propaganda social Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/cosa/propaganda-social/ Thu, 14 Jan 2021 10:53:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 La propaganda social e la difficile definizione di politica https://www.openpolis.it/la-propaganda-social-e-la-difficile-definizione-di-politica/ Mon, 11 Nov 2019 08:02:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=58370 Facebook, Twitter e Google stanno prendendo direzioni diverse per affrontare il problema della propaganda social. Nell'immobilismo delle istituzioni appare sempre più complicato definire cosa voglia dire fare politica online.

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Dopo l’ondata di attenzione mediatica intorno al tema in vista delle elezioni per il parlamento europeo, è giunto il tempo di analizzare a che punto è il dibattito sulla propaganda social

Le azioni di apertura messe in campo da Facebook, Twitter e Google, sotto invito della commissione europea, si sono rivelate fallimentari, provando chiaramente quanto l’autoregolamentazione non possa essere la soluzione su cui investire. Ma nel prorogato immobilismo delle istituzioni i grandi player del mercato si stanno iniziando a muovere.

Inutile dire che Facebook, Google e Twitter stanno sbagliando, se la politica è ferma.

Twitter, attraverso il suo amministratore delegato Jack Dorsey, ha dichiarato che entro novembre non sarà più possibile sponsorizzare contenuti politici. Facebook ha invece deciso di non voler eliminare i post sponsorizzati dai politici contenenti informazioni false. Al tempo stesso iniziano a girare indiscrezioni che sia Facebook che Google vogliano eliminare il micro targeting per le inserzioni pubblicitarie politiche. Insomma tante soluzioni, tutte diverse, che non aiutano i cittadini.

Tutto questo sta aprendo anche un altro tema: cosa vuol dire fare politica online? Molte delle soluzioni suggerite limitano il raggio di controllo a candidati ed eventi elettorali, ma questa risposta non sembra riuscire ad intercettare tutte le sfumature della questione.

La decisione presa da Twitter

Lo scorso 30 ottobre Twitter ha preso l’importante decisione di progressivamente eliminare la possibilità di fare sponsorizzazioni politiche. Dietro la scelta la realizzazione che i post a pagamento compromettano il principio per cui il successo di un messaggio politico sui social debba dipendere dalle interazioni che riceve, e non dall’investimento economico.

Un rischio per la nostra democrazia, visto che i contenuti politici sponsorizzati possono influenzare le elezioni e quindi avere delle conseguenze sulla vita di milioni.

È stata anche presa la decisione di sospendere le cosiddette “issue ads”, cioè quei contenuti sponsorizzati che, anche se non scritti da politici e/o partiti, trattano tematiche politiche o socialmente rilevanti. La decisione di Dorsey e di Twitter è poi soprattutto un appello alla classe dirigente mondiale.

Abbiamo bisogno di politiche e regolamentazioni che guardino al domani (cosa molto difficile da fare). Gli obblighi di trasparenza per le pubblicità sono un inizio, ma non è abbastanza. Internet fornisce nuove possibilità, e il legislatore deve pensare al domani per assicurare parità di condizioni per tutti

La scelta è basata sulla realizzazione da parte di Twitter che essendo la tematica complessa e con delle ramificazioni serie nella nostra democrazia, sia necessario fare un passo indietro per capire come intervenire. Un intervento però che non può essere fatto dalle aziende, ma da chi prende le decisioni politiche.

$3 milioni spesi per pubblicità su Twitter dai politici Usa per le elezioni midterm 2018.

Se per molti la scelta è stata giusta, non sono mancate le critiche, soprattutto per le tante contraddizioni dietro al concetto di “issue ad”. Cosa si intende esattamente per “contenuto politico”? Come si fa a marcare il confine tra una dichiarazione per scopi politico/sociali e una dichiarazione normale?

Marcare il confino tra un contenuto normale e un contenuto politico può essere molto difficile.

Ma facciamo un esempi pratico. Con le nuove regole determinati gruppi di attivisti non potranno più sponsorizzare contenuti, ma le aziende privati potranno continuare a farlo. È il caso, come sottolineato da HEATED, dei gruppi ambientalisti che non potranno più valorizzare i loro post a favore di migliori politiche sul clima, in quanto “issue ads”, mentre colossi dell’energia come Exxon, con delle chiare agende politiche sul tema, non avranno formalmente limiti.

La lettera dei dipendenti Facebook a Zuckerberg

Un paio di giorni prima che Dorsey facesse la sua dichiarazione, circa 250 dipendenti Facebook hanno scritto una lettera aperta a Mark Zuckerberg chiedendo di intervenire con migliori regole per le pubblicità politiche. Un appello al fondatore del social network basato sul credo che la libertà di espressione e i contenuti sponsorizzati non siano la stessa cosa.

La disinformazione colpisce tutti noi. Le nostre attuali politiche sul controllo di ciò che dicono i politici o coloro che si candidano per una carica rappresentano una minaccia per ciò che Facebook rappresenta. Siamo fortemente contrari a queste politiche così come sono. Non proteggono le opinioni, ma consentono invece ai politici di usare la nostra piattaforma come un’arma, prendendo di mira le persone che credono che i contenuti pubblicati da personaggi politici siano affidabili

In particolare la lettera si incentrava su 6 suggerimenti:

  • Richiedere gli stessi standard alle pubblicità politiche, come per le altre pubblicità;
  • Trattamento grafico più netto per le pubblicità politiche;
  • Limitare le capacità di targeting per le pubblicità politiche;
  • Rispetto del silenzio elettorale;
  • Tetto alle spese dei singoli politici per le sponsorizzazioni;
  • Regole più chiare per le pubblicità politiche.

I punti sollevati riprendono molte dei temi su cui da tempo come openpolis chiediamo di intervenire: dal problema delle micro targetizzazioni, alla necessità di far rispettare il silenzio elettorale anche su internet.

Tutto questo a poche settimane dalla decisione presa da Facebook di non rimuovere un video sponsorizzato da Trump contenente informazioni false su Biden. Una scelta basata sul credo che il “discorso politico non debba essere limitato, in quanto renderebbe le persone meno informate sulle opinioni dei candidati eletti e i personali politici sarebbero meno responsabili delle loro parole“.

Facebook e Google valutano di eliminare il micro targeting per le pubblicità politiche.

È notizia di questi giorni poi che sia Google che Facebook stiano considerando l’eliminazione del micro targeting per le pubblicità politiche. La possibilità cioè di indirizzare determinati contenuti solamente a gruppi ristretti di elettorato, potenzialmente suggerendo proposte politiche non uguali a gruppi demografici differenti.

L’esperimento (fallito) delle europee 2019

Se Facebook, Google e Twitter stanno affrontando il problema in maniera diversa è anche e soprattutto perché ad oggi hanno la piena di libertà di azione sul tema. La mancanza di regolamentazione nei diversi paesi fa sì che aziende private che gestiscono servizi di online advertising siano libere di agire come meglio credono.

Come abbiamo avuto modo di raccontare nei mesi precedenti al voto la commissione europea era intervenuta chiedendo a Facebook, Google e Twitter, su tutti, di mettere in campo delle operazioni per rendere più trasparenti le pubblicità politiche online.

Le operazioni di trasparenza per le europee 2019 erano scoordinate e non esaustive.

Un percorso che aveva portato alla messa online di diverse piattaforme, tutte differenti, che in vario modo cercavano di rispondere alle richieste della commissione. Risposte non coordinate che di fatto non hanno reso la materia più trasparente, ma che hanno solo contribuito a fare confusione sul tema. In particolare perché su uno dei temi più caldi, quello delle micro targetizzazioni, venivano solamente fornite le variabili demografiche (età, sesso, area geografica), e non quelle di comportamento (es. utenti che seguivano determinate pagine su un social).

A fine ottobre è stato redatto il primo report di auto valutazione sui progressi fatti dalle diverse piattaforme. Nelle considerazioni fatte dalla commissione europea sulle auto valutazioni non sono mancanti i punti critici. Principalmente il fatto che i dati e gli strumenti messi a disposizione di ricercatori e società civile per analizzare la materia sono stati sporadici e arbitrari, non rispondendo ad esigenze di ricerca più ampie. In aggiunta i documenti forniti dai diversi player sono risultati poco dettagliati in relazione a metriche qualitative per analizzare realmente l’impatto delle operazioni messe in campo.

Cosa sta facendo la politica?

Se Facebook, Google e Twitter stanno andando tutti in direzioni diverse, è perché le istituzioni sono in silenzio. Sia Zuckerberg a marzo che Dorsey a fine ottobre hanno sottolineato la chiara necessità di interventi normativi da parte della classe politica. Come riconosciuto infatti, la materia ha delle implicazioni tali sulle qualità della nostra democrazia, che certe decisioni devono essere prese da chi è eletto per prenderle.

Sia Facebook che Twitter hanno richiesto un intervento della politica.

La necessità di spostare la discussione sul tema nel campo della politica è soprattutto per un bisogno di trasparenza. Il dialogo deve essere aperto, e non circoscritto agli uffici dirigenziali delle grandi aziende del web. Un dialogo che deve coinvolgere non solo la politica e le piattaforme digitali, ma anche società civile, ricercatori e cittadini.

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Ricomincia la propaganda online https://www.openpolis.it/ricomincia-la-propaganda-online/ Mon, 30 Sep 2019 10:56:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=56878 Per il lancio di Italia Viva Matteo Renzi ha speso oltre 4.000 euro in inserzioni su Facebook. Tra i grandi leader, e i principali partiti, è quello che si è mosso per primo. Ma anche Salvini ha ricominciato con le sponsorizzazioni.

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L’inizio del secondo governo Conte ha anche sancito l’avvio di una nuova fase politica in parlamento.

La relativa tranquillità che ha contraddistinto questa prima parte della XVIII legislatura ha lasciato spazio ad una fase di transizione in cui tanti tasselli si stanno spostando. Tra scissioni partitiche e cambi di gruppo, lo scacchiere politico sta cambiando.

€4.261 spesi da Matteo Renzi per sponsorizzazioni su Facebook per il lancio di Italia Viva.

Anche Salvini, dopo 3 mesi di silenzio, ha ripreso le sponsorizzazioni su Facebook.

Con esso e con la nascita, o rilancio, di nuovi soggetti politici, è ripresa anche la propaganda politica, soprattutto quella online. Protagonista di questa partita Matteo Renzi, che per il lancio di Italia Viva ha già speso oltre 4.000 euro in inserzioni su Facebook. Tra i grandi partiti, e i loro relativi leader, sembra essere stato il primo a muoversi. Il tutto pagato con i soldi raccolti dai suoi Comitati azione civile, l’associazione lanciata dal politico toscano a fine 2018. Dopo oltre 3 mesi di silenzio, anche Salvini ha ricominciato con le sponsorizzazioni.

La propaganda politica, come funziona

Ad oggi per la propaganda politica online non valgono le stesse regole già in campo per la tradizionale propaganda politica. Un gap normativo importante, per cui il parlamento italiano deve ancora intervenire.

La trasparenza del campo è quindi nelle mani delle singole realtà che forniscono questi strumenti di advertising online: su tutti facebook, google e twitter. La principale soluzione messa in piedi da queste piattaforme per aumentare la trasparenza della propaganda politica online prevede l’accreditamento ufficiale delle strutture e degli individui che intendono pubblicizzare contenuti politici. Questo comporta, per esempio, l’obbligo di fornire una serie di informazioni, tra cui chi sta pagando per l’inserzione.

Tra queste piattaforme, pur con molti limiti, quella che comunica il maggior numero di informazioni, e in maniera più costante, è senza dubbio Facebook. È proprio su questa piattaforma che possiamo quindi analizzare come siano cambiate le carte in tavole in queste settimane.

Chi sta spendendo in questa fase

Nella nuova fase politica che è cominciata diventa importante capire se la partita della propaganda social è ripresa. Grazie ai dati, seppur limitati, che fornisce Facebook è possibile ricostruire l’investimento fatto in inserzioni online nella settimana del 17-23 settembre, quella successiva alla fondazione di Italia Viva. Prendendo in considerazione i principali partiti italiani, e i loro relativi leader, appare in maniera evidente la scelta strategica fatta da Matteo Renzi.

Il politico, recentemente uscito dal Partito democratico, è nel bel mezzo del lancio ufficiale del suo nuovo soggetto politico Italia viva. Nella settimana successiva al lancio del partito la sua spesa ha superato i €4.000. Il tutto finanziato direttamente dai Comitati azione civile di Ritorno al futuro, l’associazione che Renzi ha utilizzato in questi mesi per raccogliere fondi e aggregare consenso.

Scorrendo l’elenco delle inserzioni possiamo vedere come la tipologia di contenuti scelti dall’ex premier vari molti: da post a sostegno di Emma Marrone, a quelli sulla politica internazionale, passando per quelli “pubblicitari” per presentare il nuovo movimento.  In totale tra il 17 e il 23 settembre i post sponsorizzati sono stati 17.

L’investimento da parte di Renzi in questo senso sembra essere completo, e soprattutto ben coordinato. Grazie alla raccolta fondi portata avanti dai suoi Comitati azione civile, come abbiamo recentemente raccontato, l’uscita dal Partito democratico e il lancio di Italia viva ha potuto beneficiare di un budget iniziale considerevole. Soldi che, tra le altre cose, ora vengono spesi in propaganda online.

Sono state dichiarate le spese ufficiali su Facebook dei principali partiti italiani, e dei loro rispettivi leader. Se un partito o un politico non viene mostrato, vuol dire che la spesa è stata zero.

FONTE: dati Facebook ad library elaborazione openpolis

Tra i principali leader politici nazionali analizzati, e i relativi partiti di appartenenza, i dati di Renzi sembrano essere fuori scala. Mettendo insieme tutti gli altri numeri si arriva a malapena agli 800euro di investimento, un quinto di quanto speso dall'ex presidente del consiglio. Giorgia Meloni è il secondo politico che ha speso di più, 231 euro,  seguita da Giovanni Toti, con 174 euro.

Quest'ultimo, anch'egli fresco di scissione dal suo partito di appartenenza, in questo caso Forza Italia, non sembra aver ancora deciso di investire massivamente in propaganda online, anche se il numero di inserzioni è in crescita: 15 da inizio settembre, di cui 7 solamente nell'ultima settimana. 

Toti utilizza le sponsorizzazioni sia per post istituzionali da governatore, sia per quelli politici da leader di Cambiamo!

Negli ultimi giorni si è infatti intensificata l'attività social di Toti. Dal punto di vista comunicativo si mescolano inserzioni "istituzionali", che vengono cioè fatte in quanto governatore della regione Liguria e che trattano temi strettamente territoriali, ed altre invece dal tono più "politico", lanciando il neo nato partito e promuovendo iniziative di alleati politici come Fratelli d'Italia.

C'è quindi molta confusione comunicativa, confermando ancora una volta quanto sia poco appropriato portare avanti contemporaneamente due incarichi del genere: da un lato leader nazionale di partito (incarico politico), e dall'altro governatore di regione (incarico istituzionale).

 

Ricomincia la campagna elettorale?

Questi numeri segnalano in maniera chiara che qualcosa sta cambiando. Ne è prova il fatto che anche Matteo Salvini, dopo 3 mesi di silenzio, abbia ricominciato a sponsorizzare contenuti su Facebook. Non lo faceva da fine maggio, e ha ripreso proprio nelle ultime settimane con 2 inserzioni: una contro il governo Conte, attaccando la possibile tassa sulle merendine di cui si è tanto parlato in questi giorni, e una sulle elezioni regionali in Umbria che si terranno da qui a breve.

Insomma oltre alla nascita di nuovi schieramenti, e al cambio di governo, sembra realmente cominciata una nuova fase politica. Con nuovi soggetti alla ribalta, vedi Italia Viva e Cambiamo!, ed altri che sono passati dalla maggioranza all'opposizione, come la Lega, le prossime settimane vedranno certamente un intensificarsi della propaganda online.

Foto credit: Facebook - Matteo Renzi

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Soldi alla politica, la sfida della trasparenza https://www.openpolis.it/soldi-alla-politica-la-sfida-della-trasparenza/ Mon, 22 Jul 2019 08:04:05 +0000 http://www.openpolis.it/?p=51976 Diminuisce il ruolo dei partiti, ma cresce il numero di attori coinvolti. Il tema, e il quadro, è complesso: caratterizzato da leggi che ancora non riescono ad intercettare le nuove dinamiche ed una frammentazione dei soggetti in campo.

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L’abolizione del finanziamento pubblico diretto alla politica ha contribuito a rivoluzionare completamente la materia. A farne i danni è stata soprattutto la comprensione del sistema, e quindi la sua trasparenza. Se da un lato infatti lo stato spende meno, dall’altro l’attuale sistema è talmente complesso da renderne il monitoraggio molto più complicato.

Fare politica ha un costo, e mentre prima i movimenti politici si organizzavano, economicamente e logisticamente, unicamente attraverso i partiti, ora il numero di soggetti coinvolti si è moltiplicato. Dalle fondazioni politiche, alle associazioni, passando per gruppi parlamentari e think tank, la galassia di strutture che svolgono attività politiche sono aumentate.

Più attori vuol dire più complessità, e quindi meno trasparenza.

Ma aumentando la complessità, le leggi del nostro paese stanno avendo difficoltà ad intervenire in maniera appropriata con regole chiare e dirette. Quando negli ultimi anni si è intervenuto per richiedere maggiori e migliori informazioni, spesso ci si è dimenticati di mettere in piedi un giusto sistema per il monitoraggio del rispetto delle regole. I problemi sono tanti, e riguardano sia le entrate, chi finanzia la politica, che le uscite, come la politica spende i soldi.

Il contesto

Con la riforma del 2013 sotto il governo Letta in Italia è stato progressivamente eliminato il finanziamento pubblico diretto ai partiti. Questo consisteva principalmente nei cosiddetti rimborsi elettorali, che sono stati definitivamente aboliti nel 2017. Una forma di finanziamento, collegata alle tornate elettorali, in cui lo stato versava ai singoli partiti una somma di denaro calcolata, tra le altre cose, in base al risultato elettorale raggiunto. La graduale abolizione dei rimborsi elettorali è figlia sia della crisi economica che ha colpito il paese, ma anche di un forte sentimento di anti-politica, causato da numerosi scandali di corruzione e malaffare.

Questa transizione, durata dal 2013 al 2017, ha fatto sì che le entrate dei partiti più che dimezzassero nel giro di pochi anni.

Sono conteggiate le entrate da gestione caratteristica dei partiti e del M5s come riportate nei bilanci depositati. Per il 2017 al momento della raccolta dati (luglio 2018) non sono stati rintracciati i bilanci di Stella Alpina, M5s (associazione), Idv, Cor, Mov. Puglia in più, Fare!

FONTE: elaborazione openpolis sui bilanci presentati dai partiti

Questo sistema è stato poi sostituito da meccanismi diversi, rimessi alla scelta volontaria del contribuente in sede di dichiarazione dei redditi (il 2×1000) o all’incentivo fiscale delle donazioni private verso i partiti (detrazione del 26% sulle erogazioni liberali). In sintesi un sistema basato sul finanziamento pubblico diretto è stato sostituito da uno basato sul finanziamento indiretto. Queste due forme di finanziamento però stentano a decollare, e mentre per il 2x1000 questo può essere considerato normale, trattandosi di una novità, quello che colpisce è il calo delle donazioni private ai partiti.

Per persone fisiche si intendono i comuni cittadini. Per persone giuridiche si intendono aziende e altri enti di diritto privato. Dal 2014 è stato inserito un tetto di 100mila euro all’anno per le donazioni ai partiti.

FONTE: elaborazione openpolis sui bilanci presentati dai partiti

Il problema per il 2x1000 poi, oltre ad essere poco utilizzato dai contribuenti, è che parliamo di cifre basse rispetto a quelle che possono essere le esigenze dei partiti. La differenza tra il quanto stanziato dallo stato, e quanto raccolto dai partiti è sempre considerevole, prova del fatto che i cittadini non utilizzano questa tipologia di finanziamento. Nel 2018 l'ammontare di soldi ricevuti dai partiti italiani tramite il 2x1000 è persino calato, passando dai 15,3 milioni del 2017 a 14,1 milioni di euro.

14,1 milioni ricevuti in 2x1000 dai partiti nel 2018, meno che nel 2017.

Ma se la novità è che le casse dei partiti sono sempre più vuote, quello che non sembra cambiare è il fatto che fare politica, su scala nazionale, abbia un costo. E quindi la domanda è una sola, come si finanzia la politica?

Molteplicità di attori, il ruolo dei gruppi parlamentari

Se all'interno dei partiti molte cose sono variate con l'abolizione dei rimborsi elettorali, lo scenario all'esterno ha seguito una dinamica simile. Per capire come si evolve il finanziamento alla politica non si può solo guardare ai partiti, ma a tutte le strutture che orbitano intorno ad un determinato movimento.

I gruppi parlamentari ormai incassano più soldi dei partiti.

La prima di queste, per grandezza economica, è rappresentata dai gruppi politici dei partiti all'interno delle istituzioni di rappresentanza, uno su tutti il parlamento. I gruppi di camera e senato ricevono una somma di denaro da parte di Montecitorio e Palazzo Madama per svolgere le proprie attività istituzionali. Un confine però, quello tra attività istituzionali e attività di partito, che è molto sottile.

L'ammontare di soldi che hanno incassato i gruppi parlamentari tra il 2013 e il 2017 è stato di gran lunga superiore a quello ricevuto dei partiti. E, non a caso, questo ha portato molti partiti ad utilizzare i fondi dei gruppi parlamentari per svolgere attività più politiche che istituzionali. Soldi dei gruppi parlamentari che quindi vengono utilizzati per pagare manifestazioni del partito, staff e personale interno, come anche materiale di comunicazione per campagne elettorali. 

In attesa della pubblicazione dei bilanci dei gruppi parlamentari del 2017, il dato sui contributi relativo a quell’anno è stato stimato sulla base di quanto ricevuto l’anno precedente.

FONTE: elaborazione openpolis su bilanci dei partiti e dei gruppi parlamentari

Ma mentre sia la mappatura dei gruppi politici, come le informazioni sui loro bilanci, sono pubbliche, è per altre strutture che orbitano intorno ai partiti per cui è difficile ottenere informazioni.

Fondazioni e associazioni politiche

Il vuoto generato dalla crisi economica dei partiti ha fatto sì che la condivisione di idee sulla “cosa pubblica”, tratto caratteristico proprio dei partiti, necessitasse di una nuova “casa”. Per rispondere a questa esigenza negli anni abbiamo testimoniato la crescita di think tank, fondazioni e associazioni politiche. Queste strutture sono diventate delle realtà parallele ai partiti, sfruttate dagli stessi per portare avanti una serie di attività: dalla raccolta fondi, alla formazione politica, passando per l'organizzazione di correnti.

Legge anticorruzione: bene l'equiparazione ai partiti di fondazioni e associazioni politiche, ma ora il quadro è più complesso.

L’ascesa politica di Matteo Renzi e della sua fondazione Open ne è stato un perfetto esempio. Una struttura parallela al partito di appartenenza, in questo caso il Partito democratico, utilizzata per raccogliere fondi, organizzare eventi e aggregare la base elettorale. Non rappresentano solo un modo per affermarsi politicamente, ma anche un strumento per tessere rapporti trasversali tra partiti.

Nel 2013 l’arrivo del governo Letta, nato da un accordo post elettorale centrosinistra-centrodestra, vedeva la presenza di numerosi ministri appartenenti alla fondazione Vedrò: avversari nel campo della politica che avevano già stabilito rapporti personali in una fondazione.

Associazioni che possono diventare anche il terreno “neutrale” in cui instaurare relazioni con rappresentanti del mondo accademico, politico e giornalistico. L’ultimo esempio in ordine di tempo è la kermesse SUM, organizzata dall’associazione Gianroberto Casaleggio, in cui Davide Casaleggio, esponente di spicco del Movimento 5 stelle, ormai da due anni mette assieme vari esponenti del dibattito politico pubblico. Il Movimento stesso, non essendo un partito nel senso ufficiale del termine, basa la stragrande maggioranza della sua organizzazione su una rete di associazioni, tra cui anche l'associazione Rousseau.

121 le strutture tra think tank, fondazioni e associazioni politiche censite da openpolis dal 2015 a oggi.

Fino all'approvazione della legge anticorruzione sotto l'attuale governo Conte, tutte queste strutture ricevevano lo stesso trattamento di qualsiasi altra associazione e fondazione presente nel paese. Questo implicava che a loro non fosse richiesto quel livello di trasparenza generalmente richiesto ai partiti, non permettendo quindi di analizzare né i loro bilanci, né le donazioni che ricevevano.

Il numero di strutture riconducibili ad una singola area politica può essere più di uno.

Con l'approvazione della legge anticorruzione un po' di cose sono cambiate, ma il tema principale non è risolto. Inserendo degli obblighi di trasparenza per queste strutture, si sta di fatto certificando l'aumentata complessità dello scenario politico italiano. Formalizzando il bisogno di avere maggiori e migliori informazioni su fondazioni e associazioni politiche, si è confermato il loro ruolo nelle dinamiche politiche del nostro paese. Strutture che poi variano anche in caratteristiche. Sono infatti state equiparate ai partiti tutte le fondazioni, associazioni e comitati che:

  • hanno organi direttivi determinati in tutto o in parte da partiti o movimenti politici;
  • hanno organi direttivi o di gestione sono composti per almeno 1/3 da membri di organi di partiti o movimenti politici ovvero persone che sono o sono state, nei 6 anni precedenti, membri del Parlamento nazionale o europeo o di assemblee elettive regionali o locali di comuni con più di 15.000 abitanti, ovvero che ricoprono o hanno ricoperto, nei sei anni precedenti, incarichi di governo al livello nazionale, regionale o locale, in comuni con più di 15.000 abitanti;
  • hanno erogato donazioni a titolo liberale in misura pari o superiore a 5.000euro a partiti o movimenti politici.

Se prima l'ambito dei soggetti politici si limitava ai circa 20 partiti ufficialmente riconosciuti nel registro dei partiti, ora il numero supera probabilmente il centinaio di unità.

Un'equiparazione poi che, proprio in tema di finanziamenti, ha avuto delle recenti modifiche. Con il decreto crescita infatti il governo Conte ha di fatto abolito il divieto per queste strutture di ricevere finanziamenti dall'estero, come è invece per i partiti. Una confusione normativa che se da un lato vede "un'equiparazione" tra partiti e fondazioni/associazioni politiche, dall'altro per quest'ultime prevede meno divieti proprio nel campo dei finanziamenti.

Il presunto caso dell'Associazione Lombardia Russia prova che comunque la nuova normativa non riesce ad intercettare le tante dinamiche in ballo.

Una questione poi, quella del rapporto tra associazioni e politica, che non necessariamente è stata risolta con le ultime riforme. Il recente caso dell'Associazione culturale Lombardia Russia, e dei suoi presunti legami con la Lega, ne sono in qualche modo una prova.

Nessuno vieta infatti, più in generale, che organizzazioni senza politici negli organi apicali, e quindi non coinvolte dagli obblighi di trasparenza ora imposti, possano avere dei forti legami con partiti politici.

I canali non ufficiali, la propaganda online

Partiti, gruppi parlamentari, fondazioni ed associazioni sono ad oggi i canali più tracciabili, al livello di analisi esterna, per fare politica sul territorio. A questi però bisogna aggiungere i canali non ufficiali, e quindi più difficilmente monitorabili. Una tematica particolarmente critica quando si parla, per esempio, di propaganda politica online. A differenza di quanto è avvenuto per le fondazioni e associazioni politiche, qui il parlamento deve ancora intervenire per normare la materia. Ad oggi infatti per la propaganda politica online non valgono le stesse regole già in campo per la tradizionale propaganda politica.

€660.669 spesi su Facebook e Google dai principali partiti e candidati italiani alle europee 2019.

La trasparenza del campo è quindi nelle mani delle singole realtà che forniscono questi strumenti di advertising online: su tutti facebook, google e twitter. La principale soluzione messa in piedi da queste piattaforme per aumentare la trasparenza della propaganda politica online prevede l'accreditamento ufficiale delle strutture e degli individui che intendono pubblicizzare contenuti politici. Questo comporta, per esempio, l'obbligo di fornire una serie di informazioni, tra cui chi sta pagando per l'inserzione.

Sono state analizzate le inserzioni su Facebook e Google dei profili ufficiali dei principali partiti italiani (Lega, M5s, Pd, Forza Italia, Fdi +Europa), dei loro leader e dei loro candidati capolista. Il dato del singolo partito include quindi tutte le voci appena elencate.

FONTE: dati facebook e google, elaborazione openpolis

Partiti con meno soldi, vuole anche dire più strutture non ufficiali che fanno propaganda politica. Un problema soprattutto online.

 

Ammesso e non concesso che questo sistema riesca realmente ad intercettare chiunque faccia propaganda politica online, è innegabile che però che tutto questo apra un'altra questione. Essendo aumentato il numero di attori coinvolti nel fare politica, e non essendo tutti riconducibili a realtà organizzate e riconosciute come i partiti, un singolo o una struttura che fa propaganda online non necessariamente viene intercettato dal sistema e, pure se lo fosse, non tutte le informazioni di interesse sono poi messe a disposizione dai siti internet. Si saprebbe, per esempio, chi paga per il determinato contenuto di propaganda, ma non chi ha fornito quei soldi a quella persona o a quella struttura.

Questo per dire che aumentando il numero, e la tipologia, di strutture attive nel campo della politica, per campi già oscuri come quello della propaganda politica online, si raggiungono ulteriori livelli di complessità.

Leggi per la trasparenza, ma nessuno controlla

Il quadro è complesso, e gli attori sono tanti, ma alcune regole per rendere più tracciabili i finanziamenti alla politica sono già in essere. Il problema però è che nessuno monitora sul loro rispetto o, in altri casi, chi dovrebbe non ha i mezzi per farlo.

Per esempio deputati e senatori hanno l'obbligo di consegnare a inizio legislatura sia le loro dichiarazioni patrimoniali, che la scheda di rendicontazione della campagna elettorale, con inclusi i finanziamenti ricevuti. La legge stabilisce che queste informazioni debbano essere accessibili e consultabili, in un formato testuale facilmente interrogabile, ma soprattutto in formato aperto, per facilitarne il riutilizzo.

Approvare una legge per la trasparenza, e poi non controllare sul rispetto, rende l'approvazione della legge stessa inutile.

Ma è analizzando proprio le dichiarazioni patrimoniali dei parlamentari e dei membri del governo che emergono dei chiari problemi. Appare evidente infatti che non vengano utilizzati formati che rendano i dati pienamente accessibili, consultabili e riutilizzabili. Al contrario, si tratta per lo più di documenti scritti a mano, poi scansionati e infine inseriti in formato pdf (con il risultato che alcune parti sono illeggibili). Da un certo punto di vista quindi le istituzioni stanno violando la legge, non rispettando ciò che era stato stabilito nel 2013.

E ancora, il caso della commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici. La struttura ha più volte denunciato, nella sua relazione annuale, carenze organiche ed economiche. Una situazione che non le permette di svolgere pienamente, e autonomamente, il suo lavoro di controllo sui bilanci dei partiti. Una situazione resa ancora più grave dal fatto che ora la commissione dovrà anche, in seguito alla loro equiparazione ai partiti, vigilare su fondazioni e associazioni politiche. È stata approvata una legge per rendere più trasparenti i bilanci dei partiti, e soprattutto le donazioni che ricevono, ma all'organo che è stato predisposto per monitorare non sono stati dati i mezzi per farlo. 

Perché tutto questo è un problema

I partiti hanno perso centralità nelle dinamiche politiche nazionali. Il loro indebolimento economico e al livello di influenza ha infatti modificato molti equilibri.

Con dei partiti meno forti, stabili e centrali, nuovi attori sono emersi nello scacchiere politico. Alcuni di questi sono direttamente collegati ai partiti, come i gruppi parlamentari, altri invece no, o almeno non in maniera evidente. Un quadro complesso, sia nella ricostruzione delle diverse strutture coinvolte, come anche nella ricostruzione degli intrecci economici in gioco.

Un quando sempre più complesso, e quindi più propenso ad essere raggirato.

L'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ha quindi contribuito alla frammentazione degli attori politici, penalizzando indirettamente la trasparenza del sistema. Penalizzando, soprattutto, il tema dei finanziamenti, ora più complesso da ricostruire, e particolarmente propenso ad essere raggirato.

 

 

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto ESVEI, co-finanziato da Open Society Institute in cooperazione con OSIFE/Open Society Foundations, e promosso da OBC Transeuropa.

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Propaganda social, speso oltre mezzo milione per le europee https://www.openpolis.it/propaganda-social-speso-oltre-mezzo-milione-per-le-europee/ Mon, 03 Jun 2019 08:35:42 +0000 http://www.openpolis.it/?p=46448 Partiti e candidati spendono sempre più soldi in inserzioni politiche online. Il tema ormai non si può più ignorare, ma il parlamento continua a non intervenire.

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Il ruolo di internet e dei social nelle ultime tornate elettorali è stato costantemente in crescita. Una variabile ormai sempre più determinante, che purtroppo però non vede un adeguamento delle normative nazionali in materia.

È il caso per esempio dell’Italia, in cui le norme attualmente in essere per la normale propaganda elettorale non sono ancora state estese alle inserzioni politiche online, specialmente sui social. Un problema che non si può più ignorare. Grazie alle operazioni di autoregolamentazione messe in campo da Facebook, Google e Twitter per le recenti elezioni è possibile analizzare alcuni dati, seppur parziali, del fenomeno. Il primo è quello della grandezza economica della questione.

Durante la campagna elettorale per le elezioni europee 2019 – considerando solamente i profili dei principali partiti nazionali, dei loro leader, e dei loro capolista – sono stati spesi oltre €660.000. Tanti soldi, prova del fatto che ormai il parlamento non può più ignorare la questione.

Le iniziative della commissione europee

Ad aprile dello scorso anno la commissione europea era intervenuta per cercare di arrivare alle elezioni europee preparata. Nella comunicazione al parlamento europeo “Contrastare la disinformazione online: un approccio europeo” aveva tentato di affrontare in maniera diretta il tema delle pubblicità online, richiedendo alle piattaforme digitali e all’industria pubblicitaria di conseguire, tra gli altri, i seguenti obiettivi:

  • migliorare significativamente il vaglio delle inserzioni pubblicitarie;
  • garantire trasparenza circa i contenuti sponsorizzati, in particolare per quanto riguarda i messaggi pubblicitari di natura politica e le campagne di sensibilizzazione;
  • la realizzazione di un archivio;
  • intensificare e dimostrare l’efficacia degli sforzi impiegati per chiudere i profili falsi;
  • offrire alle organizzazioni e al mondo accademico accesso alle piattaforme di dati (in particolare tramite interfacce per programmi applicativi).

Proprio per questo motivo i 3 principali attori (Facebook, Google e Twitter) hanno messo online degli archivi delle inserzioni politiche. Soluzioni che abbiamo recentemente recensito e che, per quanto a tratti positive, rappresentano comunque soluzioni parziali.

Le spese per le europee 2019

Attraverso l’analisi dei dati messi a disposizione però possiamo iniziare a quantificare la portata del fenomeno. Sottolineiamo che nessun partito italiano, o candidato, ha eseguito ufficialmente la procedura di accreditamento per effettuare inserzioni su Twitter. Una considerazione che indica una di due alternative: o che il social in questione ha un ruolo minore nelle dinamiche politiche del nostro paese, o che alcuni politici sono riusciti a fare inserzioni senza seguire l’iter predisposto.

€660.669 spesi su Facebook e Google dai principali partiti e candidati alle europee 2019.

Abbiamo quindi analizzato le inserzioni su Facebook e Google dei profili ufficiali dei principali partiti italiani (Lega, Movimento 5 stelle, Partito democratico, Forza Italia, Fratelli d’Italia e +Europa), dei loro leader nazionali e dei loro candidati capolista. Da marzo al giorno del voto sono stati spesi oltre €660 mila euro: 568 su Facebook e 92 su Google.

A differenza del Pd, Lega e Forza Italia hanno investito più sul profilo facebook dei rispettivi leader, Salvini e Berlusconi, piuttosto che su quello del partito.

Sul podio dei profili che hanno speso di più abbiamo quello del Partito democratico (164mila euro), quello di Matteo Salvini (128mila) e infine quello di Silvio Berlusconi (93mila). Un dato che oltre alla grandezza economica, ci racconta anche delle diverse strategie comunicative utilizzate. Mentre il movimento di centrosinistra ha puntato sul brand del partito, e sul finanziare quindi inserzioni dal profilo del Partito democratico, gli schieramenti del centrodestra hanno invece incentrato le campagne sulle personalità dei due leader di Lega e Forza Italia.

Sono state analizzate le inserzioni su Facebook e Google dei profili ufficiali dei principali partiti italiani (Lega, Movimento 5 stelle, Partito democratico, Forza Italia, Fratelli d’Italia e +Europa), dei loro leader e dei loro candidati capolista.

FONTE: Dati Google e Facebook, elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 27 Maggio 2019)

Raggruppando i dati dei singoli partiti, quello che ha speso di più è stato il Partito democratico. Lo schieramento di centrosinistra, considerando il profilo del partito, del segretario e dei vari capolista, ha speso in totale €197.893. Abbiamo poi la Lega (€152mila) e infine Forza Italia (€142mila). Da notare come il Movimento 5 stelle sia stato il partito, tra quelli più grandi, che ha investito meno attraverso i canali ufficiali in sponsorizzazioni su Facebook e Google: solamente 50 mila euro.

Sono state analizzate le inserzioni su Facebook e Google dei profili ufficiali dei principali partiti italiani (Lega, M5s, Pd, Forza Italia, Fdi +Europa), dei loro leader e dei loro candidati capolista. Il dato del singolo partito include quindi tutte le voci appena elencate.

FONTE: dati facebook e google, elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 27 Maggio 2019)

Di cosa stiamo parlando e come (non) è regolamentata la materia in Italia

In Italia c’è un importante gap normativo da riempire. Sia la legge 515 del 1993, che regola lo svolgimento delle campagne elettorali, che la 212 del 1956, che invece norma in concreto le propagande elettorali, non sono ancora state integrate ed adattate al largo utilizzo che la classe politica fa dei social e degli strumenti di comunicazione online. I problemi sono di vario genere, ma i principali sembrano essere:

  • nella scheda di rendicontazione spese che bisogna consegnare alla fine di ogni campagna elettorale non vi è l’obbligo di includere le spese per la propaganda online;
  • a differenza di quanto avviene per i manifesti elettorali, nelle pubblicità online non vi è l’obbligo di comunicare il mandatario (colui che finanzia l’inserzione);
  • l’obbligo di silenzio elettorale, che vige dal giorno precedente del voto, non ha applicazione, almeno in maniera chiara, per internet.

Come conseguenza le informazioni disponibili sulla propaganda elettorale svolta su internet, ed in particolare sui social network, sono poche e soprattutto non strutturate in un modo che permetta un pieno monitoraggio della materia.

Camminando per strada tutti vediamo gli stessi manifesti elettorali, su internet ognuno di noi vede pubblicità politiche differenti.

Questo è un problema perché mentre tutti vediamo gli stessi manifesti, parlando della tradizionale propaganda elettorale, ogni singolo utente su internet vede contenuti pubblicitari differenti, e questo ovviamente ha delle implicazioni che non si possono ignorare.

Perché deve intervenire il parlamento

Le informazioni che abbiamo analizzato sono state rese disponibili dalle piattaforme che offrono servizi di online advertising su iniziativa autonoma. Le soluzioni messe in campo, in vista del voto che si è svolto a fine maggio, sono strumenti di autoregolamentazione creati su invito della commissione europea. Questo ovviamente limita la capacità di analizzare pienamente il fenomeno, soprattutto perché non tutte le piattaforme rilasciano lo stesso tipo di informazioni. Non solo, i dati più critici, come i parametri di comportamento su internet scelti dagli inserzionisti non sono messi a disposizione. Per intenderci, le nostre azioni su internet, come per esempio le pagine che seguiamo su Facebook e i like che mettiamo, contribuiscono ad una nostra profilazione. Informazioni di comportamento che se di natura politica diventano particolarmente sensibili. Questa profilazione poi viene utilizzata dalle piattaforme, e quindi dagli inserzionisti, per raggiungere un determinato pubblico.

Ad oggi è possibile sapere le caratteristiche demografiche generali (età, sesso, ecc.) del pubblico che ha visualizzato un determinato contenuto, ma non quelle informazioni di comportamento che rendono la materia così sensibile. Oltre che per questo motivo poi è necessario un intervento del parlamento per far sì che siano gli organi politici predisposti a decidere le informazioni da rendere pubbliche, e non aziende private.

European datajournalism network, i dati nel resto dell'Europa

Il tema della propaganda social è critico in tutti i paesi dell'Unione europea. Altre realtà all'interno dell'European datajournalism network, la piattaforma per le notizie data-driven sugli affari europei in 12 lingue di cui openpolis fa parte, hanno analizzato i dati delle pubblicità politiche online nei loro rispettivi paesi di appartenenza. Per chi fosse interessato consigliamo quindi di leggere i contributi dei nostri colleghi di Spiegel per la Germania e di Addendum per l'Austria.

L'articolo Propaganda social, speso oltre mezzo milione per le europee proviene da Openpolis.

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Propaganda online, a che punto siamo in vista del voto https://www.openpolis.it/propaganda-online-a-che-punto-siamo-in-vista-del-voto/ Mon, 15 Apr 2019 07:40:13 +0000 http://www.openpolis.it/?p=41756 Le soluzioni messe in campo da Facebook, Twitter e Google per le elezioni europee lasciano ancora molte zone d'ombra. Il parlamento italiano dovrebbe intervenire, ma non fa nulla.

L'articolo Propaganda online, a che punto siamo in vista del voto proviene da Openpolis.

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Manca un mese e mezzo alle elezioni del parlamento europeo, ed è ora possibile iniziare ad analizzare le iniziative che i grandi del web hanno lanciato per rispondere alle richieste della commissione europea nel campo delle sponsorizzazioni social.

Ad oggi infatti la cosiddetta propaganda politica online, sui social e internet più in generale, non è ancora correttamente normata. Questo sia perché in paesi come l’Italia non vengono imposte le regole già in essere per la normale propaganda elettorale anche a quella online, sia perché i grandi del web che forniscono servizi di advertisement online hanno livelli di trasparenza ancora troppo bassi.

Gli strumenti lanciati non bastano, e il parlamento italiano continua a non intervenire.

Nelle roadmap firmate lo scorso autunno da Facebook, Twitter e Google sotto invito della commissione europea, i diversi stakeholder si erano impegnati ad introdurre nella primavera del 2019 soluzioni che rendessero più trasparenti i meccanismi della propaganda elettorale sul web. Alcuni di questi strumenti sono ormai online da un paio di settimane, e le criticità sembrano già essere evidenti. Le soluzioni implementate infatti forniscono poche informazioni, non danno un quadro chiaro della situazione, e provano ancora una volta come l’autoregolamentazione non può essere la strada da precorrere.

I capitoli precedenti

Ad aprile dello scorso anno la commissione europea era intervenuta per cercare di arrivare alle elezioni europee preparata. Nella comunicazione al parlamento europeo “Contrastare la disinformazione online: un approccio europeo” aveva tentato di affrontare in maniera diretta il tema delle pubblicità online, richiedendo alle piattaforme digitali e all’industria pubblicitaria di conseguire, tra gli altri, i seguenti obiettivi:

  • migliorare significativamente il vaglio delle inserzioni pubblicitarie;
  • garantire trasparenza circa i contenuti sponsorizzati, in particolare per quanto riguarda i messaggi pubblicitari di natura politica e le campagne di sensibilizzazione;
  • la realizzazione di un archivio;
  • intensificare e dimostrare l’efficacia degli sforzi impiegati per chiudere i profili falsi;
  • offrire alle organizzazioni e al mondo accademico accesso alle piattaforme di dati (in particolare tramite interfacce per programmi applicativi).

Un problema particolarmente rilevante, considerando che in paesi come il nostro, la propaganda online non è assolutamente regolamentata. Sia la legge 515 del 1993 infatti, che regola lo svolgimento delle campagne elettorali, che la 212 del 1956, che invece norma in concreto le propagande elettorali, non sono ancora state integrate ed adattate al largo utilizzo che la classe politica fa dei social e degli strumenti di comunicazione online. Questo comporta una serie di problemi:

  • nella scheda di rendicontazione spese che bisogna consegnare alle fine di ogni campagna elettorale non vi è l’obbligo di includere le spese per la propaganda online;
  • a differenza di quanto avviene per i manifesti elettorali, nelle pubblicità online non vi è l’obbligo di comunicare il mandatario (colui che finanza l’inserzione);
  • l’obbligo di silenzio elettorale, che vige dal giorno precedente del voto, non ha applicazione, almeno in maniera chiara, per internet.

Come conseguenza le informazioni disponibili sulla propaganda elettorale svolta su internet, ed in particolare sui social network, sono poche e soprattutto non strutturate in un modo che permetta un pieno monitoraggio della materia.

Camminando per strada tutti vediamo gli stessi manifesti elettorali, su internet ognuno di noi vede pubblicità politiche differenti.

Questo è un problema perché mentre tutti vediamo gli stessi manifesti elettorali, parlando della tradizionale propaganda elettorale, ogni singolo utente su internet vede contenuti pubblicitari differenti, e questo ovviamente ha delle implicazioni che non si possono ignorare.

 

Il parere della commissione

A fine marzo la commissione europea ha pubblicato la sua relazione mensile sui progressi fatti dalle piattaforme online nell’ambito degli impegni presi.

I commissari Andrus Ansip, Věra Jourová, Julian King e Mariya Gabriel hanno dato un parere ampiamente positivo sull’avanzamento delle roadmap, ma andando a vedere nel dettaglio le novità, molti dubbi rimangono. La commissione infatti nota con piacere, definendolo persino un raggiungimento importante, che Google, Twitter e Facebook abbiano confermato che i diversi tool scelti saranno messi online entro le elezioni europee di maggio.

Definire tale conferma come un avanzamento positivo appare certamente esagerato considerando che la sottoscrizione degli impegni risale allo scorso autunno, quasi 6 mesi fa, che al giorno del voto manca ormai poco più di 1 mese, e che tutto questo processo è stato attivato proprio in vista delle elezioni europee.

Gli unici commenti negativi riguardano la necessità di aumentare il numero di informazioni fornite per valutare le iniziative messe in campo per contrastare sia i bot che gli account falsi. La commissione ha poi incoraggiato le 3 aziende a lavorare più attivamente con ricercatori e attivisti soprattutto sui dati degli account non autentificati che sono stati individuati e rimossi.

Nelle mani dell’autoregolamentazione

Nei singoli report presentati dalle varie strutture poi viene fatto il punto sulle specifiche novità introdotte in questi mesi. Novità che ricordiamo sono introdotte in spirito di autoregolamentazione da parte delle piattaforme, e che non seguono indicazioni coordinate su quali debbano essere esattamente le informazioni rilasciate al pubblico e i dati forniti a ricercatori e attivisti.

Difficile chiamare le linee guida della commissione europee delle vere linee guida, sono troppo vaghe.

Questa mancanza di indicazioni dettagliate era già emersa nell’opinione pubblicata dal sounding board chiamato ad esprimersi sul Code of practice fatto firmare dalla commissione. Opinione che sottolineava come persino il definire quanto chiesto come “auto-regolamentazione” fosse fuorviante, in quanto mancavano da parte della commissione europea chiare linee guida da seguire, metodi di valutazione e obiettivi comuni.

Le iniziative in questione replicano quanto già messo in campo altrove, principalmente negli Stati Uniti. Ma andiamo con ordine.

La libreria delle inserzioni di Facebook, già pubblicata nel mese di marzo, dà la possibilità di vedere i dati su tutte le inserzioni relative a contenuti di natura politica o temi di interesse pubblico all’interno dell’Unione europea pubblicati da marzo del 2019. Archivio che conserverà ogni singola inserzione nella libreria per 7 anni.

Ad oggi la libreria dei post su politici su facebook risulta vuota.

Navigando lo strumento per i principali politici e partiti nazionali però non risultano essere state fatte, dall’avvio dell’iniziativa, sponsorizzazioni di nessun tipo. Verosimile o meno, sta di fatto che l’elemento della ricerca rende più difficile intercettare il fenomeno. Il tool infatti non fornisce un quadro immediato e completo delle sponsorizzazioni politiche, ma è necessario andarsele a cercare di volta in volta, pagina per pagina.

Dubbi sorgono in generale sul funzionamento del strumento di per sé, visto che cercando qualsiasi pagina che fa inserzioni in modo ricorrente per scopi pubblicitari e non politici, non vengono mostrati risultati di alcun tipo.

Negli Stati Uniti il progetto è già attivo e funzionante da mesi, e fornisce quantomeno una fotografia del fenomeno. Una volta selezionato il profilo di interesse, quello che gli utenti hanno a disposizione è una visualizzazione come quella qui riprodotta che si riferisce al presidente Usa Donald Trump.

Oltre alla spesa totale, e alcuni informazioni sulla natura della pagina, viene fornito l’elenco delle sponsorizzazione attive e non attive fatte nei mesi. Per ogni post poi, vengono indicati i dati relativi all’inserzione (spesa e durata dalla campagna), con i dettagli del pubblico (sesso, età, genere e location) che ha visualizzato il contenuto. Ovviamente questo elemento rappresenta un limite: non vengono mostrati i target selezionati, ma bensì le statistiche demografiche generali su chi ha visualizzato l’inserzione.

 

Per Twitter la situazione non migliora di molto. Il lancio dell’iniziativa anche nell’Unione europea, avvenuto l’11 marzo scorso, costringe ora gli inserzionisti a seguire un processo di certificazione ben preciso. Qui lo strumento di ricerca è più immediato, nel senso che per singola area di riferimento, nel nostro caso l’Unione europea, viene mostrato l’elenco dei soggetti accreditati, e per ognuno il numero di inserzioni fatte. Un passo in avanti perché l’individuazione delle sponsorizzazione politiche qui è più facile rispetto all’interfaccia di Facebook.

Ad oggi l’unico partito registrato è il Partito socialista europeo, per cui è possibile vedere: l’elenco dei post sponsorizzati, che vengono etichettati come “campagna politica”, e il dettaglio dei finanziamenti effettuati tramite carta di credito (esborso ed intestatario).

Per ogni singola sponsorizzazione poi vengono forniti alcuni dei parametri selezionati: durata della campagna, target selezionati, spesa totale e numero di visualizzazioni. Interessante anche la sezione “pubblico effettivo” in cui sono mostrati i dati demografici degli utenti realmente raggiunti dalla campagna: fasce d’età, aree metropolitane, genere, lingua e regione.

Per esempio nel tweet riportato qui sopra in onore dell’8 marzo, come target erano stati selezionati solo un numero circoscritto di paesi, e solamente le donne. L’investimento economico era stato inferiore ai 100 euro, per un numero di visualizzazioni che non superava le 1.000 unità.

In un certo senso quindi Twitter, a differenza di Facebook, mostra i due lati della medaglia: i parametri inseriti dall’inserzionista, come anche l’effettivo pubblico che ha visualizzato i post.

I limiti comunque ci sono anche per questo tipo di iniziativa. Uno su tutti, il fatto che non è possibile scaricare le informazioni (su Facebook vengono fornite delle Api per la consultazione dei dati) rende molto difficile analizzare realmente la portata del fenomeno. Una migliore regolamentazione della materia passa soprattutto per una sua maggiore comprensione.

Sarà ora interessante vedere l’evoluzione dello strumento perché, e questo rappresenta un altro problema, ad oggi un solo partito in tutta Europa ha portato a termine l’intero processo di accreditamento per fare sponsorizzazioni su twitter.

Per quanto riguarda Google la versione europea del portale creato negli Stati Uniti non è ancora disponibile. Come annunciato dall’azienda di Mountain View nel report mensile fornito alla commissione, l’Ad transparency report per le elezioni europee sarà introdotto nel mese di aprile, e mostrerà tutte le pubblicità politiche online della piattaforma. Aspetto interessante è che sullo strumento di Google è possibile scaricare i dati in formato csv, rendendo quantomeno possibile analizzare per sommi capi la grandezza fenomeno.

In attesa del parlamento

Sulla mancanze di regole chiare nei singoli paesi è intervenuto anche Mark Zuckerberg.

In lungo post su Facebook dello scorso 30 marzo il fondatore del social network ha trattato diversi temi: contenuti dannosi, integrità elettorale, privacy e portabilità dei dati.

Sul tema specifico delle pubblicità politiche online poi Zuckerberg affronta la questione in maniera diretta. Denuncia la mancanza di leggi al livello nazionale, sottolineando che quando ci sono spesso si limitano al periodo elettorale, e soprattutto ai candidati. Due variabili che condizionano fortemente la capacità di intercettare il fenomeno nella sua interezza.

Le leggi sulla pubblicità politica online si concentrano principalmente sui candidati e sulle elezioni, piuttosto che sulle questioni politiche divisorie in cui abbiamo visto più tentativi di interferenza. Alcune leggi si applicano solo durante le elezioni, anche se le campagne di informazione sono non stop. E ci sono anche domande importanti su come le campagne politiche utilizzano dati e targeting. Riteniamo che la legislazione debba essere aggiornata per riflettere la realtà delle minacce e stabilire gli standard per l’intero settore.

L’invito di aggiornare la legislazione viene quindi anche da Zuckerberg, che riconosce l’importanza di un intervento normativo statale per affrontare pienamente la materia.

L’autoregolamentazione porta a tante piccole soluzioni diverse che non aiutano a risolvere il problema.

Come abbiamo dimostrato gli esempi di autoregolamentazione portano tutti a soluzioni differenti, con informazioni variegate e con limiti (nonché pregi) diversi. Iniziare ad imporre delle regole comuni almeno al livello nazionale rappresenta sicuramente il primo step per affrontare il problema.

Dal canto suo il parlamento italiano continua però a rimanere in silenzio, e il governo giallo-verde guidato da Giuseppe Conte insiste nel non considerare il problema una priorità da affrontare prima delle prossime elezioni per il parlamento europeo.

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I social e il (non) silenzio elettorale https://www.openpolis.it/i-social-e-il-non-silenzio-elettorale/ Mon, 01 Apr 2019 06:19:00 +0000 http://www.openpolis.it/?p=39971 Molti politici nazionali non lo rispettano. Fatto grave, specialmente quando il politico in questione è Salvini, a capo del ministero che ha il compito di vigilare sulla regolarità della propaganda elettorale.

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Il 2019 della politica italiana è iniziato con 3 tornate regionali che hanno riguardato, in ordine di tempo, Abruzzo, Sardegna e Basilicata. Elezioni che hanno sempre visto vittorioso il centrodestra, confermando soprattutto la forte ascesa politica del leader leghista Matteo Salvini.

In tutte queste occasioni si è riproposto un problema dell’attuale sistema politico: il non rispetto del silenzio elettorale sui social. La legge che regola la materia risale al 1956, ed è stata modificata numerose volte negli anni successivi. Ciò nonostante il testo non fa ancora chiari riferimenti a internet, e grazie a questa ambiguità i politici, nazionali e non, continuano a violare il silenzio elettorale nel giorno del voto.

Matteo Salvini è a capo dell’istituzione che deve vigilare sulla propaganda elettorale, ma lui stesso viola il silenzio elettorale.

È successo varie volte in questi mesi, soprattutto nelle elezione regionali appena menzionate. Un problema che ha coinvolto un po’ tutti, ma in maniera particolare candidati e politici della coalizione di centrodestra, uno su tutti Matteo Salvini. Il leader della Lega infatti ha utilizzato varie volte facebook e twitter per fare appelli al voto il giorno stesso dell’elezione. Un problema non da poco, considerando che Salvini è anche ministro dell’interno, l’istituzione pubblica che organizza le elezioni, e che monitora il loro svolgimento regolare.

Come funziona il silenzio elettorale

Le campagne elettorali sono normate da una serie di leggi, che ne assicurano il funzionamento e soprattutto la regolarità. Tra queste c’è anche la legge 212 del 1956, dedicata proprio alla disciplina della propaganda elettorale. Nei diversi articoli della norma vengono affrontati numerosi aspetti: dalle regole per l’affissione dei manifesti, alle multe per chi li distrugge. L’articolo 9 è dedicato proprio al silenzio elettorale:

Nel giorno precedente ed in quelli stabiliti per, le elezioni sono vietati i comizi e le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, nonché la nuova affissione di stampati, giornali murali od altri o manifesti di propaganda o l’applicazione di striscioni, drappi o impianti luminosi. Nei giorni destinati alla votazione è vietata, altresì, ogni propaganda elettorale entro il raggio di 200 metri dall’ingresso delle sezioni elettorali.

La norma in questione è stata poi integrata con il decreto legge 807 del 1984, che espande il divieto di diffondere propaganda elettorale il giorno del voto anche alle emittenti radiotelevisive private. La logica dietro questa regola è che il cittadino, dopo aver ascoltato ed analizzato le proposte fatte dalle varie forze politiche candidate durante la campagna elettorale, possa riflettere serenamente sul voto che sta per esprimere.

Il problema però è abbastanza evidente, ed è anche normale visto l’anno in cui i testi sono stati prodotti: l’attuale principale mezzo di comunicazione per la politica italiana, internet, non viene mai citato direttamente dalla norma. Questo crea delle evidenti ambiguità, che potrebbero essere superate dal semplice buonsenso: se c’è un divieto di fare propaganda su qualsiasi mezzo di comunicazione, è chiaro che questo riguardi anche i social network.

Peccato però che questo collegamento non sia così evidente. Motivo per il quale prima delle scorse elezioni politiche l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), che ha lo specifico mandato in materia, aveva pubblicato chiare linee guide per evitare questi problemi:

La normativa vigente vieta di fatto ogni forma di propaganda elettorale (in tv e attraverso comizi pubblici) nel giorno del voto e in quello precedente. Sarebbe pertanto auspicabile che anche sulle piattaforme in questi due giorni fosse evitata, da parte dei soggetti politici, ogni forma di propaganda, per evitare di influenzare con pressioni indebite l’elettorato ancora indeciso.

Chi non ha rispettato il silenzio elettorale

Da inizio anno si sono svolte 3 tornate elettorali, che hanno riguardato altrettanti regioni: Abruzzo (10 febbraio), Sardegna (24 febbraio) e Basilicata (24 marzo). Per analizzare la portata del problema abbiamo preso in considerazione i profili facebook e twitter dei 9 principali candidati (3 per tornata elettorale: centrodestra, centrosinistra e Movimento 5 stelle), come anche quelli dei leader dei 5 principali partiti nazionali: Lega (Matteo Salvini), Movimento 5 stelle (Luigi Di Maio), Partito Democratico (Martina e poi Zingaretti), Forza Italia (Silvio Berlusconi) e Fratelli d’Italia (Giorgia Meloni).

Per fare questo tipo di lavoro abbiamo differenziato post che erano dei semplici inviti al voto, da quelli che indicavano apertamente quale candidato scegliere e perché. È importante fare questa differenziazione, perché la prima tipologia di post, considerata da noi lecita, ha riguardato praticamente tutti i soggetti analizzati, dal centrosinistra al centrodestra passando per il Movimento 5 stelle.

Discorso diverso invece, soprattutto per la gravità, quando sono stati pubblicati post nel giorno del voto, invitando apertamente gli elettori a votare per un determinato candidato. Questo, quando è successo, è stato fatto principalmente dai 3 leader del centrodestra: Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni.

Nel giorno del voto in Sardegna per esempio (24 febbraio), sia Silvio Berlusconi che Giorgia Meloni hanno violato il silenzio elettorale, facendo un chiaro appello a votare per i propri partiti. Cosa che la leader di Fratelli d’Italia aveva anche fatto per il voto di inizio Febbraio in Abruzzo, e che il fondatore di Forza Italia ha fatto poi anche per le regionali in Basilicata. In due tornate elettorali su 3 quindi Berlusconi e Meloni hanno violato il silenzio elettorale.

Anche i vari candidati del centrodestra che hanno gareggiato, e vinto, durante le elezioni regionali del 2019 non sono stati da meno. Marco Marsilio (Fdi), ex senatore e attuale governatore dell’Abruzzo, ha utilizzato twitter per invitare i suoi elettori al voto. Appello fatto quando i seggi erano ancora aperti.

Unico esponente del centrosinistra per cui è stato possibile ricostruire violazioni del silenzio elettorale è stato Carlo Trerotola, candidato alla presidenza della regione Basilicata per la coalizione guidata dal Partito democratico. Nel giorno del voto l’esponente del centrosinistra ha fatto numerosi post su facebook, alcuni erano semplici inviti al voto, altri, per la precisione 6, erano evidentemente comunicazioni di propaganda elettorale.

Il caso Salvini

Attenzione particolare la merita sicuramente Matteo Salvini. Il leader della Lega ha violato il silenzio elettorale sia per le elezioni in Sardegna, sia per quelle in Basilicata. Come per i suoi due alleati, Berlusconi e Meloni, le violazioni sono state quindi in 2 delle 3 tornate regionali del 2019. Qui per esempio è stato pubblicato un video, nel giorno del voto, in cui si invitavano gli elettori a votare Lega.

Il problema però, quando si parla di Salvini, guadagna ulteriore peso. Il leader della Lega, oltre a svolgere l’incarico di vice presidente del consiglio, è anche ministro dell’interno. È alla luce di quest’incarico che emergono ulteriori questioni. Il dicastero è infatti quello responsabile per l’organizzazione delle tornate elettorali.

È compito infatti del ministero dell’interno, ed in particolare della direzione centrale dei servizi elettorali – incardinata nel Dipartimento per gli affari interni e territoriali – curare gli adempimenti preparatori ed organizzativi per lo svolgimento di tutte le consultazioni elettorali e referendarie. In particolare, e citiamo testualmente dal sito del ministero:

la struttura svolge la funzione di supporto giuridico e tecnico-organizzativo agli uffici elettorali delle prefetture e dei comuni sui procedimenti elettorali, sulla tenuta e revisione delle liste elettorali ed in materia di vigilanza sulla propaganda elettorale.

Insomma Matteo Salvini è a capo dell’istituzione che deve vigilare sulla propaganda elettorale, ma lui stesso viola il silenzio elettorale.

Cosa si può fare

È chiaro che un problema c’è, e che in qualche modo va risolto.

Le questioni da affrontare sembrano essere principalmente due. La prima riguarda l’ennesima prova della profonda difficoltà dell’attuale squadra di governo di rispettare le istituzioni che rappresentano. Non è accettabile che un ministro non rispetti le regole che il suo stesso ministero deve implementare.

In vista delle elezioni europee, il parlamento deve approvare una legge per normare il silenzio elettorale anche sui social.

La seconda invece ci indica la chiara necessità di dover riempire il gap normativo attualmente in essere. Non è possibile che uno dei principali mezzi disponibili ad oggi per fare propaganda elettorale non sia incluso direttamente nelle norme che regolano le campagne elettorali. Un problema che, come abbiamo più volte raccontato, riguarda sia la propaganda social, che proprio il silenzio elettorale.

Con le elezioni europee che si avvicinano il parlamento ha ormai poco tempo per approvare nuove norme per meglio regolamentare la materia. Il tema deve diventare una priorità per camera e senato.

 

Foto credit – Twitter Silvio Berlusconi

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Elezioni europee, mancano ancora regole chiare per la propaganda online https://www.openpolis.it/elezioni-europee-mancano-ancora-regole-chiare-per-la-propaganda-online/ Mon, 25 Feb 2019 09:49:05 +0000 http://www.openpolis.it/?p=35976 Dal silenzio elettorale, alla rendicontazione delle spese passando per la trasparenza del mandatario. Il nostro parlamento deve ancora approvare una legge, e il voto di maggio è dietro l'angolo.

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Circa un anno fa, in vista delle elezioni politiche, abbiamo sollevato nel dibattito pre-elettorale la questione dalla propaganda politica online.

Sempre più diffusa, ma completamente libera nel nostro paese. Nonostante infatti in Italia ci siano delle regole che normano le spese elettorali, la loro rendicontazione, e più in generale il funzionamento delle campagne elettorali, l’utilizzo di internet e dei social continua a rappresentare un buco normativo non indifferente.

Regole chiare per la propaganda online: non è una priorità per la nostra classe politica.

Con l’avvicinarsi delle elezioni per il parlamento europeo il problema è tornato di attualità, anche perché nel frattempo molto cose, almeno a Bruxelles, sono successe. Tra raccomandazioni della commissioni europea, e novità introdotte da parte dei principali attori coinvolti, il problema delle pubblicità politiche online è tutt’altro che risolto. Soprattutto perché il parlamento italiano continua ad ignorarlo.

La situazione nel nostro paese

Come avevamo evidenziato lo scorso anno, in Italia c’è un importante gap normativo da riempire. Sia la legge 515 del 1993, che regola lo svolgimento delle campagne elettorali, che la 212 del 1956, che invece norma in concreto le propagande elettorali, non sono ancora state integrate ed adattate al largo utilizzo che la classe politica fa dei social e degli strumenti di comunicazione online. I problemi sono di vario genere, mai principali sembrano essere:

  • nella scheda di rendicontazione spese che bisogna consegnare alle fine di ogni campagna elettorale non vi è l’obbligo di includere le spese per la propaganda online;
  • a differenza di quanto avviene per i manifesti elettorali, nelle pubblicità online non vi è l’obbligo di comunicare il mandatario (colui che finanza l’inserzione);
  • l’obbligo di silenzio elettorale, che vige dal giorno precedente del voto, non ha applicazione, almeno in maniera chiara, per internet.

Proprio quest’ultima questione è recentemente tornata alla ribalta quando lo scorso 10 febbraio Matteo Salvini, vice presidente del consiglio e ministro dell’interno, ha fatto sul suo profilo Twitter questo post, proprio nel giorno del voto:

Un chiaro invito a votare per la Lega, e una chiara violazione del silenzio elettorale, che però, in mancanza di una legge in materia, non incappa in nessuna conseguenza sanzionatoria. È passato oltre un anno dal nostro appello ma il nuovo parlamento, e il nuovo governo, evidentemente non pensano sia una priorità regolamentare meglio questo ambito.

Perché non va bene

Durante la campagna elettorale per le ultime elezioni politiche abbiamo lanciato in Italia il Political Ad Collector (Pac) di ProPublica, uno strumento per monitorare le pubblicità su Facebook di politici e partiti italiani. In mancanza di una legge è impossibile monitorare il fenomeno, e strumenti come Pac rispondono proprio a quest’esigenza. Attraverso di esso infatti abbiamo creato un archivio pubblico in cui tutti i cittadini potevano non solo monitorare le pubblicità politiche, ma anche i diversi elementi di targeting selezionati dagli inserzionisti (partiti e candidati).

Camminando per strada tutti vediamo gli stessi manifesti elettorali, su internet ognuno di noi vede pubblicità politiche differenti.

Le ads online infatti permettono l’individuazione di gruppi specifici, i cosiddetti target. Proprio quest’ultimo aspetto rientra in un ambito più oscuro della questione: attraverso la targetizzazione dei contenuti infatti non tutti gli utenti sono soggetti alle stesse pubblicità, rendendo molto difficile un’effettiva conoscenza del fenomeno. Un ragazzo 18 enne del sud Italia non visualizza sul suo news feed gli stessi contenuti sponsorizzati di un disoccupato 40 enne del nord Italia. Proprio per questo motivo la materia merita tutta l’attenzione del caso.

Durante la scorsa campagna elettorale, per esempio, avevamo analizzato le strategie utilizzate da politici e partiti. Molti aspetti interessanti erano emersi: da politici che puntavano ai supporter di opposti schieramenti, a pagine satellite che si occupano di tutt’altro che improvvisamente iniziavano a fare propaganda politica, passando per campagne mirate a determinati gruppi demografici. Purtroppo però a seguito di modifiche introdotte da Facebook strumenti come il Political Ad Collector, o come Who targets me, ora non funzionano più.

Il problema però un altro: senza una legge chiara in materia, tutte le analisi che si possono portare avanti, e tutti gli strumenti che si possono sviluppare, lasceranno il tempo che trovano. In mancanza di una normativa, una piena conoscenza del fenomeno sarà impossibile da avere. Nel 2017 il Consiglio d’Europa ha tentato di fare un primo punto sul fenomeno, pubblicando uno studio sull’utilizzo di internet nelle campagne elettorali. Le pubblicità online sono in crescita da anni, e ad oggi rappresentano circa il 30% del mercato. Una crescita che ha coinvolto anche la propaganda politica. Lo studio del Consiglio d’Europa sottolinea come nel 2015 siano stati spesi £1,6 milioni di sterline in campagne digitale, e che nel 2016, anno delle elezioni presidenziali, la spesa negli Stati Uniti avrebbe raggiunto il miliardo di dollari.

$1 miliardo spesi negli Stati Uniti nel 2016, anno delle elezioni presidenziali, per pubblicità politiche online.

In Italia non ci sono numeri per quantificare il fenomeno perché da un lato non è possibile tracciare i numeri delle singole inserzioni, dall’altro non ci sono obblighi di trasparenza sul totale degli investimenti fatti.

I tentativi della commissione europea in vista delle elezioni

Ad aprile dello scorso anno la commissione europea è intervenuta per cercare di arrivare alle elezioni europee preparata. Nella comunicazione al parlamento europeo “Contrastare la disinformazione online: un approccio europeo” si è cercato di affrontare in maniera diretta il tema delle pubblicità online, richiedendo alle piattaforme online e all’industria pubblicitaria di conseguire, tra gli altri, i seguenti obiettivi:

  • migliorare significativamente il vaglio delle inserzioni pubblicitarie;
  • garantire trasparenza circa i contenuti sponsorizzati, in particolare per quanto riguarda i messaggi pubblicitari di natura politica e le campagne di sensibilizzazione e la realizzazione di un archivio;
  • intensificare e dimostrare l’efficacia degli sforzi impiegati per chiudere i profili falsi;
  • offrire alle organizzazioni e al mondo accademico accesso alle piattaforme di dati (in particolare tramite interfacce per programmi applicativi).

    La commissione europea si è mossa da tempo per cercare di arrivare alle elezioni del 2019 preparata.

A tutti gli stakeholder poi è stato anche richiesto di firmare un Code of practise on disinformation, in cui si sollecitava l’implementazione di azioni per rendere più trasparente il mondo delle inserzioni politiche online. Nello specifico ogni piattaforma online coinvolta (Facebook, Google, Mozilla e Twitter su tutte) ha poi sottoscritto un roadmap, con l’impegno di mettere in campo piattaforme e strumenti ad hoc in vista delle elezioni europee.

Le mosse delle piattaforme online

L’impegno preso da Facebook, per esempio, è quello di replicare lo strumento già attivo negli Stati Uniti, Brasile, India e Regno Unito anche nei paesi dell’Unione Europea. Il social di Zuckerberg richiederà ai partiti in corsa di registrarsi in ogni stato membro in cui pensano di fare campagna elettorale, creando poi un archivio che conserverà tutti i post sponsorizzati per 7 anni.

Discorso analogo per Google che ha dichiarato che “entro la primavera del 2019” presenterà un sito, come quello attivo negli Stati Uniti d’America, per monitorare le pubblicità politiche. Chiunque vorrà sponsorizzare un contenuto politico dovrà certificare di essere un cittadino europeo, o comunque un’entità basata sul vecchio continente. Una mossa strategica per evitare intromissioni extra-Ue nella campagna elettorale.

Google, Facebook e Twitter hanno promesso l’implementazione di specifiche piattaforme per le pubblicità politiche.

Pure Twitter ha dichiarato che implementerà lo strumento attualmente attivo oltre oceano. L’iniziativa comincerà il prossimo 11 marzo e ogni inserzionista dovrà fare domanda per accreditarsi ufficialmente presso il social network prima di sponsorizzare qualsivoglia contenuto. Così i tweet sponsorizzati dei profili certificati verranno mostrati con fonte e ammontare del finanziamento e soprattutto target selezionati.

Ad oggi però nulla è ancora stato ancora fatto, ma sarà sicuramente interessante monitorare tempistica e modalità di queste piattaforme. Sarà soprattutto utile analizzare e studiare i dati forniti da queste piattaforme, per vedere quale sarà l’impatto della ads politiche durante la campagna elettorale in vista delle elezioni europee.

Il problema dell’auto-regolamentazione

La questione, in Italia come in Europa, è che l’auto-regolamentazione che si chiede da parte delle piattaforme online e dall’industria pubblicitaria avrà sempre dei limiti. Questo problema è stato anche sollevato dal sounding board convocato dalla commissione europea per valutare la bontà del Code of practise. Nell’opinione pubblicata si sottolineava come persino il definire quanto chiesto come “auto-regolamentazione” è fuorviante, in quanto mancano da parte della commissione europea chiare linee guida da seguire, metodi di valutazione e obiettivi comuni.  

In mancanza di leggi e norme chiare, tutte le iniziative di auto-regolamentazione avranno dei limiti.

Il problema è ovviamente reale anche a livello nazionale. Finché il nostro parlamento non interviene in maniera chiara, ci sarà sempre chi non rispetterà le regole. Se persino il ministero dell’interno, nonché vice presidente del consiglio, Matteo Salvini, a cui spetta il compito istituzionale di vigilare sulle tornate elettorali, non rispetta il silenzio elettorale, è evidente che c’è bisogno di nuove regole. Partiti e candidati devono avere l’obbligo di rendicontare le loro spese in pubblicità online, le inserzioni su Facebook, Google e altri devono essere trattate come le altre inserzioni durante le campagne elettorali, e soprattutto il silenzio elettorale deve essere rispettato anche su internet.

Il governo di @GiuseppeConteIT presenterà una legge per normare la propaganda politica online?

Mancano 3 mesi alle elezioni per il parlamento europeo, abbastanza tempo per presentare e far approvare una norma che adatti le leggi 515/1993 e 212/1956 ai giorni d’oggi. La politica oggi si svolge sempre più su internet, ed è giusto, nonché necessario, adattare le attuali regole del gioco a questo strumento.

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Propaganda politica su Facebook, le novità lanciate dal social https://www.openpolis.it/propaganda-politica-su-facebook-le-novita-lanciate-dal-social/ Tue, 10 Jul 2018 10:47:48 +0000 http://www.openpolis.it/?p=26617 Due le novità, di cui una già disponibile anche in Italia. Gli utenti possono vedere i post sponsorizzati di qualsiasi pagina, raccolti in un'apposita sezione

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Da quando abbiamo lanciato la nostra campagna per il monitoraggio della propaganda politica sui social la materia, oltre a essere rimasta al centro del dibattito pubblico, ha avuto numerose evoluzioni.

L’ultima proprio in queste settimane, con l’introduzione da parte di Facebook di due novità.

Le sponsorizzazioni attive

È ora possibile navigare su qualsiasi pagina Facebook e vedere l’elenco dei post sponsorizzati attivi in quel momento. Facciamo un esempio con la pagina dei Radicali italiani per rendere il tutto un po’ più chiaro.

Ogni pagina fan ha ora un tab sulla sinistra chiamato “Informazioni e inserzioni”, in cui viene pubblicato l’elenco delle inserzioni attive gestite da quel profilo. In aggiunta viene anche data la possibilità di monitorare tutte le volte che la pagina ha cambiato nome nel tempo.

In questo caso Radicali italiani sta sponsorizzando un solo contenuto, e non ha mai modificato il nome della pagina da quando è stata creata il 4 maggio del 2010. Parliamo di informazioni preziose, ma comunque limitate. Gli utenti infatti non hanno un storico delle inserzioni, e non è possibile accedere ad un archivio storicizzato. Questione che però viene affrontata grazie alla seconda novità introdotta da Facebook.

L’archivio della propaganda politica su Facebook

Il secondo elemento nuovo lanciato dal social di Palo Alto è un archivio delle inserzioni con contenuti di natura politica. Già presente negli Stati Uniti da maggio, sarà estesto anche al Brasile in vista delle prossime elezioni generali di ottobre.

L’archivio include le inserzioni di Facebook e Instagram che sono state classificate come inserzioni con contenuti di natura politica o relativi a questioni nazionali di importanza pubblica. Ad esempio, potreste trovare inserzioni sui candidati eletti, candidati per cariche pubbliche o temi come l’istruzione o l’immigrazione. Contiene tutte le inserzione che sono state avviate dal 7 maggio 2018, e queste saranno disponibili per circa 7 anni.

Navigare l’archivio è molto interessante, e vengono fornite una serie di informazioni che fino ad oggi non erano disponibili. Innanzitutto, visto che parliamo di sponsorizzazioni di contenuti politici, vengono rese disponibili sia quelle attive, che quelle non attive.

Per entrambe le tipologie poi, vengono comunicate le prestazioni delle inserzioni. Dall’ammontare di soldi spesi per la sponsorizzazione (non viene esposta la cifra esatta, ma una fascia di spesa), al numero di visualizzazioni, passando per tutti i dettagli del pubblico (età, sesso e luogo). Le informazioni sono poi disponibili per inserzionista (qui per esempio tutte quelle del presidente Trump).

L’archivio è disponibile in italiano, ma non ancora in Italia, nel senso che non è possibile per gli utenti segnalare contenuti politici, e visualizzare quelli che riguardano il nostro paese. Navigandolo è possibile trovare alcuni contenuti e post scritti da politici italiani (come in questi casi), ma solo perché, probabilmente erroneamente, sono stati selezionati utenti americani come target di riferimento.

E in Italia?

Per ora ancora nulla. Anche se, grazie al lavoro che abbiamo portato avanti in questi mesi, un archivio delle sponsorizzazioni di politici e partiti su Facebook è già disponibile.

Rilanciando il Political Ad Collector creato da ProPublica, testata indipendente americana, da oltre 5 mesi monitoriamo quotidianamente la propaganda social nel nostro paese. Abbiamo raccolto oltre 1.000 inserzioni, grazie al contributo degli utenti che hanno deciso di installare l’estensione sul proprio browser (qui per Firefox e qui per Chrome).

Mentre Facebook prende piccoli passi avanti verso la trasparenza, in Italia la legislazione in materia sembra ancora essere molto indietro. Gli aspetti centrali che vanno risolti riguardano due leggi: la 515 del 1993 e la 212 del 1956. La prima regola lo svolgimento delle campagne elettorali per le elezioni sia della camera che del senato, disciplinando l’obbligo di pubblicità per spese e contributi relativi al periodo elettorale. La seconda legge invece regola in maniera specifica la propaganda elettorale, più precisamente il cosiddetto silenzio elettorale.

 

Foto credit – By Maurizio Pesce from Milan, Italia – Mark Zuckerberg on stage at Facebook’s F8 Developers Conference 2015, CC BY 2.0

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Elezioni locali e propaganda social https://www.openpolis.it/elezioni-locali-e-propaganda-social/ Thu, 14 Jun 2018 13:32:25 +0000 http://www.openpolis.it/?p=25902 Anche per questa tornata i politici locali e nazionali hanno utilizzato le sponsorizzazioni su Facebook per fare propaganda elettorale. Diamo uno sguardo alle diverse strategie messe in campo.

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A febbraio del 2018 abbiamo lanciato il Political Ad Collector (Pac), strumento di monitoraggio civico sviluppato da ProPublica. L’idea era semplice: creare un archivio pubblico della propaganda politica sui social in Italia.

Partecipa alla campagna, scarica PAC per il tuo browser

Grazie a Pac infatti è stato possibile tracciare e raccogliere tutti i contenuti che politici e partiti hanno sponsorizzato su Facebook, e che sono finiti nel newsfeed degli utenti che hanno installato l’estensione. Un lavoro che ci ha permesso di pubblicare un mini sito in cui tutti possono visualizzare questo importante database. Il progetto che abbiamo lanciato per le elezioni politiche che si sono svolte quest’anno, ha ora l’obiettivo di diventare un’osservatorio permanente della propaganda politica su Facebook.

Un primo esperimento è stato fatto per la campagna mediatica dei partiti dedicata al 2×1000, e ora possiamo dedicare uno sguardo più attento a quanto è stato fatto per la recente tornata di elezioni amministrative.

Target locali e campagne mirate

Tra le particolarità della pubblicità sui social, c’è la possibilità per gli inserzionisti (nel nostro caso partiti e politici) di selezionare il pubblico che si vuole intercettare. Una possibilità che permette di specificare una serie di parametri, e quindi circoscrivere il target: età, luogo, interessi e attività.

A differenza di quanto era avvenuto per le elezioni nazionali, in cui la comunicazione tendeva a essere rivolta agli utenti di tutte le regioni, qui la maggior parte dei candidati ha scelto di puntare su quelli attivi in determinate zone del paese. Parlando di una tornata amministrativa, è ovvio che l’interesse era quello di raggiungere solamente gli elettori coinvolti in prima persona. Una scelta naturale, presa dalla maggior parte dei candidati e in tutte le zone del paese.

Per certi versi, più lo scopo della campagna di comunicazione è specifico, e più le potenzialità dello strumento vengono sfruttate. I diversi parametri che si possono impostare al momento dell’inserzione infatti, danno la possibilità ai partiti e candidati di raggiungere esattamente il pubblico a cui si vuole far arrivare il proprio messaggio.

La propaganda social è utilizzata a livello nazionale, comunale ma anche municipale.

Se da un lato quindi le variabili territoriali sono state largamente utilizzate, lo stesso non si può dire per le altre (interessi, età, ecc). Qui un esempio raro in controtendenza: il candidato, ora eletto, del centrosinistra all’ottavo municipio di Roma, oltre a indicare le persone residenti nella Capitale, ha deciso di puntare su quelle interessate alla “sinistra”, e che hanno tra i 18 e i 45 anni. Scelte quindi molto chiare: un range di età molto specifico, che esclude le fasce più anziane, e soprattutto interessate a quell’area politica. A differenza di altri candidati quindi, la strategia è quella di consolidare il proprio elettorato di riferimento, piuttosto che andare a “caccia” tra i fan degli avversari.

 

La comunicazione di Forza Italia

Molto particolari sono state le scelte di Forza Italia. Nonostante si trattasse di elezioni locali, la stragrande maggioranza dei post che sono stati raccolti nel nostro archivio incentravano la comunicazione su Silvio Berlusconi. Qui per esempio Catia Polidori, deputata Umbra di Forza Italia, invitava i suoi concittadini a votare per Forza Italia, inneggiando al presidente Silvio Berlusconi, senza mai menzionare il candidato specifico sostenuto dal partito.

Scelta analoga fatta dalla sezione locale di Forza Italia a Treviso. Ancora una volta l’invito era a votare Forza Italia, con nessuna menzione al candidato. Come se non bastasse sul logo l’unico nome che compare è proprio quello di Silvio Berlusconi. Una campagna di comunicazione quindi che sfrutta la nomea del leader nazionale, augurandosi che faccia da traino per i candidati locali.

Endorsements e ballottaggio

Pur trattandosi di elezioni locali, molti leader nazionali hanno scelto di impegnarsi per i propri candidati. Anche in questo caso l’utilizzo delle sponsorizzazioni è stato molto comune. Giorgia Meloni, da sempre molto attiva sui social, ha fatto il suo appello al voto selezionando gli utenti maggiorenni che vivono nelle vicinanze di Frascati.

Per molti comuni il primo turno non è bastato per determinare il vincitore.

Le sponsorizzazioni social sono state utilizzate anche per rilanciare l’attenzione degli elettori nel post-voto, dando appuntamento al secondo turno che si terrà il prossimo 24 giugno. Una strumento di comunicazione che è ormai diventato costante e per certi versi prediletto, e che mostra quanto sia cambiato il modo di interloquire con gli elettori con l’avvento dei social.

Il monitoraggio continua

La nostra opera di monitoraggio ormai continua quotidianamente.

Chi volesse dare una mano, può installare l’estensione sul proprio browser (qui per chromequi per firefox): un modo semplice e diretto per dare un contributo a quest’azione civica dal basso.

Partecipa alla campagna, scarica PAC per il tuo browser

Tutto il lavoro è tracciabile e analizzabile gratuitamente a questo link, permettendo a chiunque di analizzare come politici e partiti utilizzano le sponsorizzazioni su Facebook per fare propaganda. L’augurio è sempre quello che il nuovo parlamento raccolga la sfida di finalmente adattare le leggi in materia di campagna e propaganda elettorale all’avvento di internet e dei social.

 

 

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Persuasori social, il rapporto del progetto Punto Zero https://www.openpolis.it/persuasori-social-il-rapporto-del-progetto-punto-zero/ Mon, 11 Jun 2018 12:57:27 +0000 http://www.openpolis.it/?p=25868 Presentata la relazione sulla trasparenza nelle campagne elettorali digitali. Molti i punti in comune con il nostro monitoraggio della propaganda social.

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Su iniziativa del Centro per riforma dello stato, il Nexa center for internet & society e della P&r foundation è stato lanciato a dicembre del 2017 il progetto Punto Zero.

Il Progetto Punto Zero è un laboratorio partecipato per l’innovazione critica. Consiste in un percorso strutturato di indagine, analisi, formazione, confronto ed elaborazione di interventi di policy, ed è dedicato ai principali attori/decisori dei processi di innovazione digitale che presentano, immediatamente o in prospettiva, implicazioni critiche per la società. Uno dei primi argomenti che è stato affrontato è quello dei “persuasori social”, con un focus dedicato alla trasparenza e democrazia nelle campagne elettorali digitali.

Il 30 maggio scorso si è tenuta la prima presentazione dei risultati. Con Fabio Chiusi (Coordinatore del progetto Punto Zero), Giulio De Petra (Centro per la Riforma dello Stato) e Antonio Santangelo (Centro Nexa for Internet e Society del Politecnico di Torino) era presente anche openpolis, che ha partecipato al laboratorio insieme a partiti politici, agenzie di comunicazione, autorità indipendenti, piattaforme digitali, sindacati, ordini professionali, giornalisti ed esperti.

Nello specifico hanno contribuito al lavoro: Vittorio Alvino (fondazione openpolis), Dino Amenduni (Proforma), Anna Ascani (Partito Democratico), Laura Bononcini (Facebook Italia), Carmelo Caravella (Consulta dell’innovazione – CGIL), Eugenio Cau (Il Foglio), Diego Ciulli (Google Italia), Piero De Chiara (Agcom), Mirella Liuzzi (Movimento Cinque Stelle), Cinzia Maiolini (SLC CGIL), Michele Mezza (Ordine dei giornalisti), Vanna Palumbo (Giornalista), Massimiliano Pennone (Reti), Claudio Riccio (Sinistra Italiana), Mario Tedeschini Lalli (GEDI).

Cosa c’è nel rapporto

Internet e i social media stanno rapidamente mutando il volto delle campagne elettorali, con la diffusione di messaggi politici a pagamento personalizzati, e dunque diversi, per ciascun utente, senza che tutti gli altri ne siano a conoscenza (“dark ads”).

Sui social la politica viene “venduta” come un prodotto commerciale, personalizzando e targetizzando le pubblicità per raggiungere utenti specifici.

Un’evoluzione della rivoluzione commerciale della targetizzazione delle pubblicità arrivata ormai anche al mondo della politica, facendo però sollevare numerose questioni. Il primo è che la politica non è un prodotto, e trattare i due ambiti nello stesso modo è ovviamente problematico. Il perché è evidente: le dark ads possono contenere bugie, e i politici possono quindi decidere di veicolare determinati messaggi ad un pubblico, e di veicolarne di opposti ad un altro.

Il problema non è avere accesso a tutte le sfumature semantiche con cui un candidato cerca di vendere le sue idee. Il problema è di democrazia. Perché quando i messaggi diventano effimeri — la durata di una campagna pubblicitaria, se non addirittura di un refresh — e visibili solo in maniera altamente selettiva — da un bersaglio, ma non da tutti gli altri — il rischio che al loro interno si annidino bugie, e che quelle bugie passino inosservate, si moltiplica.

A questo poi è collegato il concetto di viralità. Come per i prodotti commerciali, sui social è sicuramente la cosa più ricercata. Questo comporta un mutamento del messaggio politico per farlo diventare il più accattivante possibile, anche a costo di colorarlo in maniera ideologicamente estrema, arrivando all’assurdo di scrivere cose false. Proprio per questo motivo la materia delle dark ads è strettamente collegata a quello delle fake news

Il trattare la politica come un bene commerciale può avere delle degenerazioni preoccupanti, soprattutto vista la mancanza di una regolamentezione ad hoc. Un caso molto curioso che viene citato nel rapporto riguarda quanto avvenuto a giugno del 2017 in Gran Bretagna:

L’opacità che finora ha caratterizzato le pubblicità personalizzate sul social network consente a chi è disposto a spendere di più, per occuparne gli spazi, di “sovrastare” chi ha meno fondi. […] La strategia è stata adottata dai Conservatori per occupare tutti gli slot pubblicitari che una campagna di attivisti per portare i giovani al seggio aveva cercato di riservare per sé in una zona chiave, perché “in bilico”: Delyn, nel nord del Galles. Inizialmente, le ads avevano funzionato, e a prezzi economici. “Ma il giorno prima della scadenza per registrarsi al voto”, spiega un’attivista, “i prezzi sono schizzati in alto. Prima avevamo pagato circa 1,08 sterline a click; poi è più che raddoppiato. A un certo punto era arrivato a 3,40 sterline a click. E visto che le pubblicità su Facebook richiedono una ‘puntata’ per uno slot libero, significa che qualcun altro stava puntando più forte contro di noi per gli stessi slot”. Il tutto, in assenza totale di qualsivoglia regolamentazione che garantisca la democraticità dell’assegnazione.

L’aspetto forse più interessante dello studio riguarda proprio l’impatto delle dark ads e soprattutto delle fake news. Molti degli studiosi che vengono citati sono concordi nel dire che in realtà l’efficacia misurata è molto limitato in termini elettorali. Gli utenti tendono comunque a leggere i messaggi alla luce delle loro preferenze precedenti, e la quantità di disinformazione e propaganda generata è comunque molto bassa se confrontata con la mole enorme di contenuti generati dai mass media e dai candidati stessi.

La campagna openpolis “Pac” per monitorare la propaganda social

Il tema è comunque rilevante. Come ricorda il rapporto, il Consiglio d’Europa a novembre 2017 ha calcolato “che oltre un terzo della spesa pubblicitaria avviene su canali digitali, sorpassando la televisione per la prima volta nel 2015”.

Non a caso durante tutta la recente campagna elettorale nazionale, abbiamo avviato il primo monitoraggio della propaganda social dei partiti e candidati su Facebook. Abbiamo invocato la necessità di regole chiare e trasparenza in materia, soprattutto alla luce di leggi non adatte ai tempi in cui viviamo.

Partecipa alla campagna, scarica PAC per il tuo browser

In particolare la necessità di modificare sia la legge 515 del 1993, che regola lo svolgimento delle campagne elettorali disciplinando l’obbligo di pubblicità per spese e contributi relativi al periodo elettorale, che la 212 del 1956, che norma i tempi della propaganda elettorale e del cosiddetto silenzio elettorale.

Molto del lavoro che abbiamo svolto si è incentrato sul lancio in Italia del Political Ad Collector, strumento di monitoraggio civico lanciato da ProPublica. Grazie al contributo degli utenti che hanno installato l’estensione abbiamo raccolto oltre 1.000 post sponsorizzati su Facebook da partiti e candidati in questi mesi.

Un archivio che abbiamo reso pubblico e liberamente consultabile, in cui è anche possibile vedere quali parametri sono stati inseriti dagli inserzionisti (partiti e politici) per profilare la tipologia di utente che volevano raggiungere.

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