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  <title>Openpolis - LE ULTIME DICHIARAZIONI DI Luciano VIOLANTE</title>
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  <updated>2009-11-07T00:00:00Z</updated>
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  <title>«Basta con i pregiudizi, facciamo le riforme»  -  INTERVISTA</title>
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  <updated>2009-11-07T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>418768</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Luciano Violante è convinto che avvocati, magistrati, maggioranza e opposizione possano lavorare insieme per cambiare la giustizia italiana. L'ex presidente della Camera (ed ex magistrato) accoglie positivamente l'appello del Capo dello Stato e si augura che «serva per dare il via ad un processo riformatore che affronti alcuni problemi concreti. Servono dei progetti di legge su cui aprire il confronto e la discussione. Il riformismo creativo, invece, fatto di annunci mirabolanti e di precipitose retromarcia, non serve».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Quali potrebbero essere questi problemi concreti su cui aprire il confronto?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Vorrei fare una premessa».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Prego.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «I soggetti coinvolti in questo dibattito sono almeno quattro: la maggioranza, l'opposizione, la magistratura e l'avvocatura».
&lt;p&gt;&lt;b&gt; Perché almeno?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Perché sia nella maggioranza che nell'opposizione non c'è unità di intenti».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Bene, diciamo che sono quattro. Cosa dovrebbero fare?&lt;/b&gt; 
&lt;p&gt;«Gran parte della maggioranza e l'avvocatura penalista sono orientati a correggere soprattutto l'assetto di potere della magistratura, gran parte dell'opposizione e l'Anm danno maggiore importanza all'aspetto della giustizia come servizio ai cittadini. O si trova il modo parlare di entrambe le cose o non ci sarà mai confronto».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Quindi, come si fa a parlare di entrambe le cose?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «In Italia abbiamo 164 tribunali e più della metà non hanno un numero di magistrati sufficienti per lavorare bene. Si può affrontare questo problema? Riduciamo a cento i tribunali, con il voto della maggioranza e dell'opposizione. Presentiamo i progetti di legge in Parlamento ben sapendo che tutti i soggetti coinvolti hanno qualcosa da perdere: la politica in termini di consenso, l'avvocatura per quanto riguarda i consigli dell'ordine, la magistratura in numero di presidenti di tribunale e capi delle procure. Stesso discorso può essere fatto per quanto riguarda l'assetto di potere della magistratura».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Cioè?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Leggo che c'è una certa apertura attorno all'ipotesi di sottrarre la responsabilità disciplinare al Csm. Io penso possa essere utile per eliminare il sospetto che sempre c'è sulla giustizia dei pari. Si può affrontare questo problema? I proclami non servono, servono i progetti. Meno consenso, registro invece, attorno alla riforma del Csm, che pure è necessaria».
&lt;p&gt;&lt;b&gt; Questo significa che, checché ne dica Di Pietro, l'opposizione può parlare di giustizia con Berlusconi?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Io mi pongo un altro problema: queste riforme servono ai cittadini? Servono per migliorare la qualità della giustizia? Servono per far cambiare idea alle imprese straniere che oggi, di fronte all'incertezza delle regole, preferiscono non investire nel nostro Paese? Se servono all'interesse nazionale abbiamo la responsabilità di farle. Se servono a Berlusconi o Bersani, ai magistrati o agli avvocati, non si fanno».
&lt;p&gt;&lt;b&gt; A dire il vero c'è chi dice che il premier vuole dialogare solo per risolvere i suoi problemi con la giustizia.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Le riforme di cui parlo servono ai cittadini. E solo su questo tipi di riforme si può lavorare insieme. Entrambe le coalizioni mettano da parte la politica dei pregiudizi e giudichino caso per caso».
&lt;p&gt;&lt;b&gt; Non crede che i primi ad avere un atteggiamento pregiudiziale siano proprio i magistrati?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Noi siamo prigionieri di due opposti estremismi. Da un lato quelli che vogliono distruggere tutto, dall'altro quelli che vogliono conservare tutto. L'Anm è un sindacato, seppure sui generis, e non mi stupisce che faccia certi discorsi. Ciò nonostante credo dovrebbero essere più disponibili ad una riflessione complessiva. &lt;br /&gt;
Io amo andare in montagna e quando piove e il terreno si fa scivoloso non si può restare fermi. Serve un cambio di passo. Veniamo da anni molto pesanti per il conflitto giustizia-politica. Una grande responsabilità ce l'ha quest'ultima, ma credo che anche l'Anm debba fare dei passi verso possibili soluzioni».&lt;br /&gt;
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  <title>«Solo una buona notizia: il no di Fini a usare il lodo Alfano»  -  INTERVISTA</title>
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  <updated>2009-10-03T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <summary type="html">&lt;br /&gt;«Oggi si arriva a occupare certe posizioni in modo del tutto casuale o basandosi su rapporti amicali. Per non dire di peggio».
&lt;p&gt;
«Il gesto di Gianfranco Fini, è una lezione di etica pubblica». È il giudizio positivo dell'ex presidente della Camera, Luciano Violante, sulla decisione di Fini, alla quale ha risposto il pm Henry John Woodcock rimettendo la querela.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt; Un gesto simile può riqualificare le istituzioni?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; Non c'è dubbio. Non so se risolve, ma aiuta tutti coloro che lavorano per costruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Ritiene che Fini abbia voluto marcare una distanza dalla sua maggioranza?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; Credo che abbia fatto quello che riteneva giusto fare. Se ci siano altri scopi bisognerebbe chiederlo a lui. Lo apprezzo come atto di dignità politica.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Il presidente Napolitano ha dichiarato di avere nostalgia per il tempo in cui il confronto politico era anche aspro, ma civile e rispettoso.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; Purtroppo siamo passati dall'era dei grandi nemici &quot;esterni&quot;, il capitalismo e il regime sovietico, alla fase dei nemici &quot;interni&quot;. Prima i grandi nemici erano fuori e all'interno ci si combatteva rispettosamente. Oggi si è amici di Putin, ma in Italia...
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Ma il comunismo oggi non c'è più e il capitalismo si è modificato.Quindi?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt;
Crollati quei nemici esterni sono subentrati quelli interni. E tra i primi c'è l'avversario politico e questo determina un minore dialogo rispetto ieri. È un meccanismo diabolico, ma purtroppo è così.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Questo imbarbarimento è legato al venir meno della contrapposizione ideologiche?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; Direi piuttosto a una scarsa fiducia nei propri valori da parte di tutti che porta a rifiutare qualsiasi confronto. Fare politica significa anche sforzarsi di capire le ragioni dell'altro.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Questa situazione attuale dipende anche da una classe politica poco selezionata?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; Il problema è che i partiti non fanno più educazione civile né al proprio interno né fuori. Per cui nella vita politica oggi si arriva a occupare certe posizioni in modo del tutto casuale o basandosi su rapporti amicali con le oligarchie dei partiti. Per non dire di peggio...
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;E quindi?&lt;/b&gt; 
&lt;p&gt;Tutto questo priva la rappresentanza politica di una sua forza e di una sua autorevolezza. L'unico partito che fa una selezione basata sull'esperienza politica è la Lega, i cui deputati hanno un passato da amministratori capaci. Hanno, cioè, fatto le loro esperienze sul campo.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Lei critica l'attuale legge elettorale che consente a una oligarchia di scegliere i parlamentari e riduce notevolemente il ruolo del Parlamento.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; La prima cosa da fare è una nuova legge elettorale, proprio per evitare la costruzione di oligarchie nei partiti e nelle istituzioni. Spero che il Partito democratico, dopo il congresso, ponga il cambio della legge elettorale al primo posto del suo programma per le riforme istituzionali.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;È appena uscito il suo nuovo libro &quot;Magistrati&quot;nel quale si criticano degli atteggiamenti di alcuni suoi ex colleghi. È un po' singolare per uno come lei considerato il capo del &quot;partito delle toghe&quot;, o no?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; Giusto per sgombrare il campo dagli equivoci nel libro ho pubblicato un articolo del 1993, in piena Tangentopoli, nel quale avevo parole molto dure contro il cosiddetto governo dei giudici e non ho mai cambiato opinione. Si sono costruiti dei miti della politica su di me che sono delle autentiche stupidaggini.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;C'è, quindi, bisogno di una riforma della giustizia?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; Penso che occorrano due tipi di intervento: uno di carattere morale, sia da parte dei politici sia dei magistrati, e l'altro di tipo legislativo. Ma le leggi senza una riforma morale della politica e della magistratura non risolvono questa situazione.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Un richiamo alla morale che viene da più parti.&lt;/b&gt; 
&lt;p&gt;La globalizzazione ha sconvolto i principi dell'etica pubblica, ma anche di quella privata. Si avverte la necessità forte di ricostruire un tessuto etico.
&lt;p&gt;

&lt;b&gt;Ritiene che ci siano le condizioni per questo cambiamento?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; Oggi, purtroppo, l'unico parametro al quale si fa riferimento è quello riferito alla legge: è consentito, non è permesso. Ma esistono comportamenti che possono essere adottati indipendentemente dalla legge. L'esempio del presidente Fini ne è una conferma. Poteva avvalersi del lodo Alfano e dal punto di visto giuridico la sua posizione era ineccepibile. Invece ha fatto prevalere i principi di etica pubblica.  &lt;br /&gt;
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  <title>«Il nuovismo del leader è un errore»  -  INTERVISTA</title>
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  <updated>2009-06-27T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>391731</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
«Sono amico di entrambi, aspetto i loro progetti per scegliere chi sostenere»: Luciano Violante chiede a Franceschini e Bersani di scoprire le carte. Ma difende Bersani dall’accusa di rappresentare il «vecchio».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Un avvio di congresso duro. Cosa ne pensa?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Franceschini ha fatto bene in questi mesi. Ora mi è sembrata contraddittoria, per come ha gestito il partito e con la sua stessa elezione alla quale tutti abbiamo contribuito, la presa di distanza da ”quelli che c’erano prima”. A chi si riferiva? A Veltroni, Marini, D’Alema? &lt;br /&gt;
Comunque, non ci si presenta mai contro qualcuno ma per un progetto».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;È venuto meno al ruolo di segretario di tutti?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Non esageriamo. È stato un errore, peraltro rilevato da molti: siamo in una situazione certamente delicata e non godiamo di buona salute, sarebbe giusto confrontarci sul futuro del partito, sulla lettura della società italiana, su come superare i nostri handicap. Ma sono convinto che se ne sia reso conto anche Franceschini che in Direzione non ha usato più quei toni».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Di fatto si discute di due nomi...&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Diamogli tempo per mettere i loro progetti. Certamente entrambi dovranno dirci che idea di partito e società hanno.&lt;br /&gt;
 Io spero che entrambi coltivino il senso di appartenenza: una organizzazione politica non è una bocciofila ma un luogo dove si vivono sentimenti, appartenenze ideali, voglia di impegno».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Veltroni, a sostegno di Franceschini, vuol tornare allo spirito del Lingotto. È la strada giusta? O fu, come ritiene qualche sostenitore di Bersani, l’inizio della fine del governo Prodi e dell’Ulivo.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «È ingeneroso addebitare al Lingotto la fine di un governo che cadde perché un pezzo di maggioranza fece l’accordo con l’avversario. Penso però che la resurrezione delle idee, in genere, non ha campo in politica. Piuttosto che riesumare cose del passato, è meglio dire cosa si vuol fare per il futuro, guardando sempre avanti».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Bersani è dipinto come l’interprete di un Pd che dovrebbe somigliare di più alle socialdemocrazie, in crisi in tutta Europa.&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Intanto, la tradizione socialdemocratica ha dato il welfare a tutta Europa. Può darsi che si sia consumata e che si debba pensare ad un altro modello di partito. Ma non mi pare che Bersani sia propugnatore del passato. Ha fatto il ministro guardando positivamente al futuro. Come quando ha amministrato la regione Emilia Romagna. È una persona pragmatica, non un romantico nostalgico. E anche Franceschini non è legato al passato. Mettiamoli alla prova, poi decideremo».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Anche lei critica lo Statuto che affida alla primarie la scelta del segretario?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «Le primarie, per definizione, sono un momento di selezione di candidature. Vanno benissimo per individuare candidati sindaci o presidenti di provincia e regione. Per il Pd, invece, sono decisive per la elezione del segretario: si consegna il diritto di scegliere la guida del partito a chi non ne fa parte. A me sembra un errore».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;Ma quelle regole le avete votate tutti assieme.&lt;/b&gt; 
&lt;p&gt;«Se abbiamo commesso tutti assieme una sciocchezza non è il caso di confermarla. Se si smarrisce il confine tra iscritti ed elettori, si perde anche il senso di appartenenza: gli iscritti montano i gazebo e gli elettori scelgono il segretario. Qualcuno potrebbe anche seccarsi».
&lt;p&gt; &lt;b&gt;È stato un errore non rinviare il congresso?&lt;/b&gt;
&lt;p&gt; «È stato giustissimo. Lo avremmo fatto lo stesso ma sott’acqua. E sarebbe stato peggio».

&lt;br /&gt;
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  <title>Referendum elettorale. &quot;Un rischio la vittoria dei Sì&quot;</title>
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  <updated>2009-04-16T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>390968</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
La disputa sulle date del referendum sta per esaurirsi; si può perciò cominciare a parlare del merito. Gli intenti che spinsero i referendari ad assumere l'iniziativa nel 2007 erano più che lodevoli. Di fronte al rischio che il panorama rissoso delle coalizioni proprio della scorsa legislatura diventasse un carattere strutturale del nostro sistema politico, proposero di liquidare quelle coalizioni attribuendo il premio di maggioranza alla sola lista vincente. In ogni scelta politica ci sono vantaggi e danni. Allora i vantaggi erano superiori ai danni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

Ora, però, il superamento di quel tipo di coalizioni è avvenuto per via politica. Nel 2008 Veltroni, con coraggio, si coalizzò con la sola Idv e Berlusconi lo seguì stringendo un patto solo con la Lega. E' difficile pensare che si possa tornare alle carovane di un tempo: i primi a ribellarsi sarebbero gli elettori. Perciò, guadagnati per via politica i vantaggi che si volevano conseguire attraverso il referendum, bisogna fare i conti con i danni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

Il quesito principale intende attribuire il premio di maggioranza alla lista che abbia preso più voti: la lista vincente alla Camera o al Senato, in ipotesi anche solo con il 30% dei voti, otterrebbe il 55% dei seggi. Già oggi non gli elettori, ma i capi dei partiti, caso unico nel mondo avanzato, hanno il potere di scegliere i componenti del Parlamento. Il referendum conferma questa loro prerogativa e anzi la potenzia perché mette nelle mani di un solo uomo, il capo del partito vincente, chiunque esso sia, la scelta della maggioranza assoluta dei parlamentari. Le preoccupazioni aumentano quando si guarda agli statuti dei partiti e alle prassi che caratterizzano la loro vita interna: ben pochi partiti politici oggi potrebbero definirsi democratici, visto che molti funzionano con modalità carismatiche e populiste. &lt;b&gt;Se domani vincesse il Sì, un solo partito, in netta minoranza nel Paese, diventerebbe maggioranza assoluta in Parlamento e potrebbe ad esempio, da solo, eleggere il Capo dello Stato, impossessarsi dei mezzi d'informazione, cambiare secondo le proprie convenienze la legge elettorale e i regolamenti parlamentari. Il Parlamento diventerebbe una protesi del governo, anzi del presidente del Consiglio, chiunque esso sia&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

Oggi la maggioranza Pdl-Lega assicura una certa dialettica politica che non blocca la democrazia ma favorisce il confronto; lo stesso sarebbe accaduto se avesse vinto la coalizione Pd-Idv. Se domani, grazie al referendum, governasse solo il Pdl o solo il PD la democrazia sarebbe più salda? Il bipartitismo non è una bestemmia, ma esige un sistema elettorale che dia ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari e regole democratiche in tutti i principali partiti.&lt;br /&gt;
 Queste condizioni oggi non ci sono e pertanto il bipartitismo che verrebbe fuori dal referendum consoliderebbe in realtà le attuali oligarchie.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

Mi sembra assai rischioso sostenere che conviene far vincere il Si per potere poi cambiare la legge Calderoli. Se davvero ci fosse una maggioranza per cambiare la legge elettorale, perché non la si è cambiata tempestivamente, anche per evitare il referendum? In realtà oggi non c'è una maggioranza per una nuova legge elettorale ed è difficile che possa esserci domani, quando i vincenti avrebbero nelle proprie mani tutto il potere.&lt;br /&gt;
</summary>
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  <title>«La sfida è superare i privilegi del sistema»  -  INTERVISTA</title>
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  <updated>2009-02-01T00:00:00Z</updated>
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    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <summary type="html">&lt;br /&gt; Adesso basta con il clima di sospetti reciproci ognuno agisce per legittima difesa, contro i soprusi dell’altro&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;



Si intravede qualche segnale di luce ma per Luciano Violante, Pd, è ancora lontana la fine dello scontro tra magistratura e politica.&lt;br /&gt;
&lt;b&gt; Perché questo reciproco clima di sospetto?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 «Perché ognuno pensa di agire per legittima difesa, contro i soprusi dell’altro».&lt;br /&gt;
&lt;b&gt; Tutti sono d’accordo nel ritenere ineludibile la riforma della giustizia, ma è sui rimedi che le opinioni divergono. Perché è così difficile un gioco di squadra?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 «La magistratura e una parte del mondo politico guardano soprattutto all’efficienza della giustizia. L’avvocatura e un’altra parte del mondo politico, sono più attenti alla magistratura come potere, e criticano la tendenza di alcuni magistrati-primattori, aiutati da incauti corifei, a comportarsi come se fossero investiti di un potere di natura politica o, peggio, di natura morale. Ho l’impressione che finché non si supera questa divergenza, non si farà alcun passo in avanti».&lt;br /&gt;
&lt;b&gt; È un’analisi molto pessimista.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 «Realista. Parto dal presupposto che nessun potere politico regala efficienza a un altro potere se non sono definiti con chiarezza i suoi confini. E d’altra parte non sono chiari neanche i confini della politica. Quante volte il Parlamento ha approvato leggi che hanno bloccato l’efficacia di una sentenza definitiva? Dov’è oggi l’arbitro capace di definire i confini reciproci? Le faccio un esempio: in Italia ci sono 165 tribunali e una sessantina di questi ha non più di 20 magistrati. Bisognerebbe eliminare le sedi giudiziarie piccole. Ma sono disposti i giudici a perdere 60 posti di presidente del Tribunale e altrettanti di procuratore capo? Sono disposti gli avvocati a perdere 60 posti di presidente del consiglio dell’ordine e la politica è disposta a spiegare ai cittadini di 60 comuni che quei tribunali generano non un servizio ma un disservizio?».&lt;br /&gt;
&lt;b&gt; I 18 milioni di elettori del centrodestra possono essere il lasciapassare per la riforma?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 «La questione è giusta ma non risolutiva; anche con 18 milioni di voti si possono fare errori. Chi governa ha il dovere di decidere, ma anche di ascoltare l’opposizione. Se non l’ascolta sbaglia ed è sconfitto dai cittadini. La bocciatura con referendum della riforma costituzionale del centrodestra dovrebbe aver insegnato qualcosa. Gli emendamenti del governo sulle intercettazioni in pratica le impediscono quando si tratta di individuare gli autori di rapine, stupri e omicidi nelle ville. Si tratta certamente di una svista. Ma l’opposizione serve anche a far rilevare queste sviste tragiche. Specie a una maggioranza che ha fatto della sicurezza il suo cavallo di battaglia».&lt;br /&gt;
&lt;b&gt; La magistratura viene accusata di invadere il campo della politica. Ma non accade perché la politica ha smarrito la sua dimensione etico-civica?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 «Le invasioni di campo sono reciproche perché le linee di confine sono diventati fragili. Quante volte le Camere hanno negato l’autorizzazione a procedere nei confronti di parlamentari, ricevendo poi una smentita da parte della Consulta? Quante volte la magistratura penale si mette a sindacare la pura discrezionalità della pubblica amministrazione, contro il principio della separazione dei poteri? La politica deve ricostruire una propria dimensione etico-civica. Il primo passo sarebbe affermare criteri di responsabilità politica indipendenti dalla giustizia penale. Perché nel Parlamento italiano, a differenza di altri Paesi, non c’è un comitato etico?»&lt;br /&gt;
&lt;b&gt; Lei ha parlato di sentenze bloccate. Che cosa pensa del caso Englaro?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 «Il Parlamento ha sollevato conflitto di attribuzione con la Cassazione e, giustamente, ha perso. Ma compito del Parlamento è fare le leggi prima di sollevare i conflitti. La politica non riesce a trovare una intesa sul testamento biologico e accusa la magistratura, che a differenza della politica è costretta a decidere, di invasione di campo. È un paradosso. Un segnale lo vedo nella maggiore concretezza che caratterizza le relazioni della Cassazione e delle Corti d’Appello, ma anche del ministro e del vicepresidente del Csm Mancino».&lt;br /&gt;
&lt;b&gt; Ma quando si è troppo concreti vuol dire anche che non è più possibile parlare di ideali e che si è toccato il fondo.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 «Intendo dire che si è iniziato a parlare di rimedi, alcuni buoni. E buoni rimedi vengono dai buoni convincimenti ideali. Mi piace pensare che si mettano da parte le vecchie ideologie per guardare alla sostanza. Il procuratore aggiunto di Palermo, Ingroia, ha detto che i magistrati sono costretti a pagarsi le trasferte per gli interrogatori. Mi ricorda quando il governo dell’epoca chiese a Falcone e Borsellino il corrispettivo per il soggiorno all’Asinara, dove si erano recati su pressione del governo stesso per sfuggire agli attentati e scrivere la sentenza relativa al primo maxi-processo. Dico che non si deve tornare a quei tempi».

&lt;br /&gt;
</summary>
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  <title>«Siamo ai limiti dell’eversione intrecci allarmanti con alcuni pm»  -  INTERVISTA</title>
  <link rel="alternate" href="http://www.openpolis.it/dichiarazione/388468"></link>
  <updated>2009-01-29T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>388468</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
«Per il Pd Tonino è un compagno di strada imbarazzante e dannoso»&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Posizioni al limite dell’eversione». L’ex presidente della Camera Luciano Violante usa toni molto duri per commentare l’attacco di Antonio Di Pietro al Quirinale. Esiste un sistema di relazioni, secondo l’ex parlamentare dei Ds, tra il leader dell’Italia dei valori, il comico Beppe Grillo, il giornalista Marco Travaglio e alcuni pubblici ministeri. Tutti intrecci, insiste Violante, che hanno «l’obiettivo di scatenare un populismo giustizialista».&lt;br /&gt;



 

&lt;b&gt;Presidente Violante, un altro &quot;caso Di Pietro&quot;. Cosa ne pensa?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«Il leader di un partito politico che offende volgarmente la massima autorità della Repubblica, dovrebbe chiedere scusa e interrogarsi sulle conseguenze politiche delle sue posizioni, al limite della eversione. Inoltre colpiscono alcuni intrecci: l’onorevole Di Pietro ha un sodalizio politico con l’attore Beppe Grillo, che si è distinto anche lui per volgari insulti al capo dello Stato. Altro sodalizio è con un bravo giornalista come Travaglio, leader della letteratura giudiziaria che si fonda sulla trascrizione di sentenze o atti giudiziari. In &quot;Annozero&quot;, con Di Pietro ha assai rispettosamente interloquito lo stesso Travaglio. Al centro di questo sistema di relazioni c’è una campagna politica che sostiene una concezione vendicativa della giustizia e inquisitoria della politica. Alcuni magistrati, che hanno inquisito, non si sa se in modo giusto o sbagliato, autorità politiche, diventano eroi. Di Pietro e i suoi sodali difendono con manifestazioni di piazza il capo di una procura che ha assunto decisioni assai discusse come la perquisizione a Catanzaro. Difendono un privato cittadino, il dottor Genchi, che possiede un archivio di numeri di telefono, anche riservati, e di conversazioni, che sembra incompatibile con la tutela della riservatezza in uno stato democratico. Questi intrecci devono preoccupare anche i magistrati che sono usati per sostenere la campagna».&lt;br /&gt;


&lt;b&gt; 

Secondo lei Di Pietro non ha cominciato in anticipo la campagna elettorale per le europee, si tratta di altro.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«Non c’è solo la volontà di acquisire consenso in vista delle europee. C’è anche l’obiettivo di scatenare un populismo giustizialista, diverso ma simile per alcuni aspetti al populismo della lega. Di Pietro solletica atteggiamenti e convincimenti certamente presenti nella società, che una politica responsabile dovrebbe correggere, non eccitare. Se si aggiungesse un disegno politico di screditamento di tutte le istituzioni della Repubblica, saremmo, come ho detto, ai limiti della eversione».&lt;br /&gt;


 
&lt;b&gt;
La politica ha preso le distanze in blocco dal leader dell’Idv.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«Ineccepibili le parole del Quirinale. E mi sembra che la quasi totalità del Parlamento si sia schierata contro Di Pietro. Anche nell’Idv non tutti hanno difeso il leader».&lt;br /&gt;


 

&lt;b&gt;Che rapporto pensa debba avere il Partito democratico con l’Idv. Walter Veltroni è stato duro con Di Pietro. Però già in passato il segretario del Pd aveva annunciato la fine dell’alleanza, che nei fatti non c’è stata.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«Saranno gli organismi del Pd a decidere. E’ una compagnia di strada imbarazzante e dannosa per un partito riformista. ma non bisogna lasciare a lui la rappresentanza di una volontà popolare che vuole più sicurezza e più giustizia. E’ nostro compito aprire un fronte politico nel Paese su questi temi, in modo corretto e riformatore»&lt;br /&gt;


 

 

&lt;b&gt;Pd e Udc cercano un dialogo con la maggioranza sulla Giustizia. Lei parla della necessità di una riforma e della necessità di cambiare il Consiglio superiore della magistratura per tutelare i singoli magistrati dalle correnti dell’Anm.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«Le correnti sono state uno strumento di dibattito ideale enormemente importante. Poi sono diventate strumento di potere. Io ho avanzato la mia proposta, i magistrati e gli avvocati ne formulino altre e cerchiamo insieme la soluzione migliore. La questione si pone ormai con urgenza».&lt;br /&gt;


 
&lt;b&gt;
C’è la possibilità di arrivare ad una riforma condivisa della giustizia?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«Spero di sì. Ma si può riformare il Csm anche spostando fuori dal Consiglio superiore l’organo di disciplina, con una &quot;corte esterna&quot; per tutte le magistrature, solo all’interno dell’intera riforma costituzionale. Riformare la Costituzione solo per ciò che riguarda la magistratura sarebbe veramente un abuso».&lt;br /&gt;


 
&lt;b&gt;
Come si stanno muovendo governo e maggioranza sulla questione delle intercettazioni?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


«C’è stata una positiva correzione rispetto alle proposte originarie. Prima di pronunciarmi voglio vedere il testo definitivo. Trovo discutibile che si possa intercettare solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza e non di gravi indizi dì reato. Ma se ci sono già gravi indizi di colpevolezza a che serve più l’intercettazione? E anche la questione dei limiti temporali va studiata meglio. Aspettiamo di vedere il testo». &lt;br /&gt;
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  <title>Federalismo fiscale solo con la riforma costituzionale</title>
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  <updated>2009-01-22T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>388357</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Ieri al Senato si è discusso dei costi del federalismo fiscale. Il Pd ha chiesto di conoscerli prima di procedere nell’esame degli emendamenti. Il ministro Tremonti ha spiegato che non è possibile definire l’impatto economico della riforma: il testo prevede un elevato numero di variabili e gli effetti finanziari dipendono dalle scelte concrete che verranno decise dai decreti delegati. Solo a quel punto si potranno stabilire le cifre.

 
&lt;p&gt;

Chi ha ragione e chi ha torto? Questa volta hanno ragione tanto l’opposizione quanto il Governo. Ha ragione l’opposizione perché è difficile esprimere un voto su un testo con costi sconosciuti, votato in commissione dalla sola maggioranza, sostenuto da un Governo di cui non si fa parte. Ha ragione il ministro quando dice che non è possibile allo stato definire i costi di una riforma che, in pratica, è ancora tutta da scrivere. L’ex ministro dell’Interno Pisanu ha cercato una mediazione «se i conti non dovessero tornare si ritornerà sulle scelte».

&lt;p&gt;
 

Questo progetto di legge è, in pratica, un’autorizzazione in bianco che il Parlamento dà al Governo per scrivere le norme del federalismo fiscale. I parametri sono incerti; l’incertezza è accentuata dalla diversificazione delle fonti di informazione della finanza pubblica. I bilanci regionali non sono omogenei perché le Regioni non usano modelli contabili standardizzati. L’Isae ha rilevato che la contabilizzazione di alcune poste rilevanti di Comuni e Province è guidata da criteri errati. Insomma sarà necessaria una completa ricomposizione di tutti i bilanci delle Regioni e degli enti locali prima di definire quanto si dà e a chi si dà. Alcune cifre orientative però non mancano. Sempre secondo dati Isae, dal 1999 al 2003 il 95% della spesa da decentrare è cresciuto del 33%, quasi il doppio della crescita della spesa pubblica complessiva (18%). Lo sbilancio complessivo, inoltre, se si eliminassero le fonti di finanziamento del federalismo fiscale oggi non previste dalla Costituzione, sarebbe di ben 121 miliardi di euro. Prudenza, allora.

 
&lt;p&gt;

Il federalismo fiscale non è un colpo di bacchetta magica. Più si esaminano i dati e più ci si rende conto che si tratta di un processo che sarà lungo, richiederà continui aggiustamenti e che, in un periodo di grave crisi economica, esige una cautela del tutto particolare.

 
&lt;p&gt;

Però non si tratta di un capriccio della Lega. È imposto dalla Costituzione, che nell’articolo 119 indica i principi fondamentali in materia di ripartizione delle risorse tra Stato e regioni. E un necessario complemento, inoltre, del federalismo istituzionale, varato nel 2001 dal centrosinistra. La ripartizione del potere politico tra centro e periferia non può essere disgiunta per troppo tempo dalla ripartizione delle risorse necessarie per esercitare quei poteri. Un disegno di legge fu presentato dall’esecutivo Prodi nella scorsa legislatura, ma la caduta del Governo ne impedì l’esame. Il ministro Calderoli ha presentato il suo testo, che in parte riprende i principi della proposta precedente, mostrandosi molto disponibile al confronto con le opposizioni tanto che la presidente Finocchiaro ha auspicato che il &quot;metodo Calderoli&quot; possa essere esteso anche alle altre riforme.

&lt;p&gt;
 

Ma a questo punto che fare con il federalismo fiscale? Le commissioni hanno notevolmente migliorato il testo, inserendo tra l’altro quella commissione Bicamerale per esprimere i pareri sui decreti delegati, proposta nel convegno di Asolo da D’Alema e Fini. Il nuovo testo, inoltre prescrive che, insieme al primo decreto delegato, il Governo presenti una relazione di carattere finanziario con l’indicazione delle possibili ripartizioni delle risorse tra Stato e Regioni. Se l’Aula lavorerà senza pregiudizi il testo potrebbe essere ulteriormente precisato riducendo equivoci e contraddizioni.

 
&lt;p&gt;

Ma tre cose devono essere chiare. Il Parlamento, approvando la delega, si spossessa del testo e non ha più il controllo dei costi della riforma, controllo che costituisce la ragion d’essere fondamentale di un Parlamento. Si può discutere della possibilità che il Governo assuma l’impegno politico di modificare la propria proposta qualora la Bicamerale, con una maggioranza particolare, esprima parere negativo sul punto dei costi? Il federalismo, secondo, non può entrare in vigore &quot;a rate&quot;. Deve entrare in vigore solo quando, nel termine di due anni, tutti i decreti delegati saranno approvati. Il federalismo fiscale, infine, ha bisogno del Senato federale, un luogo istituzionale dove Stato, Regioni ed enti locali possano confrontarsi alla luce del sole e possano tenere nell’unità nazionale un processo che altrimenti rischia di creare fratture difficilmente componibili. Una Repubblica federale esige uno Stato centrale forte ed efficiente almeno quanto la Regione più forte e più efficiente. Bisogna legare il federalismo fiscale alla riforma costituzionale; altrimenti si rischia il disastro.&lt;br /&gt;
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  <title>Se il governo non si fida dei suoi</title>
  <link rel="alternate" href="http://www.openpolis.it/dichiarazione/388214"></link>
  <updated>2009-01-15T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>388214</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
La decima fiducia negli otto mesi del governo Berlusconi pone due distinte questioni, una di ordine politico e l’altra di ordine costituzionale.

 
&lt;p&gt;

Cominciamo dalla prima. La fiducia non è stata posta per far fronte all’ostruzionismo, che non c’era, ma per far fronte agli emendamenti che venivano dalla stessa maggioranza.  

&lt;p&gt;
Se un Governo che ha un leader indiscusso, numeri del tutto tranquillizzanti in Parlamento, un soddisfacente tasso di fiducia nel Paese, decide di usare il voto di fiducia per fronteggiare dopo soli otto mesi la propria maggioranza, vuol dire che qualcosa non va. Una coalizione non sta insieme per ragioni disciplinari. Sta insieme per ragioni politiche: quando le sono proposti grandi obbiettivi di valore strategico, che sono trainanti, hanno una forza evocativa, prevalgono sugli interessi particolari.

 
&lt;p&gt;

Il primo Governo Prodi cadde dopo l’ingresso nell’euro perché non riuscì a proporre al Paese un nuovo traguardo. In assenza di un nuovo grande obbiettivo la maggioranza si dissolse. Oggi i problemi sono più gravi rispetto a dieci anni fa e occorrerebbe una ambizione all’altezza delle necessità. Sia ben chiaro: questa è la condizione in cui si trovano molte democrazie occidentali. Né avrebbe senso una polemica tra le opposte parti politiche perché l’indicazione di traguardi strategici manca a entrambe le coalizioni. I problemi, visibili tanto nel centrosinistra quanto, ora, anche nel centrodestra, sono determinati proprio dall’assenza di grandi obbiettivi attorno ai quali riunirsi o per i quali combattersi. Questo deficit, ripeto, non è solo italiano, ma in Italia per la fragilità propria delle nostre strutture sociali ed economiche, può produrre effetti più gravi. Il &quot;dialogo&quot; tra le due coalizioni di cui tanto si parla, anche a sproposito, dovrebbe riguardare proprio il futuro del Paese, cosa dovrà essere l’Italia dopo la crisi, che ruolo assegnerà a sé stessa nello scacchiere europeo e in quello mediterraneo.

 
&lt;p&gt;

Quando presentò il suo primo Governo, Giuliano Amato denunciò il rischio Disneyland; che l’Italia potesse essere considerato un grande parco giochi, dove prendere il sole, nuotare e divertirsi mentre gli affari, la ricerca, lo sviluppo produttivo si facevano altrove. Oggi forse non possiamo neanche ambire a essere Disneyland, visti i problemi dei trasporti, i costi degli alberghi, l’ammassarsi dei rifiuti in tante aree del Mezzogiorno. Rimboccarsi le maniche, &quot;usare&quot; la crisi per costruire il futuro, come ha suggerito il presidente Napolitano, potrebbe aiutare a mettere in primo piano gli interessi nazionali, a far rinascere un senso di responsabilità nazionale nelle classi politiche dirigenti, a rendere più solide entrambe le coalizioni.

&lt;p&gt;
 

&lt;b&gt;La seconda questione è di carattere costituzionale.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;


 

Sta nascendo sotto traccia un sistema costituzionale parallelo, estraneo e contrario alle regole scritte nella Costituzione. Tanto il centrodestra quanto il centrosinistra hanno deciso di indicare sulla scheda elettorale il nome del candidato a Palazzo Chigi. La conseguenza è stata grave. L’unica figura istituzionale che appare in via di fatto legittimata direttamente dal consenso dei cittadini sembra essere il presidente del Consiglio. I membri del Governo non rispondono al Parlamento, ma al presidente del Consiglio che li ha scelti. I parlamentari sono stati &quot;promossi&quot; dai capi delle due coalizioni e, per la maggioranza, dallo stesso presidente del Consiglio, la cui decisione costituisce la fonte della loro legittimazione attuale e della loro ricandidatura futura. I parlamentari perciò rispondono non ai cittadini, ma al capo della coalizione che li ha scelti. La stessa cosa accadde nella scorsa legislatura, ma i numeri ridotti e la frammentazione del centrosinistra nascosero le distorsioni del sistema che stava nascendo. 

 
&lt;p&gt;

La miscela tra indicazione sulla scheda del nome del candidato alla presidenza del Consiglio e legge elettorale fondata sulla cooptazione ha cancellato il carattere rappresentativo del Parlamento e ha conferito, in via di fatto, il carattere di rappresentante dei cittadini al solo presidente del Consiglio. 

 
&lt;p&gt;

Con due modifiche, apparentemente minori, abbiamo dato vita alla possibilità di sultanati elettivi. Ma a volte non si riesce a governare neanche con i sultanati. Il ricorso ordinario e continuato a strumenti di eccezione come la fiducia e il decreto legge, mai così elevato come in questa legislatura, sono insieme il segno della crisi istituzionale e il tentativo di non soggiacervi. Ma quando le regole sono forzate sino allo stravolgimento permanente, nascono mostri che portano in sé tutti i segni delle distorsioni e degli stravolgimenti che li hanno partoriti. L’allarme del presidente Fini riguarda certamente l’abuso delle fiducie, ma può riguardare in modo ancora più preoccupato il sistema che sta nascendo, dove il Parlamento diventerebbe un semplice luogo di ratifica delle decisioni dell’esecutivo e del suo capo. A questo punto l’unica soluzione è fare davvero e rapidamente le riforme. Sbaglierebbe il centrodestra se pensasse di poter continuare a governare mediante l’uso ordinario di misure eccezionali. La prima vittima sinora è stata la sua maggioranza. Prima o dopo il desiderio di riscatto dall’umiliazione potrebbe prevalere sul senso di coalizione. Sbaglierebbe il centrosinistra a dilazionare un vigoroso impegno in questa direzione. Darsi un grande obbiettivo servirebbe a uscire dalla crisi e a riprendere un dialogo con la parte più moderna del Paese.&lt;br /&gt;
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  <title>Sulla crisi Pdl e Pd parlino il linguaggio della responsabilità</title>
  <link rel="alternate" href="http://www.openpolis.it/dichiarazione/387601"></link>
  <updated>2009-01-08T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
  </author>
  <id>387601</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Il Capo dello Stato ci ha invitato a fare della crisi l’occasione per cambiare in meglio il nostro Paese. Non è stato e non deve essere considerato un invito retorico. Una classe dirigente oculata non aspetta, rannicchiata sotto il tavolo, che la crisi sia passata, ma la usa per preparare il Paese alla ripresa, quando, dopo la crisi, tutti vorranno approfittare dei nuovi venti favorevoli. L’Italia tra l’altro ha una sua spiccata attitudine a dare il meglio di sé in periodi di emergenza. Quando abbiamo l’acqua alla gola, ci rimbocchiamo le maniche e superiamo gli ostacoli più temibili. È accaduto per la Ricostruzione dopo la sfacelo della Seconda guerra mondiale. È accaduto per la lotta al terrorismo e per la lotta contro la mafia dopo le stragi del 1992. E’ accaduto per il risanamento del bilancio pubblico e l’ingresso nell’euro, sorto la guida di Carlo Azeglio Ciampi e molte altre volte.

&lt;p&gt;
 

Così può essere anche questa volta, ma a una condizione: che, come le altre volte, i partiti maggiori e le altre classi dirigenti sappiano parlare il linguaggio della responsabilità nazionale. Il prolungarsi dell’uggioso dibattito sulla opportunità del dialogo tra maggioranza e opposizione, come si trattasse di due diversi e lontani Paesi, è la prova che questo senso di responsabilità fatica a farsi avanti. Tuttavia bisogna insistere. Gli altri Paesi non stanno perdendo tempo. Ferme le distinzioni sulle politiche ordinarie, trovano il modo di costruire azioni comuni tra le maggiori forze politiche per reggere la crisi ed essere preparati al dopo. 

 
&lt;p&gt;

Avraham Burg, già presidente della Knesset, dell’Agenzia ebraica e del Movimento sionista mondiale. ha scritto un libro. &quot;Sconfiggere Hitler&quot;, di critica dolorosa e ferma alla politica del suo Paese. Sarebbe particolarmente importante che, specie in questi giorni, lo leggessimo tutti, non necessariamente per condividerlo parola per parola, ma almeno per avere un punto di vista diverso sulla questione israeliana. In una delle prime pagine del libro, Burg racconta di una visita con il figlio allo zoo di Berlino. Guardano lo spazio delle scimmie e notano che tutte saltano con energia da un ramo all’altro. Una zampa stretta a un ramo e l’altra protesa verso un ramo diverso. Mollano il ramo basso e si proiettano verso quello più in alto. Sempre più su. Tutte meno una che resta ferma in un angolo. Il custode spiega ai due visitatori che quella scimmia è ferma perché ha paura di mollare il ramo, «Se tiene un ramo con tutte e due le mani, non è in grado di muoversi. È il suo destino», conclude saggiamente il custode.

 
&lt;p&gt;

Burg riflette sul proprio Paese; io credo che molte volte il nostro somiglia a quella scimmia, che ha paura di rischiare e sta ferma mentre gli altri vanno avanti.

 
&lt;p&gt;

Tre studiosi italiani, Angelo Maria Petroni, Luigi Fiorentino e Alberto Vannucci, elaborando i dati del rapporto Doing Business (World Bank, 2008) hanno ricavato un quadro preoccupante della ossificazione del nostro sistema pubblico.

 

&lt;p&gt;
Guardando all’ammontare complessivo della media delle procedure per avviare un’impresa, ottenere una licenza, risolvere una controversia su un contratto, registrare una proprietà, l’Italia è sest’ultima tra i trentuno paesi Ocse. Se si guarda al tempo medio in giorni per completare una procedura (nei quattro casi considerati) l’Italia si colloca all’ultimo posto, con ampio distacco, tra i paesi dell’Ocse. Il tempo medio di ciascuna procedura è quattro volte superiore a quello dei paesi più virtuosi (Finlandia, Corea e Stati Uniti).

&lt;p&gt;
 

La relazione sulla semplificazione e sul riassetto normativo presentata dal governo in Parlamento nel dicembre 2007 ci ha informato che nel periodo compreso tra il 1997 e il 2006 in Italia sono state approvate più leggi rispetto agli altri princi- pali Paesi europei, il triplo della Gran Bretagna e della Spagna, più del doppio della Francia.

 
&lt;p&gt;

Se poi si considera che secondo i dati di Transparency International siamo considerati tra i paesi con il più alto livello di corruzione al mondo, è evidente che questa selva di regole e di procedure penalizza i cittadini per bene e favorisce i mascalzoni.

 
&lt;p&gt;

La parabola scimmia dello zoo di Berlino dovrebbe indurci a fare un uso virtuoso della crisi tagliando i legami che ci impediscono di correre. È vero che la crisi potrebbe aprire una nuova stagione protezionistica; ma a quel punto dovremmo scegliere tra la consegna di altri poteri di vigilanza a occhiuti consoli della Repubblica e la costruzione di un percorso riformatore per la competitività futura.

 &lt;br /&gt;
</summary>
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  <title>«Basta coi sindaci fai da te, Veltroni si faccia sentire»  -  INTERVISTA</title>
  <link rel="alternate" href="http://www.openpolis.it/dichiarazione/384929"></link>
  <updated>2009-01-07T00:00:00Z</updated>
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    <name>Openpolis</name>
    <author_email>info@openpolis.it</author_email>
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  <id>384929</id>
  <summary type="html">&lt;br /&gt;
Certo, Napoli è una realtà difficile da gestire, ma non è impossibile farlo. Le sindacature di Bassolino furono straordinarie. Poi c’è stata una degenerazione complessiva... Il problema è che fare oggi, perchè i cittadini capiscono che degli errori si possono commettere: quello che non capiscono è perchè non li correggi e non cambi». E per Luciano Violante, non c’è dubbio, a Napoli si sia cambiato troppo poco. E così, preso atto delle dimissioni di Nicolais e riconosciuto ai sindaci il diritto alla più ampia autonomia, l’ex presidente della Camera chiede uguale libertà per i partiti. Per il Pd, in questo caso. &lt;br /&gt;

&lt;b&gt;
Che dovrebbe dire a chiare lettere di non esser d’accordo con le ultime mosse del sindaco Iervolino?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 
«Ci arriviamo. Prima vorrei dire che, al di là delle differenze tra la Sardegna, la città di Pescara e una metropoli come Napoli, il terzo commissariamento di vertici locali del Pd in poche settimane rivela un problema sul quale occorre interrogarsi: intendo il tipo di forma partito che si è dato il Pd». &lt;br /&gt;


&lt;b&gt;Qual è l’obiezione?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;

«L’impressione è che il governo-ombra ci stia privando di un forte strumento di raccordo tra centro e periferia. Il tradizionale responsabile di dipartimento - che si occupasse di lavori pubblici, piuttosto che di appalti o di sanità - era una figura fondamentale in questo senso. Se c’era un problema, dalle città facevano riferimento a lui: e il centro era informato di quel che accadeva e a sua volta dava indicazioni. Oggi, invece, ci sono i ministri-ombra, eccellenti personalità politiche. Ma che fa un ministro ombra? Parlamentarizza l’azione del partito, svolgendo il suo ruolo in rapporto con il governo. Questo, oltre a rischiare di intralciare l’attività dei gruppi, priva il Pd di un essenziale veicolo di informazione su quel che accade in periferia e di conseguente direzione politica». &lt;br /&gt;


&lt;b&gt;Un meccanismo inceppato, insomma...&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;

«In più, senza raccordo, crescono forme di separatismo. E la cosa peggiore è quando qualcuno intende questo come parte di uno scambio: io ti dò il consenso e tu mi lasci fare quel che voglio».&lt;br /&gt;

&lt;b&gt;E’ per questo che il Pd a Napoli non è riuscito a imporre l’azzeramento della giunta?&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;

«Non è che a un governatore puoi dire “tu fai questo” e a un sindaco “tu fai quell’altro”. Puoi provare politicamente a convincerli, come appunto nel caso in questione, che occorrono soluzioni che abbiano il segno di un profondo cambiamento».&lt;br /&gt;
 

&lt;b&gt;A Napoli non è accaduto.&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;

«Io ritenevo giusto l’azzeramento, il cambio radicale della giunta. Quella mi pareva una via». &lt;br /&gt;

&lt;b&gt;
Però non è andata così, e Nicolais si è dimesso. Che deve fare in questi casi il Pd? Può solo abbozzare?&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;

«Per niente. Il Pd può dire: “Non sono d’accordo. Il sindaco ha fatto questa scelta, la rispetto ma non sono d’accordo».&lt;br /&gt;
 
&lt;b&gt;
E’ quel che ha fatto Nicolais, in verità...&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
 
«Sì, ma credo che anche da Roma debba venire un segno di non condivisione. Non parlo dei nuovi assessori, tutti stimabili: parlo di come si innesca davvero un’altra marcia, dandosi tempi e obiettivi certi, ed evitando il semplice galleggiamento». &lt;br /&gt;


&lt;b&gt;A che segno pensa?&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;

«Oggi a Roma si riunisce il coordinamento del Pd. Valuteranno loro, ma credo occorrerebbe una posizione che, ferma restando la libertà dei sindaci di agire in autonomia, affermi reciprocamente che anche il Partito è libero di dire come la pensa. Altrimenti finisce che chi non è libero di agire è proprio il Pd».&lt;br /&gt;
 

&lt;b&gt;E come dovrebbe manifestarsi questo disaccordo? Con un voto contrario alla giunta da parte dei consiglieri comunali del Pd?&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;

«Prima c’è bisogno che il Pd faccia capire chiaramente che la scelta non è condivisa. Poi decideranno i consiglieri comunali che fare, confrontandosi localmente con il partito, perchè non è che da Roma si danno ordini. Ma se il vertice del Pd non è d’accordo con la decisione presa, ritiene i cambi insufficienti e crede che vadano indicati metodi e obiettivi totalmente nuovi, deve dirlo con chiarezza. Così il cittadino può pensare “hanno fatto errori, ma li stanno correggendo”. Non è possibile che i sindaci siano autonomi del partito e il partito non lo sia dai sindaci...».&lt;br /&gt;
 
&lt;b&gt;
E poi?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;

«E poi se il Pd napoletano è d’accordo su questo, ne trarranno le conclusioni i consiglieri comunali». &lt;br /&gt;


&lt;b&gt;Un’ultima domanda, presidente: anche queste vicende - secondo molti - dimostrerebbero l’attuale debolezza del Pd. Condivide?&lt;/b&gt; &lt;br /&gt;

«Questo è evidente. Ma ricordo come era messa la Cdl dopo la sconfitta del ‘96... Noi di sconfitte ne abbiamo subite due: alle politiche e poi quella, inattesa, di Roma. La crisi, insomma, ci può stare. Quel che ora serve è uno scatto di reni significativo. I milioni di cittadini che votarono alle primarie per Veltroni hanno diritto ad un Pd che, superate le sconfitte, riprendenda la corsa. Non è il momento di piccoli cabotaggi. E se pensiamo di uscirne con una toppa qua e un commissario là, mi pare difficile riuscire a farcela...».
&lt;br /&gt;
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