governo Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/cosa/governo/ Wed, 03 Jan 2024 10:44:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Il governo Meloni in numeri https://www.openpolis.it/il-governo-meloni-in-numeri/ Thu, 17 Nov 2022 06:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=217866 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai a “I numeri del governo Meloni“. Ascolta il nostro podcast su Radio […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai a “I numeri del governo Meloni“.

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i componenti del governo Meloni, il massimo possibile secondo le norme vigenti. Oltre alla presidente del consiglio troviamo 15 ministri con portafoglio, 9 senza portafoglio e 40 tra viceministri e sottosegretari. Ci sono poi due vicepresidenti del consiglio (Matteo Salvini e Antonio Tajani). Vai al grafico.

30,8%

la rappresentanza di donne nel governo Meloni. Un dato che rimane abbastanza modesto. Lontano dall’obiettivo della parità di genere e comunque in controtendenza rispetto a quanto fatto sia dal secondo governo Conte (34,9%) che dal governo Draghi (40,2%). Delle 20 donne solo 3 sono ministre con portafoglio (Bernini, Caltagirone, Santanchè). Altrettante sono senza portafoglio (Locatelli, Roccella, Casellati). Ci sono poi 2 viceministre (Gava e Bellucci) e 11 sottosegretarie. La metà delle donne presenti nel governo è espressa da Fratelli d’Italia. Vai al grafico.

44,6%

la quota di esponenti di Fratelli d’Italia nell’esecutivo. Oltre alla presidente Meloni si tratta di 9 ministri, 4 viceministri e 15 sottosegretari. Al secondo posto troviamo la Lega con 16 esponenti tra cui 5 ministri e 2 viceministri, mentre al terzo Forza Italia con 13, di cui anche in questo caso 5 ministri e 2 viceministri. Vai all’articolo.

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i viceministri nominati dal governo: 4 di Fratelli d’Italia 2 della Lega e 2 di Forza Italia. In maniera del tutto particolare, al ministero delle infrastrutture sono stati nominati 2 viceministri, uno di Fratelli d’Italia e uno della Lega. La cosa appare piuttosto inusuale non solo perché non è frequente che si nominino 2 viceministri nello stesso dicastero, ma anche perché in questo caso il ministro delle infrastrutture è un altro leghista, anzi il segretario stesso del partito Matteo Salvini. Vai all’articolo.

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i ministeri in cui è presente almeno un esponente di Fratelli d’Italia, oltre alla presidenza del consiglio. Il partito della presidente Meloni quindi ha almeno un rappresentate in ciascuna struttura di vertice del governo. Lo stesso invece non sì può dire di Forza Italia, che non è rappresentata in 6 dicasteri, o della Lega che non figura in 4 tra cui quello degli esteri e quello della difesa. Vai al grafico.

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La composizione delle nuove aule parlamentari https://www.openpolis.it/esercizi/la-composizione-delle-nuove-aule-parlamentari/ Mon, 24 Oct 2022 12:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=209919 Composizione e gruppi politici nella legislatura entrata in carica. La prima eletta dopo la riduzione del numero di parlamentari, con nuovi equilibri tutti da stabilire.

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Dopo il giuramento e il passaggio di consegne avvenuto nel fine-settimana, il governo Meloni si appresta a chiedere da domani la fiducia di camera e senato, nelle nuove aule parlamentari uscite dalle elezioni del 25 settembre e insediate il 13 ottobre scorso.

Un passaggio considerato scontato, vista la maggioranza di cui gode l’esecutivo in entrambe le camere, ma comunque rilevante. Saranno infatti deputati e senatori a decidere non solo sulla fiducia iniziale, ma sulla navigazione dell’esecutivo e sul destino della XIX legislatura della storia repubblicana.

Una legislatura indubbiamente diversa dalle precedenti, inedita per numero di deputati (ridotti a 400) e di senatori (200, oltre quelli a vita). Ma differente anche nel corpo elettorale che l’ha espressa: per la prima volta il senato è stato eletto dai giovani con meno di 25 anni di età.

Che volto hanno le nuove camere rispetto a quelle precedenti? Lo approfondiamo, da oggi e nei prossimi giorni, con una serie di uscite sul tema: dalla rappresentanza di genere a quella giovanile, dal profilo degli eletti – in termini di esperienze politiche pregresse – ai precedenti in termini di assenteismo e tendenza ai cambi di gruppo.

Aspetti che abbiamo ricostruito anche nel confronto con le candidature presentate nelle elezioni politiche del 25 settembre.

Iniziamo con una panoramica delle nuove aule parlamentari nella XIX legislatura. La navigazione dell’esecutivo appena nato dipenderà molto dalla loro composizione ed evoluzione nel tempo. A maggior ragione in un parlamento con numeri ridotti, il cambio di gruppo di pochi parlamentari può cambiare completamente gli equilibri.

Anche in termini politici, la nuova legislatura si distingue da quelle immediatamente precedenti. Per la prima volta dal 2008 infatti una delle coalizioni pre-elettorali ha conseguito la maggioranza assoluta in entrambe le camere.

La composizione della camera dei deputati

Nella nuova aula da 400 seggi, la soglia per la maggioranza assoluta è fissata a quota 201. La coalizione tra Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati la supera con ampio margine, sfiorando i 240 seggi totali.

Gli scranni della nuova camera dei deputati sono infatti così ripartiti: 118 a Fdi, 66 alla Lega, 44 a Forza Italia. Noi moderati, la “quarta gamba” del centro-destra, non aveva i numeri per formare un gruppo autonomo, ma ha costituito una componente del misto insieme al Maie (Movimento associativo italiani all’estero), con 9 deputati.

All’opposizione, sono 69 gli iscritti al gruppo Pd, 52 al M5s, 21 ad Azione-Iv. Vi sono poi altre componenti del misto. Tra queste, i 12 deputati dell’alleanza Verdi-Sinistra italiana (Avs) e i 3 di +Europa. Sempre nel gruppo misto, figurano 3 deputati delle minoranze linguistiche e altri 3 non iscritti ad alcuna componente.

Sono stati considerati nel calcolo della maggioranza di centro-destra i gruppi di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e la componente del misto “Noi moderati-Maie”.

Alla camera dopo la riduzione del numero dei parlamentari i regolamenti non sono stati adeguati. Pertanto, il numero di deputati per formare un gruppo resta 20 da regolamento vigente, salvo deroghe. Quindi di fatto servono almeno il 5% dei deputati per formare un gruppo (20 su 400), rispetto a circa il 3% precedente (20 su 630).

FONTE: openpolis
(consultati: giovedì 20 Ottobre 2022)

Gruppi e componenti di maggioranza hanno quindi 237 seggi su 400, pari al 59,3% dell'aula al completo. Tale maggioranza assoluta garantisce al centro-destra i numeri per l'insediamento di un governo coerente con la coalizione presentata alle elezioni.

Per la prima volta dal 2008, uno schieramento pre-elettorale ha la maggioranza in entrambe le aule parlamentari.

Una differenza sostanziale con quanto accaduto nel 2018, quando nessuna coalizione presentatasi alle politiche di quell'anno aveva raggiunto il 50%+1 dei seggi. Ma anche con la legislatura iniziata nel 2013. Allora la coalizione di centro-sinistra guidata da Pier Luigi Bersani aveva ottenuto la maggioranza solo alla camera, attraverso il premio di maggioranza nazionale previsto dalla legge Calderoli. Ma non al senato, dove per la stessa legge i premi erano regionali, e quindi non garantiti necessariamente alla coalizione con più voti a livello nazionale.

La novità sostanziale di questa tornata elettorale è che, per la prima volta dal 2008, la coalizione arrivata prima è maggioranza assoluta in entrambe le aule.

La composizione del senato della repubblica

I gruppi di centro-destra, con 116 senatori su 206, hanno infatti la maggioranza anche nell'altro ramo del parlamento. I 116 seggi del nuovo senato della repubblica sono così ripartiti dal lato della maggioranza: 63 a Fratelli d'Italia, 29 alla Lega, 18 a Forza Italia, 6 al gruppo "Civici d'Italia - Noi moderati - Maie".

A differenza della camera dei deputati, al senato Noi moderati, quarta gamba del centro-destra, ha formato un gruppo autonomo. Ciò grazie all'apporto di un senatore eletto con il Maie e soprattutto di alcuni esponenti di Fratelli d'Italia. Tra questi Giorgio Salvitti, vicepresidente del nuovo gruppo "Civici d'Italia - Noi moderati - Maie" e dirigente nazionale del partito guidato da Giorgia Meloni.

Le altre forze in parlamento sono Pd (38 seggi), M5s (28), Azione-Iv (9), il gruppo misto e quello per le autonomie. Il misto è composto da 7 membri: 3 sono senatori a vita (Mario Monti, Renzo Piano e Liliana Segre) e 4 sono eletti con il centro-sinistra, in particolare per l'alleanza Verdi-Sinistra italiana.

Al senato, dopo l’ultima riforma regolamentare, il numero minimo di senatori per formare un gruppo è di 6 senatori (erano 10 nel formato dell’aula a 315 membri più i senatori a vita).

FONTE: openpolis
(consultati: giovedì 20 Ottobre 2022)

Sono 7 anche i seggi del gruppo per le autonomie, composto da forze politiche locali (Svp-Patt, Campobase e Sud chiama nord) e da 2 senatori a vita: Elena Cattaneo e l'ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano. L'ultimo dei 6 senatori a vita, Carlo Rubbia, non ha aderito ad alcun gruppo.

La maggioranza di centro-destra nell'aula è quindi del 56%. Una quota più che sufficiente per l'insediamento dell'esecutivo. Ma che andrà verificata nella prosecuzione della legislatura, soprattutto per la tenuta della maggioranza nella quotidianità dei voti d'aula.

Equilibri da verificare nel corso della legislatura

La riduzione dei parlamentari, specie al senato, pone infatti un forte limite alla funzionalità dell'aula, come segnalato in approfondimenti precedenti. A fronte di una maggioranza che in termini assoluti supera di 12 senatori il 50%+1 dei componenti, il rischio di "andare sotto" appare più concreto per una serie di motivi.

Oltre al ruolo del presidente del senato, che per prassi (come l'omologo della camera) non vota, la presenza di 9 senatori nell'esecutivo riduce il margine effettivo della maggioranza in termini assoluti. Il vantaggio potrebbe assottigliarsi ulteriormente con le future nomine dei sottosegretari, se diversi di questi saranno senatori. Come rilevato in passato, infatti, ministri e sottosegretari non sono molto presenti nei lavori delle aule, essendo impegnati nell'attività quotidiana dell'esecutivo.

Nell'immediato, il gap con i seggi delle minoranze può rendere più tranquilla la navigazione dell'esecutivo. Pd, M5s, Azione-Iv, Avs e autonomie - oltre a non esprimere un'opposizione unitaria - valgono insieme 86 seggi al senato. In ogni caso, per la nuova maggioranza sarà cruciale assicurarsi che numeri sulla carta solidi si traducano in presenze effettive nelle aule parlamentari.

La nuova maggioranza e i quorum "sensibili"

Un tema ricorrente della campagna elettorale è stata la possibilità che la coalizione di centro-destra raggiungesse una maggioranza tale da superare anche i quorum rafforzati previsti a garanzia degli equilibri costituzionali.

Parliamo in particolare delle riforme della costituzione senza necessità di approvazione popolare tramite referendum e dell'elezione di giudici costituzionali e membri del Csm. Il centro-destra uscito dalle urne però risulta al di sotto dei quorum previsti.

Per le modifiche alla carta fondamentale, è la stessa costituzione a prescrivere una soglia dei 2/3 in ciascuno dei voti finali di camera e senato. Sotto questa quota, l'approvazione a maggioranza assoluta può non bastare: un quinto dei membri di una camera, 500mila elettori o 5 consigli regionali possono chiedere entro 3 mesi un voto popolare sulla riforma.

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione (...) Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

2 su 3 i deputati e senatori che devono approvare una riforma costituzionale affinché questa possa evitare il referendum popolare.

Con 353 seggi su 606 totali (351 se si escludono i presidenti delle camere), al centro-destra mancano circa 50 parlamentari per la soglia dei 2/3. E - sebbene più vicino - risulta comunque al di sotto anche di quelle per eleggere i giudici costituzionali e i membri del Csm spettanti al parlamento in seduta comune.

Nel parlamento in seduta comune la maggioranza di centro-destra ha il 58% dei seggi.

A camere riunite, il centro-destra esprime infatti il 58% dei parlamentari. Da soli, non bastano per eleggere i giudici della corte costituzionale scelti dal parlamento. La legge costituzionale (2/1967, art. 3) prevede infatti la maggioranza dei 2/3 dei componenti (nei primi 2 voti) e dei tre quinti a partire dal terzo scrutinio.

E non sono sufficienti per l'elezione del Csm, per cui la legge prevede i tre quinti dei componenti nei primi 2 voti e i tre quinti dei votanti dal terzo scrutinio.

La elezione dei componenti del Consiglio superiore da parte del Parlamento in seduta comune delle due Camere avviene a scrutinio segreto e con la maggioranza dei tre quinti dell'assemblea. (...) Per gli scrutini successivi al secondo è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti.

Con l'attuale distribuzione per gruppi, e in caso di presenze compatte delle minoranze in aula, sarebbe quindi necessaria una qualche forma di accordo tra la maggioranza e almeno una parte dell'opposzione per queste scelte di garanzia.

Un confronto tra voti ricevuti e seggi nelle aule

Da notare come rispetto ai risultati elettorali delle singole liste, i gruppi di maggioranza appaiano premiati in termini di consistenza parlamentare.

Un effetto della parte maggioritaria del sistema elettorale, ma anche della riduzione nel numero di parlamentari, che innalza di fatto la soglia implicita per accedere in parlamento.

In questo senso è interessante osservare come la divisione dei collegi uninominali tra partiti alleati, frutto di accordi precedenti il voto, abbia inciso nettamente sulla composizione finale di camera e senato.

Da notare che la corrispondenza tra partito di elezione e gruppi di camera e senato non è perfetta. Rispetto alla classificazione per gruppi e componenti parlamentari, nel calcolo degli eletti esposto in tabella sono state fatte le eccezioni esplicitate in descrizione.

FONTE: openpolis
(consultati: giovedì 20 Ottobre 2022)

Nel centro-sinistra, ad esempio, le liste alleate del Pd che non hanno raggiunto lo sbarramento del 3% previsto nella parte proporzionale, eleggono alcuni parlamentari nei collegi uninominali. Nello specifico 2 deputati di +Europa (Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi), che insieme a Luca Pastorino - eletto come indipendente nel centro-sinistra - hanno formato una componente nel misto. E uno dei promotori di Impegno civico (Bruno Tabacci, che ha aderito al gruppo Pd della camera). Lo stesso vale per Noi moderati nel centro-destra, che ha 10 parlamentari eletti nell'uninominale.

Si tratta del risultato di accordi pre-elettorali tra le forze politiche incentivati dalla legge elettorale. Le forze maggiori della coalizione beneficiano - nella parte proporzionale - dei voti delle liste che, pur non raggiungendo il 3% dei voti, abbiano ottenuto almeno l'1%. In forza di questa previsione, i piccoli partiti possono negoziare candidature nei collegi uninominali considerati più sicuri.

1% la quota minima da raggiungere affinché i voti della lista vengano comunque conteggiati nella coalizione, andando ai partiti che superano lo sbarramento.

In alcuni casi, una lista minore può conseguire seggi uninominali in forza di un accordo pre-elettorale, pur non avendo contribuito al risultato della coalizione nella parte proporzionale. È il caso di Impegno civico e Noi moderati, rimaste di poco sotto la soglia dell'1%.

L'impatto dei collegi uninominali negli equilibri di maggioranza

L'effetto dei patti pre-elettorali è ancora più visibile negli equilibri interni al centro-destra. L'accordo di ripartizione dei collegi uninominali - pubblicato da Ansa a fine luglioera basato sui sondaggi precedenti le elezioni, che attribuivano alla Lega circa il doppio dei consensi successivamente ricevuti. Uno squilibrio che ha pesato sui seggi del terzo partito della coalizione, Forza Italia.

Per questo motivo la Lega, con circa il 9% dei voti, ha un peso del 15,7% nel nuovo parlamento. Più di Forza Italia, che con un consenso simile ottiene circa il 10% dei seggi e del M5s (15,4% dei voti e 13,2% dei seggi). Garantendosi una forza parlamentare non distante da quella del Pd (17,7%), che nelle urne ha ricevuto il 19% dei voti.

Ciò significa che nelle aule di nuova elezione, come rivendicato nella prima dichiarazione dopo il voto dal segretario Matteo Salvini, la Lega può contare su quasi 100 parlamentari. A dispetto di un risultato elettorale considerato non esaltante dagli stessi esponenti leghisti, si tratta di una forza sulla carta in grado di orientare gli equilibri dell'intera legislatura.

Foto: Camera dei deputati

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Perché Mattarella ha richiamato all’ordine governo e parlamento https://www.openpolis.it/perche-mattarella-ha-richiamato-allordine-governo-e-parlamento/ Wed, 23 Sep 2020 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=100812 I tempi stretti dovuti all'emergenza Covid hanno portato il governo ad attuare decreti omnibus. Attraverso l'iter di conversione, poi, queste misure sono state modificate con l'inserimento di norme poco coerenti con il fine del provvedimento. Una pratica da tenere sotto controllo.

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La scorsa settimana il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha dato il suo via libera alla legge di conversione del Decreto semplificazioni. Infatti, ogni decreto legge emanato dal governo deve essere convertito dal parlamento entro 60 giorni dalla pubblicazione in gazzetta ufficiale. Pena, la sua nullità.

Nel promulgare il disegno di legge il Quirinale, però, ha voluto inviare un monito molto chiaro a governo e parlamento in merito alla pratica di inserire, nelle pieghe dei decreti, anche norme che non hanno niente a che vedere con il fine originario del provvedimento.

Ho proceduto alla promulgazione soprattutto in considerazione della rilevanza del provvedimento nella difficile congiuntura economica e sociale. Invito tuttavia il governo a vigilare affinché nel corso dell’esame parlamentare dei decreti legge non vengano inserite norme palesemente eterogenee rispetto all’oggetto e alle finalità dei provvedimenti d’urgenza. Rappresento altresì al parlamento l’esigenza di operare in modo che l’attività emendativa si svolga in piena coerenza con i limiti di contenuto derivanti dal dettato costituzionale.

In particolare, il presidente faceva riferimento all’articolo 49 che prevede la modifica di alcune norme del codice della strada. Mattarella ha infatti sottolineato come questo articolo “non risulti riconducibile alle finalità dichiarate e non attenga alla materia originariamente disciplinata dal provvedimento”.

In basse alla legge 400 del 1988, tra i requisiti richiesti ai decreti legge vi è anche l’omogeneità di contenuto.
Vai a "Che cosa sono i decreti legge"

Non si tratta, d’altronde, di un caso isolato ma di una prassi consolidata. Attraverso gli emendamenti, infatti, è possibile modificare i decreti, inserendo anche norme che non sono necessariamente collegate all’oggetto iniziale del provvedimento. Una pratica scorretta che può avere delle conseguenze negative.

2.267 le modifiche apportate ai decreti legge Covid con l’approvazione delle leggi di conversione.

Il rischio infatti è che, data la situazione di emergenza e la necessità di adottare provvedimenti in tempi rapidi, ci sia un generale calo dell’attenzione. Con la possibilità che vengano approvati emendamenti non in linea con l’interesse generale.

Un problema che non riguarda solo il parlamento ma anche il governo. L’esecutivo infatti può presentare emendamenti sui suoi stessi decreti. Un modo per tornare sui propri passi per eventuali correttivi. Spesso però, si tratta di modifiche monstre che, con un unico maxi-emendamento, possono anche stravolgere il provvedimento iniziale.

I decreti legge Covid ed il ruolo del presidente della repubblica

Nella sua missiva, Mattarella ha ricordato che la legge 400 del 1988 annovera tra i requisiti dei decreti legge, oltre alla necessità e all’urgenza, l’omogeneità di contenuto. Il presidente ha inoltre fatto riferimento anche alla giurisprudenza della corte costituzionale in materia.

La legge di conversione è fonte funzionalizzata alla stabilizzazione di un provvedimento avente forza di legge ed è caratterizzata da un procedimento di approvazione peculiare e semplificato rispetto a quello ordinario. Essa non può quindi aprirsi a qualsiasi contenuto

Il presidente della repubblica può inviare messaggi alle camere.

Ma perché il Quirinale si è esposto in questo modo? Questo rientra tra le sue prerogative. In base all’articolo 87 della costituzione, infatti, egli promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Inoltre, in base all’articolo 74 può, con messaggio motivato,  rigettare un provvedimento e chiedere una nuova deliberazione alle camere.

Il presidente della Repubblica non svolge un mero ruolo di vidimazione degli atti legislativi ma ha facoltà di entrare nel merito per verificarne la coerenza con il dettato costituzionale.
Vai a "L’influenza del quirinale sul processo legislativo"

L’apporto del presidente della repubblica alla qualità della produzione legislativa rappresenta quindi una garanzia fondamentale nel nostro ordinamento. Non solo per controllare che vengano rispettate le caratteristiche di urgenza e necessità dei decreti legge, ma anche per evitare che la loro conversione sia accompagnata da un iter legislativo poco trasparente.

Come sono cambiati i decreti legge del governo dopo gli interventi del parlamento

Il proliferare degli emendamenti dunque dovrebbe far scattare un campanello d’allarme. Modifiche ed aggiunte successive possono infatti stravolgere la norma iniziale, con il rischio che il decreto si trasformi in un provvedimento omnibus. E che, nelle sue pieghe, si annidino anche norme contrarie all’interesse generale.

Ma vediamo quanto sono cambiati i decreti legge a seguito della conversione. Dei 22 Dl Covid emanati dal governo, ad oggi, 17 sono già stati convertiti e 11 hanno subito modifiche durante l’iter. Complessivamente, il numero di emendamenti approvati ammonta a 1.104. Questo dato somma tutte le modifiche approvate, sia in commissione (gli emendamenti approvati qui vanno già a comporre il testo che sarà presentato all’assemblea) che in aula.

1.104 gli emendamenti approvati durante l’iter di conversione dei decreti legge Covid.

Il Ddl che ha visto il maggior numero di emendamenti approvati è quello relativo al decreto rilancio (375 emendamenti approvati). Seguono il Dl semplificazioni (233) e il Dl liquidità (182).

Il grafico tiene conto di tutti gli emendamenti (compresi quelli del governo) approvati nelle varie fasi dell’iter di conversione in legge, sia in commissione che in aula. Devono ancora essere convertiti 5 decreti Covid: proroga dello stato di emergenza, decreto agosto, modalità operative delle elezioni, modalità di sanificazione dei seggi, sostegno economico per l’avvio dell’anno scolastico.
I decreti cura Italia, scuola, intercettazioni, riapertura e semplificazioni sono stati modificati da maxi emendamenti proposti dal governo. Su 4 (Cura Italia, Scuola, Intercettazioni e semplificazioni) è stata poi posta la questione di fiducia.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Camera e Senato
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Settembre 2020)

Diversi Dl sono stati modificati da maxi emendamenti del governo su cui è stata posta la fiducia.

Dobbiamo ricordare che anche l'esecutivo ha la possibilità di presentare emendamenti. Si tratta di un modo per tornare sui provvedimenti già emanati per eventuali correttivi. Non è raro però il caso in cui il governo presenti un unico maxi emendamento, sul quale poi appone la questione di fiducia. In questo modo, il governo può anche stravolgere i provvedimenti sterilizzando il dibattito in aula.

Limitando l'analisi ai decreti Covid, questo è successo quattro volte: per i decreti Cura Italia, Scuola, Intercettazioni e Semplificazioni. In particolare, l'emendamento presentato dal governo al dl scuola, ne ha modificato tutti gli articoli.

A seguito di questo iter, molti decreti sono modificati in maniera significativa. Quello ritoccato maggiormente è il decreto rilancio (935 modifiche complessive tra commi e articoli modificati, sostituiti, aggiunti o soppressi). Seguono il decreto cura Italia (598 modifiche), il decreto semplificazioni (388) e il decreto liquidità (172).

Il grafico prende in considerazione esclusivamente le modifiche apportate con la legge di conversione dei singoli decreti. Non sono conteggiate eventuali modifiche apportate da altri provvedimenti.
I decreti cura Italia, scuola, liquidità, intercettazioni, rilancio e semplificazioni sono stati convertiti a seguito di un voto di fiducia.
Devono ancora essere convertiti in legge 5 decreti Covid: il decreto legge sulla proroga dello stato di emergenza, il decreto agosto, il decreto per le modalità operative delle elezioni, il decreto sul sostegno economico all’avvio dell’anno scolastico, il decreto sulle modalità di sanificazione dei seggi elettorali.

FONTE: elaborazione openpolis in base agli atti pubblicati in gazzetta ufficiale
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Settembre 2020)

838 i commi aggiunti ai decreti legge Covid dopo l'iter di conversione in legge.

Come possiamo notare da questi dati, le modifiche apportate a questi decreti possono essere anche un numero molto significativo. Alcune di queste sono poco rilevanti, come la semplice sostituzione, aggiunta o riordino delle parole e dei periodi. Ma altre possono avere un impatto molto più importante.

Emendamenti "sospetti"

Gli emendamenti che presentano criticità dal punto di vista della coerenza con il fine originario del decreto sono molteplici. Per individuarne alcuni, possiamo fare affidamento al lavoro di analisi svolto dal comitato per la legislazione della camera.

Un elevato numero di emendamenti può comportare l'approvazione di norme non in linea con l'interesse pubblico.

Tra i più significativi possiamo citarne alcuni relativi al Decreto intercettazioni. In particolare, l'articolo articolo 5, comma 1-bis che istituisce la sezione specializzata della Corte dei conti per i contratti secretati; e l’articolo 7-bis che impone obblighi agli operatori del settore telecomunicazioni in materia di "parental control".

Per altro, all'interno di questo provvedimento sono confluite anche le norme contenute nel cosiddetto decreto scarcerazioni, non convertito in legge dal parlamento. Una pratica, questa, piuttosto ricorrente per evitare che i provvedimenti adottati perdano di efficacia ma che sarebbe bene evitare.

Pur dovendosi considerare che si tratta di materia strettamente connessa a quella del provvedimento, non si può che richiamare che il comitato, nei suoi pareri, ha costantemente raccomandato al governo di evitare forme di intreccio tra più provvedimenti d’urgenza

Il comitato ha citato anche l'articolo 94-bis del decreto cura Italia, che dispone in materia di ricostruzione dell’impianto funiviario di Savona, distrutto dagli eventi atmosferici del novembre 2019.

Governo, decreti salvo intese e rinvii

Il richiamo del colle ha riguardato anche Palazzo Chigi. Infatti, anche l'esecutivo ha inserito nei decreti norme che non risultano del tutto coerenti con il fine del provvedimento.

Il governo ha la possibilità di presentare in parlamento emendamenti ai decreti legge da lui stesso emanati.

Un caso che ha destato particolare scalpore è stato quello sulla proroga dei vertici dei servizi segreti per altri quattro anni. Una decisione contenuta nell'articolo 1 comma 6 del decreto sulla proroga dello stato di emergenza. Questa decisione ha provocato il malcontento di una parte della maggioranza. Che aveva tentato di tagliare la disposizione attraverso un emendamento. Questo ha portato l'esecutivo ad apporre la questione di fiducia sul provvedimento.

Non sono contenta della fiducia: non si risolvono le cose così. Le cose si risolvono in Parlamento: sarebbe stato più utile che su quell’emendamento governo si rimettesse all’Aula. Sono profondamente contrariata dalla apposizione di questa fiducia

Vale la pena, in questa sede, citare anche i cosiddetti decreti approvati "salvo intese". Decreti, cioè, annunciati dal governo ma che necessitano di ulteriori aggiustamenti prima di poter essere adottati. Questa è stata una prassi molto usata, in particolar modo, durante il governo Conte I ma ripresa negli ultimi mesi. E già in quell'occasione l'esecutivo era stato richiamato dal Quirinale.

0 gli effetti di un decreto approvato salvo intese.

Legata a questo c'è anche un'altra significativa criticità. Quella relativa alla discrepanza tra l'annuncio di un decreto e la sua pubblicazione in gazzetta ufficiale.

Relativamente a questo secondo caso, notiamo che, in media, i decreti Covid sono stati pubblicati 2,5 giorni dopo la deliberazione in consiglio dei ministri. Tra quelli con il maggior tempo di incubazione troviamo il decreto elezioni (13 giorni), il decreto semplificazioni (9), il decreto agosto (6) e il decreto rilancio (5).

FONTE: elaborazione openpolis su dati governo
(ultimo aggiornamento: giovedì 10 Settembre 2020)

Non è un caso se proprio alcuni dei decreti più "complessi" abbiano avuto bisogno di maggior tempo per essere pubblicati. Può capitare infatti che il governo abbia la necessità di annunciare un provvedimento ma che non sia ancora stata raggiunta l'intesa all'interno della maggioranza sul contenuto.

Con i due escamotage che abbiamo visto, le misure varate possono essere rese pubbliche e modificate successivamente. In questo modo, però, il decreto deliberato dal consiglio dei ministri può essere diverso da quello pubblicato in gazzetta. Anche in questo caso, con il rischio che le norme contenute al suo interno presentino aspetti poco chiari.

La necessità di trasparenza sulle norme approvate

Quando il presidente della repubblica si espone in questo modo, certamente non lo fa a cuor leggero. Ma la carrellata di cattive pratiche che abbiamo visto ha evidentemente spinto il Quirinale ad intervenire. Il problema è che spesso questi richiami, come già avvenuto in passato, cadono nel vuoto.

La necessità di dare risposte in tempi rapidi porta il governo ad adottare provvedimenti dalla portata eccezionale che però, come abbiamo visto, devono affrontare molti passaggi prima di arrivare al Colle. Per questo sarebbe necessaria la massima attenzione e trasparenza su quello che avviene tra la deliberazione del decreto in consiglio dei ministri e la sua conversione in legge.

Foto credit: Quirinale - Licenza

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Think tank e fondazioni, come non risolvere il problema https://www.openpolis.it/think-tank-e-fondazioni-come-non-risolvere-il-problema/ Mon, 25 Nov 2019 09:03:43 +0000 https://www.openpolis.it/?p=61695 Con la nuova legge su fondazioni e associazioni politiche sono più di 50.000 le persone su cui la commissione di garanzia deve monitorare. Ma, per sua stessa ammissione, non ha i mezzi per svolgere questo compito.

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Con l’approvazione dello spazzacorroti, poi modificato dal decreto crescita, il parlamento ha equiparato fondazioni, associazioni e comitati politici ai partiti. Un notevole cambio nello scenario italiano, soprattutto per i vari obblighi di trasparenza che ora ricadono su queste strutture. A monitorare sul rispetto di questi obblighi la commissione di garanzia sui bilanci dei partiti, istituita presso il parlamento, e composta da 5 magistrati.

Il problema è stato anestetizzato, non risolto.

Per la legge rientrano nel novero delle organizzazioni da monitorare tutte quelle strutture i cui organi direttivi sono composti per 1/3 da persone che hanno avuto incarichi politici negli ultimi 6 anni nel parlamento europeo e nazionale, nel governo, nelle regioni e nei comuni con più di 15.000 abitanti. Stiamo parlando di 53.904 persone, un numero talmente elevato che rende la fattibilità stessa dell’operazione un’illusione. Di fronte a questi numeri gli allarmi lanciati dalla commissione di garanzia sul non avere i mezzi per svolgere il proprio mandato sembrano legittimi.

53.904 i politici che la commissione di garanzia deve monitorare. Un numero talmente alto da rendere l’operazione irrealistica.

Delle modifiche alla legge sono quindi necessarie. Basterebbe, per esempio, escludere i quasi 49 mila politici con incarichi nei comuni con più di 15.000 abitanti dalla normativa, oltre il 90% del totale. Così si limiterebbe il raggio d’interesse agli incarichi negli organi che hanno potere legislativo come il governo, il parlamento (nazionale ed europeo) e le regioni. La normativa per com’è ora serve infatti solo ad anestetizzare il problema: una legge scritta male ed un organo di controllo che non ha i mezzi per vigilare.

Cosa dice la legge

Nella XVIII legislatura si è intervenuti per la prima volta in maniera strutturata per normare associazioni, fondazioni e comitati politici. Organizzazioni che, come abbiamo più volte avuto modo di raccontare, hanno un crescente ruolo nell’influenzare il dibattito politico, e soprattutto nell’ascesa politica di molti leader nazionali.

Le 2 leggi approvate (spazzacorrotti e decreto crescita) hanno di fatto equiparato queste organizzazioni ai partiti politici, imponendo loro la pubblicazione di una serie di documenti: dalla composizione dei loro organi direttivi, al bilancio, passando per donazioni ricevute e statuto.

L’aspetto centrale della norma sta proprio nel capire cosa si intende per associazione, fondazione e comitato politico. In particolare questa definizione riguarda tutte le strutture:

i cui organi direttivi o di gestione sono composti per almeno 1/3 da membri di organi di partiti o movimenti politici ovvero persone che sono o sono state, nei 6 anni precedenti, membri del Parlamento nazionale o europeo o di assemblee elettive regionali o locali di comuni con più di 15.000 abitanti, ovvero che ricoprono o hanno ricoperto, nei sei anni precedenti, incarichi di governo al livello nazionale, regionale o locale, in comuni con più di 15.000 abitanti;

Chi deve monitorare non ce la fa

È stato poi dato il compito di monitorare su queste strutture alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici. Organo a cui era già stato affidata la missione di vigilare sulla trasparenza dei partiti, e che in varie occasioni ha dichiarato di non avere i mezzi per portare avanti l’incarico in questione. Problema che era emerso con ancora maggiore criticità proprio con l’equiparazione delle associazioni e delle fondazioni politiche ai partiti:

Ne consegue a carico della commissione – in immutata composizione nelle strutture di supporto – un incisivo impegno istruttorio e di indagine per identificare, nell’ampio e diffuso contesto dell’associazionismo nazionale, quelle realtà che ricadono nell’area percettiva della norma e che, in via di equiparazione, sono rese destinatarie della disciplina indirizzata a regime nei confronti dei partiti e dei movimenti politici

In particolare la commissione recrimina una carenza organica, che oltre a rendere difficile l’ordinaria amministrazione, non si configura garante della posizione di autonomia e indipendenza rispetto a governo e organi parlamentari. Un’autonomia e indipendenza che la legge istitutiva della commissione le attribuisce vista la delicatezza dei compiti assegnati.

Ma di quante persone stiamo parlando?

Nella relazione della commissione stessa pubblicata a maggio veniva sottolineato che il numero delle realtà associative da monitorare fosse difficile da quantificare, e che si poteva aggirare sulle 6.000 unità. Al di là delle strutture, il vero lavoro va fatto però sulle persone che, negli ultimi 6 anni, hanno avuto incarichi politici in Italia. Si tratta di fatto del bacino su cui la commissione deve monitorare.

I politici coinvolti dalla normativa sono così tanti, che è irrealistico pensare che la commissione possa realmente vigilare.

Come detto parliamo di tutte quelle persone che hanno avuto incarichi nel parlamento nazionale ed europeo, nel governo, nelle regioni e nei comuni con più di 15.000 abitanti. Per la precisione si tratta di 20.483 persone attualmente in carica, a cui bisogna aggiungere le 33.421 che invece hanno ricoperto tali ruoli negli ultimi 6 anni. In totale parliamo quindi di 53.904 persone, nel dettaglio così suddivise:

  • 208 nel parlamento europeo;
  • 245 nel governo;
  • 663 nel senato della repubblica;
  • 1.303 nella camera dei deputati;
  • 2.530 nelle regioni;
  • 48.955 nei comuni con più di 15.000 abitanti.

9,18% dei politici coinvolti dalla normativa hanno un incarico in organi nazionali, europei o regionali.

La domanda a questo punto sorge spontanea: la commissione ha i mezzi, nonché le informazioni, per monitorare sulle attività associative di oltre 50.000 persone? Ma soprattutto, è realmente necessario?

Andando ad analizzare più nel dettaglio questo numero scopriamo che il 90,82% di queste persone ha un incarico politico nei comuni con più di 15.000 abitanti. Sono solo 4.949 quelle persone che invece hanno, o hanno avuto negli ultimi 6 anni, un ruolo politico negli organi maggiormente rappresentativi, e quindi più influenti: regioni, governo, parlamento nazionale ed europeo.

Per la nuova normativa sono considerate fondazioni e associazioni politiche tutte quelle organizzazioni i cui organi apicali sono composti per 1/3 da persone che hanno avuto incarichi politici negli ultimi 6 anni in parlamento europeo, nazionale, governo, regioni e comuni con più di 15.000 abitanti.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis

Se lo scopo dell'equiparazione è quello di avere maggiori e migliori informazioni su quelle associazioni e fondazioni che hanno un peso sulle dinamiche politiche nazionali, e che quindi hanno un'influenza su chi gestisce il potere, potrebbe avere senso circoscrivere ulteriormente il campo delle organizzazioni attenzionate.

In questo senso quindi la proposta di openpolis è quella di ragionare maggiormente sulla reale necessità di includere tutti i politici con incarichi nei comuni con più di 15.000 abitanti nella normativa. Forse avrebbe maggior senso escludere gli incarichi comunali, limitando così l'analisi a quelle persone che hanno avuto un ruolo politico nelle istituzioni con potere legislativo, cioè governo, regioni, parlamento nazionale ed europeo.

È ingenuo mettere sullo stesso piano organizzazioni strutturate come Italianieuropei o Aspen, con realtà associative locali coinvolte dalla normativa solamente perché 1/3 degli organi apicali è composto da politici con incarichi comunali.

Meno informazioni, ma più utili

Il più grande danno che si può fare quando si parla di trasparenza è quello del "rumore informativo", casi in cui per rispondere a delle esigenze si chiede la pubblicazione massiva di informazioni, senza pensare realmente a quale sia l'obiettivo.

Con le fondazioni e associazioni politiche è successo proprio questo. Da un lato si è data una definizione eccessivamente ampia di fondazione e associazioni politica, dall'altro questo problema è ricaduto su un organo che, già da prima, non aveva i mezzi per svolgere l'incarico di vigilanza. Si è di fatto anestetizzato il problema, non risolvendolo.

Attualmente "l'opacità per confusione" della normativa non aiuta il monitoraggio delle strutture.

Insomma, un'opacità per confusione che ha reso la materia così ampia da non essere realmente monitorabile. Suggeriamo quindi due cambi importanti:

  • Riconsiderare l'inclusione degli incarichi politici nei comuni con oltre 15.000 abitanti nella normativa;
  • Dare maggiori e migliori risorse alla commissione di garanzia, per permetterle realmente di svolgere le proprie mansioni.

Se si vuole fare trasparenza sul mondo della politica, e di come si finanzia, bisogna concentrare le poche energie a disposizione su obiettivi realistici. Circoscrivere la normativa quindi a meno strutture ma, su quelle, fare un vero lavoro di pressione per ottenere la pubblicazione delle informazioni richieste.

Foto credit: Facebook ufficiale Italia Viva

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Governo Conte II, tra conferme e discontinuità https://www.openpolis.it/governo-conte-ii-tra-conferme-e-discontinuita/ Mon, 09 Sep 2019 09:01:04 +0000 http://www.openpolis.it/?p=55255 Rispetto al primo esecutivo Conte cresce il numero di ministri, ma la metà è al primo incarico di governo. Scopriamo anche la rete di think e fondazioni intorno all'esecutivo.

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Dopo quasi un mese di intensa attività politica, la crisi istituzionale avviata ad inizio agosto, si è conclusa lo scorso 5 settembre con il giuramento del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte. La nuova alleanza parlamentare tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico dà così il via al secondo governo della XVIII legislatura.

I numeri della nuova squadra ci parlano di uno dei 3 consigli dei ministri più numerosi dal 2008 ad oggi, eguagliando il dato dell’ultimo governo Berlusconi e di quello guidato da Enrico Letta. Aumentano le donne, soprattutto quelle con portafoglio, e si abbassa l’età media dei ministri. Da sottolineare l’alto numero di esordienti, oltre il 50% del nuovo esecutivo è al primo incarico di governo. Rispetto al ruolo della Lega nel primo governo Conte, il peso del Partito democratico nell’equilibrio con il Movimento 5 stelle è maggiore.

Ricambio politico

Il primo governo Conte si era contraddistinto per un quasi completo ricambio politico nel consiglio dei ministri. Infatti solamente l’ex ministro agli affari europei Paolo Savona e quello agli affari esteri Enzo Moavero Milanesi avevano precedentemente avuto un incarico di governo, per un tasso di ricambio dell’89,50%. Anche se per il secondo esecutivo Conte parliamo di percentuali più basse, è giusto sottolineare che oltre la metà della squadra di governo è al primo incarico in consiglio dei ministri.

54,55% dei ministri al primo incarico di governo.

Dei 22 ministri infatti, contando anche il capo dell’esecutivo Giuseppe Conte, 12 sono all’esordio nel governo. Tra questi anche dicasteri importanti come quello dell’economia, dell’interno, della difesa, del lavoro e soprattutto dell’interno. Parliamo nello specifico di:

  • Luciana Lamorgese (tecnico), interno;
  • Roberto Gualtieri (Pd), economia;
  • Lorenzo Guerini (Pd), difesa;
  • Roberto Speranza (Leu), salute;
  • Nunzia Catalfo (M5s), lavoro;
  • Stefano Patuanelli (M5s), sviluppo economico;
  • Fabiana Dadone (M5s), pubblica amministrazione;
  • Paola Pisano (M5s), innovazione e digitalizzazione;
  • Federico D’Incà (M5s), rapporti con il parlamento;
  • Elena Bonetti (Pd), pari opportunità e famiglia;
  • Giuseppe Provenzano (Pd), sud;
  • Francesco Boccia (Pd), affari regionali

I due dicasteri guidati da Lamorgese e Gualtieri saranno da monitorare con particolare attenzione. Il primo perché è passato nelle mani di un tecnico dopo la gestione molto politica del leader della Lega Matteo Salvini, mentre il secondo per il dibattito sull’imminente legge di bilancio, primo vero banco di prova per la nuova alleanza parlamentare ora al governo.

Per ogni governo è stato calcolata la percentuale di ministri al primo incarico nel consiglio dei ministri. Non sono stati inclusi incarichi da sottosegretario o vice ministro.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis

Equilibrio tra partiti

I 21 incarichi in consiglio dei ministri sono stati divisi equamente tra i due schieramenti al governo: 10 ministri al Movimento 5 stelle, 10 al centrosinistra (9 al Partito democratico e 1 a Liberi e uguali) con l'aggiunto di un ministro tecnico (Luciana Lamorgese all'interno).

Sono stati considerati solamente i ministri del movimento 5 stelle

FONTE: dati ed elaborazione openpolis

Rispetto al primo governo Conte quindi il partito guidato da Luigi Di Maio aumenta la sua compagine in consiglio dei ministri, ma perde alcune poltrone importanti. Sono infatti aumentati i ministeri senza portafoglio in mano dei 5stelle, passati da 2 (sud e rapporti con il parlamento) a 4 (politiche giovanili e sport, pubblica amministrazione, innovazione e digitalizzazione e rapporti con il parlamento).

Con il nuovo governo i 5stelle perdono difesa, salute e infrastrutture.

Non solo, considerando i ministeri con portafoglio il Movimento 5 stelle ha perso i dicasteri della salute, della difesa e dei beni culturali, passati il primo a Liberi e uguali e gli altri due al Partito democratico. A fare da contrappeso la "conquista" dei ministeri dell'istruzione e degli esteri, guidati prima rispettivamente dal ministro leghista Bussetti e dal tecnico Moavero Milanesi, e dal fatto che i due dicasteri del lavoro e dello sviluppo economico, dopo la gestione unica di Luigi Di Maio, sono tornati ad essere guidati da due ministri differenti, entrambi del Movimento 5 stelle.

Sono stati considerati solamente i dicasteri con portafoglio.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis

Età media e parità di genere

Rispetto alla squadra giallo-verde, l'età media all'insediamento si abbassa di circa 3 anni, passando dai 50 ai 47 anni. Un dato non da poco, considerato che prendendo in considerazione solamente i ministri con portafoglio il governo Conte II è il più giovane dall'ultimo governo Berlusconi. Più in generale, l'età media dell'intero consiglio dei ministri dell'esecutivo giallo-rosso eguaglia la squadra capitanata da Matteo Renzi come quello più giovane dal 2008 ad oggi.

Di Maio è il più giovane ministro degli esteri della storia repubblicana, primo under 40

Per il sesto governo di fila, escludendo l'esecutivo tecnico di Mario Monti, ci sono ben 3 under 40: Fabiana Dadone (M5s) alla pubblica amministrazione, Peppe Provenzano (Pd) al sud e Luigi Di Maio (M5s) agli affari esteri. Proprio il capo politico del Movimento 5 stelle, tra i pochi confermati dello scorso esecutivo, è il primo under 40 a ricoprire l'incarico di capo della Farnesina.

Rispetto agli ultimi due governi (Gentiloni e Conte I) aumenta il numero di donne, passato da 5 a 7. Migliora quindi per la prima volta dal governo Renzi la parità di genere tra i ministri all'insediamento, con la percentuale di donne che passa da 27,88% a 33,33%. Al livello europeo l'Italia è così il decimo paese con la migliore parità di genere nella squadra di governo, sopra la media Ue di 30,10%.

La percentuale è stata calcolata al giorno di insediamento di ogni governo. Non sono quindi state considerate eventuali variazioni

FONTE: dati ed elaborazione openpolis

Sicuramente un passo in avanti è stato quindi fatto, anche se non tutti i ministeri hanno lo stesso peso. Per meglio analizzare la questione è giusto focalizzare l'attenzione sui ministeri con portafoglio. Rispetto alla precedente squadra giallo-verde raddoppiano le donne alla guida di dicasteri con portafoglio, passando 2 (Giulia Grillo alla salute e Elisabetta Trenta alla difesa), a 4 (De Micheli alle infrastrutture, Bellanova all'agricoltura, Catalfo al lavoro e Lamorgese agli interni).

4 le ministre donne con portafoglio, il doppio rispetto al primo governo Conte.

Considerando solo i ministeri con portafoglio quindi, la percentuale di donne è del 30,77%. Dal 2008 ad oggi questo dato è stato superato solamente dagli esecutivi Letta e Renzi, entrambi con 5 dei 13 ministeri con portafoglio guidati da donne (38,46%). Per quanto riguarda i dicasteri senza portafoglio la pubblica amministrazione passa da Giulia Bongiorno (Lega) a Fabiana Dadone (M5s), e vanno a 2 donne il neo nato dicastero per l'innovazione e digitalizzazione, con Paola Pisano, e quello per le pari opportunità e la famiglia, con Elena Bonetti (Pd).

Sono stati considerati solamente i ministeri con portafoglio, al giorno di insediamento

FONTE: dati ed elaborazione openpolis

Think tank e fondazioni

Come abbiamo più volte avuto modo di raccontare, il ruolo e il numero di think tank, fondazioni e associazioni politiche è in costante crescita.

Strutture che in vario modo si stanno sostituendo ai partiti, e che quindi è necessario monitorare in maniera costante e approfondita. Analizzando i neo nominati membri del governo, 9 ministri risultano avere incarichi apicali in associazioni e fondazioni politiche. L'analisi è stata portata avanti sulle oltre 120 strutture che openpolis monitora ormai dal 2015.

Le due aree politiche che compongono la compagine di governo, Movimento 5 stelle e il centrosinistra con Partito democratico e Liberi e uguali, creano due galassie separate di organizzazioni che orbitano intorno al secondo governo Conte.

6 le associazioni o fondazioni politiche che hanno legami con il governo Conte II.

Come prevedibile l'associazione Rousseau è quella più vicina ai membri 5stelle del governo. Più precisamente ben 3 ministri hanno incarichi apicali nell'organizzazione. Stefano Patuanelli, ministro allo sviluppo economico, è il referente per la sezione Lex Iscritti dell'associazione, Nunzia Catalfo, ministra del lavoro, è la referente per la funzione Lex Parlamento e Lex Europa, mentre Fabiana Dadone, a guida della pubblica amministrazione, è la responsabile per "Scudo della rete".

Assieme a loro anche Federico D'Incà, neo ministro per i rapporti con il parlamento, che è consigliere delegato nella Fondazione Italia Usa. L'organizzazione, che nasce per testimoniare l’amicizia tra il popolo italiano e quello americano, ha al suo interno membri di tutti gli schieramenti politici: dal Pd a Forza Italia passando per il centro.

Le organizzazioni vicine ai ministri 5stelle del governo Conte II

L'altra organizzazione particolarmente vicina al governo Conte II, oltre alla già citata associazione Rousseau, è Italianieuropei, storico think tank guidato da Massimo D'Alema. Ne fanno parte Roberto Speranza, ministro alla salute di Liberi e uguali, Francesco Boccia, ministro agli affari regionali del Partito democratico, e il suo compagno di partito Giuseppe Provenzano, alla guida del dicastero per il sud.

A questi bisogna aggiungere il Centro studi di politica internazionale, nel cui comitato scientifico troviamo il neo ministro dell'economia Gualtieri, e Riformismo e libertà di cui il ministro agli affari europei Vincenzo Amendola è uno dei fondatori.

 

Le organizzazioni vicine ai ministri Pd del governo Conte II

I prossimi step

La nomina dei ministri rappresenta l'inizio di un lungo percorso ancora ricco di insidie. Mancano ancora molte caselle per completare la squadra di governo, tra cui quelle fondamentali dei sottosegretari e dei viceministri. In questo senso le prossime settimane potrebbero dare molte indicazioni su un eventuale allargamento della compagine di governo.

La nomina dei sottosegretari potrebbe essere l'occasione per riconoscere un ruolo nel governo ad altri gruppi che voteranno la fiducia.

Visti i numeri della maggioranza ad oggi (M5s-Pd-Leu), soprattutto al senato, è pensabile che altri gruppi, o componenti, diano il proprio sostegno all'esecutivo. Proprio per questo motivo la nomina dei sottosegretari, che avverrà nelle prossime settimane, potrebbe essere l'occasione per riconoscere anche agli altri gruppi che voteranno la fiducia un ruolo anche nella squadra di governo. Successivamente saranno anche da monitorare le indicazioni sui viceministri, e soprattutto la ripartizione delle deleghe tra i sottosegretari. Un percorso che quindi avrà ancora molto da dire sui rapporti di forza tra i due maggiori azionisti di maggioranza: Movimento 5 stelle e Partito democratico.

Foto credit: Palazzo Chigi - Licenza

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L’abbandono scolastico è un problema serio, al sud e non solo https://www.openpolis.it/labbandono-scolastico-e-un-problema-serio-al-sud-e-non-solo/ Tue, 23 Oct 2018 11:05:27 +0000 http://www.openpolis.it/?p=28113 L'Italia è quarta in Ue per quota di giovani che lasciano prematuramente gli studi. L'abbandono scolastico colpisce soprattutto nel mezzogiorno, ma anche alcune province del centro-nord non ne sono immuni.

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L’abbandono scolastico è uno dei problemi più seri tra quelli che affliggono non solo il mondo della scuola, ma l’intera società italiana. I motivi per cui una ragazza o un ragazzo abbandona la scuola prima del diploma superiore possono essere diversi. Spesso incidono condizioni di marginalità sociale, che possono portare sia a una frequenza saltuaria, sia all’abbandono definitivo degli studi.

L'abbandono scolastico precoce riguarda i giovani che lasciano gli studi con la sola licenza media. Un fenomeno grave, sia per le sue cause più frequenti (disagio economico e sociale) sia per gli effetti a breve e lungo termine (difficoltà di trovare lavoro e aggravamento delle disuguaglianze).
Vai a "Che cos’è l’abbandono scolastico"

All’interno dell’Unione europea, l’Italia rientra tra i paesi dove il problema degli abbandoni è più consistente.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 11 Ottobre 2018)

Va detto che il fenomeno non è facile da misurare, perché richiederebbe dati in grado di tracciare il percorso scolastico del singolo studente.

La scelta metodologica adottata a livello europeo è utilizzare come indicatore indiretto la percentuale di giovani tra 18 e 24 anni che hanno solo la licenza media. Tra questi viene incluso anche chi ha conseguito una qualifica professionale regionale di primo livello con durata inferiore ai due anni.

Seguendo questo indicatore, come si nota dalla mappa, l'Italia nel 2017 è il quarto paese con più abbandoni (14%), dopo Malta, Spagna e Romania.

Perché l'abbandono scolastico è un problema sociale

Un ragazzo che abbandona la scuola è un fallimento educativo, e segnala che qualcosa non ha funzionato. Le ricerche indicano che a lasciare gli studi prima del tempo sono spesso i giovani più svantaggiati, sia dal punto di vista economico che da quello sociale. Un meccanismo molto pericoloso perché aggrava le disuguaglianze già esistenti.

Ciò produce una serie di conseguenze negative che non colpiscono solo il singolo ragazzo o la ragazza. Quando il fenomeno colpisce ampi strati della popolazione, è l'intera società che diventa complessivamente più debole, povera e insicura.

Un maggiore livello di istruzione (...) può portare una serie di risultati positivi per l’individuo così come per la società in relazione a impieghi, salari più alti, migliori condizioni di salute, minore criminalità, maggiore coesione sociale, minori costi pubblici e sociali e maggiore produttività e crescita.

Per queste ragioni, uno degli obiettivi stabiliti dall'Ue è che la quota di giovani che abbandonano prematuramente gli studi scenda sotto il 10% entro il 2020. Questo target rappresenta una media europea, ed è stato successivamente parametrato per le diverse situazioni nazionali. Ad esempio per la Francia l'obiettivo da raggiungere è il 9,5%, per la Spagna è il 15%, mentre per l'Italia è il 16%.

Italia in miglioramento, ma...

Per ridurre dispersione e abbandono scolastico, il governo italiano è intervenuto nel 2013 con un decreto, poi convertito in legge. Il provvedimento provava ad allargare l'offerta di attività didattiche, almeno in via sperimentale. A partire dagli alunni delle primarie e dalle aree a maggior rischio di evasione scolastica, l'obiettivo era tenere aperte le scuole oltre l'orario, ma anche promuovere le attività sportive.

11,4 milioni stanziati dal decreto nel 2014 per ampliare l'offerta didattica.

Successivamente, la commissione cultura e istruzione ha avviato un'indagine conoscitiva sulle strategie per ridurre la dispersione. In questa sede sono state portate all'attenzione del parlamento diverse istanze. Dalla necessità di contrastare il fenomeno a partire dalla scuola dell'infanzia, al ripensamento della stessa formazione degli insegnanti. Fino al ruolo dell'apprendimento della lingua nell'integrazione dei ragazzi di origine straniera, tra i più soggetti al fenomeno.

Nel frattempo, come sono andati gli abbandoni in Italia?

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 11 Ottobre 2018)

Dal 2008 ad oggi, il dato italiano (come quello dei maggiori partner europei) è migliorato. In quell'anno i giovani tra 18 e 24 anni che avevano al massimo la licenza media e non erano inseriti in nessun percorso di formazione erano quasi il 20% del totale. Da allora questo valore è migliorato costantemente, per poi assestarsi attorno al 14% negli ultimi due anni.

Da un lato quindi l'Italia ha superato il target nazionale, dall'altro, resta ancora abbastanza lontana la soglia del 10%. È stata invece superata dalla Francia (8,9%), e pressoché raggiunta da Germania (10,1%), Regno Unito (10,6%) e Unione europea nel suo complesso.

Ma sul risultato nazionale pesano delle profonde differenze territoriali. Alcune aree del paese hanno raggiunto (o quasi) l'obiettivo europeo: nord-est (10,3% nel 2017), nord-ovest (11,9%), centro (10,7%). Nell'Italia meridionale invece gli abbandoni sono ancora al 18,5%.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 16 Ottobre 2018)

La maggiore difficoltà del sud del paese si può leggere anche da un altro punto di vista.

Dal 2009 al 2017, il nostro paese ha recuperato circa 5 punti percentuali, passando dal 19 al 14%. Ma lo ha fatto con velocità differenti tra le diverse aree. Il mezzogiorno già all'inizio della rilevazione mostrava una quota di abbandoni più alta (23%), però anche il nord-ovest era quasi al 20%. In 8 anni, quest'ultimo è sceso di oltre 7 punti (arrivando all'11,9%), mentre il mezzogiorno, che pure ha avuto una contrazione significativa (-4,5 punti), rimane al 18,5%.

Ancora tanti abbandoni nelle isole, in Campania e in Puglia

Il dato regione per regione mostra che nelle due isole, Sardegna e Sicilia, la quota di giovani che abbandonano prematuramente gli studi supera il 20%. Poco sotto il 20% anche Campania (19,1%) e Puglia (18,6%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 16 Ottobre 2018)

Esclusa la Calabria (16%), tutte le altre regioni si trovano sotto la media italiana del 14%. Le regioni con meno abbandoni sono Abruzzo (7,4%), Umbria (9,3%) ed Emilia Romagna (9,9%). Poco sopra l'obiettivo europeo anche Marche (10,1%) e Friuli Venezia Giulia (10,3%).

Dal 2013, anno in cui il governo emanò il decreto contro la dispersione, i miglioramenti maggiori si sono registrati in Valle d'Aosta (-5,7 punti percentuali), Toscana (-5,3), Emilia Romagna (-5,2), Sicilia (-4,5) e Piemonte (-4,4).

Alcune province in controtendenza

Dai dati regionali emerge una maggiore difficoltà nel mezzogiorno, in particolare nelle isole. Nonostante negli ultimi anni il fenomeno dell'abbandono si sia ridotto in modo generalizzato, le grandi regioni del sud ancora presentano percentuali prossime al 20%.

Ma questo dato è vero in tutti i territori di quelle regioni? Possiamo verificarlo attraverso i dati sulle singole province, recentemente elaborati da Svimez a partire dai dati Istat.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Svimez e Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 11 Settembre 2018)

Nella regione con più abbandoni, la Sardegna, i dati per provincia fanno emergere profonde differenze territoriali. Sud Sardegna, Nuoro e Sassari confermano il valore regionale, attestandosi sopra il 20%. Anche la città metropolitana di Cagliari è poco distante da quella cifra (19,1%). Al contrario, in completa controtendenza con il dato regionale, la provincia di Oristano ha una quota di abbandoni inferiore al 10%.

8,7% la quota di giovani tra 18 e 24 anni con la sola licenza media nella provincia di Oristano.

In Sicilia, l'altra regione dove l'abbandono scolastico è più presente, Caltanissetta e Catania superano il 25%, e anche altre province mostrano valori molto alti. In particolare Ragusa (23,8%), Enna (22,9%), la città metropolitana di Palermo (20,4%) e Trapani (20,3%). Messina e Agrigento, pur mantenendosi sopra la media nazionale, presentano una quota di abbandoni più contenuta, attorno al 16%. In Campania, a fronte di un dato medio regionale del 19%, si va dal 22% di Napoli a realtà come Avellino dove i giovani con solo la licenza media sono meno dell'8% del totale.

Anche in regioni più virtuose possono convivere profonde differenze. In Toscana (dato medio regionale 10,9%), quasi tutte le province hanno una percentuale di abbandoni inferiore al 10%, ad esempio a Firenze (6,4%), Pistoia (8,3%), Pisa (8,50%) e Grosseto (8,8%). Al contrario Siena (18,5%) e soprattutto Arezzo (22%) presentano valori più simili alle province del mezzogiorno. In Liguria, analogamente, convivono Imperia (22,3%) e La Spezia, con una quota di abbandoni inferiore al 5%.

I limiti dell'indicatore attuale

Misurare gli abbandoni attraverso la quota di giovani che ha al massimo la terza media è la scelta metodologica che meglio ci consente di fare confronti, dal livello europeo a quello regionale, fino a scendere su scala locale. Ci sono però alcuni limiti che non vanno trascurati:

  1. questo metodo ci offre un punto di vista retrospettivo sugli abbandoni scolastici, ex post, ma per avere contezza del fenomeno nella sua evoluzione dovremmo monitorare il percorso scolastico del singolo studente, anno per anno;
  2. l'indicatore valuta come abbandono il mancato conseguimento di un titolo (il diploma superiore), ma gli esperti hanno sottolineato in diverse occasioni come questo criterio sia spesso insufficiente. A parità di titolo conseguito, infatti, si registrano livelli di competenza molto diversi tra gli studenti. Il raggiungimento del diploma, da solo, non necessariamente certifica che il rischio di fallimento formativo sia stato davvero evitato;
  3. per questo indicatore, che pure offre una discreta profondità locale, i dati comunali non esistono, se non risalenti al censimento. Nel contesto attuale, in cui il nostro paese sta cercando di raggiungere l'obiettivo europeo, possiamo fotografare la situazione comunale al 2011, ma non analizzare le più recenti evoluzioni sul territorio. Un limite enorme per comprendere davvero il fenomeno in un paese di profonde differenze territoriali, come l'Italia.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati è Istat.

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Governo Conte, da chi è composto il nuovo esecutivo https://www.openpolis.it/governo-conte-da-chi-e-composto-il-nuovo-esecutivo/ Fri, 01 Jun 2018 15:43:14 +0000 http://www.openpolis.it/?p=25782 Con il giuramento del presidente del consiglio e dei ministri, entra in carica il primo governo della XVIII legislatura.

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Si è svolta al Quirinale la cerimonia con cui il presidente del consiglio dei ministri e i ministri hanno prestato giuramento. Ecco la lista dei componenti del governo Conte.

Presidente del Consiglio
Giuseppe Conte, professore ordinario di diritto privato all’università di Firenze, era già stato indicato, prima delle elezioni, dal Movimento 5 stelle come possibile ministro della pubblica amministrazione.

Ministeri con portafoglio

Ministro degli Interni e vice presidente del consiglio
Matteo Salvini, segretario della Lega ed ex parlamentare europeo. Alle recenti elezioni politiche è stato eletto al senato. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro dello Sviluppo Economico e Lavoro e vice presidente del consiglio
Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 stelle. È stato eletto per la prima volta in parlamento nella XVII legislatura, quando ha ricoperto la carica di vice presidente di aula alla camera. È stato rieletto, sempre a Montecitorio lo scorso 4 marzo. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro dell’Economia
Giovanni Tria, preside della facoltà di economia di Tor Vergata.

Ministro degli Esteri
Enzo Moavero Milanesi, già ministro degli affari europei con i governi Monti e Letta.

Ministro della Difesa
Elisabetta Trenta, esperta in materia di politica di difesa e sicurezza. Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni.

Ministro della Giustizia
Alfonso Bonafede (M5s), deputato. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stato eletto anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro della Salute
Giulia Grillo (M5s), deputato. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stata eletta anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro dell’Ambiente
Sergio Costa, generale dei carabinieri (già corpo forestale dello stato). Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni.

Ministro dell’Agricoltura e del Turismo
Gian Marco Centinaio (Lega), senatore. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stato eletto anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture
Danilo Toninelli (M5s), senatore. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stato eletto anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro dell’Istruzione
Marco Bussetti, già insegnante di educazione fisica e dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia.

Ministro dei Beni Culturali
Alberto Bonisoli, è direttore della Nuova accademia di belle arti di Milano. Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni.

Ministeri senza portafoglio

Ministro degli Affari Regionali
Erika Stefani (Lega), senatrice. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stata eletta anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro del Sud
Barbara Lezzi (M5s), senatrice. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stata eletta anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro della Pubblica Amministrazione
Giulia Bongiorno (Lega), senatrice. È stata presidente della commissione giustizia della camera nella XVI legislatura, ed è al suo terzo mandato parlamentare. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro ai Disabili e alla Famiglia
Lorenzo Fontana (Lega), deputato. Ex parlamentare europeo, è attualmente vice sindaco del comune di Verona. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro ai rapporto con il parlamento e la democrazia diretta
Riccardo Fraccaro (M5s), deputato. È alla sua seconda esperienza in parlamento, essendo stato eletto anche nella XVII legislatura. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ministro degli Affari Europei
Paolo Savona, oltre ad altre numerose cariche pubbliche e private è stato ministro dell’industria del governo Ciampi.

Sottosegretari

Presidenza del Consiglio dei ministri
Giancarlo Giorgetti (Lega), deputato. È stato eletto per la prima volta in parlamento nel 1996, ed è ora al suo sesto mandato. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Guido Guidesi (Lega), deputato. Al suo secondo mandato in parlamento, in passato è stato anche consigliere comunale. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Vincenzo Santangelo (M5s), senatore. È al suo secondo mandato a Palazzo Madama. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Simone Valente (M5s), deputato. È al suo secondo mandato a Montecitorio, avrà la delega ai rapporti con il parlamento e la democrazia diretta. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Mattia Fantinati (M5s), deputato. È al suo secondo mandato a Montecitorio, avrà la delega alla pubblica amministrazione. Vedi la sua scheda openparlamento.

Stefano Buffagni (M5s), deputato. Al suo primo incarico in parlamento, in passato è stato consigliere regionale in Lombardia. Avrà la delega agli affari regionali e autonomie. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Giuseppina Castiello (Lega), deputata. Al suo quarto mandato in parlamento, in passato è stata anche consigliere regionale in Campania. Avrà la delega al sud. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Vincenzo Zoccano (M5s), presidente del forum italiano sulla disabilità. Era candidato al collegio uninominale di Trieste, risultando non eletto.

Luciano Barra Carracciolo (Indipendente), magistrato. Avrà la delega agli affari europei.

Vito Claudio Crimi (M5s), senatore. Al suo secondo mandato a Palazzo Madama, avrà la delega all’editoria. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Vincenzo Spadafora (M5s), deputato. Al suo primo mandato in parlamento. Avrà la delega alle pari opportunità e giovani. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Affari esteri e cooperazione internazionale
Emanuela Claudia Del Re (M5s), deputata. Al suo primo mandato in parlamento. Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni.

Manlio Di Stefano (M5s), deputato. Al suo secondo mandato a Montecitorio. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Ricardo Antonio Merlo (Maie), senatore. Al suo quarto mandato in parlamento. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Guglielmo Picchi (Lega), deputato. Al suo quarto mandato in parlamento. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Interno
Stefano Candiani (Lega), senatore. Al suo secondo mandato in parlamento, è stato sindaco di Tradate. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Luigi Gaetti (M5s). È stato parlamento nella scorsa legislatura, membro del senato.

Nicola Molteni (Lega), deputato. È al suo terzo mandato a Montecitorio. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Carlo Sibilia (M5s), deputato. È al suo secondo mandato a Montecitorio. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Giustizia
Vittorio Ferraresi (M5s), deputato. È al suo secondo mandato a Montecitorio. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Jacopo Morrone (Lega),  deputato. È alla sua prima esperienza in parlamento. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Difesa
Angelo Tofalo (M5s), deputato. È al suo secondo mandato a Montecitorio. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Raffaele Volpi (Lega), deputato. È al suo terzo mandato in parlamento, nella scorsa legislatura è stato senatore.Vedi la sua scheda su openparlamento.

Economia e finanze
Massimo Bitonci (Lega), deputato. È la sua terza volta in parlamento, in passato è stato sindaco sia di Cittadella che di Padova. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Laura Castelli (M5s), deputata. È al suo secondo mandato in parlamento. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Massimo Garavaglia (Lega), deputato. È al suo quarto mandato parlamentare, in passato è stato assessore all’economia in regione Lombardia. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Alessio Mattia Villarosa (M5s), deputato. È al suo secondo mandato in parlamento. Vedi la sua scheda in parlamento.

Sviluppo Economico
Andrea Cioffi (M5s), senatore. È al suo secondo mandato in parlamento. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Davide Crippa (M5s), deputato. È al suo secondo mandato in parlamento. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Dario Galli (Lega), deputato. Al suo quarto mandato in parlamento, è stato presidente dalla provincia di Varese. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Michele Geraci (Indipendente). Professore di economia esperto di Cina. Vedi la sua biografia.

Politiche Agricole alimentari e forestal
Franco Manzato (Lega), deputato. Al suo primo mandato in parlamento, è stato assessore regionale in Veneto. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Alessandra Pesce (M5s). Dirigente di ricerca presso il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (CREA). Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni.

Ambiente, tutela del territorio e del mare
Vannia Gava (Lega), deptutata. Al suo primo mandato in parlamento, è stata assessore comunale a Sacile. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Salvatore Micillo (M5s), deputato. Al suo secondo mandato a Montecitorio. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Infrastrutture e Trasporti
Michele Dell’Orco (M5s). Nella scorsa legislatura era stato eletto deputato.

Edoardo Rixi (Lega), deputato. Al suo secondo mandato in parlamento, è stato assessore regionale in Liguria. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Armando Siri (Lega), senatore. È al suo primo mandato in parlamento. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Lavoro e le politiche sociali
Claudio Cominardi (M5s), deputato. È al suo secondo mandato in parlamento. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Claudio Durigon (Lega), deputato. È al suo primo mandato in parlamento. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Istruzione, Università e Ricerca
Lorenzo Fioramonti (M5s), deputato. È al suo primo mandato in parlamento. Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Salvatore Giuliano (M5s), dirigente scolastico. Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni.

Beni e attività Culturali e il turismo
Lucia Borgonzoni (Lega), senatrice. Al suo primo mandato in parlamento. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Gianluca Vacca (M5s), depuatato. È al suo secondo mandato a Montecitorio. Vedi la sua scheda su openparlamento.

Salute
Armando Bartolazzi (M5s), dirigente medico. Faceva parte della squadra di governo presentata dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni.

Maurizio Fugatti (Lega), deputato. Al suo terzo mandato a Montecitorio. Vedi la sua scheda su openparlamento.

 

Foto credit: Quirinale – Licenza

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Con quale maggioranza nasce il governo https://www.openpolis.it/quale-maggioranza-nasce-governo/ Tue, 06 Mar 2018 14:06:00 +0000 http://www.openpolis.it/?p=22508 A dispetto delle numerose formule ipotizzate, sono poche le opzioni per formare una maggioranza di governo. Vediamo quali, Costituzione e precedenti alla mano.

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Le elezioni ci consegnano un parlamento senza maggioranza chiara. Nonostante l’affermazione di M5s (primo partito) e Lega (partito maggioritario della coalizione più votata), nessuno ha i numeri per governare da solo. Sarà quindi necessario trovare un accordo post-elettorale per dare vita a un esecutivo. Per settimane si sono rincorse ipotesi sulla formula politica più adatta per uscire dall’impasse: chi auspicava un governo del presidente, chi di scopo, chi ne prefigurava uno di larghe intese o ancora di unità nazionale. Opzioni a cui se ne possono aggiungere altre, più o meno fantasiose, tipiche del gergo parlamentare: dal governo tecnico a quello “a termine”, dal governissimo a quello istituzionale, dal governo di decantazione a quello balneare o di transizione.

Un governo non può essere “di scopo”, quando entra in carica deve occuparsi di tutte le questioni.

In molti casi si tratta di formule vuote, quando non addirittura fuorvianti. Ad esempio l’espressione di scopo lascia intendere che un governo possa essere vincolato ad un unico obiettivo, come la riforma della legge elettorale, senza occuparsi di nient’altro. Non è così naturalmente. Dal momento che un esecutivo entra in carica non solo può, ma deve affrontare tutte le questioni. Politiche economiche, sociali, migratorie, affari esteri: nessun ambito può essere precluso all’attività di un governo legittimamente in carica.

Altrettanto scorretta è l’espressione governo del presidente. Nel nostro sistema istituzionale tutti i governi sono di nomina presidenziale, sulla base dell’articolo 92 della costituzione:

(…) Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

Quindi è senza fondamento qualsiasi distinzione tra governi eletti dal popolo e governi nominati dal presidente della Repubblica, magari immaginando questi ultimi come attentati alla democrazia. Nei sistemi parlamentari le elezioni politiche determinano i rapporti di forza in parlamento. Il capo dello stato sceglie come presidente del consiglio chi ha più probabilità di formare una maggioranza di governo, sulla base dei numeri nelle due camere. Anche la previsione di candidati premier è una forzatura: il ruolo attribuito dalla costituzione al Quirinale è decisivo, soprattutto in assenza di una maggioranza chiara.

Nello scegliere il presidente del consiglio designato il capo dello stato deve identificare una figura che ritiene possa ottenere la fiducia del parlamento.
Vai a "Il ruolo del presidente della repubblica nella nomina del governo"

Altra espressione fuorviante è quella di governo tecnico. In un sistema parlamentare tutti i governi sono politici perché per entrare in carica hanno bisogno della fiducia del parlamento. Quindi per quanto i ministri possano non essere dei politici di professione, la maggioranza che li sostiene è necessariamente politica.

Sulla base di questi punti fermi, le opzioni per formare una maggioranza di governo sono molte meno di quelle ipotizzate finora. Proviamo a spiegare quelle più significative, anche guardando ai precedenti storici.

61 governi formati in 17 legislature

Le maggioranze attorno alla Dc nella prima Repubblica

Con il sistema proporzionale della prima Repubblica, le coalizioni erano imperniate intorno al partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana. Gli alleati di governo cambiavano in base alla fase politica, che segnava il colore politico delle maggioranze: centriste negli anni ’50, di centrosinistra negli anni ’60, pentapartito negli anni ’80. Quando per varie ragioni non era possibile formalizzare un accordo di governo, si ricorreva al governo di minoranza, cioè un esecutivo che si regge sulla fiducia esplicita di una minoranza di parlamentari. Anche se raro quindi, non sarebbe una soluzione inedita per il parlamento italiano. Nella prima Repubblica è successo a 6 governi di entrare in carica senza disporre della maggioranza assoluta in nessuna delle due camere, reggendosi sull’astensione o l’assenza di un numero decisivo di parlamentari. Spesso si trattava di governi monocolore, composti solo da esponenti democristiani, destinati a durare meno di un anno e a gestire momenti di transizione, specialmente post-elettorali. Quindi una soluzione inserita in un preciso sistema politico, non necessariamente replicabile oggi. In ogni caso non avere una maggioranza esplicita impone di averne una implicita: per varare un simile governo serve che un certo numero di parlamentari si astenga o abbandoni l’aula. Comportamenti che devono essere concordati, e che presuppongono di fatto un accordo politico.

Il bipolarismo nella seconda Repubblica

Il formato della competizione elettorale nella seconda Repubblica era bipolare. Due coalizioni di centrodestra e centrosinistra, in alcune fasi onnicomprensive della rispettiva area politica, si contendevano alternativamente la guida del paese con un proprio candidato premier dichiarato in precedenza e un programma comune. L’esito delle elezioni, con il sistema maggioritario, erano governi di coalizione che – almeno all’inizio della legislatura – rispecchiavano l’alleanza stabilita prima delle elezioni. Quella fase politica si è interrotta prima con il governo Monti, con la convergenza di Pd, Pdl e centristi nella stessa maggioranza. Successivamente, l’emergere di un terzo attore nelle elezioni 2013 (il M5s) ha archiviato la logica bipolare della seconda Repubblica.

Le larghe intese e la fase di transizione (2011-2018)

Il governo Monti è stato uno spartiacque nell’archiviazione della fase storica precedente. In primo luogo, dimostra come i confini tra le formule siano sfumati, e spesso fuorvianti. È passato alle cronache come governo tecnico per la composizione dei suoi ministri, ma come abbiamo già visto questa definizione è in parte scorretta. Inoltre aveva elementi sia del governo di unità nazionale (nato in una situazione di emergenza, raccoglieva un consenso quasi totale nelle camere), sia di quello di larghe intese (per la convergenza di destra e sinistra parlamentare su un programma comune di riforme). Una formula, quest’ultima, che è stata replicata anche nella XVII legislatura. La legislatura che si è appena conclusa, dopo il tentativo fallito di Bersani di formare un governo di minoranza, è stata avviata da un governo di larghe intese (o grande coalizione) guidato da Enrico Letta (Pd) e composto da ministri democratici, del Pdl e centristi. In questo tipo di esecutivi i contraenti sono solitamente i due partiti maggiori (o comunque due schieramenti diversi), contrapposti alle elezioni, che si accordano per superare una situazione di ingovernabilità. La scissione del Pdl in Forza Italia e Nuovo centrodestra ha reso la situazione più spuria, dal momento che uno dei due maggiori contraenti era uscito dall’accordo di governo. Ma il sistema politico di questi anni è stato dominato da coalizioni con il Pd nel ruolo di partito pivotale della maggioranza di governo. Questa fase politica si è conclusa con le elezioni di domenica, e ora resta da capire quale tipo di maggioranza si profilerà.

Nelle prossime settimane saranno le trattative tra partiti e le scelte del capo dello stato a determinare verso quale soluzione andrà il paese. Quello che si può già dire è che il governo che ne uscirà, qualunque sia la formula, sarà sorretto da una maggioranza politica e i suoi unici limiti saranno quelli previsti dalla costituzione e dalle leggi.

 

Foto credit: Quirinale – Licenza

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