presidenza del consiglio Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/presidenza-del-consiglio/ Tue, 18 Apr 2023 12:57:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Pnrr, ritardi e riordino della dirigenza https://www.openpolis.it/pnrr-ritardi-e-riordino-della-dirigenza/ Tue, 18 Apr 2023 12:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=244338 Con l'approssimarsi di alcune importanti scadenze europee il governo deve decidere se e come modificare alcuni aspetti del Pnrr. Un percorso che però rischia di essere complicato dal contestuale riordino della governance e dei dirigenti pubblici impegnati su questo settore.

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Il 30 aprile è una data chiave se il governo intende presentare alla commissione europea delle proposte di modifica al piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Per decidere se e quali modifiche proporre bisogna però avere chiaro il quadro degli interventi previsti. È fondamentale quindi conoscere approfonditamente le potenzialità di ogni singola misura, il loro stato di avanzamento, le relative problematiche potenziali e in essere.

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Informazioni di questo tipo possono essere fornite al governo soltanto dai dirigenti pubblici responsabili dell’attuazione degli interventi. Dirigenti che, stando a una recente riforma, rischiano di essere sostituiti da un momento all’altro in virtù di una riorganizzazione che appare più rischiosa che promettente, in particolare in un momento così delicato.

Riforma della governance e cambi nella dirigenza

Della riforma della governance del Pnrr (Dl 13/2023) e delle perplessità su una revisione organizzativa tanto profonda abbiamo già parlato in un precedente approfondimento.

Complessivamente sono molte le modifiche rilevanti introdotte dal decreto, in questa sede è importante però ricordarne alcune tra cui l’istituzione di un nuovo organo presso la presidenza del consiglio, la struttura di missione del Pnrr. Strettamente collegata è poi la profonda modifica delle competenze attribuite al servizio centrale del Pnrr della ragioneria generale dello stato. Si tratta dell’organo che originariamente rappresentava il perno dell’intero sistema e che ora perde molta della sua centralità assumendo il nome di ispettorato generale.

Inoltre a ogni soggetto titolare di misure del Pnrr è stata data la possibilità di cambiare la propria struttura di governance. Questo vuol dire che 14 ministeri e 7 dipartimenti della presidenza del consiglio potranno modificare l’organizzazione degli uffici che gestiscono le misure del Pnrr.

Relazione sul Pnrr 2022.

4 su 21 i soggetti titolari di misure Pnrr che hanno scelto di fare affidamento su una struttura esistente piuttosto che istituire un’apposita unità di missione.

In particolare i 17 soggetti titolari che hanno messo in piedi delle apposite unità di missione hanno dovuto provvedere oltre che alla loro istituzione anche alla nomina dei dirigenti. Un processo che ora chi deciderà di modificare la propria organizzazione dovrà ripetere da capo.

Nomine, dirigenti e ritardi

Già lo scorso anno la corte dei conti aveva avvertito che la lentezza delle procedure di nomina dei maggiori dirigenti (a livello dirigenziale generale) produceva ritardi a cascata. Prima di tutto rispetto alla nomina dei dirigenti di livello subordinato (non dirigenziale generale) e di conseguenza per l’adozione degli atti di cui questi sono responsabili.

i ritardi nell’individuazione dei titolari delle strutture tecniche di coordinamento si sono riflessi, a valle, nella copertura degli uffici interni.

Con la pubblicazione della nuova relazione la corte è tornata sullo stesso punto evidenziando il rischio che la nuova riforma possa portare al riproporsi di quella situazione. Un’osservazione che i magistrati contabili hanno inserito nonostante il decreto sia stato approvato solo pochi giorni prima che la corte pubblicasse la nuova relazione.

evitare che la fase di avvio delle nuove strutture sia caratterizzata da tempistiche e difficoltà simili a quelle già segnalate […] con conseguenti rischi di rallentamenti nell’azione amministrativa proprio nel momento centrale della messa in opera di investimenti e riforme.

Relazione sul Pnrr 2023.

Questo testo inoltre fornisce una sintesi della struttura dirigenziale alla guida degli uffici a fine 2022 mostrando chiaramente come la questione non riguardi solo una manciata di funzionari.

Quella di dirigente pubblico è una qualifica dirigenziale e in quanto tale è distinta dall’incarico dirigenziale. Un funzionario dunque può rivestire una qualifica dirigenziale senza al contempo rivestire un incarico dirigenziale. Questa qualifica è distinta tra dirigenti di prima e seconda fascia. In linea generale ai dirigenti di prima fascia è attribuita la responsabilità di uffici dirigenziali generali, mentre ai dirigenti di seconda fascia quella di uffici dirigenziali non generali (D.Lgs. 165/2001).

Il ministero della difesa è incluso, pur non essendo titolare diretto di interventi Pnrr, perché responsabile per la finalizzazione di alcune misure.

FONTE: Corte dei conti, relazione sul Pnrr 2023
(pubblicati: giovedì 16 Marzo 2023)

Certo è giusto precisare che probabilmente non tutte le amministrazioni titolari si avvarranno di questa possibilità. Inoltre le nuove norme hanno previsto che gli incarichi attuali decadano solo all’atto di nomina dei nuovi dirigenti. Tuttavia è evidente che una situazione di incertezza sui vertici amministrativi rende a dir poco complicata sia l’ordinaria amministrazione che, a maggior ragione, quella straordinaria. Di conseguenza, al di là del merito, ciò che lascia maggiormente perplessi è la scelta delle tempistiche.

A che punto siamo

I molti passaggi necessari affinché cambi concretamente la governance del Pnrr, al momento si trovano appena alle prime fasi. Non risulta infatti in atto quella riorganizzazione della presidenza del consiglio che pure sarebbe necessaria quantomeno per attivare la struttura di missione Pnrr.

Lo stesso vale per gran parte dei dipartimenti e dei ministeri che decideranno di modificare la propria struttura di governance. D’altronde attualmente non è stato comunicato neanche informalmente quali e quante di queste si ritiene che procederanno in questa direzione.

Al momento qualche iniziativa in tal senso si registra solo da parte del ministero dell’agricoltura e da quello dell’economia.

Nel primo caso il consiglio dei ministri (Cdm) ha approvato il decreto di modifica del regolamento di organizzazione anche se questo ancora non risulta ancora pubblicato in gazzetta ufficiale. Nel caso del ministero dell’economia invece il Cdm ha approvato le modifiche solo in via preliminare.

Questa attesa d’altronde risulta piuttosto comprensibile se si considera che il decreto devessere convertito in legge dal parlamento prima di assumere carattere definitivo.

Il parlamento ha 60 giorni per convertire un decreto in legge. In caso contrario la norma decade perdendo efficacia fin dal principio.
Vai a “Che cosa sono i decreti legge”

Il provvedimento è stato approvato al senato e proprio in queste ore è in votazione a Montecitorio. Qui, come ormai avviene di frequente, il testo ha seguito un iter molto semplificato visto che, per non decadere, dev’essere convertito in legge entro il 25 aprile.

Foto: governo.it

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Modificare la governance del Pnrr può ritardare l’attuazione del piano https://www.openpolis.it/modificare-la-governance-del-pnrr-puo-ritardare-lattuazione-del-piano/ Tue, 07 Mar 2023 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=236168 Con un nuovo decreto il governo ha cambiato molti aspetti della governance del Pnrr. Utili o meno che siano, cambiamenti di questo tipo richiedono comunque molto tempo per essere realizzati. Tempo che potrebbe essere usato per attuare il Pnrr.

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A maggio 2021 il governo Draghi aveva varato un decreto intitolato “Governance del Piano nazionale di ripresa e resilienza” (Dl 77/2021). Come da titolo con questo provvedimento è stata disegnata la struttura di governance del Pnrr nelle amministrazioni centrali dello stato.

A meno di 2 anni di distanza il nuovo governo guidato da Giorgia Meloni ha approvato un nuovo decreto (Dl 13/2023). Il provvedimento stravolge completamente alcuni aspetti chiave della governance prevista in precedenza.

Il quadro inizialmente delineato dal governo Draghi non era ovviamente esente da critiche. In prossimi approfondimenti dunque entreremo più nel merito delle variazioni introdotte cercando di valutarne l’utilità e l’efficacia.

Al netto di questo tuttavia un primo problema riguarda le tempistiche, visto che le modifiche introdotte non sono di quelle che possono essere attuate in tempi stretti. Viene da chiedersi dunque se una scelta di questo tipo aiuterà o meno il governo, e quindi il paese, a rispettare le scadenze previste per l’attuazione del Pnrr.


Ogni misura contenuta nel Pnrr deve essere completata rispettando un rigido cronoprogramma che prevede il raggiungimento di scadenze intermedie e finali.


Vai a
“Cosa sono le milestone e i target del Pnrr”

Si tenga presente che alcune scadenze (12) sono previste già per marzo, mentre altre (15) per giugno. Nel frattempo poi sono anche in corso le trattative per la revisione del Pnrr.

Non è chiaro quindi quali organi si occuperanno del monitoraggio e dell’attuazione di impegni così ravvicinati nel bel mezzo di una fase di transizione.

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Le principali novità introdotte

Sono molte le novità introdotte dal Dl 13/2023. In questa sede però ci limiteremo a segnalare solo alcune delle principali modifiche alla governance del Pnrr. Modifiche contenute nella parte prima del decreto e in particolare negli articoli 1 e 2.

L’ispettorato sostituirà il servizio centrale presso la ragioneria, mentre a palazzo Chigi viene istituita una nuova struttura di missione Pnrr.

Si tratta innanzitutto della nascita della struttura di missione Pnrr presso la presidenza del consiglio dei ministri (art. 2 comma 1) e della nascita dell’ispettorato generale per il Pnrr presso la ragioneria generale dello stato (articolo 1 comma 4 lett. e). L’ispettorato sostituisce quello che fino a questo momento era stato l’organo più importante nel sistema di governance, ovvero il servizio centrale per il Pnrr. Alcune competenze di questo ufficio inoltre sono trasferite alla nuova struttura di missione istituita presso la presidenza del consiglio. Tra queste vi è quella di rappresentare il punto di contatto nazionale per l’attuazione del Pnrr nelle interlocuzioni con la Commissione europea.

Un’altra funzione importante della nuova struttura di missione è quella di assicurare il supporto all’autorità politica delegata in materia di Pnrr nella sua azione di indirizzo e coordinamento. Stiamo parlando in sostanza del ministro Raffaele Fitto. Trattandosi di un ministro senza portafoglio il fatto che si avvalga di un ufficio istituito presso palazzo Chigi appare del tutto coerente.

La nuova struttura di missione risponderà al ministro Fitto. Ma anche l’ispettorato dovrà fornirgli supporto.

Allo stesso tempo però è previsto che anche l’ispettorato assicuri il supporto all’autorità politica. E ciò nonostante tale struttura resti gerarchicamente incardinata presso la ragioneria generale dello stato e dunque presso il ministero dell’economia. Non è previsto quindi un trasferimento degli uffici a palazzo Chigi (questa modifica in effetti era già stata introdotta per il servizio centrale a novembre 2022). È bene specificare che nonostante i cambiamenti, a questorgano restano molte delle competenze chiave che erano del servizio centrale. Tra queste ad esempio la responsabilità della gestione del fondo di rotazione e dei connessi flussi finanziari, nonché la gestione del sistema di monitoraggio sull’attuazione delle riforme e degli investimenti del Pnrr.

Ma possibili cambiamenti sono previsti anche in tutte quelle amministrazioni centrali titolari di interventi del Pnrr. A queste infatti è data la possibilità, tramite regolamento, di riorganizzare la struttura preposta alle attività di gestione monitoraggio e controllo degli interventi previsti dal Pnrr. Questo potrà anche comportare la decadenza di incarichi dirigenziali di livello generale e non generale. Ragion per cui sarà necessario anche procedere con nuove nomine.

Al momento è impossibile sapere quante delle amministrazioni opereranno cambiamenti di questo tipo e per questo sarà necessario monitorare i regolamenti organizzativi di ciascuna delle organizzazioni coinvolte.

Infine si segnala che il decreto prevede anche la soppressione del tavolo permanente per il partenariato economico, sociale e territoriale e la modifica di alcune competenze della cabina di regia Pnrr e della segreteria tecnica.

I tempi di un decreto e dei provvedimenti attuativi

Per verificare l’utilità e l’efficacia di queste modifiche sarà necessaria un’analisi attenta sia del decreto che dei successivi provvedimenti attuativi. Sicuramente però qualcosa possiamo già dire in merito alle tempistiche.

Intanto è importante tenere presente che si tratta di un decreto legge. Dunque anche se da un punto di vista formale le norme contenute al suo interno sono già in vigore queste dovranno poi essere convertite in legge entro 60 giorni. La legge di conversione peraltro potrebbe cambiarle anche in misura considerevole, oppure potrebbe non essere proprio approvata, facendole quindi decadere.

Di conseguenza è irragionevole pensare che l’attuazione del decreto prenda avvio prima che sia approvata la legge di conversione. Al momento comunque il provvedimento, presentato il 24 febbraio, ha appena iniziato il proprio iter parlamentare.

Poi una volta approvato comincerà il secondo tempo delle leggi, che in questo caso appare particolarmente complesso.


Dopo il lavoro del parlamento, l’implementazione di una legge passa nelle mani di ministeri e agenzie pubbliche. Un secondo tempo delle leggi spesso ignorato, ma che lascia molte norme incomplete.


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“Che cosa sono i decreti attuativi”

Si tenga presente che a metà febbraio il governo Meloni si trovava ancora a dover emanare 142 decreti attuativi, e questo solo considerando le leggi approvate quando era in carica. Molti altri provvedimenti devono invece ancora essere approvati per attuare le leggi adottate nel corso del primo governo Conte (20), del secondo (69) e del governo Draghi (239).

Nel caso del provvedimento in esame non si può essere certi di quanti provvedimenti attuativi saranno necessari. Oltre a quelli già individuati, alcuni potrebbero emergere in seguito, anche in virtù della legge di conversione. Inoltre come anticipato l’articolo 1 del decreto fornisce a tutte le amministrazioni titolari la possibilità di rivedere l’organizzazione delle strutture preposte alla gestione degli interventi legati al Pnrr. Tuttavia non stabilisce quali e quante di queste procederanno in questa direzione. Ognuna di quelle che deciderà in tal senso comunque dovrà approvare un decreto ministeriale per modificare il proprio regolamento organizzativo.

Si tratta anche in questo caso di una procedura tutt’altro che rapida, tanto che per velocizzarla si è fatto ricorso a un meccanismo semplificato (D.l. 173/2022 art. 13). Anche la procedura semplificata comunque prevede che questi regolamenti siano approvati con decreto del presidente del consiglio, su proposta del ministro competente, di concerto con il ministro per la pubblica amministrazione e con quello
dell’economia e delle finanze. Il tutto deve essere prima approvato dal consiglio dei ministri e ricevere il parere del consiglio di stato. E questa, come anticipato, è la procedura semplificata.

In aggiunta si dovranno emanare altri decreti ministeriali di natura non regolamentare con cui definire i compiti di queste nuove strutture. Anche questi per essere adottati seguiranno un iter piuttosto complesso che passa anche per le mani del capo dello stato (l.400/1988 art. 17).

Nomine e operatività delle strutture

Una volta approvati i regolamenti attuativi poi si dovrà in molti casi provvedere alle nomine di livello dirigenziale generale e non generale. Un aspetto che di per sé lascia molti interrogativi. Visto che i dirigenti delle strutture erano già operativi e non è chiara l’utilità di una loro sostituzione.


In via ordinaria la facoltà di sostituire dirigenti pubblici prima dello scadere del loro mandato è fornita a un nuovo governo solo in pochi casi particolari.


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“Che cos’è e come funziona lo spoils system”

A ogni modo anche stavolta si tratta di una procedura che in alcuni casi può richiedere molto tempo. Si consideri ad esempio che per nominare il segretario generale del ministero del turismo sono stati necessari circa 125 giorni dalla nascita del nuovo esecutivo. Nonostante si tratti in assoluto del dirigente più importante del dicastero.

È vero che le norme introdotte prevedono che i dirigenti in carica rimangano al loro posto fino alla nomina dei successori. Tuttavia si può ipotizzare che non tutti i funzionari estromessi dal loro incarico lavoreranno a pieno regime fino all’ultimo giorno e che, più in generale, queste sostituzioni produrranno inevitabili rallentamenti.

Qualsiasi organizzazione richiede del tempo, dal momento della sua istituzione, prima di iniziare a funzionare a pieno regime.

Inoltre, anche risolte le nomine e tutte le altre complicazioni di natura formale, è facile ipotizzare che un ufficio neo istituito richiederà del tempo prima di entrare in funzione e ne richiederà ancora di più per operare a pieno regime. È bene ricordare che in molti casi si tratta di organizzazioni complesse, come la struttura di missione Pnrr presso la presidenza del consiglio e l’ispettorato generale per il Pnrr. Questi organi inoltre dovranno relazionarsi con tutti gli altri soggetti coinvolti nell’attuazione del Pnrr facendo valere le proprie prerogative.

Non è da escludere peraltro che nei primi tempi possano emergere anche conflitti di attribuzione tra i diversi uffici. Non da ultimi questi due, visto che la ripartizione delle loro competenze appare a tratti poco chiara.

In conclusione è probabile che il governo Meloni abbia valutato molto negativamente la macchina amministrativa del Pnrr in funzione quando è entrato in carica. Altrimenti non è chiaro per quali ragioni abbia deciso di intraprendere un percorso così lungo e complesso. E il tutto in una materia come il Pnrr in cui la capacità di attuare gli interventi nei tempi stabiliti rappresenta una priorità inderogabile per accedere ai finanziamenti europei.

Foto: governo.it

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Il governo Meloni e lo spoils system a palazzo Chigi https://www.openpolis.it/il-governo-meloni-e-lo-spoils-system-a-palazzo-chigi/ Tue, 28 Feb 2023 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=234631 Lo spoils system è un sistema fiduciario di selezione di alcuni altissimi funzionari pubblici, molti dei quali presso la presidenza del consiglio. Vediamo le scelte compiute in questa sede dal nuovo esecutivo e in particolare dalla presidente del consiglio e dai ministri senza portafoglio.

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A ogni cambio di governo il nuovo esecutivo si trova nella posizione di poter sostituire alcuni importantissimi dirigenti. Si tratta di coloro che si trovano nella posizione di snodo tra potere politico e amministrativo. Una facoltà del tutto legittima e prevista dalle norme, che è stata esercitata da tutti gli esecutivi negli ultimi vent’anni e che non va confusa con il normale potere di nomina. È un istituto giuridico specifico noto come spoils system.


Lo spoils system è un modello fiduciario di selezione dei dirigenti pubblici da parte del vertice politico che deroga, per alcuni casi specifici, al principio generale di imparzialità.


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“Che cos’è e come funziona lo spoils system”

In generale nel sistema italiano la pubblica amministrazione deve essere del tutto indipendente dal sistema politico. Per questa ragione il principio dello spoils system è applicato a pochi altissimi dirigenti tra ministeri e presidenza del consiglio. In effetti la maggior parte di questi si trovano proprio presso la presidenza del consiglio.

34 gli incarichi di vertice della presidenza del consiglio nei cui confronti si applicano le norme relative allo spoils system.

Si tratta del ruolo di segretario generale della presidenza del consiglio, dei suoi vice, nonché dei capi dei dipartimenti o degli uffici autonomi. Il numero di questi incarichi non corrisponde necessariamente a uno stesso numero di dirigenti. Non è infatti necessario che siano nominati 4 vicesegretari, come nella situazione attuale. Inoltre in alcuni casi una stessa persona può ricoprire più incarichi.

Presso la presidenza del consiglio la legge (l. 400/1988, articolo 18) stabilisce che i decreti di nomina di questi dirigenti cessino la loro efficacia alla data del voto di fiducia di un nuovo esecutivo. Sarà quindi il nuovo governo a stabilire se i dirigenti precedentemente in carica verranno riconfermati, oppure se ne saranno nominati di nuovi.

Nel caso in cui un ufficio o un dipartimento sia attribuito alla competenza di un ministro senza portafoglio, spetterà a lui proporre al presidente del consiglio il nome del nuovo dirigente da nominare. Quest’ultimo risponderà quindi gerarchicamente al ministro quale vertice politico.

Diversamente in tutte le altre strutture la scelta competerà direttamente al presidente del consiglio e i dirigenti risponderanno gerarchicamente al segretario generale e di conseguenza al presidente quale vertice politico.

La presidente del consiglio e lo spoils system

Nel caso del governo Meloni sono stati 20 gli incarichi conferiti dalla presidente senza che alla scelta abbiano partecipato altri soggetti politici. Tra questi solo in 2 casi Meloni ha confermato i dirigenti già in carica.

2 su 20 gli incarichi confermati ai vertici di palazzo Chigi dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni.

Uno è Francesco Piazza, capo dell’ufficio del cerimoniale di stato, un ruolo certamente importante ma non particolarmente sensibile dal punto di vista politico.

L’altra invece è Sabrina Bono, confermata nel ruolo di vicesegretario generale della presidenza del consiglio. Sempre Bono nel corso del governo Draghi ricopriva anche il ruolo di capo dell’ufficio per il programma di governo, incarico che però in questo caso è stato attribuito a Massimiliano Vittiglio (al suo primo incarico di vertice presso la presidenza del consiglio).

Gli altri 3 vicesegretari generali nominati da Meloni invece sono tutti nuovi in questo ruolo (sempre Massimiliano Vittiglio oltre ad Angelo Venturini e Marco Villani). Come accennato non tutti gli esecutivi nominano 4 vicesegretari generali, il governo Draghi infatti ne aveva nominati 3. Oltre a Sabrina Bono, che come abbiamo visto è stata confermata, c’erano Paola D’Avena, ora a capo del dipartimento affari regionali con il ministro Calderoli, e Eugenio Madeo a cui invece non risultano attribuiti nuovi incarichi di vertice.

Roberto Chieppa, segretario generale di palazzo Chigi per tutta la scorsa legislatura, non è stato confermato.

D’altronde nuovi incarichi di vertice non sono stati attribuiti neanche a Roberto Chieppa, che aveva ricoperto il fondamentale incarico di segretario generale di palazzo Chigi in tutti e 3 gli esecutivi della scorsa legislatura.

Al suo posto invece Meloni ha scelto Carlo Deodato. Già capo di gabinetto del ministro degli affari europei Paolo Savona nel 2018 (primo governo Conte) un anno più tardi, dopo che Savona fu nominato presidente della Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob), Deodato assunse il ruolo di segretario generale di quello stesso organo. Rimasto in carica per circa un anno, successivamente è diventato capo del dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del consiglio. Prima di essere nominato nuovo segretario generale dalla presidente Meloni.

Considerando le conferme, il diverso numero di vicesegretari generali nominati dai due esecutivi e i doppi incarichi, complessivamente sono stati 16 i dirigenti sostituiti dalla presidente Meloni. Di questi 8 sono comunque stati nominati in altre posizioni di vertice presso la presidenza del consiglio o dei ministeri. Gli altri 8 invece no, anche se questo non implica un licenziamento. A ciascuno di questi infatti sarà attribuito un ruolo nell’amministrazione di appartenenza, anche se non di vertice.

FONTE: openpolis
(consultati: venerdì 24 Febbraio 2023)



Le conferme dei ministri senza portafoglio

Verifichiamo ora la situazione in quegli uffici di palazzo Chigi attribuiti a dei ministri senza portafoglio. In questo caso la nomina del dirigente avviene sempre tramite il presidente del consiglio, ma su proposta del ministro (articolo 21). È dunque a quest’ultimo che può essere attribuita la scelta effettiva.

7 su 14 gli incarichi confermati dai ministri ai dirigenti della presidenza del consiglio.

Tra i dirigenti confermati 2 ricoprivano l’incarico già dal secondo governo Conte. Si tratta di Antonio Caponetto, confermato dalla ministra per le disabilità Alessandra Locatelli al vertice del relativo dipartimento, e di Elena Zappalorti, confermata dal ministro per i rapporti con il parlamento Luca Ciriani.

Altri erano invece in carica a partire dal governo Draghi. Tra questi Fabrizio Curcio, capo della protezione civile confermato nel ruolo dal ministro Musumeci. Curcio peraltro aveva ricoperto questo incarico già in precedenza con i governi Gentiloni e Renzi. Marcello Fiori, già nominato alla funzione pubblica dall’ex ministro di Forza Italia Brunetta, è invece stato confermato dal successore, il ministro Paolo Zangrillo.

Quanto a Eugenia Maria Roccella, ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, inizialmente aveva confermato l’incarico a entrambe le dirigenti preposte ai due uffici che gli sono stati attribuiti. Laura Menicucci al dipartimento pari opportunità e Ilaria Antonini alle politiche per la famiglia. In un secondo momento però quest’ultima è stata chiamata dal ministro Giorgetti al vertice del dipartimento dell’amministrazione centrale, del personale e dei servizi del ministero dell’economia. Anche se inizialmente confermata dunque, Antonini ha poi lasciato la posizione presso presidenza del consiglio, che risulta quindi al momento vacante.

Adolfo Urso, pur essendo ministro con portafoglio, ha la delega all’ufficio per le politiche spaziali di palazzo Chigi.

Infine tra le conferme è da segnalare Elena Grifoni, a capo dell’ufficio per le politiche spaziali e aerospaziali. Un caso questo del tutto particolare visto che la nomina presso questo ufficio della presidenza del consiglio non si deve a un ministro senza portafoglio ma al ministro delle imprese e del made in Italy Adolfo Urso (FdI) a cui Meloni ha attribuito anche questa delega.

Le scelte di rinnovamento dei ministri

Come abbiamo visto per la protezione civile il ministro Musumeci ha optato per una scelta di continuità. Diversamente al dipartimento Casa Italia non ha confermato Elisa Grande, che è passata alla guida del dipartimento per il coordinamento amministrativo. Presso il dipartimento Casa Italia invece Musumeci ha deciso di nominare Luigi Ferrara, in passato capo del dipartimento affari generali del ministero delle finanze.

Altri 4 ministri senza portafoglio hanno poi fatto dei cambiamenti negli uffici che gli sono stati attribuiti. Il ministro per gli affari regionali Roberto Calderoli ha scelto per il suo dipartimento Paola D’Avena, già vicesegretario generale e di capo dell’ufficio di segreteria del consiglio dei ministri nel governo precedente. Ermenegilda Siniscalchi che in precedenza ricopriva l’incarico è stata invece nominata capo di gabinetto del ministro Musumeci.

La ministra per le riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati ha invece scelto per l’incarico Gino Scaccia. Dirigente che fino a pochi mesi prima ricopriva il ruolo di capo dell’ufficio legislativo della ministra Maria Stella Gelmini (allora in Forza Italia come la stessa Casellati).

Il ministro della gioventù e lo sport Andrea Abodi invece ha nominato al dipartimento dello sport Flavio Siniscalchi, in precedenza al dipartimento politiche antidroga. Al contempo però ha voluto Michele Sciscioli, già a capo del dipartimento sport, in quello della gioventù.

Infine Raffaele Fitto è quello tra i ministri senza portafoglio che detiene le deleghe più importanti: affari europei, sud, politiche di coesione e Pnrr. Deleghe da cui discende l’utilizzo dei dipartimenti per le politiche di coesione e per le politiche europee.

Alle politiche europee Fitto ha sostituito un dirigente di lungo corso con Fabrizia Lapecorella, storica direttrice generale delle finanze.

Per le politiche di coesione Fitto ha nominato Michele Palma, che tra i vari incarichi presso palazzo Chigi ha ricopeto anche quello di segretario particolare della ministra Maria Stella Gelmini. Ferdinando Ferrara ha quindi dovuto lasciare una posizione che ricopriva ormai dal 2018. Ma ancora più rilevante è stata la sostituzione operata al dipartimento per le politiche europee al cui vertice si trovava ininterrottamente dal 2014 Diana Agosti (spostata a capo del dipartimento per il personale). Al suo posto Fitto ha voluto una figura chiave dell’apparato statale: Fabrizia Lapecorella, direttrice generale delle finanze al ministero dell’economia fin dal 2008.

Foto: palazzo Chigi (governo.it)

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I nuovi capi di gabinetto del governo Meloni https://www.openpolis.it/i-nuovi-capi-di-gabinetto-del-governo-meloni/ Tue, 20 Dec 2022 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=223287 I capi di gabinetto dei ministri e della presidente del consiglio sono figure poco note ma molto importanti per il funzionamento dell'esecutivo.

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I capi di gabinetto sono i vertici dell’ufficio di gabinetto e più in generale coordinano le attività di tutti gli uffici di diretta collaborazione dei ministri.


Gli uffici di diretta collaborazione sono organi dei ministeri preposti a coadiuvare l’attività di indirizzo politico-amministrativo del ministro.


Vai a
“Che cosa sono gli uffici di diretta collaborazione dei ministri”

A seconda dei ministeri e dei loro regolamenti cambiano anche i requisiti necessari per poter accedere all’incarico. In alcuni casi ad esempio si tratta necessariamente di funzionari del dicastero stesso (come per i ministeri della difesa, dell’interno o degli esteri).

A ogni modo la scelta del capo di gabinetto compete al ministro, che lo nomina sulla base di un rapporto fiduciario. Per questo con la nascita dell’esecutivo Meloni, ogni ministro ha dovuto nominare un nuovo capo di gabinetto.

La trasparenza sugli uffici di diretta collaborazione

Dei 25 ministri che compongono il governo Meloni, a oggi risultano presenti informazioni su 22 nuovi capi di gabinetto. All’appello infatti mancano il collaboratore del ministro per i rapporti con il parlamento Luca Ciriani e quello della ministra per le disabilità Alessandra Locatelli. In entrambi i casi si tratta di ministri senza portafoglio. È probabile infatti che le nomine siano avvenute ma che non risultino sul sito istituzionale della presidenza del consiglio che, al momento, risulta ancora in aggiornamento.

D’altronde, già con lo scorso governo, la presidenza del consiglio aveva dimostrato scarsa attenzione alla trasparenza per quanto riguarda questo tipo di incarichi.

Situazione diversa invece per il capo di gabinetto del ministro della difesa Guido Crosetto. A oggi infatti il ruolo risulta ancora ricoperto dal generale Antonio Conserva, già capo di gabinetto del ministro Guerini. Sul sito tuttavia la data di aggiornamento risale al 2021 e non è chiaro se il ministro abbia ufficialmente confermato la nomina o meno.

Chi aveva già ricoperto l’incarico

Nella loro scelta è frequente che i ministri individuino figure che già hanno ricoperto il ruolo di capo di gabinetto in precedenza.

9 su 22 i capi di gabinetto dei ministri del governo Meloni che già avevano ricoperto questo tipo di incarico.

Tra questi ad esempio Alfonso Celotto, capo di gabinetto della ministra per le riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia), e Caro Lucrezio Monticelli, capo di gabinetto della ministra per la famiglia Eugenia Maria Roccella (Fratelli d’Italia), che hanno ricoperto questo stesso tipo di incarico già 3 volte nella loro carriera.

Celotto prima con i ministri per la coesione territoriale Fabrizio Barca e Carlo Trigilia (Partito democratico) e poi per la ministra della salute Giulia Grillo (Movimento 5 stelle). Per altri tre diversi ministri inoltre (Emma Bonino, Roberto Calderoli, Federica Guidi) era stato a capo dell’ufficio legislativo.

Monticelli invece è stato inizialmente capo di gabinetto del ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali Maurizio Sacconi (Forza Italia). Quando nel 2009 il ministero del lavoro e delle politiche sociali è stato scorporato da quello della salute ha poi continuato a ricoprire l’incarico con lo stesso ministro. Successivamente, con la nascita del governo Monti, è stato chiamato a svolgere lo stesso ruolo presso il ministero dell’ambiente dal nuovo ministro Corrado Clini.

FONTE: openpolis



Altri 3 capi di gabinetto invece avevano già ricoperto l’incarico 2 volte. Giuseppe Recinto, nominato dal ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara (Lega), in passato aveva ricoperto il ruolo per i ministri dell’università Gaetano Manfredi e Maria Cristina Messa.

Giacomo Aiello ha ricevuto la nomina dal ministro delle politiche agricole Francesco Lollobrigida (FdI), mentre in passato era stato alla guida del gabinetto di altri due ministri di centrodestra: Maria Rosaria Carfagna (sud e coesione territoriale) e
Maurizio Lupi (infrastrutture).

Vincenzo Nunziata invece, prima di essere nominato da Paolo Zangrillo (pubblica amministrazione) aveva ricoperto il ruolo in due diverse occasioni negli uffici della ministra Mariastella Gelmini.

Ma avevano già ricoperto questo incarico una volta anche altri degli attuali capi di gabinetto. Si tratta di Stefano Varone (che guida gli uffici del ministro dell’economia Giorgetti), Marcella Panucci (con la ministra dell’università Anna Maria Bernini), Massimiliano Atelli (con il ministro della gioventù Andrea Abodi) e Gaetano Caputi che oggi svolge questo compito per la presidente del consiglio Giorgia Meloni.

Varone lavorava con Giorgetti al ministero dello sviluppo economico già durante l’esperienza del governo Draghi. Dapprima come capo dell’ufficio legislativo e negli ultimi mesi nel ruolo attuale. Prima ancora inoltre era stato a capo del legislativo con il ministro Carlo Calenda.

Panucci invece nel corso del governo Draghi aveva ricevuto la nomina dal ministro della funzione pubblica Renato Brunetta. In precedenza invece era stata a capo della segreteria tecnica della ministra della giustizia Paola Severino.

Atelli in precedenza aveva ricoperto vari ruoli negli uffici di diretta collaborazione del ministero dell’ambiente. Come capo di gabinetto con il ministro Andrea Orlando (Partito democratico) e prima come capo dell’ufficio legislativo con i ministri Corrado Clini e Stefania Prestigiacomo (Forza Italia).

Caputi infine, prima di arrivare all’importante incarico di capo di gabinetto della presidente del consiglio, aveva svolto molti importanti incarichi negli uffici di diretta collaborazione, ma anche come segretario generale della Consob. Il ruolo di capo di gabinetto nello specifico gli era stato attribuito dal ministro del turismo Massimo Garavaglia (Lega). Da segnalare inoltre come Caputi ricopra anche il ruolo di consigliere nella fondazione Magna Carta, presieduta dall’ex senatore di centrodestra Gaetano Quagliariello.

L’esperienza nei ministeri

Come è ovvio se sono in molti i capi di gabinetto che avevano già ricoperto questo specifico incarico, ancora di più sono quelli che avevano svolto altre funzioni di spicco all’interno degli uffici di diretta collaborazione.

14 su 22 i capi di gabinetto dei ministri del governo Meloni che avevano già ricoperto posizioni di spicco in uffici di diretta collaborazione.

Di questi più della metà avevano già ricoperto l’incarico di capo dell’ufficio legislativo. Un ruolo fondamentale che non a caso si conferma come un trampolino di lancio importante per accedere al ruolo di capo di gabinetto. Tra questi si trovano Alfonso Celotto, capo di gabinetto con la ministra per le riforme istituzionali Casellati, Alfredo Storto (con il ministro delle infrastrutture Salvini), Caro Lucrezio Monticelli (con la ministra della famiglia Roccella e con il ministro delle politiche sociali Maroni), Claudio Tucciarelli (con il ministro per gli affari regionali Calderoli), Maria Teresa Sempreviva (con il ministro dell’interno Piantedosi), Stefano Varone (con il ministro dell’economia Giorgetti), Massimiliano Atelli (con il ministro della gioventù e dello sport Abodi) e Gaetano Caputi oggi capo di gabinetto della presidente del consiglio.

A volte poi i vertici degli uffici di diretta collaborazione provengono dalla carriera interna al ministero in questione o in altre strutture amministrative di vertice. Tra questi Claudio Tucciarelli che prima di essere nominato da Calderoli era stato 2 volte a capo del dipartimento per le riforme istituzionali della presidenza del consiglio.

Mario Antonio Scino prima di diventare capo di gabinetto del ministro dell’ambiente Pichetto Fratin era stato a capo del dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della presidenza del consiglio, sia con Giorgetti (Lega) che con Fraccaro (Movimento 5 stelle).

Roberto Alesse, attuale capo di gabinetto del ministro Musumeci, invece in passato era stato direttore generale degli affari generali del ministero dell’ambiente.

Date le molte materie di sua competenza, il ministro Fitto ha scelto una capo di gabinetto con ampia esperienza all’interno della presidenza del consiglio.

Sempre presso la presidenza del consiglio ha svolto numerosi incarichi di rilievo l’attuale capo di gabinetto del ministro Raffaele Fitto. Ermenegilda Siniscalchi infatti è stata a capo di 4 diversi dipartimenti di palazzo Chigi. Ovvero i dipartimenti della funzione pubblica, degli affari regionali, delle politiche per la famiglia e delle pari opportunità. Una scelta probabilmente legata al fatto che anche il ministro Fitto dovrà muoversi tra molti diversi settori della presidenza del consiglio, vista la varietà di deleghe che gli sono tate attribuite (affari europei, sud, politiche di coesione e Pnrr).

Infine anche i capi di gabinetto dei ministri dell’interno, della difesa e degli esteri hanno avuto incarichi importanti nei loro ministeri in passato. Ma in questo caso si tratta di un automatismo, visto che in questi dicasteri la posizione può essere assunta solo da un funzionario di carriera. Al ministero della difesa come abbiamo visto non abbiamo la sicurezza su chi ricoprirà l’incarico nel prossimo futuro, in ogni caso si tratterà sicuramente di un militare di grado. Al ministero dell’interno invece la prefetta Sempreviva ricopriva già l’incarico di capo dell’ufficio legislativo quando il capo di gabinetto era l’attuale ministro Piantedosi. Alla Farnesina infine il ministro Tajani ha nominato l’ambasciatore Francesco Genuardi. Da notare che l’ultimo incarico l’ambasciatore lo aveva svolto proprio a Bruxelles, in anni in cui Tajani era ancora un esponente importante del parlamento europeo (anche se non più il presidente).

Il rapporto di fiducia con le persone, i partiti le aree politiche

Tra gli attuali capi di gabinetto, l’unico che aveva già lavorato con lo stesso ministro (Giorgetti) è Stefano Varone. Almeno per quanto riguarda incarichi di vertice. D’altronde Giorgetti è anche l’unico ministro dell’attuale esecutivo che ricopriva questa stessa posizione anche nel governo precedente.

A questo poi si potrebbe aggiungere Federico Eichberg, che già aveva svolto il ruolo di capo della segreteria tecnica dell’attuale ministro dello sviluppo economico Adolfo Urso (FdI) quando questi ricopriva il ruolo di viceministro. Inoltre alcuni anni fa è stato anche “direttore relazioni internazionali” della fondazione Fare futuro, di cui il ministro Urso è presidente.

Più frequente poi è il caso in cui i capi di gabinetto abbiano collaborato in passato con altri ministri dello stesso partito, o della stessa area politica.

13 i capi di gabinetto che in passato hanno ricevuto incarichi di vertice da ministri della stessa area politica.

Claudio Tucciarelli ad esempio, oggi lavora con il ministro Calderoli (Lega), ma in passato era stato nominato da Umberto Bossi prima capo del dipartimento per le riforme istituzionali e poi capo dell’ufficio legislativo.

Marcella Panucci invece prima di lavorare con la ministra Bernini (Forza Italia), era stata nominata per lo stesso ruolo da Renato Brunetta, allora ministro dello stesso partito.

Sempre con un ministro di Forza Italia (Paolo Zangrillo – pubblica amministrazione) lavora oggi Vincenzo Nunziata, che in passato era stato due volte capo di gabinetto dell’ex ministra forzista Mariastella Gelmini.

Nota: in una precedente versione dell’articolo era stato indicato Giovanni Panebianco come capo di gabinetto del ministro per lo sport e i giovani Andrea Abodi. Dopo un’ulteriore verifica tuttavia è risultato che il ruolo è attualmente ricoperto da Massimiliano Atelli come riportato nell’attuale versione dell’articolo.

Foto: Wikimedia

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Il governo Meloni in numeri https://www.openpolis.it/il-governo-meloni-in-numeri/ Thu, 17 Nov 2022 06:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=217866 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai a “I numeri del governo Meloni“. Ascolta il nostro podcast su Radio […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai a “I numeri del governo Meloni“.

65

i componenti del governo Meloni, il massimo possibile secondo le norme vigenti. Oltre alla presidente del consiglio troviamo 15 ministri con portafoglio, 9 senza portafoglio e 40 tra viceministri e sottosegretari. Ci sono poi due vicepresidenti del consiglio (Matteo Salvini e Antonio Tajani). Vai al grafico.

30,8%

la rappresentanza di donne nel governo Meloni. Un dato che rimane abbastanza modesto. Lontano dall’obiettivo della parità di genere e comunque in controtendenza rispetto a quanto fatto sia dal secondo governo Conte (34,9%) che dal governo Draghi (40,2%). Delle 20 donne solo 3 sono ministre con portafoglio (Bernini, Caltagirone, Santanchè). Altrettante sono senza portafoglio (Locatelli, Roccella, Casellati). Ci sono poi 2 viceministre (Gava e Bellucci) e 11 sottosegretarie. La metà delle donne presenti nel governo è espressa da Fratelli d’Italia. Vai al grafico.

44,6%

la quota di esponenti di Fratelli d’Italia nell’esecutivo. Oltre alla presidente Meloni si tratta di 9 ministri, 4 viceministri e 15 sottosegretari. Al secondo posto troviamo la Lega con 16 esponenti tra cui 5 ministri e 2 viceministri, mentre al terzo Forza Italia con 13, di cui anche in questo caso 5 ministri e 2 viceministri. Vai all’articolo.

8

i viceministri nominati dal governo: 4 di Fratelli d’Italia 2 della Lega e 2 di Forza Italia. In maniera del tutto particolare, al ministero delle infrastrutture sono stati nominati 2 viceministri, uno di Fratelli d’Italia e uno della Lega. La cosa appare piuttosto inusuale non solo perché non è frequente che si nominino 2 viceministri nello stesso dicastero, ma anche perché in questo caso il ministro delle infrastrutture è un altro leghista, anzi il segretario stesso del partito Matteo Salvini. Vai all’articolo.

15

i ministeri in cui è presente almeno un esponente di Fratelli d’Italia, oltre alla presidenza del consiglio. Il partito della presidente Meloni quindi ha almeno un rappresentate in ciascuna struttura di vertice del governo. Lo stesso invece non sì può dire di Forza Italia, che non è rappresentata in 6 dicasteri, o della Lega che non figura in 4 tra cui quello degli esteri e quello della difesa. Vai al grafico.

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Decreti attuativi e Pnrr https://www.openpolis.it/decreti-attuativi-e-pnrr/ Thu, 08 Sep 2022 05:03:02 +0000 https://www.openpolis.it/?p=206272 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Il Pnrr e il tema dei decreti attuativi mancanti“. 17 gli atti […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Il Pnrr e il tema dei decreti attuativi mancanti“.

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gli atti aventi forza di legge emanati finora per dare attuazione al Pnrr. Accanto agli investimenti, l’Italia è chiamata a portare a conclusione anche una serie di riforme normative (63 in totale) pensate per modernizzare e rendere più equo ed efficiente il sistema-paese. Alcune di queste misure sono già state portate a compimento, alcune sono in via di completamento, altre invece devono ancora essere avviate. Sono 17 gli atti aventi forza di legge emanati finora. Il decreto legge è stato lo strumento normativo utilizzato di più (9). Vai all’articolo.

54 su 153

i decreti attuativi legati alle misure legislative del Pnrr che ancora non sono stati pubblicati. Molti atti aventi forza di legge richiedono decreti attuativi. Norme di secondo livello cioè che contengono le indicazioni operative di dettaglio indispensabili per dare concreta applicazione alle misure. Da questo punto di vista il Pnrr non fa eccezione. La misura che richiede il maggior numero di atti di secondo livello è il Dl Pnrr bis (32/2022). Questo decreto richiede infatti 38 attuazioni, di cui solo 10 sono già state pubblicate. Al secondo posto, sia per numero di decreti attuativi totali richiesti che mancanti, troviamo invece il Dl 152/2021. In questo caso le attuazioni richieste sono 35, di cui 10 ancora mancanti. Al terzo posto troviamo infine il Dl 77/2021 con 27 attuazioni richieste di cui 9 ancora da pubblicare. Vai al grafico.

4

le leggi delega già approvate dal parlamento per dare attuazione alle riforme previste dal Pnrr. Generalmente questo tipo di legge non fa ricorso ai decreti attuativi. È molto probabile però che molti atti di secondo livello si renderanno necessari nel momento della pubblicazione dei decreti legislativi. Che potrebbero essere anche più di 4. Vai al grafico.

20

i ministeri impegnati nella pubblicazione dei decreti attuativi legati al Pnrr. Da questo punto di vista il soggetto maggiormente coinvolto finora è il ministero dell’istruzione a cui sono richiesti in totale 23 decreti attuativi. Seguono la presidenza del consiglio dei ministri (Pdc) con 21 e i ministeri delle infrastrutture (Mims), della transizione ecologica (Mite) e della pubblica amministrazione con 16 ciascuno. Considerando le attuazioni che ancora mancano all’appello, vediamo che è proprio il dicastero guidato da Patrizio Bianchi a essere più indietro con 10 atti ancora da emanare. Pdc e Mite seguono con 7 attuazioni mancanti mentre al Mims ne mancano 6. Vai al grafico.

17

i decreti attuativi legati al Pnrr non ancora emanati nonostante sia già stata superata la data ultima prevista per la pubblicazione. In alcuni casi le norme possono prevedere una precisa data entro cui le attuazioni devono essere emanate. Non sempre però tali scadenze vengono rispettate. Sono molti infatti i decreti attuativi che avrebbero dovuto già essere pubblicati ma di cui ancora non si ha notizia. Tra questi, manca all’appello un decreto del ministero della pubblica amministrazione che avrebbe dovuto prevedere la ripartizione di un fondo a favore dei comuni con meno di 5mila abitanti per l’assunzione di personale per l’attuazione dei progetti legati al Pnrr. L’atto in questo caso era atteso entro il 30 luglio. Vai alla tabella.

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Il Pnrr e il tema dei decreti attuativi mancanti https://www.openpolis.it/il-pnrr-e-il-tema-dei-decreti-attuativi-mancanti/ Mon, 05 Sep 2022 05:15:22 +0000 https://www.openpolis.it/?p=205398 Come buona parte delle misure legislative, anche quelle legate al Pnrr richiedono una quota di atti di secondo livello per essere implementate. Le dimissioni del governo però potrebbero comportare rallentamenti anche da questo punto di vista.

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Lo scorso 21 luglio il presidente del consiglio Mario Draghi ha deciso di rassegnare le sue dimissioni definitive dopo che una parte delle forze politiche che lo sostenevano ha deciso di non rinnovargli la fiducia. Questo passaggio, unito allo stop ai lavori per la pausa estiva, ha comportato inevitabilmente un rallentamento nell’attività dell’esecutivo.

Nonostante il governo sia rimasto in carica per il disbrigo degli affari correnti infatti, il suo margine di intervento risulta limitato non avendo più una piena legittimazione politica. Ad esempio, palazzo Chigi ha escluso la possibilità di varare interventi contro l’aumento del costo dell’energia che comportino uno scostamento di bilancio. Lasciando quindi la responsabilità di questa decisione sulle spalle del prossimo governo.

Molte questioni rimaste insolute quindi dovranno essere affrontate dalla maggioranza che uscirà dalle urne il prossimo 25 settembre. Inclusa quella dell’attuazione del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Da questo punto di vista, un elemento passato un po’ in sordina sui media ma da non sottovalutare riguarda la pubblicazione dei decreti attuativi. Quelle norme di secondo livello cioè che contengono le indicazioni operative di dettaglio indispensabili per dare concreta applicazione alle riforme previste dal piano.

54 su 153 i decreti attuativi legati alle misure legislative del Pnrr che ancora non sono stati pubblicati.

Alla data del 26 agosto, erano circa un terzo le attuazioni che ancora mancavano all’appello. In un momento di transizione come questo, è di fondamentale importanza tenere sotto controllo anche questo aspetto. Come abbiamo raccontato infatti, in passato i soggetti coinvolti in questa attività (principalmente i ministeri) non sono stati particolarmente solerti nella pubblicazione delle attuazioni. Il Pnrr però prevede delle scadenze molto stringenti che non possono essere mancate se non si vuole rischiare di perdere le risorse assegnate al nostro paese.

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Il Pnrr e le riforme normative

Come noto, al nostro paese sono stati assegnati oltre 190 miliardi. Questi investimenti devono essere portati a compimento rispettando un rigido cronoprogramma che prevede una serie di traguardi intermedi da raggiungere e la conclusione di tutti gli interventi entro il 2026. Accanto agli investimenti però, l’Italia è chiamata a portare a conclusione anche una serie di riforme normative (63 in totale) pensate per modernizzare e rendere più equo ed efficiente il sistema-paese. Alcune di queste misure sono già state portate a compimento, alcune sono in via di completamento, altre invece devono ancora essere avviate.

Le riforme del Pnrr sono propedeutiche al completamento degli investimenti.

Le riforme che ancora devono vedere la luce saranno oggetto di un futuro approfondimento. In questo caso invece ci concentriamo sull’analisi di quegli atti legislativi che sono già stati pubblicati per dare attuazione al Pnrr. Nell’analizzare questo dato è importante tenere presente che una serie di norme si sono rese necessarie per creare un’organizzazione ad hoc per la gestione del piano. Va in questa direzione ad esempio il Decreto legge 77/2021 che introduce una serie di semplificazioni volte a velocizzare le procedure oltre che delineare la governance. A questo tipo di atti si aggiungono poi le riforme vere e proprie previste nel piano, come la riforma dei processi civile e penale e quella del pubblico impiego. In questo quadro poi si sono inseriti anche degli ulteriori decreti legge, inizialmente non previsti ma resisi necessari per velocizzare le procedure e rispettare il cronoprogramma. È il caso dei Dl 152/2021 e 36/2022.

Alla luce di questa considerazione, anche in base alle informazioni fornite dal centro servizi della camera, possiamo osservare che sono 17 gli atti aventi forza di legge emanati finora. Il decreto legge è stato lo strumento normativo utilizzato di più (9). Seguono le leggi delega (4) e quelle ordinarie (3, di cui due sono le leggi di bilancio per il 2021 e il 2022).

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera e ufficio per il programma di governo
(ultimo aggiornamento: venerdì 26 Agosto 2022)

Non sempre però l’approvazione di una norma significa necessariamente il completamento di una riforma. Spesso infatti si rendono necessari anche atti ulteriori.

Dopo il lavoro del parlamento, l’implementazione di una legge passa nelle mani di ministeri e agenzie pubbliche. Un secondo tempo delle leggi spesso ignorato, ma che lascia molte norme incomplete.
Vai a "Che cosa sono i decreti attuativi"

Si tratta di un passaggio tutt’altro che banale, dato che questi atti contengono indicazioni pratiche e di dettaglio sull’applicazione delle norme. Senza queste indicazioni le riforme rischiano di rimanere solo sulla carta.

Decreti attuativi, lo stato dell'arte

Incrociando le informazioni messe a disposizione dal centro servizi della camera con quelle dell’ufficio per il programma di governo possiamo valutare quanti sono i decreti attuativi richiesti per implementare il Pnrr e le riforme in esso contenute. Al 26 agosto, le attuazioni richieste erano 153 di cui 54 ancora da emanare.

La misura che richiede il maggior numero di atti di secondo livello è il Dl Pnrr bis (32/2022). Questo decreto, pensato principalmente per velocizzare il raggiungimento delle scadenze previste per il secondo trimestre del 2022, richiede infatti 38 decreti attuativi, di cui solo 10 sono già stati pubblicati. Al secondo posto, sia per numero di decreti attuativi totali richiesti che mancanti, troviamo invece il Dl 152/2021, misura introdotta per rispettare le scadenze previste per il quarto trimestre del 2021. In questo caso le attuazioni richieste sono 35, di cui 10 ancora mancanti. Al terzo posto troviamo infine il già citato Dl 77/2021 con 27 attuazioni richieste di cui 9 ancora da pubblicare.

Il grafico mostra tutti gli atti aventi forza di legge (leggi, decreti legge, decreti legislativi) che sono stati finora emanati per dare attuazione al Pnrr e alle misure in esso previste. Gli atti sono stati individuati sulla base delle informazioni messe a disposizione del centro servizi della camera. Nel grafico sono stati inseriti sono gli atti che richiedevano decreti attuativi. Dato che molti sono atti “omnibus” (non trattano un solo argomento ma molteplici) si è cercato di limitare il conteggio ai decreti attuativi che trattano specificamente il Pnrr. Non sempre però è disponibile un’informazione così dettagliata.

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera e ufficio per il programma di governo
(ultimo aggiornamento: venerdì 26 Agosto 2022)


Alcuni decreti attuativi ancora mancano ma non tutti sono in ritardo rispetto alle scadenze previste.

Nell’analizzare questi dati è opportuno tenere presente che in alcuni casi, ma non sempre, le riforme contenute nel Pnrr prevedono una specifica scadenza per la pubblicazione dei decreti attuativi. È il caso ad esempio delle attuazioni richieste per la riforma del mercato del lavoro della Pa (introdotta con gli articoli da 1 a 6 del Dl 36/2022). Queste, in base al cronoprogramma, devono essere pubblicate entro il secondo trimestre del 2023. Un caso simile è quello legato alla riforma del sistema di reclutamento degli insegnanti (prevista dall’articolo 44 del Dl 36/2022) per cui i decreti attuativi sono attesi entro la fine del prossimo anno. In altri casi invece non è indicata una scadenza specifica per la pubblicazione delle attuazioni. Può verificarsi il caso però, come vedremo, che una data entro cui emanare l'atto sia già prevista all’interno della misura legislativa di riferimento.

Altro elemento da tenere in considerazione riguarda il fatto che finora sono state pubblicate 4 leggi delega: per la riforma dei processi penale e civile, per la disabilità e per la riforma dei contratti pubblici. Questo tipo di norme generalmente non prevede il rinvio a decreti attuativi (fa eccezione la delega sulla riforma del processo penale che ne prevede uno) che però potrebbero essere richiesti dai relativi decreti legislativi. Per avere un quadro completo delle attuazioni richieste per queste riforme quindi sarà necessario attendere la pubblicazione di questi atti. Scadenza che per 3 casi su 4 è prevista per il secondo trimestre del 2023 (fa eccezione il decreto legislativo legato alla legge quadro sulla disabilità, previsto per metà 2024).

I ministeri più coinvolti

Sono i ministeri i soggetti a cui spetta la pubblicazione della stragrande maggioranza dei decreti attuativi. Una dinamica che non fa eccezione nel caso delle norme legate all’attuazione del Pnrr. In questo caso infatti i dicasteri sono individuati come “organizzazioni titolari” delle diverse misure.

Da questo punto di vista il soggetto maggiormente coinvolto finora è il ministero dell’istruzione a cui sono richiesti in totale 23 decreti attuativi. Seguono la presidenza del consiglio dei ministri (Pdc) con 21 e i ministeri delle infrastrutture (Mims), della transizione ecologica (Mite) e della pubblica amministrazione con 16 ciascuno. Considerando le attuazioni che ancora mancano all’appello, vediamo che è proprio il dicastero guidato da Patrizio Bianchi a essere più indietro con 10 atti ancora da emanare. Pdc e Mite seguono con 7 attuazioni mancanti mentre al Mims ne mancano 6.

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera e ufficio per il programma di governo
(ultimo aggiornamento: venerdì 26 Agosto 2022)

Da notare che in 3 casi è richiesta la compartecipazione di più ministeri. Questi decreti attuativi non sono ancora stati pubblicati.

Le attuazioni mancanti nel dettaglio

Finora abbiamo visto il quadro generale sullo stato dell’arte per quanto riguarda i decreti attuativi richiesti dalle norme associate in qualche modo al Pnrr. Vediamo adesso più nel dettaglio alcuni degli atti di secondo livello più rilevanti tra quelli che ancora mancano all’appello.

Un primo elemento da evidenziare riguarda il fatto che in alcuni casi le norme possono prevedere una precisa data entro cui le attuazioni devono essere emanate. Non sempre però tali scadenze vengono rispettate. Sono molti infatti i decreti attuativi che avrebbero dovuto già essere pubblicati ma di cui ancora non si ha notizia.

17 i decreti attuativi legati al Pnrr non ancora emanati nonostante sia già stata superata la data ultima prevista per la pubblicazione.

Solo per citare alcuni esempi, rientra in questa categoria il decreto ministeriale che dovrebbe indicare termini e modalità per la redazione e l'aggiornamento del Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico. Di competenza del Mims, questo atto avrebbe dovuto essere pubblicato entro il 28 febbraio scorso. Manca all’appello poi un decreto del ministero della pubblica amministrazione che avrebbe dovuto prevedere la ripartizione di un fondo a favore dei comuni con meno di 5mila abitanti per l’assunzione di personale per l’attuazione dei progetti legati al Pnrr. L’atto in questo caso era atteso entro il 30 luglio.

Da questo secondo caso emerge peraltro un elemento rilevante. E cioè il fatto che spesso la mancanza dei decreti attuativi blocca l’erogazione di risorse cospicue nonostante queste siano già state stanziate. Un elemento che, in questo caso specifico, assume ancora più rilevanza dato che molti osservatori hanno evidenziato proprio le difficoltà dei piccoli centri nel portare a conclusione procedure così complesse come quelle del Pnrr. Un altro caso di questo tipo riguarda il decreto del ministero dello sviluppo economico relativo alla definizione di termini e modalità di accesso alle agevolazioni per le imprese previste dal fondo per il sostegno alla transizione industriale. In questo caso il decreto attuativo avrebbe dovuto essere pubblicato entro il 31 gennaio.

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera e ufficio per il programma di governo
(ultimo aggiornamento: venerdì 26 Agosto 2022)

Tra gli altri decreti attuativi che ancora mancano all’appello sono 37 quelli per cui non è indicata una specifica data entro cui debbano essere pubblicati oppure questa scadenza non sia ancora stata superata. Tra questi citiamo, a titolo di esempio, un decreto di competenza del Mims relativo all’aggiornamento del contratto di programma per gli investimenti ferroviari con un importo pari o inferiore a 5 miliardi di euro. E un altro di competenza del ministero della giustizia relativo alla costituzione di un comitato tecnico-scientifico per il monitoraggio sull'efficienza della giustizia civile, sulla ragionevole durata del processo e sulla statistica giudiziaria.

I decreti attuativi mancanti bloccano l’erogazione di risorse già stanziate.

Così come per gli atti aventi forza di legge, anche i decreti attuativi possono essere considerati come entrati in vigore a tutti gli effetti solo dopo la pubblicazione in gazzetta ufficiale. Il fatto quindi che il governo abbia annunciato la firma del ministro su un atto e magari ne abbia anche diffuso il testo, non significa necessariamente che quell’atto sia già entrato in vigore. Questo perché in genere, prima della pubblicazione in gazzetta, il decreto deve essere vagliato della corte dei conti o da altri organi di controllo.

Un passaggio amministrativo che generalmente non comporta grandi sorprese ma che però può richiedere anche diversi mesi (come abbiamo raccontato ad esempio qui). Si tratta di un dato non di poco conto. Soprattutto in questa fase, considerando come il rispetto delle scadenze legate all’attuazione del Pnrr sia un elemento imprescindibile per non rischiare di perdere i fondi assegnati al nostro paese.

Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

Foto: palazzo Chigi

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In aumento le risposte alle interrogazioni ma alcuni ministeri restano in difficoltà https://www.openpolis.it/in-aumento-le-risposte-alle-interrogazioni-ma-alcuni-ministeri-restano-in-difficolta/ Wed, 13 Jul 2022 13:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=196327 Il parlamento svolge un’importante attività di controllo sull’operato del governo attraverso i cosiddetti “atti di sindacato ispettivo”. L’attuale esecutivo sta aumentando la sua capacità di risposta in questo senso ma con significative differenze tra i diversi ministeri.

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Negli ultimi anni ci siamo abituati ad assistere alle sempre più frequenti informative che il presidente del consiglio o altri esponenti del governo rendono alle aule parlamentari. Lo abbiamo visto prima con l’emergenza coronavirus e lo vediamo adesso con la guerra in Ucraina.

Il governo infatti deve sempre rendere conto al parlamento del proprio operato, in virtù del rapporto fiduciario che lo lega a quest’ultimo e senza il quale sarebbe costretto alle dimissioni. Proprio per questo motivo, deputati e senatori hanno anche ulteriori possibilità per indagare l’attività del governo, attraverso la presentazione dei cosiddetti “atti di sindacato ispettivo”. Si tratta di istanze attraverso cui i parlamentari possono chiedere informazioni agli esponenti del governo in merito a temi di loro interesse.

Anche se questi atti hanno indubbiamente un importante valore simbolico, non sempre i governi danno seguito alle richieste di chiarimento presentate. Per quanto riguarda l’attuale esecutivo ad esempio, gli atti di sindacato ispettivo prodotti sono stati 7.845 ma solo 2.523 di questi hanno ricevuto una risposta.

32,2% le risposte fornite dal governo Draghi agli atti di sindacato ispettivo del parlamento.

Un dato in aumento rispetto ai mesi scorsi ma ancora piuttosto basso, sebbene in linea con quello dei governi precedenti. Tra i ministeri più in difficoltà da questo punto di vista troviamo quelli della salute, dell’istruzione, dell’interno e della giustizia, oltre alla stessa presidenza del consiglio.

Quanti e quali atti di sindacato ispettivo

Per acquisire tutte le informazioni necessarie alla valutazione dell’attività del governo, il parlamento ha a disposizione tre strumenti principali:

  • le interrogazioni mediante le quali un membro del parlamento può chiedere ad un esponente dell’esecutivo se è un fatto è vero, se ne abbia notizia e se il governo intenda prendere dei provvedimenti a riguardo. I parlamentari possono richiedere che a tali interrogazioni sia data risposta immediata in assemblea o in commissione, oppure con risposta scritta;
  • le interpellanze: domande scritte sui motivi della condotta del governo le cui risposte vengono fornite in assemblea;
  • le informative urgenti rese dai membri del governo su iniziativa propria o su richiesta dei gruppi parlamentari su questioni di particolare rilievo e attualità.

In questo articolo in particolare ci soffermeremo sulle prime due voci. Da questo punto di vista, possiamo dire che dall’inizio della legislatura fino al 31 maggio 2022, sono stati presentati in totale 23.489 atti di sindacato ispettivo di cui 7.932 (il 33,8%) hanno ricevuto una risposta. Per quanto riguarda l’attuale esecutivo in particolare possiamo osservare che le interrogazioni e le interpellanze che ancora attendono una risposta rappresentano oltre i due terzi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera dei deputati
(ultimo aggiornamento: giovedì 7 Luglio 2022)

In particolare sono le interrogazioni a risposta scritta quelle che tipicamente vengono lasciate più indietro. Delle circa 4mila presentate infatti, ancora 3.500 circa devono essere concluse. A queste si devono aggiungere oltre 1.200 interrogazioni con risposta in commissione, 360 interrogazioni a risposta orale e 218 interpellanze.

88,6%  le interrogazioni a risposta scritta a cui il governo Draghi non ha ancora risposto.

Nonostante si tratti di numeri piuttosto significativi, possiamo osservare che la performance dell’attuale esecutivo non si discosta di molto da quelle dei suoi predecessori. Infatti, analizzando i dati delle ultime due legislature, notiamo che solo i governo Renzi (33,2%) e Conte I (33%) presentano un tasso di risposta agli atti ispettivi superiore.

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera dei deputati
(ultimo aggiornamento: giovedì 7 Luglio 2022)

Tra gli ultimi 6 governi invece, la performance peggiore da questo punto di vista è quella del governo Letta che non raggiunge il 30%.

Quali sono i ministeri più in difficoltà

Fin qui abbiamo analizzato i dati relativi all’attuale esecutivo in forma aggregata. Ma in questo modo non è possibile individuare quali sono i componenti del governo maggiormente in difficoltà da questo punto di vista. Per questo occorre approfondire i dati di ogni singolo componente del governo Draghi, a partire dalla data del suo insediamento.

Il parlamento ha presentato molti atti ispettivi ai ministeri guidati dai tecnici.

Infatti tra un ministro o una ministra e l’altro possono intercorrere delle differenze anche molto significative. Sia dal punto di vista della quantità di atti ispettivi a loro sottoposti che come capacità di risposta. Per quanto riguarda il primo aspetto, il ministero che ha ricevuto più interrogazioni dal parlamento - come ampiamente prevedibile - è quello della salute. Alla struttura guidata da Roberto Speranza (Leu) infatti, tuttora in prima linea nel fronteggiare l’emergenza Covid, sono state poste oltre mille tra interrogazioni e interpellanze. Interessante notare che, dopo il ministero della salute, gli altri 5 più inquisiti dal parlamento sono tutti guidati da tecnici. Si tratta dei ministeri dell’interno (Lamorgese), delle infrastrutture (Giovannini), dell’economia (Franco), della transizione ecologica (Cingolani) e della giustizia (Cartabia).

A livello di risposte fornite invece, al primo posto troviamo proprio il ministero dell’economia con 273 atti conclusi con una risposta. Seguono poi il ministero del lavoro guidato dal dem Andrea Orlando (245), quello della transizione ecologica (229) e quello delle infrastrutture (225).

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera dei deputati
(ultimo aggiornamento: giovedì 7 Luglio 2022)

Ma com’è del tutto evidente, non tutti i ministeri sono stati coinvolti allo stesso modo da quest’attività. Si passa infatti da dicasteri a cui sono stati sottoposte diverse centinaia di atti ispettivi ad altri chiamati a rispondere (spesso senza riuscirci peraltro) a poche decine. Alla luce di ciò, è molto importante valutare il tasso percentuale di risposta che ogni ministero riesce a fornire. Tenendo sempre presente che - evidentemente - un maggior numero di atti ispettivi richiede comunque un maggiore sforzo per fornire le risposte richieste, le strutture meno efficienti sono quella che fa capo alla ministra per gli affari regionali Maria Stella Gelmini (11,1%), la presidenza del consiglio dei ministri (13,16%) e lo stesso ministero della salute (18,7%). Sotto il 25% di risposte fornite anche il ministero dell’istruzione (21%) e quello dell’interno (21,6%).

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera dei deputati
(ultimo aggiornamento: giovedì 7 Luglio 2022)

Per quanto riguarda il ministero della salute in particolare è probabile che il minor tasso di risposta alle richieste di chiarimento da parte di deputati e senatori sia da ricollegarsi alla priorità data dal ministero alla gestione dell’emergenza. Soprattutto nelle fasi più critiche, la comunicazione con il parlamento si è sostanziata principalmente attraverso le informative del ministro in aula, avvenute con una certa regolarità.

Meritevole di attenzione invece l’atteggiamento della presidenza del consiglio che, pur avendo ricevuto una quantità piuttosto contenuta di atti ispettivi, ha scelto di rispondere solo a una minima parte delle interrogazioni e delle interpellanze.

Com'è variata nel tempo la capacità di risposta al governo Draghi

Un ultimo elemento interessante da notare riguarda com’è cambiata nel tempo la capacità del governo in carica di rispondere agli atti di sindacato ispettivo presentati dal parlamento. Possiamo osservare infatti che l’attuale esecutivo, dopo i primi mesi di insediamento, ha iniziato a recuperare il tempo perso.

Se osserviamo l’evoluzione mensile del rapporto tra la somma degli atti di sindacato ispettivo presentati e quelli a cui il governo ha risposto, possiamo notare un costante aumento mese dopo mese. Al netto di qualche piccola battuta d’arresto quindi, il governo ha dimostrato un certo sforzo da questo punto di vista anche nel cercare di recuperare il tempo perso. A maggio infatti, come già detto, si è arrivati a superare il 32% di atti ispettivi conclusi con la risposta dell’esecutivo. Dato che rappresenta il record per il governo Draghi.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 7 Luglio 2022)

Nonostante questo sforzo sia apprezzabile, i valori rimangono comunque ancora piuttosto bassi e difficilmente si potranno avere dei significativi incrementi in questi pochi mesi che ci separano dalla fine della legislatura. Anche perché, come appare evidente pure dal grafico, i parlamentari presentano sempre nuovi atti di questo tipo. Forse ancora di più in un momento come questo: ci troviamo infatti ormai a pochi mesi dalla fine della legislatura e molti deputati e senatori non sono ancora sicuri della possibilità di rielezione. Presentare atti di sindacato ispettivo può quindi rappresentare per costoro un’importante occasione di visibilità, o comunque un modo per segnalare ai propri elettori di riferimento un interesse su determinati temi.

Foto: governo - licenza

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Le scadenze del Pnrr e il ruolo delle organizzazioni titolari https://www.openpolis.it/le-scadenze-del-pnrr-e-il-ruolo-delle-organizzazioni-titolari/ Mon, 13 Jun 2022 05:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=195213 Alla fine di maggio Draghi ha invitato i partiti a non rallentare l'iter del Pnrr. Ma sono gli enti titolari a dover portare a compimento le misure nei tempi previsti, in primis i ministeri e la presidenza del consiglio.

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Negli ultimi giorni di maggio Mario Draghi ha invitato i partiti a velocizzare l’iter delle riforme normative previste dal piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). La notizia è stata interpretata dai media come una sorta di “ultimatum” inviato alla maggioranza a non rallentare ulteriormente l’attuazione del piano. Come noto infatti il Pnrr prevede il completamento di riforme e investimenti secondo un preciso cronoprogramma che prevede il conseguimento di diverse scadenze per ogni trimestre. Tale calendario deve necessariamente essere rispettato per non rischiare di perdere i fondi Ue.

Da questo punto di vista le riforme legislative, che prevedono un coinvolgimento diretto del parlamento, rappresentano certamente un passaggio delicato. Non solo perché devono contribuire alla modernizzazione del paese ma anche perché molte di queste sono propedeutiche alla realizzazione degli investimenti. D’altra parte però si deve evidenziare che le scadenze legate all’attuazione di questi interventi sono in realtà una quantità limitata rispetto al totale. Solo per citare i dati relativi al secondo trimestre del 2022, ad esempio, le scadenze di rilevanza europea da completare sono 14 per le riforme mentre sono 24 per gli investimenti (che non prevedono passaggi parlamentari).

28 su 38 le scadenze “di rilevanza europea” per giugno 2022 ancora da completare.

Appare quindi quantomeno fuorviante una comunicazione che tende a “scaricare” la responsabilità di eventuali ritardi esclusivamente sulle forze politiche che siedono alla camera e al senato. Anche perché, paradossalmente, il parlamento non rientra tra le organizzazioni titolari delle misure, nemmeno per quanto riguarda le riforme. Con questo termine si individuano quei soggetti a cui è affidata la responsabilità di verificare che gli interventi contenuti nel piano siano realizzati nei modi e nei tempi corretti. Quindi, anche per le riforme normative, la responsabilità del loro completamento è affidata a un ministero o alla presidenza del consiglio.

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Gli enti titolari di misure e scadenze

Le organizzazioni titolari non hanno necessariamente il compito di realizzare concretamente gli interventi ma sono responsabili di verificare che gli enti incaricati (soggetti attuatori, imprese vincitrici di appalti eccetera) lavorino correttamente e nel rispetto dei tempi previsti. Tali organizzazioni sono sostanzialmente riconducibili ai ministeri e quindi al governo.

Per quanto riguarda il numero complessivo di misure, possiamo osservare che l’organizzazione che ha la responsabilità del maggior numero di interventi è il ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili (11 riforme e 61 investimenti). Seguono la presidenza del consiglio dei ministri (13 riforme, 58 investimenti) e il ministero della transizione ecologica (12 riforme, 29 investimenti).

Alcune misure contenute nel Pnrr hanno una struttura su più livelli. Ciò significa che una misura (cosiddetta “madre”) può suddividersi in 2 o più sotto-misure (“figlie”) che hanno risorse, obiettivi e scadenze proprie. Per meglio valutare l’impegno di ogni organizzazione titolare nell’ambito del Pnrr, nel grafico sono state considerate complessivamente sia misure che sotto-misure. In alcuni casi anche le organizzazioni titolari hanno una struttura gerarchica su due livelli. Si tratta nel caso specifico di quelle misure la cui responsabilità è affidata a dipartimenti della presidenza del consiglio dei ministri e del ministero dell’economia e delle finanze. In questi casi la misura viene conteggiata più volte dato che la responsabilità ricade sia sul singolo dipartimento ma anche sull’intera struttura.

FONTE: elaborazione openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: giovedì 9 Giugno 2022)


Il parlamento non rientra tra le organizzazioni titolari del Pnrr.

Un elemento interessante da evidenziare, anche alla luce del richiamo di Draghi ai partiti, riguarda il fatto che tra le organizzazioni titolari non è stato incluso il parlamento. Infatti anche per quanto riguarda le riforme a carattere legislativo è stato individuato come ente titolare il ministero competente per materia. Per quanto riguarda le riforme quindi, si può affermare che il vertice politico dei ministeri non solo ha il compito di predisporre la riforma da proporre alle camere ma ha anche la responsabilità di assicurarsi che l’iter parlamentare si concluda entro i tempi previsti.

13 le riforme normative di cui è titolare la presidenza del consiglio dei ministri. Seguono Mite (12) e Mims (11).

Alla luce di ciò anche le scadenze relative alle riforme sono state assegnate alla responsabilità dei ministeri. Da questo punto di vista, considerando complessivamente tutte quelle da completare fino al 2026, notiamo che ai primi tre posti troviamo le stesse organizzazioni titolari del maggior numero di misure. Al primo posto infatti c'è il Mims (165 scadenze totali) seguito dalla presidenza del consiglio (158) e dal Mite (98).

La metodologia utilizzata su OpenPNNR per valutare il livello di completamento di riforme e investimenti tiene conto tutte le scadenze di rilevanza europea e alcune tra le più importanti tra quelle di rilevanza italiana. La responsabilità per il completamento delle scadenze prevede in alcuni casi un’organizzazione gerarchica su 2 livelli. Si tratta nel caso specifico di quelle scadenze la cui competenza è affidata a dipartimenti della presidenza del consiglio dei ministri o del ministero dell’economia. In questi casi la misura viene conteggiata più volte dato che la responsabilità ricade sul singolo dipartimento ma anche sull’intera struttura.

FONTE: elaborazione openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: giovedì 9 Giugno 2022)

Ma qual è attualmente lo stato dell’arte? Riusciremo a completare tutte le scadenze previste per giugno? Quali sono le organizzazioni più in difficoltà da questo punto di vista?

Lo stato dell'arte

Il 30 giugno 2022 sarà un passaggio molto importante per quanto riguarda l’attuazione del Pnrr. Entro questa data infatti dovranno essere completate tutte le scadenze previste per il secondo trimestre. Solo così l’Italia potrà inviare alle istituzioni europee la richiesta per una nuova tranche di fondi.


È probabile che molte scadenze saranno completate negli ultimi giorni del trimestre, come avvenuto alla fine del 2021.

Per valutare a che punto siamo attualmente e se il nostro paese risulta in linea con gli obiettivi previsti ci possiamo affidare ai nostri “indicatori originali”. Entro il 30 giugno ci attendiamo che arrivi a compimento circa la metà delle riforme, mentre per quanto riguarda gli investimenti la percentuale di completamento prevista è pari a circa il 25%. Alla data del 9 giugno, il livello di completamento effettivo del Pnrr risulta al 45% circa per le riforme mentre è del 21,8% per gli investimenti. Come possiamo osservare quindi lo scarto tra l’attuale percentuale di completamento e quella attesa entro la fine del trimestre non è molta anche se il tempo inizia a scarseggiare. È probabile quindi che la maggior parte delle scadenze ancora da completare sarà realizzata in extremis, come del resto è già accaduto alla fine del 2021 (ne abbiamo parlato in questo articolo).

Gli adempimenti da conseguire entro la fine di giugno sono 58 di cui 38 di rilevanza europea. Quelle già completate sono 20 (il 34,5%), mentre 33 risultano a buon punto. L’organizzazione maggiormente coinvolta in questo frangente è il Mite che ha la responsabilità di 13 scadenze di cui 7 completate, 4 a buon punto e 2 in corso. Seguono la presidenza del consiglio e il ministero della salute entrambi titolari di 7 scadenze di cui 5 da completare.

FONTE: elaborazione openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: giovedì 9 Giugno 2022)

Per quanto riguarda le scadenze ancora da conseguire è sempre il Mite l’ente maggiormente impegnato (6), seguito dalla presidenza del consiglio e dai ministeri della salute, della cultura e dell’università e ricerca (5). La situazione cambia però se consideriamo la percentuale di scadenze ancora da completare rispetto al totale di quelle richieste ad ogni soggetto. In questo caso notiamo che ci sono ben 4 organizzazioni che a oggi non hanno completato nessuna delle scadenze a loro carico in questo trimestre. Si tratta del commissario per la ricostruzione post-sisma e dei ministeri del sud, della pubblica amministrazione e del turismo. Salvo il caso del commissario per la ricostruzione, che ne ha 2, le altre 3 organizzazioni citate sono titolari per il trimestre in corso di una sola scadenza.

FONTE: elaborazione openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: giovedì 9 Giugno 2022)

In questo contesto, non dobbiamo dimenticare che ci sono alcuni adempimenti che dovevano essere già raggiunti nei trimestri precedenti e che ad oggi risultano ancora non completati. Una di queste è una scadenza di rilevanza europea. Si tratta dell’entrata in vigore della semplificazione amministrativa per lo sviluppo dei servizi digitali di parchi e aree marine protette, per cui manca ancora la pubblicazione in gazzetta ufficiale del decreto del Mite.


14 scadenze attualmente in ritardo (non completate entro la data prevista).

Le altre scadenze che devono ancora essere portate a compimento sono invece di rilevanza italiana. Si tratta cioè di adempimenti che non sono sottoposti al controllo diretto delle istituzioni europee e che quindi vengono più facilmente “lasciati indietro” poiché non incidono sull’erogazione dei fondi. Non dare adeguata attenzione a questi interventi però può rappresentare un problema perché tali passaggi sono comunque propedeutici al raggiungimento degli obiettivi e dei traguardi europei e senza di essi comunque l’attuazione del Pnrr non può dirsi completa.

La relazione del governo sul rispetto delle scadenze

Nel corso del consiglio dei ministri del 26 maggio il sottosegretario alla presidenza del consiglio Roberto Garofoli ha presentato una relazione sullo stato di avanzamento del Pnrr. Il documento espone sinteticamente tutti i traguardi e gli obiettivi che sin qui sono già stati raggiunti e quelli ancora da conseguire nel trimestre in corso.

Nei documenti ufficiali non si parla quasi mai delle scadenze italiane.

Il documento cita esclusivamente le scadenze di rilevanza europea. Non ci sono indicazioni invece su quelle italiane, incluse quelle relative al fondo complementare. Un elemento interessante riguarda il fatto che in molti casi viene indicata una data specifica entro cui il governo stima che la scadenza sarà raggiunta. Secondo quanto dichiarato, 13 scadenze avrebbero dovuto essere completate entro la settimana successiva alla pubblicazione della relazione e cioè entro il 5 giugno.

FONTE: elaborazione openpolis su dati governo
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Giugno 2022)

Non per tutte le scadenze però è indicata una data di completamento. Questo avviene quando, oltre al governo, è richiesto l’intervento di un altro soggetto. Nello specifico, il parlamento è coinvolto per l’adozione della riforma dei contratti pubblici e per quella sul sistema della ricerca. In un caso poi è attesa un’autorizzazione da parte delle istituzioni europee (progetti Ipcei) e in un altro il parere favorevole da parte del garante della privacy (riforma dell’amministrazione fiscale).

4 le scadenze del Pnrr da completare entro giugno 2022 per cui il governo non indica una data prevista per il completamento.

Il fatto che per tali passaggi non sia prevista una data per l’effettiva conclusione potrebbe essere interpretato come un'indicazione del fatto il governo ritiene di aver adempiuto alla propria parte e che adesso l’effettivo raggiungimento della scadenza dipenda da altri. Tale atteggiamento è riscontrabile anche nell’ultimatum lanciato da Draghi. Questo tipo di messaggio però appare inesatto e fuorviante. Le criticità infatti sono molteplici, anche per le scadenze di competenza esclusiva del governo.

L'annuncio di un provvedimento non sempre coincide con l'effettiva entrata in vigore.

La più evidente riguarda il fatto che per molte scadenze è la stessa relazione di Garofoli a specificare che l’atto di volta in volta richiesto dovrà prima essere sottoposto alla registrazione presso la corte di conti prima di poter essere pubblicato in gazzetta ufficiale. Ciò significa che nonostante il governo abbia annunciato l’adozione di tali provvedimenti, potrebbero passare anche diversi mesi prima della loro effettiva entrata in vigore. Infatti, alla data del 9 giugno, sostanzialmente nessuno dei provvedimenti annunciati nella relazione entro il 5 giugno risulta ancora pubblicato in gazzetta ufficiale. Una dinamica che potrebbe riproporsi anche per le altre scadenze il cui conseguimento è stato annunciato, già adesso, più a ridosso della fine del trimestre.

La prassi del governo di dichiarare il conseguimento di alcuni provvedimenti molto prima della loro effettiva entrata in vigore è stata utilizzata anche nel 2021 come escamotage per dimostrare il rispetto del cronoprogramma. Ma oltre a rappresentare un errore da un punto di vista formale, contribuisce ad aumentare la confusione in un quadro già di per sé molto difficile da comprendere.

Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

Foto: governo.it - licenza

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Le esperienze professionali e le relazioni politiche dei capi di gabinetto https://www.openpolis.it/le-esperienze-professionali-e-le-relazioni-politiche-dei-capi-di-gabinetto/ Tue, 10 May 2022 13:00:32 +0000 https://www.openpolis.it/?p=190475 I ministri nominano i propri capi di gabinetto seguendo un criterio di competenza ma anche di fiducia politica. Per questo in alcuni casi i capi di gabinetto rimangono al loro posto nonostante i cambiamenti politici, mentre in altri avviene la situazione opposta.

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Quello di capo di gabinetto è un ruolo particolare per cui è richiesto sia un rapporto fiduciario con il ministro che un’elevata conoscenza tecnica delle materie di competenza del ministero in cui si lavora.

Le persone che arrivano a questo tipo di incarico dunque di solito hanno già ricoperto ruoli importanti nella loro carriera, spesso nello stesso ministero in cui ora svolgono questo incarico. Allo stesso tempo però in questo caso la scelta personale del ministro è un elemento imprescindibile. Non stupisce quindi che, nel corso degli anni, vari capi di gabinetto abbiano avuto modo di collaborare più volte con lo stesso ministro, oppure con un collega dello stesso partito.

Chi sono i capi di gabinetto

Il capo di gabinetto dirige l’ufficio di gabinetto e più in generale coordina l’attività di tutti gli uffici di diretta collaborazione di un ministro.

Gli uffici di diretta collaborazione sono strutture preposte ad aiutare ciascun ministro a svolgere l’attività di indirizzo politico-amministrativo del dicastero che dirige.
Vai a "Che cosa sono gli uffici di diretta collaborazione dei ministri"

Il suo è dunque un ruolo fondamentale affinché l’indirizzo politico stabilito dal ministro possa poi essere trasmesso all’apparato burocratico amministrativo.

Il Capo di Gabinetto collabora con il Ministro nello svolgimento dei propri compiti istituzionali […] coordina l’intera attività di supporto e tutti gli uffici di diretta collaborazione […] ed assume ogni utile iniziativa per favorire il conseguimento degli obiettivi stabiliti dal Ministro, assicurando, […], il raccordo tra le funzioni di indirizzo del Ministro e le attività di gestione del Ministero.

Anche per questo può succedere che i ministri scelgano per tale incarico dei dirigenti del dicastero stesso, persone che quindi conoscono molto bene i complessi meccanismi con cui si muove l’apparato ministeriale. A volte si tratta di una scelta obbligata, come nel caso dei ministeri degli esteri, dell’interno e della difesa. Ma di solito i ministri possono anche scegliere una figura esterna all’amministrazione. A patto che questa disponga di sufficienti titoli professionali.

Il Capo di Gabinetto e’ nominato dal Ministro fra soggetti, anche estranei alla pubblica amministrazione, in possesso di capacità adeguate alle funzioni da svolgere […]

In entrambi i casi tuttavia il rapporto fiduciario tra il ministro e il capo di gabinetto è un elemento fondamentale affinché l’azione politica del ministro si sviluppi in modo adeguato.

I capi di gabinetto in carica

Dato che sia i ministri che il presidente del consiglio nominano un capo di gabinetto ciascuno, ad oggi i capi di gabinetto in carica dovrebbero essere 24. Tuttavia, al momento, presso il ministero del lavoro questa posizione risulta vacante. Inoltre anche alcuni sottosegretari possono nominare un capo di gabinetto, ma questo aspetto non sarà trattato in questa analisi.

Rispetto all’equilibrio di genere questo tipo di posizione risulta ancora fortemente dominata dagli uomini. Sono infatti 18 su 23 gli uomini che ricoprono l’incarico.

21,7% la quota di donne che ricopre il ruolo di capo di gabinetto di un ministro o del presidente del consiglio.

Rispetto all’età invece la posizione di capo di gabinetto è ricoperta da professionisti in alcuni casi anche abbastanza giovani. Questa dinamica è ovviamente meno frequente nei ministeri in cui, per regolamento, i capi di gabinetto devono essere funzionari del ministero stesso (interno, esteri e difesa). Ma là dove i ministri possono scegliere una persona esterna all’amministrazione, non mancano figure con un’età inferiore a 50 anni (8 su 23) o anche, nel caso del capo di gabinetto del ministro per le politiche agricole, inferiore ai 40.

53 anni l’età media dei capi di gabinetto dei ministri e del presidente del consiglio.

Gli incarichi precedenti al vertice dei ministeri e della presidenza del consiglio

Quanto agli incarichi ricoperti precedentemente, almeno 18 di questi già avevano ricoperto incarichi apicali in uffici di diretta collaborazione. In particolare in 14 avevano già ricoperto proprio il ruolo di capo di gabinetto, 4 di capo dell’ufficio legislativo, 2 di vice capo di gabinetto e 2 di capo della segreteria del ministro. Non tutti gli incarichi di diretta collaborazione dunque sembrano propedeutici alla posizione di capo di gabinetto, quanto piuttosto quelli di natura più strettamente tecnica.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 28 Aprile 2022)

Almeno 10 capi di gabinetto su 23 poi hanno avuto incarichi di vertice presso i ministeri o la presidenza del consiglio. Di questi in 7 sono stati capi dipartimento presso dei ministeri (3) o la presidenza del consiglio (4). Luca Sabbatucci e Stefano Firpo invece hanno ricoperto l'incarico di direttore generale, rispettivamente presso il ministero degli esteri e quello dello sviluppo economico. Giovanni Panebianco infine è stato segretario generale del ministero dei beni e delle attività culturali.

Vari di loro poi hanno ricoperto incarichi di tipo diverso ma comunque importanti. Alcuni sono stati segretari generali della Consob (Gaetano Caputi) o dell'Anac (Angela Lorella Di Gioia), sono avvocati dello stato o hanno percorso una carriera di rilievo in ambito militare (Antonio Conserva), diplomatico (Luca Sabbatucci) o prefettizio (Bruno Frattasi).

Le ricorrenze nei percorsi dei capi di gabinetto

Come abbiamo visto dunque molti dei funzionari con la carica di capo di gabinetto hanno ricoperto incarichi di vertice nei ministeri. Spesso, ma non necessariamente, la carriera di questi funzionari si è in effetti sviluppata proprio all'interno di un ministero. Oppure si è intrecciata con questo in più di un'occasione.

12 su 23 i capi di gabinetto che avevano già ricoperto incarichi di vertice presso il ministero in cui lavorano.

Alcuni di questi casi sono particolarmente interessanti visto che i funzionari in questione hanno ricevuto la nomina da figure politiche non appartenenti alla stessa area politica. Si tratta ad esempio di Raffaele Piccirillo, Marco Caputo, Antonio Funiciello e Luigi Fiorentino.

Raffaele Piccirillo è attualmente capo di gabinetto della ministra della giustizia Cartabia. In precedenza aveva ricoperto questo stesso incarico per il ministro Bonafede, del Movimento 5 stelle (M5s). Ancora prima invece era stato nominato capo dipartimento per gli affari di giustizia di questo stesso ministero dal ministro Orlando del Partito democratico (Pd).

Marco Caputo invece ha ricoperto il ruolo di capo di gabinetto per due diversi ministri per i rapporti con il parlamento. Prima Anna Finocchiaro (Pd), durante il governo Gentiloni, e poi Federico D'Incà (M5s) nel secondo governo Conte e nel governo Draghi.

Interessante è anche il caso di Antonio Funiciello, attuale capo di gabinetto del presidente del consiglio Draghi, che aveva ricoperto questo stesso incarico quando al vertice di palazzo Chigi sedeva Paolo Gentiloni (Pd).

Infine Luigi Fiorentino che nella sua carriera è stato capo di gabinetto di 7 diversi ministri, 5 volte al ministero dell'istruzione e 2 in altri dicasteri. Tra i ministri per cui ha lavorato si trovano esponenti del Partito democratico (Maria Chiara Carrozza e Maria Carmela Lanzetta), del Movimento 5 stelle (Lorenzo Fioramonti e Lucia Azzolina), della Lega (Gian Marco Centinaio) e indipendenti (Patrizio Bianchi e Francesco Profumo).

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 28 Aprile 2022)

Il rapporto con i ministri

Ma a verificarsi di frequente è anche il caso opposto. Ovvero quello in cui il capo di gabinetto di un ministro abbia avuto modo di collaborare in precedenza con quella stessa figura politica ma non necessariamente nello stesso ministero e con lo stesso incarico.

9 su 23 i capi di gabinetto che avevano già ricevuto incarichi dal loro attuale ministro.

Un caso tipico riguarda i capi di gabinetto di ministri rimasti in carica nel passaggio tra un governo e il successivo. Dei 9 ministri in carica sia nel secondo governo Conte, sia nel governo Draghi, in 6 hanno lo stesso capo di gabinetto. Si tratta in particolare di Annalisa Cipollone (capo di gabinetto del ministro Dario Franceschini), Massimo Santoro (Elena Bonetti), Tiziana Coccoluto (Roberto Speranza), Francesco Fortuna (Stefano Patuanelli), Marco Caputo (Federico D'Incà) e Bruno Frattasi (Luciana Lamorgese).

Più interessante però è quando il rapporto professionale tra il ministro e il capo di gabinetto si riallaccia, anche dopo diversi anni. Vincenzo Nunziata ad esempio è tornato a svolgere il ruolo di capo di gabinetto della ministra per gli affari regionali Mariastella Gelmini dopo aver ricoperto questo stesso incarico quando Gelmini era ministra dell'istruzione nel quarto governo Berlusconi.

Lo stesso vale per Francesca Quadri, capo di gabinetto di Mara Carfagna ministra per le pari opportunità sia del governo Draghi che del quarto governo Berlusconi. Nel frattempo però Quadri ha ricoperto anche il ruolo di capo dell'ufficio legislativo del ministro degli esteri Giulio Maria Terzi di Sant'Agata e di capo di gabinetto dei ministri delle finanze Pier Carlo Padoan e Roberto Gualtieri.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 4 Maggio 2022)

Ministri diversi ma della stessa area politica

In alcuni casi figure di questo tipo si trovano a lavorare con ministri diversi, ma comunque appartenenti allo stesso partito. Giovanni Panebianco ad esempio è stato capo di gabinetto sia del ministro Spadafora che della ministra Dadone, entrambi del Movimento 5 stelle.

Paolo Visca invece oggi è capo di gabinetto del ministro dello sviluppo economico ed esponente della Lega Giancarlo Giorgetti. Durante il primo governo Conte invece ha ricoperto questo stesso incarico per il vicepresidente del consiglio e segretario della Lega Matteo Salvini.

Infine vale la pena di evidenziare anche il caso dell'attuale capo di gabinetto del ministro della salute Roberto Speranza, Tiziana Coccoluto, che in precedenza era stata capo di gabinetto del ministro Franceschini. Sebbene i due oggi non appartengano allo stesso partito, nella scorsa legislatura Speranza è stato a lungo capogruppo del Partito democratico alla camera dei deputati.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 29 Aprile 2022)

Foto: governo.it

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