Ambiente Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/cosa/clima-e-ambiente/ Wed, 18 Jun 2025 13:55:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Come incide il consumo di suolo in Abruzzo, tra costa e aree interne https://www.openpolis.it/come-incide-il-consumo-di-suolo-in-abruzzo-tra-costa-e-aree-interne/ Wed, 18 Jun 2025 10:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=301096 In regione il fenomeno ha dimensioni inferiori rispetto alla media nazionale, ma ci sono aree in cui colpisce in modo rilevante. In mancanza di un quadro nazionale coeso, c’è una legge regionale che regola il consumo di suolo.

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Il consumo di suolo in Italia è in costante crescita e questo è un elemento preoccupante alla luce dell’importanza che questa risorsa ricopre per gli ecosistemi e le economie. Nonostante stanziamenti specifici come il fondo di contrasto al consumo di suolo, la mancanza di un quadro legislativo nazionale univoco rende molto complessa anche soltanto l’adozione di una definizione condivisa sulla sua misurazione.

In questo senso, l’Abruzzo (come altre regioni italiane) si è dotata di una propria legge per regolamentare il recupero del patrimonio edilizio esistente, un passo importante per la pianificazione territoriale futura e per la limitazione del processo di impermeabilizzazione del suolo. Per quanto l’incidenza di superficie coperta artificialmente nella regione sia inferiore alla media italiana, si tratta comunque di un fenomeno in crescita. Come vedremo, l’incidenza varia particolarmente tra i centri urbani e le aree interne della regione.

Cos’è il consumo di suolo

In base alla definizione fornita dall’Ispra, per suolo consumato si intende la copertura artificiale del terreno, sia essa permanente o temporanea. Per effettuare le rilevazioni statistiche, viene utilizzata una metodologia che deriva da questa definizione. Questa però non ha una valenza per scopi di pianificazione urbanistica riconosciuta a livello nazionale. Come infatti puntualizzato sempre da Ispra, la mancanza di un quadro legislativo coeso fa sì che la perimetrazione delle coperture artificiali non sia condivisa e a livello regionale ci siano diverse leggi con numerose differenze tra loro. Risulta quindi più complesso contrastare il fenomeno, anche alla luce degli obiettivi europei delineati nella soil strategy.

In questo contesto, anche in considerazione della disomogeneità delle azioni sul territorio, sarebbe importante arrivare all’approvazione di una legge nazionale sul consumo di suolo in conformità agli indirizzi europei, che affermi i principi fondamentali di riuso, rigenerazione urbana, ripristino degli ecosistemi degradati e azzeramento del consumo di suolo netto, sostenendo con misure positive il futuro dell’edilizia e la tutela e la valorizzazione dell’attività agricola.

L’Abruzzo è una delle regioni che ha adottato una propria legge regionale, con l.r. 40/2017 “Disposizioni per il recupero del patrimonio edilizio esistente”. Con questa norma ha definito gli ambiti di applicazione, i possibili interventi di recupero e i requisiti tecnici per implementarli.

Stando alla valutazione di impatto rilasciata dal dipartimento territorio-ambiente, nel periodo compreso tra il 1 gennaio e il 31 ottobre 2023 sono pervenute soltanto 41 note di riscontro, in cui si registrano 101 interventi di recupero. La provincia che ne riporta di più è quella dell’Aquila (44), seguita da Chieti (33), Pescara (15) e Teramo (9).

Date queste premesse, è comunque possibile valutare il fenomeno con dati confrontabili a vari livelli territoriali grazie al lavoro effettuato appunto da Ispra per monitorare l’avanzamento della copertura del suolo. In Italia al 2023 il suolo consumato risulta pari a 21.578 ettari.

7,16% suolo consumato al 2023 a livello nazionale.

Si tratta di un valore in costante crescita dal 2006, quando la percentuale era pari al 6,73%. L’aumento a livello nazionale viene ritenuto da Ispra elevato e preoccupante.

La lettura dei principali indicatori per il livello regionale e nazionale riporta una tendenza che sarà difficile da contenere in ottica degli obiettivi di sviluppo sottoscritti dal nostro Paese in ambito comunitario e internazionale. La densità con la quale avvengono i cambiamenti continua ad attestarsi su livelli preoccupanti, nonostante diminuisca il territorio a disposizione e cresca la competizione per i suoli naturali per effetto della richiesta del comparto agricolo e del settore energetico.

Anche in Abruzzo ha registrato un incremento dal 2006 al 2023 corrispondente a 3.994 ettari. A livello di incidenza percentuale di suolo consumato, la situazione è piuttosto eterogenea nel momento in cui si analizza a livello regionale.

Per consumo di suolo si intende la variazione da una copertura non artificiale a una copertura artificiale (definita come “suolo consumato”). Può essere permanente o reversibile.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Ispra
(consultati: mercoledì 21 Maggio 2025)

La regione italiana che riporta l’incidenza di consumo di suolo maggiore è la Lombardia (12,19%), seguita da Veneto (11,86%), Campania (10,57%) ed Emilia-Romagna (8,91%). Tre di queste aree si trovano a cavallo della Pianura Padana, l’area nella quale nell’ultimo anno (tra il 2022 e il 2023) si sono registrati i cambiamenti maggiori all’interno del paese. A registrare invece l’incidenza minore Basilicata (3,21%), Trentino-Alto Adige (3,02%) e Valle d’Aosta (2,16%). In questo scenario, l’Abruzzo riporta un valore di circa due punti percentuale in meno rispetto alla media nazionale (5,03%). Sono in tutto 54.313,8 gli ettari in cui vi è una copertura artificiale.

Ci sono delle aree della regione più colpite da questo fenomeno. A livello provinciale, Pescara è il territorio che presenta le percentuali maggiori (7,2%), a cui seguono Teramo (6,65%), Chieti (6,33%) e L’Aquila (3,17%). A livello di comuni capoluogo, è sempre Pescara a registrare il dato più alto: poco più della metà del suolo disponibile risulta consumato con coperture artificiali (51,59%). Valori inferiori.a Chieti (21,18%), Teramo (9,98%) e L’Aquila (5,44%).

Per consumo di suolo si intende la variazione da una copertura non artificiale a una copertura artificiale (definita come “suolo consumato”). Può essere permanente o reversibile.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Ispra
(consultati: mercoledì 21 Maggio 2025)

Mano a mano che ci si allontana dalle zone polo della regione, diminuisce il consumo di suolo. Queste infatti riportano un’incidenza del 10,34% mentre le zone cintura registrano il 6,42%, i comuni intermedi il 4,11%, le aree periferiche il 3,85% e quelle ultraperiferiche il 2,22%. Nel contesto della regione spiccano anche i comuni litoranei (17,45%) rispetto al resto dei territori (4,24%). Si tratta di aree a forte vocazione turistica, come abbiamo avuto modo di analizzare in passato, ma anche di zone in cui vi è una maggiore densità abitativa rispetto alla montagna.

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Foto: Wikimedia (licenza)

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I dati per modellare la comunità energetica del Quarticciolo a Roma https://www.openpolis.it/i-dati-per-modellare-la-comunita-energetica-del-quarticciolo-a-roma/ Tue, 25 Mar 2025 16:30:22 +0000 https://www.openpolis.it/?p=300176 Nell'ambito del progetto Energy4All, la Fondazione Openpolis sta realizzando uno studio sulla demografia e l'edilizia del quartiere della capitale. Lo scopo è fornire elementi utili per comprendere la potenzialità e fattibilità per la comunità energetica locale.

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Analizzare le caratteristiche socio-demografiche e immobiliari di un territorio per comprendere potenzialità e fattibilità ai fini della costruzione di una comunità energetica.

È questo, in estrema sintesi, il ruolo della Fondazione Openpolis in Energy4All, un progetto di ricerca transeuropeo che vuole esplorare il ruolo delle comunità nell’implementazione delle cosiddette comunità energetiche rinnovabili (Cer).

Una comunità energetica è composta da utenti che producono, gestiscono e utilizzano l’energia di uno o più impianti locali. Questa forma di autoconsumo avviene attraverso l’adesione volontaria a un soggetto giuridico.
Vai a “Cosa sono le comunità energetiche”

La sfida del Quarticciolo a Roma

Nell’ambito di Energy4All, Openpolis sta conducendo un’analisi del Quarticciolo, un quartiere della periferia est di Roma.

Attraverso l’esplorazione dei dati demografici ed edilizi di quel territorio, è infatti possibile comprendere meglio le condizioni a favore (o svantaggio) per lo sviluppo di una comunità energetica. Questo permette di avere informazioni preliminari alle strategie necessarie per affrontare la povertà energetica e migliorare gli sforzi per la sostenibilità del territorio.

Un’analisi di contesto può essere utile a rafforzare sia le strategie che l’attivismo.

Inoltre, un’analisi di contesto può anche arricchire il lavoro della comunità residente attiva nel quartiere della capitale.

Il Quarticciolo, infatti, è un quartiere popolare caratterizzato da una forte identità storica e politica, legata alla sua origine (nel periodo fascista) e soprattutto alla sua successiva storia di resistenza (nell’ultima guerra mondiale) e di lotte sociali.

Questo background produce da anni una comunità solida e vivace, che ha fatto parlare di sé anche nelle ultime settimane, in relazione alla mobilitazione dei residenti contro il governo Meloni, che l’ha scelto tra le periferie italiane alle quali applicare il cosiddetto “modello Caivano”.

In questo contesto, studiare i dati dettagliati del censimento può fornire l’accesso a informazioni sui modelli di consumo, sulla sostenibilità ambientale e in generale sulle condizioni generali degli edifici.

Inoltre, la comprensione delle caratteristiche socio-demografiche del quartiere aiuta a identificare i servizi essenziali, in modo che la popolazione possa poi valutare se e quanto debbano essere prioritari all’interno della comunità energetica.

Le due direttrici su demografia ed edilizia

Sono due gli ambiti di studio dei dati: quello sulle caratteristiche socio-demografiche della popolazione, elaborati a partire dal censimento permanente del 2021, e quello sulle condizioni degli edifici del quartiere, la cui fonte è l’ultimo censimento generale del 2011. È bene evidenziare che nonostante questi ultimi dati non siano recenti, sono comunque attuali perché l’area non ha subito significative trasformazioni urbane negli ultimi anni.

L’analisi dei dati in corso riguarda sia la demografia che l’edilizia del quartiere romano.

Per costruire uno studio di fattibilità (tuttora in corso) per la comunità energetica del Quarticciolo vengono analizzati dati del censimento sub-comunale.

Si tratta di set di dati elaborati da Istat, che suddivide il comune di Roma in unità territoriali di dimensioni anche molto ridotte, ciascuna delle quali comprende un numero limitato di edifici. Quarticciolo, che fa parte della zona urbanistica di Alessandrina (quinto municipio), aggrega alcune di queste micro-zone.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Istat

Attraverso un’analisi dettagliata dell’area sub-comunale del Quarticciolo, sia dal punto di vista del panorama socio-economico che di quello legato alle alle infrastrutture edilizie, Energy4All mira a favorire la creazione di una comunità energetica sostenibile che affronti la povertà energetica e sia al tempo stesso prodotto del protagonismo della comunità residente nel quartiere.

Mentre scriviamo l’analisi è ancora in corso. L’approfondimento sui dati sarà restituito alla comunità del Quarticciolo, in modo da poter essere utile, eventualmente, al rafforzamento della comunità energetica del quartiere romano.

Foto: Wikicommons

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L’Italia è il paese europeo che ha inviato più delegati alla Cop 29 https://www.openpolis.it/litalia-e-il-paese-europeo-che-ha-inviato-piu-delegati-alla-cop-29/ Fri, 29 Nov 2024 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=296522 Oltre 52mila persone hanno partecipato in Azerbaigian alla conferenza delle parti sul clima. Un’analisi delle figure presenti in veste di rappresentanti delle parti, ma anche di osservatori e facilitatori del processo.

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Si è appena conclusa la ventinovesima conferenza delle parti (Cop) che si è tenuta a Baku, in Azerbaigian. In due settimane si sono discusse al tavolo delle parti tematiche riguardanti l’energia, la finanza e la sostenibilità, in continuità rispetto a quanto era stato fatto l’anno precedente a Dubai. L’esito del meeting non è stato interpretato in modo univoco dal dibattito pubblico.

Nel corso della conferenza, si prendono delle decisioni formali che possono essere legalmente vincolanti oppure no a seconda della presenza di una clausola abilitante sotto la quale si stipula il trattato. Un esempio tra i più discussi a livello di opinione pubblica è appunto il New Collective Quantified Goal, l’accordo sui finanziamenti dei paesi ricchi in favore di paesi in via di sviluppo che ammonta a 300 miliardi di dollari statunitensi annuali. Queste somme andranno stanziate con lo scopo di sostenere la transizione ecologica e le politiche di adattamento climatico. L’obiettivo finale è quello di sostenere la finanza di quei paesi per 1.300 miliardi all’anno entro il 2035, circa cinque volte in meno rispetto alle necessità stimate. Ma a Cop ultimata non si raggiungono sempre degli accordi chiari, come sugli elementi chiave per la transizione dai combustibili fossili.

Ma chi partecipa nello specifico alle Cop? Spesso si parla nel dibattito pubblico dei politici, dei diplomatici e dei rappresentanti dei governi nazionali ma non sono i soli che possono prendere parte all’evento. Ci sono molte altre persone che hanno lo scopo di orientare in qualche modo il risultato finale tra cui membri di centri studi, persone appartenenti all’ambito delle organizzazioni non governative ma anche lobbisti del settore fossile, come abbiamo avuto modo di raccontare in queste settimane nell’ambito della campagna Clean the Cop.

Le partecipazioni alla Cop 29

Le conferenze delle parti vedono numerose figure al loro interno che hanno ruoli differenti. Innanzitutto, non tutti i partecipanti hanno la possibilità di intervenire all’interno dei negoziati: quello è un ruolo specifico dei rappresentanti delle parti che in questo caso sono i 196 paesi che si sono riuniti alla Cop.

Alla Cop non ci sono solo i rappresentanti delle parti.

Oltre alle parti propriamente dette, ci sono anche i partecipanti che possono prendere parte alla maggior parte dei negoziati come osservatori ma non sono autorizzati a parlare in rappresentanza dello stato che li ha nominati. Sono i possessori del party overflow badge. Sono ammesse anche le organizzazioni non governative, le organizzazioni intergovernative e quelle legate all’Onu, comprese le agenzie specializzate.

Infine, sono presenti anche dei membri della stessa segreteria delle Nazioni unite che hanno il ruolo di aiutare il buon funzionamento della conferenza sotto il profilo organizzativo e facilitare la partecipazione di coloro che non sono direttamente i rappresentanti delle parti, organizzando programmi di lavoro e incentivando momenti di dialogo tra i diversi portatori di interessi.

52.305 i partecipanti alla Cop 29.

Il numero di partecipanti online e in presenza (riportati per la Cop 29 in via provvisoria) è inferiore rispetto a quello registrato l’anno precedente alla Cop 28 di Dubai, pari a 72.088.

FONTE: elaborazione openpolis su dati della segreteria Unfccc
(consultati: martedì 26 Novembre 2024)

La maggior parte delle persone che hanno partecipato alla conferenza era formalmente registrata come rappresentante delle parti: parliamo di circa un terzo del totale, pari a 17.680 persone. Seguono i partecipanti overflow (16.305) che comprendono sia delle persone nominate dai paesi (15.478) che dei membri della segreteria e delle agenzie delle Nazioni unite (827). Presenti anche altri soggetti osservatori come membri delle Ong (9.881), delle organizzazioni intergovernative (1.029) e delle agenzie specializzate dell’Onu (671). Le presenze dei media si attestano a 3.575.

Il numero di delegati per singolo paese varia molto tra i 196 stati aderenti. Considerando sia i rappresentanti delle parti che i rappresentanti overflow, lo stato che ha nominato più persone è il paese ospitante. Sono infatti 2.229 i rappresentanti dell’Azerbaigian. Segue il Brasile (1.914), paese in cui si terrà la prossima Cop. Oltre i mille rappresentanti anche per Turchia (1.878) e Emirati Arabi Uniti (1.011). Concentrandosi invece su chi ha inviato meno delegati, si rilevano Andorra (5), Corea del Nord (5), Nicaragua (3), Niger (2) e San Marino (2).

FONTE: elaborazione openpolis su dati della segreteria Unfccc
(consultati: martedì 26 Novembre 2024)

A livello europeo invece il paese che ha nominato più delegati è l’Italia (437). Il nostro paese si attesta in tredicesima posizione sul piano mondiale. Seguono Germania (325), Danimarca (216), Grecia (212) e Portogallo (201).

Foto: Cop 29

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Le importazioni di beni energetici in Europa https://www.openpolis.it/le-importazioni-di-beni-energetici-in-europa/ Thu, 21 Nov 2024 12:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=297357 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi i paesi europei che dipendono di più dalle importazioni di energia. Ascolta […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi i paesi europei che dipendono di più dalle importazioni di energia.

4,5%

il calo dell’energia lorda tra 2021 e 2022 in Unione europea. In termini assoluti, nel 2022 si assestava a 58.461 petajoule. Con questo valore si identifica la domanda di energia di un paese o di un territorio. La fonte energetica per cui si registra il calo maggiore è il gas naturale (-13,3%), principalmente dovuto alle instabilità tra Russia e Ucraina. Rimane comunque la seconda fonte del mix energetico europeo dietro al petrolio e i suoi derivati. Vai all’articolo.

quasi 18mila petajoule

l’ammontare delle esportazioni energetiche europee nel 2022. Sono invece circa 54mila le importazioni. A livello energetico quindi nel continente europeo l’import pesa molto di più rispetto all’export. Vai all’articolo.

62,5%

la copertura delle importazioni della domanda energetica del continente nel 2022. Negli ultimi dieci anni più della metà del fabbisogno energetico europeo è stato coperto dalle importazioni. Scendendo nel dettaglio, la percentuale è andata aumentando fino al 2019 (60,5%) per poi diminuire tra 2020 e 2021, dove si è attestata al 55,5%. Vai al grafico.

97,7%

l’incidenza delle importazioni di petrolio e derivati sull’energia lorda del continente europeo nel 2022. Alte anche le importazioni di gas naturale, che coprono il 97,6% della domanda. Minore invece quella di fonti fossili solide (45,8%) su cui non è da trascurare anche una riduzione della domanda complessiva. Vai all’articolo

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i paesi europei in cui le importazioni nette coprono più del 50% del fabbisogno energetico interno. I primi tre stati europei che dipendono maggiormente dalle importazioni sono particolarmente piccoli in termini di superficie. Si tratta di Malta (99%), Cipro (92%) e Lussemburgo (91,3%). In seguito a questi tre, si trovano Paesi Bassi (80,3%), Grecia (79,6%) e Italia (79,2%). Sono in tutto 19 i paesi in cui le importazioni nette coprono più del 50% della domanda del paese. Sono invece caratterizzati dall’incidenza minore Romania (32,4%), Svezia (26,8%) e Estonia (6,2%). Vai alla mappa.

Ascolta il nostro podcast su Radio Radicale

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I paesi europei che dipendono di più dalle importazioni di energia https://www.openpolis.it/i-paesi-europei-che-dipendono-di-piu-dalle-importazioni-di-energia/ Fri, 15 Nov 2024 12:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=295857 Più del 60% del fabbisogno di beni energetici in Ue è coperto dalle importazioni. In particolare, vengono importati la maggior parte dei beni energetici di tipo fossile.

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In questi giorni è in corso a Baku, in Azerbaijan, la ventinovesima conferenza delle parti (Cop29), l’appuntamento annuale nel quale si discute lo stato degli impatti dei cambiamenti climatici e si definiscono gli impegni che ogni stato si assume per contrastarli. In particolare, al centro delle discussioni ci sono le questioni legate alla produzione e al consumo energetico degli stati aderenti alla conferenza, elementi su cui ha insistito anche l’intervento del governo italiano. D’altronde, tra i grandi paesi dell’Unione europea, l’Italia è uno di quelli che dipende di più dall’importazione di energia, sebbene questo sia un aspetto che riguarda tutti i paesi membri.

La creazione di un mix energetico sostenibile che permetta un sostegno costante ai consumi è una necessità impellente, non soltanto per quel che riguarda l’impatto sull’ambiente ma anche per evitare gli effetti di possibili instabilità geopolitiche che possono avere delle ricadute sulle importazioni di fonti fossili, come è stato per il caso della guerra in Ucraina. In questo quadro è importante comprendere, attraverso i dati disponibili, in che direzione sta andando il vecchio continente.

La dipendenza energetica

Ogni paese ha il proprio fabbisogno energetico. Questo viene rappresentato all’interno dei bilanci energetici europei dalla variabile dell’energia lorda. Per valutare quanto uno stato riesce con la propria produzione a gestire i consumi, si calcola il tasso di dipendenza energetica, che mette in relazione le importazioni nette (ovvero la differenza tra importazioni e esportazioni totali) e l’energia lorda. Questo numero, espresso in percentuale, dà un’idea generale di quanto uno stato dipenda dalle importazioni.

Se si ottiene un valore negativo, vuol dire che il paese è un esportatore netto di energia mentre se è positivo significa che è dipendente dalle importazioni. Un numero superiore al 100% indica invece che il paese sta accumulando i prodotti energetici.

Prima di entrare nel dettaglio dell’indicatore, è però utile fornire alcune informazioni di contesto. Stando ai dati Eurostat, in Unione europea, l’ammontare totale di energia lorda era nel 2022 pari a 58.461 petajoule. Si rileva un calo rispetto all’anno precedente del 4,5%. In particolare, è diminuito il fabbisogno di gas naturale (-13,3%). Si tratta di una diminuzione legata principalmente alle tensioni tra Russia e Ucraina, anche se il gas rimane la seconda fonte del mix energetico, dietro a petrolio e prodotti derivati. Un aspetto rilevante riguarda il fatto che le fonti rinnovabili sono in crescita, sorpassando i combustibili fossili solidi (come il carbone) dal 2018.

Per quel che riguarda invece importazioni ed esportazioni, nel 2022 ammontavano rispettivamente a 54.488 petajoule e 17.909 petajoule. Il continente registra un calo della produzione primaria di energia, al quale segue un incremento delle importazioni di prodotti energetici. Un aspetto che si riflette anche sull’indice di dipendenza energetica.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(consultati: martedì 12 Novembre 2024)

Negli ultimi dieci anni più della metà del fabbisogno energetico europeo è stato coperto dalle importazioni. Scendendo nel dettaglio, la percentuale è in aumento fino al 2019 (60,5%) per poi calare tra 2020 e 2021 fino al 55,5%. Nel 2022 si registra invece un ulteriore aumento, raggiungendo il 62,5%.

È possibile analizzare il dato a livello di singola fonte energetica. Nel 2022, la domanda europea più alta riguardava il petrolio e i derivati, raggiungendo i 21.523 petajoule. Le importazioni per questo tipo di prodotti ammontano al 97,7%. Per quel che riguarda il gas naturale, la domanda (pari a 12.324 petajoule) viene coperta da importazioni per il 97,6%. Parlando invece di fonti fossili solide, le importazioni coprono il 45,8% della domanda. Bisogna comunque puntualizzare che sia la produzione domestica che la domanda interna per questo ultimo tipo di prodotti è in calo.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(consultati: giovedì 14 Novembre 2024)

I primi tre stati europei che dipendono maggiormente dalle importazioni sono Malta (99%), Cipro (92%) e Lussemburgo (91,3%). Tuttavia, parliamo in tutti i casi di paesi di dimensioni molto ridotte. Subito dopo, invece, si trovano Paesi Bassi (80,3%), Grecia (79,6%) e Italia (79,2%). Sono in tutto 19 i paesi in cui le importazioni nette coprono più del 50% della domanda. Sono invece caratterizzati dall’incidenza minore Romania (32,4%), Svezia (26,8%) e Estonia (6,2%).

Il quadro complessivo quindi è quello di un continente che dipende ampiamente dalle importazioni energetiche, in particolare per i combustibili fossili che ancora compongono una parte importante del mix energetico generale dell’Unione europea.

Risulta quindi importante compiere scelte concrete per direzionare sensibilmente la produzione domestica verso fonti rinnovabili, a partire dagli impegni che i singoli stati si potranno assumere nel contesto della Cop.

Foto: Arvind Vallabhlicenza

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Inizia la Cop 29 con tanto lobbying e poca trasparenza https://www.openpolis.it/inizia-la-cop-29-con-tanto-lobbying-e-poca-trasparenza/ Tue, 12 Nov 2024 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=296525 La presenza alle Cop di un gran numero di portatori d'interesse che rappresentano grandi inquinatori solleva preoccupazioni sulla capacità di questi soggetti di frenare il processo di transizione ecologica.

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Ieri è iniziata ufficialmente a Baku la ventinovesima conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, più comunemente nota come Cop 29.

La conferenza ha lo scopo di riunire ogni anno i leader mondiali per discutere e valutare non soltanto l’andamento ma anche dell’implementazione delle misure atte a contrastare i cambiamenti climatici. Dal 2005 si ospitano infatti anche degli incontri per negoziare impegni vincolanti.

Si tratta dunque dell’evento più importante in cui i paesi si confrontano a livello multilaterale per assumere decisioni che avranno un impatto sul futuro del pianeta e delle persone che lo abitano. Inoltre ogni paese può accreditare anche soggetti non governativi a partecipare a questi momenti di confronto.

In questo scenario è cruciale assicurarsi che la politica faccia la sua parte in un quadro di completa trasparenza, evitando che decisioni cruciali per il futuro di tutti siano assunte con un occhio di riguardo nei confronti di grandi aziende che sui combustibili fossili ancora basano la gran parte del loro modello di business.

Proprio per questo Openpolis, assieme a EconomiaCircolare e A Sud, promuove la campagna Clean the Cop! Fuori i grandi inquinatori dalle conferenze sul clima con l’obiettivo che alle conferenze sul clima non siano invitate persone che difendono interessi contrari alla transizione ecologica. Un’iniziativa che ripropone in chiave nazionale le richieste della campagna internazionale Kick Big Polluters Out.

Grandi inquinatori, portatori d’interesse e conferenze sul clima

Eppure arriviamo all’inizio di questo evento così importante senza ancora conoscere la lista delle persone invitate dal governo italiano a partecipare ai lavori della conferenza.

Qual è il senso di invitare i grandi inquinatori a una conferenza sul clima?

Lista che negli anni passati ha ospitato un gran numero di portatori d’interesse di aziende legate al mondo del fossile. Realtà che come è noto per anni si sono mosse per frenare quel processo di transizione ecologica ormai non più rinviabile.

Da tempo peraltro si parla della presenza all’interno delle Cop di lobbysti del fossile e dell’effetto di freno che questi possono determinare sui governi e sulle scelte che in queste occasioni sono chiamati a compiere.

Lo scorso anno per la prima volta è diventato obbligatorio per i rappresentanti dichiarare chi rappresentano e così è venuta alla luce una realtà ben più ingombrante di quanto non fosse stato stimato fino a quel momento.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Campagna Clean the Cop
(ultimo aggiornamento: giovedì 24 Ottobre 2024)

Fino al 2022 infatti si era stimato che alle Cop 25 e 26 avessero partecipato circa 500 o 600 portatori d’interesse di grandi inquinatori. Da quando è diventato obbligatorio dichiarare chi rappresenta ciascuno dei partecipati la realtà ha però superato di gran lunga le stime fatte fino a quel momento.

2.456 il numero di portatori d’interesse che rappresentano grandi inquinatori presenti lo scorso anno alla Cop 28 di Dubai.

Viene da chiedersi quindi chi e per quali ragioni ha invitato queste figure a partecipare a una conferenza sul clima. La risposta alla prima domanda è nello stesso documento rilasciato dalle Nazioni unite. Pre quanto riguarda l’Italia ad esempio i lobbisti del fossile presenti alla Cop dello scorso anno risultano essere stati 47, di cui 40 invitati proprio dal governo italiano. Quanto al perché si tratta ancora di una questione aperta e urgente.

Una questione di responsabilità e trasparenza

Una presenza così massiccia di soggetti con interessi chiave nel mondo dell’estrazione, della raffinazione e della commercializzazione dei combustibili fossili desta una reale preoccupazione rispetto all’azione svolta da queste figure nel corso delle Cop.

Una preoccupazione che invece non sembra interessare particolarmente al governo. Infatti pur non conoscendo quanti e quali soggetti sono stati invitati alla Cop 29, in assenza di una lista pubblica dei partecipanti, bisogna immaginare che gli inviti abbiano seguito il modello dello scorso anno.

L’esecutivo è libero di invitare chi ritiene più opportuno ma è chiamato a rendere conto delle proprie decisioni.

D’altronde se la convinzione del governo è quella di star agendo nell’interesse del paese ha tutto il diritto di farlo. L’esecutivo però ha anche degli obblighi e delle responsabilità, prime tra tutte quelle di rendere conto del proprio operato ai cittadini e ai loro rappresentanti in parlamento.

Per questo ci si aspetta quanto meno che il governo si assuma la responsabilità delle proprie scelte, spiegando chi ha deciso di invitare alla conferenza delle parti sul clima e per quali ragioni.

Una scelta di trasparenza che quest’anno avverrebbe comunque in ritardo, visto che la conferenza è ormai iniziata, ma che a partire dalla Cop 30 dovrebbe avvenire con largo anticipo, in modo da permettere una concreta discussione parlamentare a compimento di un più ampio dibattito pubblico.

D’altronde se il governo ritiene che invitare grandi inquinatori a una conferenza sul clima sia appropriato e opportuno non ha che da spiegarlo.

Foto: UNclimatechange

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È urgente la bonifica dei siti di interesse nazionale https://www.openpolis.it/e-urgente-la-bonifica-dei-siti-di-interesse-nazionale/ Fri, 18 Oct 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=295839 I siti di interesse nazionale (Sin) sono aree altamente inquinate e pericolose per l’ambiente e per la salute delle comunità locali. Sono più di 40 e si trovano in quasi tutte le regioni italiane.

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Secondo un recente rapporto della corte dei conti, la bonifica dei siti di interesse nazionale (Sin) è un’urgenza che va affrontata su più livelli, in sinergia tra stato e regioni. Questa è la prima indagine di portata nazionale che indaga lo stato di alcune di queste aree, la loro gestione e le criticità. Il quadro riporta una generale mancanza di efficacia degli interventi, causato da difficoltà di coordinamento sulle bonifiche e sui risarcimenti per i danni ambientali provocati.

Oltre alle implicazioni finanziarie, è fondamentale considerare i rischi per la salute pubblica dovuti all’inquinamento, specialmente per le patologie tumorali. Dopo la bonifica dei siti inquinati, è essenziale monitorare costantemente l’ambiente e la salute pubblica per garantire l’efficacia delle misure adottate. Il coinvolgimento delle comunità locali e delle parti interessate è cruciale per il successo delle bonifiche, richiedendo trasparenza e comunicazione efficace

I siti di interesse nazionale sono delle zone considerate altamente a rischio in cui la quantità e pericolosità degli inquinanti presenti hanno un impatto sull’ambiente circostante sia sotto il profilo ecologico che sanitario. Parliamo per esempio delle aree in cui lo smaltimento dei rifiuti non è stato fatto correttamente oppure in cui ci sono stati degli incidenti che hanno provocato il rilascio di inquinanti nell’ambiente. I Sin possono ricoprire superfici molto ampie, sia su terra che su mare.

Dove si trovano i Sin

Sotto il profilo normativo, la prima norma nazionale riguardante i Sin è il decreto ministeriale 471/1999 che stabiliva le procedure e modalità per la messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati. Ad oggi, la regolazione della materia dal punto di vista degli interventi è il decreto legislativo 152/2006. I criteri inizialmente stabiliti nel decreto sono poi stati modificati con la legge 132/2012. La modifica delle caratteristiche ha dato il via nel 2013 a una ricognizione dei Sin secondo le nuove linee guida, cambiando il numero totale di queste aree sul territorio nazionale.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ispra
(consultati: lunedì 14 Ottobre 2024)

Alla fine del 2023 i Sin in Italia sono 42, un numero rimasto invariato rispetto al 2020. Ma se analizziamo gli ultimi due decenni, notiamo come il numero di queste aree sia cresciuto notevolmente fino al 2012, quando ha raggiunto un picco. Con l’introduzione dei nuovi criteri, nel 2013 i siti sono diminuiti a 39 per poi avere un ulteriore incremento, fino ai 42 attuali. L’ultimo in ordine cronologico è quello dell’Area vasta di Giugliano (Napoli), individuato nel 2020.

La regione che riporta il maggior numero di Sin è la Lombardia: ce ne sono 5 interamente compresi nel territorio della regione più un altro sito, quello di Pieve Vergonte, che si trova parzialmente anche sul territorio piemontese. Anche in Piemonte sono stati registrati 5 Sin, ma solo 4 interamente ricadenti sul territorio regionale. Seguono Toscana, Puglia e Sicilia con 4 siti e la Campania con 3. Le altre regioni italiane non ne individuano più di due (nessuno in Molise).

In Lombardia ci sono 6 Sin, non se ne registrano in Molise.

Per quel che riguarda la superficie, può variare nel tempo. Come puntualizzato da Ispra, le misurazioni possono portare alla scoperta di nuove aree contaminate o gli impatti possono estendersi con il tempo su un territorio più vasto. Complessivamente, i Sin si estendono su terra per poco meno di 149mila ettari, circa lo 0,40% del territorio del paese. Le aree su mare invece sono poco più di 77mila ettari.

I siti di interesse nazionale (Sin) sono delle zone considerate altamente a rischio in cui la quantità e pericolosità degli inquinanti presenti hanno un impatto sull’ambiente circostante sia sotto il profilo ecologico che sanitario. Come puntualizzato da Ispra, le misurazioni possono portare alla scoperta di nuove aree contaminate o gli impatti possono estendersi con il tempo su un territorio più vasto.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ispra
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Dicembre 2023)

Il sito che riporta l’estensione a terra maggiore è quello di Casale Monferrato, in Piemonte. Si estende per quasi 74mila ettari che comprendono ben 48 comuni, di cui la maggioranza (45) in provincia di Alessandria, oltre che in quelle di Vercelli (2) e Asti (1). Sull’area sono presenti materiali da costruzione che contengono amianto che provengono dallo stabilimento ex Eternit. Nelle aree vicine allo stabilimento, è stato rilevato amianto nei suoli e nei sedimenti. Il Sin è stato incluso nell’elenco con la legge 462/1998.

In Piemonte il sito con più estensione a terra, in Sardegna quello con la maggiore estensione a mare.

Quello che invece registra l’estensione a mare più ampia è quello chiamato Sulcis – Iglesiente – Guspinese in Sardegna. Comprende circa 32mila ettari di area a mare più quasi 20mila ettari a terra. Di questi ultimi, 9.100 ettari sono situati in aree minerarie. È situato tra la provincia di Sud Sardegna e l’area della città metropolitana di Cagliari. La zona è stata principalmente interessata da attività minerarie che hanno portato a progressive contaminazioni di metalli pesanti dei suoli e delle acque sotterranee. Sono anche presenti delle aree caratterizzate da inquinamento da Ipa, luoruri, idrocarburi e contaminanti legati ai clicli produttivi del cloro soda e del dicloroetano.

Foto: Antonio Sepranolicenza

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I danni economici e l’impreparazione del paese agli eventi climatici estremi https://www.openpolis.it/i-danni-economici-e-limpreparazione-del-paese-agli-eventi-climatici-estremi/ Fri, 27 Sep 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=295339 Alluvioni e disastri naturali sono in aumento e generano ingenti costi economici, oltre che ambientali. Ma in Italia solo il 5% dei danni è coperto da assicurazione.

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Le alluvioni che in questi giorni hanno coinvolto l’Emilia Romagna e la Toscana hanno riacceso i riflettori, per l’ennesima volta, sul tema degli eventi climatici pericolosi. Questi ultimi sono in aumento su scala globale, secondo la quasi totalità degli studi e degli istituti dedicati. Gli eventi estremi sono legati per lo più all’aumento delle temperature medie globali, che vede tra le cause principali le attività umane. I fenomeni anomali, che vanno dalle alluvioni alle ondate di calore, hanno una forte ricaduta anche sulla società interessate oltre che sull’ambiente colpito.

Gli eventi climatici pericolosi generano anche perdite economiche.

Come è prevedibile quindi, hanno un costo anche in termini economici. Prendendo come esempio l’Emilia-Romagna, gli eventi recenti si sono abbattuti su un territorio che già presenta delle fragilità, come abbiamo avuto modo di approfondire, sul quale da tempo avvengono alluvioni e inondazioni. Se consideriamo anche solamente l’alluvione del maggio 2023, la regione ha stimato danni che sfiorano i 9 miliardi di euro. Di questi, 1,8 riguardano interventi emergenziali per la sicurezza come la riparazione degli argini e delle strade. Le valutazioni riguardano principalmente i danneggiamenti ai privati (2,1 miliardi), alle imprese (1,2) e al comparto agricolo (1,1).

Ogni singolo evento che crea delle perdite mina la stabilità delle comunità locali ma rappresenta anche un costo per lo stato, che spesso ha un ruolo nel contribuire ad ammortizzare il peso sui privati che hanno subito dei danni. Per strutturare al meglio gli aiuti, garantire una maggiore sicurezza ai cittadini e per mettere in atto strategie di adattamento sul lungo periodo, è cruciale contestualizzare i dati locali a livello nazionale e sovranazionale.

Come si quantificano le perdite economiche per eventi climatici estremi

Al momento non esiste una metodologia condivisa su come misurare i danni economici legati strettamente ai cambiamenti climatici. L’agenzia europea per l’ambiente (Eea) ha però costruito un indicatore che permette di avere dei dati storici sulle perdite confrontabili tra i singoli paesi europei. Viene pure utilizzato nella misurazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030, all’interno del goal 13 relativo al contrasto ai cambiamenti climatici.

Le numerose cause di eventi ambientali pericolosi vengono raggruppate in tre ambiti:

  • eventi meteorologici legati a fenomeni atmosferici come le tempeste e i fulmini;
  • eventi idrologici collegati al ciclo dell’acqua, tra i quali rientrano per esempio le inondazioni;
  • eventi climatici connessi a aspetti climatologici come le ondate di calore o di freddo.

Nel 2022 sono stati circa 52,3 i miliardi di euro quantificati in Ue per queste perdite economiche, di cui il 78% è legato a fenomeni climatologici (40,9 miliardi).

650 miliardi le perdite economiche stimate in Unione europea tra il 1980 e il 2022.

I primi dati dell’indicatore economico che misura il danno fanno riferimento al 1980. Per mantenere il dato confrontabile tra gli anni, quindi, è stato ricalcolato a prezzi costanti del 2022.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eea
(consultati: giovedì 19 Settembre 2024)

Il dato del 2022 è in leggero calo rispetto a quello del 2021, dove si attestava a 59,4 miliardi di euro. Quest’ultimo è il picco più alto registrato non solo negli ultimi 20 anni ma dall’inizio della misurazione, datata 1980. Il valore di quell’anno è stato particolarmente alto per via dei danni legati al ciclo dell’acqua, pari al 77% (45,5 miliardi) delle perdite complessive.

Naturalmente, non tutti i paesi europei hanno rilevato le stesse perdite tra il 1980 e il 2022. Per avere un’idea più chiara, Eea ha calcolato per ogni stato la perdita pro capite per questo arco di tempo.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eea.
(consultati: lunedì 23 Settembre 2024)

In generale, il paese con le perdite economiche pro capite maggiori è la Slovenia (3.425 euro), seguita da Lussemburgo (2.700), Germania (2.065) e Spagna (1.977). Negli ultimi quattro decenni, le perdite per persona sono invece minori in Slovacchia (333 euro pro capite), Estonia (217) e Malta (118). In questo contesto, l’Italia si colloca al sesto posto tra gli stati europei, con 1.918 euro pro capite.

Tra il 1980 e il 2022 quasi un quinto (il 19,5%) dei danni prodotti in Ue da fenomeni estremi è stato coperto da assicurazioni. Anche in questo caso il dato varia particolarmente tra i paesi europei. L’incidenza maggiore è stata registrata in Danimarca (61%), Lussemburgo (50%), Belgio e Paesi Bassi (39%); quella minore in Lituania, Romania (1%), Cipro e Bulgaria (2%). In Italia il 5% dei danni economici con una qualche copertura di tipo assicurativo. È lo stesso valore di Spagna, Ungheria e Lettonia.

Foto: Sirio Negrilicenza

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L’agricoltura in Italia https://www.openpolis.it/lagricoltura-in-italia/ Thu, 26 Sep 2024 04:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=295347 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Si approfondiscono delle elaborazioni openpolis in collaborazione con Aic. Ascolta il nostro podcast su Radio Radicale

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Si approfondiscono delle elaborazioni openpolis in collaborazione con Aic.

6,6%

la crescita del valore dell’export agroalimentare italiano nel 2023 rispetto al 2022, secondo Crea. Un aumento che ha portato a raggiungere i 63,1 miliardi di euro. Crescono anche le importazioni, pari a 64,7 miliardi di euro (+4,1%). Si assiste quindi a un miglioramento della bilancia agroalimentare. Le elaborazioni Crea rilevano andamenti diversificati a seconda dei prodotti. I 27 paesi dell’Unione sono il principale territorio in cui si concentrano sia le esportazioni (59,4% dell’export totale) che le importazioni (70,5%).

11%

le aziende agricole che hanno effettuato almeno un investimento di tipo innovativo tra il 2018 e il 2020. Principalmente, gli investimenti di questo tipo si concentrano nell’ambito della meccanizzazione (55,6%) e dell’impianto e della semina (23,2%). Sono invece poco diffusi gli interventi sulla struttura organizzativa (7,6%) e commerciale (5,5%) che prevedono una revisione aziendale interna pure sul lato del personale. Residuali gli investimenti nella gestione dei rifiuti (1,8%).

904

le aziende che svolgevano attività di agricoltura sociale nel 2020. Il dato (elaborato da Istat) comprende tutte le imprese che svolgono attività differenti con finalità sociali messe in atto dagli imprenditori agricoli. Alcuni esempi sono l’inclusione lavorativa di manodopera in condizione svantaggiata, progetti di educazione ambientale e alimentare, servizi socio-sanitari, culturali o ricreativi. Queste aziende compongono l’1,4% delle realtà che hanno almeno un’altra attività connessa all’agricoltura e sono pari allo 0,1% di tutte quelle presenti sul territorio nazionale. Si tratta quindi di un contesto ancora embrionale, sul quale risulta molto complesso avere un quadro ben definito.

2.123

i lavoratori nel settore agricolo vittime di violazioni accertate per caporalato e sfruttamento nel 2023. La fattispecie considerata è quella dell’articolo 603bis del codice penale. Parliamo di un aumento del 180% rispetto all’anno precedente. Si tratta del segmento produttivo in cui ci sono più lavoratori coinvolti. Questi dati, elaborati dall’ispettorato nazionale del lavoro, tengono conto degli esiti delle ispezioni e delle verifiche effettuate sulle aziende del settore. Non è quindi una stima completa del fenomeno che vede anche una parte di sommerso.

oltre 330

il numero di giorni asciutti, ossia senza precipitazioni, registrati in numerose aree di Sicilia e Sardegna nel 2023 su elaborazione Snpa. Si tratta delle aree che riportano i valori più alti a livello nazionale. Nella penisola, le altre aree che registrano un quantitativo di giorni elevato si trovano in Piemonte, Liguria di Ponente, Emilia-Romagna, Puglia e gran parte delle aree costiere. In Sicilia e in Sardegna si segnalano valori molto elevati anche per quel che riguarda i giorni asciutti consecutivi, rispettivamente fino a 165 e fino a 100. Altre aree in cui si riportano dati simili sono alcune zone della costa Jonica e gran parte della Puglia.

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Le notti tropicali in Italia https://www.openpolis.it/le-notti-tropicali-in-italia/ Thu, 08 Aug 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=294631 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Il preoccupante aumento delle notti tropicali“. Ascolta il nostro podcast su Radio Radicale

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Il preoccupante aumento delle notti tropicali“.

58,3

le notti tropicali mediamente registrate nei capoluoghi italiani nel 2022. Con questa espressione si intende un fenomeno climatico estremo in cui la temperatura notturna non scende al di sotto dei 20 gradi. In termini assoluti, sono state segnalate in tutto 6.182 notti nelle 109 città monitorate. Vai all’articolo.

52

i capoluoghi di provincia italiani che riportano dati al di sopra della media nazionale. Si trovano principalmente nelle aree della pianura padana e nel meridione. In particolare in Sicilia, un territorio che spesso deve fare i conti con fenomeni climatici estremi legati al caldo. Vai al grafico.

122

le notti tropicali registrate a Messina nel 2022. Si tratta del capoluogo italiano che ne registra di più. Si tratta di circa un terzo delle notti dell’anno considerato. Seguono Reggio Calabria e Agrigento (entrambe a 121) e Palermo (119). Ne sono state segnalate di meno invece ad Avellino (4), Aosta (2) e Rieti (1). Non ne risultano a Belluno e Isernia. Vai al grafico.

+46,8

l’incremento nel 2022 delle notti tropicali a Bologna rispetto al periodo medio calcolato tra 2006-2015. È il capoluogo di regione italiano con l’incremento maggiore. Seguono Genova (+45,4), Milano (+43,5), Cagliari (+40,3) e Torino (+35,2). Aumenti minori invece a Potenza (+8,0), Trento (+7,7), L’Aquila (+3,0) e Aosta (+0,6). Non ci sono capoluoghi di regione dove si registra invece una diminuzione. Vai al grafico.

+65,4

l’aumento delle notti tropicali nel 2022 a Oristano, capoluogo di provincia in cui l’incremento è più alto. Anche in questo caso, il calcolo avviene rispetto al periodo medio 2006-2015. Seguono Bologna (+46,8 ), Genova (+45,4) e Massa Carrara (+43,9). Le diminuzioni maggiori invece a Verona (-12,6) Macerata (-15,6) e Teramo (-16,8). Vai all’articolo.

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