minori Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/minori/ Wed, 04 Mar 2026 12:18:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Le mense scolastiche a supporto dell’occupazione femminile https://www.openpolis.it/le-mense-scolastiche-a-supporto-delloccupazione-femminile/ Tue, 03 Mar 2026 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305549 La differenza tra il tasso di occupazione dei padri e quello delle madri in Italia è il secondo più ampio tra tutti i paesi dell’Ue. Inoltre quasi un terzo delle donne tra 25 e 49 anni con figli non lavora. I servizi scolastici, come le mense, possono rispondere alle esigenze delle famiglie, ma c’è ancora molto da fare

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I servizi scolastici come gli asili nido, il tempo pieno e le mense non sono soltanto importanti per il percorso educativo dei minori. Hanno infatti anche un ruolo importante nel colmare i divari occupazionali tra donne e uomini.

Queste differenze nascono in prima istanza da un diverso carico del lavoro di cura all’interno della coppia, che risulta sbilanciato verso le donne a causa anche di stereotipi di genere radicati. Secondo i dati di Eige, nel 2025 il 41% delle donne italiane di età compresa tra 16 e 74 anni si occupa della cura di bambini con meno di 12 anni per più di 35 ore alla settimana. Tra gli uomini la quota scende al 20%.

21 la differenza, in punti percentuali, tra l’incidenza di donne e uomini che si occupano della cura dei bambini oltre le 35 ore alla settimana.

Tale tendenza va a discapito della stessa vita lavorativa delle donne, che risultano sistematicamente meno occupate e più spesso in condizione di part-time. L’accesso all’istruzione fin dai primi anni di vita, oltre ad essere essenziale per lo sviluppo di minore, può svolgere un ruolo fondamentale anche nella riduzione di questo tipo di divari. Ciò accade lungo i diversi gradi di istruzione: se gli asili nido sono essenziali per consentire alle donne di rientrare al lavoro dopo la gravidanza, la possibilità di frequentare il tempo pieno a scuola è altrettanto decisiva per la continuità della vita professionale delle donne che hanno avuto figli. In questo contesto, le mense scolastiche rappresentano anche un servizio indispensabile per garantire la frequenza pomeridiana di bambine e bambini.

I divari di genere si riflettono sul lavoro

Considerando la fascia d’età compresa tra i 25 e i 49 anni, il tasso di occupazione maschile europeo è più alto rispetto a quello femminile. Stando ai dati Eurostat, nel 2024 l’87,5% degli uomini europei risultava occupato contro il 77,6% delle donne. Tra i due genere esiste quindi un divario di partenza pari a circa 10 punti percentuali.

Questa forbice si allarga quando i lavoratori o le lavoratrici hanno avuto almeno un figlio. Gli uomini infatti riportano sistematicamente un tasso di occupazione maggiore, sia nel caso in cui siano padri (92,1%) sia che non lo siano (83,7%). Le donne senza figli riportano valori più bassi rispetto agli uomini che non ne hanno (80,9%) e per le madri il tasso cala ulteriormente al 75,1%.

17 la differenza, in punti percentuali, del tasso di occupazione tra uomini e donne con figli.

Questa dinamica spesso risulta presente anche nei singoli paesi dell’Unione.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(consultati: lunedì 2 Febbraio 2026)

Se si considerano uomini e donne senza figli, i tassi di occupazione tendono ad essere più simili. Dei 27 paesi considerati, 22 riportano un tasso maggiore per gli uomini, i restanti 7 per le donne e uno (la Germania) una condizione di perfetta parità. In 9 stati il divario si aggira intorno al punto percentuale. Il paese dove la differenza tra il tssso di occupazione di uomini e donne senza figli è maggiore è l’Italia (9,9) mentre in Lettonia le donne superano gli uomini per 2,6 punti percentuali.

Il divario occupazionale tra padri e madri è il più alto d’Europa.

Sempre nella fascia tra 25 e 49 anni, i padri riportano sistematicamente un tasso di occupazione più alto rispetto alle madri. In questo contesto, i divari inferiori si registrano in Lussemburgo (6,8 punti percentuali), Svezia (7,7) e Slovenia (8,2). Al contrario, i valori maggiori sono quelli di Grecia (29,3), Italia (28,6) e Repubblica Ceca (23,9). Inoltre, l’Italia è anche il paese europeo che registra il tasso di occupazione tra le madri più basso: è pari al 61,9%, circa 13 punti percentuali in meno rispetto alla media europea.

La nascita di un figlio ha un impatto importante sulla vita lavorativa di una donna. Questo accade non soltanto al momento del parto: le donne infatti tendono ad adattare il proprio percorso professionale per includere le responsabilità genitoriali, in particolare quando i bambini sono molto piccoli ma anche negli anni successivi.

Women in particular are likely to adapt their paid work according to the additional responsibilities that come with parenthood, especially when children are very young, but also as they get older […].

Oltre a riportare un tasso di occupazione più basso, le donne con figli tendono a ricorrere di più ai lavori part-time. Nell’Unione europea, nel 2024, il 31,9% delle madri di età compresa tra 25 e 49 anni lavora part-time contro il 5,2% dei padri. A livello italiano, il 35,9% delle donne con figli lavora part-time mentre per gli uomini il dato si ferma al 4,6%.

Per favorire quindi un reinserimento lavorativo ma anche il mantenimento della carriera professionale durante l’intero percorso di crescita del figlio è importante andare incontro alle esigenze delle famiglie in ogni fase del percorso scolastico del minore.

Il tempo pieno e l’uguaglianza di genere

L’integrazione del minore in un percorso scolastico favorisce l’occupazione femminile. Oltre al ruolo degli asili nido, di cui abbiamo già avuto modo di approfondire, ci sono degli effetti anche per quel che riguarda l’introduzione del tempo pieno nelle scuole. Secondo uno studio di Banca d’Italia, c’è un impatto positivo sull’occupazione femminile.

Mothers of children who attend the FT scheme in primary school increase their labor force participation by approximately 2 percentage points both in the short- and medium-term. The effect on mothers’ employment is smaller initially and increases with students’ age, probably because it takes time for mothers to find jobs: overall, three years after the end of the program, mothers of pupils in FT classes in primary school have a 2.2 percentage points higher employment rate.

Nel breve e nel medio periodo, le madri di bambini che hanno preso parte al programma del tempo pieno scolastico definito dallo studio hanno incrementato la partecipazione al lavoro di circa 2 punti percentuali. L’effetto è inizialmente più piccolo e aumenta all’incrementare dell’età degli studenti, probabilmente perché trovare lavoro richiede del tempo. Dopo 3 anni dalla fine del programma, le madri con i figli che si trovavano nelle classi a tempo pieno riportano un tasso di occupazione maggiore di 2,2 punti percentuali.

In passato abbiamo parlato delle mense, un servizio scolastico che è la premessa per consentire ai minori di fare attività extra-scolastiche e di continuare le lezioni nel pomeriggio. In Italia si registra un profondo divario tra il centro-nord e il mezzogiorno, con le isole che mostrano i dati più bassi e il nord-ovest quelli più alti. Questa forbice tra nord e sud si riscontra anche considerando i tassi di occupazione delle donne in età compresa tra 25 e 49 anni d’età.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Mim e Istat
(consultati: martedì 27 Gennaio 2026)

In Italia il 67,06% delle donne di quella specifica fascia d’età risulta occupato. La zona con l’incidenza maggiore è quella del nord-est (76,68%) a cui seguono nord-ovest (75,64%) e centro (70,69%). Il mezzogiorno riporta invece valori minori, nello specifico al sud le occupate sono il 53,58% e nelle isole il 51,36%.

Per quanto riguarda le regioni, tutte quelle che riportano un valore maggiore della media nazionale si trovano nel centro-nord. I valori maggiori si rilevano in Trentino-Alto Adige (80,65%), Valle d’Aosta (77,14%) e Veneto (76,81%). Al contrario, tutte le regioni che riportano valori inferiori della media nazionale sono nell’area del mezzogiorno. In particolare, i tassi di occupazione più bassi si riscontrano in Calabria (51,61%), Campania (49,41%) e Sicilia (47,62%).

Si tratta di un divario visibile anche nel confronto tra province, con i valori maggiori a Belluno (81,90%), Monza e della Brianza (78,98%) e Prato (78,93%) e quelli minori a Palermo (45,68%), Agrigento (45,34%) e Caltanissetta (43,28%).

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Mim e Istat
(consultati: martedì 27 Gennaio 2026)

È possibile osservare che tendenzialmente nelle province italiane in cui ci sono più mense scolastiche nelle scuole pubbliche l’occupazione femminile è più alta, con una forte divisione tra i territori del centro-nord e quelli del sud. Ci sono però delle province del centro che presentano dei valori di occupazione femminile e presenza di mense in linea con quelli del sud. Si segnalano in particolare i casi di Latina e Frosinone, due province laziali che registrano rispettivamente un tasso di occupazione femminile pari al 61,28% e 61,16% e la presenza di mense pari al 14,77% e 22,48%.

Questa è una relazione da leggere nei due sensi: da un lato la maggiore occupazione è probabilmente un incentivo all’offerta da parte delle scuole di questo tipo di servizio; dall’altro è presumibile che la possibilità per gli studenti di fare scuola il pomeriggio garantisca ai genitori una maggiore facilità di conciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro. In particolare per le donne, su cui ricade gran parte del lavoro di cura nel nostro paese.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla competenze linguistiche degli studenti di terza media nei comuni capoluogo sono di fonte Istat statistiche sperimentali.

Foto: Freepik (licenza)

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I divari di genere nei percorsi Stem in un mondo sempre più tecnologico https://www.openpolis.it/i-divari-di-genere-nei-percorsi-stem-in-un-mondo-sempre-piu-tecnologico/ Tue, 10 Feb 2026 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305691 Nonostante le ragazze tra 16 e 19 anni abbiano più competenze informatiche di base rispetto ai ragazzi, questo non si riflette sulle scelte dei percorsi Stem. In ambito Ict, per esempio, 8 lavoratori su 10 sono uomini. A pesare sono anche le aspettative sociali e genitoriali.

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L’11 febbraio ricorre la Giornata internazionale per le donne e le ragazze nella scienza. Si tratta di un’occasione importante per riflettere e sensibilizzare sul ruolo che scienziate e ricercatrici hanno nello sviluppo delle conoscenze nelle discipline Stem, acronimo inglese che sta per science, technology, engineering e mathematics.

In un contesto dove la tecnologia ha un ruolo sempre più centrale, non si è ancora completamente raggiunta una parità di genere per quanto riguarda questi ambiti. Se la quota di ragazze di età compresa tra 16 e 19 anni con competenze informatiche di base è maggiore rispetto ai ragazzi, ciò non si riflette ancora sulle scelte dei percorsi Stem, con divari maggiori nell’ambito Ict (Information and communication technology). Tali differenze hanno radici nel contesto familiare e scolastico. Abbiamo approfondito come le diverse aspettative per ragazze e ragazzi si possano riflettere sugli apprendimenti e quale sia il loro livello di competenze in ambito numerico.

Le discipline Stem sono sempre più importanti

La rapidità dello sviluppo tecnologico ha un impatto diretto sul mondo del lavoro. Secondo un recente rapporto del World economic forum (Wef), le competenze digitali sono tra quelle che – secondo i datori di lavoro – cresceranno di più come importanza nei prossimi cinque anni. In cima alla lista ci sono infatti la conoscenza dei sistemi di intelligenza artificiale e della gestione dei big data, la cybersecurity e la network security e l’alfabetizzazione tecnologica.

According to employer expectations for the evolution of skills in the next five years, […] technological skills are projected to grow in importance more rapidly than any other type of skills. Among these, AI and big data top the list as the fastest-growing skills, followed closely by networks and cybersecurity and technological literacy.

Questi ambiti stanno assumendo un’importanza sempre maggiore anche nel contesto europeo. Secondo la commissione europea, è necessario per l’Ue focalizzare la propria attenzione su dati, tecnologie e infrastrutture per migliorare la vita privata dei cittadini e favorire il funzionamento delle imprese. Per questo è stato avviato un programma specifico di politiche pubbliche, il digital decade policy programme 2030. Uno degli obiettivi principali è quello di migliorare le competenze digitali tra la popolazione, con il target di raggiungere l’80% della popolazione adulta con capacità informatiche almeno di base entro il 2030. Nel 2025 si registra un divario di oltre 20 punti percentuali rispetto a questo obiettivo.

55,56% popolazione europea nella fascia d’età 16-74 che mostra competenze informatiche almeno di base.

Su questo dato incidono l’educazione, lo stato occupazionale degli individui e la condizione economica, oltre al vivere in aree rurali, caratterizzate dall’età media più alta, oppure in zone urbane, con una popolazione mediamente più giovane. Considerando infatti soltanto la fascia d’età dai 16 ai 24 anni, l’incidenza di chi ha competenze informatiche almeno di base sale al 69,98%. Si rileva anche un divario tra i generi: tra la popolazione adulta, gli uomini riportano percentuali maggiori (56,69% contro 54,46%) ma la tendenza si ribalta nel momento in cui si prende in considerazione i più giovani (67,93% dei ragazzi e 72,16% delle ragazze). Si tratta di un fenomeno che viene rilevato in quasi tutti i paesi europei.

Il dato mostra il calcolo della differenza percentuale tra l’incidenza registrata per le femmine e quella registrata per i maschi. Si considera la fascia d’età compresa tra i 16 e i 24 anni.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati della commissione europea
(consultati: martedì 20 Gennaio 2026)

In 21 paesi le ragazze hanno più competenze di base d’informatica rispetto ai ragazzi. La differenza maggiore si registra in Irlanda, dove il 91,3% delle ragazze supera di 35,87 punti percentuali i ragazzi (55,44%). Seguono Croazia (17,25 punti percentuali), Lussemburgo (14,35) e Lettonia (11,69). Sono invece 6 i paesi in cui accade l’inverso, con i divari più ampi in Ungheria (-1,86 punti percentuali), Romania (-2,97) e Austria (-4,72).

Per quanto riguarda lo specifico del contesto italiano, le abilità informatiche di base sono considerate dalla commissione europea un punto di debolezza rispetto all’intero processo di digitalizzazione del paese. Una delle raccomandazioni specifiche per l’Italia è infatti proprio quella dell’incrementare le competenze di base, dal momento che tra la popolazione generale solo il 45,8% delle persone raggiunge questo livello. Questo è un dato che aumenta al 59,1% se si considera la fascia d’età 16-24 anni.

Le ragazze mostrano più competenze informatiche di base ma lavorano di meno nel settore Ict.

Anche in Italia sono presenti dei divari a livello di genere: nella popolazione maschile, il 47,36% raggiunge questo livello di base contro il 44,16% di quella femminile. Anche in questo caso, la dinamica si ribalta quando si considerano i più giovani: la forbice è di circa 3,5 punti percentuali, con il valore delle ragazze più alto rispetto a quello dei ragazzi (60,9% contro 57,36%). Questa maggiore propensione femminile della popolazione più giovane non si riflette automaticamente sul profilo professionale. Nel contesto europeo, l’Italia è uno dei paesi che registra l’incidenza più bassa dei professionisti Ict sul totale dei lavoratori (4%). Disgregando il dato per genere, le donne compongono solo il 17,1% degli occupati nel settore mentre gli uomini rappresentano l’82,9%.

Secondo Istat, l’ambito di studio universitario incide significativamente sull’occupazione. I laureati Stem di età compresa tra 30-34 anni riportano infatti il tasso più elevato tra tutte le aree considerate, un valore pari all’88,9%. Considerando la divisione per genere, i valori rimangono alti per laureate e laureati, nonostante questi ultimi registrino sempre dei tassi maggiori. All’interno dell’area Stem, il divario occupazionale maggiore si registra per “scienze e matematica”, dove il tasso femminile è inferiore a quello maschile di circa 4,5 punti percentuali. Si riduce invece a 2,3 punti per l’area “informatica, ingegneria e architettura”.

Per superare le disuguaglianze di genere è importante partire dagli apprendimenti scolastici, per favorire sia un diverso orientamento che una maggiore occupazione all’interno del mercato del lavoro.

I divari di genere negli apprendimenti Stem sul territorio

La scelta dei percorsi di studi di ragazze e ragazzi non è propriamente priva di condizionamenti esterni. In particolare, quando si considera l’apprendimento delle materie Stem, incidono le aspettative sociali e dei genitori che sono molto differenti per bambini e bambine, con due effetti diretti. Il primo è che le studentesse tendono ad avere mediamente meno fiducia nelle proprie capacità nella matematica. Questo si ripercuote sui rendimenti che in media sono più bassi nelle materie scientifiche. Se però si considerano le ragazze che hanno più fiducia nelle proprie capacità, il divario si appiana raggiungendo nei test risultati analoghi a quelli dei compagni.

In tutti i paesi e le economie che hanno raccolto dati anche sui genitori degli studenti, i genitori sono più propensi a pensare che i figli maschi, piuttosto che le figlie, lavoreranno in un campo scientifico, tecnologico, ingegneristico o della matematica – anche a parità di risultati in matematica. […] Generalmente, le ragazze hanno meno fiducia rispetto ai ragazzi nelle proprie capacità di risolvere problemi di matematica o nel campo delle scienze esatte. Tuttavia, quando si confrontano i risultati di matematica tra ragazzi e ragazze con livelli simili di fiducia in se stessi e di ansia rispetto alla matematica, il divario di genere scompare.

Inoltre, i dati Ocse-Pisa mostrano che le ragazze tendono a percepirsi di meno in ruoli come lo scienziato o l’ingegnere. Questo a testimonianza di come i condizionamenti sociali incidano direttamente sul percorso di studi e di carriera successivi, oltre che sull’apprendimento diretto delle materie.

Per capire il fenomeno sul paese, si possono prendere come riferimento i dati sull’apprendimento della matematica, rilevati tramite le prove Invalsi e rilasciate a livello provinciale. Nel 2024, il 44% degli alunni di terza media non raggiungono il livello di competenza numerica adeguata per il proprio grado di istruzione. Si tratta sostanzialmente di un dato in linea con l’anno precedente. Disgregando il dato per genere, si nota già una differenza: i maschi riportano un’incidenza del 41,2% mentre le femmine del 47%.

5,8 punti percentuali di differenza tra ragazze e ragazzi con competenze numeriche non sufficienti in terza media.

Si tratta di una differenza che non è omogenea sul territorio nazionale. Sulle 107 province italiane, sono 4 quelle in cui le ragazze riportano un’incidenza minore dei ragazzi. Sono Nuoro (dove le femmine superano di 0,3 punti percentuali i maschi), Piacenza (0,5), Sondrio (2) ed Enna (2,6).

Il dato riporta la differenza percentuale tra le insufficienze registrate tra le ragazze di III media e quelle riportate dai ragazzi. I dati fanno riferimento alle prove Invalsi aggregate a livello provinciale.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Invalsi e Istat (Bes dei territori)
(consultati: martedì 20 Gennaio 2026)

Nelle restanti aree del paese, le ragazze riportano sistematicamente più insufficienze rispetto ai ragazzi. I divari più ampi si registrano nelle aree di Rieti e Avellino dove le differenze sono rispettivamente di 10,8 e 10,2 punti percentuali. Seguono con più di 9 punti percentuali di divario Rimini (9,9), Brindisi (9,9) e Palermo (9,6). Alla luce di questi dati sugli apprendimenti, e visto lo stato complessivo dei settori legati ai contesti Stem, è ancora più importante investire sugli apprendimenti delle materie scientifiche e abbattere gli stereotipi di genere.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi agli apprendimenti sono di fonte Invalsi e Istat (Bes dei territori).

Foto: Freepik (licenza)

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Il profondo divario tra nord e sud sulle mense scolastiche https://www.openpolis.it/il-profondo-divario-tra-nord-e-sud-sulle-mense-scolastiche/ Tue, 03 Feb 2026 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305464 In un edificio scolastico statale su tre, in media, c'è una mensa. Ma se in Valle d’Aosta oltre il 70% dei plessi ne ha, in Sicilia questa soglia non raggiunge neanche il 15%. Differenze territoriali che rallentano il contrasto alla povertà alimentare tra i minori.

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Le mense rappresentano un elemento importante nelle scuole. Migliorano la qualità dell’offerta scolastica, garantiscono pasti equilibrati in contrasto alla povertà alimentare, facilitano la socialità e permettono di seguire lezioni nel pomeriggio.

Tuttavia le mense sono presenti in poco più di un terzo degli edifici scolastici statali del paese, con differenze territoriali molto marcate tra nord e sud. Se infatti oltre il 70% delle scuole in Valle d’Aosta possiede una mensa, quest’ultima è presente in meno del 15% dei plessi scolastici siciliani.

Le mense aiutano la socialità e garantiscono pasti adeguati e bilanciati.

Poter usufruire di una mensa è infatti spesso fondamentale per il proseguo delle lezioni nel pomeriggio, permettendo la normale frequenza delle attività educative e venendo anche incontro alle alle esigenze dei genitori che lavorano. Ma anche il momento stesso del pasto ha un’importanza cruciale per ragazze e ragazzi. Dal momento che viene effettuato in uno spazio condiviso, si creano possibilità di connessione e socializzazione al di fuori dell’orario prettamente scolastico.

Inoltre, viene garantito un pasto adeguato a livello di porzioni e di bilanciamento dei macronutrienti almeno una volta al giorno, un elemento da non sottovalutare per famiglie in condizione di fragilità economica e sociale. Il pranzo diventa infine un momento dove è anche possibile imparare come si compone un’alimentazione corretta all’interno di uno stile di vita salutare.

Le mense scolastiche presidio contro la povertà alimentare

La povertà alimentare è un fenomeno difficile da definire. Se nei paesi in via di sviluppo è prettamente legata alla disponibilità di cibo e alla sua diretta accessibilità, nelle economie occidentali è una questione che si lega a molti altri aspetti. Come evidenziato nella letteratura sull’argomento, si lega al tema del cosiddetto “paradosso della scarsità dell’abbondanza” (Campiglio e Rovati, 2009): nonostante la presenza di alimenti, l’accesso a risorse adeguate al proprio sostentamento è impossibile per alcune fasce della popolazione.

A prescindere dal contesto, la corretta alimentazione non è soltanto legata a un adeguato apporto calorico: bisogna anche considerare la disponibilità dei diversi macronutrenti e la possibilità di avere del cibo di qualità e seguire diete salutari sin dai primi anni di età, elementi cruciali nell’evitare l’insorgenza di malattie croniche nel tempo.

Beyond adequate calories intake, proper nutrition has other dimensions that deserve attention, including micronutrient availability and healthy diets. Inadequate micronutrient intake of mothers and infants can have long-term developmental impacts. Unhealthy diets and lifestyles are closely linked to the growing incidence of non communicable diseases in both developed and developing countries.

Si tende quindi a considerare in senso più ampio l’esposizione alla malnutrizione, che oltre alle condizioni di carenza (denutrizione) include anche situazioni legate al sovrappeso e all’obesità e squilibri di elementi necessari per le funzioni vitali. Chiaramente, la povertà alimentare e le situazioni di malnutrizione incidono ancora di più su bambini e ragazzi che stanno attraversando l’età dello sviluppo, per cui ci sono raccomandazioni specifiche.

La povertà alimentare non riguarda soltanto il mero apporto calorico.

In questo contesto, un’indicazione utile per comprendere il quadro italiano è la possibilità delle famiglie di mangiare carne o pesce ogni due giorni. Nel 2024, 11 famiglie ogni 100 dichiarano delle difficoltà nel potersi permettere un pasto proteico. Tra le tipologie familiari che mostrano le maggiori difficoltà spicca la famiglia monogenitoriale con almeno un figlio minore (13,4%). Concentrandosi più nello specifico sulla condizione minorile, i dati del 2019 mostrano dei divari tra le regioni italiane. Come abbiamo approfondito in passato, in Italia il 2,8% dei minori non riesce a consumare un pasto proteico al giorno. Si tratta di numeri che tendono ad incrementare nelle regioni del sud, con incidenze maggiori in Sicilia (8,4%), Campania (5,4%) e Basilicata (4,9%).

Questo dato va interpretato alla luce della complessità del fenomeno. Possono infatti incidere situazioni di indigenza economica ma anche educazione alimentare e facilità ad accesso a specifici servizi. In questo quadro, le mense scolastiche rivestono un valore essenziale, sottolineato spesso nelle relazioni e negli interventi del garante dell’infanzia.

Povertà educativa e marginalità si combattono inoltre garantendo pari opportunità di accesso a tempo pieno e mense scolastiche.

Abbiamo dunque analizzato i dati della presenza delle mense scolastiche all’interno degli edifici scolastici statali per l’anno scolastico 2024-2025 rilasciati dal ministero dell’istruzione e del merito su cadenza annuale per capire come si distribuisce il servizio sul territorio nazionale.

Come si distribuiscono le mense sul territorio italiano

In Italia sono presenti 39.351 edifici che comprendono scuole statali. Di questi, 14.362 riportano la presenza di uno spazio adibito alla mensa.

36,5% gli edifici scolastici in cui si dichiara la presenza di una mensa (anno scolastico 2024-2025).

Si tratta però di un dato che nasconde profonde differenze territoriali tra l’area del centro-nord e il mezzogiorno. I contesti dove l’incidenza è più alta sono la zona del nord-ovest (50,8% degli edifici), centro (41,6%) e nord-est (38,3%). Più bassi invece i dati del sud (24,1%) e le isole (22,3%). Tra il valore maggiore e quello minore ci sono circa 30 punti percentuali di differenza. Un divario che risulta ancora più evidente se si analizzano i dati a livello regionale.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati ministero dell’istruzione e del merito
(consultati: venerdì 9 Gennaio 2026)

Sono 12 le regioni che superano la media italiana per incidenza di edifici scolastici per cui viene dichiarata la presenza dello spazio mensa. Di queste, solo una si trova nel mezzogiorno: è la Sardegna che con il 37,3% supera la percentuale italiana di poco meno di un punto percentuale. Le regioni che invece riportano valori inferiori a quello nazionale si trovano tutte nel mezzogiorno ad eccezione del Lazio.

La regione italiana con la percentuale maggiore è la Valle d’Aosta (71,9%) a cui seguono Piemonte (62,6%), Liguria (59,5%) e Toscana (59,1%). Quelle con i valori minori sono Lazio (25,3%), Calabria (22,5%), Campania (18,1%) e Sicilia (14,4%).

A livello provinciale, 53 province su 107 registrano valori superiori alla media nazionale (il 49,5%). Di queste, solo Potenza, Nuoro, Sassari e Cagliari si trovano nell’area del mezzogiorno. I territori con le incidenze più alte sono Valle d’Aosta (71,9%), Imperia (68,3%), Biella (67,6%) e Vercelli (66,2%). Sono invece più basse a Trapani (12,6%), Catania (8%), Napoli (7,7%) e Ragusa (3,7%).

L’indicatore misura il rapporto percentuale tra gli edifici scolastici statali per cui è dichiarata la dotazione della mensa e il totale degli edifici scolastici statali. Non sono disponibili dati per il Trentino-Alto Adige. I dati, pubblicati sul portale open data del ministero dell’istruzione, sono forniti dagli enti locali proprietari o gestori degli edifici adibiti ad uso scolastico. In rosso sono visualizzati i comuni che riportano un’incidenza inferiore alla media nazionale (36,5%), in blu superiore.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati ministero dell’istruzione e del merito
(consultati: venerdì 9 Gennaio 2026)

Il 47,8% dei capoluoghi italiani riporta dei valori superiori all’incidenza italiana. Anche per questo anno scolastico la percentuale maggiore si registra ad Alessandria, nel Piemonte. Dei 43 edifici scolastici presenti, 33 registrano la presenza di mense (76,7%). Seguono Carrara (71,1%), Como (68,5%) e Monza (64,4%). Come per le province, la maggior parte dei capoluoghi che supera la media nazionale si trova nel centro-nord.

Da notare però che alcuni comuni di grandi dimensioni come Napoli, Catania e Palermo riportino delle percentuali anomale inferiori al 10%. Questi dati sono forniti dagli enti proprietari di ogni singola struttura al ministero dell’istruzione e del merito per cui è possibile che ci possano essere dei discostamenti rispetto alla situazione effettiva. Nonostante questa puntualizzazione, è comunque chiaro che il mezzogiorno appare essere l’area più caratterizzata dalla minore incidenza di edifici scolastici con le mense. Rispetto quindi al ruolo della refezione, questo divario ha un impatto notevole sull’esperienza educativa dei minori.

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La sfida delle competenze digitali nell’era dell’intelligenza artificiale https://www.openpolis.it/la-sfida-delle-competenze-digitali-nellera-dellia/ Tue, 27 Jan 2026 08:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=305605 Quasi la metà degli italiani non possiede competenze digitali almeno di base. Un dato che pone il nostro paese agli ultimi posti in Europa. La scuola in questo contesto ha un ruolo fondamentale ma sia dal punto di vista delle strutture che della didattica c’è ancora molto da fare.

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Il prossimo 28 gennaio si celebra la Giornata europea della protezione dei dati personali, un’occasione per riflettere sul ruolo delle competenze digitali in una società sempre più interconnessa. Oggi infatti saper usare consapevolmente le tecnologie non significa soltanto migliorare le proprie opportunità nel mercato del lavoro, ma anche essere cittadini più consapevoli, capaci di orientarsi in un sistema complesso, segnato dalla sovrapproduzione di contenuti, dalla diffusione di fake news e dal tracciamento potenzialmente pervasivo delle nostre abitudini e dei nostri orientamenti.

L’evoluzione tecnologica rappresenta senza dubbio un inarrestabile fattore di progresso sociale: tuttavia, taluni elementi distorsivi che la stessa introduce danno talvolta l’impressione che essa sia in parte goduta ma in parte anche subita dalle collettività.

In questo contesto, la scuola rappresenta un presidio fondamentale. Non solo per trasmettere conoscenze ma anche per garantire parità di accesso a strumenti e infrastrutture digitali, riducendo le disuguaglianze educative. Su tale aspetto dobbiamo osservare che, nonostante alcuni progressi, l’Italia resta tra i paesi europei con la più bassa diffusione di competenze digitali almeno di base.

54,3% i cittadini italiani con competenze digitali almeno di base nel 2025.

Un altro elemento “critico” riguarda l’approccio alle potenzialità offerte dagli strumenti dell’intelligenza artificiale (Ai). Risorse preziose ma che non sono prive di rischi, specialmente se utilizzate in modo non consapevole. Da questo punto di vista, il nostro paese appare caratterizzato da un approccio prudente rispetto ad altri contesti europei. Approccio che dipende anche dall’affermazione abbastanza recente di un uso più ampio di questi strumenti. Perciò è fondamentale che già a partire dalla scuola vi sia una diffusa conoscenza per poter padroneggiare le nuove tecnologie. Sono svariati infatti gli aspetti problematici che stanno emergendo riguardo all’utilizzo di queste risorse.

A ciò si aggiunge un altro elemento legato alla disponibilità di strumenti e strutture. Sotto questo profilo, a livello nazionale, circa il 40% degli edifici scolastici è dotato di aule di informatica. Al contrario, nel 32,7% dei plessi questo spazio non è presente mentre nel 26,7% dei casi l’informazione non è stata dichiarata dall’ente proprietario dell’immobile (comuni, province). Dati che fanno capire quanto lavoro ci sia ancora da fare per garantire a tutte le ragazze e i ragazzi le stesse opportunità.

Le competenze digitali in Italia e in Europa

Le competenze digitali rappresentano oggi quindi un requisito fondamentale per la partecipazione piena alla vita economica e sociale. Ma quanto sono diffuse queste conoscenze tra la popolazione? Alcune indicazioni su questo fronte ci vengono messe a disposizione da Eurostat.

Con specifico riferimento all’Italia, nel 2025 le persone che avevano competenze digitali di base o superiori erano il 54,3% della popolazione. Un dato che, seppur in crescita rispetto all’anno precedente, è ancora inferiore di circa 6 punti percentuali rispetto alla media europea (60,4%). C’è da dire però che, il nostro paese ha recuperato qualche posizione nel confronto con gli altri stati dell’Ue, pur rimanendo nella parte bassa della classifica. Se nel 2024 infatti solamente Lettonia, Polonia, Bulgaria e Romania riportavano una quota di competenze digitali inferiore rispetto a quella italiana, nel 2025 il nostro paese sopravanza anche Lituania, Slovacchia, Grecia e Slovenia.

Le dinamiche restano simili anche se restringiamo l’analisi all’ambito dei giovani di età compresa tra i 16 e i 29 anni. Persone che possono essere considerate sostanzialmente come “native digitali”. In questo caso la percentuale di soggetti con competenze almeno di base aumenta sensibilmente. A livello Ue parliamo di una quota del 74,7%. Anche in questo caso l’Italia si colloca al di sotto della media con il 69,1%. È significativo notare che in questo caso ci sono 7 paesi Ue che riportano un dato inferiore a quello italiano e tra questi figura pure la Germania (65,2%). 

Il livello di “digital skills” viene valutato sulla di 5 aree chiave individuate dal framework europeo delle competenze digitali per i cittadini. Tra queste la risoluzione di problemi in ambito informatico, l’alfabetizzazione all’uso di dati e informazioni, la capacità di comunicazione e collaborazione in ambiente digitale, la sicurezza in rete e la creazione di contenuti digitali.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: martedì 16 Dicembre 2025)

Al crescere del titolo di studio aumentano le competenze digitali.

Un altro elemento interessante riguarda il fatto che la quota di persone con competenze digitali adeguate aumenta con il crescere del livello di studio raggiunto. In Italia, ad esempio, la percentuale di persone con competenze digitali adeguate è pari al 56,7% tra coloro che hanno un basso livello di istruzione. Sale al 71,7% tra chi ha un livello di istruzione media e cresce ancora fino all’84,7% tra coloro che hanno raggiunto i gradi più alti

Intelligenza artificiale nella scuola: approcci e criticità

L’utilizzo consapevole delle potenzialità offerte dall’Ai è certamente un elemento centrale e lo sarà sempre di più nei prossimi anni. Al momento non sembrano esistere ancora metodologie condivise – salvo quanto contenuto nel cosiddetto Ai act adottato a livello Ue – e che ogni stato abbia scelto un approccio diverso. Questo almeno è quello che emerge da un’indagine condotta da European Schoolnet che ha coinvolto 23 paesi tra cui anche alcuni extra Ue (Norvegia, Svizzera, Turchia). Dall’analisi delle risposte risulta che l’integrazione dell’Ai nei contesti scolastici è ancora in una fase iniziale di sperimentazione e definizione di cornici normative.

In questo quadro, in particolare la formazione degli insegnanti è considerata un prerequisito essenziale per l’adozione efficace dell’Ai. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi questa è ancora opzionale o limitata a progetti pilota.

The integration of AI in education contexts does not come challenge-free. Education systems must deal with a number of concerns and questions when considering the introduction of such technology in school environments. […] one of the most pressing concerns reported by respondents relates to data privacy and protection of the rights of all school actors, in particular, minors.

Tutti gli intervistati hanno evidenziato aspetti critici nel ricorso a tali strumenti tra cui:

  • rischi per la protezione dei dati e la privacy;
  • timori legati alla dipendenza tecnologica e alla perdita di autonomia critica degli studenti;
  • problemi di equità nell’accesso, che potrebbero ampliare i divari educativi;
  • difficoltà nel garantire trasparenza e affidabilità dei sistemi.

Come già anticipato nell’introduzione, l’approccio verso questi strumenti adottato dall’Italia è abbastanza prudente. Risultano in corso delle sperimentazioni ma senza un’integrazione strutturale dell’Ia nei curricula scolastici.

L’Italia ha un approccio molto cauto sull’integrazione dell’Ia nel mondo della scuola.

Interessanti da questo punto di vista le linee guida che il ministero dell’istruzione ha diffuso nel 2025. Secondo questo documento, l’Ai può supportare i dirigenti scolastici nella pianificazione e nell’analisi dati senza sostituire le decisioni umane; i docenti nella personalizzazione dell’insegnamento, nella progettazione e nella valutazione; il personale amministrativo nell’automazione delle procedure. Per gli studenti, l’Ai offre percorsi più inclusivi, ma richiede lo sviluppo di competenze critiche.

Sostanzialmente, si sottolinea che l’Ai deve essere uno strumento di supporto. Non un sostituto dell’azione educativa, ribadendo la centralità della responsabilità umana, della tutela dei dati e della relazione didattica.

La disponibilità di aule di informatica nei territori

In base a quanto visto fin qui appare chiaro quanto la scuola sia fondamentale. Sia per fornire ai ragazzi e alle ragazze le competenze digitali necessarie per essere cittadini a tutto tondo, sia per garantire a tutti le stesse possibilità di accesso alle tecnologie e alla rete. Per questo è importante valutare quanto spazi come le aule di informatica siano presenti e fruibili nei diversi territori.

Grazie ai dati messi a disposizione dal ministero dell’istruzione e relativi all’anno scolastico 2024/25 sappiamo che in Italia gli edifici scolastici statali censiti sono in totale 39.351 di cui 15.998 dotati di aule informatiche. A livello regionale, il territorio con la quota più alta di edifici con aule di informatica è la Valle d’Aosta che però ha numeri abbastanza contenuti (139 edifici scolastici, di cui 86 con aule informatiche). Seguono Liguria (59,1%), Piemonte (53,6%) e Marche (51,4%). Le regioni con le quote più basse invece sono Abruzzo (27,8%), Calabria (27,2%) e Lazio (25,4%).

È interessante notare che in questo ambito ci sono alcune regioni del centro-nord che si trovano al di sotto della media nazionale. Oltre al Lazio, parliamo di Umbria (36,1%) ed Emilia-Romagna (40,3%). Viceversa alcune aree meridionali riportano valori superiori alla media. È il caso della Basilicata (49,3%) e della Puglia (42%).

Questi dati, pubblicati sul portale open data del ministero dell’istruzione, sono forniti dagli enti locali proprietari o gestori degli edifici adibiti ad uso scolastico. Informazioni non disponibili per il Trentino Alto Adige.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Mim
(ultimo aggiornamento: mercoledì 6 Agosto 2025)

Scendendo ancora più nel dettaglio, possiamo osservare che, escludendo il Trentino Alto Adige per cui non sono disponibili i dati, i comuni che ospitano almeno un plesso sul proprio territorio sono 6.613. Tra questi, ne risultano 1.868 (il 28% circa) in cui la quota di edifici scolastici con aule di informatica è pari a 0. Si tratta generalmente di realtà di piccole dimensioni in cui i plessi presenti sono meno di 10. Se si escludono queste zone dall’analisi, possiamo osservare che nella maggior parte degli altri casi la quota di edifici con aule informatiche è compresa tra il 25% e il 50% (2.064 comuni). I comuni in cui la quota risulta compresa tra il 75% e il 100% sono invece 1.156. Tra questi, sono 1.062 i territori in cui tutti gli edifici presenti sono dotati di aule di informatica.

Soffermandoci sui comuni capoluogo, che generalmente ospitano il maggior numero di strutture, possiamo osservare che le quote più alte le fanno registrare Pavia (91,4%), Modena (87,7%) e Aosta (82,1%). Si tratta degli unici tre capoluoghi in cui il dato supera l’80%. Viceversa la percentuali più basse si registrano a Catanzaro (5,4%), Cosenza (6,6%) e Latina (8,6%).

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Mim
(ultimo aggiornamento: mercoledì 6 Agosto 2025)

Un altro elemento interessante riguarda il fatto che la quota di edifici scolastici dotati di aule di informatica tende a diminuire man mano che ci si allontana dai centri principali in direzione di quelli più periferici.

Nelle aree interne la disponibilità di aule informatica è più limitata.

Se nei poli infatti la quota risulta superiore al 44%, già nei comuni di cintura (quelli che vanno a comporre gli hinterland rispetto ai centri principali) si scende sotto la media nazionale (40,1%). La percentuale scende ancora se si prendono in considerazione i comuni intermedi (37,8%), quelli periferici (37%) e ultra periferici (33,8%). Se da un lato tale dinamica è comprensibile e rispecchia la concentrazione della domanda, dall’altro sarebbe importante non tralasciare interventi anche nelle aree interne. Anche per contribuire a contrastare alcuni fenomeni quali lo spopolamento.

Scarica, condividi e riutilizza di dati

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla presenza di aule informatiche sono di fonte ministero dell’istruzione e del merito.

Foto: Freepik (licenza)

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L’Italia è il terzultimo paese in Ue per spesa in istruzione sul Pil https://www.openpolis.it/litalia-e-il-terzultimo-paese-in-ue-per-spesa-in-istruzione-sul-pil/ Tue, 16 Dec 2025 08:35:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=304499 I dati confermano come al diminuire del livello di istruzione corrispondano retribuzioni più basse. Per questo l'investimento in tale ambito può contribuire a una riduzione dei divari socio-economici. Anche se non è di per sé un indice di qualità, si tratta di un elemento da monitorare.

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I recenti dati pubblicati da Istat sulla povertà in Italia ci indicano che il 12,3% delle famiglie con figli nel 2024 si è trovata a vivere in condizioni di povertà assoluta. Una quota che supera il 20% tra i nuclei con almeno 3 minori a carico.

I dati confermano inoltre che la condizione economica delle famiglie tende a peggiorare al diminuire del titolo di studio della persona di riferimento. Tendenzialmente infatti un basso livello di istruzione riduce le opportunità di accesso a lavori qualificati e meglio retribuiti, accentuando la vulnerabilità economica. Una dinamica confermata anche dai dati relativi alla struttura delle retribuzioni in Italia. Da queste elaborazioni emerge infatti come il livello dei salari medi tenda a diminuire al calare del titolo di studio conseguito, con significativi divari di genere.

+58,8% il divario retributivo medio tra chi ha conseguito una laurea e chi si è fermato alla terza media in Italia nel 2022.

Come abbiamo avuto modo di raccontare, questo tipo di divari socio-economici tende a tramandarsi di generazione in generazione, per la forte segmentazione nel percorso di studi in base alla famiglia d’origine. Per i figli di famiglie svantaggiate infatti è meno frequente raggiungere i gradi di istruzione più alti, rispetto ai coetanei. Investire in un’istruzione accessibile per tutti resta quindi una leva imprescindibile per cercare di far uscire bambini e bambine, ragazzi e ragazze dalla trappola della povertà educativa. Peraltro, nel suo ultimo rapporto annuale, Invalsi ha evidenziato come sia necessario intervenire fin dai primi gradi di studio. Già in terza media infatti si possono accumulare gap educativi difficilmente recuperabili. Questi possono condurre ai fenomeni come quello della dispersione scolastica, sia esplicita che implicita.

Le recenti esperienze dimostrano che, quando le azioni sono progettate sulla base delle esigenze specifiche di scuole e classi, i risultati non tardano ad arrivare. L’analisi dei dati, l’autonomia responsabile e il supporto alle comunità educanti si confermano leve strategiche.

In questo senso, la spesa in istruzione – pur essendo un indicatore quantitativo e non qualitativo – resta uno degli aspetti da monitorare per valutare l’investimento del paese in questa priorità. Da anni purtroppo l’Italia si colloca tra i paesi europei con la più bassa spesa in rapporto al prodotto interno lordo.

3,9% la quota di spesa pubblica destinata all’istruzione rispetto al Pil nel 2023 in base ai dati Eurostat.

Come detto, si tratta di un valore quantitativo che quindi di per sé non rappresenta un indicatore di qualità dell’offerta educativa. Allo stesso tempo, porre questo comparto al centro delle politiche pubbliche può contribuire a una riduzione dei divari sociali, educativi e territoriali che gravano sul paese.

Divari retributivi e titoli di studio in Italia

I dati raccolti da Istat nell’ambito dell’indagine europea RCL-SES consentono di evidenziare piuttosto chiaramente il legame tra il livello di istruzione e la retribuzione. Nel 2022, ultimo anno della rilevazione, infatti i lavoratori dipendenti con un diploma di scuola superiore guadagnavano in media circa 35mila euro all’anno, il 18,5% in più rispetto a chi possedeva al massimo la licenza media (29.567 €). I laureati invece arrivavano a guadagnare circa il 59% in più (46.953 €).

In questa dinamica si inserisce anche l’annosa questione del divario retributivo di genere. Dai dati infatti emerge chiaramente come le donne guadagnino generalmente meno degli uomini, anche a parità di livello di istruzione. Complessivamente infatti nell’anno in esame la retribuzione media annua degli uomini ammontava a 39.982 euro mentre quella delle donne si fermava sui 33.807 euro. Una differenza percentuale del 18,3%. Questo divario aumenta con il crescere del livello di istruzione: è del 19,9% per i dipendenti con al massimo la licenza media, sale al 20,5% per l’istruzione secondaria superiore e raggiunge il 39,9% per l’istruzione terziaria.

I dati derivano dalla Rilevazione sulla Struttura delle retribuzioni e del costo del lavoro (RCL-SES) riferita al 2022. In linea con le normative comunitarie, l’indagine ha coinvolto i lavoratori dipendenti retribuiti per l’intero mese di ottobre 2022, impiegati in unità economiche (aziende e enti pubblici) con un minimo di 10 dipendenti.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat
(pubblicati: lunedì 20 Gennaio 2025)

Da notare che il divario di genere colpisce le donne anche nelle differenze retributive in sulla base del titolo di studio. Le donne diplomate infatti guadagnano il 20,2% in più rispetto a quelle con licenza media, un divario simile a quello maschile (20,7%). Tuttavia, per le donne con istruzione terziaria, la retribuzione è superiore del 54,2% rispetto a chi ha la licenza media. Si tratta di una differenza nettamente inferiore rispetto a quella riscontrata negli uomini (79,9%)

La spesa in istruzione in Italia e in Europa

L’accesso all’istruzione resta quindi uno dei principali fattori per le opportunità di vita successive. Da questo punto di vista, il principale strumento a disposizione del decisore è l’offerta di istruzione di qualità per tutte e tutti. Ciò si traduce in un investimento complessivo, che non riguarda unicamente l’entità delle risorse spese ma anche – e soprattutto – la qualità dell’offerta educativa cui bambini e ragazzi hanno accesso. Allo stesso tempo, le risorse investite sul comparto possono essere comunque considerate un indicatore dell’importanza attribuita al settore.

La spesa in istruzione non è un indicatore di qualità ma può dirci qualcosa sull’importanza attribuita al settore dai decisori.

Da questo punto di vista possiamo osservare come nel 2023 la spesa pubblica italiana per l’istruzione sia consistita in circa 83,7 miliardi di euro, in base ai dati riportati da Eurostat per quell’anno. Si tratta del terzo valore più alto all’interno dell’Unione europea superato solamente da Germania (187,3 miliardi) e Francia (141,6 miliardi). Naturalmente però occorre tenere presente le diverse caratteristiche dei paesi Ue, a partire dalla grandezza della popolazione e dalla capacità di spesa che ogni stato può mettere in campo.

Per questo, un indicatore utile per fare confronti a livello europeo è l’analisi della percentuale di spesa in istruzione rispetto al Pil (prodotto interno lordo) di ogni paese. Considerando questo indicatore possiamo osservare che l’Italia nel 2023 ha investito in istruzione una quota pari al 3,9% del proprio Pil. Si tratta del terzo valore più basso a livello Ue a fronte di un dato medio del 4,7%. Solo Romania (3,4%) e Irlanda (2,8%), su cui valgono però alcune considerazioni particolari, riportano valori inferiori. Ai primi posti troviamo invece Svezia (7,3%), Belgio, Finlandia ed Estonia (6,3%).

I dati, raccolti da Eurostat per i diversi paesi europei, fanno riferimento alla classificazione internazionale della spesa pubblica per funzione (Cofog).

Dati 2023 provvisori per Belgio, Francia, Germania, Slovacchia, Spagna e Portogallo.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: martedì 21 Ottobre 2025)

Da notare, peraltro, che l’Italia fra i 3 maggiori stati europei (considerando anche Francia e Germania) è quella che spende meno in istruzione in rapporto al proprio Pil fin dal 2010.

I risultati Invalsi come indicatore di possibili criticità dove intervenire

In un contesto di risorse limitate come quello appena descritto, è fondamentale attuare interventi mirati sulla base delle diverse esigenze. Da questo punto di vista, i risultati dei test Invalsi possono rappresentare un utile indicatore in questo senso. Il già citato report riguardante l’anno scolastico 2024-2025 ha evidenziato come continuino ad emergere disparità territoriali significative nei livelli di apprendimento tra sud e centro-nord.

I dati possono contribuire a individuare situazioni di criticità fin dai primi gradi di studio.

Questi divari sono già evidenti nella scuola primaria e si accentuano nei cicli successivi, anche quando si tiene conto del background socio-economico o dell’origine migratoria degli studenti. Divari che evidenziano la necessità di azioni strutturali, sin dalla primissima infanzia.

A livello nazionale, si riscontra che le percentuali di studenti che raggiungono un risultato adeguato rispetto ai traguardi di apprendimento alla fine del primo ciclo di istruzione (almeno livello 3 per italiano e matematica, livello A2 per inglese) sono: 58,6% in italiano, 55,7% in matematica, 82,8% in reading e 69,7% in listening. Italiano e, ancor più, matematica hanno mostrato una fase di sostanziale stabilità dal 2021.

41,4% gli studenti di terza media che non hanno raggiunto competenze linguistiche adeguate in italiano nel 2025.

Tale quadro suggerisce che l’ipotesi di un effetto pandemico di medio-lungo periodo sugli apprendimenti, pur plausibile, non è più sufficiente a spiegare da sola le dinamiche attuali.

Il protrarsi di questa situazione potrebbe anche essere attribuito a diversi fattori strutturali, tra cui non solo le difficoltà legate alla didattica a distanza e alle discontinuità formative durante gli anni critici della pandemia ma anche all’emergere di nuove fragilità negli studenti e nelle studentesse e alle sfide poste dalla crescente complessità del contesto scolastico e sociale.

È quindi necessario interrogarsi su fattori strutturali legati alla trasformazione della società, all’impatto crescente delle tecnologie e al ruolo della scuola.

Le competenze linguistiche degli studenti nei comuni capoluogo

In un contesto sociale ed economico dove la capacità di padroneggiare le nuove tecnologie è diventata imprescindibile, l’apprendimento delle discipline Stem è assolutamente essenziale. Così come resta fondamentale l’acquisizione delle competenze di base, a partire dalla capacità di leggere, comprendere e produrre un testo, premessa per essere cittadini consapevoli e non soggetti passivi. Da questo punto di vista, le elaborazioni di Istat nell’ambito delle statistiche sperimentali ci consentono di fare alcune analisi a livello territoriale circa le competenze linguistiche raggiunte dagli studenti di terza media nei comuni capoluogo al termine dell’anno scolastico 2021-2022.

Generalmente gli studenti del mezzogiorno ottengono punteggi più bassi nei testi Invalsi di lingua.

A livello nazionale, il punteggio medio ottenuto dagli studenti di terza media in quell’anno era pari a 196,6. Disaggregando il dato a livello regionale, possiamo osservare che i punteggi più alti sono stati raggiunti in Valle d’Aosta (205,8), Umbria (204,5) e Marche (202,3). Viceversa, i punteggi più bassi si sono registrati in Sicilia (185), in Calabria (185,4) e in Campania (187,9).

In generale possiamo osservare che tutte le regioni del mezzogiorno, con la sola eccezione dell’Abruzzo, hanno riportato un dato inferiore rispetto alla media nazionale. Viceversa tutte le regioni del centro-nord, con la sola eccezione della provincia autonoma di Bolzano, hanno fatto registrare punteggi più alti.

Scendendo a livello comunale, i 5 capoluoghi con i punteggi più alti sono Macerata (214,6), Sondrio (212), Siena (211,8), Perugia (210,1) e Fermo (209,7). Rispetto alla dinamica individuata a livello regionale, ci sono, come spesso capita, delle eccezioni. Tra le realtà del mezzogiorno e delle isole infatti, si nota che 11 città fanno registrare un punteggio superiore a 200. Si tratta di: Avellino, Campobasso, Potenza, Lecce, Caserta, Teramo, Chieti, Cagliari, Pescara e Isernia.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Istat statistiche sperimentali
(ultimo aggiornamento: giovedì 19 Giugno 2025)

I capoluoghi con i risultati inferiori sono invece Trapani (178,1), Palermo (183,3), Napoli (184,7), Prato (185,2) e Crotone (186). Oltre al capoluogo toscano, altre città del centro-nord con risultati non particolarmente elevati sono Savona, Alessandria, Vercelli, Bolzano, Imperia e Venezia.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla competenze linguistiche degli studenti di terza media nei comuni capoluogo sono di fonte Istat statistiche sperimentali.

Foto: Freepik (licenza)

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L’abbandono scolastico è un problema in crescita per alcuni paesi Ue https://www.openpolis.it/labbandono-scolastico-un-problema-in-crescita-per-alcuni-paesi-ue/ Mon, 15 Dec 2025 10:13:38 +0000 https://www.openpolis.it/?p=302100 Mentre l'Unione europea nel suo complesso si sta avvicinando all'obiettivo di abbattere l'abbandono scolastico precoce, alcuni paesi - tra cui la Germania - sembrano allontanarsi dai target.

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L’Unione europea si sta avvicinando all’obiettivo di ridurre sotto il 9% l’abbandono scolastico precoce, fissato per il 2030, ma non tutti i paesi marciano alla stessa velocità e nella stessa direzione.

Nel 2024 il 9,4% dei giovani europei tra 18 e 24 anni aveva lasciato gli studi con al massimo un titolo di istruzione secondaria inferiore. Quasi 2 punti percentuali in meno rispetto a dieci anni prima, quando l’abbandono scolastico precoce colpiva oltre l’11% dei giovani.

-1,7 il calo, in punti percentuali, del tasso di abbandono scolastico in Ue tra 2014 e 2024.

Un trend positivo, trainato in particolare dai paesi mediterranei – su tutti quelli della penisola iberica. Anche se nel tempo il modo di calcolare l’indicatore è stato aggiornato, rendendo non perfettamente comparabili i dati in serie storica, l’ordine di grandezza appare evidente. Nel 2014 in Spagna quasi il 22% dei giovani aveva lasciato precocemente i percorsi scolastici o di formazione; in Portogallo il 17,3%. Oggi i due paesi si attestano rispettivamente al 13% e al 6,6%, con un calo di 8,9 e 10,7 punti percentuali.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 11 Settembre 2025)

Anche diversi altri stati dell’Europa meridionale hanno registrato un miglioramento superiore ai 5 punti percentuali. In particolare Malta (-7,4 punti), Grecia (-6) e Italia (-5,2).

Negli ultimi anni, alcuni paesi invece si segnalano per una tendenza all’aumento della dispersione formativa e scolastica. Nell’arco del decennio, l’incidenza dell’abbandono precoce è infatti cresciuta di oltre 2 punti percentuali in Danimarca (+2,3 punti), Lituania (2,5), Germania (3,4) e Cipro (4,5). Numeri non perfettamente comparabili, come detto, dal momento che la metodologia di calcolo è stata aggiustata nell’arco del decennio.

Tuttavia una spaccatura nelle tendenze di fondo sembra piuttosto nitida. Alcuni paesi, soprattutto dell’Europa del sud, hanno migliorato molto la propria posizione negli ultimi anni; altri mostrano una traiettoria molto meno chiara, se non in possibile peggioramento. Si tratta di aspetti da monitorare e di cui tenere conto nella definizione delle politiche educative per l’intero continente.

Se l’Unione nel suo complesso sta dimostrando una certa capacità di raggiungere gli obiettivi sull’abbandono scolastico, centrando prima i target per il 2020 e adesso avvicinandosi a quelli per il 2030, non altrettanto si può dire di tutti i suoi stati membri.

Il percorso dei paesi verso gli obiettivi europei

Da oltre un decennio le politiche dell’Unione europea hanno individuato nella riduzione degli abbandoni scolastici precoci uno degli obiettivi principali per la competitività del Vecchio Continente.

Dapprima, nel 2010, inserendo tra gli obiettivi della strategia Europa 2020 quello di ridurre il tasso di abbandono scolastico al di sotto del 10%. Questo obiettivo è stato raggiunto a livello continentale proprio tra il 2020 e il 2021: in quella fase per la prima volta la quota di abbandoni è scesa sotto la soglia stabilita.

9,7% il tasso di abbandono precoce in Ue nel 2021.

Nel 2021, nel pieno dell’emergenza Covid, sono stati aggiornati gli obiettivi sull’educazione, nell’ambito della ridefinizione del quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione. In questo contesto, una risoluzione del consiglio dell’Unione europea nel febbraio 2021 ha abbassato di un punto l’obiettivo Ue, in vista del 2030.

La percentuale di abbandono precoce dell’istruzione e della formazione dovrebbe essere inferiore al 9% entro il 2030.

Una soglia quindi ancora più sfidante, che sulla carta sembrerebbe alla portata del Vecchio Continente. In uscita dalla pandemia, nel 2023, la quota di abbandoni precoci era già scesa al 9,6%, calando ulteriormente al 9,4% l’anno successivo. A più di cinque anni dalla scadenza manca meno di mezzo punto percentuale per raggiungere l’obiettivo continentale.

Come detto però il percorso nell’ultimo decennio non è stato lineare per tutti i partner europei. Nel 2014 19 paesi su 27 avevano raggiunto il target del 10%; 15 di questi erano anche già al di sotto della soglia del 9% che sarebbe stata fissata nel decennio successivo. Dieci anni dopo sono saliti a 20, di cui 17 già in linea con i target per il 2030.

In questo miglioramento complessivo, spicca l’arretramento di alcuni paesi rispetto agli obiettivi europei. Come si nota dalla mappa, mentre alcuni paesi passano dal “rosso” degli obiettivi non raggiunti al “verde” del target centrato, altri hanno fatto il percorso inverso.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: giovedì 11 Settembre 2025)

Nel corso del decennio, Cipro è passata da un’incidenza inferiore al 9% (6,8% nel 2014) all’11,3% attuale. La Germania, che già nel 2014 aveva raggiunto gli obiettivi per il 2020, attestandosi al 9,5%, nell’ultimo quadriennio ha costantemente superato il 12%. La Lituania, pur restando sempre al di sotto del 9%, è passata dal 5,9% del 2014 all’8,4% attuale. In Danimarca il tasso di abbandono nel 2014 era inferiore al 9% (8,1% in quell’anno), mentre negli ultimi due anni si è attestato al 10,4%.

Uno sguardo di breve periodo sul fenomeno

Questo sguardo di lungo periodo (2014-2024) sconta purtroppo anche le variazioni metodologiche intervenute nel tempo. Negli ultimi due decenni le istituzioni Ue hanno fatto un grande sforzo in termini di armonizzazione tra i paesi. Tuttavia aspetti come l’istruzione informale e i programmi con partial level completion (corsi di studi che non danno accesso diretto al livello successivo, ad esempio l’università) possono essere perimetrati con modalità che si prestano a variazioni e aggiustamenti nel tempo, in base alle decisioni dei paesi, nonostante la presenza di linee guida comuni.

Se si osserva un periodo più ristretto, in modo da contenere l’impatto delle variazioni metodologiche, la tendenza alla crescita per alcuni paesi appare comunque confermata. Esaminiamo il periodo 2021-2023, una fase in larga parte esente dalle revisioni metodologiche che hanno coinvolto tutti paesi nell’immediatezza della pandemia e poi solo alcuni stati nel 2024. Tra 2021 e 2023, nell’immediato post-Covid, la crescita è stata superiore al punto percentuale in Slovenia, Portogallo, Finlandia, Romania, Lituania e Paesi Bassi.

In Germania si è passati dal 12,2% del 2021, al 12,5% del 2022, al 13% del 2023: un aumento di quasi un punto nel triennio, sostanzialmente confermato con la rilevazione del 2024. In Danimarca dal 9,8% del 2021 al 10,4% del 2023.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: giovedì 11 Settembre 2025)

Nello stesso periodo, ci sono anche diversi paesi che hanno migliorato l’incidenza dell’abbandono; il miglioramento è stato superiore al punto percentuale in stati come Svezia, Slovacchia, Polonia, Italia, Lussemburgo e Bulgaria.

Il confronto tra stati è cruciale per monitorare le traiettorie dei paesi nel raggiungimento dell’obiettivo del 9% entro questo decennio. Allo stesso tempo, su fenomeni socio-educativi come questi, ciascuno stato non è un monolite: gli abbandoni precoci della scuola e della formazione non colpiscono indistintamente tutti i giovani e tutti i territori.

Una variabile fondamentale in questo senso è anche la perifericità dell’area in cui si abita. Chi vive in contesti meno urbanizzati potrebbe avere infatti meno possibilità di accedere all’istruzione di livello superiore o a percorsi di formazione, specialmente dove questo tipo di servizi e opportunità mancano. Questo aspetto emerge chiaramente ad esempio nel caso delle aree interne italiane, sistematicamente più in difficoltà in tutti gli indicatori che riguardano l’accesso e la qualità dell’istruzione.

A livello continentale, è particolarmente visibile nella formazione destinata agli adulti, come emerso nell’ultimo Education and Training Monitor 2024 della Commissione europea. I paesi che hanno più difficoltà a coinvolgere gli adulti (25-64 anni) in programmi di Adult learning sono anche quelli dove il divario urbano-rurale è più ampio.

Overall, the gap between rural (and suburban) and urban rates is wider in underperforming countries.

Ciò può essere il sintomo di una difficoltà in alcune aree del Continente nello sviluppare un sistema educativo e formativo adeguato ai bisogni della popolazione. Proviamo a capire se questo problema riguarda anche l’istruzione e formazione rivolta ai più giovani, analizzando l’impatto dei divari territoriali nell’abbandono scolastico precoce nel Vecchio Continente.

La spaccatura centro-periferie nel fenomeno dell’abbandono precoce

In media nell’Unione europea il fenomeno incide molto di più al di fuori dei grandi centri urbani. Nelle aree classificate come urban centre l’obiettivo del 9% è infatti già stato raggiunto. Nel 2024 queste aree a maggiore densità abitativa hanno visto un tasso di abbandoni precoci pari all’8,3%. Fuori dai centri, la quota sale al di sopra del 10% nelle zone meno urbanizzate: towns and suburbs (10,3%) e rural areas (10,1%).

Nell’arco dell’ultimo decennio miglioramenti a livello europeo si sono registrati a prescindere dal grado di urbanizzazione, ma in modo che sembrerebbe più sensibile nelle aree rurali (-2,4 punti percentuali rispetto al 2014) rispetto a centri più urbanizzati (-1,2) e intermedi (-1,5).

Queste tendenze medie però non si registrano ovunque. In primo luogo, in alcuni stati l’incidenza degli abbandoni precoci supera il 10% nelle città: Germania (12,4%), Malta (11,4%), Spagna (11,3%), Italia (10,9%) e Austria (10,4%). Mentre il fenomeno colpisce le aree rurali soprattutto dell’Europa centro-orientale: Romania (26,3%), Bulgaria (17,7%), Ungheria (16,9%) – ma anche in quelle danesi (15,5%) e spagnole (14,6%).

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: giovedì 11 Settembre 2025)

In secondo luogo, nell’arco del decennio la tendenza al calo nelle aree rurali è rilevabile soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale. Ovvero quelli che hanno registrato i miglioramenti più consistenti nel periodo. Il tasso di abbandoni precoci è calato di oltre 13 punti percentuali nelle aree rurali del Portogallo tra 2014 e 2024, di 11,6 punti in quelle della Spagna, -11,5 punti nelle aree rurali della Bulgaria, -9,8 in quelle greche, -5,4 in quelle italiane.

Al contrario, Danimarca, Lituania, Germania e Ciproi paesi che hanno visto un arretramento nell’ultimo decennio – sono anche quelli dove la situazione delle aree rurali è più peggiorata rispetto all’abbandono scolastico. Nelle aree meno urbanizzate di Danimarca, Lituania e Germania la crescita nel tasso di uscite precoci dal sistema di istruzione e formazione è stata superiore ai 3 punti percentuali. Un peggioramento da cui non sono comunque esenti anche le aree più urbanizzate di questi paesi.

L’andamento dell’abbandono scolastico precoce ha quindi connessioni con il territorio che vanno ben oltre il dato del singolo stato e che per questo motivo richiedono un approfondimento in chiave locale per comprendere meglio la situazione. Così da valutare i divari esistenti tra le regioni che compongono l’Unione europea.

I divari territoriali tra le regioni europee

Se si considerano tutte le regioni dell’Unione, anche al di fuori del continente europeo, quella con l’incidenza più elevata di abbandono scolastico è la Guyana francese (29,4% nel 2024). Da segnalare in questo senso anche la spagnola Ciudad de Melilla (26%) e le Azzorre portoghesi (19,8%).

Sul Continente, escludendo i territori d’oltremare ed extraeuropei, il fenomeno incide maggiormente nei Balcani orientali e nell’Europa orientale. In particolare nel Sud-Est della Romania (26,2%), nell’ungherese Észak-Magyarország (21,6%) e in altre regioni rumene come Centru (21,6%) e Sud-Muntenia (19%) e nella bulgara Yugoiztochen (18,1%). L’incidenza è elevata anche nell’Europa meridionale, in particolare in territori spagnoli come le Isole Baleari (20,1%) e Región de Murcia (18,2%).

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: giovedì 11 Settembre 2025)

Da notare come al di sopra del 15% di abbandoni precoci – insieme ad altre regioni dell’Europa orientale meridionale tra cui alcune rumene (Sud-Vest Oltenia, Nord-Est), spagnole (La Rioja, Andalucía), italiane (come la Sicilia) – si registri la presenza di diverse aree della Germania. Tra queste Weser-Ems (18,1%), Koblenz (16,8%), Niedersachsen (16,1%), Schleswig-Holstein (16%), Lüneburg (15,7%), nonché la regione della capitale di stato, Berlino (15,5%).

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: giovedì 11 Settembre 2025)

Sono tedesche anche le regioni con il maggior incremento di abbandoni nell’arco del decennio. A livello di Nuts1 – il livello di aggregazione maggiore delle regioni europee – ai primi posti spiccano Thüringen (13,1% nel 2024, 7 punti percentuali in più rispetto a dieci anni prima), Niedersachsen (16,1%, +5,5 punti) e Brandenburg (14,3%, +5,3 punti). Scendendo a livello di Nuts2 – livello più fine di ripartizione – gli incrementi appaiono ancora più ampi. Oltre 7 punti percentuali in più in territori come Weser-Ems, Niederbayern, Unterfranken e Gießen. Da notare come, nella massima parte dei casi, questi incrementi non si osservano solo con uno sguardo di lungo periodo (2014-2024), ma spesso anche con uno di breve periodo (2021-2023), come tale meno sensibile alle variazioni metodologiche intervenute nel tempo.

In Thüringen in questo periodo più ristretto l’aumento è stato di 1,3 punti percentuali, in Niedersachsen di 3,5 punti, tendenze coerenti con quella della Germania nel suo complesso. Per l’intero paese la crescita tra 2021 e 2023 è stata di quasi un punto: da 12,3% a circa il 13%.

Un fenomeno da non sottovalutare per lo sviluppo della Ue

Sulla scorta degli obiettivi europei, l’ultimo decennio ha visto un significativo miglioramento della situazione nel nostro Continente, rendendo sempre più contenuta la quota di giovani che lasciano la scuola con al massimo la licenza media.

Pur negli aggiornamenti di metodologia, si trovava in questa condizione l’11,1% dei giovani europei nel 2014; la quota era scesa al 10% all’arrivo della pandemia e successivamente ha continuato a scendere fino al 9,4% attuale. Con questo trend è ragionevole supporre che l’obiettivo di scendere al di sotto del 9% entro il 2030 possa essere conseguito.

Allo stesso tempo, il quadro è molto più in chiaroscuro di quanto la medie europee possano mostrare. Da un lato la situazione è migliorata nettamente in paesi che storicamente erano più colpiti dagli abbandoni precoci, a partire da quelli dell’Europa meridionale. Dall’altro, in alcuni paesi dell’Europa centrale e settentrionale si osservano segnali di peggioramento e restano ampi i divari tra centri urbani e aree rurali, così come tra le singole regioni di uno stesso paese.

Vi sono poi segnali che l’indicatore europeo sull’abbandono precoce non è in grado di cogliere. La dispersione scolastica è infatti un fenomeno complesso, che mal si presta ad essere esaminato con le sole uscite precoci dai percorsi di istruzione e formazione. Questa è infatti solo la punta dell’iceberg: sotto la superficie c’è una parte “implicita” del fenomeno che è molto più difficile da monitorare.

Parliamo di quella che nel contesto italiano è stata denominata “dispersione implicita”: la quota di giovani che completano gli studi senza però competenze corrispondenti al loro livello di istruzione. In Italia, in seguito alla pandemia, la quota di studenti che all’ultimo anno delle superiori hanno competenze del tutto inadeguate è cresciuta sensibilmente, dal 7,5% del 2019 a quasi il 10%. Nel 2025 si è attestata all’8,7%, segnalando che l’emergenza educativa non è ancora del tutto superata, almeno in questo paese.

Di fronte a queste tendenze, dotarsi di strumenti per monitorare anche questi aspetti sommersi del fenomeno è quanto mai necessario. Così come non si può rinunciare, parlando di abbandono scolastico, a uno sguardo che vada oltre i confini degli stati, approfondendo le tendenze in chiave interna. Specialmente laddove aree come quelle rurali risultano incapaci di tenere il passo in termini di accesso all’istruzione per i propri giovani abitanti. A maggior ragione quando il problema non riguarda solo le aree periferiche del Continente, ma anche il suo cuore pulsante.

In un contesto globale in cui l’accesso al lavoro di qualità richiede competenze sempre più elevate, queste differenze territoriali e il ritardo nel migliorare i livelli di istruzione possono produrre due rischi. Da un lato, quello di rafforzare fratture sociali ed economiche, producendo un’Europa a più velocità, con regioni in grado di inserirsi nei processi di globalizzazione e altre destinate a rimanere ai margini dello sviluppo. Dall’altro, in definitiva, quello di minare l’autonomia e le possibilità di sviluppo dell’Unione europea in un contesto globale sempre più critico.

This article is published in collaboration with the European Data Journalism Network in the context of ChatEurope and is released under a CC BY-SA 4.0 licence

Foto credit: Allen Y (unsplash)Licenza

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Il diritto all’inclusione per gli studenti con disabilità, una sfida ancora aperta https://www.openpolis.it/il-diritto-allinclusione-per-gli-studenti-con-disabilita-una-sfida-ancora-aperta/ Tue, 18 Nov 2025 09:13:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=303853 Gli studenti con disabilità che frequentano le scuole italiane sono in costante aumento a testimonianza della crescente capacità di inclusione. Tuttavia le sfide da affrontare sono ancora molte, a partire dalla disponibilità di personale di sostegno e di postazioni informatiche adattate.

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Il diritto allo studio di ragazzi e ragazze con disabilità, anche mediante il ricorso a misure specifiche di assistenza e integrazione, è riconosciuto e tutelato dall’ordinamento italiano come parte integrante del principio di uguaglianza sostanziale e del diritto all’istruzione per tutti. A rafforzare questo quadro, sul piano internazionale, vi è la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la legge 18/2009, che sancisce il diritto all’educazione su base di uguaglianza, senza discriminazioni e con la predisposizione di accomodamenti ragionevoli per favorire la piena partecipazione scolastica.

Un principio ribadito di recente dalla sentenza 12/2025 del Tar del Lazio, nella quale i giudici amministrativi hanno chiarito che il diritto all’istruzione e all’integrazione scolastica degli alunni con disabilità deve essere garantito indipendentemente dalle risorse disponibili.

Né le norme di organizzazione del servizio scolastico, né tanto meno quelle sui vincoli di spesa pubblica, possono giustificare l’imposizione surrettizia di limiti

Tale pronunciamento è ancora più significativo se si considera il progressivo aumento degli studenti con disabilità all’interno del sistema educativo italiano. Durante l’anno scolastico 2023/24 ne risultavano iscritti 359mila, 21mila in più rispetto all’anno precedente. Un incremento che da un lato testimonia una maggiore capacità di individuazione e diagnosi, dall’altro una crescente inclusione nel sistema educativo.

4,5% la quota di alunni con disabilità rispetto al totale degli studenti iscritti nell’anno scolastico 2023/24.

Tuttavia, l’effettiva inclusione scolastica rimane una sfida aperta. Un rapporto del garante per l’infanzia e l’adolescenza ha evidenziato infatti tra le criticità la persistenza di barriere architettoniche, l’uso ancora limitato di strumenti di supporto digitali, e la carenza di insegnanti di sostegno e assistenti all’autonomia adeguatamente formati.

In questo articolo approfondiremo in particolare due dimensioni cruciali per l’inclusione scolastica: il livello di partecipazione degli studenti con disabilità alle attività didattiche in classe e la disponibilità di postazioni informatiche adattate. Due aspetti che, insieme, possono contribuire notevolmente a un apprendimento accessibile e partecipato.

Quanti sono gli studenti con disabilità che frequentano le scuole italiane

Per quanto riguarda l’inclusione degli alunni con disabilità, il 18 marzo 2025 Istat ha pubblicato un nuovo rapporto relativo all’anno scolastico 2023/24. In base a questo documento, gli studenti con disabilità iscritti alle scuole di ogni ordine e grado erano quasi 359mila. Si tratta di un incremento del 6% rispetto all’anno precedente. Tale tendenza è ormai in corso da diverso tempo. Considerando gli ultimi 5 anni infatti gli studenti con disabilità inseriti nel sistema scolastico sono stati 75mila in più.

+26% l’incremento di studenti con disabilità presenti nelle scuole italiane registrato tra il 2019/20 e il 2023/24.

Per quanto riguarda il tipo di disabilità, quella intellettiva è la più comune tra gli studenti (40%). Seguono i disturbi dello sviluppo psicologico (35%) e quelli dell’apprendimento e dell’attenzione (20%). Meno comuni sono le disabilità motorie (9%) e quelle visive o uditive (circa 7%). Da notare che il 37% degli alunni con disabilità presenta più problemi contemporaneamente, in particolare tra gli studenti con disabilità intellettiva (53%). Inoltre il 28% degli studenti ha difficoltà di autonomia (comunicazione, igiene, mobilità, alimentazione).

20% gli studenti con disabilità che non sono autonomi in nessuna attività (comunicazione, igiene, mobilità, alimentazione).

Istat evidenzia inoltre l’aumento degli insegnanti di sostegno con una formazione specifica, passati dal 63% al 73% in quattro anni. Il rapporto alunno-insegnante è di 1,4 nelle scuole statali, migliore del rapporto raccomandato di 2 a 1. Tuttavia segnala anche che un numero considerevole di docenti (27%) non è ancora specializzato, con un picco del 38% nel nord Italia. L’11% di questi insegnanti viene inoltre assegnato in ritardo.

In media, gli studenti usufruiscono di 15,6 ore settimanali di sostegno. Si notano però differenze territoriali in tutti i livelli scolastici, con un maggiore numero di ore di sostegno nelle scuole del mezzogiorno (17,3, ovvero 3,4 ore in più rispetto alle 13,9 del nord). A questo proposito, Istat segnala che il 3,7% delle famiglie ha presentato ricorso al Tar, ritenendo inadeguata l’assegnazione delle ore di sostegno.

Insegnanti di sostegno e assistenti all’autonomia non sono ancora sufficienti.

Un altro elemento critico riguarda il fatto che oltre 15mila studenti con disabilità (il 4,2% del totale) non ricevono l’assistenza necessaria per l’autonomia e la comunicazione. Questa carenza è più marcata nel mezzogiorno, dove la percentuale sale al 5,4%. Spesso si tenta di compensare aumentando le ore di sostegno, sebbene le due figure professionali (assistente all’autonomia e alla comunicazione e insegnante di sostegno) siano complementari e non intercambiabili.

La partecipazione degli alunni con disabilità alle attività della classe

Il già citato documento dell’istituto di statistica sottolinea come il rapporto con i coetanei giochi un ruolo fondamentale sul piano relazionale e dell’apprendimento. Per questo è auspicabile che la didattica sia svolta sempre insieme ai compagni e che l’attività dell’insegnante per il sostegno non sia rivolta esclusivamente all’alunno con disabilità, ma riguardi l’intero gruppo classe, evitando situazioni di isolamento.

Valutare il tempo che gli alunni con disabilità passano con i loro compagni di classe è quindi molto importante. In base ai dati più recenti rilasciati da Istat, in media gli alunni con disabilità passano 29 ore settimanali in classe mentre 2,9 ore sono dedicate ad attività individuali.

Al diminuire del livello di autonomia dello studente aumentano le ore trascorse lontano dalla classe.

Si tratta di un dato certamente rilevante che ci dice che gli alunni con disabilità passano lontano dalla classe il 10% del tempo. Tuttavia, andando a disaggregare i dati e ad analizzarli più nel dettaglio, si notano delle significative differenze. Queste sono legate sia al livello di autonomia del minore, sia al grado di scuola frequentato, sia alla ripartizione geografica. A livello nazionale, ad esempio, si nota che se lo studente non è autonomo in nessuna delle attività di base (spostarsi, mangiare, comunicare, igiene personale) il numero medio di ore trascorse lontano dalla classe aumenta a 7,3. Valore che sale a 9,4 nelle scuole del nord e a 8 in quelle del centro. Viceversa, al sud le ore trascorse lontano dai compagni passano a 5,3, meno della media nazionale.

I diversi grafici mostrano il numero medio di ore di didattica settimanali svolte dagli alunni con disabilità lontano dai compagni di classe, il grado di autonomia dell’alunno, l’ordine scolastico e la ripartizione geografica per l’anno scolastico 2023/24. I dati relativi alla scuola dell’infanzia di Trento non sono stati rilevati. 

Si considera autonomo lo studente che si sposta da solo all’interno della scuola, che mangia e va in bagno e comunica autonomamente.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: martedì 18 Marzo 2025)

Altro elemento che emerge dall’analisi dei dati disaggregati è che tendenzialmente sono le scuole dell’infanzia quelle dove gli alunni con disabilità passano il maggior numero di ore lontano dai compagni. A livello nazionale, parliamo di 7,9 ore nel caso di studenti autonomi in almeno una delle quattro attività di base e di 9,8 ore per gli alunni totalmente non autonomi. Focalizzandoci su questi ultimi però, si nota che il numero di ore trascorse fuori classe più alto in assoluto è quello degli studenti delle scuole secondarie di secondo grado nel nord del paese.

13,6 le ore trascorse lontano dai compagni dagli studenti con disabilità non autonomi in nessuna attività nelle scuole secondarie di secondo grado del nord.

Seguono le scuole dell’infanzia del mezzogiorno (10,8 ore), quelle del centro (10,1) e le scuole secondarie di primo grado del nord (9,6).

La disponibilità di postazioni informatiche adattate

Abbiamo appena visto che la condivisione del tempo e delle attività con i compagni è fondamentale per gli alunni con disabilità. Questo sia per garantire lo sviluppo delle loro abilità relazionali ma anche per limitare il rischio di abbandono. Da questo punto di vista, una delle misure assolutamente da considerare è la messa a disposizione di postazioni informatiche adattate. Strumenti che possono rendere più semplice il percorso didattico e favorire l’acquisizione di competenze sempre più richieste in cui le tecnologie sono sempre più centrali.

I dati Istat riferiti all’anno scolastico 2023/24 mostrano che il 75% delle scuole primarie e secondarie dispone di postazioni informatiche adattate per alunni con disabilità. Le percentuali più elevate si registrano in Emilia-Romagna (85%) e nella provincia autonoma di Trento (83%), seguite da Umbria e Toscana (79%) e da Piemonte, Lombardia e Sicilia (77%). La provincia autonoma di Bolzano presenta invece il valore più basso, con appena il 45% degli istituti dotati.

Tra le scuole già fornite però, il 39% giudica la dotazione insufficiente. Mentre tra quelle prive di postazioni, il 66% dichiara di averne bisogno. Nel complesso, la domanda insoddisfatta per carenza o assenza di postazioni informatiche riguarda il 46% delle scuole. Una criticità che si accentua nel mezzogiorno, dove riguarda oltre la metà degli istituti.

46% la quota di istituti con una domanda insoddisfatta di postazioni informatiche adattate per gli studenti con disabilità.

Il modo più efficace per utilizzare le potenzialità offerte dagli strumenti informatici è quello di collocarli in classe o in laboratori condivisi. Al contrario, la loro sistemazione in aule di sostegno rischia di ostacolare la didattica inclusiva, riducendo le opportunità di relazione e apprendimento cooperativo.

Dotare gli alunni con disabilità di postazioni informatiche adattate non è sufficiente: è necessario anche garantire la cooperazione coi coetanei.

Da questo punto di vista, il 49% delle scuole colloca le postazioni direttamente in classe (una quota in crescita rispetto al 37% fatto registrare nell’anno scolastico 2019-2020), con un picco nel centro Italia e in particolare in Umbria (61%). Il 54,3% le utilizza in laboratori esterni, mentre il 42,6% le colloca in aule di sostegno (la somma delle percentuali è diversa da 100 perché ciascuna scuola può avere postazioni in più ambienti). Va però evidenziato che il 19% degli istituti utilizza queste tecnologie esclusivamente nelle aule di sostegno, dove l’attività didattica avviene solo con l’insegnante dedicato, limitando di fatto l’inclusione.

La disponibilità di postazioni informatiche adattate a livello territoriale

I dati più recenti disponibili sulle postazioni informatiche adattate si fermano al livello regionale. Per analisi territoriali più dettagliate è necessario fare riferimento ai dati rilasciati da Istat per l’anno 2022. Questi riguardano la percentuale di scuole frequentate da alunni con disabilità che, a livello provinciale, dichiarano di disporre di postazioni informatiche adattate. Sebbene questi dati non forniscano informazioni sulla collocazione o sull’adeguatezza delle dotazioni, rappresentano un utile indicatore per individuare i territori più critici.

A livello complessivo, possiamo osservare che in nessuna provincia si registra un livello di copertura del 100%. In 60 casi poi la percentuale risulta inferiore al dato medio nazionale (60,5%).

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: venerdì 10 Ottobre 2025)

È la provincia molisana di Isernia a riportare il livello di copertura più alto (82,8%), seguita da Asti (77,4%) e Ravenna (75,7%). Le percentuali più basse si registrano invece a Bolzano (41,2%), Oristano (47,5%) e Sassari (49,2%). Da notare che ci sono altre 3 province con un livello di copertura inferiore al 50%. Si tratta di Brindisi (49,8%), Campobasso (49,7%) e Novara (49,3%).

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alle scuole che dispongono di postazioni informatiche adattate per studenti con disabilità a livello provinciale sono di fonte Istat.

Foto: Freepik (licenza)

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L’impatto della violenza di genere sui minori https://www.openpolis.it/limpatto-della-violenza-di-genere-sui-minori/ Tue, 11 Nov 2025 09:13:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=303743 Nel 2023 più di 113mila bambine e bambini sono stati presi in carico dai servizi sociali a seguito di episodi di violenza. Queste situazioni possono avere un impatto psicologico e fisico devastante sulla loro vita.

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La violenza di genere è da alcuni anni sempre più al centro dell’attenzione pubblica. Anche per il susseguirsi di notizie che raccontano di donne uccise o maltrattate, spesso da partner, ex partner o persone a loro vicine. Un fenomeno che ha riacceso il dibattito pubblico e stimolato il confronto nelle sedi istituzionali: di recente si è discusso di una proposta di legge volta a inasprire le pene per il femminicidio e ad ampliare le aggravanti per reati come maltrattamenti e stalking, oltre a prevedere nuove forme di sostegno per le vittime.

Le violenze di genere colpiscono le donne e, spesso, anche bambini e bambine che vivono nel nucleo familiare: minori che, in molti casi, subiscono una qualche forma di abuso diretto, ma che sono anche testimoni delle sopraffazioni. Secondo un report pubblicato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza infatti, il 34% dei minori presi in carico dai servizi sociali nel 2023 ha assistito a episodi di violenza contro familiari o conviventi. Un’esperienza altrettanto devastante.

L’impatto in termini psicologici su bambini e bambine, ragazzi e ragazze è profondo e duraturo. Crescere in un contesto familiare violento può causare disturbi del sonno, ansia, aggressività o comportamenti “adultizzati”. Inoltre aumenta il rischio che la violenza venga interiorizzata come modello relazionale comune e accettabile.

113.892 i minorenni presi in carico dai servizi sociali a causa di una qualche forma di maltrattamento al 31 dicembre 2023.

In questo articolo analizzeremo alcune delle pubblicazioni e dei dati più recenti sul tema. Esamineremo inoltre la distribuzione del fenomeno e la presenza sul territorio nazionale di strutture di supporto — come centri antiviolenza e case rifugio — che possono rappresentare un punto di riferimento anche per i più giovani. Il quadro che ne emerge è che, sebbene la sensibilità su questo fronte sia aumentata negli ultimi anni, c’è ancora molto lavoro da fare.

Gli orfani di femminicidio

Relativamente ai minori vittime di violenza, è recentemente intervenuta anche la commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere. Lo scorso agosto infatti l’organo bicamerale ha approvato una relazione dedicata agli orfani di femminicidio. Al netto degli episodi di violenza diretta, com’è evidente si tratta di casi particolarmente critici che comportano gravi conseguenze: dai disturbi psicologici alle difficoltà nel proseguire un percorso scolastico.

Secondo il documento infatti, l’impatto psicologico sui minori orfani di femminicidio è devastante. Gli esperti definiscono questa condizione come sindrome da lutto traumatico infantile (Child Traumatic Grief – Ctg). Tra i principali sintomi vengono segnalati disturbi del sonno e dell’alimentazione, ansia, isolamento, comportamenti aggressivi, apatia, sfiducia generalizzata, sensi di colpa e depressione. A questo si aggiunge lo stigma sociale che molti orfani subiscono.

A volte si presenta un rifiuto di proseguire gli studi, dato dagli aspetti depressivi e dal senso di inutilità generalizzato che provoca il ritenersi ingiustamente precipitati in un dolore senza fine, e diviene difficilissimo mantenere il precedente standard di rendimento scolastico, oppure si verificano abbandoni.

Il documento evidenzia come l’Italia disponga di un valido impianto normativo per quanto riguarda la tutela e il supporto degli orfani di femminicidio. Tuttavia individua anche alcuni aspetti critici su cui sarebbero necessari ulteriori interventi. Tra le varie proposte avanzate dalla commissione vi sono:

  • l’attivazione di un numero di pubblica utilità per l’orientamento ai servizi socio-sanitari e la consulenza legale;
  • supporto psicologico specializzato;
  • formazione specifica per gli operatori;
  • semplificazione dell’iter burocratico;
  • adeguamento dei sostegni economici (da ricordare l’indennizzo una tantum previsto dalla legge 122/2016 e il Fondo di rotazione per la solidarietà) giudicati non sufficienti.

Oltre a ciò, la commissione auspica anche la creazione di un registro nazionale/banca dati per analizzare meglio il fenomeno, i fattori di rischio e raccogliere dati su interventi e buone pratiche. Come abbiamo avuto modo di raccontare in passato anche su altri temi, questo tipo di mappatura attraverso i dati e informazioni certificate è il primo passo per produrre interventi e politiche efficaci.

I minori vittime di abusi nei territori

I minori orfani di femminicidio rappresentano certamente una delle categorie più vulnerabili tra quelle colpite dalla violenza di genere. La loro condizione richiede quindi tutele particolari. Tuttavia, molti degli effetti che segnano la vita di questi bambini e ragazzi — dal trauma emotivo alle difficoltà relazionali, fino all’impatto sul rendimento scolastico — non riguardano esclusivamente chi è rimasto orfano. Sono aspetti che accomunano, pur con intensità e sfumature diverse, l’intero universo dei minori vittime di violenza domestica o di genere, siano essi testimoni o vittime dirette.

Ma come si distribuiscono questi fenomeni sul territorio nazionale? Con specifico riferimento ai casi di violenza domestica, alcune informazioni ci vengono messe a disposizione dal rapporto sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza curato dal Gruppo Crc. A livello nazionale i reati segnalati nel 2023 per maltrattamento contro familiari e conviventi sono stati 25.258 di cui la maggior parte si è verificata in Lombardia. Qui infatti le segnalazioni sono state 3.635 pari al 14,4% del totale. Le altre regioni con più segnalazioni sono la Campania (3.293), la Sicilia (2.807) e il Lazio (2.697).

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Gruppo Crc
(pubblicati: giovedì 12 Dicembre 2024)

Logicamente, nelle aree poco popolose si sono verificati anche meno casi di violenza, tuttavia nessuna parte del paese è esente dal fenomeno. Specie se si considera che in questa statistica mancano i tanti casi non denunciati. In Basilicata, ad esempio, ci sono state 200 segnalazioni, in Molise 102, in Valle d’Aosta 50.

Centri anti violenza e case rifugio nel territorio

Tutelare e sostenere i bambini e le bambine vittime di violenza nel proprio percorso di crescita è un dovere per tutto il sistema paese. Su questo fronte anche il mondo della scuola e, più in generale, la comunità educante possono svolgere un ruolo importante, a partire dalla prevenzione, per superare stereotipi radicati ed educare a un’affettività sana. In parallelo, nei casi più gravi servono strutture e competenze specializzate per affrontare il problema. In questo senso spazi come i centri antiviolenza e le case rifugio sono fondamentali, non solo per le donne vittime di abusi ma anche per i loro figli.

I centri antiviolenza sono strutture spesso gestite da associazioni, enti locali o cooperative che offrono servizi di varia natura tra cui un primo supporto di natura psicologica oltre che consulenza legale e orientamento verso i servizi sanitari, sociali o abitativi. Le case rifugio sono invece strutture residenziali protette e segrete destinate alle donne e spesso anche ai loro figli che si trovano in pericolo di reiterazione della violenza e che quindi non possono rimanere a vivere nella propria abitazione. L’istituto di statistica ha elaborato una mappatura delle strutture attive sul territorio nazionale nel 2023.

Il tasso di copertura di case rifugio e centri antiviolenza è ancora limitato e con significative differenze territoriali.

I centri antiviolenza sono 404 in Italia. La maggior parte di queste strutture si concentra in Campania (67), Lombardia (54), Lazio (44) e Sicilia (31). Istat fornisce anche il tasso di centri antiviolenza attivi ogni 10mila donne. In base a questo indicatore possiamo osservare che il livello di copertura più ampio è quello del Molise (0,27 centri ogni 10mila donne). Seguono Umbria (0,25), Campania (0,23) e Abruzzo (0,2). I tassi più bassi sono quelli della Basilicata e delle Marche (0,07), del Trentino Alto Adige (0,09) e del Piemonte e dell’Emilia Romagna (0,1).

Le case rifugio attive sono invece 464 di cui 145 localizzate in Lombardia, 59 in Sicilia e 55 in Emilia Romagna. Questi dati segnano un raddoppio rispetto al 2017, tuttavia Istat sottolinea che il livello di copertura rimane comunque basso. Considerando il tasso di case rifugio attive ogni 10mila donne, la Lombardia si conferma al primo posto insieme al Friuli Venezia Giulia (0,29). Seguono Sicilia ed Emilia Romagna (0,24). In questo caso Istat fornisce anche l’indicazione riguardante il tasso di case rifugio attive ogni 10mila donne vittime di violenza. Per questo indicatore il valore più alto è quello fatto registrare dal Friuli Venezia Giulia (4,53), seguito da Sicilia (3,98) e Lombardia (3,92). Da notare i valori significativamente bassi riportati dal Piemonte (0,83) e dal Lazio (0,5).

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 14 Aprile 2025)

Con particolare riferimento alle case rifugio (e alle altre strutture residenziali non specializzate per le vittime di violenza) Istat fornisce anche alcune informazioni circa le vittime accolte. Nel 2023 le strutture residenziali in Italia hanno ospitato 7.731 persone a causa di violenza di genere. I minori rappresentano una quota significativa degli ospiti, con un totale di 4.157 presenze. Tra questi, 2.875 erano figli di donne vittime di violenza accolte nelle case rifugio, potenzialmente esposti o direttamente vittime di violenza. Altri 1.282 minori erano vittime di violenza ospitati in strutture non specializzate.

2.875 i minori potenzialmente esposti o direttamente vittime di violenza accolti nelle case rifugio nel 2023.

Da segnalare che 165 case hanno segnalato difficoltà nell’accogliere donne a causa dell’indisponibilità di posti. Di queste, 5 hanno dichiarato la necessità di triplicare la capacità di accoglienza attuale.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla distribuzione dei centri antiviolenza e delle case rifugio nelle regioni italiane sono di fonte Istat.

Foto: Towfiqu barbhuiya da Pexels

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In Italia più di un milione di minori è in condizioni di povertà assoluta https://www.openpolis.it/in-italia-piu-di-un-milione-di-minori-e-in-condizioni-di-poverta-assoluta/ Tue, 28 Oct 2025 09:13:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=302699 Se vent’anni fa erano gli anziani a essere più esposti all’indigenza, oggi i più colpiti sono bambini e bambine in famiglie numerose, nei nuclei monogenitoriali e con genitori disoccupati o operai. Investire in istruzione può contribuire a contrastare il fenomeno.

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Nel 2024 quasi 1,3 milioni di minori in Italia si sono trovati in povertà assoluta, secondo i più recenti dati Istat. Si tratta del 13,8% dei residenti sotto i 18 anni. Un dato che resta stabile rispetto all’anno precedente ma che continua a rappresentare il livello più alto mai registrato dal 2014. Si conferma quindi una tendenza di lungo periodo che vede nei minori la fascia d’età che più spesso si trova a vivere in questa condizione. Non era così prima della recessione del 2008.

Una famiglia si trova in povertà assoluta quando non può permettersi le spese essenziali per condurre uno standard di vita minimamente accettabile.
Vai a “Che cos’è la povertà assoluta”

Sebbene infatti questi nuovi dati non siano direttamente confrontabili con quelli di fine anni 2000, per un cambio metodologico, la dinamica resta chiara. Vent’anni fa la distanza generazionale era più contenuta e gli anziani risultavano la fascia più esposta al rischio di povertà. Oggi, invece, la situazione si è capovolta.

13,8% i minori che vivono in povertà assoluta in Italia nel 2024 rispetto al totale delle persone residenti con meno di 18 anni.

Altre tendenze ormai consolidate riguardano il fatto che la povertà assoluta tende ad aumentare al crescere del numero di figli a carico delle famiglie e al diminuire del livello di istruzione della persona di riferimento. Un titolo di studio più basso riduce infatti la possibilità di accedere a lavori qualificati e ben retribuiti, con effetti che si trasmettono da una generazione all’altra. Investire in istruzione può contribuire ad arginare questi fenomeni ma servono strumenti di monitoraggio sempre più aggiornati e capillari, per comprendere dove e come intervenire. In questo approfondimento analizziamo come queste dinamiche incidono sulla popolazione minorile e sulle loro famiglie. Con uno sguardo anche locale ai possibili fattori di disagio tra i nuclei con figli.

La condizione delle famiglie, un quadro generale

Grazie ai dati pubblicati dall’istituto di statistica è possibile ricostruire un quadro sulla condizione delle famiglie che si trovano in povertà assoluta, con particolare attenzione per i nuclei che hanno minori a carico.

Questa rilevazione indica che le famiglie con minori in tale condizione nel 2024 erano quasi 734mila, pari al 12,3% del totale. Nelle coppie, l’incidenza del fenomeno cresce all’aumentare del numero di figli minori: 7,3% con un figlio, 10,6% con due e 20,7% con almeno tre figli. Anche le famiglie monogenitoriali con minori mostrano valori elevati (14,4%).

Investire in istruzione significa anche avere accesso a occupazioni qualificate e meglio retribuite.

I dati confermano peraltro che la condizione economica delle famiglie tende a peggiorare al diminuire del titolo di studio della persona di riferimento. L’incidenza della povertà assoluta, infatti, si attesta al 4,2% tra i nuclei in cui la persona di riferimento ha almeno un diploma di scuola superiore e raggiunge il 12,8% nel caso della licenza media. L’incidenza aumenta ulteriormente (14,4%) tra chi ha conseguito solo la licenza elementare.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: martedì 14 Ottobre 2025)

Tendenzialmente un basso livello di istruzione riduce le opportunità di accesso a lavori qualificati e meglio retribuiti, accentuando la vulnerabilità economica. Questo legame emerge con particolare forza nelle famiglie con minori a carico. Tra quelle in cui la persona di riferimento è operaio o assimilato, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 18,7%. Supera il 20% se la persona di riferimento è disoccupata o in cerca di occupazione.

La situazione delle famiglie nei territori

Le medie nazionali e regionali offrono un quadro generale, ma spesso nascondono forti disuguaglianze interne. Per comprendere davvero dove si concentrano le situazioni di maggiore difficoltà, è fondamentale poter contare su dati territoriali il più possibile dettagliati. Disporre di informazioni aggiornate a livello comunale — e, nel caso delle grandi città, anche con maggiore livello di dettaglio — permetterebbe di individuare con precisione i contesti più fragili e di progettare interventi mirati.

Da questo punto di vista, l’analisi dei dati riguardanti le famiglie monoreddito con figli a carico rappresenta un importante indicatore di potenziale vulnerabilità. Tuttavia, i dati disponibili su questo specifico aspetto purtroppo provengono dalle statistiche sperimentali di Istat e riguardano esclusivamente i comuni con oltre 5mila abitanti. Inoltre il dato più recente disponibile si ferma al 2020. Sebbene allo stato attuale ciò renda complessa una ricostruzione completa e aggiornata della condizione delle famiglie con figli in Italia, si tratta di dati preziosi e utili per approfondire l’analisi.

Dati dettagliati sulla condizione delle famiglie sono disponibili solo per i comuni con più di 5mila abitanti e risalgono al 2020.

Considerando i dati a disposizione, focalizzando l’analisi esclusivamente sui comuni capoluogo, possiamo osservare che in media la percentuale di famiglie anagrafiche monoreddito con almeno un figlio di età inferiore ai 6 anni nel 2020 era pari al 17,9% rispetto al totale delle famiglie anagrafiche. Le percentuali più alte sono riportate dai comuni pugliesi di Andria (31,5%) e Barletta (28,3%), seguite dalla toscana Prato (26,7%). Da segnalare anche i dati di Napoli (24,4%) e Palermo (23,8%), casi particolarmente rilevanti visto che stiamo parlando rispettivamente del terzo e del quinto comune più popoloso d’Italia.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat (statistiche sperimentali)
(ultimo aggiornamento: giovedì 19 Giugno 2025)

Sono quasi tutti del sud i capoluoghi con la più alta percentuale di famiglie monoreddito con figli.

Estendendo l’analisi ai 20 capoluoghi con la più alta quota di famiglie monoreddito con figli possiamo osservare che si tratta quasi esclusivamente di città del mezzogiorno. Oltre alla già citata Prato infatti, le uniche altre due eccezioni sono rappresentate dalla laziale Latina (22,5%) e dalla romagnola Forlì (20,2%).

Per quanto riguarda invece i capoluoghi con le percentuali più basse, possiamo osservare che ai primi posti troviamo i comuni sardi di Cagliari (10,9%) e Carbonia (11,6%), seguiti da Savona (12,4%). È interessante notare come sebbene in questo caso non siano presenti capoluoghi del sud continentale (e della Sicilia), troviamo invece diversi comuni della Sardegna. Oltre alle due città già citate infatti rientrano tra i primi 20 capoluoghi anche Oristano (13,3%) e Sassari (14,5%).

Altro elemento interessante da notare è che rientrano in questa graduatoria alcuni dei maggiori comuni italiani. Tra questi possiamo citare Genova (12,7%), Bologna (14,1%), Milano (14,2%) e Torino (14,7%). Roma invece si attesta sul 16,9%.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat (statistiche sperimentali)
(ultimo aggiornamento: giovedì 19 Giugno 2025)

Il lavoro di Istat sulle statistiche sperimentali offre una base preziosa per comprendere meglio la realtà a livello locale e per arricchire il dibattito pubblico con nuove evidenze. Senza queste informazioni ciò non sarebbe possibile. Purtroppo però, con i dati attualmente disponibili, ampie aree del paese rimangono escluse dall’indagine.

Per poter definire delle politiche mirate che siano guidate dalle evidenze dei dati sarebbe auspicabile garantire una disponibilità più ampia e aggiornata delle informazioni. Disporre di dati aggiornati e granulari infatti non è soltanto una questione tecnica, ma un requisito fondamentale per definire interventi mirati e realmente efficaci.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla percentuale di famiglie monoreddito con almeno un figlio di meno di 6 anni sono di fonte Istat (statistiche sperimentali).

Foto: Luba Ertel (licenza)

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Cosa sappiamo sulla salute mentale degli adolescenti https://www.openpolis.it/cosa-sappiamo-sulla-salute-mentale-degli-adolescenti/ Tue, 07 Oct 2025 07:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=301238 L'adolescenza è un periodo cruciale per la salute mentale: in questa fase si formano modelli comportamentali che spesso durano tutta la vita. Nuove analisi indagano la condizione dei giovani nel post-Covid, evidenziando la necessità di un approccio organico ai loro bisogni.

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Il prossimo 10 ottobre si celebra la giornata mondiale della salute mentale. Dopo la pandemia, il benessere psicologico di giovani e adolescenti è diventato un argomento frequente nel dibattito pubblico.

Come evidenziato nel rapporto Non sono emergenza, restano però due grandi limiti quando si affrontano questi temi. Il primo è una retorica emergenziale diffusa che tende a descrivere i giovani in modo semplicistico, spesso ignorando la loro reale condizione. Il secondo è la carenza di dati in grado di descrivere in modo sistematico un fenomeno complesso e multifattoriale come quello dei disturbi mentali.

Tuttavia, se nel pieno dell’emergenza pandemica mancavano dati aggiornati su come il fenomeno stesse evolvendo, oggi – a distanza di qualche anno – la letteratura internazionale e nazionale offre punti di riferimento più solidi su cui basare riflessioni, analisi e politiche pubbliche.

Abbiamo approfondito le tendenze recenti attraverso alcuni degli ultimi studi e dati sull’argomento, cercando di ricostruire la situazione per l’Italia con le informazioni oggi disponibili.

L’adolescenza, una fase cruciale per la salute mentale

Una recente ricerca della commissione Lancet sulla salute degli adolescenti, uscita nel maggio 2025, ha dedicato una particolare attenzione alla salute mentale dei più giovani nel post-pandemia. Sottolineando come l’adolescenza sia una fase di crescita esponenziale delle capacità cognitive. Nonché un periodo in cui si cristallizzano – nel bene e nel male – abitudini e modelli comportamentali che spesso restano per tutta la vita.

Comportamenti alimentari e dipendenze, ad esempio, sono evidenziati come strettamente correlati a fattori che hanno origine nell’adolescenza. Questa fase della vita è infatti molto delicata anche per la salute mentale: l’analisi sottolinea che tre quarti dei disturbi che durano tutta la vita insorgono prima dei 24 anni.

Ciò pone una questione per le politiche pubbliche dei diversi paesi. A partire dalla necessità di valutare l’ampiezza di questo tipo di fenomeni e la loro evoluzione nel tempo, specie dopo gli anni dell’emergenza Covid.

Già nel 2021, nel pieno della pandemia, Unicef dedicò il rapporto su La condizione dell’infanzia nel mondo proprio alla questione della salute mentale tra i minori. Evidenziando come a livello globale più di un adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni convivesse con un disturbo mentale diagnosticato.

Più di recente, abbiamo già avuto modo di raccontare come sempre la commissione Lancet preveda, in vista del 2030, un peggioramento nel benessere psicologico di ragazze e ragazzi.

42 milioni gli anni di vita in salute che si stima potrebbero essere persi dagli adolescenti nel mondo nel 2030 a causa di disturbi mentali o suicidio (2 milioni in più rispetto al 2015).

Dopo la pandemia, si avverte infatti un rallentamento – a livello mondiale – nel ritmo di crescita di alcuni indicatori di salute tra gli adolescenti, che potrebbe compromettere gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Ciò è particolarmente evidente nell’ambito dei disturbi mentali.

La situazione della salute mentale degli adolescenti in Italia

L’interesse nel post-Covid ha portato anche la ricerca in ambito nazionale a interrogarsi e a misurare le tendenze del benessere degli adolescenti nel nostro paese. Tra le indagini più significative, possiamo citare quella promossa dal ministero della salute sui disturbi del comportamento alimentare tra i più giovani e quella sulle dipendenze comportamentali nella generazione Z (i nativi digitali, nati tra la fine degli anni ’90 e il 2012), a cura dell’istituto superiore di sanità.

O ancora quella del gruppo di ricerca su “Mutamenti sociali, valutazione e metodi” (MUSA) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr, pubblicata quest’anno. Tale analisi ha evidenziato una crescita degli adolescenti che non incontrano i loro amici fuori da scuola, la cui percentuale i ricercatori stimano potrebbe essere quasi raddoppiata dopo la pandemia. Più in generale, il lavoro ha il merito di approfondire l’incidenza anche in Italia del complesso fenomeno del ritiro sociale.

L’hikikomori è una "forma di ritiro sociale patologico o distacco sociale la cui caratteristica essenziale è l’isolamento fisico nella propria casa." Riguarda principalmente, ma non esclusivamente, adolescenti e giovani adulti.
Vai a “Hikikomori (ritiro sociale)”

Appare evidente come la questione dei disturbi mentali possa essere affrontata da vari punti di vista: dipendenze, comportamenti a rischio, violenze, ritiro sociale.

Per avere una visione d’insieme, uno strumento utile è l’indice di salute mentale utilizzato da Istat nell’ambito delle analisi sul benessere equo e sostenibile. Si tratta di una misura di disagio psicologico ottenuta attraverso una sintesi delle quattro dimensioni principali della salute mentale: ansia, depressione, perdita di controllo comportamentale o emozionale e benessere psicologico. L’indice varia tra 0 e 100: più è elevato, migliori sono le condizioni psicologiche.

Utilizzando questo strumento, vediamo che dopo l’inizio della pandemia è proprio tra i più giovani (fascia 14-19 anni) che si è riscontrato il peggioramento più consistente dell’indice di salute mentale. Tra 2020 e 2021 questo è passato da 73,9 a 70,3, un calo di oltre 3 punti in un anno.

L’indice di salute mentale è una misura di disagio psicologico (psychological distress) ottenuta dalla sintesi dei punteggi totalizzati da ciascun individuo di 14 anni e più a 5 quesiti estratti dal questionario Sf36 (36-Item Short Form Survey). I quesiti fanno riferimento alle quattro dimensioni principali della salute mentale (ansia, depressione, perdita di controllo comportamentale o emozionale e benessere psicologico). L’indice varia tra 0 e 100, con migliori condizioni di benessere psicologico al crescere del valore dell’indice.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat (Bes)
(pubblicati: mercoledì 9 Aprile 2025)

Da allora, si è registrato un miglioramento nel 2022, seguito da un nuovo peggioramento nel 2023 (anno in cui si è attestato a 71). Nel 2024 l’indice di salute mentale è tornato a 71,8. Un miglioramento, ma ancora al di sotto dei livelli pre-pandemici.

Un problema connesso a esclusione sociale e povertà educativa

Se la salute mentale di alcuni adolescenti resta critica non è una questione di ordine esclusivamente sanitario. Nell’ambito dell’ultima ricerca della commissione sul benessere degli adolescenti di Lancet è stata chiaramente messa in evidenza l’influenza della salute mentale su tutti gli aspetti salienti per la vita di una persona che sta diventando adulta. Dal modo in cui si affrontano norme e strutture sociali ai risultati scolastici, dal passaggio al mondo del lavoro alle relazioni familiari e intime, dalle dipendenze all’esposizione e perpetrazione di violenze e bullismo.

Mental health can profoundly influence how adolescents navigate social norms and structures and can affect educational attainment and the transition into employment, intimate relationships and family formation, exposure to, and perpetration of, violence, and interactions with the digital world.

Nell’immediato, a risentirne sono soprattutto le relazioni sociali, il rendimento a scuola, la qualità nell’uso delle tecnologie e delle interazioni in ambiente digitale. I ricercatori aggiungono però come vi sia crescente consenso in letteratura sul fatto la salute mentale nell’adolescenza sia anche un precursore di un’ampia gamma di esiti nel corso della vita adulta.

Attraverso una revisione sistematica di 237 studi sul fenomeno, emergono solide associazioni tra la salute mentale degli adolescenti, la salute fisica da adulti e problemi di dipendenze. Aspetti che, secondo i ricercatori, rimangono ancora troppo poco esplorati nelle cause ma che devono essere presi in considerazione nell’impostazione di politiche pubbliche rivolte al benessere di minori e adolescenti.

La necessità di un approccio organico al benessere degli adolescenti

Appare evidente quindi come per migliorare la condizione degli adolescenti servano politiche multisettoriali in grado di coinvolgere ambiti diversi: sociale, sanitario, educativo. Per definire queste politiche, però, è fondamentale superare uno dei principali limiti attuali. Vale a dire la carenza di dati territoriali sufficientemente disaggregati, necessari per valutare l’ampiezza di questi fenomeni su scala locale. Mantenendo come punto di partenza irrinunciabile il coinvolgimento diretto dei beneficiari finali: gli adolescenti stessi. Ma quanti sono, e dove vivono, oggi in Italia?

Abbiamo già approfondito in passato che, mentre la definizione di minore discende da una previsione legislativa incontrovertibile (la maggiore età fissata a 18 anni), quella di adolescente è molto più sfumata e variabile a seconda delle fonti e delle necessità di ricerca. Comprensibilmente, visto che per sua natura l’adolescenza è una fase di transizione tra infanzia ed età adulta. Non suscettibile pertanto di confini eccessivamente rigidi.

Se si prende in considerazione la fascia d’età tra gli 11 e i 19 anni, sono 5,1 milioni gli adolescenti in Italia. Ovvero poco meno del 9% dei residenti nel nostro paese.

8,74% dei residenti in Italia ha tra gli 11 e i 19 anni.

Questa quota media mostra una certa variabilità lungo la penisola. Supera il 9% in regioni come Campania (9,7%), Trentino-Alto Adige (9,46%) e Sicilia (9,17%), mentre non raggiunge l’8% in Sardegna, Molise e Liguria.

A livello locale Crotone, con il 9,97% dei residenti tra 11 e 19 anni, è la città capoluogo dove vivono più adolescenti. Seguono Andria, Napoli, Barletta, Palermo, Prato e Vibo Valentia. 

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Gennaio 2024)

Il capoluogo con minore incidenza di adolescenti è Oristano (6,79%), davanti ad altre 2 città sarde: Carbonia (6,85%) e Cagliari (6,94%). Seguono città del centro-nord come Pavia, Pisa, Ferrara e Bologna, tutte attorno al 7,2% di residenti 11-19enni.

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Foto: Wang SheeranLicenza

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