Sinistra italiana Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/sinistra-italiana/ Thu, 23 May 2024 13:37:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 I cambi di gruppo alla vigilia delle elezioni europee https://www.openpolis.it/i-cambi-di-gruppo-alla-vigilia-delle-elezioni-europee/ Thu, 23 May 2024 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=290054 Dalle elezioni politiche a oggi i cambi di gruppo sono stati 45. Un numero alto anche se molto inferiore a quello registrato nella scorsa legislatura. Tuttavia è presto per una valutazione definitiva, d'altronde da questo punto di vista le cose possono mutare rapidamente.

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Con l’approssimarsi delle elezioni europee sono già 6 i cambi di gruppo avvenuti nel corso del 2024. Questi sommati ai precedenti, portano a 45 il dato complessivo della XIX legislatura.

45 i cambi di gruppo nella XIX legislatura.

Nel corso del primo anno i cambi di casacca hanno inciso in maniera modesta sulle dinamiche parlamentari. Tuttavia la rottura tra Azione e Italia viva a fine 2023 e alcuni cambiamenti dei mesi successivi suggeriscono di mantenere alta l’attenzione nei confronti di un fenomeno che, nelle scorse legislature, ha raggiunto dimensioni allarmanti.

Certo ciascun parlamentare è libero di agire senza vincolo di mandato (costituzione italiana, articolo 67) e può iscriversi al gruppo che preferisce e cambiarlo se lo ritiene opportuno. Al contempo però molti cambi di gruppo sono il sintomo di un alto tasso di trasformismo all’interno di un sistema politico. Una dinamica che risulta ancora meno comprensibile per i cittadini in un sistema in cui, la maggior parte dei parlamentari, sono eletti con metodo proporzionale e con liste bloccate.

I cambi di gruppo nei primi 20 mesi di legislatura

Come anticipato sono 45 i cambi di gruppo avvenuti dalle ultime elezioni parlamentari, 37 alla camera e 8 al senato. Questo dato può essere interpretato in vari modi. Quarantacinque parlamentari che hanno cambiato gruppo di appartenenza su un totale di 605 infatti non sono pochi (7,43%). Al contempo però alcuni di questi cambiamenti, avvenuti a inizio legislatura, rappresentano un’assestamento quasi fisiologico.

Quasi la metà dei cambi di casacca infatti sono avvenuti già nel primo mese (21). Questo perché i gruppi di Alleanza verdi e sinistra (Avs) e Noi moderati sono stati costituiti in deroga al regolamento e la procedura ha richiesto alcuni giorni per essere completata. Nel frattempo i parlamentari di queste formazioni hanno provvisoriamente fatto parte del gruppo misto. Una dinamica di questo tipo si è registrata anche nella legislatura precedente, per quanto in misura minore.

Poi nei mesi successivi non si sono registrati molti cambiamenti e quelli che ci sono stati non appaiono particolarmente significativi. Infatti a novembre 2022 (secondo mese) il senatore a vita Carlo Rubbia, fino a quel momento non iscritto ad alcun gruppo, è entrato nella formazione Per le Autonomie. Poi a gennaio 2023 Aboubakar Soumahoro è passato da Avs al gruppo misto e, nei mesi successivi, Michela Vittoria Brambilla ha lasciato il gruppo misto per Noi moderati, Enrico Borghi è uscito dal Partito democratico (Pd) per entrare in Italia viva (Iv) come Dafne Musolino che ha aderito a Iv lasciando Per le autonomie.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Openparlamento
(consultati: martedì 14 Maggio 2024)

Insomma nei primi 2 mesi si sono registrati 22 cambi di gruppo che possono essere considerati assestamenti di inizio legislatura, mentre nei successivi 11 mesi i riposizionamenti sono stati 4, classificabili perlopiù come scelte individuali.

La situazione è poi cambiata a dicembre 2023, quando si è registrata la rottura tra Azione e Italia Viva. Questo, come abbiamo visto più in dettaglio in un precedente approfondimento, ha portato alla nascita del gruppo di Italia Viva alla camera (a cui hanno aderito 9 parlamentari) mentre al senato sono stati i componenti di Azione a uscire dal gruppo (4) per approdare al misto, non avendo i numeri per costituire una nuova formazione. Questa frattura politica dunque ha portato i cambi di gruppo a 39 alla fine del 2023 (32 alla camera e 7 al senato).

È interessante osservare che dopo 20 mesi dalle elezioni, nel corso della scorsa legislatura, i cambi di gruppo erano stati quasi il doppio (84). Un dato che sembrerebbe confermare come questo parlamento sia meno esposto a comportamenti trasformistici.

Tuttavia è bene precisare che prima delle ultime elezioni i parlamentari, al netto dei senatori a vita, erano 945 mentre oggi sono 600. Inoltre per i primi 18 mesi i cambi di gruppo sono stati meno nella scorsa legislatura rispetto all’attuale. La situazione poi è cambiata con la scissione del Partito democratico e la nascita di Italia viva (settembre 2019). Una dinamica che presenta qualche parallelismo con la rottura tra Azione e Italia viva avvenuta lo scorso dicembre, anche se questa ha coinvolto un numero di parlamentari decisamente inferiore.

I cambi di gruppo nel 2024

Fino a oggi dunque la maggior parte dei cambi di gruppo ha riguardato (al netto dell’assestamento iniziale) una scissione politica. Non a caso se analizziamo il numero di esponenti entrati e usciti da ciascun gruppo parlamentare sono proprio Azione e Italia viva ad essere maggiormente coinvolte (oltre al gruppo misto in cui sono confluiti gli esponenti di Azione al senato).

Sono indicati i cambi di gruppo avvenuti nel corso della XIX legislatura con alcune differenze rispetto a quanto indicato su Openparlamento nelle pagine dei gruppi di camera e senato. Questo per due diverse ragioni. Da un lato non sono stati inclusi i dati relativi a parlamentari che hanno cessato il proprio mandato e a cui è subentrato un nuovo parlamentare che ha aderito al medesimo gruppo. Dall’altro sono stati esclusi i cambi di gruppo avvenuti nel corso dei primi due mesi visto che rispondono a logiche specifiche. Infatti per la costituzione in deroga al regolamento dei gruppi di Alleanza verdi e sinistra e Noi moderati sono stati necessari alcuni giorni per cui gli esponenti di queste formazioni sono inizialmente transitati dal gruppo misto. Il senatore a vita Carlo Rubbia invece è rimasto non iscritto ad alcun gruppo per circa 20 giorni prima di entrare a far parte di Per le Autonomie.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Openparlamento

Dopo questo passaggio poi, nel 2024, ci sono stati altri cambi di gruppo che, a una prima impressione, potrebbero apparire del tutto slegati tra loro.

6 i cambi di gruppo tra gennaio e maggio 2024.

A ben vedere però questi cambiamenti, frutto della scelta individuale dei parlamentari, sembrano in qualche misura legati all’approssimarsi delle europee. Le elezioni infatti rappresentano sempre un momento propizio per eventuali rimescolamenti.

A febbraio si sono verificati i primi 2 cambi di gruppo dell’anno, quando un deputato e un senatore del Movimento 5 stelle sono usciti dal gruppo, entrambi in dissenso con la linea tenuta rispetto alla guerra in Ucraina. Questa decisione tuttavia li ha portati ad aderire a formazioni diverse. La deputata Federica Onori infatti si è unita al gruppo di Azione, mentre il senatore Raffaele De Rosa a quello di Forza Italia, partito con cui si è anche candidato alle europee.

Ad aprile invece i cambi di casacca sono stati 3. L’onorevole Eleonora Evi è passata da Alleanza verdi e sinistra al Partito democratico che l’ha anche candidata al parlamento europeo. Proprio a Bruxelles Evi era stata eletta per la prima volta eurodeputata nel 2014 nelle liste del movimento 5 stelle e poi una seconda volta nel 2019. Nel corso di quella legislatura però è maturata la rottura con il movimento che l’ha portata ad aderire a Europa verde per poi diventarne co-portavoce in tandem con Angelo Bonelli. Proprio i contrasti con Bonelli però l’hanno spinta a dimettersi dall’incarico e, in seguito, aderire al Pd.

Sempre ad aprile Antonino Minardo e Lorenzo Cesa hanno aderito al gruppo misto lasciando il primo la Lega e il secondo Noi moderati. A quanto si apprende però questi due cambiamenti sarebbero legati a un accordo politico siglato tra la Lega di Salvini e l’Unione di centro (Udc) di Cesa in vista delle europee. All’interno delle liste della Lega infatti dovrebbero trovare posto dei candidati dell’Udc. La scelta di Minardo quindi non sarebbe legata a dissensi, avendo piuttosto la funzione di favorire la nascita di una componente Udc all’interno del gruppo misto. Tuttavia per formare una componente sono necessari almeno 3 deputati e attualmente non è chiaro chi dovrebbe essere il terzo. Al momento infatti tale componente non è stata formata.

Da ultimo, a maggio, Giuseppe Castiglione è uscito da Azione per aderire a Forza Italia, a quanto risulta a causa di “‘insanabili divergenze politiche, in particolare relativamente ai rapporti con Cuffaro e il suo gruppo in Sicilia”. I rapporti con Cuffaro d’altronde erano già stati motivo di attrito tra Azione e altre forze politiche, come +Europa e Italia viva, proprio nel momento in cui era in discussione un eventuale accordo politico per le elezioni europee. Accordo che come è noto non è andato in porto.

Infine conviene ricordare che nella scorsa legislatura l’aumento dei cambi di gruppo è iniziato proprio pochi mesi dopo le elezioni europee del 2019. Questo ovviamente non vuol dire che lo stesso debba avvenire di nuovo anche quest’anno. Tuttavia è evidente come le elezioni rappresentino un momento di possibili cambiamenti, sia prima del voto, in chiave di posizionamento, sia dopo nel caso in cui i risultati portino a mutamenti significativi nei rapporti di forza.

Foto: camera dei deputati

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I voti ribelli in parlamento https://www.openpolis.it/i-voti-ribelli-in-parlamento/ Fri, 12 Apr 2024 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=289196 In Italia i parlamentari sono liberi di votare in piena coscienza, senza alcun vincolo di mandato. In generale tuttavia ci si aspetta che seguano le indicazioni del proprio gruppo politico. Quando non lo fanno parliamo di voto ribelle.

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Nelle scorse settimane ci siamo occupati di diversi indicatori che si trovano sulla nuova versione di Openparlamento. Tra questi l’indice di compattezza, con cui misuriamo quanto le forze politiche votano in modo coeso nelle aule parlamentari. L’indice prende in considerazione sia la non partecipazione al voto dei parlamentari (per varie ragioni) sia i cosiddetti voti ribelli, ovvero le posizioni espresse in contrasto rispetto al proprio gruppo.

Quanto i parlamentari partecipano alle votazioni è certamente un elemento rilevante, sia di per sé sia quando si cerca di monitorare la compattezza delle forze politiche. Tuttavia sono i voti ribelli a esprimere l’effettivo dissenso di un parlamentare rispetto alla propria formazione politica.

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Quanti voti ribelli e dove

In questa prima fase della legislatura il fenomeno dei voti ribelli non si è manifestato in modo molto evidente. Tuttavia iniziare a monitore il fenomeno serve a conoscere la situazione attuale anche per confrontarla con fasi politiche che potrebbero essere diverse. Attualmente, in media, ogni parlamentare ha espresso 26,4 volte un voto in dissenso con il proprio gruppo.

26,4 la media dei voti ribelli espressi da ciascun parlamentare dall’inizio della legislatura.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare (visti i numeri più ridotti della maggioranza al senato) è a palazzo Madama che sono stati espressi più voti in dissenso. Qui infatti, in media, ogni senatore si è espresso 33,8 volte diversamente rispetto alla linea del gruppo, mentre alla camera il dato si ferma a 22,3.

In ogni caso si tratta di dati piuttosto bassi considerando che le votazioni, tra camera e senato, superano le 11.300. Si può dire dunque che in media si contano 1,4 voti ribelli per votazione.

Nelle aule di camera e senato sono molte le ragioni per cui si può arrivare a una votazione e non tutte hanno la stessa importanza. Il tipo di atto su cui più spesso deputati e senatori votano in dissenso con il proprio gruppo sono gli ordini del giorno. Si tratta di atti che impegnano il governo ad assumere un certo comportamento, senza però avere un effetto realmente vincolante. In questo caso la media è di 1,7 ribelli ad ogni votazione.

I voti ribelli sono espressi più spesso su ordini del giorno o emendamenti, mentre è più raro che avvengano sul voto finale a un provvedimento.

Al secondo posto invece gli emendamenti, con 1,4 ribelli per votazione. Questo tipo di voto è importante perché si riferisce di solito ad atti aventi forza di legge. Tuttavia gli emendamenti possono anche riguardare aspetti specifici dei provvedimenti. È comprensibile quindi che alcuni parlamentari abbiano una posizione diversa dal proprio gruppo, salvo poi uniformarsi quando si tratta di votare l’atto intero. Non a caso quando si passa al voto finale su un provvedimento, il numero medio di ribelli si riduce a 0,5 per votazione.

Voti ribelli e gruppi

Il gruppo in cui risultano più voti ribelli è Per le autonomie al senato, una formazione che però ha natura piuttosto composita. Al gruppo infatti sono iscritti due esponenti del Südtiroler Volkspartei, due senatori a vita e due esponenti eletti nelle liste del Partito democratico. Peraltro questi ultimi sembra abbiano aderito alla formazione proprio al fine di raggiungere il numero legale necessario alla sua formazione.

Piuttosto elevato poi risulta il dato medio sia dei componenti di Italia Viva (Iv – sia alla camera che al senato) che di Azione (presente solo alla camera). D’altronde il valore non è riferito al gruppo ma ai suoi componenti e al loro comportamento riferito al momento del voto. Visto che fino allo scorso 20 novembre Azione e Italia viva appartenevano al medesimo gruppo che si è poi diviso a causa delle divergenze politiche, non stupisce un alto numero di voti ribelli tra i loro esponenti.

Quando un parlamentare vota diversamente dal proprio gruppo politico esprime un voto ribelle. Per ciascun gruppo è stata fatta la media tra il totale dei voti ribelli dei suoi componenti e la numerosità del gruppo stesso. Non è stato incluso il gruppo misto perché non prevede, per natura, che i suoi componenti agiscano in modo uniforme. Discorso analogo per il gruppo Per le atuonomie vista la sua natura composita. L’elevato valore attribuito ad Azione e Italia Viva è, almeno in parte, dovuto al fatto che gli esponenti di queste formazioni fino allo scorso 20 novembre facevano parte di un unico gruppo che poi si è sciolto proprio a causa di divergenze politiche.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: mercoledì 10 Aprile 2024)

Quanto al Partito democratico (Pd) è interessante notare come si registrino molti più dissensi al senato che alla camera. A palazzo Madama infatti la media è di 59,2 voti ribelli per senatore, mentre a Montecitorio di 19,6 per deputato.

L’esatto opposto invece sembra accadere ai parlamentari di Forza Italia (FI) che al senato, in media, registrano 7,9 voti ribelli ciascuno e alla camera 44,5. Un fenomeno che si rileva anche per gli esponenti della Lega. Anche se in questo caso la forbice è meno ampia (5,8 al senato e 26,3 alla camera).

Molto bassa in entrambi i rami invece la media dei voti ribelli degli esponenti di Fratelli d’Italia (6,4 alla camera e 7,3 al senato).

Gli atti più divisivi

I voti su cui, da inizio legislatura, si sono registrate più ribellioni riguardano 2 ordini del giorno (Odg) relativi alla legge di conversione del decreto rave, carceri, giustizia e obblighi di vaccinazione. Entrambi gli Odg (9/705/119 e 9/705/113) sono stati presentati da esponenti del Movimento 5 stelle ricevendo parere favorevole da parte del governo. Nonostante questo nel primo caso 37 esponenti di maggioranza hanno votato contro (16 della Lega, 11 di FI, 9 di FdI e 1 di Noi moderati) e nel secondo 35 (17 di FdI, 12 di FI, 4 della Lega e 2 di Noi moderati).

Al terzo posto il voto su un articolo del disegno di legge in materia di interventi di sicurezza stradale. La votazione, avvenuta alcuni giorni fa, ha visto voti ribelli (34) sia della maggioranza (17), che dell’opposizione (17).

Tuttavia se limitiamo l’analisi ai voti più importanti il numero delle ribellioni si riduce notevolmente. Così ad esempio guardando ai voti finali con cui vengono approvate le leggi il massimo che si raggiunge è di 9 ribelli nel voto alla camera sul Ddl Maternità surrogata reato universale. Il dissenso in questo caso ha riguardato componenti del gruppo di Azione che, all’epoca, includeva anche gli esponenti di Italia viva.

Sette voti ribelli invece si sono registrati sulla votazione finale con cui la camera ha approvato il Ddl contro la carne sintetica. Anche in questo caso a dividersi sono stati gruppi di opposizione. Infatti mentre la maggior parte dei componenti di Azione si è astenuto sul provvedimento, in 3 hanno votato a favore e uno contro. Diverso il caso del Pd che ha visto 3 esponenti votare contro, assumendo quindi una posizione di maggiore contrarietà al provvedimento rispetto al resto del gruppo, che si è astenuto.

Rimanendo su atti particolarmente importanti è interessante anche il caso di una risoluzione di maggioranza sul sostegno all’Ucraina, su cui il Pd si è astenuto ma 6 senatori hanno votato a favore.

Infine per quanto riguarda i voti di fiducia, non risultano casi in cui esponenti di maggioranza abbiano votato contro. D’altronde una situazione del genere avrebbe significato il loro passaggio all’opposizione.

In 2 casi invece un esponente del M5s (conversione decreto rafforzamento pubblica amministrazione) e uno del Pd (conversione decreto milleproroghe 2024) hanno votato con la maggioranza in dei voti di fiducia. Altri 10 voti ribelli su questioni di fiducia riguardano invece il gruppo Per le autonomie che, come anticipato, non ha un’espressione di voto compatta. Quasi sempre comunque si è trattato di una situazione in cui alcuni hanno votato contro e altri si sono astenuti, senza comunque schierarsi con la maggioranza.

I parlamentari più ribelli

Viste le precisazioni fatte sul gruppo Per le autonomie, non stupisce che tra i 7 parlamentari con più voti ribelli 5 appartengono a questo gruppo (Meinhard Durnwalder con 970 voti ribelli, Elena Cattaneo 754, Juliane Unterberger 306, Luigi Spagnolli 259 e Pietro Patton 213). Altri parlamentari in cima alla classifica appartengono ad Azione o Italia viva (Daniela Ruffino 236 voti ribelli, Dafne Musolino 173, Roberto Giachetti 165 e Naike Gruppioni 165).

Ma sono altri i casi più interessanti. Tra questi Silvana Comaroli, deputata della Lega eletta in Lombardia che si è espressa 433 volte in dissenso con la linea del gruppo (quasi sempre su ordini del giorno). Certo Comaroli non ricopre ruoli chiave in parlamento, tuttavia è una deputata di lungo corso, eletta per la prima volta alla camera nel 2013.

L’onorevole Francesco Cannizzaro, di Forza Italia, ha invece espresso 198 voti in dissenso (tra Odg – 94 – , emendamenti – 66 – e altri voti non finali), nonostante alla camera ricopra il ruolo di vicepresidente del gruppo parlamentare.

Infine da segnalare è il caso del senatore del Pd Dario Franceschini, che si è espresso diversamente dal gruppo in 193 occasioni (quasi sempre su emendamenti). Un caso particolare se si considera che Franceschini è un dirigente storico del Pd che peraltro, nell’ultimo congresso, si è schierato a favore della segretaria attuale.

Certo, in questi tre casi il dissenso non riguarda mai voti particolarmente importanti, come i voti finali o, a maggior ragione, quelli di fiducia. Anche per questo il numero complessivo di voti ribelli ha valore fino a un certo punto. Per capire effettivamente il livello di dissenso tra un parlamentare e il suo gruppo occorre invece valutare nel merito le votazioni, distinguendo per tipo di voto e considerando gli atti a cui fanno riferimento.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Aprile 2024)

Generalmente basso poi è il numero di voti ribelli espressi da esponenti della maggioranza con ruoli chiave al governo o in parlamento. Tra i presidenti di commissione tuttavia spiccano alcuni nomi. Tra questi Marco Osnato, presidente della commissione finanze alla camera, che nel corso della legislatura ha espresso 49 voti ribelli. Ma anche Luca De Carlo presidente della commissione industria al senato, con 24 voti ribelli e Walter Rizzetto, presidente della commissione lavoro alla camera con 22 voti ribelli.

Ancora meno i voti in dissenso di esponenti di governo. Tra i 45 parlamentari che ricoprono anche incarichi nell’esecutivo 13 hanno sempre votato in modo coerente con il gruppo. Altri 16 si sono espressi in dissenso solo una o 2 volte. I casi con più voti ribelli invece riguardano Tullio Ferrante (sottosegretario al ministero delle infrastrutture) con 9, Luca Ciriani (ministro per i rapporti con il parlamento) con 8, Alessandro Morelli (sottosegretario alla presidenza del consiglio) e Anna Maria Bernini (ministra dell’Università) entrambi con 7.

Ad ogni modo, per quanto il voto in dissenso di un esponente di governo o di un presidente di commissione sia un fatto politico rilevante, i numeri appaiono modesti considerando la quantità di voti che quotidianamente vengono espressi nelle aule di camera e senato.

I dati presentati nell’articolo sono stati estratti il 9 aprile, pertanto potrebbero presentare alcune differenze con quelli indicati su Openparlamento.

Foto: camera dei deputati

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La compattezza delle forze politiche in parlamento https://www.openpolis.it/la-compattezza-delle-forze-politiche-in-parlamento/ Thu, 04 Apr 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=288715 In Italia i parlamentari votano senza alcun vincolo di mandato. Il grado con cui le varie forze politiche riescono ad agire in maniera coordinata è però un elemento importante per capire la dinamiche parlamentari.

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La nuova versione di Openparlamento, che abbiamo presentato negli scorsi giorni, include molti indicatori originali. Tra questi l’indice di forza, di cui ci siamo occupati in un recente approfondimento per verificare il ruolo delle donne al governo e in parlamento al di là del semplice dato numerico.

Un’altro indicatore originale invece riguarda l’indice di compattezza, con il quale cerchiamo di misurare quanto ciascuna forza politica agisce in modo coeso riuscendo quindi a portare avanti la propria strategia parlamentare.

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In Italia deputati e senatori sono liberi di esercitare il loro ruolo senza dover rendere conto a partiti o programmi elettorali. L’articolo 67 della costituzione infatti sancisce l’assenza del vincolo di mandato. Si tratta di un principio importante in una democrazia, che fornisce ai parlamentari la libertà necessaria per poter svolgere le proprie funzioni senza pressioni esterne.

Al contempo però la capacità di una forza politica o di una coalizione di agire efficacemente dipende anche da quanto riesce a mobilitare i propri esponenti in modo coerente, potendo contare sul loro appoggio per raggiungere un obiettivo politico.

Per questo è interessante monitorare l’indice di compattezza dei gruppi parlamentari ma anche, più in generale, della maggioranza e dell’opposizione.

Che cos’è l’indice di compattezza

Per calcolare l’indice si tengono in considerazione due parametri: la partecipazione al voto e la posizione espressa. Per ogni voto quindi verifichiamo quanti parlamentari del gruppo hanno partecipato e quanti sono stati gli eventuali voti ribelli, ovvero i voti espressi in dissenso rispetto alla maggioranza del gruppo di appartenenza. Maggiore è la compattezza del gruppo, più alto sarà l’indice. Questa stessa metodologia può essere applicata anche al singolo parlamentare ma, in quel caso, parliamo di indice di affidabilità.

È importante sottolineare che non si tratta di una valutazione qualitativa né sul parlamentare, né sulla sua lealtà alla forza politica a cui appartiene, ma piuttosto di un indicatore che segnala quanto egli contribuisca attraverso il suo voto alle scelte del suo gruppo.

Infatti mentre un voto ribelle esprime chiaramente un dissenso rispetto alla posizione della propria forza politica, l’assenza alle votazioni può avere ragioni diverse. Un parlamentare infatti può non partecipare al voto perché malato, oppure perché si trova “in missione”, come avviene molto spesso a deputati e senatori che ricoprono anche incarichi di governo. Questo tipo di assenze quindi non esprimono un dissenso politico, ma allo stesso tempo non contribuiscono all’azione politica del gruppo parlamentare.

La compattezza di maggioranza e opposizione

Il fatto che i parlamentari che ricoprono anche incarichi di governo partecipino poco ai lavori parlamentari contribuisce a ridurre l’indice di compattezza della maggioranza. Ci si potrebbe quindi aspettare che l’indice sia più alto per l’opposizione.

Al contrario però i dati mostrano, sia alla camera che al senato, una compattezza maggiore della coalizione di governo rispetto all’opposizione.

74,2% l’indice di compattezza della maggioranza al senato. L’opposizione si ferma al 65,6%.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: venerdì 22 Marzo 2024)



Questo dato può essere spiegato in diversi modi. Da una parte si potrebbe ritenere che per la maggioranza la compattezza del voto parlamentare sia in qualche modo più importante. Infatti se dovesse essere battuta dall’opposizione su un voto a causa di un numero eccessivo di assenze o, a maggior ragione, a causa dei voti ribelli potrebbe essere messa in questione la sua capacità di esercitare l’azione di governo.

Questo ragionamento tuttavia dovrebbe valere anche al contrario, l’opposizione infatti avrebbe tutto da guadagnare in un caso del genere. Questa dinamica dunque può più facilmente essere ricondotta a una certa divisione tra le forze politiche di opposizione che, come è noto, in alcuni casi si trovano su posizioni diverse tra loro.

La compattezza dei gruppi

Diversa invece è la situazione se osservata a livello dei singoli gruppi. In questo caso infatti non conta come hanno votato le altre forze di maggioranza o opposizione, ma solo il comportamento interno a ciascuna forza politica.

In questi termini in effetti i gruppi più compatti al loro interno risultano essere di opposizione. Alla camera infatti al primo posto troviamo Alleanza verdi-sinistra (Avs) con il 79,7%, seguita dal Partito democratico (Pd – 74,5%) e da Fratelli d’Italia (FdI – 72,7%).

Al senato invece troviamo in cima alla classifica il Movimento 5 stelle (M5s) con l’82,9% e poi FdI (78%) e Pd (74,4%).

La presenza ai primi posti di Fratelli d’Italia è certamente da segnalare, visto l’alto numero di parlamentari con responsabilità di governo che partecipano poco ai voti in aula. Rispetto agli altri partner di governo però bisogna anche considerare che FdI conta molti più deputati e senatori. Dunque quelli che non hanno incarichi nell’esecutivo possono in parte compensare l’assenza dei loro colleghi.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: mercoledì 3 Aprile 2024)



In fondo alla classifica invece si trova, sia alla camera che al senato, il gruppo misto. Un dato che non stupisce visto che la natura stessa di questo gruppo non presuppone un’unità d’intenti tra i suoi componenti.

Al netto di questo dunque alla camera il valore più basso è quello registrato da Noi moderati (Nm – 54,6%), mentre un po’ meglio fanno Forza Italia (FI – 59,3%) e Italia viva (Iv – 59,4%).

Al senato invece le posizioni più basse sono ricoperte da Per le autonomie (50,6%), FI (58,2%) e Iv (72,1%).

In termini generali si può osservare come in quasi tutti i gruppi l’indice di compattezza risulti più alto al senato che alla camera. Un elemento facilmente spiegabile se si considera che a palazzo Madama la maggioranza ha numeri più limitati che a Montecitorio. Per questo la compattezza dei gruppi diventa politicamente più significativa.

L’affidabilità dei parlamentari rispetto ai propri gruppi

Come anticipato la stessa metodologia dell’indice di compattezza può essere applicata anche ai singoli parlamentari, in modo da verificare quanto ciascuno di loro sia “affidabile” per il proprio gruppo, cioè in che misura contribuisce ai voti espressi dalla sua formazione politica.

Anche in questo caso l’indice di affidabilità non deve essere inteso come una valutazione qualitativa. Deputati e senatori infatti sono liberi di esprimere il proprio voto in piena coscienza. Nonostante questo però il fatto che un parlamentare si esprima spesso in dissenso con il gruppo o partecipi poco alle votazioni (magari per impegni di governo) è un elemento politico che deve essere tenuto in considerazione.

Vista l’importanza della presenza al voto per calcolare questo dato non stupisce che i parlamentari con un indice di affidabilità più alto siano di solito quelli con presenze maggiori e viceversa.

Al primo posto in assoluto, considerando complessivamente camera e senato, troviamo Andrea Casu, deputato del Partito democratico con un indice di affidabilità del 99,7% che risulta presente nel 99,7% delle votazioni e ha espresso un voto diverso dal gruppo solo in 3 occasioni. Al secondo posto invece l’on. Alessandro Battilocchio di Forza Italia con il 99,6% (presente nel 99,9% delle votazioni e con 11 voti ribelli) mentre al terzo l’on. Vincenzo Amich di Fratelli d’Italia, con il 99,6% (presente nel 99,6% delle votazioni e con un solo voto ribelle).

Foto: camera dei deputati

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Nel parlamento a numeri ridotti ci sono ancora tanti assenteisti https://www.openpolis.it/nel-parlamento-a-numeri-ridotti-ci-sono-ancora-tanti-assenteisti/ Thu, 28 Mar 2024 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=288540 Nonostante la media della partecipazione ai lavori delle camere sia piuttosto alta, ci sono ancora alcuni casi di assenteismo. Questo anche al netto degli incarichi di governo.

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Il tema della partecipazione dei parlamentari ai lavori delle rispettive camere riscuote sempre grande attenzione da parte di media e opinione pubblica. D’altronde deputati e senatori, oltre a un dovere di natura morale, hanno anche obblighi specifici definiti dalle norme.

Nell’attuale legislatura il livello medio di partecipazione è abbastanza alto. Una dinamica che è almeno in parte influenzata anche dal taglio del numero dei parlamentari. Questo infatti probabilmente spinge molti a essere più presenti, non solo per assicurare il numero legale ma anche per garantire la tenuta della maggioranza. Nonostante questo però, anche nell’attuale parlamento, ci sono dei casi di assenteismo per cui è difficile trovare una giustificazione.

111 i deputati e i senatori che hanno partecipato a meno della metà delle votazioni elettroniche.

Ciò anche al netto dei presidenti d’aula (che solitamente non partecipano alle votazioni) e dei parlamentari che hanno incarichi di governo. Spesso questi ultimi sono considerati come “in missione” e risultano quindi come presenti anche se di fatto non lo sono. Tale istituto tuttavia ha ancora molte zone d’ombra e non riguarda solo i componenti dell’esecutivo. In molti casi risulta impossibile capire la ratio con cui ai deputati e ai senatori viene concesso questo status.

Questo dovrebbe spingere a delle riflessioni, non solo sull’opportunità di una maggiore trasparenza nell’utilizzo di questo strumento ma anche sul tema degli incarichi multipli. Fattore che, impedendo a molti parlamentari di partecipare ai lavori, indebolisce ulteriormente un’istituzione in crisi.

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Come si contano presenze, assenze e missioni dei parlamentari

La qualità del lavoro di un parlamentare non si può valutare esclusivamente attraverso i dati sul livello di partecipazione alle sedute dell’aula. Questo però è sicuramente un dato da tenere in considerazione.

Oltre alle fisiologiche assenze dovute a motivi di salute, ci sono anche altri casi in cui un parlamentare può non partecipare alle votazioni. Può infatti essere impegnato in altri incarichi istituzionali, oppure è possibile che si tratti di casi di assenteismo. Per questo motivo è importante monitorare costantemente il livello di partecipazione di deputati e senatori ai lavori delle rispettive camere.

I dati possono essere ricavati dagli esiti delle votazioni elettroniche che vengono messi a disposizione da camera e senato. A seguito di ogni singolo scrutinio i parlamentari possono risultare presenti, assenti o in missione. La somma di tutti gli esiti delle votazioni restituisce il livello di partecipazione dei singoli esponenti.

10.920 le votazioni elettroniche effettuate alla camera e al senato dall’inizio della XIX legislatura.

Si definisce come “in missione” quel parlamentare che non partecipa al voto perché occupato in altri compiti istituzionali. Può trattarsi di un incarico ricevuto dalla camera o dal senato (solitamente se componente dell’ufficio di presidenza, presidente di una commissione parlamentare o capogruppo) oppure di attività connesse ad altri incarichi politico-istituzionali e di governo.


Manca trasparenza circa i criteri secondo i quali un parlamentare può essere considerato in missione.


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“Come si contano assenze, presenze e missioni parlamentari”

Poiché si tratta di una sorta di assenza giustificata, i parlamentari in missione non subiscono alcuna decurtazione della diaria.

I dati sulle presenze per gruppo

Come anticipato, il livello di partecipazione ai lavori delle camere è mediamente alto. A Montecitorio il dato relativo alla partecipazione si attesta complessivamente sul 69,4%. Le assenze sono in media il 16,7% mentre la mancata partecipazione dovuta alle missioni è del 13,9%. Oltre la metà dei deputati (220) può vantare un livello di partecipazione compreso tra il 75% e il 100% mentre sono 80 (il 20%) coloro che hanno votato in meno della metà delle occasioni.

71,8% il livello di partecipazione media complessiva alle votazioni elettroniche di deputati e senatori. 

A palazzo Madama la media della partecipazione è del 78,4%, le assenze costituiscono il 6,4% e le missioni il 15,3%. In questo caso circa 3 quarti degli esponenti presenti può vantare un livello di partecipazione compreso tra il 75% e il 100% mentre solo 31 fanno registrare un valore inferiore al 50%.

Analizzando i dati sulla partecipazione in base ai gruppi presenti in parlamento possiamo osservare che al senato il livello di presenza più alto è del Movimento 5 stelle (86,8%). Seguono Partito democratico (81,2%) e Fratelli d’Italia (81,1%) mentre il valore inferiore è quello del gruppo misto (55,4%). Alla camera invece al primo posto per livello di partecipazione troviamo l’Alleanza Verdi-Sinistra (che al senato fa parte del misto) con un valore del 79,9%. Anche in questo ramo del parlamento troviamo il Pd al secondo posto (75,1%) e Fdi al terzo (73,2%). Il dato più basso invece è quello di Noi moderati (54,4%).

FONTE: elaborazione e dati openpolis.
(ultimo aggiornamento: giovedì 21 Marzo 2024)



Ovviamente soprattutto nel caso dei gruppi di maggioranza occorre tenere presente che spesso la mancata partecipazione alle votazioni è dovuta a impegni concomitanti legati agli altri incarichi che gli esponenti di queste formazioni ricoprono. Per questo è sempre importante valutare i dati sulle presenze congiuntamente a quelli sulle missioni.

A volte è impossibile capire perché un parlamentare è in missione.

La percentuale di missioni è infatti significativa nel caso di Lega, Forza Italia e Noi moderati (che però non ha rappresentanti nell’esecutivo) mentre probabilmente Fdi compensa questa dinamica con l’alto numero di esponenti che può vantare in parlamento. Questo consente al partito di Giorgia Meloni di avere comunque una percentuale di presenze molto alta.

C’è da tenere presente però che l’istituto delle missioni non è mai stato normato in maniera adeguata e presenta ancora molte zone oscure. Ad esempio non viene mai specificata la motivazione che ha portato la presidenza dell’aula ad autorizzare la missione. Se per gli esponenti dell’esecutivo questa può essere abbastanza ovvia, in altri casi non è così. Come ad esempio per il gruppo di Azione alla camera o Per le autonomie al senato. Gruppi con una percentuale di assenze per missioni piuttosto elevata ma che non fanno parte della maggioranza e non hanno quindi esponenti al loro interno con incarichi nell’esecutivo.

Chi sono i parlamentari più assenteisti

Come detto, nell’attuale legislatura il livello medio di partecipazione alle votazioni elettroniche è piuttosto alto anche se non mancano i casi in cui l’assenza in aula è difficilmente giustificabile. Sia alla camera che al senato sono molti i nomi noti anche al grande pubblico che fanno registrare una percentuale di partecipazione alle votazioni elettroniche particolarmente bassa.

Tra questi, a Montecitorio troviamo l’ex leader della Lega Umberto Bossi (i cui problemi di salute sono noti) che non ha praticamente mai partecipato ai lavori. Lo stesso vale per il collega di partito Antonio Angelucci. Troviamo poi tra gli altri anche l’ex ministro e attuale presidente della commissione esteri Giulio Tremonti (4,3% di presenze), Marta Fascina (5,2%), l’ex ministro del Pd e attuale presidente del Copasir Lorenzo Guerini (10,7%) e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi (22,3%).

A palazzo Madama la media di partecipazione è sensibilmente più alta rispetto alla camera. Tanto che tra i senatori con la percentuale di presenze più bassa figura anche la capogruppo del Pd Simona Malpezzi che però è stata presente a oltre la metà delle votazioni (61,9%). Tra coloro che fanno registrare una percentuale di partecipazione alle votazioni elettroniche più bassa troviamo poi Franco Mirabelli (4,8%), Guido Castelli (15,3%) e Claudio Borghi (34,3%). Anche in questo caso incontriamo alcuni nomi noti tra i meno presenti. Si tratta di Carlo Calenda (53,8%) e Matteo Renzi (55,5%).

Dal conteggio sono stati esclusi i parlamentari che hanno anche incarichi di governo, i presidenti dell’aula e i senatori a vita. Questi, per motivi diversi, solitamente non partecipano alle votazioni.

FONTE: elaborazione e dati openpolis.
(ultimo aggiornamento: giovedì 21 Marzo 2024)



È importante ribadire ancora una volta che in alcuni casi la bassa percentuale di presenze è dovuta a un altissimo tasso di missioni. Ma se in certe situazioni il motivo è facilmente riconducibile ad altri incarichi in altre ciò è meno comprensibile. Peraltro, se è vero che generalmente gli esponenti del governo partecipano poco alle sedute dell’aula, c’è anche da dire che questo non vale per tutti nella stessa misura.

Ad esempio, il sottosegretario all’informazione e all’editoria Alberto Barchini registra un tasso di partecipazione alle sedute del senato del 48,7%. Il sottosegretario alle infrastrutture e i trasporti Tullio Ferrante si attesta al 46,1% mentre quello alla giustizia Andrea Ostellari al 46%.

Foto: comunicazione camera.

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La rilevanza delle donne nel governo e in parlamento https://www.openpolis.it/la-rilevanza-delle-donne-nel-governo-e-in-parlamento/ Thu, 21 Mar 2024 07:20:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=288356 Nonostante la prima donna a capo del governo, il ruolo femminile nelle istituzioni è ancora molto limitato. Sia in termini di rappresentanza che di incarichi ricoperti.

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La scorsa settimana abbiamo lanciato la nuova versione di Openparlamento dedicata alla XIX legislatura. Tra le molte novità che abbiamo introdotto c’è anche l’indice di forza che aiuta a valutare il ruolo e la rilevanza dei vari esponenti politici sulla base degli incarichi che questi ricoprono.

Un modo interessante per utilizzare questo indicatore è declinarlo in termini di rappresentanza di genere. Sappiamo infatti che le donne presenti all’interno delle istituzioni sono un numero significativamente più basso rispetto agli uomini. Sommando però la “forza” femminile in base agli incarichi attribuiti possiamo osservare un valore ancora inferiore.

27,9% la forza delle donne sulla base degli incarichi ricoperti nelle istituzioni. 

Questo nonostante l’attuale esecutivo possa vantare la prima presidente del consiglio donna e ben 5 ministre. Un elemento che deve far riflettere sul tema della parità di genere all’interno delle istituzioni.

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Quante donne ci sono all’interno delle istituzioni

Ovviamente se c’è una scarsa presenza femminile nelle istituzioni è fisiologico che la maggior parte degli incarichi di rilievo sia ricoperta da uomini. Tale dinamica chiaramente influisce sulla forza delle donne e quindi anche sulla loro capacità di incidere sull’agenda politica e nel processo decisionale. Perciò, per la nostra analisi, dobbiamo partire dai dati sulla presenza femminile nel governo e in parlamento.

Complessivamente gli esponenti sono 623 (considerando anche i membri dell’esecutivo che non sono stati eletti alla camera o al senato). Di questi solo 209 sono donne, cioè il 33,6%. Nell’esecutivo le donne rappresentano il 30,2%, a Montecitorio il 32,3%. Valore più alto a palazzo Madama, dove le donne rappresentano il 36,1% degli eletti.

Scomponendo i dati tra le varie formazioni politiche presenti nelle istituzioni in esame possiamo trovare risultati molto diversi. Se si considera il rapporto percentuale possiamo osservare infatti che Italia viva può vantare una perfetta parità tra uomini e donne. Da notare però che gli appartenenti a questo schieramento sono solo 16. Il Movimento 5 stelle e Azione si attestano sul 46,2%, segue l’alleanza Verdi-Sinistra con il 36,4%. Se si escludono i membri del governo che non sono associabili direttamente a nessun partito o gruppo parlamentare, possiamo osservare che il valore più basso lo registra Forza Italia con il 28,4% di donne rispetto al totale dei propri componenti.

Il grafico mostra la percentuale di donne presenti in ogni formazione politica che possa vantare rappresentanti nelle camere o al governo. Gli esponenti che hanno il doppio ruolo di parlamentare e membro dell’esecutivo sono conteggiati una sola volta. Con “Indipendente” si intendono i componenti del governo che non sono associabili a nessun partito.

FONTE: elaborazione e dati openpolis.
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Marzo 2024)


Oltre che in termini strettamente numerici, la rappresentanza femminile può essere valutata anche in base agli incarichi ricoperti. Proprio per analizzare il peso delle donne nel processo decisionale si può ricorrere al nostro indice di forza.

Cos’è l’indice di forza

L’indice di forza è un indicatore originale ideato da Openpolis. Ai politici viene attribuito un punteggio in base agli incarichi ricoperti in parlamento e al governo attraverso un sistema originale di ponderazione di istituzioni, organi e ruoli. Il calcolo dell’indicatore tiene conto di aspetti posizionali (ogni incarico ha un suo peso) e di dinamiche distributive (come le diverse articolazioni contribuiscono all’assetto istituzionale). Ad esempio, se fosse istituito un nuovo ministero senza portafoglio, questo avrà un indicatore di forza più basso rispetto a un ministero con portafoglio.

L’indice di forza serve a valutare il peso di ogni esponente e della formazione politica di appartenenza.

Al tempo stesso, il punteggio attribuito sarà sottratto all’istituzione che precedentemente ne aveva le competenze e in quota parte a tutti i ministeri, perché in consiglio dei ministri vi è un ruolo in più. Aggregando i valori dei singoli esponenti, è possibile valutare la distribuzione della forza tra i gruppi parlamentari, i partiti al governo, per fascia d’età e per genere. Nel caso specifico, ci siamo concentrati su quest’ultimo aspetto.

Dato che la stessa persona può ricoprire più incarichi, oltre alla forza generale è possibile valutare anche indici specifici ponderati esclusivamente sui componenti dell’esecutivo e delle singole camere. Per questo articolo, facciamo riferimento all’indice generale.

Come ogni indicatore l’indice di forza non pretende di misurare tutto. Al momento infatti consideriamo gli incarichi istituzionali al governo e in parlamento, ma non quelli nei partiti. Per fare un esempio quindi, a Elly Schlein è attribuito un valore in base agli incarichi che ricopre alla camera e non per il ruolo di segretaria del suo partito.

Donne e incarichi nelle istituzioni

Sulla base dell’indice che abbiamo appena descritto, possiamo osservare che il peso delle donne è pari al 27,94% mentre gli uomini si attestano sul 71,89%. Una sproporzione molto consistente, superiore anche a quella della rappresentanza numerica. Una dato che potrebbe essere ancora più basso se non fosse per la prima storica presenza di una presidente del consiglio donna, oltre che di 5 ministre.

Detto che in quasi tutte le formazioni politiche è maggiore il peso degli uomini rispetto a quello delle donne, possiamo osservare situazioni molto diverse tra i vari schieramenti. Considerando la somma totale della forza espressa dalle esponenti femminili, ai primi posti troviamo logicamente i partito di governo, a partire da Fratelli d’Italia (10,92%). Seguono Forza Italia (4,05%) e Lega (3,31%). Tra le formazioni che non possono vantare esponenti con incarichi di governo, al primo posto troviamo il Partito democratico con il 3,06%.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Marzo 2024)



Un altro elemento interessante da valutare è quanto le donne contribuiscono alla forza espressa da ciascun schieramento politico. Da questo punto di vista, in termini percentuali, al primo posto troviamo Italia viva (50,67%) dato che la forza complessiva di questa formazione è pari all’1,5% e l’apporto delle donne vale lo 0,76%. Su questi dati pesa logicamente il fatto che Iv sia l’unica formazione che, con l’attuale assetto, può vantare un’equa rappresentanza tra uomini e donne. Seguono Movimento 5 stelle (43,82%) e Alleanza Verdi-Sinistra (41,18%).

Per trovare la prima formazione della maggioranza dobbiamo scendere in questo caso al settimo posto dove ritroviamo Fratelli d’Italia con un contributo femminile alla forza totale del partito del 30,32%. Un dato che fa riflettere considerando che Fdi esprime la presidente del consiglio, ruolo che vale il maggior punteggio in termini di forza. Da notare infine il valore particolarmente basso della Lega, dove il contributo femminile alla forza totale è appena del 16,5%. Occorre tenere presente che i partiti di maggioranza hanno più incarichi da distribuire tra i propri esponenti, sia in termini numerici che di rilevanza. Di conseguenza, la sproporzione nel rapporto di forza tra uomini e donne risulta più marcata.

Andando a vedere le singole esponenti, logicamente, la più influente di tutte è Giorgia Meloni con un indice di forza generale del 4,47%. Un dato che la colloca al primo posto della classifica complessiva, considerando anche gli uomini. Tra le donne con indice di forza più alto troviamo poi la ministra del lavoro Marina Elvira Calderone (indipendente) che occupa il tredicesimo posto totale con un indice dell’1,35%. Segue la ministra del turismo Daniela Santanché (Fdi) con un indice dell’1,33%.

3 le donne tra i primi 15 esponenti di governo e parlamento per indice di forza.

Per trovare la prima esponente donna che non ricopre incarichi di governo dobbiamo scendere alla 37esima posizione. Qui incontriamo la vicepresidente del senato Licia Ronzulli (Forza Italia). Altre donne con un indice di forza significativo sono le vicepresidenti del senato rappresentanti dell’opposizione. Si tratta di Anna Rossomando del Partito democratico e Maria Domenica Castellone del Movimento 5 stelle.

Foto: GovernoLicenza

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Quanto sono coese le forze politiche in parlamento https://www.openpolis.it/quanto-sono-coese-le-forze-politiche-in-parlamento/ Wed, 24 May 2023 13:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=247210 La capacità dei leader di partito di mobilitare i propri parlamentari è un elemento molto importante nelle dinamiche d’aula. Abbiamo sviluppato un nuovo indicatore che ci aiuta a capire quali sono i gruppi più coesi e quali meno.

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Nelle scorse settimane ha destato molto scalpore il fatto che la maggioranza sia stata battuta alla camera nella votazione che avrebbe dovuto prevedere l’approvazione del documento di economia e finanza (Def). Uno dei passaggi chiave per l’elaborazione del bilancio dello stato.

Già in un precedente articolo avevamo evidenziato i rischi per la coalizione di centrodestra da questo punto di vista. In almeno 8 occasioni infatti la maggioranza era riuscita a far approvare alcuni provvedimenti importanti solo grazie alla contemporanea assenza di diversi esponenti dell’opposizione. Fatto che ha consentito l’abbassamento della quota di voti favorevoli necessaria.

Il parlamentare deve, o almeno dovrebbe, svolgere la sua funzione senza vincolo di mandato, in virtù dell’articolo 67 della costituzione. Fermo restando questo principio fondamentale, per le forze politiche in parlamento è cruciale avere una compattezza per portare avanti il proprio progetto politico. Tanto sul versante della maggioranza quanto su quello dell’opposizione.

Per questo motivo abbiamo sviluppato un nuovo indicatore originale che ci consente di conoscere quali sono i gruppi parlamentari più coesi e quali invece riscontrano più difficoltà da questo punto di vista.

71,92% il coefficiente di coesione della maggioranza nel suo complesso.

Dall’analisi delle votazioni di questi primi mesi di legislatura emerge che tendenzialmente la coalizione di governo è più coesa rispetto alle opposizioni. Ma il rischio di un incidente di percorso, come la vicenda del Def dimostra, è sempre dietro l’angolo. Per questo è molto utile tenere sotto controllo questo indicatore.

Come funziona il coefficiente di coesione

Nel caso dell’approvazione del Def, ad alzare l’asticella per la maggioranza è intervenuta la richiesta dell’esecutivo di uno scostamento di bilancio per finanziare alcuni provvedimenti. Tale richiesta però per essere approvata necessita della maggioranza assoluta (il 50%+1 dei componenti l’organo) di voti favorevoli.

In questo caso quindi ai capigruppo e agli altri leader delle forze politiche di maggioranza era richiesto uno sforzo per mobilitare i deputati e i senatori affinché si presentassero in aula e votassero a favore del provvedimento. Operazione che, almeno in prima battuta, a Montecitorio è fallita. Il nostro nuovo indicatore si basa proprio sull’analisi di questa dinamica. Ovvero la capacità dei leader non solo di mobilitare i propri parlamentari e di farli partecipare alle votazioni in aula ma anche di convincerli a seguire in maniera compatta la linea di partito. 

Il coefficiente di coesione ci dà indicazioni sulla capacità di far partecipare i parlamentari alle votazioni e di far rispettare la linea di partito.

È possibile effettuare questo tipo di analisi grazie ai dati sulle votazioni elettroniche che si sono svolte dall’inizio della legislatura e che sono messi a disposizione direttamente da camera e senato. Il nostro indicatore quindi valuta non solo quanti parlamentari hanno votato rispetto al numero totale degli appartenenti al gruppo ma anche se lo hanno fatto in aderenza alle indicazioni di partito o meno. Il coefficiente sostanzialmente sarà tanto più vicino al 100% quanto il gruppo è coeso. Viceversa l’indicatore sarà più basso nei casi in cui la compagine risulti essere più sfilacciata.

I dati sulla coesione dei gruppi

Analizzando in maniera complessiva le votazioni che si sono tenute in questi primi mesi della nuova legislatura emerge che generalmente la maggioranza è più coesa dell’opposizione. Parliamo infatti del 71,92% contro il 67,29%.

In entrambe le camere il centrodestra presenta valori maggiori ma è al senato in particolare che si registra la differenza più significativa. A palazzo Madama infatti la maggioranza fa registrare il 74,97% mentre l’opposizione si ferma al 65,97%. Una differenza di ben 9 punti percentuali.

Le opposizioni non riescono a fare fronte comune. Inoltre i parlamentari che siedono nel gruppo misto abbassano notevolmente il dato complessivo sulla coesione.

Se da un lato era lecito attendersi un valore più alto per la maggioranza che deve comunque assicurare i voti per garantire l’attuazione del programma di governo, dall’altro la capacità di far partecipare i parlamentari alle votazioni non deve essere data per scontata. Anche alla luce del fatto che molti esponenti del centrodestra ricoprono incarichi nell’esecutivo. Sarà quindi più difficile – se non impossibile – per questi esponenti partecipare con continuità alle votazioni. Da questo punto di vista il fatto che al senato la maggioranza possa vantare un coefficiente di coesione molto elevato può essere dovuto a due fattori: il primo è che essendo i gruppi più piccoli rispetto a quelli della camera è più facile tenere “sotto controllo” i parlamentari. Il secondo è che il numero di senatori (20) impegnati nelle attività di governo è più basso rispetto a quello dei deputati (27).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 18 Maggio 2023)



Passando ad analizzare la compattezza dei singoli gruppi, possiamo osservare che alla camera quello con il coefficiente di coesione più alto è l’Alleanza verdi e sinistra (80,8%). Seguono Partito democratico (77,18%) e Movimento 5 stelle (77,05). Al senato invece al primo posto troviamo il Movimento 5 stelle (85,09%) seguito da Fratelli d’Italia (79,11) e Lega (77,75%).

In entrambi i rami del parlamento il gruppo meno coeso invece risulta essere il misto. Tale dato non deve sorprendere data la composizione eterogenea di questa formazione. Infatti all’interno del misto possono trovarsi sia parlamentari che sostengono il governo sia oppositori. Inoltre spesso questo gruppo fa registrare mediamente un basso tasso di presenza alle votazioni. Ciò contribuisce ad abbassare il valore complessivo del coefficiente, soprattutto se si considerano maggioranza e opposizione nell’insieme. Una dinamica che in questo caso penalizza in particolare la minoranza.

Escludendo questo e altri casi particolari, possiamo osservare che tra i gruppi più numerosi quello che presenta l’indicatore di coesione più basso è Forza Italia (63,45% alla camera e 57,05% al senato).

Com’è variata la coesione dei gruppi nel tempo

Gli equilibri interni a maggioranza e opposizione, ma anche all’interno dei gruppi stessi, possono variare nel tempo. È quindi molto interessante capire come sono mutati i valori da inizio legislatura ad oggi. Anche alla luce delle più recenti evoluzioni politiche. Ad esempio, il Partito democratico ha cambiato segretario passando da Enrico Letta a Elly Schlein (passaggio peraltro che ha comportato una redistribuzione degli incarichi anche all’interno dei gruppi parlamentari). Inoltre si è consumata la rottura dei rapporti tra Carlo Calenda e Matteo Renzi che potrebbe aver influito anche sui gruppi di Azione-Italia viva.

Da questo punto di vista il primo elemento che emerge è il calo che tutte le formazioni hanno fatto registrare rispetto all’inizio della legislatura. Un calo che può essere considerato, se non del tutto almeno in parte, come “fisiologico” dato che successivamente si è avviata l’attività del governo e delle commissioni.

Un altro elemento interessante che emerge è che ci sono significative differenze tra camera e senato. Non solo nell’andamento temporale ma anche, come abbiamo già visto nel paragrafo precedente, su quali sono le formazioni più coese. Alla camera ad esempio tra aprile e maggio il coefficiente più basso è stato fatto registrare da Azione-Iv.

-13,35 la riduzione, in punti percentuale, del coefficiente di coesione di Azione-Italia viva alla camera tra novembre 2022 e maggio 2023.

Al contrario il Partito democratico pare aver beneficiato del cambio di leader. Dal febbraio 2023 alla prima metà di maggio infatti il gruppo Dem ha incrementato la propria coesione di oltre 8 punti. Una dinamica simile l’ha fatta registrare anche Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni infatti ha registrato un incremento di 6,72 punti. Significativo invece il brusco calo fatto registrare dal gruppo del Movimento 5 stelle che tra aprile e maggio ha perso ben 11 punti percentuali.

Per tasso di coesione si intende il numero di appartenenti al gruppo che hanno partecipato a una votazione e che hanno votato in linea con la maggioranza del gruppo rispetto al totale dei componenti il gruppo stesso. Per garantire un’adeguata leggibilità al grafico sono stati considerati solamente i 6 gruppi più numerosi ad esclusione del misto.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 18 Maggio 2023)



Situazione completamente diversa al senato dove a maggio il gruppo più coeso risulta essere proprio il M5s, in netto recupero rispetto al marzo scorso. Anche in questo caso il Pd fa registrare un incremento del coefficiente di coesione anche se meno marcato rispetto alla camera. Fratelli d’Italia invece risulta in lieve flessione negli ultimi 2 mesi. Lega e Azione-Iv riportano andamenti molto altalenanti. Mentre Forza Italia è il gruppo che fa registrare stabilmente l’indice di coesione più basso.

Foto: Comunicazione camera

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Quanto sono presenti in aula i parlamentari https://www.openpolis.it/quanto-i-parlamentari-sono-presenti-in-aula/ Wed, 22 Mar 2023 14:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=238496 Sono passati 6 mesi dall'insediamento delle nuove camere. Facciamo un primo punto sul livello di partecipazione dei parlamentari. Il tasso medio di presenza in aula è abbastanza alto ma non mancano casi di assenteismo.

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Il tema della partecipazione degli eletti in parlamento ai lavori delle rispettive camere riscuote sempre grande attenzione agli occhi dell’opinione pubblica. Sebbene infatti l’attività politica non si svolga solamente in aula, occorre sempre ricordare che la presenza, oltre a essere prevista dai regolamenti di camera e senato, è anche un dovere connesso all’impegno che richiede l’assunzione di una carica pubblica. Chi ha ricevuto un incarico di rappresentanza da parte dei cittadini infatti, al di là del compenso garantito da risorse pubbliche, dovrebbe prendere questo ruolo con grande senso di responsabilità.

I Senatori hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni.

Sono passati ormai 6 mesi dall’inizio della XIX legislatura e questo può essere un buon momento per fare un primo punto sul tasso di presenza di deputati e senatori. In generale, il livello medio di partecipazione in aula è abbastanza alto ma non mancano i casi di esponenti particolarmente assenteisti. Inoltre, allargando il quadro, il 21% circa degli eletti fa registrare un tasso di partecipazione inferiore al 60%.

75,25% il tasso di partecipazione medio alle votazioni del parlamento.

È particolarmente importate tenere sotto controllo questi dati almeno per due ragioni. A seguito del taglio dei parlamentari infatti una scarsa presenza in aula può comportare alcuni problemi. Da un lato, un rischio politico per la maggioranza: non avere i numeri per approvare i provvedimenti. Dall’altro, soprattutto al senato, che non siano presenti abbastanza esponenti per assicurare il corretto funzionamento dei vari organi interni (commissioni, giunte, comitati) che compongono il parlamento.

Come si conteggiano le presenze

Per valutare il tasso di presenza in aula è possibile conteggiare la partecipazione di deputati e senatori alle varie votazioni che si svolgono nel corso della seduta. Non è detto infatti che un parlamentare sia presente per tutto il tempo. In questo modo quindi si ha un’indicazione più accurata dell’effettiva attività svolta in aula.

La maggior parte delle votazioni avviene in forma elettronica ed è quindi possibile recuperare i dati di ogni singolo scrutinio. Ci sono però alcune situazioni in cui il voto non è registrato, o perché segreto o perché l’aula sceglie di votare con metodi diversi da quello elettronico (ad esempio per alzata di mano). In alcuni di questi casi, i dati sono comunque messi a disposizione dalle strutture di camera e senato.

Quando queste informazioni non sono disponibili, per i passaggi rilevanti (come ad esempio le votazioni sulle questioni di fiducia) le abbiamo raccolte manualmente. Un’operazione di questo tipo però non è possibile per i lavori nelle commissioni. In questo caso infatti non ci sono obblighi di trasparenza. Non stiamo parlando quindi del 100% delle votazioni ma comunque le informazioni disponibili ci restituiscono un quadro sufficientemente accurato del livello di partecipazione.

1.767 le votazioni che abbiamo monitorato dall’inizio della legislatura. Queste si dividono tra 1.043 alla camera e 724 al senato.

Prima di approfondire l’analisi infine occorre specificare che non tutte le assenze sono uguali. In alcuni casi queste sono giustificate per motivi di salute in altri ancora possono avere un significato politico. C’è poi il delicato tema delle missioni parlamentari. In questo caso il politico non partecipa al voto perché è occupato in altre attività istituzionali. Rientra in questa fattispecie ad esempio chi ricopre incarichi di governo. L’assenza del parlamentare in missione è quindi giustificata e non viene conteggiata ai fini del raggiungimento del numero legale.

Se non adoperate correttamente, le missioni possono mascherare casi di assenteismo.

Tuttavia questo strumento negli anni ha mostrato diverse zone d’ombra nella sua applicazione. Infatti non sono solo gli esponenti del governo a poterne usufruire e non sempre sono note le motivazioni della missione. Per questo per valutare il livello di partecipazione in aula abbiamo scelto di concentrarci sulle sole presenze. Intendendo quindi sia le assenze che le missioni come “mancata partecipazione al voto” e, di conseguenza, ai lavori del parlamento.

Le tendenze nei primi mesi della XIX legislatura

Mediamente possiamo osservare che il tasso di partecipazione è più alto al senato rispetto alla camera. A palazzo Madama infatti la media delle presenze si attesta al 78,7% mentre a Montecitorio il dato scende al 74%. Ciò, tra l’altro, nonostante la presenza dei 6 senatori a vita che hanno un tasso di presenza molto basso e contribuiscono quindi ad abbassare la media. Si tratta di una dinamica che avevamo rilevato anche nella precedente legislatura. In quel caso tale tendenza era attribuibile alla maggioranza risicata su cui in particolare il governo Conte II poteva fare affidamento in quest’aula.

I senatori sono mediamente più presenti dei deputati.

Anche se abbiamo visto come i numeri della coalizione al governo non siano poi così solidi a palazzo Madama, la motivazione stavolta è probabilmente diversa. Il taglio dei parlamentari ha impattato maggiormente sui senatori, rimasti solamente in 200. È probabile quindi che gli esponenti di questo ramo siano portati a partecipare mediamente di più ai lavori d’aula non solo per assicurare i numeri alla maggioranza ma anche semplicemente per garantire il corretto funzionamento di tutte le strutture interne.

Al di là di questo dato generale comunque è interessante notare che la maggioranza dei parlamentari riporta un tasso di partecipazione piuttosto elevato. In 398 infatti (253 deputati e 145 senatori) fanno registrare un livello di presenza alle votazioni compreso tra il 75% e il 100%. Ci sono però 126 esponenti (circa il 21%) con un tasso di partecipazione inferiore al 60%. Addirittura troviamo 22 deputati e 15 senatori che rientrano nella fascia compresa tra lo 0% e il 15%.

37 i parlamentari con un tasso di partecipazione compreso tra lo 0 e il 15%.

È bene specificare che tra i 126 parlamentari meno presenti, 21 ricoprono incarichi di governo. Come già detto in molti casi questi, come altri parlamentari, sono considerati “in missione”. In quanto non presenti, comunque, non contribuiscono ai lavori delle camere.

Leader di partito ed esponenti del governo

I parlamentari che fanno parte dell’esecutivo sono 46 in totale (27 deputati e 19 senatori). Tra questi, i più presenti in aula sono il sottosegretario alle infrastrutture Tullio Ferrante (Forza Italia, 60%), il ministro della pubblica amministrazione Paolo Zangrillo (Fi, 53,5%) e la sottosegretaria alla cultura Lucia Borgonzoni (Lega, 50,3%).

21,3% il tasso medio di presenza in aula dei parlamentari con incarichi di governo. 

Tra i meno presenti invece il ministro degli esteri Antonio Tajani (Fi, 0,2%), il sottosegretario alle infrastrutture Edoardo Rixi (Lega, 0,3%) e quello all’economia Federico Freni (Lega, 2,5%). Da notare che anche la stessa presidente del consiglio Giorgia Meloni risulta eletta alla camera (Fratelli d’Italia, 1,34%). Sarebbe però insolito che chi ricopre questo ruolo partecipi alle sedute dell’aula se non per rendere conto del proprio operato come guida dell’esecutivo.

Un altro elemento interessante da passare in rassegna è quello della presenza in aula dei diversi leader di partito. Così come chi fa parte del governo anche gli esponenti di punta delle varie forze politiche, per motivi diversi, sono spesso impegnati fuori dalle aule per iniziative sui territori. Chiaramente in questo caso la differenza tra chi è al governo e chi all’opposizione emerge nettamente.

Tra i leader di partito, oltre a chi ha incarichi di governo, sono molto assenti Berlusconi, Lupi e Calenda.

Tra i più presenti in aula infatti troviamo il leader dei Verdi Angelo Bonelli (83%). Seguono quello di Sinistra italiana Nicola Fratoianni (74,5%) e quello del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte (65,2%). La neo segretaria del Pd Elly Schlein si colloca al 53,7% mentre Matteo Renzi di Italia viva fa registrare il 41,7%. Maurizio Lupi di Noi moderati si attesta al 24%.

Tra i meno presenti infine troviamo il segretario della Lega Matteo Salvini (che però è anche ministro delle infrastrutture) che fa registrare un tasso di partecipazione del 14,9%. Seguono il segretario di Azione Carlo Calenda (11,2%) e il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi (0,55%). In entrambi i casi risulta molto elevato il dato sulle missioni (rispettivamente 77% e 89%).

I parlamentari meno presenti in aula

Detto degli esponenti principali, andiamo a vedere quali sono gli altri parlamentari che hanno partecipato di meno ai lavori dell’aula. Prima di proseguire occorre ribadire che il livello di partecipazione in questa prima fase della legislatura è stato mediamente alto. Inoltre siamo solo alle prime fasi dell’attività parlamentare. Per avere dati più solidi occorrerà aspettare ancora alcuni mesi.

Tra i parlamentari più assenti molti sono del centrodestra.

Fatte queste premesse è comunque interessante osservare che come ci sia un nutrito gruppo di parlamentari che presenta un tasso di presenza in aula particolarmente basso. E tra questi ci sono molti nomi noti anche al grande pubblico. Il deputato meno presente in assoluto è lo storico leader della Lega Umberto Bossi (0,38% di partecipazione alle votazioni) le cui precarie condizioni di salute però sono note. Troviamo poi l’imprenditore Antonio Angelucci anch’egli eletto in quota Lega (1,44%), Marta Fascina (Fi, 1,73%) e Giulio Tremonti (Fdi, 7,5% presidente della commissione esteri e spesso in missione). Rientra in questa suddivisione anche Michela Vittoria Brambilla (storica esponente di Forza Italia che ha recentemente aderito a Noi moderati) con il 24% circa di presenza alle votazioni.

Dal conteggio sono stati esclusi i senatori a vita, i presidenti e vicepresidenti di camera e senato e chi ricopre incarichi di governo.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 8 Marzo 2023)



Al senato invece, oltre ai già citati Calenda e Berlusconi, un altro nome noto con un tasso di partecipazione modesto è quello dell’ex ministra Giulia Bongiorno (Lega, 30,4%). Anche in questo caso è molto alta la percentuale di missioni.

Il livello dei partecipazione dei gruppi

Un ultimo elemento da analizzare riguarda il livello di partecipazione ai lavori parlamentari in base al gruppo di appartenenza. In passato infatti il tema è stato spesso centrale nel dibattito pubblico ed alcuni partiti hanno fatto della lotta all’assenteismo un proprio cavallo di battaglia, da rivendicare poi anche in chiave elettorale.

A livello di formazioni politiche notiamo che alla camera il tasso medio di partecipazione più alto è quello del gruppo dell’Alleanza verdi e sinistra che raggiunge l’86% circa. Da notare che questa formazione conta attualmente solo 11 componenti. Nel caso di numeri così ridotti è quindi abbastanza semplice raggiungere livelli elevati di partecipazione. D’altronde basta un dato fortemente negativo in questo senso per abbassare notevolmente la media. Serve quindi l’accordo di tutti gli aderenti al gruppo (che in questo caso provengono da due forze politiche diverse) per assicurare un’alta presenza ai lavori dell’aula.

Il secondo gruppo per partecipazione a Montecitorio è quello del Movimento 5 stelle che supera l’80%. I pentastellati tra l’altro già nella precedente legislatura si erano distinti per un alto livello di partecipazione media. Il terzo gruppo più presente è quello del Partito democratico con il 79% circa. Agli ultimi posti troviamo invece Forza Italia (65%) e Noi moderati (63%).

Nel grafico è riportato il dato medio di presenza alle votazioni in aula dei gruppi parlamentari. Si è scelto di riportare anche i dati relativi alle percentuali di assenze e missioni per far vedere in particolare come queste ultime influiscano sul livello di partecipazione dei vari gruppi. L’istituto della missione prevede che l’assenza in aula del parlamentare sia giustificata e non rilevi ai fini raggiungimento del numero legale. Tuttavia ai fini pratici si tratta comunque di una mancata partecipazione ai lavori a tutti gli effetti.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 8 Marzo 2023)



Come abbiamo visto in precedenza, il livello medio di partecipazione al senato è più alto rispetto a quello della camera. Se però consideriamo le performance dei diversi gruppi notiamo che in questo ramo ci sono delle differenze più marcate. Il gruppo più presente infatti è quello del Movimento 5 stelle che raggiunge l’87% di partecipazione alle votazioni. Tra i gruppi più presenti inoltre troviamo il Pd (84%) e Fratelli d’Italia (81,6%). All’ultimo posto invece troviamo il gruppo misto che non raggiunge il 50%. I suoi 7 membri infatti si fermano al 45%.

In questo caso è interessante notare che nel misto del senato sono presenti anche gli esponenti di Avs che non hanno raggiunto il numero minimo di aderenti per formare un gruppo autonomo. Qui però pesa la presenza nel gruppo di 3 senatori a vita (Mario Monti, Renzo Piano e Liliana Segre) che per motivi legati all’età, allo stato di salute o a impegni professionali, hanno un basso tasso di partecipazione. Infatti considerando singolarmente gli esponenti di Avs notiamo che il loro livello di presenza, in particolare quello di Aurora Floridia (91,57%) e di Giuseppe De Cristofaro (89,50%), è in linea con quello dei loro colleghi della camera.

Foto: Facebook – Carlo Calenda

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I partiti e la raccolta del 2×1000 nel 2022 https://www.openpolis.it/i-partiti-e-la-raccolta-del-2x1000-nel-2022/ Tue, 31 Jan 2023 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=229327 Sono passati ormai 8 anni da quando è entrato in funzione il 2xmille come forma di finanziamento pubblico ai partiti. Un arco di tempo sufficiente per apprezzane l'evoluzione sia in termini complessivi sia rispetto alle singole forze politiche che vi fanno ricorso.

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Da quando nel 2013 il governo Letta ha abolito i rimborsi elettorali, il 2×1000 è rimasta quasi l’unica forma di finanziamento pubblico ai partiti, almeno formalmente.

In effetti esistono altri tipi di altri finanziamenti pubblici alla politica. Come abbiamo avuto modo di raccontare in passato negli anni si è ridotto quello verso i partiti, mentre quello verso i gruppi parlamentari è rimasto stabile.

Si tratta in questo caso di risorse molto ingenti che tuttavia, almeno formalmente, dovrebbe essere destinato all’attività istituzionale dei gruppi e non a quella più generale dei partiti, come le spese per le attività politiche, la comunicazione elettorale, la formazione.

Questo tipo di funzioni, in base al sistema di finanziamento entrato in vigore quasi 10 anni fa (Dl 149/2013), dovrebbe essere finanziato attraverso donazioni private e il 2×1000. Uno strumento tramite il quale sono i contribuenti a decidere se vogliono destinare una parte del loro Irpef a un partito. A differenza di quanto accadeva con i rimborsi elettorali.


Con la dichiarazione dei redditi, i contribuenti possono decidere di destinare una quota della loro irpef (lo 0,2%) a un partito anziché allo stato.


Vai a
“Che cos’è il 2×1000 ai partiti”

Questa forma di finanziamento pubblico è gradualmente cresciuta negli anni sia in termini di numero di contribuenti che hanno destinato il proprio 2×1000 a un partito, sia in termini di risorse complessive raggiunte.

20,4 milioni € le risorse complessivamente raccolte con il 2X1000 nel 2022 in base alla dichiarazione dei redditi 2021.

Tra il 2015 e il 2022 infatti il numero di contribuenti che ha fatto questo tipo di scelta è cresciuto del 22,7%, mentre l’ammontare complessivo è aumentato del 39,45%.

I partiti più scelti nel 2022

Nel 2022, come peraltro in tutti gli anni precedenti, la forza politica che ha ricevuto più risorse dal 2×1000 è il Partito democratico (Pd) con 476mila contribuenti che hanno destinato al partito complessivamente 7,3 milioni di euro. Un importo considerevole che corrisponde al 36% delle risorse complessive.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’economia
(ultimo aggiornamento: mercoledì 25 Gennaio 2023)



Al secondo posto Fratelli d’Italia (FdI) con 234mila sottoscrizioni per un totale di 3,1 milioni di euro e a seguire la Lega, quasi 138mila scelte per 1,6 milioni di euro. In quest’ultimo caso però si stanno sommando i risultati ottenuti da due partiti formalmente diversi: Lega per Salvini premier (99mila scelte e 1,2 milioni di euro) e Lega Nord per l’indipendenza della Padania (38mila scelte per 441mila euro).

Una quota considerevole di scelte e di contributi sono stati poi raccolti da diversi partiti di centrosinistra, nonostante si trattasse (almeno nel 2022) di formazioni politiche relativamente piccole. Parliamo dei Verdi (76mila scelte e 837mila euro), di Sinistra italiana (72mila scelte e 833mila euro), Articolo 1 (67mila scelte e 895mila euro), Italia viva (53mila scelte e 973mila euro) e Azione (49mila scelte e 1256mila euro).

Le scelte dei contribuenti e le risorse ai partiti

Come abbiamo avuto modo di vedere i dati del 2×1000 ci informano da un lato sul numero di contribuenti che hanno deciso di destinare una quota del proprio Irpef a un partito, e dall’altro sulle risorse che da queste scelte sono derivate.

La proporzione tra importi ricevuti e numero di scelte effettuate dai contribuenti tuttavia non è uguale tra i diversi partiti. Questo perché le risorse che ciascuno destina effettivamente a un partito dipendono dall’ammontare del relativo Irpef.

In media il valore del 2×1000 destinato ai partiti vale 14,2 € per contribuente. Un dato in crescita rispetto agli scorsi anni. Nel 2015 infatti questo importo medio era pari a 11,2 €.

Il partito che ha ricevuto più fondi in rapporto al numero di contribuenti che l’hanno scelto è Azione.

Ma questa cifra cambia considerevolmente anche quando si analizzano forze politiche diverse. Il partito ad avere il rapporto più alto tra numero di scelte e risorse ottenute è Azione con ben 25,6 € per contribuente. A seguire il Sudtiroler Volkspartei (19,5 €), Italia Viva (18,5 €) e Forza Italia (17,2 €). Importi medi un po’ più bassi invece per Pd (15,4 €), FdI (13,4 €) e Lega (12 € considerando complessivamente i due partiti).

Il 2×1000 negli anni

Come anticipato, alcune cose sono cambiate da quando è entrato in funzione il finanziamento pubblico tramite 2×1000. Intanto sono aumentate le risorse complessive che, avendo superato i 20 milioni di euro, iniziano ad avvicinarsi al tetto di 25,1 milioni stabilito dalla legge (Dl 149/2013, articolo 12 comma 4). Un limite che potrebbe dunque essere raggiunto già il prossimo anno se non verrà modificata la norma. Questo sia a causa della tendenza alla crescita rilevata nel periodo precedente, sia perché il 2023 dovrebbe essere il primo anno in cui anche il Movimento 5 stelle parteciperà alla raccolta del 2×1000.

Altre novità hanno riguardato la nascita o il venir meno di alcune formazioni politiche abilitate alla raccolta del 2×1000. Fino allo scorso anno ad esempio Rifondazione comunista era una delle formazioni che raccoglieva più opzioni. Nel 2022 però è stata esclusa, a causa delle particolari regole previste per rientrare nel registro nazionale dei partiti politici.

Al contrario quest’anno per la prima volta Italexit ha raccolto questo tipo di finanziamento (44mila scelte e 460mila euro). Sia Azione che Italia Viva invece risultano iscritte al registro a partire dal 2020.

Discorso a parte per la Lega che, come anticipato, a partire dal 2018 raccoglie il 2×1000 sia attraverso il vecchio partito (Lega nord per l’indipendenza della Padania) sia attraverso quello creato dal segretario Matteo Salvini (Lega per Salvini premier).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’economia
(ultimo aggiornamento: mercoledì 25 Gennaio 2023)



Nel primo anno in cui entrambi questi soggetti sono risultati iscritti al registro dei partiti la Lega nord ha effettivamente visto un calo considerevole delle risorse derivanti dal 2×1000. Una riduzione che peraltro è proseguita negli anni successivi. Ancora oggi comunque il vecchio carroccio raccoglie non pochi contributi (38mila scelte e 442mila euro).

Tra 2018 e 2019 invece la Lega per Salvini premier ha visto crescere gli importi ottenuti con questo metodo di finanziamento. A partire dal 2020 però queste risorse sono iniziate a calare, mentre in contemporanea aumentavano quelle ricevute da un altro partito di destra, Fratelli d’Italia.

Negli ultimi anni infatti il partito della presidente del consiglio Giorgia Meloni ha visto crescere i fondi del 2×1000 da 570mila euro a oltre 3,1 milioni.

81,81% l’aumento delle risorse ottenute attraverso il 2×1000 da Fratelli d’Italia tra 2015 e 2022.

La distribuzione geografica del 2×1000

Otre ai dati a livello nazionale il ministero dell’economia rilascia anche alcune informazioni su base regionale. In questo caso però l’unico dato fornito è quello sul numero di contribuenti che hanno fatto la scelta e non sull’ammontare ottenuto.

Un dato comunque molto interessante che ci racconta del rapporto tra singoli territori e forze politiche. Per evitare distorsioni relative alla diversa popolosità delle regioni italiane, conviene però guardare il dato in rapporto al numero di contribuenti totali presenti in ciascuna regione.

Emerge innanzitutto che nel 2022 in Italia circa 3,5 contribuenti su 100 hanno deciso di destinare il 2×1000 a un partito. Una valore che tuttavia cambia molto a seconda dei territori. Nelle regioni del nord infatti si tratta di circa 4,3 contribuenti su 100. In quelle del centro Italia di 3,7 mentre nel mezzogiorno di 2.


FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’economia
(ultimo aggiornamento: mercoledì 25 Gennaio 2023)


Ma questa distribuzione varia significativamente anche a seconda del partito considerato.

Le regioni in cui è più frequente che un contribuente decida di destinare il proprio 2×1000 al Partito democratico sono l’Emilia-Romagna (2 contribuenti su 100) e la Toscana (1,7).

Per Fratelli d’Italia invece si tratta del Friuli-Venezia Giulia (0,96 contribuenti su 100) e del Lazio (0,89 contribuenti su 100). Proporzionalmente poi FdI non va male anche nelle regioni del mezzogiorno, da cui arriva il 21,7% dei suoi contributi, contro il 16,5% del Pd e il 5,4% della Lega (o meglio delle Leghe).

Non stupisce infine che i dati migliori la Lega li raccolga al nord. In particolare in Veneto (0,86 contribuenti su 100) e Lombardia (0,71 contribuenti su 100). Nelle regioni del mezzogiorno invece solo 0,06 elettori su 100 hanno devoluto il proprio 2×1000 alla Lega. Un dato che da un certo punto di vista è facilmente spiegabile, ma che è interessante confrontare con il 2019, quando in queste stesse regioni i contribuenti che avevano optato per la Lega sono stati 0,24 su 100.

Ovviamente questa marcata distribuzione geografica emerge ancora più chiaramente se invece che considerare complessivamente la Lega si valorizza la differenza tra Lega Salvini premier e Lega nord.

Particolarmente interessante è osservare a questo proposito che, se complessivamente Lega Salvini premier continua a essere di gran lunga preminente in termini di 2×1000 rispetto alla Lega nord, in Veneto quest’anno, per la prima volta, è accaduto il contrario. Infatti nella regione amministrata da Luca Zaia (Lega), nel 2022 sono stati 15.862 gli elettori che hanno scelto di dare un contributo alla Lega nord. Contro i 15.411 che hanno optato per la Lega Salvini premier.

Foto: Scott Graham (Unsplash)

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La composizione delle nuove aule parlamentari https://www.openpolis.it/esercizi/la-composizione-delle-nuove-aule-parlamentari/ Mon, 24 Oct 2022 12:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=209919 Composizione e gruppi politici nella legislatura entrata in carica. La prima eletta dopo la riduzione del numero di parlamentari, con nuovi equilibri tutti da stabilire.

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Dopo il giuramento e il passaggio di consegne avvenuto nel fine-settimana, il governo Meloni si appresta a chiedere da domani la fiducia di camera e senato, nelle nuove aule parlamentari uscite dalle elezioni del 25 settembre e insediate il 13 ottobre scorso.

Un passaggio considerato scontato, vista la maggioranza di cui gode l’esecutivo in entrambe le camere, ma comunque rilevante. Saranno infatti deputati e senatori a decidere non solo sulla fiducia iniziale, ma sulla navigazione dell’esecutivo e sul destino della XIX legislatura della storia repubblicana.

Una legislatura indubbiamente diversa dalle precedenti, inedita per numero di deputati (ridotti a 400) e di senatori (200, oltre quelli a vita). Ma differente anche nel corpo elettorale che l’ha espressa: per la prima volta il senato è stato eletto dai giovani con meno di 25 anni di età.

Che volto hanno le nuove camere rispetto a quelle precedenti? Lo approfondiamo, da oggi e nei prossimi giorni, con una serie di uscite sul tema: dalla rappresentanza di genere a quella giovanile, dal profilo degli eletti – in termini di esperienze politiche pregresse – ai precedenti in termini di assenteismo e tendenza ai cambi di gruppo.

Aspetti che abbiamo ricostruito anche nel confronto con le candidature presentate nelle elezioni politiche del 25 settembre.

Iniziamo con una panoramica delle nuove aule parlamentari nella XIX legislatura. La navigazione dell’esecutivo appena nato dipenderà molto dalla loro composizione ed evoluzione nel tempo. A maggior ragione in un parlamento con numeri ridotti, il cambio di gruppo di pochi parlamentari può cambiare completamente gli equilibri.

Anche in termini politici, la nuova legislatura si distingue da quelle immediatamente precedenti. Per la prima volta dal 2008 infatti una delle coalizioni pre-elettorali ha conseguito la maggioranza assoluta in entrambe le camere.

La composizione della camera dei deputati

Nella nuova aula da 400 seggi, la soglia per la maggioranza assoluta è fissata a quota 201. La coalizione tra Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati la supera con ampio margine, sfiorando i 240 seggi totali.

Gli scranni della nuova camera dei deputati sono infatti così ripartiti: 118 a Fdi, 66 alla Lega, 44 a Forza Italia. Noi moderati, la “quarta gamba” del centro-destra, non aveva i numeri per formare un gruppo autonomo, ma ha costituito una componente del misto insieme al Maie (Movimento associativo italiani all’estero), con 9 deputati.

All’opposizione, sono 69 gli iscritti al gruppo Pd, 52 al M5s, 21 ad Azione-Iv. Vi sono poi altre componenti del misto. Tra queste, i 12 deputati dell’alleanza Verdi-Sinistra italiana (Avs) e i 3 di +Europa. Sempre nel gruppo misto, figurano 3 deputati delle minoranze linguistiche e altri 3 non iscritti ad alcuna componente.

Sono stati considerati nel calcolo della maggioranza di centro-destra i gruppi di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e la componente del misto “Noi moderati-Maie”.

Alla camera dopo la riduzione del numero dei parlamentari i regolamenti non sono stati adeguati. Pertanto, il numero di deputati per formare un gruppo resta 20 da regolamento vigente, salvo deroghe. Quindi di fatto servono almeno il 5% dei deputati per formare un gruppo (20 su 400), rispetto a circa il 3% precedente (20 su 630).

FONTE: openpolis
(consultati: giovedì 20 Ottobre 2022)

Gruppi e componenti di maggioranza hanno quindi 237 seggi su 400, pari al 59,3% dell'aula al completo. Tale maggioranza assoluta garantisce al centro-destra i numeri per l'insediamento di un governo coerente con la coalizione presentata alle elezioni.

Per la prima volta dal 2008, uno schieramento pre-elettorale ha la maggioranza in entrambe le aule parlamentari.

Una differenza sostanziale con quanto accaduto nel 2018, quando nessuna coalizione presentatasi alle politiche di quell'anno aveva raggiunto il 50%+1 dei seggi. Ma anche con la legislatura iniziata nel 2013. Allora la coalizione di centro-sinistra guidata da Pier Luigi Bersani aveva ottenuto la maggioranza solo alla camera, attraverso il premio di maggioranza nazionale previsto dalla legge Calderoli. Ma non al senato, dove per la stessa legge i premi erano regionali, e quindi non garantiti necessariamente alla coalizione con più voti a livello nazionale.

La novità sostanziale di questa tornata elettorale è che, per la prima volta dal 2008, la coalizione arrivata prima è maggioranza assoluta in entrambe le aule.

La composizione del senato della repubblica

I gruppi di centro-destra, con 116 senatori su 206, hanno infatti la maggioranza anche nell'altro ramo del parlamento. I 116 seggi del nuovo senato della repubblica sono così ripartiti dal lato della maggioranza: 63 a Fratelli d'Italia, 29 alla Lega, 18 a Forza Italia, 6 al gruppo "Civici d'Italia - Noi moderati - Maie".

A differenza della camera dei deputati, al senato Noi moderati, quarta gamba del centro-destra, ha formato un gruppo autonomo. Ciò grazie all'apporto di un senatore eletto con il Maie e soprattutto di alcuni esponenti di Fratelli d'Italia. Tra questi Giorgio Salvitti, vicepresidente del nuovo gruppo "Civici d'Italia - Noi moderati - Maie" e dirigente nazionale del partito guidato da Giorgia Meloni.

Le altre forze in parlamento sono Pd (38 seggi), M5s (28), Azione-Iv (9), il gruppo misto e quello per le autonomie. Il misto è composto da 7 membri: 3 sono senatori a vita (Mario Monti, Renzo Piano e Liliana Segre) e 4 sono eletti con il centro-sinistra, in particolare per l'alleanza Verdi-Sinistra italiana.

Al senato, dopo l’ultima riforma regolamentare, il numero minimo di senatori per formare un gruppo è di 6 senatori (erano 10 nel formato dell’aula a 315 membri più i senatori a vita).

FONTE: openpolis
(consultati: giovedì 20 Ottobre 2022)

Sono 7 anche i seggi del gruppo per le autonomie, composto da forze politiche locali (Svp-Patt, Campobase e Sud chiama nord) e da 2 senatori a vita: Elena Cattaneo e l'ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano. L'ultimo dei 6 senatori a vita, Carlo Rubbia, non ha aderito ad alcun gruppo.

La maggioranza di centro-destra nell'aula è quindi del 56%. Una quota più che sufficiente per l'insediamento dell'esecutivo. Ma che andrà verificata nella prosecuzione della legislatura, soprattutto per la tenuta della maggioranza nella quotidianità dei voti d'aula.

Equilibri da verificare nel corso della legislatura

La riduzione dei parlamentari, specie al senato, pone infatti un forte limite alla funzionalità dell'aula, come segnalato in approfondimenti precedenti. A fronte di una maggioranza che in termini assoluti supera di 12 senatori il 50%+1 dei componenti, il rischio di "andare sotto" appare più concreto per una serie di motivi.

Oltre al ruolo del presidente del senato, che per prassi (come l'omologo della camera) non vota, la presenza di 9 senatori nell'esecutivo riduce il margine effettivo della maggioranza in termini assoluti. Il vantaggio potrebbe assottigliarsi ulteriormente con le future nomine dei sottosegretari, se diversi di questi saranno senatori. Come rilevato in passato, infatti, ministri e sottosegretari non sono molto presenti nei lavori delle aule, essendo impegnati nell'attività quotidiana dell'esecutivo.

Nell'immediato, il gap con i seggi delle minoranze può rendere più tranquilla la navigazione dell'esecutivo. Pd, M5s, Azione-Iv, Avs e autonomie - oltre a non esprimere un'opposizione unitaria - valgono insieme 86 seggi al senato. In ogni caso, per la nuova maggioranza sarà cruciale assicurarsi che numeri sulla carta solidi si traducano in presenze effettive nelle aule parlamentari.

La nuova maggioranza e i quorum "sensibili"

Un tema ricorrente della campagna elettorale è stata la possibilità che la coalizione di centro-destra raggiungesse una maggioranza tale da superare anche i quorum rafforzati previsti a garanzia degli equilibri costituzionali.

Parliamo in particolare delle riforme della costituzione senza necessità di approvazione popolare tramite referendum e dell'elezione di giudici costituzionali e membri del Csm. Il centro-destra uscito dalle urne però risulta al di sotto dei quorum previsti.

Per le modifiche alla carta fondamentale, è la stessa costituzione a prescrivere una soglia dei 2/3 in ciascuno dei voti finali di camera e senato. Sotto questa quota, l'approvazione a maggioranza assoluta può non bastare: un quinto dei membri di una camera, 500mila elettori o 5 consigli regionali possono chiedere entro 3 mesi un voto popolare sulla riforma.

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione (...) Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

2 su 3 i deputati e senatori che devono approvare una riforma costituzionale affinché questa possa evitare il referendum popolare.

Con 353 seggi su 606 totali (351 se si escludono i presidenti delle camere), al centro-destra mancano circa 50 parlamentari per la soglia dei 2/3. E - sebbene più vicino - risulta comunque al di sotto anche di quelle per eleggere i giudici costituzionali e i membri del Csm spettanti al parlamento in seduta comune.

Nel parlamento in seduta comune la maggioranza di centro-destra ha il 58% dei seggi.

A camere riunite, il centro-destra esprime infatti il 58% dei parlamentari. Da soli, non bastano per eleggere i giudici della corte costituzionale scelti dal parlamento. La legge costituzionale (2/1967, art. 3) prevede infatti la maggioranza dei 2/3 dei componenti (nei primi 2 voti) e dei tre quinti a partire dal terzo scrutinio.

E non sono sufficienti per l'elezione del Csm, per cui la legge prevede i tre quinti dei componenti nei primi 2 voti e i tre quinti dei votanti dal terzo scrutinio.

La elezione dei componenti del Consiglio superiore da parte del Parlamento in seduta comune delle due Camere avviene a scrutinio segreto e con la maggioranza dei tre quinti dell'assemblea. (...) Per gli scrutini successivi al secondo è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti.

Con l'attuale distribuzione per gruppi, e in caso di presenze compatte delle minoranze in aula, sarebbe quindi necessaria una qualche forma di accordo tra la maggioranza e almeno una parte dell'opposzione per queste scelte di garanzia.

Un confronto tra voti ricevuti e seggi nelle aule

Da notare come rispetto ai risultati elettorali delle singole liste, i gruppi di maggioranza appaiano premiati in termini di consistenza parlamentare.

Un effetto della parte maggioritaria del sistema elettorale, ma anche della riduzione nel numero di parlamentari, che innalza di fatto la soglia implicita per accedere in parlamento.

In questo senso è interessante osservare come la divisione dei collegi uninominali tra partiti alleati, frutto di accordi precedenti il voto, abbia inciso nettamente sulla composizione finale di camera e senato.

Da notare che la corrispondenza tra partito di elezione e gruppi di camera e senato non è perfetta. Rispetto alla classificazione per gruppi e componenti parlamentari, nel calcolo degli eletti esposto in tabella sono state fatte le eccezioni esplicitate in descrizione.

FONTE: openpolis
(consultati: giovedì 20 Ottobre 2022)



Nel centro-sinistra, ad esempio, le liste alleate del Pd che non hanno raggiunto lo sbarramento del 3% previsto nella parte proporzionale, eleggono alcuni parlamentari nei collegi uninominali. Nello specifico 2 deputati di +Europa (Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi), che insieme a Luca Pastorino - eletto come indipendente nel centro-sinistra - hanno formato una componente nel misto. E uno dei promotori di Impegno civico (Bruno Tabacci, che ha aderito al gruppo Pd della camera). Lo stesso vale per Noi moderati nel centro-destra, che ha 10 parlamentari eletti nell'uninominale.

Si tratta del risultato di accordi pre-elettorali tra le forze politiche incentivati dalla legge elettorale. Le forze maggiori della coalizione beneficiano - nella parte proporzionale - dei voti delle liste che, pur non raggiungendo il 3% dei voti, abbiano ottenuto almeno l'1%. In forza di questa previsione, i piccoli partiti possono negoziare candidature nei collegi uninominali considerati più sicuri.

1% la quota minima da raggiungere affinché i voti della lista vengano comunque conteggiati nella coalizione, andando ai partiti che superano lo sbarramento.

In alcuni casi, una lista minore può conseguire seggi uninominali in forza di un accordo pre-elettorale, pur non avendo contribuito al risultato della coalizione nella parte proporzionale. È il caso di Impegno civico e Noi moderati, rimaste di poco sotto la soglia dell'1%.

L'impatto dei collegi uninominali negli equilibri di maggioranza

L'effetto dei patti pre-elettorali è ancora più visibile negli equilibri interni al centro-destra. L'accordo di ripartizione dei collegi uninominali - pubblicato da Ansa a fine luglioera basato sui sondaggi precedenti le elezioni, che attribuivano alla Lega circa il doppio dei consensi successivamente ricevuti. Uno squilibrio che ha pesato sui seggi del terzo partito della coalizione, Forza Italia.

Per questo motivo la Lega, con circa il 9% dei voti, ha un peso del 15,7% nel nuovo parlamento. Più di Forza Italia, che con un consenso simile ottiene circa il 10% dei seggi e del M5s (15,4% dei voti e 13,2% dei seggi). Garantendosi una forza parlamentare non distante da quella del Pd (17,7%), che nelle urne ha ricevuto il 19% dei voti.

Ciò significa che nelle aule di nuova elezione, come rivendicato nella prima dichiarazione dopo il voto dal segretario Matteo Salvini, la Lega può contare su quasi 100 parlamentari. A dispetto di un risultato elettorale considerato non esaltante dagli stessi esponenti leghisti, si tratta di una forza sulla carta in grado di orientare gli equilibri dell'intera legislatura.

Foto: Camera dei deputati

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I candidati e le pluricandidature per il nuovo parlamento https://www.openpolis.it/esercizi/i-candidati-e-le-pluricandidature-per-il-nuovo-parlamento/ Mon, 19 Sep 2022 13:38:33 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=207247 Openpolis ha indagato nome per nome i candidati e le candidate al nuovo parlamento. Un’analisi di chi si propone a guidare il paese.

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Il prossimo fine settimana gli italiani saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo parlamento. Aule in cui per la prima volta saranno elette 600 persone, 400 alla camera e 200 al senato, in virtù della riforma con cui è stato ridotto il numero dei parlamentari.

La legge elettorale che sarà utilizzata non è nuova. Pur avendo subito alcune modifiche necessarie ad adattarla al ridotto numero di parlamentari, è già stata usata per eleggere lo scorso parlamento. In ogni caso si tratta di una legge abbastanza complessa nei suoi meccanismi, sia generali che specifici.

La legge elettorale prevede che siano assegnati con sistema uninominale 3/8 dei seggi mentre i restanti sono attribuiti con sistema proporzionale.
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Anche per questo approfondire come i diversi partiti e le diverse coalizioni hanno selezionato i propri candidati può essere utile per esprimere un voto consapevole.

Candidati e pluricandidati

Come accennato dunque i seggi presenti in parlamento sono 400 alla camera e 200 al senato. Questo però non vuol dire che ciascuna lista debba presentare 600 candidature, anzi. I partiti che si sono presentati da soli, senza apparentamenti per le candidature uninominali, hanno indicato complessivamente sulle schede circa 500 candidature.

Considerando invece le coalizioni, il numero di candidature è ovviamente più alto perché a quelle uninominali in comune si sommano quelle plurinominali di ciascuna lista.

Ma candidature e candidati non sono la stessa cosa. Infatti se complessivamente le candidature sono 6.347 (di cui 4.195 alla camera e 2.152 al senato) il numero dei candidati è inferiore, visto che 1.059 di questi si presentano in più collegi.

4.746 è il numero di candidati e candidate alle elezioni politiche del 25 settembre 2022.

Un fenomeno, quello delle pluricandidature, presente in tutte le liste e tutte le coalizioni, se pur in misura diversa.

Sono considerate il numero di candidature e il numero di candidati delle due coalizioni elettorali oltre che delle prime 4 liste per numero di candidature tra quelle non coalizzate. Sono considerate coalizzate nel centro-destra le liste: Fratelli d’Italia, Lega, Noi Moderati, ‘Forza Italia e Lega – Forza Italia – Fratelli d’Italia’ solo per la circoscrizione estero. Sono considerate coalizzate nel centro-sinistra le liste: Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa, Impegno civico, Campobase (solo nella provincia autonoma di Trento), ‘Vallée D’Aoste – Autonomie progrès fédéralisme’ (solo in Valle d’Aosta).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'Interno
(ultimo aggiornamento: giovedì 15 Settembre 2022)

D'altronde la legge prevede espressamente questa possibilità. Infatti, si può arrivare fino a un massimo di 6 candidature, 5 al proporzionale più una all’uninominale.

Considerando oltre alle coalizioni le 4 liste che hanno presentato più candidature, quella che mantiene il rapporto più alto tra candidati e candidature è Unione popolare con l'87,8%, mentre quella in cui questo rapporto è più basso è Italexit con il 71,3%.

Certo per le liste minori, in cui la sfida principale consiste nel raggiungere la soglia di sbarramento per entrare in parlamento, le pluricandidature hanno un significato molto diverso rispetto a formazioni maggiori come il Movimento 5 stelle (74,5% con un totale di 125 pluricandidati), Azione-Italia Viva (79,4% con un totale di 70 pluricandidati) o a maggior ragione le due principali coalizioni.

Le pluricandidature nelle coalizioni

Considerando invece le coalizioni si può notare come il centro-sinistra abbia un rapporto candidati/candidature più basso (71,7% con un totale di 193 pluricandidati) rispetto al centro-destra (80,5% con un totale di 149 pluricandidati). Guardando poi alle diverse lise che compongono le coalizioni emergono però molte differenze.

Sono considerate il numero di candidature e il numero di candidati del centro-destra divisi per lista elettorale. A coloro che sono candidati sia per un seggio plurinominale che per un seggio uninominale è stata attribuita la lista elettorale corrispondente alla candidatura plurinominale. Coloro che invece sono candidati esclusivamente in un collegio uninominale sono compresi nell’apposita categoria ‘Cdx candidati solo all’uninominale’. Nella circoscrizione estero infine Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega si sono presentati uniti e i candidati sono indicati nella categoria ‘Cdx lista estero’.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: venerdì 16 Settembre 2022)

Nel centro-destra è in particolare Fratelli d'Italia ad esprimere molte pluricandidature.

Nel centro-destra Fratelli d'Italia (FdI) esprime un numero di pluricandidature nettamente più alto rispetto ai suoi alleati (55 pluricandidati) raggiungendo un rapporto candidati/candidature di appena il 68,63%. Decisamente più basso rispetto alla media della coalizione. Valori simili invece si rilevano per Forza Italia e Lega. La prima infatti propone 34 pluricandidati con un rapporto pari al 78,33%. La seconda invece propone 39 pluricandidati con un rapporto pari al 77,24%. Meno candidati multipli presenta invece la lista Noi moderati (21 con un rapporto pari all'89,7%).

Guardando al centro-sinistra invece si rileva come sia il Partito democratico (Pd) che l'alleanza Verdi - Sinistra italiana hanno un numero piuttosto contenuto di pluricandidature. Il Pd infatti conta 40 pluricandidati con un rapporto candidati/candidature dell'87,7%. Sinistra Italiana e Verdi invece contano appena 25 pluricandidati con un rapporto dell'84,7%.

Sono considerate il numero di candidature e il numero di candidati del centro-sinistra divisi per lista elettorale. A coloro che sono candidati sia per un seggio plurinominale che per un seggio uninominale è stata attribuita la lista elettorale corrispondente alla candidatura plurinominale. Coloro che invece sono candidati esclusivamente in un collegio uninominale sono compresi nell’apposita categoria ‘Csx candidati solo all’uninominale’. Non si è tenuto conto della candidatura, nella provincia autonoma di Trento, di Donatella Conzatti la quale è candidata all’uninominale in un collegio in coalizione con il centro-sinistra e al proporzionale con la lista Azione – Italia viva.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: lunedì 19 Settembre 2022)

A sbilanciare la coalizione sul numero di candidature multiple sono invece +Europa e Impegno civico. Il partito di Emma Bonino infatti esprime 57 pluricandidati e un rapporto candidati/candidature del 58,6%. La lista guidata da Luigi Di Maio invece di pluricandidati ne conta 71 con un rapporto pari al 37,5%.

Non tutte le pluricandidature sono uguali

Ma essere pluricandidati può assumere un valore molto diverso da vari punti di vista, primo tra tutti il numero di candidature. Come accennato all'inizio ciascun esponente può essere candidato al massimo 6 volte, una all'uninominale e fino a 5 nel plurinominale.

Un caso specifico ad esempio riguarda quegli esponenti che sono candidati una sola volta in entrambi i tipi di collegio, uninominale e proporzionale. Tecnicamente anche queste sono pluricandidature. Tuttavia essere candidati in un collegio uninominale in cui difficilmente si può sperare di ottenere il maggior numero di voti significa la quasi certezza di non essere eletti.

Replicando quella candidatura anche in un collegio plurinominale dunque si fornisce al candidato qualche possibilità in più. Il raggiungimento dell’obiettivo dipende poi anche dalla posizione in cui si è inseriti nel listino proporzionale, oltre che ovviamente dal numero dei voti ricevuti dalla lista.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: venerdì 16 Settembre 2022)

Non a caso questo tipo di pluricandidatura coinvolge in particolare quelle forze che non sono riunite all'interno di una coalizione. Tra queste in particolare è il Movimento 5 stelle ad aver adottato questo tipo di strategia più di frequente.

Molto diverso invece è il caso in cui una persona sia inserita in 2 listini proporzionali, piuttosto che 3, 4 o addirittura 5 aggiungendoci poi magari anche una candidatura uninominale. Anche in questi casi non si può generalizzare assumendo che siano tutte candidature blindate.

6 candidature, una all'uninominale e 5 al proporzionale. È il numero massimo di pluricandidature ammesse.

Inoltre il senso delle pluricandidature può variare in modo significativo. In alcuni casi infatti si tratta del tentativo, da pare delle segreterie di partito, di rendere il più sicura possibile l'elezione di alcuni esponenti. In altri invece la volontà è quella di presentare nel maggior numero di collegi possibile un nome forte, in grado di attrarre un maggior numero di preferenze.

Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono candidati in 6 collegi, il massimo possibile.

Per quanto riguarda il centro-destra, come abbiamo già visto, è Fratelli d'Italia a presentare la maggior parte delle pluricandidature. E questo sia per coloro che sono candidati in 2 o 3 collegi, sia per coloro che si presentano in ancora più collegi. Sono ad esempio in 7 gli esponenti di Fdi con 4 candidature, 2 quelli con 5 candidature e 3 quelli con 6 candidature. Tra questi ultimi ovviamente anche la leader del partito Giorgia Meloni.

Ma anche nelle altre formazioni di centro-destra non mancano esponenti candidati 6 volte. Per Forza Italia si tratta di Sivio Berlusconi e di Marta Fascina. Per la Lega e Noi moderati invece non si tratta dei leader di partito. Salvini infatti è candidato 4 volte tutte come capolista in collegi plurinominali. Maurizio Lupi invece è candidato solo in un seggio uninominale e in uno plurinominale.

Sono considerate le liste appartenenti alle due coalizioni elettorali oltre che delle prime 4 liste per numero di candidature tra quelle non coalizzate. A coloro che sono candidati per un seggio uninominale all’interno di una coalizione ma che al contempo si candidano anche in uno o più collegi plurinominali è stata attribuita la lista elettorale corrispondente alla candidatura plurinominale. Per ciascuna lista è indicato il numero di esponenti candidati in 2 collegi plurinominali, oppure in 3, 4, 5 o 6 collegi plurinominale e/o uninominali. Sono considerate coalizzate nel centro-destra le liste: Fratelli d’Italia, Lega, Noi Moderati, ‘Forza Italia e Lega – Forza Italia – Fratelli d’Italia’ solo per la circoscrizione estero. Sono considerate coalizzate nel centro-sinistra le liste: Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa, Impegno civico, Campobase (solo nella provincia autonoma di Trento), ‘Vallée D’Aoste – Autonomie progrès fédéralisme’ (solo in Valle d’Aosta).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: venerdì 16 Settembre 2022)

Per il centro-sinistra invece, come abbiamo visto, sono soprattutto Impegno civico e +Europa ad esprimere molte pluricandidature. Nel primo caso, ad essere candidati 6 volte sono i due leader della formazione, ovvero Luigi Di Maio e Bruno Tabacci. Ma oltre a questi sono poi in diverse ad aver avuto 4 o 5 candidature. Quanto a +Europa invece gli esponenti candidati 6 volte sono addirittura 7 e tra questi si trovano Emma Bonino, Benedetto della Vedova e Riccardo Magi.

Verdi e Sinistra Italiana invece non hanno esponenti candidati 6 volte. In 2 hanno ricevuto 5 candidature, ma non si tratta dei leader di partito quanto piuttosto di Aboubakar Soumahoro e Ilaria Cucchi entrambi candidati in un collegio uninominale e in 4 proporzionali. I leader Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni invece sono candidati rispettivamente in 3 e 4 collegi.

Quanto al Partito democratico si tratta dell'unica formazione tra quelle analizzate a non aver candidato più di 3 volte nessun esponente politico. Lo stesso segretario Enrico Letta in effetti è candidato come capolista solo in 2 collegi proporzionali.

Tutti i leader di partito sono candidati in più di un collegio.

Nelle liste del Movimento 5 stelle, come abbiamo visto, sono frequenti i casi in cui una stessa persona è candidata a un unionominale e a un proporzionale. Allo stesso tempo però non sono molti gli altri casi di pluricandidature. Non risultano ad esempio esponenti candidati 6 volte. Cinque candidature invece sono state attribuite sia al capo politico Giuseppe Conte, sia all'ex sindaca di Torino Chiara Appendino.

Quanto alla lista Azione - Italia Viva invece solo Mara Carfagna è stata candidata 6 volte. Mariastella Gelmini e Carlo calenda invece hanno 5 candidature ciascuno, mentre Matteo Renzi 4.

In Unione popolare 6 candidature sono state attribuite solo al leader Luigi De Magistris. Infine Italexit presenta in 6 collegi Nunzia Alessandra Schilirò, nota esponente no green pass, e in 5 il leader del partito Gianluigi Paragone.

 

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: domenica 18 Settembre 2022)

Foto: Edmond Dantès

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