Italia Viva Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/italia-viva/ Fri, 18 Apr 2025 08:46:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 I cambi di gruppo in parlamento a metà legislatura https://www.openpolis.it/i-cambi-di-gruppo-in-parlamento-a-meta-legislatura/ Wed, 23 Apr 2025 07:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=300416 Rispetto alle precedenti legislature il fenomeno si presenta in dimensioni molto ridotte ma non è scomparso. Si nota un flusso di parlamentari dall’opposizione verso la maggioranza.

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Siamo entrati ormai nella seconda metà della legislatura, un buon momento per fare il punto sull’attività svolta finora da parlamento e governo. Un elemento importante da monitorare riguarda il fenomeno dei cambi di gruppo.

Verificare quale sia l’effettiva consistenza delle forze politiche all’interno delle camere è molto interessante soprattutto in questa fase dove, come da prassi, è possibile che il parlamento decida di procedere a una riconfigurazione delle commissioni.

59  i cambi di gruppo avvenuti dall’inizio della legislatura ad oggi.

Rispetto agli ultimi anni il fenomeno si è significativamente ridotto ma non è scomparso del tutto e, anzi, entrando nella fase finale della legislatura con l’approssimarsi delle elezioni potrebbe riprendere di intensità. Un elemento che emerge dall’analisi dei dati è che a beneficiarne è stata la maggioranza, Forza Italia su tutti.

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I cambi di gruppo attuali e il confronto con le precedenti legislature

Dall’ottobre 2022 ad oggi, i cambi di gruppo sono stati in totale 59 e hanno coinvolto 50 parlamentari di cui 39 deputati e 11 senatori. Rispetto alle ultime 3 legislature si tratta di numeri significativamente inferiori. Nel precedente quinquennio infatti i riposizionamenti erano stati 464, mentre nella XVII legislatura si è toccato il record di 569.

Il grafico riporta il numero di cambi di gruppo e di parlamentari coinvolti nelle ultime 4 legislature. Sono conteggiati anche gli spostamenti dal misto a gruppi di nuova costituzione in deroga al numero minimo di aderenti previsto dai regolamenti di camera e senato avvenuti all’inizio della legislatura. Viceversa, non sono conteggiati come cambi di gruppo i passaggi tra componenti interne al gruppo misto.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Aprile 2025)

I motivi di questa riduzione sono molto probabilmente molteplici. Il primo e più evidente è che il numero dei parlamentari è diminuito rispetto al recente passato. Il fatto che i deputati e i senatori eletti siano passati da 945 a 600 infatti ha evidentemente inciso sul fenomeno dei cambi di gruppo. Un secondo elemento è sicuramente il fatto che dalle urne è uscita una maggioranza chiara che riesce a dare stabilità all’azione dell’esecutivo. Non c’è quindi bisogno, almeno nella fase attuale, di cercare convergenze diverse rispetto alle coalizioni che si sono presentate al voto. Abbiamo visto in passato infatti come in situazioni di instabilità della maggioranza il fenomeno tenda ad aumentare.

L’introduzione di disincentivi al senato ha probabilmente scoraggiato i cambi di gruppo.

Un altro motivo che può aver contribuito alla limitazione del fenomeno è probabilmente l’adozione del nuovo regolamento del senato che ha introdotto una serie di disincentivi. Tali deterrenti prevedono la perdita di eventuali incarichi all’interno del consiglio di presidenza, della giunta per il regolamento, di quella per le elezioni o di quella per le immunità. Sono possibili anche delle conseguenze negative di natura economica. Queste però vanno a impattare più sui gruppi che non sui singoli senatori. Non è quindi un caso probabilmente che nel corso dell’attuale legislatura le variazioni di appartenenza si siano registrate in maggior parte a Montecitorio, dove queste contromisure non sono ancora state adottate.

La possibilità di cambiare gruppo è garantita dalla costituzione ma nelle ultime legislature il fenomeno è degenerato.
Vai a “Che cosa sono i gruppi parlamentari”

Anche la camera in effetti ha avviato un percorso di riforma del proprio regolamento che però sta avvenendo attraverso diversi passaggi successivi. Con riferimento al tema dei cambi di gruppo, in base a quanto emerso nel corso dell’ultima seduta della giunta per il regolamento, eventuali interventi potrebbero entrare in vigore a partire dalla prossima legislatura.

Gli ultimi avvenimenti

Dall’inizio dell’anno al 31 marzo ci sono stati 4 riposizionamenti. Al senato, politicamente rilevante il passaggio di Annamaria Furlan (ex segretaria generale della Cisl) dal Partito democratico a Italia viva. Sempre a Palazzo Madama, Aurora Floridia ha lasciato il misto per aderire al gruppo delle Autonomie. Da notare in questo caso che Floridia, appartenente alla componente interna al misto di Avs, ha deciso prima di lasciare la componente rimanendo però iscritta al gruppo e successivamente ha aderito alla nuova formazione. Si tratta di una prassi abbastanza frequente, fatta per evitare che il passaggio da una forza politica a un’altra possa essere troppo traumatico.

Diversi parlamentari sono passati dal gruppo misto prima di ricollocarsi in maniera definitiva.

Un caso simile era avvenuto anche a novembre dello scorso anno. La senatrice Giusy Versace, confluita nella componente di Azione dopo la scissione da Italia viva, ha scelto in un primo momento di lasciare la formazione di Carlo Calenda rimanendo però nel misto. Solo successivamente ha aderito a Noi moderati. Un altro caso simile è quello di Andrea De Bertoldi alla camera. L’onorevole è approdato alla Lega da Fratelli d’Italia, passando però dal gruppo misto. Sempre alla camera, l’onorevole Davide Bellomo ha invece aderito a Forza Italia provenendo direttamente dalla Lega.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Aprile 2025)

In totale sono 9 i parlamentari che nel corso dell’attuale legislatura hanno effettuato più di un cambio di gruppo. Ai casi già citati si aggiungono Aboubakar Soumahoro, Eleonora Evi, Isabella De Monte, Lorenzo Cesa, Luigi Marattin, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, peraltro recentemente nominata segretaria di Noi moderati.

I nuovi equilibri

Al netto dei cambi di gruppo registrati all’inizio della legislatura, che possiamo definire in un certo senso come “tecnici” e che hanno riguardato in particolare la creazione in deroga del gruppo di Alleanza Verdi-Sinistra alla camera e Noi moderati, sia a Montecitorio che a Palazzo Madama, è interessante valutare com’è cambiato il peso delle diverse formazioni fra entrate e uscite. In generale la coalizione di governo è uscita rafforzata dai cambi di gruppo.

9 i parlamentari che sono passati dall’opposizione alla maggioranza.

Soltanto 2 hanno fatto il percorso inverso (nello specifico dalla maggioranza al misto). Sempre 2 sono i parlamentari che hanno cambiato appartenenza ma rimanendo all’interno del perimetro della maggioranza.

Prendendo in considerazione i partiti maggiori, che hanno una rappresentanza autonoma in entrambe le camere, possiamo osservare che Fratelli d’Italia, Partito democratico e Lega hanno perso un componente mentre il Movimento 5 stelle ne ha persi 4. I maggiori beneficiari del fenomeno nell’attuale legislatura sono stati i gruppi di Forza Italia che, tra camera e senato, hanno guadagnato 7 rappresentanti.

La rottura dell’alleanza tra Azione e Italia viva ha comportato una riorganizzazione dei gruppi parlamentari. A palazzo Madama, la soluzione trovata è stata che il gruppo precedentemente denominato Azione–Italia Viva–Renew Europe ha assunto la denominazione Italia Viva–Il Centro–Renew Europe. I senatori di Azione invece sono stati “costretti” a trasferirsi nel misto, non avendo i numeri per istituire un nuovo gruppo. Qui, è stata autorizzata la nascita di una componente autonoma. Alla camera invece la giunta per il regolamento ha autorizzato la creazione in deroga di due realtà indipendenti. Formalmente il “vecchio” gruppo lo ha ereditato Azione e ha assunto la denominazione Azione–Popolari europeisti riformatori–Renew Europe. Gli esponenti renziani si sono invece spostati in una nuova formazione che ha adottato lo stesso nome di quella del senato. In base alla denominazione del gruppo si può quindi capire la fase temporale a cui sono associati i cambi.

FONTE: elaborazione e dati Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Aprile 2025)

Negli ultimi mesi poi è avvenuto un altro fatto che ha ulteriormente rafforzato la compagine azzurra. Andrea Gentile, che in prima battuta era risultato non eletto, ha presentato ricorso chiedendo il riconteggio delle schede. La verifica ha dato ragione all’esponente calabrese che quindi è stato proclamato deputato. A farne le spese è stata l’esponente del Movimento 5 stelle Elisa Scutellà che è decaduta. Anche se non si tratta di un cambio di gruppo, con questo passaggio Forza Italia ha guadagnato un ulteriore seggio.

Foto: Mara Carfagna

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Le elezioni europee e il rimescolamento politico https://www.openpolis.it/le-elezioni-europee-e-il-rimescolamento-politico/ Thu, 06 Jun 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=291458 La scelta dei rappresentanti al parlamento di Strasburgo rappresenta il passaggio attraverso cui i cittadini conferiscono legittimità democratica alle istituzioni europee. Per questo è importante che gli elettori conoscano i candidati e il loro percorso politico.

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Nelle nostre analisi ci siamo occupati spesso di cambi di gruppo. Nell’ultimo approfondimento sul tema è emerso come i più recenti siano in qualche misura legati alle elezioni europee. Quello che viene da chiedersi dunque è se cambiamenti di questo tipo riguardino anche alcuni candidati al parlamento europeo e in che misura.

I candidati con esperienza in politica

Non si tratta di una valutazione semplice e, nel farla, bisogna prendere atto di alcuni limiti delle informazioni a disposizione. Per questo ci siamo basati da un lato sulle liste con cui sono candidati al parlamento europeo e dall’altro sulle forze politiche con cui sono stati eletti in passato, concentrandoci sull’ultimo incarico in cui sono stati eletti (o, in alcuni casi, anche solo candidati).

L’analisi dunque restringe il campo ai candidati che hanno già ricoperto cariche elettive nella loro carriera escludendo, per mancanza di informazioni, coloro che pur iscritti a delle forze politiche non sono mai stati eletti prima.

52,55% dei candidati alle elezioni europee in passato ha ricoperto incarichi politici.

Ciascuna lista presente alle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo può esprimere un diverso numero di candidati a seconda del numero di circoscrizioni in cui si presenta. Questo numero inoltre può cambiare nel caso in cui si presentino delle pluricandidature, ovvero se lo stesso candidato si presenta in più circoscrizioni. Per approfondire leggi Come funziona la legge elettorale per il parlamento europeo.

FONTE: Openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 30 Maggio 2024)



La maggior parte dei candidati comunque ha già ricoperto qualche tipo di incarico politico. Nello specifico, con l’eccezione del Südtiroler Volkspartei, le tre forze principali dell’attuale maggioranza di governo sono anche quelle che hanno candidato più persone con esperienza politica.

Il campione però si riduce ancora se consideriamo che spesso alle elezioni amministrative, in particolare nei piccoli comuni, le persone si candidano tramite liste civiche e spesso queste non sono automaticamente ricollegabili a un partito nazionale.

Inoltre anche quando è possibile confrontare la candidatura attuale con le liste in cui gli esponenti sono stati eletti in passato, bisogna tenere presente che tra le due candidature può essere trascorso molto tempo. In questo caso il passaggio da una forza politica a un altra potrebbe essere avvenuto ben prima della candidatura a Bruxelles.

Le forze politiche più attrattive

Circoscritto il perimetro possiamo dunque verificare quali tra le liste che si sono presentate alle elezioni hanno più esponenti che in passato (o meglio all’ultima occasione) si sono candidati o sono stati eletti con liste diverse.

La maggior parte dei nuovi ingressi in Forza Italia arriva dalla Lega.

Nelle prime posizioni troviamo 3 liste di ispirazione liberale. Forza Italia (FI) infatti ha candidato 13 esponenti che in passato sono stati eletti in altre formazioni. In particolare sembra esercitare una notevole attrattiva nei confronti di ex leghisti (7 candidati). Non mancano però anche 2 ex esponenti del Movimento 5 stelle (M5s), ovvero l’eurodeputata Isabella Adinolfi e il senatore Raffaele De Rosa che da poco si è unito al gruppo di FI a palazzo Madama. A questi bisogna aggiungere un europarlamentare già eletto nelle fila del Pd, due ex parlamentari di Scelta civica e Letizia Moratti che, pur essendo stata storicamente vicina a Forza Italia, alle ultime elezioni in Lombardia si è candidata con il terzo polo.

Azione invece ha presentato 11 esponenti già eletti nelle liste del Pd (5), del Partito radicale (1), di Forza Italia (2), e di altre liste di centro (Moderati 1, Italia dei valori 1, Coraggio Italia 1). La maggior parte dei nuovi arrivati provengono dunque dalle fila del Pd e in alcuni casi si tratta anche di figure di primo piano. Come ad esempio Alessio D’Amato, già assessore alla salute e vice presidente del Lazio, che ha lasciato il Pd lo scorso anno per aderire alla formazione di Carlo Calenda.

Questo fenomeno è stato ancora più netto nel caso della lista Stati Uniti d’Europa, che ha candidato ben 10 esponenti eletti in precedenza con il Pd. Tra questi conviene distinguere Rita Bernardini che, pur essendo stata eletta l’ultima volta proprio nelle liste del Pd (nel 2008 alla camera), è una nota esponente radicale.

Nella prima scheda sono indicate le liste che si sono presentate alle elezioni europee e il numero di loro candidati che in passato sono stati eletti in un incarico politico con altre formazioni, oppure sono stati candidati da queste alle ultime elezioni parlamentari. A questi casi si aggiunge quello di Letizia Moratti, candidata alla carica di presidente della regione Lombardia. Nelle schede successive sono indicate le forze politiche a cui appartenevano in precedenza questi candidati. Tra queste la dicitura M5s include coloro che nella scorsa legislatura sono stati eletti con il movimento, anche se in conclusione di quell’esperienza hanno aderito a Impegno civico assieme a Luigi Di Maio.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 30 Maggio 2024)



Nelle liste di Fratelli d’Italia invece sono 9 le novità. Quattro candidati infatti vengono dalla Lega, 2 da Noi moderati, uno rispettivamente da Forza Italia, Centro democratico e movimento 5 stelle. Alleanza verdi e sinistra invece ha coinvolto principalmente ex esponenti Pd (5) ma anche un eurodeputata del Movimento 5 stelle.

Libertà, la lista organizzata da Cateno De Luca, ha candidato 7 esponenti che in passato sono stati eletti con la Lega (3), M5s (2), Forza Italia (1) e Unione popolare (1). Dal centro destra arrivano invece diversi candidati di Alternativa popolare, la lista del sindaco di Terni Stefano Bandecchi. In particolare 3 esponenti erano in passato della Lega, uno di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Italexit, oltre a un ex parlamentare del Popolo delle libertà (Pdl). Opposto il caso di Pace terra dignità di Michele Santoro. Qui infatti troviamo 3 ex del Movimento 5 stelle, uno di Leu e uno del (nuovo) Partito comunista italiano.

Sono 5 invece i nuovi ingressi nella Lega, 2 provenienti da Forza Italia, 2 da Fratelli d’Italia e uno dal vecchio Pdl. Solo 2 infine quelli candidati dal Pd, un’ex eurodeputata del M5s e Eleonora Evi che, come abbiamo visto in un precedente approfondimento, ha lasciato i Verdi per approdare al Pd, pur provenendo originariamente anche lei dal movimento.

Da dove arrivano i fuoriusciti

Se da un lato è interessante verificare quali partiti hanno accolto esponenti che in passato si erano candidati con formazioni politiche diverse, altrettanto utile è vedere il rovescio della medaglia, ovvero quali sono le forze da cui si sono distaccati i candidati alle europee.

Da questo punto di vista la maggior parte dei cambiamenti ha riguardato esponenti che hanno lasciato il Partito democratico (22) per candidarsi con liste diverse. Per la maggior parte questo fenomeno ha riguardato esponenti che hanno aderito a formazioni di orientamento liberale e centrista, come la lista per gli Stati uniti d’Europa (10) e Azione (5), se non addirittura Forza Italia (1). Quest’ultimo è il caso di Caterina Chinnici, ex magistrato, eletta 2 volte al parlamento europeo nelle liste del Pd. Non mancano però anche candidati che, lasciato il Pd, hanno aderito ad altre formazioni di sinistra come Alleanza verdi e sinistra (5), ma anche Democrazia sovrana popolare (1).

Nella prima scheda sono indicate le forze politiche che vedono più loro ex componenti candidati alle elezioni europee in altre liste elettorali. Per ex componenti si intendono esponenti che, l’ultima volta che sono stati eletti in un incarico politico, lo hanno fatto nelle loro liste, indipendentemente dall’iscrizione formale al partito o alla forza politica in questione. Oltre agli incarichi effettivamente ricoperti sono anche considerate le candidature alle ultime elezioni parlamentari e, nel caso di Letizia Moratti, alle elezioni regionali in Lombardia. Inoltre sono considerati ex esponenti del Movimento 5 stelle anche coloro che, eletti in quella lista, alla fine della scorsa legislatura hanno aderito a Impegno civico assieme a Luigi Di Maio. Nelle schede successive sono indicate le forze politiche con cui si presentano alle elezioni attuali.

FONTE: openpolis


Al secondo posto la Lega, con 17 esponenti che sono passati dalle sue liste a quelle di Forza Italia (7), Fratelli d’Italia (4), Alternativa popolare (3) e Libertà (3). Tutti cambiamenti avvenuti nel campo del centro destra dunque, come d’altronde è anche nel caso di Fratelli d’Italia e, almeno in parte, di Forza Italia.

Dal partito guidato da Antonio Tajani infatti sono usciti 8 esponenti che si sono candidati con la Lega (2), Fratelli d’Italia (1), Alternativa popolare (1), Libertà (1) ma anche Azione (2). Dei 3 fuoriusciti da Fratelli d’Italia invece 2 si sono candidati con la Lega e uno con Alternativa popolare.

Infine il Movimento 5 stelle, da cui sono fuoriusciti 10 degli attuali candidati al parlamento europeo. Tra questi si considerano anche parlamentari eletti l’ultima volta con il movimento ma che, alla fine della scorsa legislatura, hanno aderito a Impegno civico, la formazione di Luigi Di Maio, senza essere eletti nel nuovo parlamento.

Gli ex pentastellati si sono distribuiti equamente tra liste di sinistra e di destra. In 3 hanno aderito a Pace terra dignità, uno si è candidato con Avs e un’altro con il Pd. Al contempo però altri 2 si sono candidati con Forza Italia, uno con Fratelli d’Italia e altri due con Libertà.

Foto: parlamento europeo

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I cambi di gruppo alla vigilia delle elezioni europee https://www.openpolis.it/i-cambi-di-gruppo-alla-vigilia-delle-elezioni-europee/ Thu, 23 May 2024 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=290054 Dalle elezioni politiche a oggi i cambi di gruppo sono stati 45. Un numero alto anche se molto inferiore a quello registrato nella scorsa legislatura. Tuttavia è presto per una valutazione definitiva, d'altronde da questo punto di vista le cose possono mutare rapidamente.

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Con l’approssimarsi delle elezioni europee sono già 6 i cambi di gruppo avvenuti nel corso del 2024. Questi sommati ai precedenti, portano a 45 il dato complessivo della XIX legislatura.

45 i cambi di gruppo nella XIX legislatura.

Nel corso del primo anno i cambi di casacca hanno inciso in maniera modesta sulle dinamiche parlamentari. Tuttavia la rottura tra Azione e Italia viva a fine 2023 e alcuni cambiamenti dei mesi successivi suggeriscono di mantenere alta l’attenzione nei confronti di un fenomeno che, nelle scorse legislature, ha raggiunto dimensioni allarmanti.

Certo ciascun parlamentare è libero di agire senza vincolo di mandato (costituzione italiana, articolo 67) e può iscriversi al gruppo che preferisce e cambiarlo se lo ritiene opportuno. Al contempo però molti cambi di gruppo sono il sintomo di un alto tasso di trasformismo all’interno di un sistema politico. Una dinamica che risulta ancora meno comprensibile per i cittadini in un sistema in cui, la maggior parte dei parlamentari, sono eletti con metodo proporzionale e con liste bloccate.

I cambi di gruppo nei primi 20 mesi di legislatura

Come anticipato sono 45 i cambi di gruppo avvenuti dalle ultime elezioni parlamentari, 37 alla camera e 8 al senato. Questo dato può essere interpretato in vari modi. Quarantacinque parlamentari che hanno cambiato gruppo di appartenenza su un totale di 605 infatti non sono pochi (7,43%). Al contempo però alcuni di questi cambiamenti, avvenuti a inizio legislatura, rappresentano un’assestamento quasi fisiologico.

Quasi la metà dei cambi di casacca infatti sono avvenuti già nel primo mese (21). Questo perché i gruppi di Alleanza verdi e sinistra (Avs) e Noi moderati sono stati costituiti in deroga al regolamento e la procedura ha richiesto alcuni giorni per essere completata. Nel frattempo i parlamentari di queste formazioni hanno provvisoriamente fatto parte del gruppo misto. Una dinamica di questo tipo si è registrata anche nella legislatura precedente, per quanto in misura minore.

Poi nei mesi successivi non si sono registrati molti cambiamenti e quelli che ci sono stati non appaiono particolarmente significativi. Infatti a novembre 2022 (secondo mese) il senatore a vita Carlo Rubbia, fino a quel momento non iscritto ad alcun gruppo, è entrato nella formazione Per le Autonomie. Poi a gennaio 2023 Aboubakar Soumahoro è passato da Avs al gruppo misto e, nei mesi successivi, Michela Vittoria Brambilla ha lasciato il gruppo misto per Noi moderati, Enrico Borghi è uscito dal Partito democratico (Pd) per entrare in Italia viva (Iv) come Dafne Musolino che ha aderito a Iv lasciando Per le autonomie.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Openparlamento
(consultati: martedì 14 Maggio 2024)



Insomma nei primi 2 mesi si sono registrati 22 cambi di gruppo che possono essere considerati assestamenti di inizio legislatura, mentre nei successivi 11 mesi i riposizionamenti sono stati 4, classificabili perlopiù come scelte individuali.

La situazione è poi cambiata a dicembre 2023, quando si è registrata la rottura tra Azione e Italia Viva. Questo, come abbiamo visto più in dettaglio in un precedente approfondimento, ha portato alla nascita del gruppo di Italia Viva alla camera (a cui hanno aderito 9 parlamentari) mentre al senato sono stati i componenti di Azione a uscire dal gruppo (4) per approdare al misto, non avendo i numeri per costituire una nuova formazione. Questa frattura politica dunque ha portato i cambi di gruppo a 39 alla fine del 2023 (32 alla camera e 7 al senato).

È interessante osservare che dopo 20 mesi dalle elezioni, nel corso della scorsa legislatura, i cambi di gruppo erano stati quasi il doppio (84). Un dato che sembrerebbe confermare come questo parlamento sia meno esposto a comportamenti trasformistici.

Tuttavia è bene precisare che prima delle ultime elezioni i parlamentari, al netto dei senatori a vita, erano 945 mentre oggi sono 600. Inoltre per i primi 18 mesi i cambi di gruppo sono stati meno nella scorsa legislatura rispetto all’attuale. La situazione poi è cambiata con la scissione del Partito democratico e la nascita di Italia viva (settembre 2019). Una dinamica che presenta qualche parallelismo con la rottura tra Azione e Italia viva avvenuta lo scorso dicembre, anche se questa ha coinvolto un numero di parlamentari decisamente inferiore.

I cambi di gruppo nel 2024

Fino a oggi dunque la maggior parte dei cambi di gruppo ha riguardato (al netto dell’assestamento iniziale) una scissione politica. Non a caso se analizziamo il numero di esponenti entrati e usciti da ciascun gruppo parlamentare sono proprio Azione e Italia viva ad essere maggiormente coinvolte (oltre al gruppo misto in cui sono confluiti gli esponenti di Azione al senato).

Sono indicati i cambi di gruppo avvenuti nel corso della XIX legislatura con alcune differenze rispetto a quanto indicato su Openparlamento nelle pagine dei gruppi di camera e senato. Questo per due diverse ragioni. Da un lato non sono stati inclusi i dati relativi a parlamentari che hanno cessato il proprio mandato e a cui è subentrato un nuovo parlamentare che ha aderito al medesimo gruppo. Dall’altro sono stati esclusi i cambi di gruppo avvenuti nel corso dei primi due mesi visto che rispondono a logiche specifiche. Infatti per la costituzione in deroga al regolamento dei gruppi di Alleanza verdi e sinistra e Noi moderati sono stati necessari alcuni giorni per cui gli esponenti di queste formazioni sono inizialmente transitati dal gruppo misto. Il senatore a vita Carlo Rubbia invece è rimasto non iscritto ad alcun gruppo per circa 20 giorni prima di entrare a far parte di Per le Autonomie.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Openparlamento



Dopo questo passaggio poi, nel 2024, ci sono stati altri cambi di gruppo che, a una prima impressione, potrebbero apparire del tutto slegati tra loro.

6 i cambi di gruppo tra gennaio e maggio 2024.

A ben vedere però questi cambiamenti, frutto della scelta individuale dei parlamentari, sembrano in qualche misura legati all’approssimarsi delle europee. Le elezioni infatti rappresentano sempre un momento propizio per eventuali rimescolamenti.

A febbraio si sono verificati i primi 2 cambi di gruppo dell’anno, quando un deputato e un senatore del Movimento 5 stelle sono usciti dal gruppo, entrambi in dissenso con la linea tenuta rispetto alla guerra in Ucraina. Questa decisione tuttavia li ha portati ad aderire a formazioni diverse. La deputata Federica Onori infatti si è unita al gruppo di Azione, mentre il senatore Raffaele De Rosa a quello di Forza Italia, partito con cui si è anche candidato alle europee.

Ad aprile invece i cambi di casacca sono stati 3. L’onorevole Eleonora Evi è passata da Alleanza verdi e sinistra al Partito democratico che l’ha anche candidata al parlamento europeo. Proprio a Bruxelles Evi era stata eletta per la prima volta eurodeputata nel 2014 nelle liste del movimento 5 stelle e poi una seconda volta nel 2019. Nel corso di quella legislatura però è maturata la rottura con il movimento che l’ha portata ad aderire a Europa verde per poi diventarne co-portavoce in tandem con Angelo Bonelli. Proprio i contrasti con Bonelli però l’hanno spinta a dimettersi dall’incarico e, in seguito, aderire al Pd.

Sempre ad aprile Antonino Minardo e Lorenzo Cesa hanno aderito al gruppo misto lasciando il primo la Lega e il secondo Noi moderati. A quanto si apprende però questi due cambiamenti sarebbero legati a un accordo politico siglato tra la Lega di Salvini e l’Unione di centro (Udc) di Cesa in vista delle europee. All’interno delle liste della Lega infatti dovrebbero trovare posto dei candidati dell’Udc. La scelta di Minardo quindi non sarebbe legata a dissensi, avendo piuttosto la funzione di favorire la nascita di una componente Udc all’interno del gruppo misto. Tuttavia per formare una componente sono necessari almeno 3 deputati e attualmente non è chiaro chi dovrebbe essere il terzo. Al momento infatti tale componente non è stata formata.

Da ultimo, a maggio, Giuseppe Castiglione è uscito da Azione per aderire a Forza Italia, a quanto risulta a causa di “‘insanabili divergenze politiche, in particolare relativamente ai rapporti con Cuffaro e il suo gruppo in Sicilia”. I rapporti con Cuffaro d’altronde erano già stati motivo di attrito tra Azione e altre forze politiche, come +Europa e Italia viva, proprio nel momento in cui era in discussione un eventuale accordo politico per le elezioni europee. Accordo che come è noto non è andato in porto.

Infine conviene ricordare che nella scorsa legislatura l’aumento dei cambi di gruppo è iniziato proprio pochi mesi dopo le elezioni europee del 2019. Questo ovviamente non vuol dire che lo stesso debba avvenire di nuovo anche quest’anno. Tuttavia è evidente come le elezioni rappresentino un momento di possibili cambiamenti, sia prima del voto, in chiave di posizionamento, sia dopo nel caso in cui i risultati portino a mutamenti significativi nei rapporti di forza.

Foto: camera dei deputati

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I voti ribelli in parlamento https://www.openpolis.it/i-voti-ribelli-in-parlamento/ Fri, 12 Apr 2024 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=289196 In Italia i parlamentari sono liberi di votare in piena coscienza, senza alcun vincolo di mandato. In generale tuttavia ci si aspetta che seguano le indicazioni del proprio gruppo politico. Quando non lo fanno parliamo di voto ribelle.

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Nelle scorse settimane ci siamo occupati di diversi indicatori che si trovano sulla nuova versione di Openparlamento. Tra questi l’indice di compattezza, con cui misuriamo quanto le forze politiche votano in modo coeso nelle aule parlamentari. L’indice prende in considerazione sia la non partecipazione al voto dei parlamentari (per varie ragioni) sia i cosiddetti voti ribelli, ovvero le posizioni espresse in contrasto rispetto al proprio gruppo.

Quanto i parlamentari partecipano alle votazioni è certamente un elemento rilevante, sia di per sé sia quando si cerca di monitorare la compattezza delle forze politiche. Tuttavia sono i voti ribelli a esprimere l’effettivo dissenso di un parlamentare rispetto alla propria formazione politica.

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Quanti voti ribelli e dove

In questa prima fase della legislatura il fenomeno dei voti ribelli non si è manifestato in modo molto evidente. Tuttavia iniziare a monitore il fenomeno serve a conoscere la situazione attuale anche per confrontarla con fasi politiche che potrebbero essere diverse. Attualmente, in media, ogni parlamentare ha espresso 26,4 volte un voto in dissenso con il proprio gruppo.

26,4 la media dei voti ribelli espressi da ciascun parlamentare dall’inizio della legislatura.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare (visti i numeri più ridotti della maggioranza al senato) è a palazzo Madama che sono stati espressi più voti in dissenso. Qui infatti, in media, ogni senatore si è espresso 33,8 volte diversamente rispetto alla linea del gruppo, mentre alla camera il dato si ferma a 22,3.

In ogni caso si tratta di dati piuttosto bassi considerando che le votazioni, tra camera e senato, superano le 11.300. Si può dire dunque che in media si contano 1,4 voti ribelli per votazione.

Nelle aule di camera e senato sono molte le ragioni per cui si può arrivare a una votazione e non tutte hanno la stessa importanza. Il tipo di atto su cui più spesso deputati e senatori votano in dissenso con il proprio gruppo sono gli ordini del giorno. Si tratta di atti che impegnano il governo ad assumere un certo comportamento, senza però avere un effetto realmente vincolante. In questo caso la media è di 1,7 ribelli ad ogni votazione.

I voti ribelli sono espressi più spesso su ordini del giorno o emendamenti, mentre è più raro che avvengano sul voto finale a un provvedimento.

Al secondo posto invece gli emendamenti, con 1,4 ribelli per votazione. Questo tipo di voto è importante perché si riferisce di solito ad atti aventi forza di legge. Tuttavia gli emendamenti possono anche riguardare aspetti specifici dei provvedimenti. È comprensibile quindi che alcuni parlamentari abbiano una posizione diversa dal proprio gruppo, salvo poi uniformarsi quando si tratta di votare l’atto intero. Non a caso quando si passa al voto finale su un provvedimento, il numero medio di ribelli si riduce a 0,5 per votazione.

Voti ribelli e gruppi

Il gruppo in cui risultano più voti ribelli è Per le autonomie al senato, una formazione che però ha natura piuttosto composita. Al gruppo infatti sono iscritti due esponenti del Südtiroler Volkspartei, due senatori a vita e due esponenti eletti nelle liste del Partito democratico. Peraltro questi ultimi sembra abbiano aderito alla formazione proprio al fine di raggiungere il numero legale necessario alla sua formazione.

Piuttosto elevato poi risulta il dato medio sia dei componenti di Italia Viva (Iv – sia alla camera che al senato) che di Azione (presente solo alla camera). D’altronde il valore non è riferito al gruppo ma ai suoi componenti e al loro comportamento riferito al momento del voto. Visto che fino allo scorso 20 novembre Azione e Italia viva appartenevano al medesimo gruppo che si è poi diviso a causa delle divergenze politiche, non stupisce un alto numero di voti ribelli tra i loro esponenti.

Quando un parlamentare vota diversamente dal proprio gruppo politico esprime un voto ribelle. Per ciascun gruppo è stata fatta la media tra il totale dei voti ribelli dei suoi componenti e la numerosità del gruppo stesso. Non è stato incluso il gruppo misto perché non prevede, per natura, che i suoi componenti agiscano in modo uniforme. Discorso analogo per il gruppo Per le atuonomie vista la sua natura composita. L’elevato valore attribuito ad Azione e Italia Viva è, almeno in parte, dovuto al fatto che gli esponenti di queste formazioni fino allo scorso 20 novembre facevano parte di un unico gruppo che poi si è sciolto proprio a causa di divergenze politiche.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: mercoledì 10 Aprile 2024)



Quanto al Partito democratico (Pd) è interessante notare come si registrino molti più dissensi al senato che alla camera. A palazzo Madama infatti la media è di 59,2 voti ribelli per senatore, mentre a Montecitorio di 19,6 per deputato.

L’esatto opposto invece sembra accadere ai parlamentari di Forza Italia (FI) che al senato, in media, registrano 7,9 voti ribelli ciascuno e alla camera 44,5. Un fenomeno che si rileva anche per gli esponenti della Lega. Anche se in questo caso la forbice è meno ampia (5,8 al senato e 26,3 alla camera).

Molto bassa in entrambi i rami invece la media dei voti ribelli degli esponenti di Fratelli d’Italia (6,4 alla camera e 7,3 al senato).

Gli atti più divisivi

I voti su cui, da inizio legislatura, si sono registrate più ribellioni riguardano 2 ordini del giorno (Odg) relativi alla legge di conversione del decreto rave, carceri, giustizia e obblighi di vaccinazione. Entrambi gli Odg (9/705/119 e 9/705/113) sono stati presentati da esponenti del Movimento 5 stelle ricevendo parere favorevole da parte del governo. Nonostante questo nel primo caso 37 esponenti di maggioranza hanno votato contro (16 della Lega, 11 di FI, 9 di FdI e 1 di Noi moderati) e nel secondo 35 (17 di FdI, 12 di FI, 4 della Lega e 2 di Noi moderati).

Al terzo posto il voto su un articolo del disegno di legge in materia di interventi di sicurezza stradale. La votazione, avvenuta alcuni giorni fa, ha visto voti ribelli (34) sia della maggioranza (17), che dell’opposizione (17).

Tuttavia se limitiamo l’analisi ai voti più importanti il numero delle ribellioni si riduce notevolmente. Così ad esempio guardando ai voti finali con cui vengono approvate le leggi il massimo che si raggiunge è di 9 ribelli nel voto alla camera sul Ddl Maternità surrogata reato universale. Il dissenso in questo caso ha riguardato componenti del gruppo di Azione che, all’epoca, includeva anche gli esponenti di Italia viva.

Sette voti ribelli invece si sono registrati sulla votazione finale con cui la camera ha approvato il Ddl contro la carne sintetica. Anche in questo caso a dividersi sono stati gruppi di opposizione. Infatti mentre la maggior parte dei componenti di Azione si è astenuto sul provvedimento, in 3 hanno votato a favore e uno contro. Diverso il caso del Pd che ha visto 3 esponenti votare contro, assumendo quindi una posizione di maggiore contrarietà al provvedimento rispetto al resto del gruppo, che si è astenuto.

Rimanendo su atti particolarmente importanti è interessante anche il caso di una risoluzione di maggioranza sul sostegno all’Ucraina, su cui il Pd si è astenuto ma 6 senatori hanno votato a favore.

Infine per quanto riguarda i voti di fiducia, non risultano casi in cui esponenti di maggioranza abbiano votato contro. D’altronde una situazione del genere avrebbe significato il loro passaggio all’opposizione.

In 2 casi invece un esponente del M5s (conversione decreto rafforzamento pubblica amministrazione) e uno del Pd (conversione decreto milleproroghe 2024) hanno votato con la maggioranza in dei voti di fiducia. Altri 10 voti ribelli su questioni di fiducia riguardano invece il gruppo Per le autonomie che, come anticipato, non ha un’espressione di voto compatta. Quasi sempre comunque si è trattato di una situazione in cui alcuni hanno votato contro e altri si sono astenuti, senza comunque schierarsi con la maggioranza.

I parlamentari più ribelli

Viste le precisazioni fatte sul gruppo Per le autonomie, non stupisce che tra i 7 parlamentari con più voti ribelli 5 appartengono a questo gruppo (Meinhard Durnwalder con 970 voti ribelli, Elena Cattaneo 754, Juliane Unterberger 306, Luigi Spagnolli 259 e Pietro Patton 213). Altri parlamentari in cima alla classifica appartengono ad Azione o Italia viva (Daniela Ruffino 236 voti ribelli, Dafne Musolino 173, Roberto Giachetti 165 e Naike Gruppioni 165).

Ma sono altri i casi più interessanti. Tra questi Silvana Comaroli, deputata della Lega eletta in Lombardia che si è espressa 433 volte in dissenso con la linea del gruppo (quasi sempre su ordini del giorno). Certo Comaroli non ricopre ruoli chiave in parlamento, tuttavia è una deputata di lungo corso, eletta per la prima volta alla camera nel 2013.

L’onorevole Francesco Cannizzaro, di Forza Italia, ha invece espresso 198 voti in dissenso (tra Odg – 94 – , emendamenti – 66 – e altri voti non finali), nonostante alla camera ricopra il ruolo di vicepresidente del gruppo parlamentare.

Infine da segnalare è il caso del senatore del Pd Dario Franceschini, che si è espresso diversamente dal gruppo in 193 occasioni (quasi sempre su emendamenti). Un caso particolare se si considera che Franceschini è un dirigente storico del Pd che peraltro, nell’ultimo congresso, si è schierato a favore della segretaria attuale.

Certo, in questi tre casi il dissenso non riguarda mai voti particolarmente importanti, come i voti finali o, a maggior ragione, quelli di fiducia. Anche per questo il numero complessivo di voti ribelli ha valore fino a un certo punto. Per capire effettivamente il livello di dissenso tra un parlamentare e il suo gruppo occorre invece valutare nel merito le votazioni, distinguendo per tipo di voto e considerando gli atti a cui fanno riferimento.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Aprile 2024)



Generalmente basso poi è il numero di voti ribelli espressi da esponenti della maggioranza con ruoli chiave al governo o in parlamento. Tra i presidenti di commissione tuttavia spiccano alcuni nomi. Tra questi Marco Osnato, presidente della commissione finanze alla camera, che nel corso della legislatura ha espresso 49 voti ribelli. Ma anche Luca De Carlo presidente della commissione industria al senato, con 24 voti ribelli e Walter Rizzetto, presidente della commissione lavoro alla camera con 22 voti ribelli.

Ancora meno i voti in dissenso di esponenti di governo. Tra i 45 parlamentari che ricoprono anche incarichi nell’esecutivo 13 hanno sempre votato in modo coerente con il gruppo. Altri 16 si sono espressi in dissenso solo una o 2 volte. I casi con più voti ribelli invece riguardano Tullio Ferrante (sottosegretario al ministero delle infrastrutture) con 9, Luca Ciriani (ministro per i rapporti con il parlamento) con 8, Alessandro Morelli (sottosegretario alla presidenza del consiglio) e Anna Maria Bernini (ministra dell’Università) entrambi con 7.

Ad ogni modo, per quanto il voto in dissenso di un esponente di governo o di un presidente di commissione sia un fatto politico rilevante, i numeri appaiono modesti considerando la quantità di voti che quotidianamente vengono espressi nelle aule di camera e senato.

I dati presentati nell’articolo sono stati estratti il 9 aprile, pertanto potrebbero presentare alcune differenze con quelli indicati su Openparlamento.

Foto: camera dei deputati

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La compattezza delle forze politiche in parlamento https://www.openpolis.it/la-compattezza-delle-forze-politiche-in-parlamento/ Thu, 04 Apr 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=288715 In Italia i parlamentari votano senza alcun vincolo di mandato. Il grado con cui le varie forze politiche riescono ad agire in maniera coordinata è però un elemento importante per capire la dinamiche parlamentari.

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La nuova versione di Openparlamento, che abbiamo presentato negli scorsi giorni, include molti indicatori originali. Tra questi l’indice di forza, di cui ci siamo occupati in un recente approfondimento per verificare il ruolo delle donne al governo e in parlamento al di là del semplice dato numerico.

Un’altro indicatore originale invece riguarda l’indice di compattezza, con il quale cerchiamo di misurare quanto ciascuna forza politica agisce in modo coeso riuscendo quindi a portare avanti la propria strategia parlamentare.

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In Italia deputati e senatori sono liberi di esercitare il loro ruolo senza dover rendere conto a partiti o programmi elettorali. L’articolo 67 della costituzione infatti sancisce l’assenza del vincolo di mandato. Si tratta di un principio importante in una democrazia, che fornisce ai parlamentari la libertà necessaria per poter svolgere le proprie funzioni senza pressioni esterne.

Al contempo però la capacità di una forza politica o di una coalizione di agire efficacemente dipende anche da quanto riesce a mobilitare i propri esponenti in modo coerente, potendo contare sul loro appoggio per raggiungere un obiettivo politico.

Per questo è interessante monitorare l’indice di compattezza dei gruppi parlamentari ma anche, più in generale, della maggioranza e dell’opposizione.

Che cos’è l’indice di compattezza

Per calcolare l’indice si tengono in considerazione due parametri: la partecipazione al voto e la posizione espressa. Per ogni voto quindi verifichiamo quanti parlamentari del gruppo hanno partecipato e quanti sono stati gli eventuali voti ribelli, ovvero i voti espressi in dissenso rispetto alla maggioranza del gruppo di appartenenza. Maggiore è la compattezza del gruppo, più alto sarà l’indice. Questa stessa metodologia può essere applicata anche al singolo parlamentare ma, in quel caso, parliamo di indice di affidabilità.

È importante sottolineare che non si tratta di una valutazione qualitativa né sul parlamentare, né sulla sua lealtà alla forza politica a cui appartiene, ma piuttosto di un indicatore che segnala quanto egli contribuisca attraverso il suo voto alle scelte del suo gruppo.

Infatti mentre un voto ribelle esprime chiaramente un dissenso rispetto alla posizione della propria forza politica, l’assenza alle votazioni può avere ragioni diverse. Un parlamentare infatti può non partecipare al voto perché malato, oppure perché si trova “in missione”, come avviene molto spesso a deputati e senatori che ricoprono anche incarichi di governo. Questo tipo di assenze quindi non esprimono un dissenso politico, ma allo stesso tempo non contribuiscono all’azione politica del gruppo parlamentare.

La compattezza di maggioranza e opposizione

Il fatto che i parlamentari che ricoprono anche incarichi di governo partecipino poco ai lavori parlamentari contribuisce a ridurre l’indice di compattezza della maggioranza. Ci si potrebbe quindi aspettare che l’indice sia più alto per l’opposizione.

Al contrario però i dati mostrano, sia alla camera che al senato, una compattezza maggiore della coalizione di governo rispetto all’opposizione.

74,2% l’indice di compattezza della maggioranza al senato. L’opposizione si ferma al 65,6%.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: venerdì 22 Marzo 2024)



Questo dato può essere spiegato in diversi modi. Da una parte si potrebbe ritenere che per la maggioranza la compattezza del voto parlamentare sia in qualche modo più importante. Infatti se dovesse essere battuta dall’opposizione su un voto a causa di un numero eccessivo di assenze o, a maggior ragione, a causa dei voti ribelli potrebbe essere messa in questione la sua capacità di esercitare l’azione di governo.

Questo ragionamento tuttavia dovrebbe valere anche al contrario, l’opposizione infatti avrebbe tutto da guadagnare in un caso del genere. Questa dinamica dunque può più facilmente essere ricondotta a una certa divisione tra le forze politiche di opposizione che, come è noto, in alcuni casi si trovano su posizioni diverse tra loro.

La compattezza dei gruppi

Diversa invece è la situazione se osservata a livello dei singoli gruppi. In questo caso infatti non conta come hanno votato le altre forze di maggioranza o opposizione, ma solo il comportamento interno a ciascuna forza politica.

In questi termini in effetti i gruppi più compatti al loro interno risultano essere di opposizione. Alla camera infatti al primo posto troviamo Alleanza verdi-sinistra (Avs) con il 79,7%, seguita dal Partito democratico (Pd – 74,5%) e da Fratelli d’Italia (FdI – 72,7%).

Al senato invece troviamo in cima alla classifica il Movimento 5 stelle (M5s) con l’82,9% e poi FdI (78%) e Pd (74,4%).

La presenza ai primi posti di Fratelli d’Italia è certamente da segnalare, visto l’alto numero di parlamentari con responsabilità di governo che partecipano poco ai voti in aula. Rispetto agli altri partner di governo però bisogna anche considerare che FdI conta molti più deputati e senatori. Dunque quelli che non hanno incarichi nell’esecutivo possono in parte compensare l’assenza dei loro colleghi.

FONTE: Openparlamento
(ultimo aggiornamento: mercoledì 3 Aprile 2024)



In fondo alla classifica invece si trova, sia alla camera che al senato, il gruppo misto. Un dato che non stupisce visto che la natura stessa di questo gruppo non presuppone un’unità d’intenti tra i suoi componenti.

Al netto di questo dunque alla camera il valore più basso è quello registrato da Noi moderati (Nm – 54,6%), mentre un po’ meglio fanno Forza Italia (FI – 59,3%) e Italia viva (Iv – 59,4%).

Al senato invece le posizioni più basse sono ricoperte da Per le autonomie (50,6%), FI (58,2%) e Iv (72,1%).

In termini generali si può osservare come in quasi tutti i gruppi l’indice di compattezza risulti più alto al senato che alla camera. Un elemento facilmente spiegabile se si considera che a palazzo Madama la maggioranza ha numeri più limitati che a Montecitorio. Per questo la compattezza dei gruppi diventa politicamente più significativa.

L’affidabilità dei parlamentari rispetto ai propri gruppi

Come anticipato la stessa metodologia dell’indice di compattezza può essere applicata anche ai singoli parlamentari, in modo da verificare quanto ciascuno di loro sia “affidabile” per il proprio gruppo, cioè in che misura contribuisce ai voti espressi dalla sua formazione politica.

Anche in questo caso l’indice di affidabilità non deve essere inteso come una valutazione qualitativa. Deputati e senatori infatti sono liberi di esprimere il proprio voto in piena coscienza. Nonostante questo però il fatto che un parlamentare si esprima spesso in dissenso con il gruppo o partecipi poco alle votazioni (magari per impegni di governo) è un elemento politico che deve essere tenuto in considerazione.

Vista l’importanza della presenza al voto per calcolare questo dato non stupisce che i parlamentari con un indice di affidabilità più alto siano di solito quelli con presenze maggiori e viceversa.

Al primo posto in assoluto, considerando complessivamente camera e senato, troviamo Andrea Casu, deputato del Partito democratico con un indice di affidabilità del 99,7% che risulta presente nel 99,7% delle votazioni e ha espresso un voto diverso dal gruppo solo in 3 occasioni. Al secondo posto invece l’on. Alessandro Battilocchio di Forza Italia con il 99,6% (presente nel 99,9% delle votazioni e con 11 voti ribelli) mentre al terzo l’on. Vincenzo Amich di Fratelli d’Italia, con il 99,6% (presente nel 99,6% delle votazioni e con un solo voto ribelle).

Foto: camera dei deputati

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Nel parlamento a numeri ridotti ci sono ancora tanti assenteisti https://www.openpolis.it/nel-parlamento-a-numeri-ridotti-ci-sono-ancora-tanti-assenteisti/ Thu, 28 Mar 2024 08:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=288540 Nonostante la media della partecipazione ai lavori delle camere sia piuttosto alta, ci sono ancora alcuni casi di assenteismo. Questo anche al netto degli incarichi di governo.

L'articolo Nel parlamento a numeri ridotti ci sono ancora tanti assenteisti proviene da Openpolis.

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Il tema della partecipazione dei parlamentari ai lavori delle rispettive camere riscuote sempre grande attenzione da parte di media e opinione pubblica. D’altronde deputati e senatori, oltre a un dovere di natura morale, hanno anche obblighi specifici definiti dalle norme.

Nell’attuale legislatura il livello medio di partecipazione è abbastanza alto. Una dinamica che è almeno in parte influenzata anche dal taglio del numero dei parlamentari. Questo infatti probabilmente spinge molti a essere più presenti, non solo per assicurare il numero legale ma anche per garantire la tenuta della maggioranza. Nonostante questo però, anche nell’attuale parlamento, ci sono dei casi di assenteismo per cui è difficile trovare una giustificazione.

111 i deputati e i senatori che hanno partecipato a meno della metà delle votazioni elettroniche.

Ciò anche al netto dei presidenti d’aula (che solitamente non partecipano alle votazioni) e dei parlamentari che hanno incarichi di governo. Spesso questi ultimi sono considerati come “in missione” e risultano quindi come presenti anche se di fatto non lo sono. Tale istituto tuttavia ha ancora molte zone d’ombra e non riguarda solo i componenti dell’esecutivo. In molti casi risulta impossibile capire la ratio con cui ai deputati e ai senatori viene concesso questo status.

Questo dovrebbe spingere a delle riflessioni, non solo sull’opportunità di una maggiore trasparenza nell’utilizzo di questo strumento ma anche sul tema degli incarichi multipli. Fattore che, impedendo a molti parlamentari di partecipare ai lavori, indebolisce ulteriormente un’istituzione in crisi.

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Come si contano presenze, assenze e missioni dei parlamentari

La qualità del lavoro di un parlamentare non si può valutare esclusivamente attraverso i dati sul livello di partecipazione alle sedute dell’aula. Questo però è sicuramente un dato da tenere in considerazione.

Oltre alle fisiologiche assenze dovute a motivi di salute, ci sono anche altri casi in cui un parlamentare può non partecipare alle votazioni. Può infatti essere impegnato in altri incarichi istituzionali, oppure è possibile che si tratti di casi di assenteismo. Per questo motivo è importante monitorare costantemente il livello di partecipazione di deputati e senatori ai lavori delle rispettive camere.

I dati possono essere ricavati dagli esiti delle votazioni elettroniche che vengono messi a disposizione da camera e senato. A seguito di ogni singolo scrutinio i parlamentari possono risultare presenti, assenti o in missione. La somma di tutti gli esiti delle votazioni restituisce il livello di partecipazione dei singoli esponenti.

10.920 le votazioni elettroniche effettuate alla camera e al senato dall’inizio della XIX legislatura.

Si definisce come “in missione” quel parlamentare che non partecipa al voto perché occupato in altri compiti istituzionali. Può trattarsi di un incarico ricevuto dalla camera o dal senato (solitamente se componente dell’ufficio di presidenza, presidente di una commissione parlamentare o capogruppo) oppure di attività connesse ad altri incarichi politico-istituzionali e di governo.


Manca trasparenza circa i criteri secondo i quali un parlamentare può essere considerato in missione.


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“Come si contano assenze, presenze e missioni parlamentari”

Poiché si tratta di una sorta di assenza giustificata, i parlamentari in missione non subiscono alcuna decurtazione della diaria.

I dati sulle presenze per gruppo

Come anticipato, il livello di partecipazione ai lavori delle camere è mediamente alto. A Montecitorio il dato relativo alla partecipazione si attesta complessivamente sul 69,4%. Le assenze sono in media il 16,7% mentre la mancata partecipazione dovuta alle missioni è del 13,9%. Oltre la metà dei deputati (220) può vantare un livello di partecipazione compreso tra il 75% e il 100% mentre sono 80 (il 20%) coloro che hanno votato in meno della metà delle occasioni.

71,8% il livello di partecipazione media complessiva alle votazioni elettroniche di deputati e senatori. 

A palazzo Madama la media della partecipazione è del 78,4%, le assenze costituiscono il 6,4% e le missioni il 15,3%. In questo caso circa 3 quarti degli esponenti presenti può vantare un livello di partecipazione compreso tra il 75% e il 100% mentre solo 31 fanno registrare un valore inferiore al 50%.

Analizzando i dati sulla partecipazione in base ai gruppi presenti in parlamento possiamo osservare che al senato il livello di presenza più alto è del Movimento 5 stelle (86,8%). Seguono Partito democratico (81,2%) e Fratelli d’Italia (81,1%) mentre il valore inferiore è quello del gruppo misto (55,4%). Alla camera invece al primo posto per livello di partecipazione troviamo l’Alleanza Verdi-Sinistra (che al senato fa parte del misto) con un valore del 79,9%. Anche in questo ramo del parlamento troviamo il Pd al secondo posto (75,1%) e Fdi al terzo (73,2%). Il dato più basso invece è quello di Noi moderati (54,4%).

FONTE: elaborazione e dati openpolis.
(ultimo aggiornamento: giovedì 21 Marzo 2024)



Ovviamente soprattutto nel caso dei gruppi di maggioranza occorre tenere presente che spesso la mancata partecipazione alle votazioni è dovuta a impegni concomitanti legati agli altri incarichi che gli esponenti di queste formazioni ricoprono. Per questo è sempre importante valutare i dati sulle presenze congiuntamente a quelli sulle missioni.

A volte è impossibile capire perché un parlamentare è in missione.

La percentuale di missioni è infatti significativa nel caso di Lega, Forza Italia e Noi moderati (che però non ha rappresentanti nell’esecutivo) mentre probabilmente Fdi compensa questa dinamica con l’alto numero di esponenti che può vantare in parlamento. Questo consente al partito di Giorgia Meloni di avere comunque una percentuale di presenze molto alta.

C’è da tenere presente però che l’istituto delle missioni non è mai stato normato in maniera adeguata e presenta ancora molte zone oscure. Ad esempio non viene mai specificata la motivazione che ha portato la presidenza dell’aula ad autorizzare la missione. Se per gli esponenti dell’esecutivo questa può essere abbastanza ovvia, in altri casi non è così. Come ad esempio per il gruppo di Azione alla camera o Per le autonomie al senato. Gruppi con una percentuale di assenze per missioni piuttosto elevata ma che non fanno parte della maggioranza e non hanno quindi esponenti al loro interno con incarichi nell’esecutivo.

Chi sono i parlamentari più assenteisti

Come detto, nell’attuale legislatura il livello medio di partecipazione alle votazioni elettroniche è piuttosto alto anche se non mancano i casi in cui l’assenza in aula è difficilmente giustificabile. Sia alla camera che al senato sono molti i nomi noti anche al grande pubblico che fanno registrare una percentuale di partecipazione alle votazioni elettroniche particolarmente bassa.

Tra questi, a Montecitorio troviamo l’ex leader della Lega Umberto Bossi (i cui problemi di salute sono noti) che non ha praticamente mai partecipato ai lavori. Lo stesso vale per il collega di partito Antonio Angelucci. Troviamo poi tra gli altri anche l’ex ministro e attuale presidente della commissione esteri Giulio Tremonti (4,3% di presenze), Marta Fascina (5,2%), l’ex ministro del Pd e attuale presidente del Copasir Lorenzo Guerini (10,7%) e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi (22,3%).

A palazzo Madama la media di partecipazione è sensibilmente più alta rispetto alla camera. Tanto che tra i senatori con la percentuale di presenze più bassa figura anche la capogruppo del Pd Simona Malpezzi che però è stata presente a oltre la metà delle votazioni (61,9%). Tra coloro che fanno registrare una percentuale di partecipazione alle votazioni elettroniche più bassa troviamo poi Franco Mirabelli (4,8%), Guido Castelli (15,3%) e Claudio Borghi (34,3%). Anche in questo caso incontriamo alcuni nomi noti tra i meno presenti. Si tratta di Carlo Calenda (53,8%) e Matteo Renzi (55,5%).

Dal conteggio sono stati esclusi i parlamentari che hanno anche incarichi di governo, i presidenti dell’aula e i senatori a vita. Questi, per motivi diversi, solitamente non partecipano alle votazioni.

FONTE: elaborazione e dati openpolis.
(ultimo aggiornamento: giovedì 21 Marzo 2024)



È importante ribadire ancora una volta che in alcuni casi la bassa percentuale di presenze è dovuta a un altissimo tasso di missioni. Ma se in certe situazioni il motivo è facilmente riconducibile ad altri incarichi in altre ciò è meno comprensibile. Peraltro, se è vero che generalmente gli esponenti del governo partecipano poco alle sedute dell’aula, c’è anche da dire che questo non vale per tutti nella stessa misura.

Ad esempio, il sottosegretario all’informazione e all’editoria Alberto Barchini registra un tasso di partecipazione alle sedute del senato del 48,7%. Il sottosegretario alle infrastrutture e i trasporti Tullio Ferrante si attesta al 46,1% mentre quello alla giustizia Andrea Ostellari al 46%.

Foto: comunicazione camera.

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La rottura Azione-Italia viva e il ritorno dei cambi di gruppo https://www.openpolis.it/la-rottura-azione-italia-viva-e-il-ritorno-dei-cambi-di-gruppo/ Thu, 14 Dec 2023 14:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=275229 Il tema dei cambi di gruppo non è stato al centro del dibattito negli ultimi mesi, ma anche nella precedente legislatura si era partiti in sordina salvo poi arrivare a diverse centinaia di riposizionamenti. Per questo è importante tenere il fenomeno sotto controllo.

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La scissione avvenuta in parlamento tra Azione e Italia viva ha dato origine nelle ultime settimane a una serie di cambi di gruppo. Questo tema non è stato al centro del dibattito nell’ultimo anno per diversi motivi. In primo luogo perché non ha riguardato da vicino i gruppi della maggioranza che rimane molto solida per il momento. In seconda battuta perché, fino alla rottura tra Matteo Renzi e Carlo Calenda, il fenomeno non aveva riguardato esponenti politici di spicco.

C’è da dire però che anche nei primi 14 mesi della precedente legislatura i numeri furono modesti, addirittura inferiori rispetto all’attuale. Il fenomeno è poi esploso a partire dal 2019, con la caduta del primo governo Conte.

39 i cambi di gruppo complessivi registrati nella XIX legislatura. 

È quindi molto importante tenere sotto controllo queste dinamiche perché gli equilibri politici potrebbero variare rapidamente.

Come cambiano gli equilibri in parlamento

La rottura tra Azione è Italia viva era nota da diversi mesi ma la scissione delle due forze politiche in parlamento è avvenuta solo recentemente. Ciò perché un’eventuale separazione avrebbe avuto delle conseguenze negative per entrambe.

In base ai regolamenti di camera e senato attualmente in vigore infatti nessuna delle due formazioni avrebbe avuto i numeri per istituire un gruppo indipendente a Montecitorio, dov’è richiesto un minimo di 20 aderenti (14 a partire dalla prossima legislatura). A palazzo Madama invece, dove la soglia è di 6 senatori, solo Italia viva ha i numeri. È stato quindi necessario trovare prima un accordo tra gli esponenti della camera e del senato e i rispettivi consigli di presidenza. Ciò al fine di garantire una rappresentanza a entrambe le formazioni.


I gruppi ricoprono un ruolo centrale non solo per i lavori in aula e nelle commissioni ma anche perché gestiscono ingenti risorse pubbliche.


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“Che cosa sono i gruppi parlamentari”

A palazzo Madama, la soluzione trovata è stata che il gruppo precedentemente denominato Azione – Italia Viva – Renew Europe ha assunto la denominazione Italia Viva – Il Centro – Renew Europe e adesso raccoglie i 7 esponenti vicini a Matteo Renzi. I senatori di Azione invece, 4 in tutto, sono stati “costretti” a trasferirsi nel misto, non avendo i numeri per istituire un nuovo gruppo. Qui, è stata autorizzata la nascita di una componente autonoma. I suoi appartenenti però non hanno ottenuto nessuna posizione di rilievo all’interno del misto (presidente, vice presidente o tesoriere).

Alla camera invece la giunta per il regolamento ha autorizzato la creazione in deroga di due realtà indipendenti. Formalmente il “vecchio” gruppo lo ha ereditato Azione, ha assunto la denominazione Azione – Popolari europeisti riformatori – Renew Europe e adesso conta 12 aderenti. I 9 esponenti renziani si sono invece spostati in una nuova formazione che ha adottato lo stesso nome di quella del senato.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento
(ultimo aggiornamento: lunedì 4 Dicembre 2023)


Per quanto riguarda la composizione degli altri gruppi invece possiamo osservare che alla camera il più consistente resta Fratelli d’Italia con 118 deputati. Seguono Partito Democratico (69) e Lega (66). Stessi equilibri al senato, rispettivamente con 63, 37 e 29 appartenenti.

Cambi di gruppo, la tendenza nel tempo

Come abbiamo detto, i cambi di gruppo complessivamente registrati dall’inizio della legislatura sono stati 39. Un numero contenuto in confronto ai 464 verificatisi tra il marzo 2018 e il settembre del 2022. È però interessante osservare che anche i primi 14 mesi della XVIII legislatura si erano caratterizzati per un basso numero di riposizionamenti, addirittura inferiore rispetto a quello dell’attuale.

Dinamiche simili per i cambi di gruppo nelle ultime 2 legislature.

Le dinamiche fin qui registrate sono state molto simili. Nel primo mese ci sono stati diversi spostamenti dovuti al fatto che non tutte le forze politiche presenti in parlamento avevano i numeri per istituire dei gruppi autonomi. In questo caso le alternative fondamentalmente erano 2. O istituire una componente all’interno del gruppo misto oppure chiedere una deroga ai regolamenti. Deroga che, come abbiamo visto, spesso viene concessa.

Nella XVIII legislatura ci fu il caso di Liberi e uguali alla camera. Gruppo in cui confluirono tutti i deputati aderenti a quell’area politica che fino ad allora avevano fatto parte del misto. Nell’attuale legislatura casi simili hanno riguardato i gruppi di Alleanza verdi e sinistra alla camera e Noi moderati in entrambi i rami del parlamento.

I dati relativi al senato per quanto riguarda la XIX legislatura sono aggiornati al 13 novembre 2023.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 4 Dicembre 2023)



Una volta conclusi questi aggiustamenti iniziali, il numero di cambi di gruppo è stato in effetti molto basso nei mesi successivi sia nella XVIII che nella XIX legislatura. Si parla di un massimo di 2 cambi di gruppi al mese. Un primo momento importante nella legislatura precedente fu la caduta del primo governo Conte (agosto-settembre 2019) che portò a ben 51 cambi di gruppo. In quella in corso invece la scissione tra Azione e Italia viva rappresenta il primo momento importante da questo punto di vista.

Il numero dei cambi di gruppo può dipendere anche dai risultati elettorali.

C’è da dire che a influire in queste dinamiche sono senza dubbio anche i risultati elettorali. Nel 2018 infatti dalle urne non uscì una chiara coalizione vincitrice e ciò portò alla formazione di maggioranze eterogenee e instabili. Nel caso attuale invece la posizione del centrodestra è piuttosto solida in parlamento, almeno per ora.

Non è detto infatti che le cose non possano cambiare in futuro. Ad esempio in seguito ai risultati delle elezioni europee del prossimo anno che potrebbero avere delle ripercussioni anche a livello nazionale.

I cambi di gruppo nel dettaglio

In generale si può affermare che ogni cambio di gruppo ha una motivazione politica, per cui è giusto tenere traccia di ogni spostamento. Tuttavia non sempre la decisione di modificare l’adesione a un gruppo comporta necessariamente un cambio di appartenenza politica, come nel caso della formazione o dello scioglimento di gruppi.

Non tutti i cambi di gruppo sottendono una variazione di appartenenza politica.

Rientrano in questa categoria, ad esempio, le 21 uscite registrate dal misto della camera a inizio legislatura. In questo caso i deputati sono confluiti nei neonati gruppi di Avs e Noi moderati. Da questo punto di vista, la scissione che ha caratterizzato Azione e Italia viva, che ha dato origine a 9 riposizionamenti alla camera e 4 al senato, rappresenta un caso diverso. Visto che all’origine di questa separazione c’è una spaccatura politica.

Ci sono poi altri cambi che riguardano queste due formazioni ma che rappresentano un caso ancora diverso. E sono quelli dei senatori Enrico Borghi e Dafne Musolino, confluiti in Azione-Iv rispettivamente dal Partito democratico e dal gruppo Per le autonomie. In seguito alla scissione, entrambi sono rimasti in Italia viva non dando origine quindi a ulteriori cambi di gruppo. Un caso simile c’è stato anche alla camera e ha riguardato l’ex ministra della famiglia Elena Bonetti. Eletta fra le file di Italia viva, ha poi scelto di passare ad Azione prima però che le due formazioni si separassero.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 4 Dicembre 2023)



Allargando lo sguardo anche alle altre formazioni politiche incontriamo il caso di Aboubakar Soumahoro, unico parlamentare che si è reso protagonista di 2 cambi di gruppo nell’attuale legislatura. Eletto nelle file dell’Alleanza verdi e sinistra, ha prima seguito i suoi colleghi dal misto al gruppo autonomo. Successivamente ha fatto il percorso inverso a seguito delle vicende giudiziarie legate alla cooperativa gestita dalla famiglia della moglie. In questo secondo caso si può parlare di un cambio di gruppo per motivazioni politiche a tutti gli effetti.

Un altro caso è quello di Michela Vittoria Brambilla. Storica esponente di Forza Italia e spesso al centro delle polemiche per la scarsa presenza in parlamento, è stata candidata dalla coalizione di centrodestra come indipendente. Ha inizialmente aderito al gruppo misto salvo poi passare a Noi moderati a marzo di quest’anno.

Altro caso interessante è quello del senatore a vita Carlo Rubbia. A inizio legislatura infatti è stato l’unico membro di palazzo Madama a scegliere di non aderire a nessun gruppo. Una possibilità introdotta a partire da questa legislatura a seguito della revisione del regolamento. In seguito però Rubbia ha deciso di modificare la propria scelta e di aderire alla componente delle minoranze linguistiche che così ha raggiunto il numero minimo di senatori necessario per costituire un gruppo autonomo. Si tratta di una prassi verificatisi anche in passato con altri ex presidenti della repubblica e senatori a vita. Il fine è quello di consentire una rappresentanza più incisiva a queste minoranze.

I rapporti tra Azione e Italia viva, i voti ribelli

La rottura tra Azione e Italia viva rappresenta quindi la variazione più significativa negli equilibri parlamentari registrata finora. Come detto la scissione dei gruppi è divenuta effettiva solo di recente ma le tensioni crescenti tra i due movimenti erano note da tempo. Tanto che lo scorso aprile il leader di Azione Carlo Calenda aveva annunciato il naufragio del progetto di partito unico.

Può essere interessante quindi capire quale sia stato l’atteggiamento delle due anime del gruppo, costrette a una “convivenza forzata” per diversi mesi. Hanno portato avanti una strategia unitaria oppure ognuno è andato per la propria strada già prima dello scioglimento ufficiale? Un indicatore che ci può aiutare a capirlo è quello dei voti ribelli.

Dopo la rottura di aprile, il numero di voti ribelli di Azione e Italia viva è aumentato.

Quelli fatti registrare dai componenti di Azione e Italia viva sono stati 2.023 di cui 1.405 alla camera e 618 al senato. Si tratta di valori tutto sommato contenuti se si considera che le votazioni svolte dall’inizio della legislatura sono state oltre 7mila. Inoltre si deve tenere presente che parliamo di due schieramenti politici con una chiara identità, benché simile, che si erano uniti per un mero calcolo elettorale.

Un primo elemento interessante riguarda il fatto che i voti ribelli sono più o meno equamente distribuiti tra le due forze politiche, con una leggera prevalenza per Azione (1.075) rispetto a Italia viva (948). Non c’è stata quindi una chiara divisione delle due forze all’interno dei gruppi, con uno schieramento di maggioranza a dettare la linea e l’altro in costante opposizione. Più probabilmente si sono formate delle maggioranze eterogenee all’interno del gruppo a seconda del tema dibattuto in aula.

Un parlamentare è considerato ribelle quando esprime un voto diverso da quello del gruppo parlamentare a cui appartiene. Si tratta di un indicatore puramente quantitativo del grado di ribellione alla “disciplina” del gruppo. Come data della rottura tra le due formazioni è stata scelta redazionalmente quella del 14 aprile 2023, giorno in cui è stato annunciato il fallimento del progetto di partito unico. L’analisi si ferma all’8 novembre per il senato e al 16 novembre per la camera. Giorni in cui i gruppi si sono ufficialmente divisi nelle rispettive aule.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 4 Dicembre 2023)



Questo schema però è venuto meno, almeno in parte, a seguito della rottura annunciata dai due leader. Da aprile in avanti infatti si è registrata un’impennata nel numero dei voti ribelli: 1.621 in totale. Un dato molto significativo se si considera che il periodo intercorso prima e dopo la rottura è più o meno lo stesso (rispettivamente 6 e 7 mesi circa).

Non tutti i parlamentari però hanno effettuato lo stesso numero di ribellioni. Alcuni infatti ne hanno fatte registrare molte, altri quasi nessuna. Al primo posto da questo punto di vista troviamo Daniela Ruffino (Azione, 145 voti ribelli), al secondo Mariastella Gelmini (Azione, 141) al terzo Naike Gruppioni (Italia viva, 125). Tra i due leader è stato Carlo Calenda quello ad essersi attenuto meno alla linea del gruppo con 115 voti ribelli. Mentre Matteo Renzi si ferma a 63.

Foto: Facebook – Carlo Calenda

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Quanto sono coese le forze politiche in parlamento https://www.openpolis.it/quanto-sono-coese-le-forze-politiche-in-parlamento/ Wed, 24 May 2023 13:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=247210 La capacità dei leader di partito di mobilitare i propri parlamentari è un elemento molto importante nelle dinamiche d’aula. Abbiamo sviluppato un nuovo indicatore che ci aiuta a capire quali sono i gruppi più coesi e quali meno.

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Nelle scorse settimane ha destato molto scalpore il fatto che la maggioranza sia stata battuta alla camera nella votazione che avrebbe dovuto prevedere l’approvazione del documento di economia e finanza (Def). Uno dei passaggi chiave per l’elaborazione del bilancio dello stato.

Già in un precedente articolo avevamo evidenziato i rischi per la coalizione di centrodestra da questo punto di vista. In almeno 8 occasioni infatti la maggioranza era riuscita a far approvare alcuni provvedimenti importanti solo grazie alla contemporanea assenza di diversi esponenti dell’opposizione. Fatto che ha consentito l’abbassamento della quota di voti favorevoli necessaria.

Il parlamentare deve, o almeno dovrebbe, svolgere la sua funzione senza vincolo di mandato, in virtù dell’articolo 67 della costituzione. Fermo restando questo principio fondamentale, per le forze politiche in parlamento è cruciale avere una compattezza per portare avanti il proprio progetto politico. Tanto sul versante della maggioranza quanto su quello dell’opposizione.

Per questo motivo abbiamo sviluppato un nuovo indicatore originale che ci consente di conoscere quali sono i gruppi parlamentari più coesi e quali invece riscontrano più difficoltà da questo punto di vista.

71,92% il coefficiente di coesione della maggioranza nel suo complesso.

Dall’analisi delle votazioni di questi primi mesi di legislatura emerge che tendenzialmente la coalizione di governo è più coesa rispetto alle opposizioni. Ma il rischio di un incidente di percorso, come la vicenda del Def dimostra, è sempre dietro l’angolo. Per questo è molto utile tenere sotto controllo questo indicatore.

Come funziona il coefficiente di coesione

Nel caso dell’approvazione del Def, ad alzare l’asticella per la maggioranza è intervenuta la richiesta dell’esecutivo di uno scostamento di bilancio per finanziare alcuni provvedimenti. Tale richiesta però per essere approvata necessita della maggioranza assoluta (il 50%+1 dei componenti l’organo) di voti favorevoli.

In questo caso quindi ai capigruppo e agli altri leader delle forze politiche di maggioranza era richiesto uno sforzo per mobilitare i deputati e i senatori affinché si presentassero in aula e votassero a favore del provvedimento. Operazione che, almeno in prima battuta, a Montecitorio è fallita. Il nostro nuovo indicatore si basa proprio sull’analisi di questa dinamica. Ovvero la capacità dei leader non solo di mobilitare i propri parlamentari e di farli partecipare alle votazioni in aula ma anche di convincerli a seguire in maniera compatta la linea di partito. 

Il coefficiente di coesione ci dà indicazioni sulla capacità di far partecipare i parlamentari alle votazioni e di far rispettare la linea di partito.

È possibile effettuare questo tipo di analisi grazie ai dati sulle votazioni elettroniche che si sono svolte dall’inizio della legislatura e che sono messi a disposizione direttamente da camera e senato. Il nostro indicatore quindi valuta non solo quanti parlamentari hanno votato rispetto al numero totale degli appartenenti al gruppo ma anche se lo hanno fatto in aderenza alle indicazioni di partito o meno. Il coefficiente sostanzialmente sarà tanto più vicino al 100% quanto il gruppo è coeso. Viceversa l’indicatore sarà più basso nei casi in cui la compagine risulti essere più sfilacciata.

I dati sulla coesione dei gruppi

Analizzando in maniera complessiva le votazioni che si sono tenute in questi primi mesi della nuova legislatura emerge che generalmente la maggioranza è più coesa dell’opposizione. Parliamo infatti del 71,92% contro il 67,29%.

In entrambe le camere il centrodestra presenta valori maggiori ma è al senato in particolare che si registra la differenza più significativa. A palazzo Madama infatti la maggioranza fa registrare il 74,97% mentre l’opposizione si ferma al 65,97%. Una differenza di ben 9 punti percentuali.

Le opposizioni non riescono a fare fronte comune. Inoltre i parlamentari che siedono nel gruppo misto abbassano notevolmente il dato complessivo sulla coesione.

Se da un lato era lecito attendersi un valore più alto per la maggioranza che deve comunque assicurare i voti per garantire l’attuazione del programma di governo, dall’altro la capacità di far partecipare i parlamentari alle votazioni non deve essere data per scontata. Anche alla luce del fatto che molti esponenti del centrodestra ricoprono incarichi nell’esecutivo. Sarà quindi più difficile – se non impossibile – per questi esponenti partecipare con continuità alle votazioni. Da questo punto di vista il fatto che al senato la maggioranza possa vantare un coefficiente di coesione molto elevato può essere dovuto a due fattori: il primo è che essendo i gruppi più piccoli rispetto a quelli della camera è più facile tenere “sotto controllo” i parlamentari. Il secondo è che il numero di senatori (20) impegnati nelle attività di governo è più basso rispetto a quello dei deputati (27).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 18 Maggio 2023)



Passando ad analizzare la compattezza dei singoli gruppi, possiamo osservare che alla camera quello con il coefficiente di coesione più alto è l’Alleanza verdi e sinistra (80,8%). Seguono Partito democratico (77,18%) e Movimento 5 stelle (77,05). Al senato invece al primo posto troviamo il Movimento 5 stelle (85,09%) seguito da Fratelli d’Italia (79,11) e Lega (77,75%).

In entrambi i rami del parlamento il gruppo meno coeso invece risulta essere il misto. Tale dato non deve sorprendere data la composizione eterogenea di questa formazione. Infatti all’interno del misto possono trovarsi sia parlamentari che sostengono il governo sia oppositori. Inoltre spesso questo gruppo fa registrare mediamente un basso tasso di presenza alle votazioni. Ciò contribuisce ad abbassare il valore complessivo del coefficiente, soprattutto se si considerano maggioranza e opposizione nell’insieme. Una dinamica che in questo caso penalizza in particolare la minoranza.

Escludendo questo e altri casi particolari, possiamo osservare che tra i gruppi più numerosi quello che presenta l’indicatore di coesione più basso è Forza Italia (63,45% alla camera e 57,05% al senato).

Com’è variata la coesione dei gruppi nel tempo

Gli equilibri interni a maggioranza e opposizione, ma anche all’interno dei gruppi stessi, possono variare nel tempo. È quindi molto interessante capire come sono mutati i valori da inizio legislatura ad oggi. Anche alla luce delle più recenti evoluzioni politiche. Ad esempio, il Partito democratico ha cambiato segretario passando da Enrico Letta a Elly Schlein (passaggio peraltro che ha comportato una redistribuzione degli incarichi anche all’interno dei gruppi parlamentari). Inoltre si è consumata la rottura dei rapporti tra Carlo Calenda e Matteo Renzi che potrebbe aver influito anche sui gruppi di Azione-Italia viva.

Da questo punto di vista il primo elemento che emerge è il calo che tutte le formazioni hanno fatto registrare rispetto all’inizio della legislatura. Un calo che può essere considerato, se non del tutto almeno in parte, come “fisiologico” dato che successivamente si è avviata l’attività del governo e delle commissioni.

Un altro elemento interessante che emerge è che ci sono significative differenze tra camera e senato. Non solo nell’andamento temporale ma anche, come abbiamo già visto nel paragrafo precedente, su quali sono le formazioni più coese. Alla camera ad esempio tra aprile e maggio il coefficiente più basso è stato fatto registrare da Azione-Iv.

-13,35 la riduzione, in punti percentuale, del coefficiente di coesione di Azione-Italia viva alla camera tra novembre 2022 e maggio 2023.

Al contrario il Partito democratico pare aver beneficiato del cambio di leader. Dal febbraio 2023 alla prima metà di maggio infatti il gruppo Dem ha incrementato la propria coesione di oltre 8 punti. Una dinamica simile l’ha fatta registrare anche Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni infatti ha registrato un incremento di 6,72 punti. Significativo invece il brusco calo fatto registrare dal gruppo del Movimento 5 stelle che tra aprile e maggio ha perso ben 11 punti percentuali.

Per tasso di coesione si intende il numero di appartenenti al gruppo che hanno partecipato a una votazione e che hanno votato in linea con la maggioranza del gruppo rispetto al totale dei componenti il gruppo stesso. Per garantire un’adeguata leggibilità al grafico sono stati considerati solamente i 6 gruppi più numerosi ad esclusione del misto.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 18 Maggio 2023)



Situazione completamente diversa al senato dove a maggio il gruppo più coeso risulta essere proprio il M5s, in netto recupero rispetto al marzo scorso. Anche in questo caso il Pd fa registrare un incremento del coefficiente di coesione anche se meno marcato rispetto alla camera. Fratelli d’Italia invece risulta in lieve flessione negli ultimi 2 mesi. Lega e Azione-Iv riportano andamenti molto altalenanti. Mentre Forza Italia è il gruppo che fa registrare stabilmente l’indice di coesione più basso.

Foto: Comunicazione camera

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Quanto sono presenti in aula i parlamentari https://www.openpolis.it/quanto-i-parlamentari-sono-presenti-in-aula/ Wed, 22 Mar 2023 14:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=238496 Sono passati 6 mesi dall'insediamento delle nuove camere. Facciamo un primo punto sul livello di partecipazione dei parlamentari. Il tasso medio di presenza in aula è abbastanza alto ma non mancano casi di assenteismo.

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Il tema della partecipazione degli eletti in parlamento ai lavori delle rispettive camere riscuote sempre grande attenzione agli occhi dell’opinione pubblica. Sebbene infatti l’attività politica non si svolga solamente in aula, occorre sempre ricordare che la presenza, oltre a essere prevista dai regolamenti di camera e senato, è anche un dovere connesso all’impegno che richiede l’assunzione di una carica pubblica. Chi ha ricevuto un incarico di rappresentanza da parte dei cittadini infatti, al di là del compenso garantito da risorse pubbliche, dovrebbe prendere questo ruolo con grande senso di responsabilità.

I Senatori hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni.

Sono passati ormai 6 mesi dall’inizio della XIX legislatura e questo può essere un buon momento per fare un primo punto sul tasso di presenza di deputati e senatori. In generale, il livello medio di partecipazione in aula è abbastanza alto ma non mancano i casi di esponenti particolarmente assenteisti. Inoltre, allargando il quadro, il 21% circa degli eletti fa registrare un tasso di partecipazione inferiore al 60%.

75,25% il tasso di partecipazione medio alle votazioni del parlamento.

È particolarmente importate tenere sotto controllo questi dati almeno per due ragioni. A seguito del taglio dei parlamentari infatti una scarsa presenza in aula può comportare alcuni problemi. Da un lato, un rischio politico per la maggioranza: non avere i numeri per approvare i provvedimenti. Dall’altro, soprattutto al senato, che non siano presenti abbastanza esponenti per assicurare il corretto funzionamento dei vari organi interni (commissioni, giunte, comitati) che compongono il parlamento.

Come si conteggiano le presenze

Per valutare il tasso di presenza in aula è possibile conteggiare la partecipazione di deputati e senatori alle varie votazioni che si svolgono nel corso della seduta. Non è detto infatti che un parlamentare sia presente per tutto il tempo. In questo modo quindi si ha un’indicazione più accurata dell’effettiva attività svolta in aula.

La maggior parte delle votazioni avviene in forma elettronica ed è quindi possibile recuperare i dati di ogni singolo scrutinio. Ci sono però alcune situazioni in cui il voto non è registrato, o perché segreto o perché l’aula sceglie di votare con metodi diversi da quello elettronico (ad esempio per alzata di mano). In alcuni di questi casi, i dati sono comunque messi a disposizione dalle strutture di camera e senato.

Quando queste informazioni non sono disponibili, per i passaggi rilevanti (come ad esempio le votazioni sulle questioni di fiducia) le abbiamo raccolte manualmente. Un’operazione di questo tipo però non è possibile per i lavori nelle commissioni. In questo caso infatti non ci sono obblighi di trasparenza. Non stiamo parlando quindi del 100% delle votazioni ma comunque le informazioni disponibili ci restituiscono un quadro sufficientemente accurato del livello di partecipazione.

1.767 le votazioni che abbiamo monitorato dall’inizio della legislatura. Queste si dividono tra 1.043 alla camera e 724 al senato.

Prima di approfondire l’analisi infine occorre specificare che non tutte le assenze sono uguali. In alcuni casi queste sono giustificate per motivi di salute in altri ancora possono avere un significato politico. C’è poi il delicato tema delle missioni parlamentari. In questo caso il politico non partecipa al voto perché è occupato in altre attività istituzionali. Rientra in questa fattispecie ad esempio chi ricopre incarichi di governo. L’assenza del parlamentare in missione è quindi giustificata e non viene conteggiata ai fini del raggiungimento del numero legale.

Se non adoperate correttamente, le missioni possono mascherare casi di assenteismo.

Tuttavia questo strumento negli anni ha mostrato diverse zone d’ombra nella sua applicazione. Infatti non sono solo gli esponenti del governo a poterne usufruire e non sempre sono note le motivazioni della missione. Per questo per valutare il livello di partecipazione in aula abbiamo scelto di concentrarci sulle sole presenze. Intendendo quindi sia le assenze che le missioni come “mancata partecipazione al voto” e, di conseguenza, ai lavori del parlamento.

Le tendenze nei primi mesi della XIX legislatura

Mediamente possiamo osservare che il tasso di partecipazione è più alto al senato rispetto alla camera. A palazzo Madama infatti la media delle presenze si attesta al 78,7% mentre a Montecitorio il dato scende al 74%. Ciò, tra l’altro, nonostante la presenza dei 6 senatori a vita che hanno un tasso di presenza molto basso e contribuiscono quindi ad abbassare la media. Si tratta di una dinamica che avevamo rilevato anche nella precedente legislatura. In quel caso tale tendenza era attribuibile alla maggioranza risicata su cui in particolare il governo Conte II poteva fare affidamento in quest’aula.

I senatori sono mediamente più presenti dei deputati.

Anche se abbiamo visto come i numeri della coalizione al governo non siano poi così solidi a palazzo Madama, la motivazione stavolta è probabilmente diversa. Il taglio dei parlamentari ha impattato maggiormente sui senatori, rimasti solamente in 200. È probabile quindi che gli esponenti di questo ramo siano portati a partecipare mediamente di più ai lavori d’aula non solo per assicurare i numeri alla maggioranza ma anche semplicemente per garantire il corretto funzionamento di tutte le strutture interne.

Al di là di questo dato generale comunque è interessante notare che la maggioranza dei parlamentari riporta un tasso di partecipazione piuttosto elevato. In 398 infatti (253 deputati e 145 senatori) fanno registrare un livello di presenza alle votazioni compreso tra il 75% e il 100%. Ci sono però 126 esponenti (circa il 21%) con un tasso di partecipazione inferiore al 60%. Addirittura troviamo 22 deputati e 15 senatori che rientrano nella fascia compresa tra lo 0% e il 15%.

37 i parlamentari con un tasso di partecipazione compreso tra lo 0 e il 15%.

È bene specificare che tra i 126 parlamentari meno presenti, 21 ricoprono incarichi di governo. Come già detto in molti casi questi, come altri parlamentari, sono considerati “in missione”. In quanto non presenti, comunque, non contribuiscono ai lavori delle camere.

Leader di partito ed esponenti del governo

I parlamentari che fanno parte dell’esecutivo sono 46 in totale (27 deputati e 19 senatori). Tra questi, i più presenti in aula sono il sottosegretario alle infrastrutture Tullio Ferrante (Forza Italia, 60%), il ministro della pubblica amministrazione Paolo Zangrillo (Fi, 53,5%) e la sottosegretaria alla cultura Lucia Borgonzoni (Lega, 50,3%).

21,3% il tasso medio di presenza in aula dei parlamentari con incarichi di governo. 

Tra i meno presenti invece il ministro degli esteri Antonio Tajani (Fi, 0,2%), il sottosegretario alle infrastrutture Edoardo Rixi (Lega, 0,3%) e quello all’economia Federico Freni (Lega, 2,5%). Da notare che anche la stessa presidente del consiglio Giorgia Meloni risulta eletta alla camera (Fratelli d’Italia, 1,34%). Sarebbe però insolito che chi ricopre questo ruolo partecipi alle sedute dell’aula se non per rendere conto del proprio operato come guida dell’esecutivo.

Un altro elemento interessante da passare in rassegna è quello della presenza in aula dei diversi leader di partito. Così come chi fa parte del governo anche gli esponenti di punta delle varie forze politiche, per motivi diversi, sono spesso impegnati fuori dalle aule per iniziative sui territori. Chiaramente in questo caso la differenza tra chi è al governo e chi all’opposizione emerge nettamente.

Tra i leader di partito, oltre a chi ha incarichi di governo, sono molto assenti Berlusconi, Lupi e Calenda.

Tra i più presenti in aula infatti troviamo il leader dei Verdi Angelo Bonelli (83%). Seguono quello di Sinistra italiana Nicola Fratoianni (74,5%) e quello del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte (65,2%). La neo segretaria del Pd Elly Schlein si colloca al 53,7% mentre Matteo Renzi di Italia viva fa registrare il 41,7%. Maurizio Lupi di Noi moderati si attesta al 24%.

Tra i meno presenti infine troviamo il segretario della Lega Matteo Salvini (che però è anche ministro delle infrastrutture) che fa registrare un tasso di partecipazione del 14,9%. Seguono il segretario di Azione Carlo Calenda (11,2%) e il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi (0,55%). In entrambi i casi risulta molto elevato il dato sulle missioni (rispettivamente 77% e 89%).

I parlamentari meno presenti in aula

Detto degli esponenti principali, andiamo a vedere quali sono gli altri parlamentari che hanno partecipato di meno ai lavori dell’aula. Prima di proseguire occorre ribadire che il livello di partecipazione in questa prima fase della legislatura è stato mediamente alto. Inoltre siamo solo alle prime fasi dell’attività parlamentare. Per avere dati più solidi occorrerà aspettare ancora alcuni mesi.

Tra i parlamentari più assenti molti sono del centrodestra.

Fatte queste premesse è comunque interessante osservare che come ci sia un nutrito gruppo di parlamentari che presenta un tasso di presenza in aula particolarmente basso. E tra questi ci sono molti nomi noti anche al grande pubblico. Il deputato meno presente in assoluto è lo storico leader della Lega Umberto Bossi (0,38% di partecipazione alle votazioni) le cui precarie condizioni di salute però sono note. Troviamo poi l’imprenditore Antonio Angelucci anch’egli eletto in quota Lega (1,44%), Marta Fascina (Fi, 1,73%) e Giulio Tremonti (Fdi, 7,5% presidente della commissione esteri e spesso in missione). Rientra in questa suddivisione anche Michela Vittoria Brambilla (storica esponente di Forza Italia che ha recentemente aderito a Noi moderati) con il 24% circa di presenza alle votazioni.

Dal conteggio sono stati esclusi i senatori a vita, i presidenti e vicepresidenti di camera e senato e chi ricopre incarichi di governo.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 8 Marzo 2023)



Al senato invece, oltre ai già citati Calenda e Berlusconi, un altro nome noto con un tasso di partecipazione modesto è quello dell’ex ministra Giulia Bongiorno (Lega, 30,4%). Anche in questo caso è molto alta la percentuale di missioni.

Il livello dei partecipazione dei gruppi

Un ultimo elemento da analizzare riguarda il livello di partecipazione ai lavori parlamentari in base al gruppo di appartenenza. In passato infatti il tema è stato spesso centrale nel dibattito pubblico ed alcuni partiti hanno fatto della lotta all’assenteismo un proprio cavallo di battaglia, da rivendicare poi anche in chiave elettorale.

A livello di formazioni politiche notiamo che alla camera il tasso medio di partecipazione più alto è quello del gruppo dell’Alleanza verdi e sinistra che raggiunge l’86% circa. Da notare che questa formazione conta attualmente solo 11 componenti. Nel caso di numeri così ridotti è quindi abbastanza semplice raggiungere livelli elevati di partecipazione. D’altronde basta un dato fortemente negativo in questo senso per abbassare notevolmente la media. Serve quindi l’accordo di tutti gli aderenti al gruppo (che in questo caso provengono da due forze politiche diverse) per assicurare un’alta presenza ai lavori dell’aula.

Il secondo gruppo per partecipazione a Montecitorio è quello del Movimento 5 stelle che supera l’80%. I pentastellati tra l’altro già nella precedente legislatura si erano distinti per un alto livello di partecipazione media. Il terzo gruppo più presente è quello del Partito democratico con il 79% circa. Agli ultimi posti troviamo invece Forza Italia (65%) e Noi moderati (63%).

Nel grafico è riportato il dato medio di presenza alle votazioni in aula dei gruppi parlamentari. Si è scelto di riportare anche i dati relativi alle percentuali di assenze e missioni per far vedere in particolare come queste ultime influiscano sul livello di partecipazione dei vari gruppi. L’istituto della missione prevede che l’assenza in aula del parlamentare sia giustificata e non rilevi ai fini raggiungimento del numero legale. Tuttavia ai fini pratici si tratta comunque di una mancata partecipazione ai lavori a tutti gli effetti.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 8 Marzo 2023)



Come abbiamo visto in precedenza, il livello medio di partecipazione al senato è più alto rispetto a quello della camera. Se però consideriamo le performance dei diversi gruppi notiamo che in questo ramo ci sono delle differenze più marcate. Il gruppo più presente infatti è quello del Movimento 5 stelle che raggiunge l’87% di partecipazione alle votazioni. Tra i gruppi più presenti inoltre troviamo il Pd (84%) e Fratelli d’Italia (81,6%). All’ultimo posto invece troviamo il gruppo misto che non raggiunge il 50%. I suoi 7 membri infatti si fermano al 45%.

In questo caso è interessante notare che nel misto del senato sono presenti anche gli esponenti di Avs che non hanno raggiunto il numero minimo di aderenti per formare un gruppo autonomo. Qui però pesa la presenza nel gruppo di 3 senatori a vita (Mario Monti, Renzo Piano e Liliana Segre) che per motivi legati all’età, allo stato di salute o a impegni professionali, hanno un basso tasso di partecipazione. Infatti considerando singolarmente gli esponenti di Avs notiamo che il loro livello di presenza, in particolare quello di Aurora Floridia (91,57%) e di Giuseppe De Cristofaro (89,50%), è in linea con quello dei loro colleghi della camera.

Foto: Facebook – Carlo Calenda

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Come il nuovo parlamento si è pronunciato sul conflitto ucraino https://www.openpolis.it/come-il-nuovo-parlamento-si-e-pronunciato-sul-conflitto-ucraino/ Wed, 08 Feb 2023 14:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=231649 È passato quasi un anno dall'esplosione della guerra in Ucraina. Da allora il parlamento si è già espresso molte volte sul conflitto, anche nella legislatura appena iniziata. Vediamo come si sono espressi sul punto i nostri rappresentanti eletti nel settembre scorso.

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Il 24 febbraio 2022 iniziava l’operazione militare russa in Ucraina. Un conflitto che ha avuto gravi conseguenze anche per i paesi europei. Questi finora si sono schierati in maniera compatta a favore del popolo ucraino, inviando materiali sia bellici che di supporto alla cittadinanza. Ma anche imponendo sanzioni alla Russia.

La questione dell’invio di armi in particolare è risultata particolarmente controversa e fonte di un acceso dibattito anche nel nostro paese. Da questo punto di vista è particolarmente importante valutare le posizioni assunte dai nostri rappresentanti in parlamento. Un tema di cui il parlamento ha discusso sia nella legislatura precedente che in quella appena iniziata.

Sono 2 in particolare i provvedimenti su cui il parlamento si è espresso con un voto. Si tratta dei decreti legge 169 (proroga della partecipazione dell’Italia alle attività della Nato) e 185 (proroga dell’invio di materiale, anche bellico, all’Ucraina) del 2022. Com’era prevedibile entrambi questi provvedimenti hanno ricevuto il voto favorevole delle formazioni di centrodestra che fanno parte dell’attuale maggioranza.

L’opposizione invece ha assunto posizioni diverse. Gli unici gruppi espressamente contrari sono stati infatti il Movimento 5 stelle e l’Alleanza verdi-sinistra (Avs). Più morbida invece la posizione assunta da Partito democratico e Azione-Italia viva che si sono astenuti nel primo caso e hanno votato a favore nel secondo.

La proroga dell’autorizzazione all’invio di armi

Il primo provvedimento che prendiamo in esame è il più recente dei due e forse anche il più rilevante politicamente. Si tratta del decreto legge 185/2022 che dispone la proroga fino al 31 dicembre 2023 dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari a favore dell’Ucraina.

L’11 gennaio scorso al senato il provvedimento è stato approvato in via definitiva con 125 voti favorevoli, 28 contrari e 2 astenuti. La camera si era già pronunciata alcuni giorni prima (215 favorevoli , 46 contrari e nessun astenuto) ma in quel caso l’aspetto più rilevante riguardava il numero di deputati che non hanno partecipato al voto: 138 di cui 72 assenti e 66 in missione. I parlamentari in missione non risultano fisicamente in aula perché impegnati in altre attività istituzionali. Sono però considerati come presenti ai fini del raggiungimento del numero legale ma di fatto non partecipano al voto. 

Solo M5s e Avs contrari alla proroga dell’invio di armi.

Ad esprimersi in senso contrario su questo provvedimento sono stati solamente il Movimento 5 stelle e l’Alleanza verdi-sinistra (che al senato fa parte del gruppo misto). Tutti favorevoli gli altri gruppi. Occorre ricordare che questo decreto legge rappresenta una proroga di quanto già disposto dal Dl 14/2022 che era stato presentato dal governo Draghi. Non deve sorprendere quindi il fatto che anche gruppi di centro e centrosinistra come Partito democratico e Azione-Italia viva abbiano votato a favore del provvedimento. Dato che all’epoca del primo decreto facevano parte della maggioranza.

Nel grafico, per agevolare la lettura, sono rappresentati solamente i voti favorevoli, contrari e gli astenuti. Non sono rappresentati invece gli assenti (12 al senato e 72 alla camera), i parlamentari in missione (125, 66) e i presenti non votati (1 al senato). Solitamente chi presiede l’aula non partecipa alla votazione.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 24 Gennaio 2023)



Sulle votazioni relative a questo decreto è interessante osservare quanto accaduto nelle fila del Partito democratico. Tra i Dem infatti si sono registrati alcuni voti in contrasto con il resto dei gruppi, sia al senato che alla camera. Quelli che definiamo “voti ribelli“.

5 i voti ribelli nel Partito democratico sul Dl 185/2022 (di cui 2 per errore).

Al senato i voti contrari sono arrivati da Andrea Giorgis e Valeria Valente. I 2 si sono affrettati a specificare che il loro voto in contrasto con il resto del gruppo sarebbe dovuto ad un semplice errore materiale. Tuttavia ai fini del conteggio il voto contrario rimane, anche se i due esponenti hanno richiesto che rimanesse a verbale la loro volontà di votare sì al provvedimento.

Al di là di questo però ci sono altri 3 voti ribelli all’interno del Pd. A conferma di come la questione ucraina sia delicata, specie in un partito che ha tra le proprie fila diverse anime e che vede al proprio vertice un segretario dimissionario, Enrico Letta. Al senato si sono astenuti l’ex segretaria generale della Cgil Susanna Camusso e Rando Vicenza. Alla camera invece il voto contrario è stato quello di Paolo Ciani.

Emendamenti e ordini del giorno

Per quanto riguarda il decreto legge in esame è molto interessante evidenziare elementi ulteriori. In particolare come il parlamento si è espresso su alcuni emendamenti e ordini del giorno.

Al senato in particolare sono stati presentati due emendamenti, uno da parte degli esponenti di Avs e l’altro, sostanzialmente identico, dal M5s che richiedevano un atto di indirizzo per ogni singolo invio di armi e materiali in Ucraina. Questa specifica è molto importante poiché il testo del Dl ha una formulazione più generica.

È prorogata, fino al 31 dicembre 2023, previo atto di indirizzo delle Camere, l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina.

Data questa formulazione, l’interpretazione potrebbe essere che non sia necessario un atto di indirizzo parlamentare per ogni invio ma potrebbe esserne sufficiente uno per tutti. Emendamenti simili sono stati ripresentati anche alla camera dalle stesse forze politiche ma in entrambi i casi sono stati bocciati. 

Il senato inoltre si è espresso su un ordine del giorno (Odg) presentato sempre dal Movimento 5 stelle. L’atto chiedeva al governo di rendere noto il dettaglio di ogni cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore dell’Ucraina. C’è da dire che in questo la proposta di Odg aveva un chiaro fine politico dato che avrebbe richiesto la rivelazione da parte dell’esecutivo di documenti classificati.

Sull’ordine del giorno G1.2 esprimo parere contrario. Le ragioni del parere contrario sono che con l’accoglimento di questo ordine del giorno verrebbe meno il carattere di tempestività rispetto all’opportunità di inviare materiale militare all’Ucraina e, in secondo luogo, non potendo per ragioni di sicurezza nazionale, essendo classificato l’elenco dei materiali inviato, riferire circa lo stesso, verrebbe meno anche il concetto di dover riferire all’Assemblea.

L’ordine del giorno è stato infatti respinto con solo 23 voti favorevoli. Il tentativo è quindi servito probabilmente a marcare il nuovo posizionamento dei pentastellati rispetto al conflitto in corso.

La partecipazione dell’Italia alle attività della Nato

Un altro decreto legge del governo su cui il nuovo parlamento si è espresso è il 169/2022. L’articolo 1 di questo provvedimento aveva disposto la proroga fino al 31 dicembre 2022 della partecipazione di personale militare italiano alle iniziative della Nato nell’ambito della forza ad elevata prontezza operativa, denominata Very high readiness joint task force (Vjtf).

Come si ricorda nella scheda di lettura predisposta dal servizio del bilancio del senato, successivamente all’aggressione militare della Russia nei confronti dell’Ucraina, il Governo ha adottato il decreto legge 28/2022 che ha previsto, tre le diverse misure, anche la partecipazione di 1.350 unità di personale militare, 77 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei e 2 unità navali nell’ambito della Vjtf.

In fase di conversione del provvedimento poi la camera ha aggiunto altri 2 articoli sempre relativi ad attività militari. In particolare l’articolo 1-bis va a modificare l’articolo 538-bis comma 1 del codice dell’ordinamento militare. La modifica apportata consente al ministero della difesa di avviare le procedure per l’affidamento di diversi servizi (tra cui l’acquisto e la manutenzione di equipaggiamenti, mezzi, sistemi d’arma, sistemi per il comando e controllo, sistemi per le  comunicazioni) finanziati dai provvedimenti di autorizzazione e proroga delle missioni internazionali delle forze armate anche nell’anno precedente all’effettivo impegno di spesa fino alla fase della stipulazione del contratto.

L’articolo 1-ter invece ha introdotto nel codice dell’ordinamento militare l’articolo 544-bis. Questa nuova disposizione autorizza il ministero della difesa ad acquistare materiali non d’armamento e alla realizzazione di lavori ed opere ai fini della successiva cessione a titolo gratuito.


I decreti legge devono essere convertiti dal parlamento entro 60 giorni. Durante l’iter le camere possono anche modificare il provvedimento e aggiungere nuove disposizioni.


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“Che cosa sono i decreti legge”

È importante evidenziare che questo decreto è un cosiddetto “atto omnibus”: contiene cioè disposizioni che vanno ad intervenire in settori non omogenei tra loro. In particolare l’articolo 2 ha esteso di 6 mesi l’applicabilità delle misure a sostegno del servizio sanitario della Calabria attualmente commissariato. L’articolo 3 invece contiene disposizioni che riguardano l’agenzia italiana del farmaco (Aifa).

Questo è un elemento molto importante da tenere presente poiché il parlamento si è espresso sulla legge di conversione che contiene un unico articolo. Di conseguenza, con un solo voto, camera e senato hanno dato il via libera sia alla partecipazione italiana alle iniziative della Nato che alle altre misure riguardanti la sanità.

Al senato la votazione finale sul disegno di legge (Ddl) di conversione si è svolta il 30 novembre scorso. Il provvedimento è stato approvato con 86 voti favorevoli. Da notare che in questo caso i contrari sono stati solamente 28 ma c’è stato un numero significativo di astenuti (46) e di senatori che risultavano in missione (30). Alla camera invece il voto finale si è tenuto il 14 dicembre. I favorevoli sono stati 160 mentre i contrari 54. Anche in questo caso ci sono stati molti astenuti (76) e deputati in missione (49).

Nel grafico, per agevolare la lettura, sono rappresentati solamente i voti favorevoli, contrari e gli astenuti. Non sono rappresentati invece gli assenti (11 al senato e 60 alla camera), i parlamentari in missione (86, 49) e i presenti non votati (4 al senato). Solitamente chi presiede l’aula non partecipa alla votazione.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 14 Dicembre 2022)



Anche in questo caso è particolarmente interessante vedere le diverse scelte fatte dai gruppi dell’opposizione. In particolare il Movimento 5 stelle e l’Alleanza verdi e sinistra hanno votato contro mentre Partito democratico e Iv e Azione (insieme a Per le autonomie al senato) si sono astenuti.

Da ricordare, anche in questo caso, che M5s, Pd e Iv facevano parte della maggioranza che sosteneva il governo Draghi. Finché hanno fatto parte del governo di unità nazionale, queste formazioni hanno votato a favore delle misure varate dall’esecutivo.

A differenza del M5s, Pd e Iv (adesso associata in parlamento al partito di Carlo Calenda Azione) non hanno modificato le posizioni filo atlantiste e favorevoli al sostegno all’Ucraina. Tuttavia, in questo caso, non hanno voluto votare a favore del provvedimento ed hanno quindi scelto di astenersi. Però anche nel caso in cui questi gruppi avessero votato contro, la norma sarebbe passata ugualmente con uno scarto di 12 voti al senato e 30 alla camera. 

Foto: Camera dei deputati

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