Luigi Di Maio Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/luigi-di-maio/ Thu, 14 Jul 2022 07:07:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Gli equilibri nella maggioranza dopo la scissione del Movimento 5 stelle https://www.openpolis.it/gli-equilibri-nella-maggioranza-dopo-la-scissione-del-movimento-5-stelle/ Thu, 14 Jul 2022 06:00:10 +0000 https://www.openpolis.it/?p=201633 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’articolo “Gli incarichi chiave nel governo e in parlamento di Insieme per […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’articolo “Gli incarichi chiave nel governo e in parlamento di Insieme per il futuro“.

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i parlamentari iscritti ai gruppi di Insieme per il futuro alla camera (52) e al senato (10). Numeri importanti anche perché, come affermato dallo stesso Di Maio, cambiano gli equilibri parlamentari e il potere relativo dei gruppi di maggioranza. Ma a contare non sono solo i numeri complessivi in parlamento. È importante invece considerare le posizioni chiave, sia nell’esecutivo che nelle aule parlamentari. Vai su openparlamento.

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i ministri rimasti nel Movimento 5 stelle dopo la scissione. Fino a pochi giorni fa il movimento era, con 4 ministri, la forza politica più rappresentata in consiglio dei ministri. Oggi invece si trova al pari con le altre formazioni maggiori (Partito democratico, Lega e Forza Italia). Insieme per il futuro invece esprime un ministro in questo consesso (lo stesso Di Maio), così come Italia viva e Liberi e uguali.  Vai al grafico.

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i ministeri in cui, dopo la scissione, il Movimento 5 stelle non ha più dei propri rappresentanti. Visto che oltre a Di Maio ha partecipato alla scissione anche il sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano, il M5s rimane escluso dal ministero degli esteri. Lo stesso è avvenuto per vari altri ministeri, primo tra tutti quello dell’economia, dove il Movimento 5 stelle ha dovuto rinunciare alla posizione di viceministro, ricoperta da Laura Castelli, ora iscritta anche lei a Insieme per il futuro. A seguire il ministero della giustizia con la sottosegretaria Anna Macina, e il ministero della salute con il sottosegretario Pierpaolo Sileri. Infine ha seguito Di Maio anche la sottosegretaria alla presidenza del consiglio Dalila Nesci (sud e coesione territoriale). Vai all’articolo.

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i deputati della Lega alla camera. Se da un punto di vista sostanziale si può considerare corretta l’affermazione di Luigi Di Maio secondo cui il M5s non è più il primo gruppo in parlamento, da un punto di vista formale questo è vero solo per la camera. Qui il primo gruppo è diventato la Lega, seguito dal M5s con 105 deputati. Lo stesso però non vale per il senato, anche se di poco. A palazzo Madama infatti è ancora il M5s il gruppo di maggioranza relativa, con 62 senatori, seguito da vicino dalla Lega che ne conta 61. Vai all’articolo.

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i presidenti di commissioni permanenti della camera dei deputati iscritti a Insieme per il futuro. Questo dato fa della nuova formazione il secondo gruppo per numero di presidenti di commissioni permanenti alla camera, dopo il Partito democratico che ne conta 5. Di conseguenza il Movimento ha perso il primato in un ambito così importante per l’attività parlamentare. Lo stesso però non vale per il senato dove Insieme per il futuro non ha alcun rappresentate in ruoli chiave. Vai al grafico.

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Gli incarichi chiave nel governo e in parlamento di Insieme per il futuro https://www.openpolis.it/gli-incarichi-chiave-al-governo-e-in-parlamento-di-insieme-per-il-futuro/ Tue, 12 Jul 2022 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=200436 La nascita di Insieme per il futuro a seguito della scissione dal Movimento 5 stelle di diversi esponenti, tra cui Luigi Di Maio, cambia gli equilibri politici sia al governo che in parlamento.

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Come è noto il 21 giugno Luigi Di Maio ha annunciato la propria decisione di uscire, insieme a diversi parlamentari, dal Movimento 5 stelle dando vita alla nuova formazione Insieme per il futuro (Ipf). Questo passaggio ha portato a diversi cambiamenti nelle dinamiche della maggioranza di governo.

Certamente il primo effetto è stato la crescita dei cambi di gruppo visto che in un primo momento 50 parlamentari hanno seguito il ministro degli esteri nella sua nuova impresa. Numeri importanti anche perché, come affermato dallo stesso Di Maio, cambiano gli equilibri parlamentari e il potere relativo dei gruppi di maggioranza.

Oggi io e tanti colleghi lasciamo il Movimento 5 stelle. Lasciamo quella che da domani non sarà più la prima forza politica in parlamento.

Ma a contare non sono solo i numeri complessivi in parlamento. È importante invece considerare le posizioni chiave, sia nell’esecutivo che nelle aule parlamentari.

Cosa cambia nel consiglio dei ministri

Un primo cambiamento sostanziale ad esempio è avvenuto in consiglio dei ministri (Cdm), organo a cui prendono parte con diritto di voto solo il presidente del consiglio e i ministri.

In questa sede la maggior parte dei ministri dell’attuale esecutivo (8 su 23 escluso il presidente del consiglio) sono indipendenti. Fino a pochi giorni fa però erano i ministri espressione del Movimento 5 stelle a rappresentare la più consistente delegazione politica all’interno del Cdm, con 4 ministri contro i 3 di Lega, Partito democratico (Pd) e Forza Italia (FI).

La scissione ha coinvolto diversi membri dell’esecutivo, ma solo Di Maio tra i ministri. Di conseguenza oggi il movimento si trova con 3 esponenti in Cdm come le altre formazioni maggiori. Insieme per il futuro invece esprime un ministro in questo consesso, così come Italia viva e Liberi e uguali.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 1 Luglio 2022)

Gli altri incarichi di governo

Ma pur non partecipando alle sedute del Cdm, anche i sottosegretari e i viceministri sono esponenti di governo e anche su questo fronte la scissione di Di Maio ha avuto un impatto significativo sul gruppo pentastellato.

Prima infatti il M5s era di gran lunga la formazione più rappresentata nell'esecutivo inteso in senso ampio. L'unico gruppo che esprimeva ben 2 viceministri e 9 sottosegretari. A seguire la Lega, con un viceministro e 8 sottosegretari (considerando anche Federico Freni, nominato in quota Lega ma che a oggi non risulta iscritto al partito).

L'importanza di viceministri e sottosegretari risiede principalmente nel ruolo politico amministrativo che svolgono all'interno del proprio ministero. Per questo è interessante notare in quali strutture di governo si trovano gli esponenti di Insieme per il futuro e di conseguenza quali posizioni ha perso il Movimento 5 stelle.

Visto che oltre a Di Maio ha partecipato alla scissione anche il sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano, il M5s rimane quindi escluso dal ministero degli esteri. D'altronde è proprio sulla politica estera che si sono registrate maggiori frizioni tra l'esecutivo e il gruppo pentastellato.

4 i ministeri in cui, dopo la scissione, il Movimento 5 stelle non ha più propri rappresentanti.

Lo stesso è avvenuto per vari altri ministeri, primo tra tutti quello dell'economia, dove il Movimento 5 stelle ha dovuto rinunciare alla posizione di viceministro, ricoperta da Laura Castelli, ora iscritta anche lei a Insieme per il futuro. A seguire il ministero della giustizia con la sottosegretaria Anna Macina, e il ministero della salute con il sottosegretario Pierpaolo Sileri. Due perdite non irrilevanti per il movimento visto che il tema della giustizia è sempre stato identitario per il M5s mentre la salute ha rappresentato la questione centrale del secondo governo Conte. Proprio Sileri infatti ha fatto parte di entrambi gli esecutivi Conte ricoprendo anche il ruolo di viceministro della salute nella fase più dura della lotta al coronavirus.

Infine ha seguito Di Maio anche la sottosegretaria al sud e la coesione territoriale Dalila Nesci.

I ruoli chiave in parlamento e le commissioni permanenti

Se da un punto di vista sostanziale si può considerare corretta l'affermazione di Luigi Di Maio secondo cui il M5s non è più il primo gruppo in parlamento, da un punto di vista formale questo è vero solo per la camera. Qui il primo gruppo è diventato la Lega con 132 deputati, seguito dal M5s con 105. Lo stesso invece non vale per il senato, anche se di poco. A palazzo Madama infatti è ancora il M5s il gruppo di maggioranza relativa, con 62 senatori, seguito da vicino dalla Lega che ne conta 61.

I differenti equilibri politici nelle due aule si confermano e rafforzano guardando ai ruoli chiave ricoperti da deputati e senatori della nuova formazione politica.

Non tutti i parlamentari hanno lo stesso peso. Deputati e senatori che hanno un ruolo chiave riescono ad incidere maggiormente.
Vai a "Quali sono i ruoli chiave del parlamento"

Analizzando gli incarichi di presidente, vicepresidente e segretario nelle commissioni permanenti questa differenza emerge chiaramente. Infatti mentre al senato Insieme per il futuro non ricopre nessun ruolo chiave alla camera è diventato uno dei gruppi centrali.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 1 Luglio 2022)

Infatti alla camera, Insieme per il futuro, oltre ad aver tolto al M5s il primato assoluto in quest'ambito è diventato anche il secondo gruppo, dopo il Pd, per numero di presidenti di commissione. Un incarico assolutamente fondamentale per i meccanismi parlamentari.

Si tratta in particolare delle commissioni difesa, presieduta da Gianluca Rizzo, politiche dell'Unione europea, con al vertice Sergio Battelli, cultura, guidata da Vittoria Casa, e agricoltura, con Filippo Gallinella.

Come accennato però lo stesso non vale al senato, dove il nuovo gruppo di Luigi Di Maio non ricopre alcun incarico chiave nelle commissioni permanenti.

Gli altri organi parlamentari

Quanto agli altri organi della camera è importante innanzitutto sottolineare come il M5s mantenga la terza carica dello stato. Il presidente della camera Fico infatti non solo non ha aderito alla scissione, ma piuttosto ha utilizzato toni molto duri nei confronti degli scissionisti.

È un'operazione di potere non è un'operazione politica

Alcuni cambiamenti però si sono comunque registrati all'interno dell'ufficio di presidenza, dove un questore e 3 segretari hanno seguito Di Maio. In questo modo Insieme per il futuro diventa il gruppo con più componenti all'interno dell'ufficio di presidenza, a pari merito con la Lega che conta 4 segretari. Anche in questo caso dunque il M5s perde la maggioranza pur mantenendo, oltre alla presidenza, un vicepresidente e un segretario.

Al senato invece le cose sono meno favorevoli per il nuovo gruppo. A oggi infatti il consiglio di presidenza non conta tra i suoi componenti membri di Ipf. Tuttavia non è detto che questo non cambi. Il regolamento d'aula infatti stabilisce che i gruppi non rappresentati in quest'organo possano richiedere che si proceda all'elezione di un proprio segretario.

A oggi inoltre Ipf non conta parlamentari né tra le giunte per il regolamento di entrambe le aule parlamentari né all'interno di un organo bicamerale importante come il comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica (Copasir).

Al contempo però Insieme per il futuro può vantare due presidenze di commissioni bicamerali, ovvero la commissione di inchiesta sul sistema bancario (Carla Ruocco) e la commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti (Stefano Vignaroli) oltre a due vicepresidenze presso la commissione per l'attuazione del federalismo e la commissione di vigilanza Rai.

Infine alla camera Ipf conta un altro vicepresidente (commissione semplificazione) e due segretari nella giunta per le autorizzazioni mentre non risultano altri componenti di spicco al senato.

 

Foto: Luigi Di Maio (Facebook)

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Perché i correttivi sono importanti, anche per disciplinare i cambi di gruppo https://www.openpolis.it/perche-i-correttivi-sono-importanti-anche-per-disciplinare-i-cambi-di-gruppo/ Wed, 06 Jul 2022 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=199940 Dopo il taglio dei parlamentari, le camere dovranno rivedere i loro regolamenti. Le proposte in discussione prevedono anche disincentivi alla mobilità dei parlamentari. Ma l’iter per l’approvazione dei correttivi prosegue a rilento.

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Nelle ultime settimane uno dei temi maggiormente al centro del dibattito pubblico ha riguardato l’abbandono del Movimento 5 stelle da parte di Luigi Di Maio e di altri 60 parlamentari. Un passaggio politico che ha determinato una nuova impennata del fenomeno dei cambi di gruppo.

In molti a questo proposito hanno ricordato come proprio il ministro degli esteri in passato avesse duramente condannato il fenomeno, proponendo addirittura l’introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari. Un’innovazione che però richiederebbe la modifica della costituzione dato che l’assemblea costituente, memore dell’esperienza del fascismo, aveva introdotto proprio la possibilità per i parlamentari di esercitare le loro funzioni in totale autonomia.

Il numero dei cambi di gruppo però negli ultimi anni è cresciuto a dismisura, motivo per cui anche nell’opinione pubblica è emersa la necessità di regolare il fenomeno. In effetti alcuni accorgimenti in questo senso potrebbero essere introdotti all’interno del processo di revisione dei regolamenti parlamentari. Uno dei correttivi necessari per assicurare l’efficace funzionamento delle camere a seguito del taglio dei deputati e dei senatori che diventerà effettivo a partire dalla prossima legislatura. Si tratta comunque di innovazioni abbastanza blande (specie alla camera) e che potrebbero non essere sufficienti per disciplinare il fenomeno.

A ciò si aggiunge il fatto che l’iter per l’approvazione di questo, come degli altri correttivi previsti, in larga misura è ancora lontano dalla sua conclusione. Il rischio è quindi che anche le innovazioni proposte in questo settore possano saltare o essere riviste al ribasso per facilitare l’accordo tra le diverse forze politiche.

Cosa sono i correttivi e perché sono indispensabili

A seguito dell’esito positivo del referendum sul taglio dei parlamentari, si sono rese necessarie una serie di riforme ulteriori volte a garantire l’operatività di camera e senato con i nuovi ranghi ridotti. Questo tema in particolare era stato posto dal Partito democratico come uno dei punti focali per il suo appoggio alla riforma costituzionale, fortemente voluta dal Movimento 5 stelle, e conditio sine qua non per la nascita del governo Conte II.

L’emergenza Covid e la caduta del governo Conte II hanno rallentato l’iter dei correttivi.

Con l’esplosione dell’emergenza coronavirus e successivamente la caduta del secondo esecutivo guidato da Giuseppe Conte però il tema è passato in secondo piano. Ma di quali correttivi stiamo parlando? Le modifiche necessarie possono essere così riassunte:

  • l’abbassamento della soglia d’età per il voto a palazzo Madama;
  • il superamento della base regionale per l’elezione del senato;
  • la riduzione da 3 a 2 delegati regionali per l’elezione del presidente della repubblica;
  • la revisione dei regolamenti di camera e senato.

Di questi interventi, ad oggi solo il primo è già stato completato. Il 4 novembre scorso è infatti entrata definitivamente in vigore la legge costituzionale 1/2021 che ha modificato l’articolo 58 della carta, equiparando gli elettorati di camera e senato. Gli altri aspetti invece sono ancora in discussione e l’iter appare lontano dal concludersi.

I regolamenti di camera e senato, un focus sui cambi di gruppo

Con la scissione interna al M5s guidata da Luigi Di Maio i parlamentari che hanno cambiato appartenenza nel corso dell’attuale legislatura sono diventati più di 400. Dobbiamo ricordare che la nostra costituzione riconosce il divieto di vincolo di mandato per i parlamentari. In questo modo i padri costituenti intendevano tutelare l’indipendenza e la libertà decisionale di deputati e senatori.

L’articolo 67 della costituzione prevede il divieto di mandato imperativo. Ogni parlamentare può aderire al gruppo che preferisce.
Vai a "Che cosa sono i gruppi parlamentari"

Tuttavia il numero di riposizionamenti, specie nelle ultime 2 legislature, ha raggiunto livelli talmente consistenti da rendere il fenomeno inaccettabile agli occhi dell’opinione pubblica. Per questo motivo, in particolare il Movimento 5 stelle ma anche il Partito democratico avevano invocato l’introduzione di accorgimenti per cercare di scoraggiare questa pratica.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 29 Giugno 2022)

Anche per questo motivo le proposte di revisione dei regolamenti che sono in discussione in entrambi i rami del parlamento prevedono degli interventi su questo tema. Le innovazioni più rilevanti da questo punto di vista sarebbero introdotte al senato. Qualora il testo base approvato dalla giunta per il regolamento di palazzo Madama fosse licenziato dall'aula, sarebbero molte infatti le novità introdotte. Una delle più rilevanti riguarderebbe l'introduzione dell'istituto di senatore non iscritto a gruppi parlamentari. Una prassi in uso ad esempio all’interno del parlamento europeo e che in Italia è consentita solo ai senatori a vita. Questo status verrebbe attribuito automaticamente a ogni senatore dimissionario o espulso dal gruppo di appartenenza nel caso in cui non aderisca a un’altra formazione entro 3 giorni.

Con il nuovo regolamento inoltre l’incremento nella consistenza del gruppo parlamentare dovuto a cambi di appartenenza non andrebbe più ad incidere sulle dotazioni finanziarie e strumentali assegnate. I bilanci di camera e senato infatti prevedono l’erogazione di risorse ad ogni gruppo al fine di consentire lo svolgimento delle proprie attività istituzionali.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Mef, Rgs, bilanci camera deputati e senato della repubblica
(ultimo aggiornamento: venerdì 26 Novembre 2021)

Si prevede inoltre l’abbassamento a 7 senatori della soglia per la costituzione di un gruppo autonomo che nasca all’inizio della legislatura. Mentre rimarrebbe a 10 per i gruppi nati in corso d’opera. Resta inoltre il vincolo di poter costituire formazioni che siano rappresentative di liste che si sono presentate alle elezioni. Anche se i casi di Italia viva, Costituzione, ambiente e lavoro e Insieme per il futuro dimostrano come questo vincolo sia facilmente aggirabile. Questi tre gruppi infatti sono nati in parlamento ma, con un'interpretazione estensiva del regolamento, è stata data loro comunque la possibilità di formarsi attraverso l'associazione con un'altra lista che effettivamente si era presentata alle elezioni. Si tratta rispettivamente del Partito socialista italiano, dell'Italia dei valori e di Centro democratico.

Un’altra innovazione volta a disincentivare la mobilità parlamentare riguarda il decadimento del senatore, in caso di cambio di gruppo, da componente del consiglio di presidenza, della giunta per il regolamento e della giunta per le elezioni e le immunità parlamentari. Anche il presidente del senato inoltre potrebbe decadere dall'incarico nel caso di un suo cambio di gruppo. La perdita del ruolo però non scatterebbe se il senatore coinvolto viene espulso, oppure il gruppo di appartenenza si scioglie o si fonde con altre formazioni.

Le revisioni dei regolamenti di camera e senato non introducono il divieto di cambio di gruppo.

Le innovazioni apportate alla camera invece appaiono più limitate da questo punto di vista. Nella proposta adottata come base per la discussione infatti innanzitutto non è prevista l’introduzione della figura del deputato non iscritto a gruppi. È previsto il decadimento di vicepresidenti e segretari dell’ufficio di presidenza che decidono di cambiare appartenenza, salvo i casi in cui il deputato venga espulso o il gruppo si sciolga per mancanza del numero minimo di aderenti. Non sono previsti disincentivi di natura economica per limitare la mobilità dei parlamentari. La soglia minima per costituire un gruppo autonomo alla camera scenderebbe da 20 a 14 aderenti. Resta la possibilità di formare gruppi anche successivamente all’inizio della legislatura. L’ufficio di presidenza inoltre può autorizzare l’esistenza di gruppi di numero inferiore, anche se con alcuni requisiti specifici (tra cui essersi presentati alle elezioni in almeno 20 circoscrizioni).

Come si può vedere quindi le proposte in discussione non prevedono un divieto esplicito né introducono limiti precisi al numero di cambi di gruppo che ogni parlamentare può fare nel corso della legislatura. Inoltre anche i disincentivi al riposizionamento, in particolare alla camera, appaiono abbastanza blandi.

Regolamenti parlamentari, a che punto siamo

Nel paragrafo precedente ci siamo focalizzati sugli strumenti predisposti per cercare di regolare il fenomeno dei cambi di gruppo. Ma a seguito del taglio dei parlamentari si è resa necessaria una revisione complessiva dei regolamenti al fine di assicurare il corretto funzionamento delle camere e degli organi che le compongono. Anche da questo punto di vista la proposta in discussione in senato non solo è più incisiva (sia numericamente che qualitativamente) ma si trova anche in uno stato più avanzato.

76 gli articoli dei regolamenti parlamentari potenzialmente interessati dai correttivi (45 per il senato e 31 per la camera), secondo Federalismi.

Dopo l’approvazione all’interno della giunta per il regolamento lo scorso 27 aprile infatti, il testo è adesso sottoposto all’assemblea con relatori Roberto Calderoli (Lega) e Vincenzo Santangelo (M5s). L’inizio della discussione in aula è stato calendarizzato per il prossimo 7 luglio. La proposta adottata va a rivedere le soglie numeriche previste dal regolamento e i quorum richiesti riducendoli sostanzialmente di un terzo. La proposta iniziale inoltre prevedeva anche la riduzione delle commissioni permanenti da 14 a 10 con un conseguente ampliamento del raggio d’azione di alcune di queste. Ma, dopo la discussione in giunta, questo aspetto è stato rimesso all’assemblea.

Per le revisione dei regolamenti parlamentari le giunte hanno optato per modifiche minimali.

A seguito della discussione degli emendamenti alla proposta, è stata prevista la possibilità di creare anche al senato il comitato per la legislazione, organo già presente alla camera. Anche se quest’ultimo avrebbe compiti differenti. Altro elemento degno di nota ha riguardato la bocciatura di un emendamento presentato dal senatore Davide Faraone che prevedeva l’introduzione del cosiddetto “voto a data certa”. Principio in base al quale prevedere una corsia preferenziale per le proposte di legge di iniziativa governativa in modo che queste potessero essere discusse ed eventualmente approvate in tempi brevi. I relatori del provvedimento però si erano detti contrari a questo emendamento. In linea generale infatti l’orientamento è stato quello di adottare solo le modifiche strettamente necessarie al funzionamento delle camere. Escludendo quindi eventuali revisioni dell’intero processo legislativo.

Come detto, alla camera invece l’iter è più indietro. Infatti deve ancora essere conclusa la discussione all’interno della giunta per il regolamento. Il testo presentato dai relatori è stato adottato durante la seduta della giunta dello scorso 27 aprile. Il termine per la presentazione degli emendamenti è scaduto l'11 maggio. Ma per il momento non risultano nuove convocazioni della giunta per il prosieguo della discussione.

Inoltre la portata della proposta appare più limitata rispetto a quella prevista dal senato. Infatti sono state semplicemente riviste le soglie numeriche e i quorum previsti dal regolamento. Anche in questo caso, come al senato, la riduzione è sostanzialmente di un terzo.

È comprensibile che - essendo le modifiche in parola “conseguenti” alla prospettiva della riduzione del numero dei parlamentari - l’impatto (e l’urgenza) di queste premesse sia notevolmente maggiore al senato che alla camera

La proposta infine non interviene nemmeno nella ridefinizione del numero di componenti e delle competenze delle commissioni. Da questo punto di vista infatti si rinvia ad un “raccordo” con la proposta in discussione nella giunta del senato al fine di garantire una specularità tra le due camere. Tuttavia tale raccordo, come riportato nel resoconto della seduta del 17 febbraio, è ancora in fase embrionale.

La riforma della costituzione

Detto dei regolamenti parlamentari, vediamo a che punto sono gli ultimi due correttivi che ancora devono essere completati (riduzione del numero dei delegati regionali per l’elezione del presidente della repubblica e superamento della base regionale per l’elezione dei senatori). Entrambi sono affrontati all’interno di una proposta di legge di revisione costituzionale che vede come primo firmatario Federico Fornaro (Leu).

Dopo una lunga interruzione, la discussione è ripresa nella commissione affari costituzionali della camera che ne ha significativamente modificato l’impianto iniziale. È stato soppresso infatti l’articolo 2 che prevedeva la riduzione da 3 a 2 delegati regionali per l’elezione del presidente della repubblica. Mentre dopo un lungo dibattito è stato mantenuto il riferimento alla base circoscrizionale per l’elezione dei senatori (che lo stesso autore aveva proposto di rimuovere per rendere il testo costituzionale identico per entrambe le camere). Dopo l’approvazione del testo in commissione, il 28 marzo è iniziata la discussione in assemblea.

In questa occasione peraltro l’autore della proposta ha evidenziato che la modifica costituzionale non comporterebbe necessariamente l’obbligo di una revisione della legge elettorale. Questo perché la legge attualmente in vigore (il cosiddetto Rosatellum) si limita a identificare le regioni come circoscrizioni elettorali. Il testo presentato quindi permetterebbe un maggiore margine di manovra per il legislatore, con l’unico limite di non poter prevedere un’unica circoscrizione che racchiuda in sé l'intero territorio nazionale.

La proposta di legge è stata approvata dalla camera il 10 maggio e adesso proseguirà il suo percorso nella commissione affari costituzionali del senato. Dove però la discussione non è ancora iniziata.

L'importanza approvare i correttivi entro la fine della legislatura

Come abbiamo visto, la maggior parte dei correttivi deve ancora completare il proprio iter ma il tempo inizia a scarseggiare. Mancano pochi mesi ormai alla fine della legislatura e sarebbe importante che tutte le riforme necessarie trovassero compimento prima dell’insediamento delle nuove camere. Questo per evitare che, in una fase storica così complessa come quella attuale, deputati e senatori della XIX legislatura non debbano perdere mesi di tempo per rivedere i regolamenti.

Lo spazio per affrontare il tema dei correttivi appare molto limitato.

Questo obiettivo però non appare così semplice da raggiungere, anche per i molti impegni che vedranno coinvolti i parlamentari nelle prossime settimane. Dopo l’estate infatti camera e senato entreranno nella sessione di bilancio. Da ricordare inoltre che il parlamento è anche chiamato a fare la sua parte per quanto riguarda le riforme legislative previste dal piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), molte delle quali dovranno essere approvate entro la fine dell’anno.

Da questo punto di vista quindi lo spazio per occuparsi dei correttivi appare estremamente limitato. È forse anche per questo motivo che le giunte per il regolamento hanno scelto di apportare modifiche limitate: il minimo indispensabile per consentire il funzionamento delle camere. Una scelta probabilmente tesa a cercare di evitare eccessive divisioni tra le diverse forze politiche.

Allo stesso modo appare estremamente incerto il destino della legge elettorale, ferma nella commissione affari costituzionali della camera dal 10 settembre 2020. Anche se su questo punto specifico non sono da escludere accelerazioni improvvise nelle prossime settimane. Anche questo caso però conferma la difficoltà nel trovare un accordo tra le forze politiche per portare a compimento i correttivi.

Foto: senato

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La scissione del M5s e i cambi di gruppo in parlamento https://www.openpolis.it/la-scissione-del-m5s-e-i-cambi-di-gruppo-in-parlamento/ Thu, 30 Jun 2022 06:30:04 +0000 https://www.openpolis.it/?p=200230 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “La scissione del Movimento 5 stelle e i nuovi equilibri in parlamento“. 415 […]

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I cambi di gruppo registrati nel corso della XVIII legislatura. L’uscita di Di Maio dal Movimento 5 stelle ha provocato una ricomposizione degli equilibri in parlamento. Sono 51 i deputati confluiti nel nuovo gruppo Insieme per il futuro. Parallelamente si è sciolto il gruppo di Coraggio Italia. Tutti questi spostamenti hanno determinato un nuovo picco di cambi di gruppo che a giugno, per il momento, sono arrivati a 83. Vai all’approfondimento.

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Il record di cambi di gruppo registrato durante la XVII legislatura. Nel periodo compreso tra il 2013 e il 2018 i cambi di gruppo furono oltre 500 e coinvolsero complessivamente 348 parlamentari. Con le evoluzioni delle ultime settimane i numeri dell’attuale legislatura si sono significativamente avvicinati. Attualmente infatti i cambi di gruppo sono complessivamente 414 e i parlamentari coinvolti 279 (di cui 197 deputati e 83 senatori). Con l’avvicinarsi della fine della legislatura non è da escludere che questi numeri possano crescere ancora. Vai al grafico.

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I parlamentari persi dal Movimento 5 stelle dall’inizio della legislatura. Il M5s è chiaramente la forza politica che ha maggiormente risentito dei cambi di gruppo. Dal 2018 infatti i pentastellati si sono sostanzialmente dimezzati. Le altre forze politiche “vittime” del fenomeno sono Forza Italia (-33), Partito democratico (-29) e Liberi e uguali (-1). Tra i partiti che si erano presentati alle elezioni nel 2018 Lega (+7) e Fdi (+9) sono quelle che si sono rafforzate grazie al fenomeno. Vai al grafico.

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I parlamentari della Lega, nuova prima forza nelle camere. A seguito dell’abbandono di Di Maio e dei parlamentari a lui vicini il Movimento 5 stelle non è più la forza politica più rappresentata in parlamento. Lo scettro è passato alla Lega. Segue proprio il M5s (167), mentre al terzo posto troviamo appaiati il Partito democratico e il gruppo misto (136). A palazzo Madama però i pentastellati rappresentano ancora il gruppo più numeroso, anche se il divario rispetto al carroccio è minimo (62 senatori contro 61). Vedi la composizione dei gruppi parlamentari.

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I parlamentari vicini a Di Maio che risultano al secondo mandato, pari a circa il 36%. La maggioranza di questi (21) si trova alla camera. Tra loro, oltre a Di Maio, anche altri tre componenti della squadra di governo: Laura Castelli, Manlio Di Stefano e Dalila Nesci. Tra i senatori che hanno abbandonato il M5s e che verosimilmente dovrebbero confluire nel nuovo gruppo invece, solamente Daniela Donno risulta al secondo mandato. Vedi chi sono.

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La scissione del Movimento 5 stelle e i nuovi equilibri in parlamento https://www.openpolis.it/la-scissione-del-movimento-5-stelle-e-i-nuovi-equilibri-in-parlamento/ Wed, 29 Jun 2022 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=199937 Con la nascita di Insieme per il futuro si registra una nuova impennata di cambi di gruppo in parlamento. Il fenomeno infatti si sta avvicinando alle cifre record della XVII legislatura. A una settimana dall'annuncio di Di Maio, facciamo il punto sui nuovi equilibri interni alle camere.

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Come noto, la scorsa settimana si è consumata l’ennesima scissione all’interno del Movimento 5 stelle. Infatti il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha annunciato il proprio addio e successivamente ha inaugurato una nuova forza politica: Insieme per il futuro (Ipf). La conseguenza più immediata di questa separazione è stata la costituzione alla camera di un nuovo gruppo a cui hanno già aderito in via ufficiale altri 50 deputati.

Il M5s aveva il dovere di sostenere il lavoro diplomatico di tutto il governo ed evitare ambiguità, ma così non è stato. […] In questo momento storico sostenere i valori europeisti e atlantisti non può essere una colpa: una forza politica matura dovrebbe aprirsi al confronto e al dialogo.

Sono diverse le interpretazioni che sono state date a questa scelta, dal vincolo del doppio mandato, ai rapporti tra Di Maio e Giuseppe Conte. Quale che sia la motivazione, ciò che è certo è che l’abbandono di Di Maio e dei parlamentari a lui vicini ha avuto una serie di ripercussioni in parlamento. La più evidente riguarda il fatto che il Movimento 5 stelle non rappresenta più la prima forza a Montecitorio, sopravanzato dalla Lega. Inoltre, la nascita di Ipf ha determinato una nuova impennata del fenomeno dei cambi di gruppo.

415 i cambi di gruppo avvenuti nella XVIII legislatura.

Un numero molto alto che si avvicina al record di riposizionamenti detenuto ancora dalla precedente legislatura. La situazione però è destinata a mutare ancora. Non è da escludere infatti che altri esponenti decidano di seguire Di Maio. Altri ancora invece potrebbero fare marcia indietro, come riportato da alcuni organi di stampa in questi giorni. Da considerare infine anche gli esponenti di altre forze politiche. In questi ultimi mesi di legislatura infatti molti potrebbero decidere di cambiare appartenenza per assicurarsi maggiori probabilità di rielezione nel prossimo parlamento. Parlamento che peraltro sarà ridotto a soli 600 componenti.

I cambi di gruppo dal 2018 a oggi

Come abbiamo raccontato molte volte nei nostri approfondimenti, il fenomeno dei cambi di gruppo – seppur in maniera altalenante – ha caratterizzato l’andamento di tutta la legislatura fin dai primi mesi. Ovviamente però alcuni passaggi politici particolarmente rilevanti hanno impresso una significativa accelerazione al fenomeno. È il caso ad esempio dei cambi di governo ma anche del periodo compreso tra dicembre e febbraio, quando il parlamento è stato chiamato ad eleggere il nuovo presidente della repubblica.

L’uscita di Di Maio dal M5s rappresenta certamente un altro momento di svolta da questo punto di vista. Ma l’ennesima diaspora subita dai pentastellati ha avuto anche un altro effetto. A causa di due abbandoni infatti il gruppo Coraggio Italia (che faceva riferimento a Giovanni Toti e Luigi Brugnaro) ha perso il numero minimo di 20 appartenenti richiesto dal regolamento della camera per la costituzione di un gruppo autonomo ed è stato quindi sciolto d’ufficio. I deputati che ne facevano parte sono stati quindi “costretti” a trasferirsi nel gruppo misto. Undici di questi si sono successivamente riorganizzati in una componente interna al misto denominata “Vinciamo Italia – Italia al centro con Toti”.

Alla luce di queste evoluzioni i cambi di gruppo registrati ufficialmente a giugno sono stati 83 in totale per il momento. Si tratta del dato più alto dall’inizio della legislatura se si considera il numero di cambi di gruppo registrati per ogni mese.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 29 Giugno 2022)

Osservando i dati della legislatura nel loro complesso, possiamo osservare che i parlamentari che hanno cambiato gruppo almeno una volta sono stati 280 (197 deputati e 83 senatori). I cambi di gruppo complessivi invece sono stati 415 (8,3 al mese in media dall’inizio della legislatura).

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 29 Giugno 2022)

Facendo un confronto con le precedenti legislature, la XVII mantiene ancora il poco invidiabile record di quinquennio con il maggior numero di riposizionamenti. I dati dell’attuale però sono aumentati in maniera molto significativa nelle ultime settimane e non è da escludere che lo faranno ancora nei prossimi mesi.

Gli ex 5s al secondo mandato

Un elemento interessante da analizzare riguarda il numero di parlamentari coinvolti in questa operazione che si trovano al secondo mandato. Come riportato da diversi organi di informazione infatti una delle contestazioni mosse alla nuova formazione guidata da Di Maio è quella di essere nata solo come mezzo per aggirare il vincolo dei 2 mandati per i parlamentari. Secondo questa visione le posizioni ambigue del M5s - o di alcuni dei suoi esponenti - a proposito del sostegno all’Ucraina sarebbero state solo un pretesto per uscire dal movimento e presentarsi alle elezioni per una terza volta.

La maggioranza degli "scissionisti" del M5s non è al secondo mandato.

In effetti, il numero di deputati e senatori per cui rimanere nel M5s avrebbe automaticamente comportato la fine della carriera politica (salvo eventuali modifiche al regolamento interno dei 5s) sono un numero consistente anche se non rappresentano la maggioranza. Alla camera infatti questi sono 21 (cioè il 41% circa). Tra questi, oltre a Di Maio, anche altri tre componenti della squadra di governo: Laura Castelli, Manlio Di Stefano e Dalila Nesci.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 27 Giugno 2022)

Tra i senatori che hanno abbandonato il M5s e che verosimilmente dovrebbero confluire nel nuovo gruppo invece, solamente Daniela Donno risulta al secondo mandato.

I nuovi equilibri in parlamento

L’abbandono del Movimento 5 stelle da parte dei parlamentari più fedeli a Luigi Di Maio ha avuto come conseguenza più immediata un significativo indebolimento dei gruppi pentastellati. Complessivamente infatti adesso è la Lega a vantare il maggior numero di rappresentanti (193). Segue proprio il M5s (167), mentre al terzo posto troviamo il Partito democratico e il gruppo misto (136).

A palazzo Madama però i pentastellati rappresentano ancora il gruppo più numeroso anche se il divario rispetto al carroccio è minimo (62 senatori contro 61). È doveroso precisare che, nonostante la nascita del gruppo di Ipf sia stata già annunciata anche per il senato e sia stato già scelto anche il capogruppo (Primo Di Nicola), attualmente il gruppo non è ancora stato ufficialmente costituito. Questo perché, in base al regolamento di palazzo Madama, oltre al numero minimo di 10 senatori c'è bisogno di essere apparentato con il simbolo di una lista che si è presentata alle ultime elezioni. Stando alle fonti stampa a questo proposito sarebbero in corso trattative con Centro democratico di Bruno Tabacci. In attesa di questo passaggio, possiamo comunque valutare l’uscita di 10 senatori dal M5s a seguito dell’annuncio di Di Maio.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 24 Giugno 2022)

Il M5s si è dimezzato in parlamento rispetto al 2018.

Risulta del tutto evidente come il M5s sia la formazione politica che più ha risentito del fenomeno dei cambi di gruppo. I pentastellati hanno infatti perso ben 162 componenti dal 2018 a oggi, dimezzando di fatto le loro file rispetto all’inizio della legislatura. Non si tratta tra l’altro della prima “migrazione di massa” di cui questa forza politica è stata vittima. Già all’epoca della nascita del governo Draghi ad esempio erano stati molti i deputati e i senatori che, tra abbandoni ed espulsioni, avevano lasciato il movimento (ne abbiamo parlato approfonditamente in questo articolo). Ma in questo caso si può parlare di una vera e propria scissione. Mai così tanti parlamentari infatti avevano abbandonato in blocco i gruppi pentastellati.

Oltre a Ipf, anche molti degli altri parlamentari usciti dal Movimento (al netto di quelli che sono approdati in altre forze politiche) hanno provato a riorganizzarsi in altre formazioni. Da segnalare a questo proposito la recente nascita al senato del gruppo Costituzione, ambiente e lavoro. Mentre alla camera, una significativa quota di ex 5s si è riunita nella componente del misto Alternativa. Come già visto per Coraggio Italia, anche in questo caso l’affiliazione al misto è dovuta al fatto che questo raggruppamento, che al momento conta solo 15 aderenti, non ha i numeri sufficienti per costituire un gruppo autonomo.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 29 Giugno 2022)

Oltre al M5s, ci sono altre due forze politiche che, anche se in misura minore, hanno risentito dei cambi di gruppo. Si tratta di Forza Italia (-33 esponenti) e del Partito democratico (-29).

I cambi di gruppo più nel dettaglio

Come detto, il nuovo gruppo di deputati vicini al ministro degli esteri si è già formato alla camera e conta attualmente 51 membri. Tra i deputati maggiormente noti al grande pubblico che hanno scelto di aderire a Ipf ci sono il viceministro dell’economia Laura Castelli, il sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano, la sottosegretaria al sud Dalila Nesci, la sottosegretaria alla giustizia Anna Macina e l’ex ministro con delega allo sport e alle politiche giovanili del governo Conte II Vincenzo Spadafora.

Al senato invece, fermo restando che il gruppo dei parlamentari vicini a Di Maio non è ancora stato ufficialmente costituito, tra gli esponenti più noti ad aver lasciato il M5s troviamo il sottosegretario alla salute Pierpaolo Sileri.

Nel grafo sono rappresentati esclusivamente i cambi di gruppo registrati negli ultimi 2 mesi. Alcuni parlamentari hanno effettuato più di un cambio di gruppo dall’inizio della legislatura. In questo caso il passaggio rappresentato è quello più recente.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 24 Giugno 2022)

Prima di proseguire però è doveroso sottolineare che le nostre analisi si basano esclusivamente sui cambi di gruppo ufficiali, così come registrati da camera e senato. La situazione è tuttora in evoluzione, per questo sarà importante monitorare cosa accadrà nelle prossime settimane. Non è da escludere infatti che altri parlamentari seguano Di Maio nella nuova formazione. Da segnalare però anche che una deputata ha già fatto ritorno nel M5s. Si tratta di Vita Martinciglio che, secondo quanto riportato dalla stampa, si sarebbe pentita della propria decisione e sarebbe tornata sui suoi passi. A tal proposito dall’entourage del presidente del M5s Giuseppe Conte si dicono sicuri che non si tratterà di un caso isolato. D'altra parte invece anche l'ex ministra dell'istruzione Lucia Azzolina ha deciso di aderire a Ipf, ripristinando la quota di 51 componenti.

Da segnalare infine che oltre agli abbandoni al M5s, nelle ultime settimane si sono registrati anche altri cambi di gruppo. Particolarmente rilevanti da questo punto di vista i riposizionamenti che hanno visto protagonisti in particolare Simona Vietina e Antonio Lombardo che, loro malgrado, hanno determinato lo scioglimento di Coraggio Italia. La prima si è accasata nel gruppo misto, mentre il secondo che era stato eletto nelle liste del M5s ha deciso di passare a Ipf. Sempre a giugno poi si è registrato l’ingresso di Michela Rostan in Forza Italia proveniente dal gruppo misto. L'ultimo risposizionamento in ordine di tempo ha visto protagonista l'onorevole Francesca Troiano, passata dal misto a Italia viva.

Foto: Facebook - Luigi Di Maio

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Una nuova nomina all’Agcom e il rapporto tra politica e autorità indipendenti https://www.openpolis.it/una-nuova-nomina-allagcom-e-il-rapporto-tra-politica-e-autorita-indipendenti/ Tue, 12 Apr 2022 13:00:36 +0000 https://www.openpolis.it/?p=188217 Nei giorni scorsi il deputato della Lega Capitanio è stato nominato commissario dell'autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Non è una novità che un politico assuma un incarico in un'autorità indipendente ma rimane comunque pratica inopportuna.

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Lo scorso 30 marzo la camera ha deliberato la nomina del deputato della Lega Massimiliano Capitanio a nuovo commissario dell’autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom). Il voto si è rivelato necessario visto che negli scorsi mesi è venuto a mancare il commissario Enrico Mandelli, che assieme agli altri attuali componenti del consiglio di Agcom, era entrato in carica nell’estate del 2020.

Questa nomina conferma una cattiva pratica della politica italiana rispetto ad autorità che pure la legge qualifica come “indipendenti”.

È istituita l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni […] la quale opera in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione.

Capitanio infatti non è l’unico componente del consiglio di Agcom ad aver avuto una carica elettiva o una carriera in ambienti strettamente legati al mondo politico.

Che cos’è l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni

L’Agcom è una delle 19 realtà che svolgono funzioni in tutto o in parte assimilabili a quelle di autorità indipendenti. In questo caso l’autorità ha competenza in materia di comunicazione e dispone di poteri molto importanti che includono: la possibilità di invitare il governo a fare interventi normativi; la predisposizione di specifici regolamenti per l’applicazione delle norme sull’accesso alle infrastrutture; la disciplina per il rilascio di concessioni e autorizzazioni da proporre al ministro per le comunicazioni; l’adozione di provvedimenti per evitare la creazione di posizioni dominanti o comunque vietate.

L’autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha la finalità di assicurare la corretta competizione tra gli operatori e tutelare gli interessi degli utenti.
Vai a "Che cos’è l’Agcom, autorità per le garanzie nelle comunicazioni"

In caso di violazione di alcune norme inoltre l’Agcom dispone anche del potere di irrorare sanzioni pecuniarie.

Proprio per l’importanza delle sue funzioni è dunque fondamentale che i vertici dell’organizzazione siano posti in una condizione di autonomia rispetto alla politica. Per questo sia il presidente che i 4 commissari che compongono il consiglio sono nominati per una durata di 7 anni, ovvero per un tempo più lungo di una legislatura.

Come vengono nominati i vertici di Agcom

Come avviene per altre autorità indipendenti nella nomina dei componenti di Agcom sono coinvolti da un lato il governo e dall’altro le camere. In questo caso è la legge 249/1997 a stabilire le procedure di nomina dei 5 componenti del consiglio.

La norma infatti dispone che il presidente dell’organo sia nominato con decreto del presidente della repubblica su proposta del presidente del consiglio sentito il ministro dello sviluppo economico. La scelta di tipo sostanziale dunque compete in questo caso al presidente del consiglio, che tuttavia è tenuto a consultarsi con il ministro dello sviluppo economico.

Anche gli altri 4 componenti sono nominati con decreto del capo dello stato. In questo caso però i commissari sono prima eletti dalle aule parlamentari: 2 dalla camera e 2 dal senato. Il testo della legge stabilisce che ciascun deputato e ciascun senatore esprima il proprio voto indicando un nominativo, ma è il regolamento d’aula che prevede il voto segreto in casi come questi.

Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti le persone

Il voto parlamentare e l’autonomia

Questa norma è un presidio importante per garantire l’autonomia e la libertà dei parlamentari di esprimere liberamente il proprio voto. Allo stesso tempo però in questo modo il rischio è che nessuno si assuma la responsabilità di scelte che non sempre riflettono i requisiti previsti dalla legge.

I commissari ed il presidente sono scelti sulla base del merito, delle competenze e dalla conoscenza del settore, tra persone di riconosciuta levatura ed esperienza professionale, che abbiano manifestato e motivato il proprio interesse a ricoprire tali ruoli ed inviato il proprio curriculum professionale.

Peraltro va tenuto in considerazione che per l’elezione dei commissari non è prevista una maggioranza qualificata ma solo quella dei voti espressi. A questo va aggiunto il fatto che il voto avviene su 4 diversi nominativi, cosa che lascia ampio margine per logiche spartitorie. Anziché eleggere 4 figure indipendenti infatti i partiti hanno sempre la possibilità di accordarsi ed eleggere candidati graditi a 4 diverse parti politiche.

Pur senza mettere in dubbio il diritto della politica (governo e parlamento) di nominare i vertici di Agcom come di altre autorità indipendenti, istituzionalizzare alcune procedure contribuirebbe a rendere più trasparente la scelta compiuta dalla politica. Si tratta ad esempio di far precedere alle votazioni un ciclo di audizioni pubbliche dei candidati in modo che l’intero processo di selezione avvenga con evidenza pubblica.

La nomina di Massimiliano Capitanio

Come accennato a inizio dicembre 2021 è venuto a mancare Enrico Mandelli, nominato nel 2020 commissario di Agcom. Di conseguenza si è resa necessaria la nomina di un sostituto. La votazione, avvenuta lo scorso 30 marzo, ha avuto come esito la proclamazione di Massimiliano Capitanio, deputato della Lega, con alle spalle una carriera nel giornalismo.

FONTE: Camera dei deputati
(ultimo aggiornamento: venerdì 1 Aprile 2022)

Data la sua lunga esperienza nel settore del giornalismo e della comunicazione si può certamente auspicare che Capitanio abbia le competenze necessarie a ricoprire il ruolo per cui è stato eletto. Sul suo operato inoltre si potranno trarre giudizi solo dopo che avrà svolto il proprio mandato.

Allo stesso tempo però appare evidente come eleggere un parlamentare, per di più di una forza di maggioranza, sia quanto di più distante da una logica di indipendenza dalla politica. Peraltro Capitanio non era nuovo agli ambienti politici già da prima della sua elezione al parlamento. Negli anni infatti ha ricoperto gli incarichi di vicedirettore della struttura stampa del consiglio regionale della Lombardia e di capo della segreteria dell'assessore alle politiche sociali della provincia di Milano.

I parlamentari eletti in Agcom

Peraltro nella sua azione parlamentare Capitanio ha ricoperto ruoli importanti proprio nelle commissioni che si occupano di telecomunicazioni. Ovvero la commissione di vigilanza sui servizi radio televisivi e la commissione trasporti, poste e telecomunicazioni.

Da un lato questo avvalora certamente la sua competenza in materia di telecomunicazioni. Dall'altro però è del tutto evidente il cortocircuito tra il ruolo in organi parlamentari che hanno compiti di vigilanza e regolamentazione sull'attività di Agcom e la nomina ai vertici di questo stesso organo.

Certo Capitanio non è il primo commissario Agcom ad aver ricoperto il ruolo di parlamentare e di componente di queste due commissioni.

Lo stesso infatti si può dire per Antonello Giacomelli, già parlamentare del Partito democratico eletto ininterrottamente alla camera dalla quattordicesima alla diciottesima legislatura. Anche Giacomelli è stato membro della commissione trasporti e telecomunicazioni e della commissione di vigilanza sui servizi radiotelevisivi. Nel suo caso però bisogna aggiungere anche l'incarico di sottosegretario al ministero dello sviluppo economico dei governi Renzi e Gentiloni.

Massimiliano Capitanio è stato proclamato eletto commissario di Agcom dalla camera dei deputati lo scorso 30 marzo ma ancora non risulta pubblicato il decreto di nomina del presidente della repubblica. Per questo ad oggi non ha ancora dato le dimissioni da deputato e dai relativi incarichi.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 11 Aprile 2022)

I dirigenti amministrativi eletti in Agcom

Se Capitanio e Giacomelli sono gli unici due componenti del consiglio di Agcom ad aver ricoperto incarichi elettivi, non sono però i soli ad aver avuto incarichi presso il ministero dello sviluppo economico o la camera dei deputati.

La commissaria Laura Aria infatti prima di diventare commissario di Agcom ha percorso un'importante carriera amministrativa che l'ha portata a diventare direttore generale per gli incentivi alle imprese del ministero dello sviluppo economico. Ruolo in cui è stata nominata per la prima volta dal ministro Luigi di Maio e poi confermata dal ministro Stefano Patuanelli (entrambi Movimento 5 stelle). In precedenza poi aveva anche ricoperto incarichi amministrativi di vertice presso il ministero delle comunicazioni e la stessa Agcom.

Infine, anche il presidente dell'autorità ha svolto il proprio percorso professionale a stretto contatto con la politica. Giacomo Lasorella infatti ha iniziato la sua carriera come consigliere parlamentare per arrivare nel 2015 ricoprire l'incarico di vice segretario generale della camera dei deputati. Nel corso degli anni poi ha ricoperto posizioni importanti anche nelle due commissioni che si occupano di comunicazioni ovvero la commissione di vigilanza Rai e la commissione trasporti, poste e telecomunicazioni.

Come abbiamo visto però la scelta del presidente di Agcom non compete al parlamento ma al presidente del consiglio. Nel caso di Lasorella dunque la nomina si deve a Giuseppe Conte, sentito il ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli, nell'ambito del secondo governo Conte.

L'unica componente del consiglio di Agcom che non risulta aver avuto incarichi elettivi o di amministrazione nei ministeri o in parlamento in effetti è Elisa Giomi, professoressa associata in sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Roma Tre. Lei stessa pochi giorni prima del 30 marzo ha rilasciato alcune dichiarazioni, sottolineando l'importanza di procedure a evidenza pubblica per individuare i candidati più qualificati per ricoprire incarichi di vertice nelle autorità indipendenti.

È solo grazie a procedure sempre più trasparenti e contendibili capaci di valorizzare competenza professionale e indipendenza personale che sarà possibile selezionare efficacemente i vertici delle Autorità di regolazione

 

Foto: Camera dei deputati

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Il livello di partecipazione ai lavori parlamentari e il tema missioni https://www.openpolis.it/il-livello-di-partecipazione-ai-lavori-parlamentari-e-il-tema-missioni/ Wed, 16 Feb 2022 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=175284 Il monitoraggio delle presenze in aula di deputati e senatori è un indicatore utile per valutare l’operato dei nostri rappresentanti. Tuttavia permangono alcune zone d’ombra, specie per quanto riguarda le missioni.

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Il livello di partecipazione di deputati e senatori ai lavori delle rispettive aule è un tema che riscuote sempre grande attenzione. Specie in un periodo storico come questo in cui la politica, anche a seguito delle recenti vicende che hanno portato alla conferma di Sergio Mattarella al Quirinale, ha bisogno di recuperare credibilità agli occhi dell’opinione pubblica.

In base ai dati più recenti, relativi al 10 febbraio scorso, possiamo osservare come la percentuale media di assenze in parlamento sia superiore al 15%. Tra camera e senato tuttavia si registrano delle differenze piuttosto significative. Mentre a Montecitorio la percentuale di mancate partecipazioni risulta del 18%, a palazzo Madama si attesta sul 7,7%, meno della metà. Questa discrepanza è parzialmente attribuibile al fatto che il governo Conte II godeva di una maggioranza molto ristretta in questo ramo del parlamento. Perciò gli esponenti dell’ex coalizione giallorossa non potevano permettersi di mancare.

15,2% la percentuale media di assenza alle votazioni dei parlamentari.

Rispetto al nostro ultimo articolo possiamo osservare un lieve incremento nel tasso medio di assenteismo (+1,1 punti percentuali). Le motivazioni di questa tendenza possono essere molteplici. Tra queste, il fatto che la legislatura sta entrando nella sua parte conclusiva. Deputati e senatori hanno dunque più interesse a riallacciare i rapporti con i loro elettori piuttosto che partecipare alle attività delle camere. Un altro elemento che certamente ha influito riguarda il fatto che, a differenza del governo Conte II, l’attuale esecutivo non ha problemi di numeri in nessuna delle due camere. Di conseguenza i parlamentari sentono in misura minore la responsabilità di dover partecipare alle sedute.

Come si conteggiano le assenze dei parlamentari

Per valutare il livello di partecipazione di deputati e senatori non è sufficiente tenere conto solamente della loro presenza in aula all’inizio dei lavori. Questo perché all’interno di una singola seduta possono svolgersi anche più voti su argomenti diversi. Il fatto che un membro del parlamento risulti presente all’inizio dei lavori quindi non significa che parteciperà per la loro intera durata. Per questo è necessario conteggiare il numero di singole votazioni a cui ogni parlamentare partecipa.

È possibile ricavare i dati sulle presenze dei parlamentari dai risultati delle votazioni elettroniche. Vi sono però problemi di trasparenza e completezza.
Vai a "Come si contano assenze, presenze e missioni parlamentari"

Nella stragrande maggioranza dei casi, il voto avviene in forma elettronica. I dati relativi all’andamento di questi scrutini sono quindi uno strumento fondamentale per monitorare l’attività del parlamento e dei suoi membri. Da inizio legislatura ce ne sono state 10.091 alla camera e 7.560 al senato. È su questa base che possiamo valutare il livello di partecipazione ai lavori delle camere.

17.651 votazioni elettroniche effettuate dall’inizio della legislatura alla camera e al senato.

Ciò detto, è importante distinguere tra assenze tout court e missioni. Infatti nel caso in cui un parlamentare sia impossibilitato a partecipare ai lavori dell’aula perché impegnato in altri compiti istituzionali (come la partecipazione alle sedute di una commissione o alle riunioni di governo) questi viene classificato come “in missione”. In questo caso l’assenza è giustificata e al parlamentare non viene decurtata la diaria (cioè il rimborso per le spese di soggiorno a Roma). I dati sin qui riportati, e quelli che vedremo a breve, fanno riferimento alle sole assenze. Ma nei prossimi paragrafi approfondiremo anche il tema delle missioni.

I numeri della XVIII legislatura

Sulla base dei dati legati alla mancata partecipazione alle votazioni elettroniche possiamo osservare che la maggior parte dei parlamentari presenta un tasso di assenteismo compreso tra lo 0% e il 25%. Parliamo di 790 appartenenti a camera e senato (l’83% del totale).

La percentuale media di assenza dei parlamentari è in aumento.

Ci sono poi 125 parlamentari con una percentuale di assenze compresa tra il 25% e il 50%. Infine abbiamo 36 deputati e senatori che non hanno partecipato a oltre la metà delle votazioni elettroniche effettuate dal 2018 a oggi. È interessante notare che rispetto al precedente aggiornamento sono diminuiti i parlamentari che rientrano nella fascia di assenze più alta (erano 49). Allo stesso tempo sono aumentati sia quelli nella fascia più bassa che quelli nella fascia compresa tra il 25 e il 50% di assenze. Nonostante questo però il livello medio di mancate partecipazioni è aumentato.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 10 Febbraio 2022)

Analizzando i dati per singola aula possiamo osservare inoltre che a Montecitorio i deputati con un tasso di assenteismo compreso tra lo 0% e il 25% sono 492 mentre quelli con una percentuale di assenza compresa tra il 25% e il 50% sono 110. Solo 27 invece hanno partecipato a meno del 50% delle votazioni elettroniche. Da tenere presente tuttavia che in questo conteggio è ricompreso anche il presidente della camera Roberto Fico che però per prassi non partecipa alle votazioni.

A palazzo Madama invece 298 senatori su 321 rientrano nella fascia compresa tra lo 0% e il 25% di assenze. Solo 22 senatori fanno registrare un livello di assenteismo superiore. Anche in questo caso però ci sono dei casi particolari da considerare. In tale gruppo infatti rientra anche in questo caso la presidente dell’assemblea, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ci sono poi 3 senatori a vita ovvero Liliana Segre, Renzo Piano e Carlo Rubbia.

Le performance dei parlamentari e dei gruppi

Un dato interessante da valutare, oltre a quelli sui singoli esponenti, è quello relativo ai gruppi parlamentari. Per quanto riguarda Montecitorio, possiamo notare come la formazione meno presente in aula è Forza Italia (30% di assenze). Seguono il gruppo misto (23,9%) e Liberi e uguali (22,7%). I meno assenteisti sono invece gli esponenti del Movimento 5 stelle con il 12,3% di mancate partecipazioni alle votazioni elettroniche.

Nell'analizzare questi i dati bisogna ovviamente tenere conto anche della consistenza numerica dei gruppi. In formazioni piccole infatti, come ad esempio Leu alla camera, basta anche solo un deputato particolarmente assenteista per far aumentare notevolmente il dato medio.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 10 Febbraio 2022)

A livello di singoli invece è interessante osservare che rientra nella fascia di assenteismo più alta anche il segretario del Partito democratico Enrico Letta. Il leader dei Dem infatti è entrato in parlamento lo scorso 6 ottobre a seguito della vittoria alle elezioni suppletive nel collegio di Siena. Da quel momento però ha partecipato solamente a 171 votazioni elettroniche su 714 (80,7% di assenze). Tra i più assenteisti troviamo poi anche altri nomi noti. Tra questi quello di Michela Vittoria Brambilla (99% di assenze) e Vittorio Sgarbi (79%).

Per quanto riguarda invece il senato, i dati ci dicono che il gruppo con la più alta percentuale di mancate partecipazioni alle votazioni elettroniche è il misto (15,9%). Seguono Italia viva e Fratelli d’Italia con un valore intorno al 12%. Anche qui gli appartenenti al gruppo del Movimento 5 stelle fanno registrare una percentuale di assenze molto bassa (2,9%) ma in questo ramo del parlamento la Lega fa meglio (2,6%).

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 10 Febbraio 2022)

Al senato il tasso di assenteismo si conferma più basso rispetto alla camera.

Pur tenendo presente che la percentuale di assenze è significativamente più contenuta rispetto agli omologhi della camera, anche al senato troviamo molti politici noti al grande pubblico tra gli esponenti più assenteisti. Tra questi possiamo citare Ignazio La Russa (che però ricopre anche la carica di vice presidente dell’assemblea, 58%), Niccolò Ghedini (67,3%), Matteo Renzi (41%), Emma Bonino (34,7%), Paolo Romani (29,3%) e Daniela Santanché (27%).

Il tema missioni

La partecipazione alle votazioni è solo uno degli aspetti di cui si compone l’attività dei parlamentari. Questi infatti possono essere anche chiamati a svolgere incarichi ulteriori. Come quello di ministro, viceministro o sottosegretario nel governo. Altri ruoli che possono essere ricoperti dai parlamentari sono quelli di presidente di commissione, di componente dell’ufficio di presidenza, di questore e altro ancora.

Queste attività spesso vanno a sovrapporsi ai lavori dell’aula, rendendo di fatto impossibile partecipare per i parlamentari con doppi ruoli. In questi casi quindi l’assenza alle votazioni è giustificata e il parlamentare viene classificato come “in missione”. La più immediata conseguenza di questa distinzione è che l’assenza non viene conteggiata ai fini del conseguimento del numero legale. Le missioni devono quindi essere conteggiate a parte rispetto alle altre assenze.

914.315 le mancate partecipazioni a votazioni elettroniche dovute a missioni nel corso della XVIII legislatura.

Analizzando i dati possiamo osservare come l’incidenza delle assenze dovute a missioni si attesti intorno al 10% in entrambi i rami del parlamento. Con una leggera prevalenza della camera (10,8%) rispetto al senato (10,4%). A Montecitorio notiamo che tra i primi 5 deputati più spesso in missione troviamo 4 esponenti del Movimento 5 stelle e uno del Partito democratico. Si tratta in particolare di:

  1. Manlio Di Stefano (M5s, sottosegretario agli esteri - 95.3% di assenze dovute a missioni);
  2. Luigi Di Maio (M5s, ministro degli esteri - 93,3%);
  3. Laura Castelli (M5s, viceministro all'economia - 88,9%);
  4. Carlo Sibilia (M5s, sottosegretario agli interni - 88,1%);
  5. Lorenzo Guerini (Pd, ministro della difesa - 82,8%).

Il fatto che molti deputati assenti per missione appartengano al M5s non deve stupire. Come noto, infatti i 5 stelle sono l’unica forza politica ad essere sempre stata al governo. Ne consegue quindi che molti dei suoi esponenti sono stati impegnati in almeno 1 dei 3 esecutivi che sin qui hanno caratterizzato la XVIII legislatura.

A palazzo Madama invece se si escludono i senatori a vita Giorgio Napolitano e Mario Monti i 5 esponenti più in missione sono quasi tutti della Lega. Parliamo di:

  1. Ricardo Antonio Merlo (misto, sottosegretario agli esteri nei governi Conte I e II - 93,9%);
  2. Gian Marco Centinaio (Lega, sottosegretario delle politiche agricole - 78,6%);
  3. Giulia Bongiorno (Lega, ministro per la pubblica amministrazione nel governo Conte I - 73,3%);
  4. Erika Stefani (Lega, ministro per la disabilità - 71%);
  5. Matteo Salvini (Lega, ministro dell'interno nel governo Conte I - 69,8%).

Anche l’attuale segretario del Carroccio figura quindi tra i senatori più spesso in missione. Ciò è parzialmente dovuto al ruolo di vice presidente del consiglio e ministro dell’interno che ha ricoperto durante il primo governo Conte. Il leader leghista tuttavia ha fatto un uso un po’ disinvolto dell’istituto delle missioni. Salvini infatti ha dichiarato come impegni istituzionali alcuni appuntamenti elettorali che lo hanno visto protagonista durante la campagna per le europee del 2019. Ma non è stato l’unico a muoversi in questo modo. Come abbiamo raccontato in un precedente approfondimento infatti anche l’altro vicepresidente del consiglio del governo Conte I, il pentastellato Luigi Di Maio, ha fatto altrettanto.

L’istituto delle missioni presenta dei punti oscuri.

In effetti l’istituto delle missioni presenta ancora oggi dei lati poco chiari. Infatti spesso non sono riportate le motivazioni per cui un parlamentare viene considerato in missione. Alla fine di ogni seduta il presidente dell’aula li elenca, tuttavia non si precisa l’attività esatta che ne giustifica l’assenza, né la durata. Un esempio di questa dinamica è quello dello storico leader della Lega Umberto Bossi. Questi infatti figura tra i senatori più spesso in missione (64,9%) anche se attualmente non risulta ricoprire altri incarichi istituzionali se non quello di componente della commissione parlamentare su territorio e ambiente.

Ciò detto bisogna anche tenere presente che molti parlamentari possono essere legittimamente in missione anche senza ricoprire incarichi di governo o ruoli di vertice in una delle due aule. Ad esempio molti parlamentari si recano spesso all'estero per incontrare loro omologhi, cittadini italiani residenti in altri paesi o altro ancora.

Le missioni, il Covid e la necessità di maggiore trasparenza

La poca chiarezza intorno alle missioni peraltro ha fatto sì che lo strumento fosse utilizzato anche per risolvere le questioni legate ai parlamentari impossibilitati a partecipare alle sedute perché affetti da Covid-19 o comunque in isolamento. Nell’ottobre del 2020 ad esempio mancò per due volte il numero legale su una risoluzione legata ad una informativa del ministro Roberto Speranza sulle misure che il governo intendeva adottare in quel momento per fronteggiare l’emergenza.

Le deliberazioni di ciascuna Camera e del Parlamento non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti, e se non sono adottate a maggioranza dei presenti, salvo che la Costituzione prescriva una maggioranza speciale

Per evitare che una situazione del genere si ripresentasse, la giunta per il regolamento della camera optò per una interpretazione “estensiva” delle norme e classificò come in missione tutti i parlamentari assenti poiché contagiati o in attesa del responso. Un caso simile era già accaduto a febbraio dello stesso anno in senato, quando lo stesso orientamento fu adottato nei confronti di un senatore proveniente dalla zona di Codogno.

Non esistono criteri chiari che definiscano l'istituto delle missioni.

Grazie a questo escamotage a Montecitorio è stato possibile superare l’impasse di quei giorni anche se questa scelta ha generato molte polemiche. In particolare sull’opportunità di far votare un’aula dove potenzialmente potrebbe non essere presente la metà più uno dei componenti, anche su temi che in questi mesi hanno creato forti tensioni come appunto le restrizioni dovute alla pandemia o l’introduzione del green pass. Anche per questi motivi, sarebbe auspicabile maggiore chiarezza relativamente all’istituto delle missioni.

Allo stato attuale invece molto dipende dalla discrezionalità del presidente di assemblea che delibera sulle richieste presentate in questo senso dai parlamentari. Inoltre non esiste un registro in cui sia indicato in che tipo di attività un parlamentare è impegnato e per quanto tempo.

Una confusione peggiorata dal fatto che, anche se formalmente in missione, i parlamentari possono comunque partecipare lo stesso alle votazioni. Un'eventualità che non si verifica di rado. Mancano inoltre strumenti per arginare l’uso improprio dell'istituto. Uno sforzo per una maggiore trasparenza in questo senso non solo permetterebbe di avere un quadro più chiaro della situazione ma consentirebbe alla classe politica di recuperare parte della propria credibilità.

Foto: Facebook - Roberto Fico

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Aumentano i fondi per la cooperazione ma l’obiettivo dello 0,70 è ancora lontano https://www.openpolis.it/aumentano-i-fondi-per-la-cooperazione-ma-lobiettivo-dello-070-e-ancora-lontano/ Fri, 12 Nov 2021 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=166956 Negli scorsi giorni sono stati annunciati degli aumenti per le risorse destinate alla cooperazione. Un primo segnale con cui si registra un cambio di rotta rispetto agli anni passati ma non è ancora abbastanza per raggiungere l'obiettivo dello 0,7% Aps/Rnl.

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Nelle scorse settimane sia il ministro degli esteri Luigi di Maio che la vice ministra con delega alla cooperazione hanno annunciato una crescita delle risorse per l’aiuto pubblico allo sviluppo. Se questi annunci si tradurranno in fatti si dovrebbe invertire il trend negativo seguito dall’Italia in questo settore da alcuni anni.

A metà ottobre infatti il ministro Di Maio ha dichiarato di aver chiesto al parlamento un aumento del 30% dei fondi dedicati all’aiuto pubblico allo sviluppo per il 2022 e un aumento del 50% per gli anni successivi.

Più di recente invece la viceministra Sereni ha annunciato la decisione del consiglio dei ministri di aumentare le risorse per l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) tra il 2022 e il 2026.

Certo nel comunicato stampa del consiglio dei ministri del 28 ottobre non si parla di questa decisione. Tuttavia si può supporre che il tweet della viceministra si riferisca a un accordo politico preliminare che poi dovrà ovviamente trovare conferma nella legge di bilancio.

La crescita nominale dell’Aps italiano

Dunque se la prossima legge di bilancio e le successive confermeranno queste cifre ci troveremmo di fronte a un effettivo aumento degli importi destinati alla cooperazione di oltre un miliardo di euro tra il 2022 e il 2026.

€ 1,2 miliardi l’aumento delle risorse per l’Aps tra il 2022 e il 2026 stando alle dichiarazioni della viceministra Sereni.

Si tratta certo di una buona notizia visto che negli ultimi anni si è assistito a un calo costante degli importi complessivi destinati a questo settore.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ocse
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Novembre 2021)

Tuttavia bisogna considerare che nel 2020 a ridursi è stato anche il reddito nazionale lordo e dunque le risorse complessivamente disponibili nelle casse dello stato, per il 2021 e 2022 il Fondo monetario internazionale (Fmi) stima un considerevole aumento del Pil (un indicatore molto simile se pur non identico all'Rnl).

Questo dato è importante perché maggiori sono le risorse a disposizione maggiori sono gli importi che possono essere destinati a ciascun settore e tra questi quello della cooperazione attraverso l'Aps.

Inoltre proprio per questa ragione l'impegno che l'Italia, come gli altri paesi donatori, si è assunta in sede internazionale si riferisce proprio al rapporto tra fondi erogati in aiuto pubblico allo sviluppo e reddito nazionale lordo (Aps/Rnl).

0,70% il rapporto Aps/Rnl che l'Italia si è impegnata a raggiungere entro il 2030.

Un obiettivo affermato in sede Ocse Dac (ovvero il comitato aiuto allo sviluppo dell'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e ribadito nell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile (Sdg 17).

La cooperazione nella legge di bilancio

Sulla base di questa considerazione conviene quindi misurare quale impatto avrebbe la crescita annunciata sul rapporto Aps/Rnl.

Gli importi in assoluti reali sono le risorse che effettivamente vanno alla cooperazione. Ma è con il rapporto Aps/Rnl che si misura il rispetto degli gli impegni presi.

Per farlo però occorrerebbe prima di tutto conoscere l'importo dell'Aps italiano nel 2021. Ma a oggi le informazioni ufficiali dell'Ocse forniscono solo i dati preliminari rispetto al 2020, un anno particolarmente negativo per la cooperazione italiana. Certo per il 2021 abbiamo le previsioni incluse nelle tabelle della legge di bilancio. La legge 125/2014 infatti impone al governo di preparare in sede di legge di bilancio, una tabella in cui sono incluse tutte le spese per la cooperazione previste da ciascun ministero.

Bilancio finanziario e cooperazione

€ 5,35 miliardi l'importo previsto in legge di bilancio per il settore della cooperazione per il 2021.

Tuttavia come abbiamo più volte sottolineato questi importi risultano non affidabili e questo a causa delle cifre fuori misura indicate ogni anno dal ministero dell'interno. Questo dicastero infatti inserisce nelle tabelle della cooperazione l'importo complessivo previsto per l'accoglienza migranti per gli anni successivi. Tuttavia è bene ricordare che le regole Ocse Dac prevedono che solo una parte di queste spese possano essere considerata come aiuto pubblico allo sviluppo. La conseguenza è una forte inaffidabilità delle cifre indicate in legge di bilancio.

-19,97% la variazione percentuale tra le cifre indicate il legge di bilancio e quelle rendicontate da Ocse nei dati preliminari per il 2020.

La crescita dell'Aps in rapporto al reddito nazionale lordo

Per stabilire quale sia l'importo dell'Aps nel 2021 su cui calcolare gli aumenti annunciati bisogna quindi ricorrere a una stima. Per fare previsione, abbiamo considerato l'Aps in legge di bilancio al netto degli importi previsti dal ministero dell'interno aggiungendoci poi gli importi effettivamente rendicontati da Ocse nel capitolo di spesa "rifugiati nel paese donatore" e un ulteriore aggiustamento dovuto a importi destinati alla cooperazione ma non previsti in legge di bilancio. Entrambi questi valori sono stati considerati costanti rispetto al 2020.

Se la stima risultasse corretta quindi il valore complessivo dell'Aps italiano nel 2021 dovrebbe aggirarsi intorno ai 4,29 miliardi di euro, ovvero oltre un miliardo in meno di quanto previsto dalla legge di bilancio.

0,24% il rapporto Aps/Pil che risulta dalla stima dell'Aps nel 2021 e il Pil previsto per questo stesso anno nella nota di aggiornamento al Def.

Nel 2021 quindi possiamo aspettarci un aumento del rapporto Aps/Rnl che nel 2020 si era fermato allo 0,22%. Fortunatamente, come abbiamo accennato, anche le stime sul Pil dei prossimi anni prevedono una crescita considerevole che parte dal +4,2% tra 2020 e 2021 e poi si riduce per gli anni successivi assestandosi attorno all'1% (sempre secondo le stime del Fmi).

Di conseguenza gli aumenti previsti produrrebbero un miglioramento del rapporto Aps/Rnl però decisamente contenuto.

FONTE: stime openpolis su dati Mef, Ocse e Fondo monetario internazionale
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Novembre 2021)

Un aumento importante ma insufficiente per l’obiettivo dello 0,70% nel 2030

A ben vedere in effetti l'aumento del Pil produrrebbe una paradossale riduzione del rapporto Aps/Pil dallo 0,24% allo 0,23 tra 2021 e 2022. Il dato poi riprenderebbe in vece a crescere a partire dal 2024.

0,27% il rapporto tra Aps/Pil che l'Italia raggiungerebbe nel 2026 secondo le stime.

Dunque se da un lato è importante riconoscere che gli aumenti annunciati seguono una fase in cui le cifre destinate alla cooperazione si sono solo ridotte, dall'altro bisogna però constatare che si tratta di importi insufficienti a raggiungere gli obiettivi previsti.

Se tra il 2021 e il 2026 si riuscirà davvero a far crescere l'Aps solo fino allo 0,27% dell'Rnl allora sarà davvero improbabile che nei 4 anni successivi il nostro paese riseca ad avvicinarsi all'obiettivo dello 0,70%.

Si tenga presente infine che se invece che considerare le stime sul Pil fatte dal Fondo monetario internazionale avessimo usato quelle più ottimistiche della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza la crescita del rapporto Aps/Pil per i prossimi anni sarebbe stata ancora più contenuta.

 

Foto Credit: Ministero degli affari esteri - Facebook

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I capi di gabinetto e le loro carriere successive https://www.openpolis.it/i-capi-di-gabinetto-e-le-loro-carriere-successive/ Tue, 05 Oct 2021 09:35:41 +0000 https://www.openpolis.it/?p=159247 Quello di capo di gabinetto di un ministro è un incarico di grande importanza, assegnato in via fiduciaria dal ministro stesso. Anche per questa ragione, dopo aver ricoperto questo ruolo seguono spesso carriere di grande prestigio.

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Quello di capo di gabinetto è un ruolo particolare per cui è richiesto sia un rapporto fiduciario con il ministro che un’elevata conoscenza tecnica delle materie di competenza del ministero in cui si lavora.

Non stupisce quindi che dopo aver ricoperto un incarico di questo tipo molti funzionari proseguano una carriera importante all’interno dello stesso ministero, in altri organi dello stato o anche in aziende partecipate.

Chi sono i capi di gabinetto

Il capo di gabinetto dirige l’ufficio di gabinetto e più in generale coordina l’attività di tutti gli uffici di diretta collaborazione di un ministro.

Gli uffici di diretta collaborazione sono strutture preposte ad aiutare ciascun ministro a svolgere l’attività di indirizzo politico-amministrativo del dicastero che dirige.
Vai a "Che cosa sono gli uffici di diretta collaborazione dei ministri"

Il suo è dunque un ruolo fondamentale affinché l’indirizzo politico stabilito dal ministro possa poi essere trasmesso all’appartato burocratico amministrativo.

Il Capo di Gabinetto collabora con il Ministro nello svolgimento dei propri compiti istituzionali […] coordina l’intera attività di supporto e tutti gli uffici di diretta collaborazione […] ed assume ogni utile iniziativa per favorire il conseguimento degli obiettivi stabiliti dal Ministro, assicurando, […], il raccordo tra le funzioni di indirizzo del Ministro e le attività di gestione del Ministero.

Anche per questo è frequente che i ministri scelgano per questo incarico dei dirigenti del dicastero stesso, persone che quindi conoscono molto bene i complessi meccanismi con cui si muove l’apparato ministeriale.

I requisiti di nomina variano a seconda dei casi e non in tutti i ministeri è obbligatorio scegliere personale interno all’amministrazione. Infatti mentre il ministro degli esteri, quello dell’interno e quello della difesa devono scegliere il proprio capo di gabinetto tra i funzionari di grado più elevato delle rispettive carriere (ambasciatori o ministri plenipotenziari per il ministero degli esteri, prefetti per il ministero dell’interno, ufficiali generali o ammiragli delle forze armate per il ministero della difesa), in altri casi i ministri possono anche scegliere un esterno. A patto che la persona indicata disponga di sufficienti titoli professionali.

Il Capo di Gabinetto e’ nominato dal Ministro fra soggetti, anche estranei alla pubblica amministrazione, in possesso di capacità adeguate alle funzioni da svolgere […]

In entrambi i casi tuttavia il rapporto fiduciario tra il ministro e il capo di gabinetto è un elemento fondamentale affinché l’azione politica del ministro si sviluppi in modo adeguato.

Gli ultimi capi di gabinetto dei ministri degli esteri

Con una competenza tecnica di questo livello e il rapporto fiduciario con un ministro non c’è da stupirsi che molti capi di gabinetto abbiano poi avuto carriere importanti. Il fenomeno si esprime in maniera diversa a seconda dei ministeri, ma sicuramente questo è il caso del ministero degli esteri e della cooperazione internazionale (Maeci).

Tutti e 3 gli ultimi capi di gabinetto dei ministri degli esteri hanno infatti proseguito il loro percorso professionale con incarichi decisamente importanti.

Dal 2013 al marzo 2021, quando è stato nominato l’attuale capo di gabinetto Sebastiano Cardi, al Maeci si sono alternati in questo incarico 3 importanti diplomatici: Pietro Benassi, Ettore Sequi ed Elisabetta Belloni.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 21 Settembre 2021)

Pietro Benassi è stato nominato capo di gabinetto prima da Emma Bonino (2013) e poi da Federica Mogherini (2014). In seguito, dopo essere stato ambasciatore in Germania, è stato chiamato a ricoprire l'incarico di consigliere diplomatico del presidente del consiglio durante il governo Conte II. Inoltre, alla fine del 2020 Conte decise di nominare proprio Benassi come autorità delegata, ovvero il sottosegretario responsabile del settore di intelligence. Una esperienza tuttavia durata solo poche settimane, vista la crisi di governo. In ogni caso Luigi Di Maio, rimasto ministro degli esteri con il governo Draghi, ha nominato Benassi in un ruolo comunque prestigioso, quello di rappresentante permanente presso l'Unione europea.

Gli ultimi due capi di gabinetto al Maeci sono poi diventati segretari generali del ministero.

Ettore Sequi ha ricoperto per la prima volta il ruolo di capo di Gabinetto con la ministra Federica Mogherini, subito dopo aver terminato il suo incarico da ambasciatore in Afghanistan. Con l'arrivo di Gentiloni al ministero ha mantenuto la propria posizione per un anno circa per poi essere nominato ambasciatore a Pechino. Dopo un incarico così importante è tornato a fare il capo di gabinetto con Di Maio per poi arrivare negli scorsi mesi alla posizione più importante all'interno del Maeci, quella di segretario generale del ministero.

Nel periodo trascorso da Sequi a Pechino è stata Elisabetta Belloni a ricoprire l'incarico di capo di gabinetto, nominata da Gentiloni. Sempre Gentiloni l'ha poi designata quale segretario generale del ministero, incarico che gli è stato confermato da 3 successivi ministri: Angelino Alfano, Enzo Moavero Milanesi e Luigi Di Maio. Lo scorso maggio infine il presidente del consiglio Draghi ha nominato Belloni a capo del dipartimento di informazioni per la sicurezza della repubblica, prima donna a ricoprire questo ruolo, come anche quello di segretario generale del Maeci.

Gli ultimi capi di gabinetto dei ministri dell'interno

Anche i capi di gabinetto degli ultimi ministri dell'interno hanno avuto importanti percorsi di carriera dopo aver concluso il loro incarico. Si tratta in particolare di Luciana Lamorgese, Matteo Piantedosi e, in modo un po' diverso, di Mario Morcone.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 21 Settembre 2021)

Lamorgese e Piantedosi dopo essere stati capi di gabinetto sono diventati prefetti delle due città più importanti d'Italia: Milano e Roma.

Luciana Lamorgese ha ricoperto questo incarico con 2 diversi ministri. Prima Angelino Alfano (2013) e poi Marco Minniti (2016). Nel 2017 poi è stata nominata da Minniti a capo dell'ufficio territoriale del governo di Milano, una prefettura molto importante. Andata in pensione a fine 2018 Lamorgese è stata poi nominata ministro dell'interno nel secondo governo Conte, confermata poi dal governo Draghi.

Matteo Piantedosi è stato nominato capo di gabinetto da Matteo Salvini e ha poi mantenuto la posizione per un anno anche con Luciana Lamorgese. Nell'estate del 2020 Lamorgese lo ha nominato prefetto nell'ufficio territoriale del governo più prestigioso presente in Italia, ovvero quello della capitale.

Il percorso di Mario Morcone invece è stato del tutto particolare. Infatti quanto nel 2017 è stato nominato capo di gabinetto da Marco Minniti aveva già ricoperto 2 volte il ruolo di capo del dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, oltre ad essere stato commissario a Roma e direttore dell'agenzia per l'amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Ma il dato più importante è che nel 2011 era stato candidato sindaco a Napoli sostenuto dal Partito democratico (Pd).

Dopo un'esperienza così caratterizzante dal punto di vista politico dunque non stupisce che gli incarichi ricoperti dopo quello di capo di gabinetto siano stati esterni alla carriera prefettizia. Nel 2018 infatti Morcone è diventato presidente di un'organizzazione non governativa, il consiglio italiano per i rifugiati (Cir) e nel 2020 presidente del consiglio di amministrazione di un'azienda privata, la greenenergy holding spa. Sempre nel 2020 infine ha ottenuto un altro incarico prettamente politico, come assessore alla sicurezza, la legalità e l'immigrazione della giunta regionale campana guidata da Vincenzo De Luca (Pd).

Altri capi di gabinetto con carriere di prestigio

Ma non solo i capi di gabinetto del ministero degli esteri e dell'interno hanno avuto carriere importanti dopo il loro mandato.

Daniele Cabras e Roberto Garofoli ad esempio sono stati capi di gabinetto di 2 diversi ministri dell'economia. Roberto Garofoli è stato capo di gabinetto del ministro Tria nel 2018, durante il primo governo Conte, e oggi ricopre il ruolo di sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio con funzioni di segretario del consiglio dei ministri.

Cabras invece ha svolto l'incarico con Saccomanni nel 2013, durante il governo Letta. In precedenza però era stato capo di gabinetto del vice presidente del consiglio Sergio Mattarella durante il primo governo D'Alema. Con la nascita del secondo esecutivo D'Alema poi Mattarella è diventato ministro della difesa e Cabras ha assunto l'incarico di consigliere giuridico e per i rapporti istituzionali. Qualche anno più tardi è tornato a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto della ministra per la famiglia Rosy Bindi e nel nel 2014 è stato per pochi mesi direttore generale dell'ufficio parlamentare di bilancio. Oggi ricopre il ruolo di consigliere per gli affari giuridici e costituzionali del presidente della repubblica, un incarico molto simile a quello che già aveva svolto per Mattarella al ministero della difesa.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 21 Settembre 2021)

Quanto al ministero delle infrastrutture si segnalano due capi di gabinetto degli scorsi ministri, Mauro Bonaretti e Gino Scaccia. Bonaretti inizialmente è stato capo di gabinetto di Graziano Delrio (Pd) al ministero degli affari regionali. Successivamente ha svolto l'importante incarico di segretario generale della presidenza del consiglio durante il governo Renzi. In seguito è tornato a fare il capo di gabinetto di Delrio, questa volta al ministero delle infrastrutture e oggi ricopre il ruolo di capo del dipartimento per la mobilità sostenibile in quello stesso ministero.

Scaccia invece ha ricoperto questo ruolo con Danilo Toninelli (M5s) per poi diventare, a fine 2019, presidente del consiglio di amministrazione di Fs International spa una società controllata al 100% da ferrovie dello stato (a sua volta controllata al 100% dal ministero delle finanze).

Per il ministero della difesa invece è da notare il caso di Pietro Serino, capo di gabinetto prima con Elisabetta Trenta (M5s) e poi con Guerini (Pd), che oggi riveste il ruolo di capo di stato maggiore dell'esercito.

Cozzoli è stato in contemporanea capo di gabinetto di Di Maio sia al ministero dello sviluppo economico che al ministero del lavoro.

Interessanti poi sono i casi di Vito Cozzoli e Carlo Deodato. Cozzoli è stato capo di gabinetto prima con Federica Guidi, poi con Di Maio e infine con Paruanelli al ministero dello sviluppo economico. Durante il primo governo Conte inoltre Cozzoli ha svolto lo stesso incarico con Di Maio anche per il ministero del lavoro e delle politiche sociali. A marzo 2020 infine Cozzoli ha lasciato gli incarichi al ministero per diventare presidente e amministratore delegato di Sport e salute spa, una società partecipata al 100% dal ministero delle finanze.

Carlo Deodato invece è stato capo di gabinetto del ministro degli affari europei Paolo Savona nel 2018. Nel marzo del 2019 poi Savona è stato nominato presidente della Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) e solo un mese dopo il suo ex capo di gabinetto Deodato ha ricevuto l'incarico di segretario generale proprio della Consob. Rimasto in carica per circa un anno oggi Deodato è capo del dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del consiglio.

Sia Simonetta Matone che Mario Morcone dopo essere stati capi di gabinetto hanno intrapreso percorsi politici.

Infine vale la pena di citare il caso di Simonetta Matone che, come Mario Morcone per il centro sinistra, sta ricoprendo oggi un ruolo politico nel centro destra. Matone è una magistrata e ha svolto molti incarichi sia per il ministero della giustizia sia presso uffici di diretta collaborazione di ministri e sottosegretari, già dagli anni '80. Nel 2008 poi ha ricoperto il ruolo di capo di gabinetto della ministra Carfagna (quarto governo Berlusconi) e oggi è indicata dalla coalizione di centro destra come vicesindaco di Roma in caso di vittoria alle elezioni amministrative.

Foto Credit: ministero degli esteri e della cooperazione internazionale

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Le esperienze politiche dei componenti del governo Draghi https://www.openpolis.it/le-esperienze-politiche-dei-componenti-del-governo-draghi/ Mon, 20 Sep 2021 14:00:17 +0000 https://www.openpolis.it/?p=158086 Nel governo Draghi sono diversi i ministri e i sottosegretari considerati tecnici e per molti di loro si tratta del primo incarico propriamente politico. Ma anche tra gli esponenti dei partiti possono essere molto diversi i percorsi politici seguiti prima di arrivare al governo.

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Le persone che arrivano a ricoprire incarichi di vertice all’interno del governo possono aver seguito percorsi politici molto diversi. Può trattarsi della prima volta che si ricopre una carica politica. Oppure può essere l’ultimo passo di una carriera politica all’interno di diversi organi sia nazionali (governo e parlamento) che locali (giunte e consigli di regioni e comuni).

Sapere se un ministro o un sottosegretario è alla sua prima esperienza politica, se è già stato altre volte al governo o se ha seguito una lunga gavetta in organi politici di diverso livello è un’informazione importante, anche se ovviamente non rappresenta un giudizio di per sé.

Gli indipendenti

Come è noto il governo Draghi è un esecutivo che ha fatto ampio ricorso a figure tecniche che non necessariamente avevano in precedenza maturato esperienze politiche. È il caso ad esempio dello stesso presidente del consiglio Mario Draghi che nella sua carriera ha ricoperto importanti ruoli pubblici e ha avuto molto a che fare con la politica senza però ricoprire incarichi propriamente politici.

Oltre a Draghi sono 10 le figure più o meno classificabili come indipendenti. Tra queste però 4 avevano già ricoperto incarichi politici. Luciana Lamorgese infatti rivestiva già il ruolo di ministro dell’interno nell’esecutivo precedente, Enrico Giovannini è stato ministro del lavoro del governo Letta, Patrizio Bianchi è stato assessore in regione Emilia-Romagna con una giunta di centro sinistra e Valentina Vezzali è stata eletta alla camera con Scelta civica nella scorsa legislatura.

Le precedenti esperienze di governo

La maggioranza dei componenti dell’esecutivo Draghi aveva già maturato esperienza di governo in precedenza.

34 i componenti dell’esecutivo Draghi con precedenti esperienze di governo.

In particolare è il Movimento 5 stelle (M5s) ad aver il maggior numero di esponenti con alle spalle almeno un’esperienza di governo (10 su 15). Si tratta nello specifico di 4 ministri (Di Maio, Patuanelli, Dadone e D’Incà), di 2 viceministri (Castelli e Todde) e 4 sottosegretari.

Al secondo posto la Lega con 3 ministri (Giorgetti, Garavaglia e Stefani) e 4 sottosegretari. Il viceministro alle infrastrutture Alessandro Morelli e altri 3 sottosegretari sono invece alla loro prima esperienza di governo.

Subito dietro il Partito Democratico (Pd) con 3 ministri (Franceschini, Guerini e Orlando), una viceministra (Ascani) e 2 sottosegretari.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 15 Settembre 2021)

Certo nel caso del M5s si tratta sempre di esperienze maturate nel corso di questa legislatura, durante il primo o il secondo governo Conte. Al contrario alcuni esponenti del governo, in particolare di formazioni di centro sinistra, sono stati ministri o sottosegretari più volte nel corso delle legislature.

7 i governi di cui ha fatto parte Dario Franceschini.

Franceschini è l'esponente di governo che ha fatto parte di più esecutivi. Prima come sottosegretario nel secondo governo Amato e nel secondo governo D'Alema, poi ministro dei rapporti con il parlamento del governo Letta, è stato infine 4 volte ministro della cultura (governi Renzi, Gentiloni, Conte II e Draghi).

A seguire, con 4 incarichi di governo incluso quello attuale, Vincenzo Amendola e Andrea Orlando, sempre del Pd, Teresa Bellanova e Ivan Scalfarotto, già Pd oggi Italia viva (Iv), e Maria Cecilia Guerra di Leu.

I parlamentari nell'esecutivo

Quanto a esperienza parlamentare sono 2/3 i membri dell'attuale esecutivo ad aver ricoperto o a ricoprire attualmente il ruolo di deputato o senatore. Due di questi inoltre (Brunetta e Della Vedova) sono stati anche eletti come eurodeputati.

48 i componenti del governo che sono attualmente parlamentari o che lo sono stati nelle scorse legislature.

È sempre il Movimento 5 stelle ad aver il maggior numero di ministri e sottosegretari con esperienza in un'aula parlamentare. Ma d'altra parte si tratta anche del gruppo che esprime il maggior numero di esponenti all'interno dell'esecutivo. Infatti, se si escludono gli indipendenti, il M5s è anche il gruppo ad avere più esponenti nel governo che non hanno mai ricoperto questo incarico.

Si tratta del sottosegretario alle infrastrutture Giancarlo Cancelleri e della viceministra allo sviluppo economico Alessandra Todde. Entrambi avevano ricoperto incarichi simili nel secondo governo Conte, ma mentre per Todde questo era stato il primo incarico politico, per assumere il primo incarico nazionale Cancelleri ha lasciato la posizione di consigliere regionale in Sicilia.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 15 Settembre 2021)

Se si escludono gli indipendenti, gli altri gruppi che hanno portato al governo esponenti che non hanno mai ricoperto la carica di deputato o senatore sono il Partito democratico con Alessandra Sartore (già assessore regionale al bilancio del Lazio nella giunta Zingaretti), Italia Viva con Elena Bonetti (già ministra nel secondo governo Conte) e Noi con l'Italia con Andrea Costa (già consigliere regionale in Liguria), che è anche l'unico esponente del partito all'interno dell'esecutivo.

Quanto agli esponenti di Lega, Forza Italia, Centro democratico, +Europa e Leu hanno tutti almeno un'esperienza parlamentare alle spalle.

I mandati parlamentari

C'è una significativa differenza però tra chi è al primo mandato da deputato o senatore e chi invece ha una lunga esperienza nelle aule parlamentari.

Nonostante sia alla sua prima esperienza di governo, ad esempio, Bruno Tabacci (Centro democratico) è al suo sesto mandato da deputato. Lo stesso vale per Giancarlo Giorgetti (Lega), che però al governo c'è stato già 2 volte.

6 le legislature in cui sono stati eletti alla camera Giancarlo Giorgetti e Bruno Tabacci.

Subito dietro, con 5 legislature passate alla camera, si trova anche in questo caso Dario Franceschini del Pd.

Eletti in 4 diverse legislature invece Teresa Bellanova di Italia Viva (3 alla camera e una al senato), Massimo Garavaglia della Lega (2 alla camera e 2 al senato), Marina Sereni (che però al momento non ricopre questo incarico) e Andrea Orlando come deputati Pd e Mariastella Gelmini e Mara Carfagna come deputate di Forza Italia.

L'esperienza nelle regioni e nei comuni. Il centrodestra

Ma la politica non è fatta solo di incarichi nazionali. In molti al contrario iniziano la loro carriera politica dal comune di residenza, passando poi alla regione e solo successivamente agli organi nazionali.

Certo questo percorso, un tempo abbastanza consolidato, non è più così frequente. Sono meno della metà infatti i politici oggi al governo che hanno fatto esperienza nelle amministrazioni regionali o comunali.

29 i componenti del governo che hanno avuto incarichi nei comuni o nelle regioni.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 15 Settembre 2021)

Come è noto la Lega è un partito con forte radicamento territoriale. Non a caso, se si escludo Centro democratico e Noi con l'Itali entrambi con un solo esponente politico al governo, si tratta dell'unica forza politica i cui esponenti di governo hanno tutti ricoperto incarichi nei comuni o nelle regioni. Degli 11 componenti della delegazione leghista al governo inoltre solo Tiziana Nisini non ha mai svolto il ruolo di consigliere comunale, iniziando direttamente la sua carriera come assessore per le pari opportunità ad Arezzo.

Oltre a lei altri 7 leghisti al governo hanno fatto parte di una giunta comunale e tra questi anche Giorgetti e Garavaglia rispettivamente sindaci di Cazzago Brabbia e Marcallo Con Casone. Garavaglia inoltre è stato anche assessore regionale della Lombardia.

Per Forza Italia sono 5 su gli esponenti che hanno ricoperto incarichi in regioni e comuni. Si tratta in particolare di Renato Brunetta, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Francesco Battistoni e Gilberto Pichetto Fratin. Tutti e 5 hanno ricoperto almeno una volta il ruolo di consigliere comunale. Battistoni inoltre è stato 2 volte sindaco di Proceno oltre che consigliere regionale in Lazio. Fratin invece ha ricoperto 2 volte la carica di consigliere regionale in Piemonte prima di diventare vicepresidente della stessa regione. Quanto a Carfagna e Gelmini sono state entrambe consigliere regionali, la prima in Campania la seconda in Lombardia.

L'esperienza nelle regioni e nei comuni. Centrosinistra e M5s

Dopo la Lega è il Pd ad avere più esponenti di governo che hanno ricoperto incarichi in queste istituzioni (7 su 9). A parte Marina Sereni che è stata sia consigliera che assessora in Umbria gli altri esponenti Pd hanno però ricoperto incarichi in un solo organo: o in consiglio o in giunta di un comune o di una regione. Come accennato Alessandra Sartore è stata 2 volte assessora in Lazio, Caterina Bini invece è stata eletta per 2 consiliature in Toscana mentre Guerini è stato 2 volte sindaco di Lodi. Dario Franceschini, Andrea Orlando e Vincenzo Amendola infine hanno tutti iniziato la propria carriera come consiglieri comunali, rispettivamente a Ferrara, La Spezia e Napoli.

2 su 15 gli esponenti di governo del Movimento 5 stelle con esperienze politiche locali.

Pochi invece gli esponenti di governo del Movimento 5 stelle con esperienze politiche locali. Come accennato infatti Cancelleri ha ricoperto l'incarico di consigliere regionale in Sicilia, regione dove si era candidato presidente. Patuanelli invece, prima di essere eletto al senato, ha svolto un mandato come consigliere comunale a Trieste.

Infine vale la pena menzionare il caso di Centro Democratico. Bruno Tabacci, unico esponente di governo di questo partito, ha infatti ricoperto incarichi in ognuno di questi organi. Prima come consigliere comunale di 2 diversi comuni lombardi, poi come assessore a Milano e infine come consigliere, vicepresidente e presidente della regione Lombardia.

 

Foto Credit: governo.it - Licenza

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