescia (27,8%), Imperia (25,4%) e Milano (25,2%), dove sono più di un residente under-18 su 4.

L’incidenza minore si rileva in capoluoghi del sud come Taranto (1,8%), Potenza (1,8%) e Andria (1,6%). In questi comuni i minori stranieri sono meno del 2% del totale.

Questo non significa che la presenza di minori stranieri sia residuale in tutte le aree del mezzogiorno. Rispetto al centro-nord, dove la presenza è diffusa in modo più omogeneo sul territorio, nell’Italia meridionale si registrano zone a maggiore concentrazione in mezzo a territori dove non abitano stranieri.

Ad esempio, tra i comuni maggiori, spiccano San Giuseppe Vesuviano, nella città metropolitana di Napoli (18%), Castel Volturno (Caserta, 16,6%), Eboli (Salerno, 14,5%), Comiso (14,4%) e Vittoria (13,8%) nel ragusano. Nonché la stessa Ragusa (11,5%), Mondragone (Caserta, 12,6%) e molti altri centri medi e grandi.

Ciò riflette modelli insediativi diversi sul territorio nazionale, più diffusi al nord, maggiormente concentrati in singole realtà locali nel mezzogiorno, una tendenza rilevata anche nell’ultimo rapporto Istat. Aspetti di cui tenere conto nelle politiche di inclusione, per l’influenza sui livelli di integrazione.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi ai residenti stranieri tra 0 e 17 anni sono di fonte Istat.

È possibile cliccare sulla casella Cerca… e digitare il nome del comune.

Il dato calcola la quota di minori residenti con cittadinanza diversa da quella italiana sul totale dei minori residenti in Italia.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati demo.Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 1 Gennaio 2021)



Foto: comune di Reggio Emilia (Flickr)Licenza

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L’impatto del Pnrr sulla povertà educativa in Lombardia https://www.openpolis.it/limpatto-del-pnrr-sulla-poverta-educativa-in-lombardia/ Tue, 13 Dec 2022 04:58:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=214344 La vera sfida del Pnrr è ridurre i divari tra i territori, anche nel contrasto della povertà educativa. Approfondiamo la situazione attuale in Lombardia e cosa prevede il piano per la regione su 3 temi: asili nido, nuove scuole e dispersione scolastica.

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Il Pnrr interviene su numerosi fronti relativi alla povertà educativa, dagli asili nido all’edilizia scolastica, dal contrasto all’abbandono precoce alla riduzione dei divari territoriali nell’istruzione.

Interventi che riguarderanno anche la Lombardia, dai primi livelli d’istruzione a quelli più elevati.

L’offerta di asili nido e l’investimento del Pnrr

Partendo dagli asili nido, in Lombardia nel 2020 sono 68mila i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 230mila residenti con meno di 3 anni nella regione. Ovvero una copertura del 30,5%, al di sotto della soglia del 33% fissata in sede Ue, ma più elevato della media nazionale (27,2%).

Tra le province, quella con la maggiore copertura potenziale è Monza e Brianza con 33,4 posti ogni 100 bambini. Seguono i territori delle province di Bergamo (32,9%) e Pavia (32,8%). Sopra quota 30% anche la città metropolitana di Milano (31,8%), Varese (30,8%) e Lecco (30,2%). Al di sotto di tale soglia le province Cremona (28,8%), Mantova (28,5%), Brescia (26,7%), Como (26,4%), Lodi (26,1%) e Sondrio (23,8%).

Tra i comuni con più residenti tra 0 e 2 anni, molti superano la soglia del 40%. Tra questi, Brescia (43,7%), Monza (42,1%), Bergamo (49,6%), Como (42,6%), Varese (41,8%), Cremona (42,1%), Pavia (44,6%) e Vigevano (48,2%). Nonché altri capoluoghi meno popolosi come Sondrio (40%), Mantova (45,7%) e Lecco (45,3%).

Al di sotto di tale quota, ma comunque oltre la media nazionale, si collocano altre grandi città, a partire dal capoluogo regionale, Milano con 27,9 posti ogni 100 bambini. Nonché Sesto San Giovanni (31,5%), Busto Arsizio (36%) e Cinisello Balsamo (26,8%). Oltre a Milano, l’unico capoluogo sotto la soglia del 40% è Lodi (25,5 posti per 100 minori).

Complessivamente, in Lombardia l’81,4% dei comuni offre asili nido o altri servizi per la prima infanzia, una diffusione molto più capillare di quella media nazionale (59,3%). La quota supera il 90% nei territori di Milano e Bergamo, mentre si attesta al 52,2% in provincia di Pavia.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: giovedì 18 Agosto 2022)



In questo contesto il Pnrr stanzia 4,6 miliardi sull’investimento per gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Di questi, accanto alle risorse che finanzieranno progetti già in essere, è stato varato un bando da 3 miliardi di euro, di cui 2,4 per i soli nidi.

Di tali risorse, stando alle graduatorie pubblicate in agosto, in Lombardia dovrebbero arrivare con il nuovo bando 239,5 milioni di euro per gli asili nido e poli d’infanzia, pari al 9,8% dei 2,4 miliardi di euro stanziati. In termini assoluti, il territorio con i progetti ammessi in graduatoria che cubano più risorse è la provincia di Bergamo (47 milioni), seguita da Milano (39,4 milioni), Mantova e Brescia (circa 22 milioni ciascuno).

Complessivamente nella regione è previsto il finanziamento di 185 progetti. Di questi, 73 sono entrati nelle graduatorie pubblicate lo scorso agosto come ammessi, 112 come riserva. Per 7 dei progetti entrati in graduatoria, è comunque già prevista una successiva rimodulazione degli importi.

Va infatti tenuto presente che quelli pubblicati nelle graduatorie di agosto non necessariamente corrispondono agli importi definitivi: prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità e per alcuni importi è già prevista una successiva rimodulazione. Altro elemento cruciale è dato dal fatto che, come detto, molti interventi presentano l’indicazione “riserva” nella graduatoria.

Con questi caveat, sulla base delle graduatorie pubblicate in agosto, il singolo progetto con l’importo maggiore è un intervento di demolizione e ricostruzione di poli d’infanzia per il comune di Suzzara (Mantova). Con un importo inizialmente previsto nelle graduatorie di agosto di 10 milioni di euro. Altri 4 progetti nelle graduatorie pubblicate in agosto superavano i 5 milioni: 3 nuove costruzioni di poli d’infanzia nei comuni di Carnago (Varese), Paullo e Cesano Boscone (Milano) e una demolizione con ricostruzione per il comune di Trescore Balneario (Bergamo).

L’ente con più risorse previste in base alle prime graduatorie stile era il comune di Suzzara, con l’unico intervento appena citato. Seguita dalla città di Bergamo (5 progetti da 8,7 milioni complessivi).

La costruzione di nuove scuole 

Un altro aspetto di cui si occupa il Pnrr è la costruzione di nuove scuole sostenibili. Un investimento da 1,19 miliardi per la realizzazione di oltre 200 nuove scuole, di cui 14 previste in Lombardia.

Nella regione, in base ai dati relativi all’a.s. 2020/21, sono presenti 5.692 edifici scolastici. Dal punto di vista della sostenibilità, per 4.094 in quell’anno era stata dichiarata la dotazione di accorgimenti per ridurre i consumi energetici, come la presenza di vetri o serramenti doppi, l’isolamento di coperture e pareti esterne, oppure ancora la zonizzazione dell’impianto termico, che consente un dispendio più accurato per la climatizzazione degli ambienti.

Il 71,93% degli edifici scolastici in Lombardia presenta quindi questo tipo di accorgimenti, molto più della media nazionale (57,5%). Dato che ne fa la terza regione in Italia dove risultano più diffusi, ma che varia tra i diversi territori. Mentre nelle province di Bergamo, Lecco e Sondrio la percentuale di edifici con accorgimenti supera l’80%, in quella di Pavia si attesta al 51,88%. La città metropolitana di Milano – pur superando la media nazionale – si colloca appena sopra l’area pavese, con il 60,71% del patrimonio edilizio scolastico dotato di accorgimenti.

Tra i comuni della regione con più residenti tra 6 e 18 anni, il capoluogo regionale, Milano, si attesta al 39%. Al contrario delle altre maggiori città come Brescia, Monza, Bergamo, Busto Arsizio e Sesto San Giovanni, tutte al di sopra dell’80%. Sopra il 60% anche Como, Cinisello Balsamo e Varese.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione
(pubblicati: domenica 17 Luglio 2022)



Su questa situazione si innestano gli interventi del Pnrr, con una serie di investimenti per l’edilizia scolastica tra cui quelli per la costruzione di nuove scuole. Sono 14 le aree individuate per la Lombardia in base alle ultime informazioni pubblicate (erano 15 nelle graduatorie pubblicate nel maggio scorso). Per un totale di circa 49mila metri quadri e un importo complessivo richiesto superiore ai 110 milioni di euro.

Il 42,9% degli interventi per le nuove scuole della regione riguarderà edifici nelle classi energetiche F e G, quelle meno efficienti.

I maggiori interventi riguardano una scuola secondaria di II grado, l’istituto P. Frisi della città metropolitana di Milano. Con un importo di 24 milioni di euro, il progetto interverrà sulla demolizione con ricostruzione in situ di 10.000 metri quadri. Segue l’istituto Luigi Einaudi, della provincia di Lodi (18 milioni circa) e la scuola secondaria di I grado del comune di Milano “Falcone e Borsellino”, con 10,15 milioni.

Il contrasto ai divari educativi esistenti

In Lombardia il tasso di abbandono scolastico nel 2021 si è attestato al 11,3%. Un dato inferiore alla media nazionale e a 2,3 punti dall’obiettivo europeo del 9% entro il 2030.

Una quota più contenuta delle altre regioni, sebbene l’abbandono esplicito della scuola non sia l’unico metro della dispersione. Deve essere considerato anche l’abbandono implicito, cioè la quota di studenti che non lasciano precocemente ma hanno bassi apprendimenti.

Nei test Invalsi 2020/21, il 36,8% degli studenti lombardi di III media si è attestato sui livelli di competenza 1 e 2 in italiano, considerati non adeguati, a fronte di una media nazionale del 39% circa.

Nella provincia di Mantova sono stati il 38,18%; poco sotto anche quelle di Brescia (37,4%), Cremona (37,1%), Lodi (36,9%) e Pavia (36,4%). Mentre nella province di Monza e Brianza, Como, Lecco e Sondrio i test risultati inadeguati sono stati meno del 30%. In particolare in quella di Sondrio, la quota si è attestata al 25,7%.

Dati a cui dedicare un’attenzione prioritaria: i bassi livelli di competenza sono uno dei segnali più rilevanti della dispersione scolastica. Il Pnrr interviene con un investimento apposito, che ha tra gli obiettivi quello di scendere nel 2026 al 10,2% di abbandoni precoci nel nostro paese. Tale intervento vale 1,5 miliardi, di cui 500 milioni assegnati con una prima tranche attraverso un decreto del ministero dell’istruzione nel giugno di quest’anno.

I dati sono stati elaborati a partire dalla tabella di ripartizione per istituzione scolastica pubblicati dal ministero dell’istruzione il 28 giugno 2022. Il colore dei comuni varia in base all’incidenza dell’abbandono scolastico nel comune, come rilevata nell’ambito del censimento 2011. Più intenso il colore, maggiore la quota di giovani tra 15 e 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: martedì 28 Giugno 2022)



Risorse che, nella regione, sono destinate a 384 istituti, per un totale di 57,66 milioni di euro. Si tratta dell’11,53% delle risorse stanziate con questo decreto. Il finanziamento maggiore nella regione arriverà agli istituti con sede nel comune di Milano, con 53 istituzioni finanziate.

Quello più finanziato è l’istituto di istruzione superiore “Galilei – Luxemburg”, nella città metropolitana di Milano, cui sono destinati circa 311mila euro. Seguono l’Iis Cossa di Pavia (305.758,05 euro), l’Iis Piero Sraffa di Brescia (292.153,88 euro), l’istituto professionale “Falck” (Sesto San Giovanni, con quasi 289mila euro) e l’Iis “L. Cremona” (Pavia, 286mila euro circa).

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Nidi e poli per l’infanzia Lombardia

Nuove scuole Lombardia

Piano dispersione (I tranche) Lombardia

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Il ruolo centrale degli insegnanti nella comunità educante https://www.openpolis.it/il-ruolo-centrale-degli-insegnanti-nella-comunita-educante/ Tue, 04 Oct 2022 07:10:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=203680 Qualsiasi politica di contrasto della povertà educativa non può prescindere dal ruolo fondamentale svolto dagli insegnanti. Approfondiamo alcuni aspetti sul profilo e la condizione dei docenti delle scuole italiane, anche nel confronto internazionale.

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Gli insegnanti rappresentano una delle figure più importanti nel percorso di crescita dei giovani. Insieme alla famiglia, sono tra gli adulti che trascorrono più tempo con ragazzi e ragazze e che quindi incidono maggiormente sulla loro formazione.

Un ruolo cruciale, da non sottovalutare. Insegnanti appassionati e motivati possono coltivare la curiosità degli studenti, far fiorire interessi, dare concretezza a talenti e aspirazioni. È anche dall’incontro con buoni insegnanti che deriva il percorso futuro di ragazze e ragazzi. Specie per chi alle spalle ha una famiglia che – per motivi economici, culturali o sociali – ha minori possibilità di investire sulla formazione dei figli.

3,4% degli studenti di III media con famiglie a basso status socio-economico-culturale ha raggiunto i migliori risultati nei test Invalsi di italiano (a.s. 2020/21). Tra quelli di status più elevato la quota arriva al 18,6%.

I docenti non sono solo il principale volto della scuola, nella quotidianità di milioni di studenti e delle loro famiglie. Sono anche un perno della comunità educante e di qualsiasi politica di contrasto della povertà educativa. Investire sulla loro capacità e motivazione, valorizzarne le competenze sono quindi aspetti ineludibili.

Elementi su cui può avere un impatto anche il profilo demografico – ad esempio nell’equilibrio tra insegnanti più esperti e le nuove leve – così come la valorizzazione in termini di formazione, salari e percorsi di carriera. Approfondiamo meglio tali aspetti, anche nel confronto internazionale con gli altri paesi europei e Ocse.

Chi sono gli insegnanti italiani

Nell’anno scolastico 2020/21 sono circa 700mila gli insegnanti nelle scuole statali italiane dei diversi ordini e gradi. A questi vanno aggiunti i 184mila docenti per i posti di sostegno. Un dato variabile nei diversi livelli: sono complessivamente 101.710 nella scuola dell’infanzia, quasi 300mila nelle primarie e oltre mezzo milione nelle secondarie di I e II grado.

I dati non includono le regioni Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati ministero dell'istruzione
(ultimo aggiornamento: martedì 31 Agosto 2021)

In media i posti di sostegno rappresentano circa il 20% dell'organico, quota che raggiunge il 23,9% nelle scuole primarie, mentre in quelle dell'infanzia (18,25%) e alle superiori (15,92%) risulta molto più bassa. Gli insegnanti delle scuole statali lavorano con contratti a tempo indeterminato nel 76,6% dei casi, percentuale che varia dall'84,3% delle scuole dell'infanzia al 70,4% delle medie.

Dal punto di vista del profilo demografico, il grado incide in modo massiccio sul genere del docente. Nelle scuole dell'infanzia il 99,17% degli insegnanti sono donne, alle superiori la quota - pur maggioritaria - scende a circa 2/3 del totale.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati ministero dell'istruzione
(ultimo aggiornamento: martedì 31 Agosto 2021)

La sovrarappresentazione delle docenti nei livelli di istruzione primari e pre-primari, che cala fino a diventare minoranza in quelli superiori (ad esempio nelle università), è una tendenza che riguarda numerosi sistemi educativi, anche a livello internazionale. Tuttavia nel nostro paese l'incidenza risulta maggiore, come mostrano piuttosto chiaramente i dati Ocse relativi al 2019.

Nelle scuole primarie e pre-primarie italiane quasi la totalità degli insegnanti è donna, quota che scende al 68% nelle scuole secondarie e al 37,75% nei livelli di istruzione terziari (università e assimilati). Negli altri maggiori paesi Ue la tendenza alla disparità nei percorsi dei docenti, pur presente, è meno marcata.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Ocse
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Settembre 2021)

Se nel nostro paese la quota di donne che insegnano nelle scuole primarie supera il 95%, in Germania scende all’87%, in Francia all’83%. Nei livelli terziari, rispetto 37,75% italiano, la Germania si colloca poco sopra (39,5%), mentre la Francia si avvicina maggiormente alla parità (44,93%).

Un altro aspetto che distingue il nostro sistema educativo da quelli europei è dato dell'età dei docenti. In media gli insegnanti con meno di 35 anni nelle scuole statali italiane rappresentano il 9% del totale. Cifra che sale al 10-12% nelle scuole medie e superiori. Quelli con almeno 45 anni sono quasi il 70% dei docenti; nello specifico oltre un terzo (35%) superano i 54 anni. Soprattutto nelle scuole superiori, dove il dato sfiora il 39% del totale.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati ministero dell'istruzione
(ultimo aggiornamento: martedì 31 Agosto 2021)

Si tratta di cifre che collocano il nostro paese ai vertici nel contesto dei paesi europei e Ocse per anzianità del corpo docente. Nel confronto internazionale, gli insegnanti di almeno 50 anni in Italia nel 2019 erano - rispettivamente - il 58,12% nelle primarie e il 58,56% nelle secondarie. Ben al di sopra del dato tedesco (36 e 42%), francese (23 e 33%) e della stessa media Ocse (32,6 e 37,9%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Ocse
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Settembre 2021)

Gli insegnanti in Italia e nel confronto internazionale

Oltre al profilo demografico dei docenti, un altro aspetto importante da valutare è quello relativo alla loro condizione effettiva e al percorso di insegnamento.

Uno degli indicatori più utilizzati nel confronto internazionale è il numero di alunni per docente. Da questo punto di vista il nostro paese - in conseguenza anche del forte calo demografico degli ultimi anni - vede un rapporto più basso rispetto alla media Ocse. Sono infatti 11,44 gli alunni per docente alle primarie (media Ocse: 14,5) e 10,93 nelle secondarie (dato Ocse: 13).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Ocse
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Settembre 2021)

Un altro elemento fondamentale del sistema educativo è quello delle retribuzioni e del percorso di carriera degli insegnanti. Aspetti che non riguardano solo la posizione del singolo docente, ma in qualche modo anche l'investimento complessivo che la società destina al mondo sulla formazione.

Retribuzione, prospettiva di aumenti di stipendio in base alla progressione di carriera, potere di acquisto possono darci un’idea più precisa della capacità dei sistemi educativi europei di attrarre i laureati più qualificati e trattenere i migliori insegnanti nella professione docente

In questo senso un indicatore interessante è quello formulato da Ocse, che mette in rapporto il salario medio degli insegnanti delle scuole secondarie inferiori con quello dei lavoratori con istruzione terziaria (persone di 25-64 anni con livello Isced da 5 a 8). Tra paesi considerati, in media, gli stipendi degli insegnanti tendono a essere leggermente inferiori rispetto a quelli dei laureati. A livello Ocse il rapporto è infatti 0,9, e così anche in altri maggiori paesi europei come Francia (0,88) e Inghilterra (0,93); non in Germania dove sono invece lievemente superiori (1,02).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Ocse
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Settembre 2021)

Nel nostro paese il divario con il salario medio dei laureati è più ampio: 0,71 contro una media Ocse di 0,9. Un dato superiore a quello di Stati Uniti (0,63) e Ungheria (0,61) ma inferiore a quello degli altri maggiori paesi Ue già citati.

Un altro segnale che l'investimento sul sistema educativo ha margini di incremento ampi lo si ricava dalla formazione ricevuta dagli insegnanti. In Italia i docenti che hanno completato un programma formativo con contenuti disciplinari, pedagogici e di pratica in classe sono il 57,1% del totale, contro una media Ue del 68,8%. Tra gli insegnanti con meno di 35 anni il dato scende a poco più del 50% (media Ue 75%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurydice e Indire
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Marzo 2021)

(...) quasi il 70% degli insegnanti in tutta l’Ue riferisce di aver avuto un’istruzione o formazione formale che comprendeva tutte le componenti fondamentali. In circa tre quarti dei sistemi educativi europei, questa percentuale è significativamente al di sopra del livello Ue (...)  Al contrario, in Cechia, Spagna, Francia, Italia, Cipro e Islanda, la percentuale di insegnanti formati in tutti gli elementi fondamentali è al di sotto del livello Ue. In Spagna, Francia e Italia, questa percentuale è inferiore al 60,0%, con la percentuale più bassa in Spagna (41,5%).

Accanto alla formazione offerta agli insegnanti, un altro aspetto fortemente variabile tra i sistemi educativi europei è quello della valutazione. Non tanto di quella a fini disciplinari, che si può attivare nei casi di negligenza professionale, ma di quella ordinaria. Quel processo di monitoraggio che dovrebbe supportare gli insegnanti nel loro lavoro

(...) sostenendo i miglioramenti registrati nel loro lavoro, fornendo valutazioni e feedback costruttivi in merito al loro operato e stabilendo criteri per la promozione e il riconoscimento di coloro che raggiungono risultati significativi

La maggior parte dei paesi prevede un sistema di valutazione degli insegnanti, che può essere previsto con una cadenza regolare (annuale o pluriennale a seconda dei sistemi educativi) oppure attivarsi in circostanze specifiche. È il caso ad esempio del nostro paese, dove la valutazione può avvenire su richiesta del docente, per ricevere un bonus economico sulla base di un piano che può essere definito annualmente dal dirigente scolastico.

La mappa mostra le sole procedure di valutazione ordinarie: non considera quelle disciplinari per scarso rendimento o negligenza professionale. La valutazione degli insegnanti effettuata in circostanze specifiche si riferisce agli insegnanti valutati su loro richiesta, su iniziativa del valutatore o in determinati momenti della loro carriera.

In certi stati la disciplina cambia a seconda della regione. È il caso della Germania, dove alcuni länder non hanno una normativa specifica, mentre una minoranza l’ha resa una pratica regolare; della Spagna, in cui almeno 4 comunità autonome (Castilla-La Mancha, La Rioja, Asturie e Aragona) prevedono valutazioni in circostanze specifiche; del Belgio, dove normative diverse regolano i sistemi educativi delle comunità fiamminga, francofona e tedesca.

 

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurydice e Indire
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Marzo 2021)

Tra i maggiori paesi europei, anche la Francia prevede che meccanismi di valutazione si attivino solo in circostanze specifiche. In particolare sono previsti dei colloqui (4 in tutto nell'arco professionale) quando il docente raggiunge un certo livello nella scala retributiva. In Germania, così come in Spagna, la disciplina normativa cambia radicalmente tra le diverse autonomie territoriali.

Quanti sono i giovani insegnanti nella scuola italiana

L'equilibrio tra docenti con esperienza consolidata e altri più giovani è uno dei fattori che possono incidere sull'offerta didattica. Come abbiamo visto attraverso i dati Ocse, l'Italia si pone al vertice per anzianità del proprio sistema educativo. Nell'anno scolastico 2020/21 solo il 9% degli insegnanti ha meno di 35 anni. Dato che scende al 2,36% se si considerano solo i docenti con contratto a tempo indeterminato.

Ma come varia questa percentuale sul territorio nazionale? Sono 3 le province in cui la quota di giovani insegnanti supera il 4%. Si tratta di Cuneo, Udine e Brescia - seguite da Prato, Fermo, Ancona Modena, Torino, Forlì-Cesena, Belluno, Pordenone, Macerata, Monza e della Brianza e Lecco. Tutti territori al di sopra del 3,5%.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati ministero dell'istruzione
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Settembre 2020)

In 7 province meno dell'1% degli insegnanti con contratto a tempo indeterminato hanno fino a 34 anni. Parliamo nello specifico di Sassari, Messina, Caltanissetta, Catania, Nuoro, Siracusa e Cagliari.

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Foto: Matteo Della Torre (Flickr) - Licenza

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La partecipazione al sistema educativo dei bambini tra 4 e 5 anni https://www.openpolis.it/la-partecipazione-al-sistema-educativo-dei-bambini-tra-4-e-5-anni/ Tue, 28 Jun 2022 05:14:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=175834 Rendere universale l'accesso all'istruzione pre-primaria è uno degli obiettivi europei fin dall'inizio del secolo. La pandemia ha rafforzato questa esigenza e i target in sede Ue sono stati innalzati. Un quadro sull'attuale situazione italiana e sulle differenze esistenti tra i territori.

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L’adozione degli obiettivi di Barcellona nel 2002, ormai venti anni fa, ha segnato uno spartiacque nella promozione dell’educazione rivolta ai bambini in età prescolare. Come noto, è a partire da quel documento – condiviso in sede di consiglio europeo – che i paesi Ue si sono impegnati a raggiungere due obiettivi per estendere i servizi educativi rivolti ai più piccoli. Differenziando i target rispetto alla fascia d’età.

Gli obiettivi europei di Barcellona riguardano la diffusione di asili nido, servizi e scuole per l’infanzia. Questi devono essere offerti almeno al 33% dei bimbi sotto i 3 anni e al 90% dei bambini tra 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico.
Vai a "Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido"

Obiettivi finalizzati sia ad agevolare le famiglie nella conciliazione dei tempi (incrementando l’occupazione, soprattutto quella femminile), sia a potenziare l’offerta educativa rivolta ai minori.

L’attenzione rivolta ai 3-6 anni è cruciale nel favorire l’ingresso nella scuola dell’obbligo.

Sulla scorta di quanto concordato in sede europea, il nostro paese ha progressivamente integrato tali obiettivi nel suo ordinamento. In particolare, con il decreto legislativo 65/2017, è stata riorganizzata la strutturazione dei servizi tra i 3 mesi e i 6 anni. Ad esempio prevedendo la costituzione di poli per l’infanzia, per coordinare in un sistema integrato i servizi rivolti ai bambini con meno di 3 anni (i nidi e i servizi socio-educativi) e a quelli tra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico (le scuole dell’infanzia).

Queste ultime assumono nell’ordinamento la funzione strategica di raccordo tra prima infanzia e scuola primaria. Una fase molto importante nella crescita del bambino, per cui una maggiore partecipazione fin da piccoli al sistema di istruzione ha un impatto anche sugli apprendimenti successivi (Campodifiori, Falzetti, Papini 2016). Ed è proprio in quest’ottica che – nel febbraio 2021 – il traguardo relativo alla fascia tra 3 e 5 anni è stato ulteriormente innalzato.

96% i bambini tra i 3 anni e l’età di inizio dell’istruzione primaria obbligatoria che dovrebbero partecipare all’educazione e cura della prima infanzia entro il 2030 in Ue.

Un obiettivo ambizioso, che si inserisce nella strategia europea per l’istruzione tra 2021 e 2030. E che tiene conto di un contesto post-pandemico in cui un maggior accesso all’istruzione di qualità sarà una variabile fondamentale per la ripresa.

Ma qual è la situazione attuale del nostro paese su questo fronte? Vi sono disparità territoriali come quelle osservate sugli asili nido oppure la possibilità di accesso all’istruzione prescolare è maggiormente omogenea?

L’Italia nel confronto europeo

Il primo indicatore con cui confrontare l’offerta di istruzione prescolare è quello stabilito in ambito europeo per il monitoraggio degli obiettivi comunitari. Misura la percentuale di bambini dai 3 all’età della scuola dell’obbligo che partecipano all’istruzione prescolare.

La premessa necessaria è che l’inizio della scuola dell’obbligo varia tra i diversi stati membri, e quindi cambiano – per ogni paese – gli anni di età presi in considerazione per costruire l’indicatore.

Scorri sulle frecce in fondo alla tabella per consultare l’informazione per i diversi stati Ue.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 13 Giugno 2022)

A differenza degli asili nido, nel contesto europeo il dato italiano di partecipazione all'istruzione pre-primaria risulta tra i più elevati. Con una quota di minori di 3-5 anni coinvolti pari al 94,6% nel 2020, superiore alla media Ue e all'obiettivo stabilito a Barcellona (90%). Il nuovo target, fissato nel 2021, prevede l'innalzamento al 96% della quota di bambini tra 3 anni e la scuola primaria obbligatoria che entro il 2030 a livello Ue dovrebbe partecipare all’educazione e cura della prima infanzia.

Dati 2020 provvisori per la Francia. La definizione dell’indicatore è parzialmente differente per i seguenti paesi: Belgio, Grecia, Malta e Portogallo.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 13 Giugno 2022)

Tuttavia il dato nazionale ha visto una contrazione nel corso dell'ultimo decennio. La quota, pari al 97,3% nel 2013, è successivamente scesa al 93,6 nel 2019. Per poi riassestarsi al 94,6% nel 2020, un punto percentuale al di sopra dell'anno precedente. Nello stesso periodo, anche la Germania ha registrato un calo: dal 95,8% del 2013 al 93,7% del 2020. La Francia è rimasta stabile, con pressoché la totalità della popolazione coinvolta nei percorsi educativi pre-primari. L'Ue nel suo complesso (considerata nei 27 membri attuali) ha registrato una crescita.

Dati 2018-2020 provvisori per la Francia.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 13 Giugno 2022)

Approfondendo il dato a livello regionale, appare evidente una spaccatura tra l'Europa orientale e quella occidentale. Ai primi posti - con una copertura che raggiunge il 100% - regioni belghe come Bruxelles capitale e il Limburgo, nonché quelle francesi e irlandesi e altri territori europei. Chiudono la classifica le regioni greche e altre dell'est Europa, tra cui quelle rumene e bulgare.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: martedì 14 Giugno 2022)

Tutte le regioni italiane raggiungono la soglia di Barcellona, dal Lazio (90%) alla Campania (98,6%). Dati che però è interessante valutare in chiave maggiormente disaggregata e soprattutto nella variazione nel tempo. Una possibilità non consentita da questo indicatore, riformulato metodologicamente proprio dal 2020 e non aggiornato per gli anni precedenti per le aree sub-nazionali.

Per questo può essere utile monitorare anche un altro parametro, inserito all'interno degli indicatori per il monitoraggio del benessere equo e sostenibile di Istat.

L'accesso all'istruzione in età prescolare in Italia

Un altro indicatore per valutare questi aspetti è quello sulla partecipazione al sistema scolastico dei bambini di 4-5 anni, predisposto da Istat sulla base dei dati del ministero dell'istruzione. Misura la percentuale di bambini di età compresa tra 4 e 5 anni che frequentano la scuola dell'infanzia o il primo anno di scuola primaria. Un indice quindi dell'accesso all'istruzione prima dei 6 anni, che però comprende anche l'istruzione di livello primario e non solo i percorsi educativi specificamente rivolti alla cura dell'infanzia.

96% i bambini tra 4 e 5 anni che frequentano la scuola dell'infanzia o il primo anno delle primarie.

Nel 2019 la quota ha superato la media nazionale in 14 regioni. Si tratta di Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia, Abruzzo, Sardegna, Umbria, Liguria, Trentino-Alto Adige, Toscana, Marche, Piemonte e Friuli-Venezia Giulia. Dal momento che l'indicatore considera sia l'accesso alla scuola dell'infanzia che quello alla scuola primaria, il dato più elevato nelle regioni meridionali può essere letto anche alla luce del maggior ricorso all'anticipo scolastico in questi territori.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat e ministero dell'istruzione
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Settembre 2021)

Confrontando l'andamento nel tempo di questo indicatore, si rileva come la quota di partecipazione al sistema educativo tra 4 e 5 anni sia cresciuta rispetto al 2013 in Toscana (+0,9 punti), in Basilicata (+0,2) e in Umbria (+0,1). Stabile il dato della Campania, mentre un calo superiore ai 2 punti percentuali si rileva in Sardegna, Molise e Lazio.

9 su 20 le regioni in cui si registra un decremento pari o superiore al punto percentuale rispetto al 2013.

Nel confronto tra province si osserva che i territori dove la quota supera la media nazionale del 96% nel 2019 sono 69. Ai primi posti soprattutto territori del mezzogiorno come Vibo Valentia, Napoli, Matera, Taranto e Bari dove - come ricordato in precedenza - è probabile incida anche il fenomeno dell'anticipo scolastico alla scuola primaria. Le province che non raggiungono la soglia del 96% sono 38.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat e ministero dell'istruzione
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Settembre 2021)

Rispetto alla variazione nel tempo, si osserva come rispetto al 2013 si registri un aumento nella quota di partecipazione in 24 province. In particolare, incrementi pari o superiori a 1,5 punti percentuali si rilevano a Brescia (+3,4), Prato (+3), Cremona (+2,3), Firenze (+2,1), Imperia (+1,7), Pordenone e  Reggio nell'Emilia (entrambe a +1,6) e Livorno (+1,5). Stabili 2 territori, Bergamo e Ferrara, mentre un calo nella quota di partecipazione si registra in 81 province. I decrementi più ampi sono quelli di Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Foggia e Cosenza.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. Le fonti dei dati sono il ministero dell'istruzione e Istat (indicatori Bes).

Foto: Unsplash CDC - Licenza

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L’abbandono implicito di chi finisce la scuola senza competenze adeguate https://www.openpolis.it/labbandono-implicito-di-chi-finisce-la-scuola-senza-competenze-adeguate/ Tue, 24 May 2022 07:30:24 +0000 https://www.openpolis.it/?p=178981 In Italia circa il 13% dei giovani tra 18 e 24 anni ha lasciato la scuola prima del tempo. Ma si tratta solo della forma esplicita di abbandono. La quota sale di quasi 10 punti se si somma la dispersione implicita di chi finisce la scuola senza le competenze di base minime.

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Si avvicina la conclusione della scuola e si entra nel periodo degli esami, per le ragazze e i ragazzi all’ultimo anno di scuola. Un passaggio importante: in attesa di sapere con precisione quanti saranno quest’anno a svolgere la prova di maturità, possiamo dire che l’anno scorso gli studenti iscritti agli esami sono stati circa 540mila.

Nel 2021 era stato poi effettivamente ammesso il 96,2% dei frequentanti e si è diplomato il 99,8% di chi ha sostenuto le prove. Un passaggio mancato per ragazze e ragazzi che hanno lasciato la scuola prima del tempo.

12,7% i giovani 18-24 anni che hanno lasciato i percorsi di istruzione e formazione con al massimo la licenza media (2021).

Dati che ci ricordano l’impatto della dispersione scolastica esplicita (l’abbandono precoce degli studi vero e proprio) e quello – spesso sottovalutato – della dispersione implicita. Parliamo di chi, pur completando il percorso di istruzione, non raggiunge un livello di competenze adeguato.

Due forme diverse di dispersione scolastica

Nel nostro paese la quota di abbandoni scolastici espliciti è progressivamente diminuita negli ultimi anni. Anche sulla scorta degli obiettivi europei fissati nell’ambito dell’agenda Europa 2020, la quota di giovani che hanno lasciato la scuola prima del tempo è passata dal 17,8% del 2011 a circa il 13% attuale.

Nel decennio scorso l’Unione europea aveva fissato come obiettivo che – entro il 2020 – i giovani europei tra 18 e 24 anni senza diploma superiore (o qualifica professionale) fossero meno del 10% del totale.
Vai a "Che cos’è l’abbandono scolastico"

Un miglioramento netto, che ha consentito di raggiungere l’obiettivo nazionale (16%), sebbene la soglia del 10% fissata in sede Ue resti ancora lontana. Un target che peraltro è stato reso ancora più sfidante nel febbraio 2021. In vista del 2030, infatti, le istituzioni europee hanno deciso di abbassarlo ulteriormente di un punto (9%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: sabato 6 Marzo 2021)

Tuttavia, la quota di giovani senza diploma non è l'unico parametro attraverso cui valutare l'impatto della dispersione scolastica. Di fianco ad essa è importante considerare anche la percentuale di chi, pur concludendo formalmente il proprio percorso scolastico, non ha raggiunto le competenze minime necessarie.

9,5% gli studenti che nel 2021 hanno concluso la scuola superiore con competenze di base inadeguate (+2,5 punti in più rispetto al 2019).

Se all'abbandono esplicito rilevato nel 2020 si somma quello "implicito" di chi termina la scuola con un livello di apprendimenti insufficiente (rilevato da Invalsi a partire dai dati delle prove all'ultimo anno di istruzione), il tasso di dispersione scolastica complessiva sale di quasi 10 punti.

La dispersione scolastica totale è calcolata come sommatoria dell’abbandono esplicito (cioè la quota di giovani 18-24 anni che hanno lasciato gli studi prima del diploma) e della dispersione implicita (coloro che, pur avendo raggiunto l’ultimo anno di scuola – grado 13 – non hanno acquisito le competenze di base minime necessarie). Il primo indicatore è stato formulato in ambito europeo, il secondo è elaborato attraverso la metodologia Invalsi.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat e Invalsi
(ultimo aggiornamento: mercoledì 14 Luglio 2021)

Un dato - quello della dispersione implicita - che mostra un aumento negli anni successivi alla pandemia, come rilevato da Invalsi attraverso i dati dei test:

Analizzando i risultati delle prove Invalsi si osserva che nel 2021 in Italia il 9,5% degli studenti termina la scuola secondaria di secondo grado con competenze di base decisamente inadeguate, 2,5 punti in più rispetto al 2019.

Tale fenomeno ha un impatto anche sulle disuguaglianze territoriali. I dati relativi alle prove 2021, disaggregati su base comunale, mostrano come siano soprattutto le città e i territori del mezzogiorno a restare indietro.

Isolando i 100 comuni che nei test di italiano 2020/21 hanno raggiunto i punteggi più elevati tra gli studenti dell'ultimo anno, ben 90 si trovano nell'Italia settentrionale. In particolare 54 nel nord-ovest e 36 nel nord-est. Sono 7 quelli collocati nell'Italia centrale, mentre 2 si trovano al sud e 1 nelle isole.

3% dei comuni con i punteggi Invalsi migliori si trovano nel mezzogiorno.


Ai primi posti quasi solo comuni dell'Italia settentrionale.

I territori con più comuni che si collocano ai primi 100 posti sono la provincia di Bergamo (9 comuni), seguita da Trento (6), Brescia (6) e Treviso (5). Si piazzano nella classifica con 4 comuni ciascuno le province di Vicenza, Verona, Torino, Sondrio, Monza e Brianza, Milano, Lecco, Cuneo e Como.

Al contrario, tra i 100 comuni con i punteggi più bassi, 63 si trovano al sud, 19 nelle isole, 11 nell'Italia centrale e rispettivamente 3 e 4 nel nord-ovest e nel nord-est. Nello specifico, 24 si trovano tra Napoli (9) e Salerno (13). Seguono la provincia di Cosenza (8 comuni tra i 100 con i punteggi medi più bassi), la città metropolitana di Reggio Calabria (6), la provincia di Caserta (5).

I dati presentati per ciascun comune corrispondono al punteggio medio (stima delle abilità secondo il modello di Rasch) su scala nazionale, corretto per il cheating. Il dato non è disponibile se non sono presenti almeno 2 plessi per comune oppure 2 istituti per comune. Nel caso i risultati delle prove fossero stati resi pubblici direttamente dalle scuole il dato è stato restituito anche se relativo a un solo plesso o un solo istituto per comune.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Calcolando i punteggi mediani nei comuni rilevati per ciascuna provincia, quelli più elevati si registrano nei territori di Lecco, Aosta, Sondrio e Bergamo. Mentre quelli più bassi si riscontrano nei comuni tra Cosenza e Crotone. Tra i capoluoghi, ai primi posti Sondrio (214,7 punti), Trento (208,3) e Aosta (208,2). In fondo alla classifica invece le città di Avellino (148,8), Cosenza (161,2), Carbonia (161,5) e Crotone (163,1).

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sugli apprendimenti è Invalsi.

Foto: Flickr Biblioteca i Documentació UdL - Licenza

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Il contributo energetico del sistema fotovoltaico https://www.openpolis.it/il-contributo-energetico-del-sistema-fotovoltaico/ Fri, 12 Nov 2021 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=166552 Il solare fotovoltaico è il settore in maggiore crescita tra le fonti di energia rinnovabili. Sul territorio italiano sono presenti più di 900mila impianti, per lo più al nord, anche se il sud produce una quota maggiore di energia.

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Risorse naturali come aria, acqua e sole permettono di generare energia a basso impatto ambientale. Negli ultimi anni l’Italia ha fatto grandi passi avanti in questo senso ed è diventata autosufficiente al 91% in quanto a fonti rinnovabili. All’interno di questa categoria, uno dei settori in maggiore crescita è quello fotovoltaico, che genera energia elettrica grazie ai raggi solari.

Secondo lo European science hub, il solare fotovoltaico è inoltre il tipo di energia rinnovabile con il più ampio margine di riduzione dei costi e aumento dell’efficienza, ed è quindi da considerarsi come parte integrante della transizione europea verso un sistema energetico a basse emissioni.

Il sistema fotovoltaico, un settore in crescita

In Italia negli ultimi 10 anni il contributo energetico proveniente dalle fonti rinnovabili è aumentato del 40%.

Escluso il 2013, il nostro paese si è sempre attestato leggermente al di sotto della media Ue, ma ha registrato un aumento lievemente maggiore. Nel 2019 la quota ha raggiunto il 18,2%, 1,5 punti percentuali in meno rispetto alla media europea.

I dati si riferiscono a tutti i principali settori dell’economia coinvolti nella produzione, commercio, trasformazione e consumo di energia (il settore energetico, industriale, commerciale, domestico, dei trasporti, dei servizi pubblici e dell’agricoltura e pesca).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Novembre 2021)

Il maggiore contributo sul totale è dato dalle fonti idroelettriche, seguite dal fotovoltaico. Quest'ultimo è però quello che ha registrato la crescita maggiore.

Secondo il rapporto statistico del 2020 sul solare fotovoltaico realizzato dal Gestore servizi energetici (Gse), tra il 2010 e il 2020 il numero di impianti fotovoltaici è infatti più che quintuplicato e oggi la potenza complessiva di tali impianti è pari a 21.650 megawatt.

935.838 il numero di impianti solari fotovoltaici presenti sul territorio italiano al 31 dicembre 2020, secondo il Gse.

Più di 55mila sono stati installati nel corso del 2020.

Grazie a questi pannelli, nel 2020 sono stati prodotti 25mila Gwh (gigawattora) di energia elettrica.

I dati si riferiscono al numero di impianti attivi sul territorio e alla loro potenza (misurata in gigawattora).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Gse
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Novembre 2021)

Con più di 37mila impianti fotovoltaici per una potenza complessiva di 483 megawatt, è Roma la provincia italiana più fornita. Seguono Brescia e Treviso, entrambe con circa 30mila impianti. In numeri assoluti, la maggior parte dei pannelli si trova nelle province dell'Italia settentrionale.

55,5% degli impianti solari fotovoltaici si trovano nel nord Italia, secondo il Gse.

Nel sud della penisola (incluse le isole) è invece localizzato il 27,2% degli impianti. Queste quote però cambiano se, oltre ai numeri assoluti, consideriamo anche la potenza degli impianti. Il nord detiene il 44,5% della potenza fotovoltaica nazionale, mentre il sud e le isole il 37,4%. Nelle regioni meridionali c'è quindi un numero inferiore di pannelli, ma in proporzione la loro potenza risulta maggiore.

L'energia prodotta dal sistema fotovoltaico

I pannelli fotovoltaici convertono la luce solare in energia elettrica. Il pannello è costituito da due strati di silicio, separati da un semiconduttore, e nel loro insieme creano un campo elettrico all'interno del quale le particelle di luce (fotoni) si muovono, generando energia che viene poi incanalata all'interno dei cavi elettrici.

Negli anni questi sistemi si sono perfezionati sempre di più, oltre ad essere aumentati di numero, e la produzione di energia a partire dai raggi solari è aumentata notevolmente. Soprattutto tra il 2010 e il 2013, quando sono stati introdotti una serie di incentivi per promuovere la diffusione di questo sistema di produzione energetica.

I dati si riferiscono alla quantità di energia elettrica (misurata in gigawattora) generata grazie agli impianti solari fotovoltaici.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Gse
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Novembre 2021)


La quantità di energia raccolta dipende dalla potenza degli impianti e dalla disponibilità di luce solare.

Non c'è una perfetta corrispondenza tra il numero di impianti e il quantitativo di energia prodotta. In parte, la produzione dipende anche dalla potenza dei pannelli stessi. Ma soprattutto dipende dalle condizioni meteorologiche del territorio e quindi dalla disponibilità di luce solare. Motivo per cui il sud Italia, che pure come abbiamo visto è meno dotato di impianti, produce la quota maggiore di energia solare fotovoltaica.

Il 41% dell'energia elettrica generata con il sistema fotovoltaico proviene infatti dal sud e dalle isole. La prima regione in questo senso è la Puglia, dove nel 2020 è stato prodotto il 15% di tutta l'energia solare fotovoltaica a livello nazionale.

I dati si riferiscono alla quota di energia da impianti fotovoltaici generata dalle province italiane.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Gse
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Novembre 2021)

Lecce è la provincia con la quota più elevata di produzione (3,7% del totale italiano), seguita da Foggia, Brindisi e Bari. Al di fuori della Puglia invece sono Cuneo e Viterbo le province con la produzione più alta (2,6% del totale nazionale). Mentre Roma, la provincia con più impianti in numeri assoluti, produce solo il 2,2% dell'energia solare fotovoltaica.

La maggior parte degli impianti fotovoltaici si trovano nel settore domestico (l'86% del totale). Seguono il settore terziario, l'industria e l'agricoltura. Ma si tratta per lo più di strutture di piccola taglia e di potenza ridotta. Il 51% della potenza si trova infatti nel settore industriale, dove è concentrato solo il 4,3% degli impianti.

 

Foto credit: Sungrow Emea - licenza

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Nell’ultimo mese sciolti 13 nuovi comuni https://www.openpolis.it/nellultimo-mese-sciolti-13-nuovi-comuni/ Wed, 19 May 2021 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=112112 Nessun nuovo commissariamento per infiltrazioni criminali, prevalgono gli scioglimenti per motivi politici. Salgono a 188 i comuni attualmente sciolti o commissariati nel nostro paese.

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Prosegue il monitoraggio dell’osservatorio sui comuni commissariati. Un focus sugli scioglimenti degli enti locali e le loro cause, dai conflitti politici nella maggioranza, all’incapacità di approvare il bilancio, fino al caso più patologico: l’infiltrazione della criminalità organizzata. In collaborazione con Giulio Marotta.

Cos’è successo nell’ultimo mese

Gli scioglimenti deliberati nell’ultimo mese, in base al testo unico degli enti locali e alla normativa delle regioni a statuto speciale, hanno riguardato 13 comuni.

La crisi politica nelle maggioranze locali resta la prima causa degli scioglimenti.

Scioglimenti causati prevalentemente da ragioni politiche, in linea con la tendenza rilevata l’anno scorso. In alcuni casi la crisi politica della maggioranza in consiglio comunale è stata anche l’esito di inchieste della magistratura.

Le dimissioni contestuali della maggioranza dei consiglieri si sono verificate a Santa Domenica Vittoria (Messina, già sciolta per lo stesso motivo nel dicembre 2019), Saltrio (Varese), Castellina Marittima (Pisa), Briosco (Monza), Montirone (Brescia), Petilia Policastro (Crotone). In quest’ultimo caso le dimissioni della maggioranza ed il conseguente scioglimento del comune sono seguiti ad un’inchiesta della magistratura.

Dimissionari i sindaci di Pontechianale (Cuneo) e San Vincenzo (Livorno). Nel comune livornese le dimissioni del sindaco fanno seguito al provvedimento limitativo della libertà adottato dai magistrati. I sindaci di Orte (Viterbo) e Adrano (Catania) sono stati sfiduciati. Si è infine verificato il decesso dei sindaci di Monticiano (Siena), Licenza (Roma) e Rivalta di Torino, dove consiglio e giunta rimangono in carica fino al prossimo turno elettorale.

Gli enti locali attualmente sciolti

Salgono così a 188 i comuni attualmente sciolti. A questi si aggiungono le unioni dei comuni Valle del Giovenzano e Terre dell’Acqua, le aziende sanitarie calabresi commissariate per infiltrazioni mafiose oppure ai sensi della legge n. 60 del 2019 e della legge n. 181 del 2020, nonché le altre aziende sanitarie commissariate a vario titolo in diverse regioni italiane.

La mappa include i comuni sciolti dal governo nazionale e quelli deliberati dalle regioni a statuto speciale sulla base dei rispettivi ordinamenti (in giallo quelli commissariati a seguito dell’esito negativo delle ultime elezioni amministrative).

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 17 Maggio 2021)

In media, poco più di uno scioglimento su 5 tra quelli attualmente in corso è stato causato da infiltrazioni criminali. Con un impatto che varia fortemente tra le diverse regioni italiane.

È soprattutto nel mezzogiorno che si riscontra il maggior numero di scioglimenti, e tra questi in particolare di quelli per mafia. In Calabria oltre la metà dei commissariamenti in corso (15 su 29) è stato motivato in base all'articolo 143 del testo unico sugli enti locali.

i consigli comunali e provinciali sono sciolti quando, anche a seguito di accertamenti effettuati a norma dell'articolo 59, comma 7, emergono concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare degli amministratori (...) ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da determinare un'alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l'imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati (...)

In Sicilia e Puglia circa 4 comuni su 10 attualmente sciolti lo sono per questo motivo. In Basilicata uno su 4, in Campania più di uno su 5. Un fenomeno che tuttavia non riguarda solo le regioni del sud. In Valle d'Aosta uno dei 2 scioglimenti attualmente in corso è dovuto ad infiltrazioni.


FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 17 Maggio 2021)

L’impatto del rinvio del turno elettorale sugli scioglimenti

A seguito dell’approvazione della legge 58/2021 sono state rinviate in autunno (in una data tra 15 settembre e 15 ottobre) le elezioni previste per la primavera 2021.

Ne consegue la proroga delle amministrazioni in carica, sia di quelle elettive, sia di quelle a gestione commissariale. Anche in Sicilia, a seguito dell’ulteriore rinvio delle elezioni degli organi degli enti di area vasta, prosegue la gestione commissariale delle città metropolitane di Messina, Palermo e Catania e dei liberi consorzi municipali di Trapani, Siracusa, Ragusa, Enna, Caltanissetta, Agrigento.

Per questo motivo il numero degli scioglimenti in corso, esattamente come avvenuto nel 2020, è destinato ad aumentare progressivamente fino all'autunno.

Il dato mostra gli scioglimenti in corso rilevati al primo di ogni mese, e nel conteggio sono inclusi quindi anche quelli relativi ad anni precedenti e non ancora terminati. Non va letto come numero di scioglimenti deliberati in una certa data. Per il mese in corso è presentato anche il dato più recente rilevato.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 15 Luglio 2021)

All’inizio dell'anno scorso infatti i comuni sciolti erano meno di 160. A causa dell'emergenza Covid e del conseguente rinvio del turno elettorale della primavera 2020, il loro numero complessivo è progressivamente aumentato durante l’anno, fino ai 273 scioglimenti anticipati rilevati a settembre. Una crescita che si è interrotta con i turni elettorali dell'autunno 2020, per poi riprendere in maniera significativa nei mesi successivi.

La curva è quindi destinata a crescere fino all'autunno quando, tra settembre e ottobre, andranno al voto più di 1.330 comuni. Un dato ancora provvisorio, perché si aggiungeranno quelli commissariati nei prossimi mesi. I futuri scioglimenti dovranno ora avvenire entro il 27 luglio 2021 per essere compresi nella tornata elettorale del prossimo autunno.

Gli ultimi commissariamenti per infiltrazioni mafiose

I consigli dei ministri del 24 aprile e del 12 maggio scorso hanno deliberato la proroga di sei mesi del periodo di commissariamento dei comuni di Scanzano Jonico (Matera) e Scorrano (Lecce). Non risulta invece adottato il provvedimento di proroga della gestione commissariale del comune di Cerignola (Lecce).

Attualmente sono 41 gli enti locali sottoposti a una gestione straordinaria (40 comuni e 1 azienda sanitaria), situati tutti nelle regioni meridionali, con l’eccezione di Saint Pierre (Aosta).

Nelle prossime elezioni amministrative ci sarà il rinnovo degli organi rappresentativi in 20 comuni commissariati per infiltrazioni della criminalità organizzata.

Per accertare il condizionamento delle organizzazioni criminali sull’ente locale, il ministro degli interni nomina un’apposita commissione di indagine prefettizia.
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Tutte le commissioni di accesso in corso sono insediate in comuni del mezzogiorno.

Non si sono ancora concluse diverse procedure di accesso, alcune delle quali peraltro avviate nel 2019, come nel caso di Melfi (Potenza) e Paterno Calabro (Cosenza). Altre commissioni di accesso sono state istituite a San Giuseppe Jato (Palermo, già sciolto per dimissioni del sindaco, della giunta e della maggioranza dei consiglieri), Marano di Napoli (già commissariato tre volte in passato per infiltrazioni della camorra), Villaricca (Napoli; questo comune è stato già sciolto nel 1994 per infiltrazioni della camorra), Calatabiano (Catania), Rosarno (Reggio Calabria), Foggia, Ostuni (Brindisi), Bolognetta (Palermo).

Cosa ha portato ai recenti commissariamenti per mafia

Nell'ultimo aggiornamento di aprile, abbiamo dato notizia del commissariamento per infiltrazioni mafiose del comune di Barrafranca (Enna) e della proroga del periodo di gestione straordinaria dei comuni di Carmiano (Lecce), Africo (Reggio Calabria), San Giorgio Morgeto (Reggio Calabria) e Mezzojuso (Catania).

Le relazioni allegate ai decreti presidenziali segnalano i motivi alla base delle decisioni del governo (su parere conforme del comitato provinciale per l’ordine pubblico). Questi documenti inoltre riportano il lavoro avviato dai commissari per il ripristino della legalità, le iniziative assunte e i fattori alla base della proroga del commissariamento.

5 le nuove relazioni prefettizie pubblicate.

Le relazioni su Barrafranca (già sciolto ad agosto 2020 dal presidente della Sicilia per dimissioni dei consiglieri), partono indicando la rete di relazioni di esponenti dei clan locali, fortemente radicati nel territorio, con dipendenti e amministratori e i gravi atti di intimidazione accaduti negli ultimi anni. Vengono inoltre sottolineate diverse criticità nella gestione amministrativa. In primo luogo, viene contestata l'elusione del codice degli appalti, della normativa antimafia e di quella di prevenzione della corruzione (in particolare per la gestione dei rifiuti e la concessione di licenze e autorizzazioni). Viene messa in rilievo l’assenza di alcuni regolamenti (o il loro mancato aggiornamento), la gestione del patrimonio edilizio, le irregolarità nella concessione di sussidi sociali e l’evasione tollerata dei tributi comunali (il comune è in stato di dissesto finanziario). Atti che, nel documento, vengono indicati come funzionali a favorire gli interessi delle cosche mafiose.

(...) Il quadro sconfortante che emerge dalla relazione prefettizia viene  ulteriormente confermato dalla mancata destinazione per finalità sociali dei beni immobili confiscati alla famiglia mafiosa locale più' volte citata; tali beni,  infatti, nonostante il tempo trascorso, risultano inutilizzati per la condotta sostanzialmente omissiva tenuta al riguardo dall'amministrazione comunale.


Le relazioni sui commissariamenti in corso offrono un quadro dell'attività delle gestioni commissariali insediate.

La relazione del prefetto su Carmiano sottolinea le iniziative avviate dalla commissione straordinaria nei confronti del personale comunale, con il nuovo regolamento dei servizi ed il codice di comportamento, l’indizione di concorsi e lo svolgimento di corsi di formazione, con particolare riguardo alla prevenzione e trasparenza amministrativa e ai controlli sugli atti. Sono stati utilizzati i fondi pubblici per il nuovo piano di gestione dei beni comunali, inclusi quelli confiscati alla criminalità organizzata, ed è stato approvato un programma triennale di interventi di straordinaria manutenzione.

Nel caso di San Giorgio Morgeto, la relazione indica che sono state affrontate le criticità emerse in sede di accesso, con particolare riferimento alla riscossione delle entrate tributarie e all’approvazione dei nuovi documenti di bilancio. Attività volte a favorire il progressivo risanamento del disavanzo comunale. Sono state inoltre approntate la revisione delle concessioni dei terreni montani di proprietà comunale e la revoca di una licenza per l'esercizio del servizio noleggio con conducente. Avviato anche un importante programma di opere pubbliche per la riqualificazione del territorio.

La relazione su Africo dà conto degli interventi della commissione straordinaria per il pieno ripristino della legalità nel territorio comunale, con particolare riguardo alla riorganizzazione dell’apparato amministrativo, potenziato con il ricorso a professionisti esterni in alcune specifiche aree (come entrate e patrimonio, per far fronte alla difficile situazione finanziaria del comune). Viene inoltre sottolineata l’approvazione di nuovi regolamenti, come quello per il riutilizzo dei beni confiscati alla mafia.

Anche con riguardo a Mezzojuso, l’attenzione dell’organo di gestione straordinaria si è concentrata sul superamento delle criticità segnalate dalla relazione della commissione di accesso. In particolare, il contrasto dell’abusivismo edilizio (con revisione delle licenze a costruire e la demolizione dei manufatti abusivi), un nuovo regolamento per la gestione del patrimonio comunale e la riorganizzazione dell’apparato amministrativo (anche con lo scopo di assicurare la massima legalità delle procedure di appalto programmate).

Le recenti decisioni dei giudici amministrativi

Il Tar Campania (sede di Napoli, sez. II, 3.5.2021, n. 2905) ha respinto il ricorso avverso il nuovo piano urbanistico comunale di Calvizzano, approvato dalla commissione straordinaria che gestiva l’ente locale dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del 2018. Tra le ragioni alla base del commissariamento vi era proprio la formulazione del vecchio piano, che aveva consentito l’edificabilità di alcuni terreni agricoli “con incremento di valore di mercato degli stessi, di proprietà di amministratori comunali strettamente legati all’ex sindaco ed alle locali organizzazioni criminali”.

Le parti hanno rinunciato al ricorso avverso il decreto di commissariamento del 2019, per infiltrazioni mafiose, del comune di Sant’Antimo (Tar Lazio n. 4678/2021). Cancellato dal ruolo il ricorso per l’annullamento del decreto di commissariamento del 2019, sempre per infiltrazioni della criminalità organizzata, del comune di Misterbianco.

Si segnala infine che, in seguito ad una decisione del consiglio di giustizia amministrativa per la regione Sicilia, è stato ripristinato il commissario per il comune di Catenanuova (Enna), sciolto nel 2020 per dimissioni dei consiglieri.

Nella scheda cosa significa infiltrazione criminale negli enti locali è effettuata una ricognizione, continuamente aggiornata, delle sentenze e decisioni di Tar e Consiglio di stato, che hanno fornito nel corso degli anni un importante contributo per chiarire alcuni aspetti della normativa sui commissariamenti per mafia e fornire utili indicazioni sugli elementi alla base dei decreti di scioglimento.

Le interrogazioni ed interpellanze parlamentari sui comuni sciolti

Dall'analisi degli atti di sindacato ispettivo rivolti dai parlamentari al governo possono emergere ulteriori informazioni su commissariamenti e scioglimenti.


5 risposte del Governo agli atti di sindacato ispettivo sugli enti locali.

Il sottosegretario agli interni ha risposto in commissione ad un’interrogazione riguardante la regolarità delle elezioni del 2016 per il rinnovo del consiglio comunale di Nardò (Lecce), su cui sono tuttora in corso le indagini della magistratura; sullo stesso tema è stata presentata anche un’altra interrogazione. Il sottosegretario agli interni ha fornito elementi anche sullo scioglimento del comune di Eboli (Salerno) del dicembre scorso, a seguito delle dimissioni del sindaco, sottoposto ad arresti domiciliari e sui provvedimenti di sospensione del sindaco di Casteldaccia (Palermo) adottati, a norma della legge Severino, a seguito di un’inchiesta della magistratura. I rappresentanti del Governo hanno fornito infine elementi sulla situazione finanziaria del comune di Nuoro e dell’unione dei comuni Terre d’Acqua (Bologna, sciolta a febbraio 2021).

3 nuovi atti di sindacato ispettivo sugli enti locali.

È stata sollecitata l’istituzione di una nuova commissione di accesso presso il comune di Brescello (Reggio Emilia), già sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2016; un’altra interrogazione riguarda alcuni aspetti della gestione commissariale del comune di Lamezia Terme (Catanzaro).

I dati mostrano le interrogazioni e interpellanze svolte nelle ultime 3 legislature (XVI, XVII e XVIII) sul tema dei commissariamenti.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 15 Luglio 2021)

Questo articolo è parte dell’osservatorio sui comuni e gli altri enti sciolti e commissariati, curato da openpolis in collaborazione con Giulio Marotta.

Foto credit: comune di Petilia Policastro - Wikimedia

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